domenica 9 dicembre 2018

COMUNISTI vs CATTOLICI A SAN MINIATO BASSO NEL 1950

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a cura di Francesco Fiumalbi

PREMESSA
Questo post nasce da un documento che ho rintracciato casualmente in un archivio privato e che ritengo sia molto interessante e possa aiutare a comprendere il clima di contrapposizione fra Cattolici e Comunisti nel Secondo Dopoguerra. Si tratta di una specie di volantino - dimensione formato A4 - fatto stampare nel 1950 da Don Nello Micheletti, parroco di San Miniato Basso dal 1924 al 1966. Nato a San Pierino nel 1894, fu reduce della Prima Guerra Mondiale; dichiaratamente antifascista, fu membro della prima Giunta Comunale di San Miniato, nominata il 5 agosto 1944 dal governo alleato. Tuttavia, essendo un sacerdote, negli anni del Secondo Dopoguerra la sua posizione non poteva che essere convintamente anticomunista.

Le giovani generazioni non hanno idea di cosa sia stata la grave contrapposizione ideologica negli anni del Secondo Dopoguerra. Nei libri scolastici l’argomento è trattato con un respiro nazionale, ma non va dimenticato che la frattura fra Comunisti e Cattolici si irradiò in ogni angolo della penisola, creando un clima di tensione e conflittualità che divise intere comunità e penetrò anche all’interno delle famiglie.  Conclusa la guerra e sconfitto il fascismo, venne meno anche il grande movimento di unità nazionale che era stata la “Resistenza”, nata per rigenerare l’Italia in forma democratica. Dopo i governi sostenuti da tutte le forze dell’antifascismo, con l’uscita dall’Esecutivo del Partito Comunista Italiano e l’emanazione della nuova Costituzione, si manifestò in tutta la sua gravità l’insanabile incompatibilità fra i Cattolici e i Comunisti.

D’altra parte, come ha osservato Ernesto Galli della Loggia, una parte dell’antifascismo – quella democratica filoccidentale – reputava necessario, essendo stato sconfitto il fascismo nell’aprile 1945, ed avendo conquistato il comando statale, di apprestare ogni difesa del suo regime contro l’altra parte, quella radicale e filosovietica (che avrebbe fatto peraltro la stessa identica cosa se le parti fossero state invertite). E’ accaduto insomma che la costituzione ideale, scritta, per poggiare su basi sufficientemente ampie e condivise non potesse che dirsi antifascista, ma al tempo stesso che la costituzione materiale per difendere il sistema politico e i valori democratici voluti dalla costituzione stessa non potesse che essere anticomunista: e il curioso è che il motivo di entrambe le necessità era alla fin fine il medesimo: tentare, nelle condizioni storiche date, di stabilire la democrazia in Italia, o qualcosa che più le si avvicinasse. [E. Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998 (1° ed. 1996), p. 70].

L’ANTEFATTO
In quegli anni, specialmente dopo la cosiddetta “scomunica dei comunisti” (1949), la contrapposizione ideologica si fece vivissima e coinvolse tutta la popolazione italiana, anche quella dei piccoli centri, in special modo nelle cosiddette “regioni rosse”. Frequentissimi erano i comizi o i pubblici dibattiti, organizzati tanto dai Cattolici quanto dai Comunisti.
A San Miniato Basso, il 22 luglio 1950 la locale sezione del PCI aveva organizzato una “conferenza” dal titolo “Comunismo e Religione”. A relazionare fu chiamato il prof. Demetro Bozzoni, insegnante comunista al Liceo di Pisa, originario della Sardegna. Molto probabilmente la conferenza si svolse nell’attuale Piazzale della Pace, al centro del paese. Ne seguì un acceso dibattito, che vide coinvolti anche alcuni cattolici. Fra questi anche Don Nello Micheletti, il quale non esitò a contestare con veemenza le argomentazioni proposte dal relatore. Come è facile immaginare, in una realtà piccola come quella di San Miniato Basso del tempo, l’intervento del proposto aveva destato una certa impressione e subito si rincorsero voci e interpretazioni dell’episodio. Allora, non certo per far cessare le polemiche, ma per rimarcare quanto detto durante il dibattito, Don Micheletti decise di mettere nero su bianco il suo punto di vista.

Sfortunatamente non disponiamo di alcun documento di parte comunista, ma solamente questo “volantino” del prete di San Miniato Basso. Di seguito è proposta la trascrizione:

Dopo un contraddittorio

Siccome non manca chi ha dato tendenziosi resoconti della conferenza del Prof. Bozzoni e del successivo contraddittorio, reputo mio diritto e dovere, per quel che riguarda la mia persona, dire come sono andate le cose.
Il manifesto annunziante per il 22 luglio, in S. Miniato Basso, una conferenza del Prof. Demetrio Bozzoni dal titolo
«Comunismo e Religione» con annesso contraddittorio non aveva nulla a vedere con una mia precedente sfida e non mi riguardava personalmente. Avrei potuto quindi non intervenire. Ma poiché nel popolo si sarebbe forse attribuita a paura la mia assenza, disdissi un impegno e intervenni.
Alle ore 10,30 con assoluta puntualità il Prof. Bozzoni iniziò la sua conferenza che durò circa un’ora e mezzo, senza mai entrare in argomento. Io (e con me moltissimi) mi meravigliai della faccia tosta con cui si annunzia una conferenza e se ne fa un’altra. Se un alunno gli facesse un componimento o una tesi fuor di tema, il Prof. Bozzoni lo boccerebbe senz’altro.
Quando fu concessa libertà di parola, salii sul palco e affermai di essere antifascista, di non aver privilegi da difendere, di essere anch’io figlio di autentici lavoratori e di non esser sordo al grido di giustizia che sale dalle classi lavoratrici. Rigettai con sdegno in faccia all’avversario l’accusa di lupo rapace, facendogli sapere che nel mio popolo ho fatto del bene a tutti, comunisti compresi. Quindi tutta la conferenza (necessaria a lui per gli applausi) era stata per me di nessun interesse e perfettamente inutile.
Allora entrai io nel tema scabroso, riaffermando con energia la assoluta incompatibilità fra dottrina cristiano-cattolica e l’ideologia marxista, leninista e stalinista, e ne portai le prove, deducendole dagli scritti dei
«tre grandi». A questa mia dimostrazione l’oratore rispose con accuse all’alto clero e alla Chiesa, sia nell’ordine dei principi che dei fatti, evitando sempre, con molta abilità, il nocciolo della questione.
Finalmente posi il dilemma: o il comunismo italiano rinnega la concezione filosofico – politico – morale, antireligiosa e antiumana, rappresentata dal trinomio Marx – Lenin – Stalin, o no. Se la rinnega come fece il laburismo inglese, che nel socialismo marxista accettò solo i postulati economici, allora abbiamo un altro comunismo, di cui desideriamo conoscere l’integro programma, per giudicare l’eventuale accordo con la nostra Fede. Se non la rinnega, l’inconciliabilità fra Comunismo e Religione è patente anche pei ciechi. Il Prof. Bozzoni affermò che il programma integro esiste e che non vi è traccia di lotta o propaganda antireligiosa. Dovetti sussumere che ciò non basta; è necessario che sia positivamente rinnegata tutta quella dottrina materialistica che meritò al comunismo ateo la severa condanna di Pio XI. Finché ciò non avvenga, noi cattolici abbiamo il diritto e il dovere di temere che il comunismo italiano, tolti alcuni accidentali mutamenti, sia sostanzialmente il medesimo comunismo russo; e noi sacerdoti quello di mettere in guardia i fedeli.
Anzi, mentre alcuni sperano ancora in un comunismo italiano a sfondo occidentale, latino e cristiano, vi son quelli che affermano esser più disposto il comunismo a transigere sul corollario economico – sociale che non sulla vecchia dottrina materialista ed atea. Infatti il Dott. Guidi ha affermato a Buti il 21 corr:
«Noi non rinunciamo ai nostri principi materialistici né alle idee di Lenin e di Stalin». Il Prof. Bozzoni, disposto a transigere un Marx e compagni, è pregato di mettersi d’accordo col suo collega. Io lo sono di già. E giacché ho rammentato il Dott. Guidi, mi si permetta una breve parentesi.
Il Comunista ed ex fascista Dott. Guidi mi ha fatto l’onore di inveire contro di me a Buti perché ho negato i suffragi richiestissimi da una cellula comunista e perché avrei rimandato con violenti parole le tre signorine venute a tale uopo da me. Quanto alla mia condotta con le suddette signorine, essa è stata educata, paterna, gentile; e quindi il Dott. Guidi è un bugiardo. Quanto al rifiuto, sappia il Dott. Guidi che io farò sempre come credo meglio e non domanderò mai a lui se devo fare o no una Funzione.
Ritornando ora al contraddittorio, molta mésse di applausi fu mietuta dal Prof. Bozzoni con le solite frasi: che la Chiesa favorisce i ricchi ed i fascisti, e che solo i comunisti hanno a cuore la sorte dei lavoratori. E caval di battaglia il podere ai contadini! Basta promettere, per essere applauditi; ma non è troppo onesto. Si ricorda il Prof. Bozzoni che parole che disse tempo fa ai contadini di Navacchio? Il loro senso è questo: “Se pensate che comunismo significhi prender voi i poderi dei vostri padroni, vi sbagliate; non vale la pena levare i vecchi padroni per mettercene dei nuovi; lo Stato diventerà il padrone di tutti e voi sarete gli operai dello Stato”. Allora l’oratore fu applaudito; ma io mi domando quando egli è stato sincero ed onesto, a Navacchio o a S. Miniato Basso?
Un altro punto toccato dal Prof. Bozzoni è stato quello della dittatura. Egli dichiarò che il comunismo è democratico e liberale, e non vuole la dittatura che in caso di necessità. Io gli opposi che così non la pensano tutti gli altri comunisti e tanto meno Lenin e Stalin. “Dittatura proletaria, dice il primo, è la guerra più intransigente e spietata della nuova classe contro le altre, condotta con tutti i mezzi. – “ I partiti possono esistere, seguita il secondo, dove sono delle classi; in regime comunista non vi devono essere classi, quindi neppure partiti e neppure libertà pei partiti”. Se questa è democrazia, giudichi il lettore. –
Infine, deplorando io le noie e le persecuzioni che sono già cominciate da parte dei comunisti contro il clero, il Prof. Bozzoni concluse che se i preti staranno dalla parte dei comunisti non saranno noiati. Bella ragione! E se tutti i partiti esigessero la medesima cosa? Non è la Chiesa che deve stare con un partito, ma è il partito che deve star con la Chiesa se vuole che la sua dottrina sia dichiarata non incompatibile con la Religione.
Conclusi dicendo che, allo stato delle cose, è mio dovere dichiarare l’incompatibilità del Comunismo con la Religione, anche a costo di esser bastonato od ucciso. Mi fu data assicurazione che a questi metodi i comunisti non vi scenderanno. E vi credo.
Parlarono anche il P. Teofilo da Pozzo e il Prof. Beccari, ma non saprei riferire con precisione quello che essi dissero né quello che loro rispose il Prof. Bozzoni perché, allontanatomi alquanto dal palco e messomi a sedere nell’ingresso d’una abitazione, non li potei seguire, venendo spesso interrotti dal pubblico che nella maggioranza era ostile e non imparziale.
Quale il giudizio sullo svolgimento del contraddittorio? Molti hanno detto che il Prof. Bozzoni (cui riconosciamo doti di cultura e di eloquenza) ha vinto; i non settari e i ben pensanti, comunisti compresi, credo che la pensino diversamente.

Don N. Micheletti





domenica 2 dicembre 2018

[VIDEO] "LOCUS EST FAMOSUS" - PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PAOLO TOMEI - 1 DICEMBRE 2018

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Sabato 1 dicembre 2018, presso l'Accademia degli Euteleti e con l'adesione della Società Storica della Valdelsa, si è tenuta la presentazione del libro di Paolo Tomei "Locus est Famosus" Come nacque San Miniato al Tedesco. Si tratta di una pubblicazione assai interessante che propone una ricostruzione delle vicende che portarono alla nascita e al successivo sviluppo dell'abitato sanminiatese.


Di seguito il video della serata:

domenica 25 novembre 2018

ADDSM - 763, 17 APRILE - PIEVE DI SAN GENESIO

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ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
763, 27 aprile – Pieve di San Genesio

SPOGLIO «Ratperto Prete figlio del fu Ansifredo, essendo stato ordinato Rettore nella Chiesa Pieve di S. Genesio di Vico Walari da Peredeo Vescovo di Lucca, promette di sempre servire alla medesima Chiesa, di celebrarvi i Divini Uffizj tanto il giorno, che di notte, di farvi la luminaria ec. come ancora di prestare fedele obbedienza al suddetto Vescovo, sotto pena di 200. soldi d’oro, nell’Anno 763. Arch. Arcivesc. +I.57».
  
Il sito archeologico di San Genesio
Foto di Francesco Fiumalbi

Il documento originale è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, † I.57.

Trascrizione del testo contenuto in:
D. Barsocchini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte I, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1818, Appendice, doc. I, pp. 3-4.

In Dei nomine. Regnante Domnus nostro Desiderio Rege, Anno Regni ejus septimo; & filii ejus Domno nostro Adelchis Rege, anno regni ejus quarto, quinto decimo Calendas Maias, Indictione prima. Manifestum est mihi Ratpert Presbitero filio quondam Ansifridi, quia petivi & rogavi te Dominus & venerabilis Peredeo in Dei nomine Episcopo, ut me Rectorem ordinare juribiris in casa Ecclesie Sancti Genesi, in loco & Plebe ad Vico Walari, & pro tua misericordia me audire dignatus es. Proinde repromitto & mans (pro manus), mea facio tibi, ut die vite mee omnia quoliber res adquirere potuero per quoliber ordine, volo ut sit in potestate suprascripte Ecclesie, & vite mee ividem semper habitare, & officio ecclesiastico legibus & luminaria facere promitto die noctuque, omni tempore, & legibus nostri sancte & canonice tibi oboedire, & servire; & in omnibus voluntate facere promitto. Et nunquam contra te agere debeam, nec cum tuo inimico me adunare, aut consiliare contra te presumam. Nec aliqua peculiari vel subtractione de quolibet res in alio loco faciam. Et omnes res eidem Ecclesie pertenente in omnibus meliorare promitto. Et si hec omnia suprascripta Capitula ad me adimpleta & conservata non fuerint, & in aliquo ex inde ad me disruptum & adimpletum non fuerit, spondeo tibi esse componiturus in auro soledos ducenti, & hanc paginam in sua maneat firmitate. Et pro confirmarione Osprandum Diaconum scribere rogavi. Actum Luca.
+ Ego Ratpert Presbiter in anc promissioni paginam a me facta sicut supra legitur manus mea subscripsi & confirmavi.
Signum + manus Maurici Presbiteri testis.
+ Ego Liusprand VV. Presbiter rogatus a Ratpert Presbitero in hoc quod superius legitur me testis subscripsi.
+ Ego Soldulo Presbiter rogatus…. Presbiter in hanc paginam me testis supscripsi.
+ Ego Homulo Clericus rogatus…. ert Presbitero in anc pagina me testi supscripsi.
…. oli Clerici …. testis.
Ego Osprandus Diaconus post tradita complevi & dedi.


COMMENTO (a cura di Francesco Fiumalbi)
Il documento rappresenta la seconda attestazione documentaria relativa alla Pieve di San Genesio, dopo l’atto del 5 luglio 715, una sorta di “resoconto” dell’assise per dipanare la controversia sorta fra le diocesi di Siena e di Arezzo.
Da un punto di vista tipologico siamo di fronte ad una Cartula promissionis, ovvero ad un atto che contiene la “promessa” fatta al Vescovo di Lucca Peredeo. Ratpert dal presbitero Ratpert del fu Ansifridi, il primo pievano di San Genesio di cui è noto il nome.
Dall’atto si apprende che, dopo la richiesta del sacerdote al presule lucchese, questi era stato nominato “rettore” della chiesa di San Genesio, che viene qualificata per la prima volta come “pieve”. Probabilmente era “pieve” già da prima, ma questo è il primo documento che lo attesta.
Nulla sappiamo del presbitero Ratpert, se non che promise di governare la chiesa a lui affidata, secondo la disciplina canonica e di occuparsi dei divini offici, tanto di giorno quanto di notte. Non solo, Ratpert compie anche un vero e proprio giuramento di fedeltà al Vescovo Peredeo, tanto da promettere di non agire contro il presule e di non avere rapporti con i suoi nemici (Et nunquam contra te agere debeam, nec cum tuo inimico me adunare, aut consiliare contra te presumam. Nec aliqua peculiari vel subtractione de quolibet res in alio loco faciam). D’altra parte, la pieve di San Genesio, posta in località Vico Wallari, era molto distante dalla sede vescovile lucchese e si trovava in un’area di confine fra l’area fiorentina e quella volterrana, dunque soggetta ad influenze e condizioni non sempre controllabili da Lucca.


domenica 18 novembre 2018

ADDSM - 902, 27 OTTOBRE - BENI NEL TERRITORIO DELLA PIEVE DI SAN SATURNINO DI FABBRICA

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ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
904, 27 ottobre, Beni pieve di San Saturnino di Fabbrica

SPOGLIO «Il sudd. Vescovo (Pietro) allivella ad Ursiperto arciprete, e a Domenico prete beni nella pieve di Fabbrica, appartenenti alla Chiesa di S. Maria presso la porta S. Donato, nell’anno sudd. 904. Arch. Arc. CD.66».

La zona di San Lorenzo di Villanova, già “Novas”
da San Miniato e rispetto a Cigoli
Foto di Francesco Fiumalbi

Il documento originale è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, CD.66.

Trascrizione del testo contenuto in:
D. Barsocchini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, doc. MLXXXIV, p. 28.

+ In nom. Omnip. Dei eterni. Berengarius ec. anno ec. septimodecimo, sexto kal. novembris, indit. octava. Manifesti sumus nos Ursibertus archipresb. filio b.m. Leutari, et Dominicho presb. filio b.m. Ildimari, quia tu Petrus gratia Dei ec. per cartula livell. nom. ad censum perexolvendum dedisti nobis, idest fundamento illo in qua fuit casa, in loco et finibus ubi dicitur Novas, pertinentes Eccl. vestre S. Marie, sita foras civitate ista lucense prope porta S. Donati, qui est de subpotestatem ipsius Epis. vestro S. Martini, quas casa et res ipsa Bertulo ad manus suas abuis. Fundamento ipso cum curte orto terris vinesi olivetis silvis virgareis pratis pascuis, cultis rebus vel incultis, omnia quantum unicumque ad ipso fundamento est pertinentes, tam in suprascripto loco et finibus Nova, quam et in loco et finibus Fabrica, et a silva utque Plagia, vel ubicumque ad ispo fundamento est pertinentes, in integrum nobis eas dedisti. Tali ordinem ut in nostra q.s. Usibertus archipresb. et Dominicho item presb. et de nostis hered. sint potestatem abendi imperandi ec. Nisi tantum pro omni censum et justitiam exinde tibi vel a subcess. tuis, per sing. annos reddere debeamus hic civitate Luca ad suprascripto domum Epis. vestro S. Martini per omnem mense octubris, per nos aut per misso nostro, vobis bel ad ministerialem illum, quasi bi pro tempore abueritis, vel ad misso vestro, argen den. bon. expend. num. sexaginta tantum. Et si ad nos vobis hec omnia ec. spondimus nos q.s. Ursibertus archipresb. seo Dominicho item presb. cum nostris hered. comp. tibi q.s. Petrus Epis. vel ad subcess. tuis penam argen. solid. sexaginta, quia taliter inter nos convenit, et duos inter nos libelli Petrum not. et schab. Scribere rogavimus. Actum Luca.
+ Ego Ursiperturs archipresb. in unc libello a nos facto manu mea sub.
+ Ego Dominicho presb. in unc libello a nos facto manu mea subs.
+ Ego Cospertus not. et schab. Rogatus ec. me teste sub.
+ Ego Lambertus rogatus ec. me teste subs.
+ Ego Odalberto rogatus ec. me teste subs.
+ Ego Petrus not. et schab. post tradit ec.


COMMENTO (a cura di Francesco Fiumalbi)

Il documento rappresenta una delle numerose testimonianza circa l’influenza lucchese sul Medio Valdarno Inferiore nel corso dell’Alto Medioevo, con i numerosi interessi patrimoniali di natura ecclesiastica. Inoltre, vale la pena di ricordare che l’anno 904 è il medesimo della prima attestazione del “Castello di San Miniato”, l’unico insediamento incastellato nella zona. Il territorio, fatta eccezione per il Borgo di San Genesio e la sua pieve prestigiosa, era caratterizzato da una forma di insediamento di tipo “sparso”, privo di poli dotati di grande attrattiva.
In particolare, i beni descritti in questo atto, afferivano all’antica chiesa di Santa Maria del Corso, situata fuori dalla porta di San Donato a Lucca (S. Marie, sita foras civitate ista lucense prope porta S. Donati). Annesso alla chiesa di Santa Maria esisteva un monastero femminile, che dal 1284 passò all'Ordine dei Carmelitani, prima di essere distrutto dai pisani nel 1341. In particolare si fa riferimento ad una “casa” situata in località Novas, dunque la stessa unità che fu oggetto di un altro atto nell’anno 867, che rappresenta la prima attestazione documentaria della Pieve di San Saturnino di Fabbrica. Nell’atto dell’867 compare la Badessa Hiudiperga, mentre in questo documento del 904 troviamo il Vescovo di Lucca Pietro a gestire il patrimonio della chiesa di Santa Maria, la cui potestà era affida al presule lucchese (qui est de subpotestatem ipsius Epis. vestro S. Martini) che aveva estromesso la famiglia fondatrice attraverso un placito dell’897 [P. Tomei, «Locus est famosus». Come nacque San Miniato al Tedesco (secoli VIII-XII), Edizioni ETS, Pisa, 2018, pp. 37-38]

I protagonisti. I soggetti protagonisti di questo documento sono il Vescovo di Lucca Pietro – impegnato a gestire gli innumerevoli interessi patrimoniali ecclesiastici – l’Arciprete Ursiberto figlio del fu Leutari e il presbitero Domenico figlio del fu Ildimari, che ottennero i beni “a livello”. Purtroppo, allo stato attuale degli studi non è possibile sapere di più circa Ursiberto, qualificato come arcipresbitero ed evidentemente era un prelato molto importante (arcipresbitero di quale chiesa?). Sarebbe interessate conoscere quale fosse il legame col Vescovo: vi erano legami di parentela fra loro? Appartenevano ad una medesima consorteria?
Di certo sappiamo che il prete Domenico nell’anno 907 diventerà il rettore della Pieve di San Saturnino in Fabbrica, ovvero il “pievano” [D. Bertini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte II, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1836, Appendice, doc. LVIII, pp. 76-77]. Secondo Paolo Tomei, invece, l’arciprete Ursiberto poteva essere il predecessore di Domenico, ovvero il pievano di San Saturnino al tempo della stesura dell’atto, anche se non ci sono attestazioni precise al riguardo [P. Tomei, «Locus est famosus». Come nacque San Miniato al Tedesco (secoli VIII-XII), Edizioni ETS, Pisa, 2018, p. 38].

Il tipo di atto. Tecnicamente non si tratta propriamente di una Cartula Livelli, ovvero un antico contratto, antesignano dell’odierno contratto di affitto, poiché i due protagonisti – l’arciprete Ursiberto e il presbitero Domenico – si limitarono a dichiarare di aver ricevuto a livello dal Vescovo Pietro i beni. In ogni caso siamo di fronte ad una cessione a livello: i due sacerdoti ricevono i beni dal vescovo e tale cessione avrà valore tanto per gli eredi dei due presbiteri, quanto per i successori del presule. I beni vengono ceduti dietro un compenso annuo fissato nella misura di sessanta “buoni” denari d’argento, da corrispondere nel mese di ottobre presso l’episcopio della città di Lucca (per sing. annos reddere debeamus hic civitate Luca ad suprascripto domum Epis. vestro S. Martini per omnem mense octubris, per nos aut per misso nostro, vobis bel ad ministerialem illum, quasi bi pro tempore abueritis, vel ad misso vestro, argen den. bon. expend. num. sexaginta tantum).

I beni e il territorio sanminiatese. Nell’atto vengono descritti sinteticamente i beni oggetto del contratto di livello, che si trovano nel territorio del Comune di San Miniato ed in particolare nella bassa valdegola, in un’area compresa fra Cigoli, Ponte a Egola e Stibbio. La “casa” era situata in località Novas ed era tenuta da un certo Bertulo. In realtà non si trattava di una mera abitazione, bensì di un complesso patrimoniale, ovvero di un’unità produttiva agricola che era costituita anche da vari appezzamenti di terreno e di varie pertinenze, anche se non viene utilizzato il termine di “curtis” (Fundamento ipso cum curte orto terris vinesi olivetis silvis virgareis pratis pascuis, cultis rebus vel incultis, omnia quantum unicumque ad ipso fundamento est pertinentes). Le pertinenze fondiarie erano sparse fra località Nova e l’insediamento di Fabbrica, dove era situata la pieve di San Saturnino, presso l’odierno Molino d’Egola, e comprendevano un’area boscata in località Plagia, situata nella zona meridionale di Ponte a Egola, zona Piaggia-La Canonica, probabilmente presso l’odierna località Farneta (tam in suprascripto loco et finibus Nova, quam et in loco et finibus Fabrica et a silva utque Plagia). La località Novas o Nova era situata lungo il crinale collinare che collega Cigoli con San Miniato, dove alcuni secoli più tardi verrà attestata la chiesa dei SS. Martino e Lorenzo de Villanova (presso l’attuale casa colonica denominata San Lorenzo).

  
Indicazione geografica delle località rammentate nel documento
Base cartografica Carta Tecnica Regionale (CTR)  Regione Toscana
Tratta da Geoscopio – Regione Toscana

domenica 11 novembre 2018

ADDSM - 902, 18 LUGLIO - LA PRIMA ATTESTAZIONE DELLA CHIESA DI SAN MINIATO

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ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
902, 18 luglio, Prima attestazione della chiesa di San Miniato

SPOGLIO «Pietro Vescovo concede a livello per anni 29 a Ghiselfridi notaro e scabino una casa e beni della Chiesa di S. Maria a Monte, posta presso la Chiesa di S. Miniato e la pieve di S. Ginese, nell’anno sudd. 902».

La porzione orientale di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il documento originale è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, †† F.42.

Trascrizione del testo contenuto in:
D. Barsocchini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, doc. MLXI, p. 15.

+ In Dei nom. Regnante dn. nostro Hludowicus ec. anno ec. secundo, 15 kal. augusti, indit. quinta. Manifestum sum ego Ghiselfridi not. et scab. filio b.m. Ruffridi, quia Petrus gratia Dei ec. per cartula lvell. nom. ec. dedisti mihi, idest casa et res illa in loco ubi dicitur Castellione prope Eccl. S. Miniati et prope plebem S. Genesi, in qua abitantes gui qd. Jordannis, et modo abitare videtur filio ipsius Jordanni: casa et res ipsa pertinentes Eccl. beate S. Marie sita loco et finibus ubi dicitur a Monte, et Beati S. Ipoliti qui sunt de suppotestate Epis. vestro S. Martini: casa vero ipsa cum fundamento et omne edificio suo, seo curte ec. cultus rebus vel incultis, omnia ec. ubique ad suprascripta casa est pertinentes in integrum.
Tali ordinem ut ab ac die usque in anos viginti et nove expleti proximi venturi, in mea vel de meis hered. vel de illus persona hominum, cui nos eas livell. nom. dederimus, vela abere ec. sint potestatem eas abendi ec….. Nisi tantum pro omni censum ec. ad pars jam dicte Eccl. S. Marie per nos ec. vobis vel ad ministeriale illo, quas in ipsa Eccl. S. Marie pro tempore fuerit, argen. den. bon. expend. numero viginti quattuor tantum q.s. Ghiselfridi not. et scab. Quam hered. Meis, vel illas personas hominum cui nos suprascripta casa et res dederimus. Et si a nos vobis ec. spondeo ego qui supra ec. cum illa persona hominum cui nos ec. comp. tibi. q.s. Petrus Epis. vel ec. penam argen. Solidos quinquaginta, quia ec. et duas ec. Leo not. scribere ec. Actum Luca.

+ Ego Ghiselfridi not. et scab. qui ec.
+ Ego Cunimundo rogatus ec.
+ Ego Millo rogatus ec.
+ Ego Himalfridi rogatus ec.
+ Ego Johannes rogatus ec.
+ Ego Himalfridi rogatus ec.
+ Ego Vito rogatus ec.
+ Ego Leo not. post traditam ec.


COMMENTO (a cura di Francesco Fiumalbi)

Il documento rappresenta la prima attestazione documentaria della chiesa di San Miniato. Abbiamo visto, infatti, che il documento dell’anno 783 si riferisce ad una chiesa omonima, ma situata entro le sei miglia di Lucca.
In ogni caso sappiamo che la chiesa di San Miniato non era in una posizione isolata, poiché due anni più tardi, nell’anno 904, è documentato per la prima volta il castello di San Miniato. Non sappiamo se sia nata prima la chiesa o il castello, o se debbano inquadrarsi in un medesimo processo insediativo di cui al momento si ignorano i contorni. Non vi sono altre attestazioni e allo stato attuale degli studi non è possibile saperne di più.

La “casa” oggetto dell’atto era pertinente alla chiesa di Santa Maria a Monte, a cui era pervenuta per mezzo della cartula offersionis del 30 giugno 861, dal dignitario lucchese Eriprando di Ildebrando della casata degli Aldobrandeschi. Che si tratti della medesima “casa” è acclarato dal fatto che viene rammentato lo stesso conduttore, un tale di nome Giordano (Jordanni), che poi aveva trasmesso al figlio i suoi diritti di utilizzo. Infine, è significativo che la “casa” sia indicata in località Castiglione, “presso” la chiesa di San Miniato e “presso” la pieve di San Genesio. Ricordiamo che Castiglione era una località situata lungo il crinale fra San Miniato e Calenzano, all'altezza dell’incrocio per Scacciapuce. Qui nei secoli successivi verrà edificata una chiesa dedicata a San Martino e diventerà una “canonica” (XII secolo), ovvero la sede di una comunità religiosa, costituita da membri del clero secolare dediti alla vita comunitaria normata da un apposito canone. Da questa comunità trarrà origine il convento degli Agostiniani, sorto all’interno del centro urbano di San Miniato presso la chiesa di Santa Caterina (XIII secolo). Al momento in cui gli Agostiniani lasciarono l’antica residenza per la nuova sede urbana, a Castiglione di insedierà una nuova comunità religiosa femminile, ancora agostiniana, che darà vita al Monastero di Santa Monaca di Firenze (XV secolo).

Da questo documento, una cartula livelli, è chiaro che l’oggetto non sia solamente una “casa”, cioè una abitazione in senso stretto, bensì un’unità produttiva, una sorta di “curtis” (seo curtis, come viene indicato nel documento). Questa era costituita sì da una casa cum fundamento, ma anche da varie pertinenze, da terreni coltivati e da incolti. Il fatto che nel documento sia specificato che l’abitazione fosse cum fundamento è significativo del fatto che l’insediamento fosse “stabile” e “ben fondato” e che non avesse caratteri di provvisorietà ed estemporaneità. Inoltre, l’unità produttiva doveva avere una certa consistenza, tale da consentire al nuovo livellario, Ghiselfrido figlio del fu Roffredo, di pagare un censo annuo fissato nella misura di 24 “buoni” denari d’argento.

E’ interessante notare come Ghiselfrido sia indicato come “notaio” e “scabino”, ovvero un esperto di diritto legislativo ed era il fratello del Vescovo di Lucca Pietro! Nello stesso anno 902, ritroviamo il medesimo Ghiselfrido coivolto nel tribunale indetto dal Vescovo di Lucca Pietro che condannò il presbitero Ghisperto a rilasciare il possesso della chiesa di San Gervasio (Palaia), da lui detenuta illegalmente.

Infine il documento rivela, ancora una volta, come il territorio sanminiatese fosse direttamente sotto l’influenza dei dignitari laici ed ecclesiastici lucchesi. La medesima “casa” di Castiglione, da essere di pertinenza del vassus domini imperatoris – vassallo dell’Imperatore – Eriprando, passò alla chiesa di Santa Maria a Monte che a sua volta era pertinente all'episcopio lucchese. Quindi, nel giro di qualche decennio, la “casa” torna di nuovo nella disponibilità di un altro dignitario lucchese, Ghiselfrido notaio e scabino, sebbene tramite la forma contrattuale del “livello”, fratello del Vescovo di Lucca [P. Tomei, «Locus est famosus». Come nacque San Miniato al Tedesco (secoli VIII-XII), Edizioni ETS, Pisa, 2018, pp. 39-40].


La porzione orientale di San Miniato
con l'indicazione di Castiglione
Foto di Francesco Fiumalbi

ADDSM - 861, 30 GIUGNO - LA PRIMA ATTESTAZIONE DI CASTIGLIONE

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ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
861, 30 giugno, Prima attestazione di Castiglione

SPOGLIO «Eriprando figlio di Ildiprando offre alla Chiesa di S. Marta a Monte, per l’anima di un tal Gumperto, alcuni beni in Castiglione, nell’anno sudd. 861».


La porzione orientale di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il documento originale è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, † O.27.

Trascrizione del testo contenuto in:
D. Barsocchini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte II, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1837, doc. DCCLIV, p. 453.

+ In Dei nom. Regnante dn. nostro Hludowico ec. Anno ec. Duodecimo, pridie kal. Julias, indit. nona. Manifestum est mihi Heriprando filio b.m. Hildiprandi, quia per hanc cartulam pro Dei timore, et redentione anime qd. Gumperti, offero Deo et Eccl. cui vocabulum est S. Maria, sita loco que dicitur Amonte, idest casa, et res illa in loco Castilione finibus plebem S. [Genesii] qui fuit ipsius qd. Gumperti, et nunc regitur per Jordanni, et mihi inter aliis rebus ex comparationem obvenit da prefato quidam Gumperto; casa vero ipsa nominative predicto loco Castilione, una cum omnibus rebus, cultas, ec. quantum ad ispa casa est pertinentes in integrum, prefate Ecc. S. Marie offero in prefinito nominate. Quatenus a presenti die pro remedium hisdem quidem Gumperti, in ipsius Eccl. sint et permanent potestatem, pro luminaria ibidem faciendi jure perpetuum in prefinito nomine, quatenus ipsius quidam Gumperti proficiant ad modellam et salutem anime ejus. Et neque ad me neque ab heredibus meis hac cartula aliquando possimus disrumpi, sed modernis, et futuris temporibus, pro remedium anime ipsius quidam Gumperti stabilem et in suo roborem persistant: quia in omnibus sic complacui animo meo, et ita in ordine Rachifonsum not. scribere rogavi.
Actum Luca.
+ Ego Eriprandus in ac cartula ec.
+ Ego Teufridi scabinus subs.
+ Ego Fraimannus not. rogatus ec
+ Ego Atrualdus rogatus ec
+ Ego Richardo rogatus ec
+ Ego Rachifonsus not. post tradit. Ec.
COMMENTO (a cura di Francesco Fiumalbi)
Il documento rappresenta la prima attestazione documentaria di una “casa” – dunque di un insediamento abitato – a Castiglione, una località situata lungo il crinale fra San Miniato e Calenzano, all’altezza dell’incrocio per Scacciapuce. La "casa" aveva alcune pertinenze, indicate genericamente come "res", ed era tenuta da un tale di nome Giordano (Jordanni).
Qui nei secoli successivi verrà edificata una chiesa dedicata a San Martino e diventerà una “canonica” (XII secolo), ovvero la sede di una comunità religiosa, costituita da membri del clero secolare dediti alla vita comunitaria normata da un apposito canone. Da questa comunità trarrà origine il convento degli Agostiniani, sorto all’interno del centro urbano di San Miniato presso la chiesa di Santa Caterina (XIII secolo). Al momento in cui gli Agostiniani lasciarono l’antica residenza per la nuova sede urbana, a Castiglione di insedierà una nuova comunità religiosa femminile, ancora agostiniana, che darà vita al Monastero di Santa Monaca di Firenze (XV secolo).

Si tratta di una cosiddetta Cartula Offertionis in cui Eriprando, figlio di Ildebrando, offrì alla chiesa di Santa Maria a Monte una abitazione di sua pertinenza, situata in località Castilione nel piviere di San Genesio. La casa e le sue res (le sue pertinenzialità) erano appartenute ad un tale di nome Gumperto, ormai deceduto, che le aveva cedute a Eriprando con tempi e modi rimasti sconosciuti. La cessione di Eriprando alla chiesa di Santa Maria a Monte, sembra dettata apparentemente da motivi spirituali (pro remedio anime). Tuttavia, considerando il lignaggio del protagonista e il fatto che Santa Maria a Monte, a partire da quel momento, diventerà uno dei poli più importanti del dominio signorile dell’episcopio lucchese, è probabile che la donazione celasse ben altre motivazioni e aspirazioni politiche. Infatti, il Vescovo di Lucca Geremia era il figlio di Eriprando, il cui ministero episcopale durò 15 anni, dall'852 all'867. 
Chi era Eriprando? Il protagonista dell’atto è una figura molto importante: era un “vassallo” imperiale (vassus domini imperatoris) lucchese, vissuto al tempo dell’Imperatore Lotario e del suo successore Ludovico II detto “Il Giovane”. E’ considerato una delle figure più importanti della casata degli Aldobrandeschi, colui che gettò le basi del potere della famiglia comitale per i successivi due secoli e mezzo. Fu il primo ad essere indicato come “missi partibus Tuscie” (il rappresentante della Corona in Toscana, praticamente facente le funzioni di “marchese”).
Quella della Cartula Offertionis fu una delle ultime iniziative di Eriprando, poiché morì poco dopo. A trarne beneficio fu senz’altro il figlio Geremia. L'altro figlio Ildebrando II proseguì l’ascesa sociale del padre, essendo il primo della famiglia a vantare il titolo di comites, “conte”.  [in proposito S. M. Collavini, «Honorabilis Domus et spetiosissimus comitatus». Gli Aldrobrandeschi da “Conti” a “Principi territoriali” (secoli IX-XIII), Edizioni ETS, Pisa, 1998, pp. 38-51; si veda inoltre P. Tomei, «Locus est famosus». Come nacque San Miniato al Tedesco (secoli VIII-XII), Edizioni ETS, Pisa, 2018, p. 39].
La medesima abitazione documentata in questo atto, sarà oggetto di un altro documento dell'anno 902 da cui risulta la prima attestazione assoluta della chiesa di San Miniato [Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, †† F.42; ed. D. Barsocchini, Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, n. MLXI, p. 15].

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La porzione orientale di San Miniato
con l'indicazione di Castiglione
Foto di Francesco Fiumalbi


martedì 6 novembre 2018

[VIDEO] PIER DELLA VIGNA – CONFERENZA DEL PROF. EDOARDO D’ANGELO - SAN MINIATO 3 NOVEMBRE 2018

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Nel pomeriggio di sabato 3 novembre 2018, presso la sede dell'Accademia degli Euteleti di San Miniato, si è tenuta una interessante conferenza dal titolo: "... per le nove radici d'esto legno": Pier della Vigna, il genio, il traditore. La conferenza è stata tenuta dal Prof. Edoardo D’Angelo dell’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, curatore del volume L’epistolario di Pier della Vigna (Rubbettino, 2014).

Un momento della conferenza
Foto di Luca Macchi

È stata l’occasione per parlare anche della morte di Pier della Vigna (non Pier delle Vigne, come si è ritenuto fino a pochi anni fa…) che avvenne, con ogni probabilità, proprio a San Miniato. Numerose domande ed interventi da parte del pubblico presente.
Di seguito il video della conferenza:

"... per le nove radici d'esto legno":
Pier della Vigna, il genio, il traditore
Video di Francesco Fiumalbi



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