domenica 15 luglio 2012

GIUSEPPE LANDI A SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

A San Miniato capita di fare incontri inaspettati. Merito anche di Luciano Marrucci, che attira a sé eccezionali personalità di ogni tipo.
Giunto in Piazza del Seminario, vedo due figure che stanno dietro ad un cavalletto. Sembrano confabulare; assieme a Luciano Marrucci c’è Giuseppe Landi, livornese graffiante, straordinario pittore in stile macchiaiolo.
Don Luciano lo conosciamo tutti, è un tipo formidabile, ma Landi non è certo da meno! Cappellino da pescatore mimetico a coprire una folta chioma brizzolata; un bel “baffo robusto”, che fa il paio con gli occhiali quasi in punta di naso, come a dire: gli occhiali sono necessari, ma meglio vedere direttamente con gli occhi!

Giuseppe Landi con la sua opera
Foto di Francesco Fiumalbi

Mosso dalla curiosità, ancor prima di porgere un saluto, mi dirigo anch’io dietro al cavalletto e vedo il disegno di uno fra gli scorci più belli di San Miniato. Non è un’immagine qualunque: ha una luce magica, vi assicuro che la fotografia non rende assolutamente giustizia.
Ci presentiamo.
Ancora imbambolato da ciò che stavo vedendo, con un pizzico di timore chiedo: “Quanto tempo ci vuole per fare un quadro come questo?”. Sono stato un po’ avventato e anche un po’ ingenuo, me ne rendo conto un attimo dopo. “Trent’anni” – risponde Landi – “E’ trent’anni che dipingo!”.
1-0 palla al centro.

Giuseppe Landi all’opera
Foto di Francesco Fiumalbi

Decido quindi di mandare avanti Luciano Marrucci. E fra una riflessione su chi abbia scoperto la ruota ed una su chi abbia capito che il fuoco era una cosa importante (non sto scherzando, gli argomenti erano questi!!), parliamo un po’ di Giuseppe Landi e della sua pittura. Egli è l’autore di quei panorami che sono stati pubblicati nella raccolta “Magica Valdegola” (FM Edizioni, 2005) e, ve lo assicuro, col pennello di Landi è magica davvero!
La sua non è propriamente una pittura dal vero. Riesce a cogliere alcuni aspetti (un dettaglio, un’ombra, un colore) che esalta in una maniera straordinaria. Le “macchie” sfumano, si sovrappongono, talvolta fanno anche a cazzotti fra loro. E quello che in dettaglio può sembrare un caos inestricabile, ecco che ad una visione complessiva acquista un senso: quelle che sembravano macchie alla rinfusa ora sono linee, superfici, volumi. Non come una fotografia, molto meglio.
Come dice Landi, Polifemo aveva un occhio solo (riferendosi alla macchina fotografica), mentre noi uomini abbiamo due occhi e possiamo fare molto di più, almeno il doppio! La fotografia fissa un attimo, mentre un quadro ha bisogno di tempo e può raccogliere tutti quegli spunti che si susseguono fra l’inizio e la fine della pittura.

Giuseppe Landi all’opera
Foto di Francesco Fiumalbi

E’ uno spettacolo vedere la velocità e l’abilità con cui Landi mischia i colori sulla tavolozza, ricavandone altri più adatti a quello che vuole rappresentare.
Mi faccio coraggio, ormai il ghiaccio è  rotto. “I colori come fanno a brillare in quel modo?”
Aspetto la risposta dal pittore, invece arriva da Luciano Marrucci: “E’ la “Regola del Pavone”! Le penne colorate del pavone sono bellissime, coloratissime. Se ti avvicini e provi a smuoverle, scopri che le penne che stanno sotto sono nere. E’ il nero di base che le rende così brillanti”. Rimango in silenzio; Landi dà un’ultima pennellata ed esclama: “E’ proprio così!”. In effetti, ci faccio caso solo in quel momento (lo si può vedere nella foto qui sopra), la tavola, nella parte ancora da dipingere, è ricoperta da uno strato di tempera nero.

Giuseppe Landi all’opera
Foto di Francesco Fiumalbi

La conversazione prosegue davanti ad un caffè. Landi lascia tutto apparecchiato in Piazza del Seminario, come se il dipinto dovesse assorbire l’anima del luogo. Quando torniamo, la tavola mi pare ancora più bella. Magica.
Il pittore finisce di dare le ultime pennellate; per ora ha finito, riprenderà il giorno successivo.

Concludo, citando una sua frase riportata nella raccolta “Magica Valdegola” (FM Edizioni, 2005)
Quando dipingo un albero devo proprio pensare che dentro ci può essere un uccellino. Ecco perché i verdi degli alberi sono animati: sono animati perché abitati”.
E allora chissà, se Landi, nella nostra Piazza del Seminario, non si sarà immaginato tutte quelle persone, che nelle varie epoche sono passate di lì: imperatori, papi, vescovi, ma anche i contadini che venivano a San Miniato a vendere i prodotti della terra, i signorotti col panciotto, i seminaristi, le pie donne che salivano verso il Duomo per le funzioni. In effetti ognuno di loro sembra rivivere nelle pietre, nei mattoni, nei colori, così brillanti e pieni di vita, disegnati nella tavola di Giuseppe Landi.

La tavola di Giuseppe Landi
Foto di Francesco Fiumalbi

Landi ha completato il quadro nei giorni seguenti. Il pittore se n’è andato, verso quei lidi a lui molto cari, ma qui a San Miniato ha lasciato qualcosa. La tavola adesso è in vendita da “Pietrone” in Piazza del Seminario. Tutti possono vederla avvicinandosi alla vetrina, ma occhio! Se passa qualcuno e se la compra, non c’è più!

La tavola di Giuseppe Landi in vendita

giovedì 12 luglio 2012

TONDA

di Francesco Fiumalbi e Marco Mancini

Tonda è un piccolo borgo situato alla sommità di una piccola collina immersa fra oliveti e vigneti, nel Comune di Montaione (Fi), fra la Valdegola e la Valdera.
Fu un importante castello, di cui oggi rimangono la torre e parte del circuito difensivo, fondato attorno all’anno 1000. Nel 1212 l’Imperatore Ottone IV lo assegnò in feudo a Ventilio e Guido, del ramo pisano degli Aldobrandeschi. Pochi anni dopo, il castello entrò nell’orbita dei Della Gherardesca di Volterra, i quali dal 1231 al 1267, lo cedettero progressivamente al Comune di San Miniato. Divenne quindi un presidio sanminiatese, e sotto il controllo economico della famiglia dei Mangiadori.
Il castello era situato in una posizione strategica, lungo la via volterrana e, nei pressi dell’odierna Villa Scotti, fu edificato un piccolo ospedale a servizio dei viandanti, con la cappella dedicata alla Santa Croce. Tonda si trovava anche vicino alla Selva di Camporena, una grande riserva di legname contesa anche da Volterra, San Gimignano e Castelfiorentino.
La situazione rimase inalterata fino al 1370 quando, dopo la caduta di San Miniato nelle mani di Firenze, Tonda fu dichiarato Comune autonomo, con propri Statuti, e il cui governo fu affidato al temibile Ceo di Neruccio, detto “Il Malvagio di Tonda”. Il Comune, dotato di un palazzo civico e di una grande cisterna a servizio della popolazione, fu unito a quello di  Montaione nel 1774.
La chiesa d’età romanica, è dedicata a San Nicola da Bari, e al suo interno vi erano le statue in terracotta della Madonna e dell’Arcangelo Gabriele, oggi al Museo Diocesano d’Arte Sacra di Volterra. Il bellissimo ciborio in alabastro, datato 1576 è stato invece ricollocato all’interno della nuova chiesa, costruita negli anni ’50 del ‘900. Nel 1861 Tonda contava 75 abitanti all’interno del borgo e oltre 200 nelle zone limitrofe.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale il borgo, che viveva dei prodotti della terra, si spopolò a vantaggio dei centri industriali di pianura. L’antico castello si trovò completamente disabitato e in abbandono. Da alcuni anni, è tornato a nuova vita grazie al considerevole investimento di Hapimag, azienda specializzata nel settore turistico, che lo ha trasformato in un resort dotato di tutti i comforts.

Ringraziamo l’azienda Hapimag, in particolare la Sig.ra Brigitte Egli, Resort Manager Tonda, per la disponibilità e la gentilezza che abbiamo avuto modo di apprezzare durante la nostra visita.

“TONDA”
Foto di Francesco Fiumalbi

Panorama collinare da Tonda
Foto di Francesco Fiumalbi

Ingresso al borgo di Tonda
Foto di Francesco Fiumalbi

Ingresso al borgo di Tonda
Foto di Francesco Fiumalbi

La torre medievale di Tonda
Foto di Francesco Fiumalbi

La chiesa di San Niccolò da Bari
Foto di Francesco Fiumalbi

Tonda, scorcio caratteristico
Foto di Francesco Fiumalbi

Tonda, torre campanaria
Foto di Francesco Fiumalbi
Tonda, scorcio caratteristico
Foto di Marco Mancini

Tonda, cuspide della facciata di San Niccolò
Foto di Marco Mancini

Vista panoramica da Tonda
Foto di Francesco Fiumalbi
Tonda, edicola, particolare
Foto di Francesco Fiumalbi

Tonda, scorcio caratteristico
Foto di Francesco Fiumalbi

Tonda, crocifisso, facciata di San Niccolò da Bari
Foto di Francesco Fiumalbi


Tonda, edicola votiva
Foto di Marco Mancini

mercoledì 4 luglio 2012

ROCCO, IL SANTO DELLA VIA FRANCIGENA

A San Miniato dal 10 al 16 agosto
una grande manifestazione dedicata a San Rocco Pellegrino

di Andrea Mancini

Rocco è il santo della via Francigena: sono numerosi i motivi per cui il pellegrino di Montpellier deve diventare quello che Jacopo è per il Cammino di Santiago. Rocco nacque intorno al 1348 e morì nel 1380, circa trenta-trentadue anni dopo, questo almeno secondo lo studio di Paolo Ascagni (San Rocco contro la malattia, San Paolo, Milano 1997) che tenta, in modo molto rigoroso ed evitando quasi sempre l’agiografia, di ricostruire una figura che resta avvolta di leggenda.
Rocco ebbe in realtà una vita abbastanza semplice, con pochissimi episodi degni di nota. Quello per noi più significativo è certo l’investitura da pellegrino, celebrata dal Vescovo di Montpellier prima della sua partenza verso Roma, su quelle che erano le antiche strade d’Europa. Ricevette appunto indumenti che ne segneranno l’immagine, facendolo diventare un santo tra i più rappresentati nell’iconografia sacra non soltanto europea, un santo che ricorda e che in un certo senso riproduce l’apostolo di Cristo, Giacomo il maggiore, Santiago appunto. Dunque la conchiglia di Finisterre, che serviva anche per bere dai ruscelli e dalle fonti, il bordone, cioè il lungo bastone per appoggiarsi e anche per difendersi dai pericoli, poi la zucca per l’acqua attaccata proprio al bastone, la  mantellina, che nel caso di Rocco è corta e proprio da lui prende il nome di “sanrocchino” e infine il petaso, l’ampio cappello da pellegrino con spesso la conchiglia appesa. In più a questi elementi Rocco si caratterizza per il cane, che gli porta il pane e per la ferita, il bubbone della peste che lui mostra sulla coscia destra, alzando l’abito, con un gesto singolare, quello di spogliarsi, mostrare il corpo nudo ai fedeli, facendo vedere quello che in certe rappresentazioni diventa il segnale divino, mosso direttamente da un angelo, a volte addirittura da Dio o dalla colomba che ben lo rappresenta,  spesso servendosi di una freccia o di una lancia, di un raggio di luce. Ultimo elemento, che può comparire nelle rappresentazioni della vita di Rocco – alcune splendide, come quelle del Tintoretto, nella Scuola di San Rocco a Venezia - è la tavoletta dove sta scritta l’invocazione contro la malattia: chi è ammalato di peste può pregare San Rocco e guarirà. Questa tavoletta, e a volte la scritta sulla parete della cella, fanno parte di una tradizione ormai consolidata da più parti, anche negli studi francesi (tra l’altro di Francois Pitangue e Jean-Louis Bru), che vuole Rocco morto a Voghera, dove era stato imprigionato come spia, anche se per altri sarebbe morto una volta tornato a Montepellier. Secondo Anagni, e dunque anche secondo noi, Rocco non avrebbe mai fatto ritorno in Francia, diventando a tutti gli afferri un santo italiano, comunque europeo e appunto “francigeno”.  

Statua di San Rocco, immagine tratta dalla copertina della pubblicazione
 Dilvo Lotti (a cura  di), I pittori di San Rocco, Pro Loco di San Miniato, 1967
Pubblicazione ai sensi dell'art. 92, Legge 22 aprile 1941, n. 633 


Gli innumerevoli oratori a lui dedicati, sparsi per tutta l’Europa, ma soprattutto in Italia, e poi le feste patronali, le cerimonie che in molti luoghi ne celebrano la festività (in genere il 16 d’agosto) dimostrano la presenza di un culto significativo, che si lega in genere la fine della pestilenza o al tentativo di far voto al santo per essere preservati dalla malattia. Proprio guardando all’anno di edificazione di questi oratori, si può spesso risalire al momento in cui la peste fu debellata. Tra l’altro queste malattie infettive si legavano, nelle interpretazioni popolari, ai pellegrini, portatori di benessere e rapporti commerciali, ma anche di una “diversità”. Ci sono storie e leggende come quella del “Pifferaio di Hamelin”, che raccontano di una scarsa accoglienza, ripagata con epidemie e calamità.
Rocco è appunto questo, un pellegrino che viene trasfigurato dalla peste, che cambia fisionomia (come un attore!) e che non viene riconosciuto e viene visto come una spia. Rocco è francese, un diverso almeno in certe terre, dunque guardato come una sorta di infiltrato e alla fine messo in prigione, anche perché decide di non rivelare la sua vera identità. Già prima di quest’episodio, del resto, Rocco era stato estromesso dalla comunità come appestato, nascosto nei boschi (vicino a Piacenza, nei pressi del fiume Trebbia, a Sarmato), sul terreno del nobile Gottardo Pollastrelli.  Lì l’unico a riconoscerlo è il cane di Gottardo che lo aiuta a sopravvivere, portandogli ogni giorno un pezzo di pane, questo fino a che il nobiluomo non scopre l’animale e porta Rocco nella sua dimora dove lo cura. Anche Gottardo viene trasfigurato dalla dolcezza di Rocco, resteranno insieme poco tempo, ma Gottardo sarà probabilmente il suo primo biografo e forse il pittore che ne raffigurerà i tratti in quello che da più parti è considerato il più antico ritratto di San Rocco, aggiunto ad un affresco dell’antica chiesa di Sant’Anna a Piacenza.

 Oratorio dei SS. Sebastiano e Rocco
San Miniato, piazza Buonaparte
Foto di Francesco Fiumalbi

La vita del santo, un santo all’inizio neppure ufficializzato, creato dal culto popolare, prima che dalla Chiesa, sarà brevissima, finirà pochi chilometri più in là, a Voghera, dove sarà arrestato e chiuso in prigione, a consumare gli ultimi cinque anni della sua esistenza. Così come la sua santità, anche il culto di Rocco si diffuse spontaneamente, con modi tutt’altro che canonici. Sono migliaia le chiese, i villaggi, gli oratori, le raffigurazioni dedicate a San Rocco. Anche da una lettura superficiale si deducono quelle che sono le caratteristiche della santità di Rocco, il suo essere taumaturgo: far guarire dalla peste e per estensione da altre forme epidemiche; ma soprattutto il suo essere pellegrino. Guardando al tragitto “ufficiale” della via Francigena, il suo nome compare in moltissimi dei siti, sia perché essi erano un luogo di passaggio, dunque di trasmissione delle epidemie, ma anche perché Rocco li aveva effettivamente attraversati nel suo viaggio da Montpellier a Roma, un vero e proprio “Cammino di San Rocco” che potrebbe essere ripercorso anche dai pellegrini di oggi. Il percorso coincide infatti sia con la Francigena che con il Cammino di Santiago: da Montpellier a Roma, seguendo la strada più alta della Gallia Cisalpina, o forse quella più bassa della Provenza poi della Liguria, fino in Toscana e in Umbria, per arrivare ad Acquapendente, dove Rocco si ferma a curare la peste. Da lì risalirà fino a Cesena, seguendo il diffondersi dell’epidemia e poi tornerà a Roma, che lascerà dopo una serie di eventi miracolosi e la visita al Papa. Il ritorno attraverso Assisi, per vedere i luoghi francescani, raggiungendo Piacenza dalla parte della Romagna e dell’Emilia, per poi morire appunto a Voghera.
Questo percorso è desunto da un libro su San Rocco, scritto da monsignor Ermenegildo Fusaro, più attento alla logica spirituale del pellegrinaggio che ad altre motivazioni, così come succede anche oggi per i pellegrini francigeni che guardano più ai significati spirituali e semmai culturali, che all’economia e ai tempi del loro viaggiare.


A San Miniato da 10 al 16 agosto 2012 avrà luogo il Festival del pensiero popolare / Palio di San Rocco Pellegrino, un festival internazionale di cinema, teatro, incontri, mostre che si concluderà con un rito dedicato al santo, celebrato - nella parte più spirituale - dal Vescovo di San Miniato, Fausto Tardelli. Per informazioni si può vedere il sito http://www.festivaldelpensieropopolare.it/. Da non perdere il grande turibolo che il 16 agosto attraverserà la piazza di fronte all’Oratorio di San Rocco (e di San Sebastiano) che verrà riaperto per l’occasione. Il Buttafumo, che si richiama al Botafumeiro che si muove nella navata centrale della cattedrale di Santiago di Compostela, è stato costruito da quattro artisti, Giorgio Giolli, Fulvio Leoncini, Romano Masoni e Andrea Meini. Durante la settimana del Festival sono anche da segnalare gli incontri dedicati a San Rocco, dove alcuni studiosi, poeti, attori, tratteggeranno a loro modo la figura del santo, nella narrazione dei santi pellegrini, nella ricostruzione scientifica, nella finzione teatrale. Gran finale con il concerto in piazza Buonaparte dei Mascarimirì, lo straordinario gruppo salentino, reduce dai successi in tutto il mondo, che mischia, in onore a San Rocco, pizzica e musica tzigana.

martedì 3 luglio 2012

MONTECASTELLO (PI)

di Francesco Fiumalbi

Montecastello è uno splendido borgo arroccato sulla cima di una collina, fra la Valdera e la Chiecinella, in prossimità del Valdarno Inferiore, nel Comune di Pontedera.
L’insediamento di origine longobarda chiamato Monte Alto, fu trasformato in Monte Castello, a seguito della costruzione del fortilizio dei Della Gherardesca, che poi lo donarono all’Abbazia di Serena, presso Chiusdino (SI). Nella prima metà del XII secolo, fu venduto alla Diocesi Lucchese, che provvide ad infeudarlo ad alcune famiglie comitali.
Vista la sua posizione tra la Valdera e il Valdarno, Montecastello divenne oggetto di vari tentativi di conquista da parte di Pisa, con la devastazione del 1148 e poi con il privilegio di Federico I del 1162, confermato da Enrico VI nel 1191. Tuttavia, il possesso del castello da parte della Diocesi di Lucca, fu confermato dai diplomi di Arrigo VI nel 1194 e Ottone IV nel 1209.
Solo nel 1222, Pisa riuscì a conquistare Montecastello assieme a tutti i castelli della zona che furono definitivamente annessi al contado pisano. Nel 1228, il Papa Gregorio IX tentò inutilmente di far restituire i castelli al vescovo di Lucca. Altri tentativi si verificarono nel 1237, nel 1244 e nel 1276. Montecastello, rimase comunque un centro importante, come testimoniato dagli ampliamenti alla cinta difensiva, riconoscibili oggi in tre cerchie murarie.
Nella prima metà del ‘300, la chiesa dei SS. Stefano e Lucia, già suffraganea della Pieve di San Gervasio, acquisì il fonte battesimale ereditandolo dall’ormai decaduta Pieve di Laviano, che si trovava nei pressi dell’odierna Castel del Bosco.
Con la caduta di Pisa nel 1406, Montecastello fu dichiarato comunità autonoma ed entrò a far parte dello stato fiorentino, all’interno del Vicariato di Pontedera. La Comunità fu dotata di Statuti, di cui ci rimangono quelli datati 1468. La situazione rimase invariata fino al 1774, quando Montecastello fu annesso al Comune di Pontedera.
Oltre alla chiesa, collocata alla sommità del colle dove si trovava il cassero, di particolare interesse è la villa Torrigiani Malaspina, antica residenza nobiliare fatta costruire dalla famiglia Galletti, di origine pisana, inglobando parte delle antiche strutture difensive, ormai dismesse dopo la caduta di Pisa. La villa, dotata anche di cappella privata con decorazioni a trompe-l’oeil, passò ai Franceschi per linea femminile e infine ai Malaspina Torrigiani, attraverso il matrimonio tra Vittoria di Lelio Franceschi e il Marchese Torquato Malaspina.
Lungo la strada per Pontedera, si conserva ancora la fonte, oggi in disuso. Da non perdere, lungo la strada per San Gervasio, il seicentesco Oratorio della Madonna del Piano, rinnovato da Francesco Galletti nel 1774.
Nel 1944 la chiesa e la torre campanaria furono minate dall’esercito tedesco in ritirata. La chiesa fu ricostruita nel 1948 e la torre nel 1967, poi nuovamente ristrutturata nel 2006.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
(1) Repetti Emanuele, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Tofani, Firenze, 1833, Tomo III, v. Monte Castello in Val d’Era, pp. 242-243
(2) Gorini Pier Luigi, Montecastello, storia, cronaca e leggenda, FM Edizioni, San Miniato, 2002.
(3) Ceccarelli Lemur Maria Luisa, Giurisdizioni signorili ecclesiastiche e inquadramenti territoriali, in in Malvolti Alberto e Giuliano Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI-XV), Atti del convegno di studi 30 settembre – 2 ottobre 2005, Leo S. Olschki, Firenze, 2009.
(4) Ronzani Mauro, Definizioni e trasformazione di un sistema d’inquadramento ecclesiastico: la pieve di Fucecchio e le altre pievi del Valdarno fra XI e XV secolo, in Malvolti Alberto e Giuliano Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI-XV), Atti del convegno di studi 30 settembre – 2 ottobre 2005, Leo S. Olschki, Firenze, 2009.
(5) Kirner Giuseppe, Statuti et ordini di Monte Castello, Romagnoli Dall’Aqua, Bologna, 1890.
(6) Sito internet del Comune di Pontedera

Montecastello, veduta panoramica
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, veduta panoramica
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, chiesa dei SS. Stefano e Lucia
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, chiesa dei SS. Stefano e Lucia
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, torre campanaria
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, stemma Franceschi-Galletti
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, villa Torrigiani Malaspina, già Galletti
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, piazza della Porta
Villa Torrigiani Malaspina
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, villa Torrigiani Malaspina, già Galletti
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, fonte
Foto di Francesco Fiumalbi

Montecastello, Oratorio di Santa Maria del Piano
Foto di Francesco Fiumalbi


giovedì 28 giugno 2012

E’ TEMPO DI MIETERE IL GRANO!

di Giuseppe Chelli

"Le messi biondeggiano, in lontananza si ode il canto dei contadini". Lo scrisse, una mattina di fine giugno, il professore di italiano sulla lavagna, per i ragazzi della terza media. Era il tema per gli esami di licenza.
L'ampia aula, al terzo piano di un vecchio palazzo, con i suoi grossi finestroni permetteva di spaziare lo sguardo su una campagna collinare ricca di uliveti, frutteti, filari di vigne  a perdita d'occhio, ma di grano neppure un filo. Giù, in basso, il grano biondeggiava davvero: ricopriva mezza vallata, stretta all'inizio, ma che poi s'apriva in campi a non finire, tutti biondeggianti, con vistose macchie  rosse dei papaveri.
Dalla grande finestra dell'aula, aperta per un refolo di vento marino, niente messi biondeggianti e neppure canti. Strilli, solo strilli! Lunghi, vicini o  smorzati dal vento come il fischio di un treno in corsa. Non uno: dieci, cento treni impazziti a rincorrersi, in un groviglio di binari. Erano le rondini, indaffarate a far scorta di cibo! A capofitto verso la valle si incrociavano in veloci volteggi, poi risalivano, a bocca piena, verso le grondaie, e giù di nuovo ripartivano per un'altra scorpacciata, strillando a perdifiato.
Gli strilli e l'orizzonte che entravano dalle finestre non erano proprio adatti a dare una mano ai trentacinque ragazzi. Tuttavia i loro sguardi erano là, anzi al di là delle vetrate, cercando tra il verde dei colli pisani il "loro" campo di grano o lo stornellare di un innamorato più forte dei gridi delle rondini. Non c'erano via di scampo:  bocciare o trasformare le verdeggianti colline e gli strilli di rondine in messi biondeggianti ed in canto di contadini!

Campi di grano a Isola
Foto di Francesco Fiumalbi

Ed un ragazzo cominciò:
Non usava più da tempo sbattere sui pancali i covoni del grano. La trebbiatura si faceva con la"macchina del grano" infilata tra le masse, sull'aia in piena estate. Anche i piccoli contadini, quelli che appena ricavavano grano per mezza annata, si servivano della trebbiatrice di qualche vicino.
Il grano portava via un sacco di tempo: si cominciava a metà luglio dell'anno prima a coltrare i campi, lasciati a riposo, perché il sole d'agosto seccasse le gramigne e arricchisse le zolle. Dopo la vendemmia si cominciava a sistemare la terra per la semina, spargendola di letame, pianeggiandola con l'erpice trainato dai buoi. Ai primi di ottobre avveniva la semina, fatta per lo più con la seminatrice, che spesso i contadini se la prestavano. Di tanto in tanto in mezzo ai campi, ben pareggiati e con gli sgrondi perché le piogge non stagnassero, si vedevano strani pagliacci: erano gli spaventapasseri che avrebbero, dovuto tenere lontano gli uccelli, che dai fili del telegrafo si tuffavano a saccheggiare il seminato.
Sotto la neve, pane; sotto l'acqua fame! ripetevano i “capoccia” la sera a veglia al circolo, legando le speranze ed i timori del raccolto agli eventi metereologici. Il chicco del grano che aveva attecchito durante l'inverno, ai primi del nuovo anno cominciava a verdeggiare riempiendo di un manto la pianura. Era il tempo di spargere il concime. Con corbelli a tracolla pieni di "vano" ( così chiamavano il guano che, su i carri merci, arrivava alla stazione dal Cile!) solcavano i campi spargendo la polvere a larghe e copiose manate. I vari tipi di seme: mentana, roma, littorio, frassineto, davano origine a steli (fili di paglia) più o meno lunghi, anch’essi importanti per avere paglia in abbondanza per il "letto delle bestie" che poi sarebbe diventato concime per le colture.

Campi di grano a Isola
Foto di Francesco Fiumalbi

"Di giugno, la falce in pugno”, si diceva! I lavori della raccolta del grano duravano circa un mese e forse erano i più faticosi per l'impegno fisico che richiedeva la mietitura e la battitura. Si cominciava a metà giugno a mietere il grano quando lo stelo era ancora abbastanza fresco. Di buon mattino si vedevano gruppi di uomini e donne, quasi sempre scalzi, ma con in capo cappelli dalle falde larghe o pezzòle variopinte dalle cocche legate sulla testa, avviarsi verso i campi da segare, a mano con la falce che via via era affilata con la pietra. Curvi sotto il sole fin quando non suonava la campana di mezzogiorno, ognuno prendeva un pezzo di campo e a colpi di falce tagliava mazzetti di grano che poi raccoglieva facendone una fascio legato con la paglia: erano i covoni. Alla fine della giornata i covoni venivano raccolti in mucchi per permettere allo stelo  ed alla spiga ancora freschi di seccarsi, inturgidendo così i chicchi del grano del sapore che conteneva lo stelo.
Dalle massette dei covoni, si passava a fare le "barche " che rimanevano sul campo a completare la seccatura del chicco e dello stelo. Raramente, ma capitava che un temporale improvviso con tuoni e lampi mandasse a fuoco qualche barca di grano, quando non anche l'invidia di qualche "vicino" aiutasse i fulmini! Pochi giorni prima che arrivasse la macchina del grano per la battitura, avveniva la "carrata". Se l'aia era ammattonata si levavano le erbacce nate tra i mattoni, si spazzolava al meglio. Se invece era sterrata si procedeva a renderla "impermeabile", cioè si induriva il fondo con lo sterco delle bestie facendone una poltiglia più o meno densa e si spargeva sul terreno. Il sole l’avrebbe resa dura! Con i buoi aggiogati al carro si andava a prendere i covoni ammassati a barche e sull'aia si faceva la "massa". Spesso erano due grosse masse di grano fatte  a nave distanti tra loro tanto quanto era necessario per infilare nel mezzo la macchina del grano.

La mietitura del grano vicino Isola
Foto di Giuseppe Chelli

Ormai la battitura era vicina e lo sapeva bene la massaia! Quando i paperi, allevati da mesi per l’occasione, si “ritiravano” per la notte, lei con un grosso randello, e con l’uomo di famiglia più vigoroso, prendeva ad uno ad uno i paperi, gli metteva il collo sotto il randello (che lei tratteneva con i piedi) e ”tira” diceva, finché sul terreno non restava una bianca massa immobile.
La sera prima del giorno fissato per la trebbiatura arrivava la” macchina del grano” trainata dal Landini (uno dei primi modelli di trattore!). Per lo più il piazzamento avveniva la sera, sul tardi, al termine di una giornata di lavoro in un altro podere, così di buon mattino il lavoro poteva cominciare. Agli uomini  ed alle donne di casa si aggiungevano i vicini in un muto tradizionale costume di aiutarsi nei lavori in cui la manodopera non era mai troppa. Flotte di ragazzi di casa e dei poderi vicini si facevano in quattro per le incombenze loro richieste, o correvano da un punto all'altro dell'aia a tuffarsi nei monti di loppa bollente di sole e di macina. Al primo singhiozzo del Landini l'aia si animava di un viavai di gente e polli richiamati dall'odore del grano, e tutti gli ingranaggi della trebbiatrice, azionati dalla lunga cinghia di cuoio, si mettevano in movimento. Il martellare cadenzato del Landini, prima lento, come colpi di tosse, poi più spedito e infine ritmato, dava il via al grande affaccendarsi dell'aia. L'imboccatore in vetta alla macchina infilava i grossi covoni nella bocca della trebbiatrice che arrancava, sbuffava e allo stesso tempo, inghiottiva in un soffio i covoni che qualcuno,  dalla massa del grano in punta di forcone, faceva arrivare all'imboccatore. Dalla grossa bocca dentata usciva da dietro la paglia  a cascate più o meno abbondanti. Tre o quattro donne, in mezzo a nuvoli di polvere urticante l'affastellavano, legandola con il “nottolo di “salcio” e fissandola al palo dell'antenna che la depositava ai piedi o attorno allo stollo del pagliaio. L'antenna altro non era che un palo fisso in terra a cui era ancorato un braccio rotante che alzandosi depositava il fastello dove indicava l'addetto al fare il pagliaio.
Quello del "pagliaiolo" era un lavoro che non tutti sapevano fare. Bisognava equilibrare bene la paglia e stenderla intorno allo stollo a formare una specie di cono, in modo che la massa di paglia finisse a punta compatta per non far penetrare l'acqua piovana. Se questo lavoro non veniva eseguito a regola d'arte il pagliaio sarebbe caduto o si sarebbe inzuppato d’acqua rendendo la paglia inservibile. Sempre da sotto la grande bocca della paglia usciva la loppa (o pula), trainata via in grandi ceste di “salcio”.
I ragazzi erano fissi a dispensare bicchieri di acqua fresca che direttamente tiravano su dal pozzo a sterro intorno casa. A mezza mattinata si faceva la sosta per la colazione, sempre la stessa da un anno all'altro, da un podere all'altro: salame a fette e pomodori a salino, che gli operai consumavano seduti all'ombra dei gelsi che non mancavano in ogni podere per via dei bachi da seta. A colazione quasi fatta, passava il “capoccia” con il fiasco del Vinsanto: era il segno che la pausa era finita e che il lavoro ricominciava ininterrottamente fino all'ultimo covone della massa.

Le “barche” di grano vicino Isola
Foto di Giuseppe Chelli

Mentre nel dietro della macchina si accumulavano monti di loppa e paglia, nella parte anteriore  ammassati su due cataste incrociate si formavano le pile dei sacchi. Il fattore ed il “capoccia”  meticolosamente riempivano lo staio con cui riempivano le sacche: una per il contadino, una per il padrone. Un podere, infatti, si definiva per la sua produttività da quante staia o sacca di grano produceva, da quanti barili di vino e di olio ricavava dalle sue culture. "La terra vale quanto l'uomo che la lavora", soleva pontificare ogni anno il fattore a fine battitura. Ma il capoccia, che proprio sprovvisto non era, ribatteva puntualmente: "Si vede che lei sor' fattore passa più tempo allo scrittoio che nella terra".
La stretta di mano, e quando il raccolto era andato bene, anche una pacca sulla spalla, metteva fine alla ripartizione in parti uguali delle sacca di grano. Ma la giornata non finiva lì, anzi ora cominciava il bello.
Sotto i gelsi una lunga tavola bianca di lino apparecchiata con le scodelle del Ginori, con abbondanti vassoi di prosciutto e salame, con molti fiaschi di rosso e scòle di pane fresco invitava a sedersi attorno. L'odore di paglia non si sentiva più. Dalla cucina della massaia profumi di buone pietanze riempivano l'aria. Donne e uomini attorno al pillone del pozzo cercavano di levarsi di dosso il sudore e la polvere, gettandosi abbondati secchiate di acqua fresca. A volte la stanchezza era tanta che qualcuno per lavarsi i piedi li metteva dentro la tinozza e con un piede si lavava l'altro.
Tutta la stanchezza spariva appena la massaia si presentava con il grosso pentolone di smalto rossastro pieno di minestra fatta con lo spicchio di petto, colli dei paperi e la grandinina bucata. Nessuno si peritava a "cavarsene" due o tre piatti, pronto ad affrontare le battute degli amici che non mancavano di sottolineare pettegolezzi o chiacchiere di paese tra le risate di grandi o piccini. Spesso erano le ragazze da marito che venivano prese di mira se magari erano un po' in là con gli anni, o le giovani spose alla terza gravidanza. Dio ci scampi o liberi se c'era qualche coppia che non aveva figli: tutti si proferivano a risolvere il problema, tutti sapevano come e cosa fare tra le grasse risate e qualche stornellata bonaria. L'allegria, aiutata dal rosso d'annata, era coinvolgente; complice il papero in umido, lo spicchio di petto inzuppato nel sale, gli affettati serbati sotto la cenere fino a battitura. Non di rado i pranzi di battitura erano l'occasione per concludere o iniziare affettuose amicizie. Bastava aspettare la messa della domenica.

Campi di grano fra Ontraino e Roffia
Foto di Francesco Fiumalbi

martedì 26 giugno 2012

INCENDIO A ISOLA LUNGO LA FERROVIA

di Francesco Fiumalbi

Oggi, 26 giugno, mi stavo recando dalle parti di Isola per scattare alcune fotografie per un prossimo post. Ho deciso di fare un giro più lungo del necessario con la mia mountain bike, e sono passato da San Genesio dove ho visto alcuni archeologi al lavoro e il museo che piano piano sta crescendo. Ho proseguito in via Capocavallo in direzione Isola e all’altezza del Mulino di Capocavallo (che bello sarebbe poterlo visitare!) incrocio, non una, ma ben due camionette dei Vigili del Fuoco. Mi chiedo cosa fosse successo. La mia domanda ha trovato una veloce risposta, quando all’altezza del sottopassaggio della Ferrovia ho visto alcuni volontari della VAB mettere in sicurezza un terreno bruciato.
Un incendio, innescatosi attorno alle 14.00, ha distrutto la vegetazione su entrambi i lati di un tratto della linea ferroviaria Firenze-Pisa, che è rimasta interrotta almeno fino alle 16.30. Le fiamme hanno lambito anche alcune abitazioni!

Incendio a Isola, volontari impegnati
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, volontari impegnati
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, volontari impegnati
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, il terreno bruciato
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, il terreno bruciato
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, il terreno bruciato
Foto di Francesco Fiumalbi

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