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sabato 15 aprile 2023

QUANTI ANNI HA LA ROCCA DI SAN MINIATO?


di Francesco Fiumalbi
 
La recente iniziativa promossa dal Comune di San Miniato per “celebrare” gli 800 anni della Rocca, mi ha offerto lo spunto per questo post. Quanti anni ha veramente la rocca di San Miniato? 800 come è stato detto? La domanda è semplice ma la risposta è abbastanza complessa.
 
Innanzitutto va detto che a San Miniato facciamo largo uso di una sineddoche, quella figura retorica per la quale si prende il tutto per una parte oppure una parte per il tutto. Infatti per “rocca” si deve intendere una fortificazione d’altura, un complesso militare difensivo costituito da varie strutture ed edifici, fra cui mura, torri, fossati, etc… per cui, in virtù della sineddoche, quando a San Miniato diciamo “rocca” molto spesso intendiamo la “torre”.

La Torre della Rocca di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Se consideriamo la definizione di “rocca” come fortificazione militare d’altura, allora, la prima attestazione di un castello sulla cima del colle sanminiatese risale all’anno 904. Il documento riguarda il monastero lucchese di San Ponziano e contiene la “dotazione” patrimoniale dello stesso cenobio, tra cui la curiam di Faognana, indicata nel territorio giurisdizionale della pieve di San Genesio, prope castrum Sancti Miniatis (01).
 
Quindi se facciamo riferimento a questo, la prima struttura difensiva sanminiatese avrebbe almeno 1119 anni! Dico almeno, perché la prima attestazione è del 904, ma vuol dire che il castello è stato costruito precedentemente. Tuttavia non conosciamo l’anno esatto.
 
Se poi per “rocca” intendiamo quella organizzata nell’ambito dell’amministrazione imperiale, allora arriviamo ad un periodo compreso fra il 1160-63 e il 1174.
 
Fra il 1160 e il 1163, infatti, a San Miniato viene insediato il primo vicario imperiale, con il passaggio dal sistema marchionale a quello vicariale promosso dall’Imperatore Federico I di Svevia “Barbarossa”. In proposito si veda il post: L’ARRIVO DELL’AMMINISTRAZIONE IMPERIALE A SAN MINIATO .
 
Al 1172, invece, risale il giuramento dei sanminiatesi con i fiorentini ed i pisani, i quali si proponevano di recuperare il controllo sul centro sanminiatese anche sine superiori incastellatura, ovvero anche senza la fortificazione d’altura (02). In proposito si veda il post: IL GIURAMENTO DEI SANMINIATESI E LA NASCITA DEL COMUNE .
 
Nel 1172 scoppiò la guerra contro Pisa, Firenze e San Miniato, da parte di Genova, Lucca e Siena assieme al cancelliere imperiale Cristiano di Buch, arcivescovo di Magonza, che portò alla distruzione di San Miniato, come concordano varie fonti (su tutti Bernardo Maragone). Nel 1174 invece i sanminiatesi sconfitti poterono rientrare a San Miniato, trovando una situazione ormai normalizzata. Ovvero l’abitato che un tempo si trovava attorno alla fortificazione d’apice, e che era stato distrutto con la guerra, fu ricostruito a distanza di sicurezza, lungo la strada di crinale del colle sanminiatese. In questo modo si creò un’ampia zona, corrispondente effettivamente con il complesso difensivo di epoca imperiale. Inoltre, è davvero significativo la circostanza secondo la quale, quattro anni più tardi, il 20 gennaio 1178 l’Imperatore Federico “Barbarossa” si trovasse a San Miniato, dove rilasciò un diploma all’Abbazia di San Salvatore ad Isola nell’odierno Comune di Monteriggioni (SI). L’atto fu registrato im palacio apud castrum sancti Miniatis, quindi all’interno del “palazzo” presso il castello di San Miniato, quindi l’amministrazione imperiale aveva provveduto ad organizzare la rocca. (03).
 
Come osservato da Emilia Marcori, entro la rocca va situato poi l’edificio atto ad ospirtare i funzionari imperiali e la guarnigione di presidio, descritto nelle relazioni cinquecentesche come un palazzo in grave stato di decadenza (04).
 
Quindi se facciamo riferimento a questa seconda fase della fortificazione, la rocca avrebbe all’incirca 850-860 anni, anno più, anno meno.
 
Ma allora perché sono stati celebrati gli 800 anni della rocca?
 
La cosa nasce da una notizia che non ha una fonte diplomatica, bensì narrativa. Si tratta della Cronica di Giovanni Villani, vissuto nella Firenze della prima metà del ‘300. Egli scrive la storia del suo tempo e dei tempi più antichi, a partire dalla fondazione della città di Firenze. Per gli eventi di cui è testimone diretto è considerato una fonte abbastanza attendibile, mentre è considerato attendibile solo parzialmente per tutte quelle informazioni più antiche, e sempre meno attendibile man mano che si allontanano dal periodo in cui egli visse. L’episodio in questione risale al 1220, quindi alcuni decenni prima della sua nascita e della compilazione della sua cronica, che inizia nel 1300 e porta avanti fino alla morte nel 1348.
 
In particolare Villani scrisse «Negli anni di Cristo MCCXX, il dì di santa Cecilia di novembre, fue coronato e consecrato a Roma a imperadore Federigo secondo re di Cicilia, figliuolo che fu dello ’mperadore Arrigo di Svevia […] Questo Federigo regnò XXX anni imperadore, e fue uomo di grande affare e di gran valore, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte cose; […] E più altre notabili cose fece fare: il castello di Prato, e la rocca di Samminiato, e molte altre cose, come innanzi faremo menzione.» (05)
 
Anche altri autori, contemporanei del Villani, riportano la medesima notizia, più o meno con gli stessi termini, come nel caso di Ricordano Malispini. Tuttavia questi autori, tutti fiorentini, sono debitori del testo di Giovanni Villani. I cronisti lucchesi, pisani, senesi, pistoiesi o di altri centri, non riportano questa notizia. E questo in qualche modo ci dovrebbe far suonare un campanellino. Si noti poi che si parla genericamente di rocca, del complesso fortificato d’altura, senza mai parlare di una torre. D’altra parte il binomio rocca e torre non è affatto scontato: esistono rocche senza torri, ma anche torri senza rocca.
 
In ogni caso, nel 1223, l’accordo commerciale fra il Comune di San Miniato e quello di San Gimignano, venne stipulato in cassaro sancti Miniatis ante ecclesiam beati Michaelis, ovvero nel cassero della rocca, davanti alla chiesa di San Michele Arcangelo (06). Anche in questo caso si parla della fortificazione genericamente, senza documentare la presenza di una torre.
 
A partire dalla fonte narrativa di Giovanni Villani e considerando il termine “cassaro”, attestato per la prima volta nel 1223 in luogo di altri termini come castello o incastellatura, Maria Laura Cristiani Testi, ha proposto di inquadrare fra il 1220 e il 1223 il periodo in cui Federico II avrebbe promosso un considerevole intervento edilizio che avrebbe portato la fortificazione sanminiatese, ovvero la rocca, completa anche della torre, nella sua configurazione definitiva (07). Tuttavia non ci sono attestazioni documentarie certe, ma labili informazioni (provenienti solo da un autore e dai suoi seguaci) e ragionamenti più o meno sofisticati. Come detto esistono anche rocche senza torri.
 
E la faccenda non finisce qua. Se volessimo essere pignoli e trovare la prima attestazione documentaria relativa alla torre (indicata modernamente come Torre di Federico II) dobbiamo arrivare al XIV secolo…. Quindi, addirittura, allo stato attuale degli studi e delle informazioni documentarie disponibili, potrebbe anche darsi che Federico II con la torre non c’entri nulla!
 
Nel 1258, fra la morte di Federico II (1250) e la battaglia di Montaperti (1260), si ha notizia di come i lucchesi avessero la custodia, pagata a loro spese, della rocca di San Miniato (08). Ancora una volta si parla di rocca ma non della torre.
 
Nel Diario di Giovanni di Lemmo da Comugnori, che copre un arco temporale fra il 1299 e il 1319, ancora una volta non si parla mai di torre della rocca, bensì di fortiam Comunis, ovvero di fortezza comunale, del comune di San Miniato. (09).
 
Negli Statuti del 1337 si parla della campana rocche da suonare per radunare il Consiglio del Popolo nel nuovo palazzo comunale (domo nova leonis) (10). Negli stessi Statuti si dice anche di quando, in caso di incendio, i custodi della rocca debbano pulsare campanellam minorem que est super arce (11). Si potrebbe ammettere che un tale apparato campanario, costituito da una campana più grande ed una più piccola, non possa che avere come naturale collocazione la cella campanaria in cima ad una torre. In realtà esistono anche altri sistemi, come i cosiddetti campanili a vela. Tuttavia, in tutti gli Statuti del 1337, non è mai, e sottolineo mai, citata la torre della rocca. E’ invece attestata la turrim vel palatium populi – la torre o palazzo del Capitano del Popolo, con relativa campana, che corrisponde alla porzione occidentale dell’attuale palazzo vescovile (12).
 
Infine, la prima attestazione documentaria certa della presenza della torre è contenuta nella riforma degli Statuti del 1354, in cui si parla della custodia della rocca e della relativa turris roche, che per tre anni veniva affidata ad una guarnigione fiorentina (13).
 
Va detto, poi, che molti studiosi, negli anni, hanno osservato numerose assonanze formali fra la torre della rocca di San Miniato e la cosiddetta torre di Arnolfo, che campeggia sopra Palazzo Vecchio a Firenze e che fu costruita intorno al 1310. In almeno un paio di occasioni ho sentito dire che la torre sanminiatese avrebbe fatto da modello a quella fiorentina. Ora, considerando che la prima attestazione documentaria della torre di San Miniato è del 1354, potrebbe anche darsi che la situazione sia opposta: le forme della struttura sanminiatese potrebbero dipendere da quelle della torre fiorentina. Chi può escluderlo?
 
Infine, nei documenti trecenteschi, a partire proprio dagli atti di riforma degli Statuti datati 1354, si parla sempre di “torre della rocca” o “torre del castello”. Per trovare la torre associata all’imperatore Federico II si dovrà attendere la produzione storiografica della seconda metà del XIX secolo (prima Lami, Fontani e Repetti non accostano Federico II alla costruzione della rocca). È curioso osservare come si evolve la storia attraverso gli autori ottocenteschi… si passa dalle parole del proposto Giuseppe Conti, che parla della chiesa di San Michele dentro la fortezza (come dice il documento del 1223), alle parole più decise ma anche al punto interrogativo di Giuseppe Rondoni, fino alle certezze di Giuseppe Piombanti, ma ancor di più del Can. Francesco Maria Galli Angelini, per il quale la rocca e quindi anche la torre fu costruita per volontà di Federico II. Una circostanza che non è mai stata messa in discussione, ma, come abbiamo visto, priva di adeguati riscontri documentari.
 
Così il Conti nel 1863:
«1218. Corrado Spirense vicario di Federigo II (Tommasi, Storia di Siena) risiedeva in Sanminiato (Boninc. Hist. Sic. P.2) munisce a guisa di fortezza la chiesa di S. Michele. Ricordano Malaspina, Villani e Buoninc. All’anno 1226. Federigo II nel mese di Luglio di detto anno trovavasi in Sanminiate, come apparisce da un privilegio conceduto alla chiesa di S. Salvatore di Fucecchio, Datum apud S. Miniatum, e pubblicato dal Soldani nella storia di Passignano(14)
 
Così il Rondoni nel 1876:
«Corrado [di Spira] suo prefetto [di Federico II] innanzi di passare nell’Umbria, aveva munita a guisa di fortezza la chiesa di S. Michele posta sulla cima del poggio di S. Miniato, e vi faceva innalzare una rocca (1236?) che rimane anche oggi, benché quasi in rovina, e donde lo sguardo corre su mezza Toscana(15)
 
Così il Piombanti nel 1894:
«Concedeva [Federico II] quindi al nostro comune la terza parte delle alluvioni dell'Arno nel territorio samminiatese; ordinava vi risiedesse stabilmente il giudice degli appelli per la Toscana tutta; faceva circondare a guisa di fortezza, sulla cima del poggio, la chiesa di S. Michele, sopra edificandovi l'eccelsa rocca, d'onde tu puoi vedere mezza la Toscana.» (16).
 
Così il Galli Angelini nel 1928:
«Sulla vetta del colle Federico II fece costruire nel 1218 da Corrado da Spira la celebre rocca [intesa come torre per sineddoche), oggi monumento nazionale.» (17).
 
Quindi, per concludere, cosa rispondere alla domanda:
quanti anni ha la rocca di San Miniato?
 
Io personalmente risponderei:
bella domanda! Ma non ho una risposta certa!
Sicuramente c’era un castello nel 904, che diventa sede dell’amministrazione imperiale fra il 1160 e il 1163, strutturato e organizzato entro il 1174, al tempo di Federico Barbarossa. Il nipote Federico II non si sa bene cosa abbia fatto costruire, forse anche niente. Di sicuro la storia va fatta con i documenti, non con le chiacchiere o con le speculazioni storiografiche. E se si bada ai documenti la rocca (intesa come fortificazione d’altura) è sicuramente precedente al 1223. Mentre la torre (chiamata come rocca per sineddoche) è attestata per la prima volta nel 1354!
 
Quale data scegliereste?
 
NOTE E RIFERIMENTI
(01) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, San Ponziano, 904; ed. Memorie e documenti per servire all’Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, a cura di D. Barsocchini, Lucca, 1841, n. MLXXXV, p. 29.
(02) Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, San Miniato, n. 1, 1172, maggio 5; ed. Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, a cura di P. Santini, Documenti di Storia Italia, tomo X, Firenze, 1895, pp. 363-364.
(03) Archivio di Stato di Siena, Diplomatico, S. Eugenio di Siena, 1178 gennaio 20; ed. T. von Sickel, Friderici I. Diplomata inde ab a. MCKXVIII ad a. MCLXXX., Monumenta Germaniae Historica, Diplomata regum et imperatorum Germaniae, Tomo X, Parte III, Hannoverae, 1985, n. 726, pp. 263-264.
(04) E. Marcori, Difesa da Santi, leoni e un Crocifisso. Appunti sull’origine civile e militare di San Miniato al Tedesco, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 78, San Miniato, 2011, p. 163.
(05) Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani secondo le migliori stampe e corredate di note filologiche e storiche, Vol. I, Trieste, 1857, pp. 75-76.
(06) Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Comune di San Gimignano, 15 gennaio 1223; ed. J. Ficker, Forschungen zur reichs und rechtsgeschichte Italiens, Innsbruck, 1874, n. 304, pp. 338-339.
(07) M. L. Cristiani Testi, San Miniato al Tedesco. Saggio di Storia Urbanistica e Architettonica (Firenze, 1967, pp. 58-67.
(08) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, Archivio di Stato, Tarpea, 1258 febbraio 26.
(09) Ser Giovanni di Lemmo da Comugnori, Diario (1299-1319), a cura di V. Mazzoni, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2008, c. 36v, p. 48.
(10) Archivio Storico del Comune di San Miniato, Fondo Comune di San Miniato, Atti Vari, Statuti, n. 2247, Libro IV, rubrica <13>, c. 116v; ed. Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco, a cura di F. Salvestrini, Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, Comune di San Miniato, Edizioni ETS, p. 295.
(11) Archivio Storico del Comune di San Miniato, Fondo Comune di San Miniato, Atti Vari, Statuti, n. 2247, Libro V, rubrica 42 <43>, c. 198r; ed. Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco, a cura di F. Salvestrini, Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, Comune di San Miniato, Edizioni ETS, p. 443.
(12) Archivio Storico del Comune di San Miniato, Fondo Comune di San Miniato, Atti Vari, Statuti, n. 2247, Libro IV, rubrica 48 <51>, c. 139r; ed. Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco, a cura di F. Salvestrini, Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, Comune di San Miniato, Edizioni ETS, p. 337.
(13) Archivio di Stato di Firenze, Statuti delle comunità autonome e soggette, n. 734, Statuti di S. Miniato, Riforme di S. Miniato dall’Anno 1354 al 1496, c. 8v; ed. Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco, a cura di F. Salvestrini, Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, Comune di San Miniato, Edizioni ETS, Appendice II, p. 482.
(14) G. Conti, Storia della venerabile immagine e dell'Oratorio del SS. Crocifisso detto di Castelvecchio nella città di Sanminiato, M. Cellini, Firenze, 1863, p. 86.
(15) G. Rondoni, Memorie storiche di S. Miniato al Tedesco con documenti inediti e le notizie degl’illustri samminiatesi, Tip. Massimo Ristori, San Miniato, 1876, p. 47.
(16) G. Piombanti, Guida della Città di San Miniato al Tedesco. Con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 20.
(17) F. M. Galli Angelini, San Miniato. La sveva città del Valdarno, Le Cento Città d’Italia, fasc. 86, Casa Editrice Sonzogno, Bergamo, 1928, p. 3.
 
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sabato 30 luglio 2016

SAN MINIATO IN “TRAVELS IN ITALY, GREECE AND THE IONIAN ISLANDS” DI H. W. WILLIAMS - 1820

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
In questo post è proposta la trascrizione di un breve testo dedicato a San Miniato, redatto da un viaggiatore d'eccezione: il pittore inglese Hugh William Williams (1773-1829). Stabilitosi in Scozia, nel 1816 intraprese un vero e proprio “Grand Tour” attraverso l'Europa Mediterranea, che lo portò a visitare l'Italia e la Grecia, e che lo tenne lontano dall'isola britannica fino al 1818. Durante le fasi iniziali della sua “esplorazione”, nell'estate del 1816 mentre si trovava in viaggio tra Firenze e Livorno, lo sguardo di H. W. Williams fu catturato dal profilo della collina sanminiatese e dall'inconfondibile sagoma della Rocca.
Da questo suo viaggio attraverso l'Italia e la Grecia ricavò il materiale per dare alle stampe la pubblicazione H. W. Williams, Travels in Italy, Greece, and the Ionian Islands in a series of letters, descriptive manners, scenery, and the fine arts, 2 Voll. Edimburgo, 1820, da cui è tratto il testo proposto più avanti.

Fra il 1827 e il 1829 pubblicò una raccolta di incisioni, ricavate dai suoi quadri, denominata Select Views of Greece. Molte sue opere furono acquistate dalla National Gallery of Scotland e dal South Kensington Museum. Altre, invece, entrarono a far parte del Museo Benaki di Atene.
Williams era un abilissimo ed efficace disegnatore di paesaggi, attento alle testimonianze del passato ed in particolare alle rovine dell'antichità. Divenne particolarmente famoso grazie ai suoi “panorami” della Grecia, puntellati dai ruderi monumentali dell'antica civiltà classica. Questa sua produzione artistica affascinò enormemente il pubblico britannico, tanto da conquistarsi il soprannome di Grecian Williams, ovvero “Williams Il Greco”.

Part of Misitra. The Ancient Sparta
Incisione di W. Miller su disegno di H. W. Williams
in H. W. Williams, Select Views of Greece with classical illustration,
vol. II, Londra, Edimburgo, 1829

SAN MINIATO CON GLI OCCHI DI “WILLIAMS IL GRECO”
Nel breve testo dedicato a San Miniato si nota subito lo sguardo, il punto di vista, proprio di un osservatore attento e sensibile. Durante la tappa che lo condusse da Firenze a Livorno, non poté fare a meno di apprezzare il panorama del Valdarno Inferiore: i vasti vigneti e le ampie coltivazioni di mais (indian corn). Nota l'evolvere del corso dell'Arno: da un piccolo corso d'acqua ad un fiume più profondo e ondeggiante. E poi il paesaggio collinare, puntellato di castelli e di palazzi, ma anche di boschi ombrosi che solleticarono la fantasia del viaggiatore.

E' evidente come l'animo di Williams fosse pervaso da uno spirito “romantico”, attento agli stimoli proposti dall'ambiente circostante, alla continua ricerca dell'insolito, dell'antico, dell'onirico e del fantastico. Uno spirito comunissimo ai viaggiatori Britannici e dell'Europa continentale, così affascinati dall'Italia e dalla Grecia, dalla bellezza dei panorami, dai colori e dalle testimonianze del glorioso passato.

In questo panorama curioso e stimolante, a metà via tra Firenze e Livorno, ecco manifestarsi la “Torre di San Miniato”. Viene presentata come già di proprietà (sic!) della famiglia Bonaparte, prima del suo insediamento in Corsica. E' indicata vicino al borgo di “Scalla”, ovvero La Scala, importante stazione di posta lungo la via maestra e dove, probabilmente, W. H. Williams poté fare una breve sosta ristoratrice. Con buona probabilità a La Scala poté scambiare due parole con qualcuno del luogo. Dal testo sembrerebbe che l'unica informazione ricevuta fu che da San Miniato avesse origine la famiglia di Napoleone, che al tempo (1816) era ancora in vita, seppur in esilio sull'Isola di Sant'Elena. Non dobbiamo dimenticare, poi, le difficoltà di comunicazione che poteva avere, in quegli anni, un viaggiatore inglese nella campagna toscana.

La torre viene poi descritta come “circondata da muri in rovina”, ovvero da ciò che al tempo rimaneva dell'antica fortificazione. Forse qualcosa in più di quanto sia rimasto visibile oggi. Viene presentata come un'importante punto di osservazione, da cui dominare la Valle dell'Arno, delimitata dagli Appennini, e Pisa. E qui ritroviamo certamente l'attenzione di Williams per l'antico, per la rovina monumentale, incredibile testimonianza di un passato glorioso, misterioso e dunque affascinante. Non una parola sugli imperatori germanici e nemmeno sugli altri edifici sanminiatesi, per cui è ragionevole ipotizzare che Williams si sia fermato solamente a La Scala, rimanendo colpito dalla vista della torre, senza salire all'abitato, e raccogliendo dai passanti poche informazioni che ebbe appena il tempo di annotare.

H. W. Williams, Travels in Italy, Greece, and the Ionian Islands
in a series of letters, descriptive manners, scenery, and the fine arts,
2 Voll. Edimburgo, 1820, frontespizio.

IL TESTO DEDICATO A SAN MINIATO
Estratto da W. H. Williams, Travels in Italy, Greece, and the Ionian Islands in a series of letters, descriptive manners, scenery, and the fine arts, Volume I, Edimburgo, 1820, Letter XVI, pp. 192-193.

[192] LEGHORN.

Road o Pisa Tower of San Miniato. — Pisa. — Road to Leghorn.— Remarks on Brilliancy of Colouring. — Leghorn. — Taste for Dancing.— Lazarettos.— Fate of Dr Smollel's Diploma. —Remarks on Cemeteries.

The country between Florence and Pisa, by Empoli and Portadera, is rich with vineyards and Indian corn. The Arno changes character with the varied ground, gliding, rippling, or murmuring. Our fancy, yielding to the shifting effects, sometimes skimmed with the shadows of the clouds along the vale to dusky woods, hills, and valleys, and entered the sparkling cottage, the castle, or the palace; sometimes it followed the illuminated sails upon the river, and threaded with them the intricacies of the scenery. In this delightful manner we reached the peaceful town of Pisa. But before I speak of it I must not forget the Tower of San Miniato, said to have been the property of the family of Napoleon before their settlement in Corsica. It stands upon a rising hill near the little town of Scalla, surrounded by some ruined walls which seem to have been intended for defence. Its lofty situation commands Val d'Arno, bounded by the Apennines, Pisa. [193] beyond which we distinguished the peaks of the Madonna rising bright with snow. These mountains, formidable as they appear, were no defence to effeminate and voluptuous Italy, when opposed to the irruption of the hardy nations of the north, who were attracted by its rich luxuriance and its genial climate.
The Arno flows through Pisa, whose beautiful buildings are reflected in its tranquil bosom. The air, elastic and bland, is free from that overpowering heat which we occasionally felt in Florence; for the vicinity of Pisa to the sea gives it the advantage of cool refreshing breezes. […]

The Temple of Theseus, at Athens
Incisione di W. Miller su disegno di H. W. Williams
in H. W. Williams, Select Views of Greece with classical illustration,
vol. II, Londra, Edimburgo, 1829

sabato 11 ottobre 2014

GIOVANNI BRACCI DA SANTA CROCE SULL'ARNO

di Alessio Guardini

Oltre due secoli fa, esattamente nel 1804, nasceva a Santa Croce sull’Arno, Giovanni Bracci, figlio di Luigi e Maria Lapi, famiglia appartenente al popolo di San Lorenzo come si evince dai registri dei battesimi, matrimoni e morti della Parrocchia di San Lorenzo in Santa Croce sull’Arno.
Nella piccola comunità del Valdarno inferiore (ancora lungi dal conoscere l’enorme sviluppo dell’attività conciaria iniziato nella seconda metà dell’ottocento) Giovanni Bracci apprese ed esercitò il mestiere di calzolaio, ma evidentemente la natura l’aveva dotato di un particolare estro letterario, tant’è che Giovanni si fece conoscere per un’apprezzabile produzione drammaturgica.
Nonostante questo, il suo nome non è certo passato alla storia, neppure nella sua città natale dove risulta, ad oggi, praticamente sconosciuto.

La Collegiata di San Lorenzo, Santa Croce sull’Arno
Foto di Francesco Fiumalbi

Chi si trovasse a leggere le memorie del Cav. Comm. Ferdinando Martini (1841-1928) intitolate “Confessioni e ricordi – Firenze Granducale” (R. Bemporad & Figlio Editori, Firenze, 1922, pagg.69-71) troverebbe questo brillante ritratto dell’artigiano santacrocese:

«[…] Giovanni, calzolaio di Castelfranco [si tratta con ogni probabilità di un refuso, n.d.r.] nel Valdarno inferiore, aveva scritto e fatto rappresentare alla Quarconia in Firenze un suo “Conte Ugolino”, tragedia in cinque atti ed in versi.
La Quarconia era, su per giù nella Firenze del 1840, […] un teatro popolare dove per due crazie (quattordici centesimi) si trattenevano gli spettatori dalle sette al tocco dopo la mezzanotte. In una medesima sera tragedia, farsa, ballo, esercizi acrobatici, pantomima, concerto di violino e giochi di bussolotti. L’intelletto usciva naturalmente ben nutrito da così diverso e lungo spettacolo, ma affinché lo stomaco non ne patisse altrettanto, si mangiava e beveva nei palchi e nella platea con varietà di utili effetti; tra l’altro, il pubblico che recitava clamoroso la parte del coro antico, poteva, provveduto com’era di vettovaglie, sostenere con l’elargizione di arance bell’e sbucciate le forze dell’innocenza in pericolo e colpire con le scorze il tiranno persecutore.
In quel teatro innanzi a quel pubblico il buon “lavoratore della scarpa” fece rappresentare il suo “Conte Ugolino”.
Nella parte del protagonista era un endecasillabo: «Ho fame, ho fame, ho fame, ho fame, ho fame» che l’attore doveva pronunziare, facendo pausa fra l’una e l’altra di quelle esclamazioni, dopo ogni pausa abbassando il tono della voce; sì che da ultimo il quasi estinguersi di quella annunziasse imminente l’estinguersi della vita. Gli uditori si sarebbero certamente commossi a quella ognor più fievole doglianza delle angosce digiune, se (com’io seppi già da chi fu presente alla recita) un bell’umore non avesse scagliato un “semel” ai piedi del Conte pisano, gridando: «Piglia, mangia e chetati...»
[…] Raccontano i cronisti che al pericoloso endecasillabo sostituita una parafrasi delle terzine dantesche, la tragedia rappresentata a Livorno vi ottenne successo felicissimo: fece versare lacrime copiose durante quattro atti e le mutò al quinto in singhiozzi; comunque sia di ciò, l’autore o pago di quella rivendicazione, o rinsavito, tornò dal coturno allo stivaletto»

Oltre alla drammaturgia, Giovanni Bracci si dilettò anche nella poesia scrivendo numerose odi e sonetti. Curiosando tra le poche opere da lui pubblicate, ci siamo imbattuti in una raccolta di poesie intitolata, per l’appunto, “Poesie di Giovanni Bracci da Santa Croce” pubblicata dal tipografo Eugenio Pozzolini di Livorno nel 1837. È qui che, piacevolmente sorpresi, abbiamo trovato a pagina 29 una pregevole ode datata 1835 ed intitolata “La Rocca di S. Miniato”.
Costituita da quattordici strofe ciascuna di sette versi settenari gradevolmente cadenzati, la poesia ha uno schema metrico che parrebbe ispirato dalla famosa ode “Il cinque maggio” (1821) di Alessandro Manzoni. Il primo e il terzo verso sono sdruccioli e non rimati, il secondo e il quarto verso sono piani e rimano tra loro, così come il quinto e il sesto verso, mentre il settimo verso è tronco.
L’ode ci permette inoltre di fare delle interessanti considerazioni su come doveva apparire la torre federiciana agli occhi di un osservatore della prima metà del XIX secolo. Il poeta esordisce elogiando la sua maestosità che da lontano si impone alla vista di uno sbalordito pellegrino, ma poi, una volta giunto sul faticoso colle, denota il suo stato di forte degrado e rievoca magistralmente con un pathos teatrale di notevole effetto, la triste vicenda, nella versione “dantesca”, di Pier delle Vigne.
Una descrizione dello stato dell’antica fortezza militare che richiama immediatamente alla “sfasciata Rocca”, così definita da Averardo Genovesi nella sua poesia satirica del 1841, che fece da apripista ad una vera e propria “guerra poetica”.

Poesie di Giovanni Bracci da Santa Croce, Pozzolini, Livorno, 1837
Frontespizio

LA ROCCA DI S. MINIATO
Ode (1835)

O ancor fra le macerie
Superba, e maestosa
Mole, su cui l'attonito
Sguardo talor si posa
Dell'ansio pellegrino,
Che per lungo cammino
Tua vista lo colpì:

Oh! quante alla memoria
Svegli idee di dolore;
E di mestizia al palpito
Come richiami il core!
Quando l'uom del pensiero,
Ricerca in sen del vero
L'uopo a cui fosti un dì.

Tributo ampio di lacrime
Egli a ragion ti rende,
Quando tua vera origine
Appien tutta comprende;
E nel silenzio ei dice,
«Oh! d'etade infelice
Monumento crudel!»

Per l'erto giogo*, ed aspero
Quindi ti sale appresso. -
Attentamente esamina
Lo tuo squallor d'adesso;
E sul tuo fasto antico,
Al comun ben nemico,
Vorria tirare un vel.

Poscia d'intorno aggirasi
D'alto terror compreso. -
Là vede esser dal fulmine
Un merlo al suol prosteso;
E l'erba, che il ricuopre,
Par che in celar s'adopre
Le tue ruine ancor.

Il musco solitario,
Che ti serpeggia intorno,
Par che brami nasconderti
A' tanti rai del giorno;
Ma in van; che la tua istoria
Vive nel memoria
Del forte, e ne ha rossor.

Delle discordie al vortice,
Per Te, la rimembranza
Volge, e pensa, che ai liberi
Itali cor fu stanza
L'interno di tue mura
Converso in carcer dura
Dallo spietato Sir.

Del grande, a un tempo, e misero
Piero **, il destin rammenta.
Ed oh! qual truce immagine
Lo affanna, e lo tormenta;
Immagin di quel forte
La cui spietata morte
Tu sol potresti dir.

Tu che il vedesti agli ultimi
Istanti di sua vita
Brancolar cieco, e fremere
Con alma indispettita;
Non per il duol ch'ei senta,
Non perchè si rammenta
L'antico suo splendor,

Ma perché muta vittima
Cadrà d'altrui furore,
E un tristo avrà ne' secoli
Eco di traditore;
Senza una tomba in cui
Fissi gli sguardi sui
Pietoso il viator.

A idea così terribile
Quasi non regge. - Il seno
Gli strazian mille furie,
E come quei ch'è pieno
D'altissimo sentire,
L'ora del suo morire
Ad affrettar pensò.

Onde torsi all'infamia,
Poiché gli manca un brando ***,
Va con la fronte (ahi misero)
Nella parete urtando. -
S'infrange, e la sdegnosa
Alma in fuggir, pietosa
La spoglia sogguardò.

Cadde; e per lungo spazio
Fu il suo cader mistero;
Finché sul labbro armonico
Del Trovator sincero,
Che questo còlle ascese,
Voce suonar s'intese
Di lutto e di dolor.

Sull'imbrunir dell'aere,
Al sibilar del vento,
Quel solitario passere,
Che sfoga il suo lamento,
Il fatto memorando,
Più volte andò narrando
Sull'Arpa, il pio cantor.

* Il termine “giogo” è qui utilizzato col significato di sommità del colle.
** Questa nota è inserita nel testo dall’autore stesso è riporta in calce questa precisazione:
È fama che il famoso Piero delle Vigne, dopo d'essere stato fatto abbacinare da Federico II, fu posto nella Rocca di S. Miniato, dove morì infrangendosi la testa nella parete. Abbiamo seguitato l'esempio di Dante, figurandolo innocente, e vittima dell'invidia.
*** Il brando è un’antica spada (da cui il verbo brandire). Il termine è qui usato nel senso esteso di arma, per significare che il prigioniero non aveva altro modo per suicidarsi che fracassarsi il cranio contro il muro della torre.

Il 17 giugno 1828 Giovanni Bracci sposò Elena Tempesti, di famiglia benestante, dalla quale il 9 novembre 1830 ebbe come figlio secondogenito Braccio Teodoro.
Avviato agli studi di giurisprudenza dal padre, Braccio Bracci fece poi carriera a Livorno come avvocato e giornalista e si fece apprezzare anch’egli come poeta e drammaturgo. Ma ciò che rende interessante la vita di Braccio Bracci è come il destino volle incrociarla con quella del giovane Giosué Carducci, suo quasi coetaneo, nel tempo in cui quest’ultimo visse a San Miniato (1856-57).
Ma questa è tutta un’altra storia che vi racconteremo prossimamente…

lunedì 15 settembre 2014

[VIDEO] CON IL DRONE: LA ROCCA DI SAN MINIATO DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA

La Torre di Federico II è il punto più alto di un vasto comprensorio. Un edificio da cui è possibile ammirare, dall'alto verso il basso, il mondo che ci circonda. Ne avevamo parlato nel post DALLA ROCCA SI VEDE IL MONDO.

Ma cosa succede quando il punto di vista si capovolge? Cioè quando siamo noi a vedere la rocca dall'alto verso il basso?

Fino a qualche tempo era possibile solamente lavorando con la fantasia. Ma ora non più!

Di seguito è proposto il suggestivo video realizzato da Luigi Livi e da Paolo Pagni che hanno utilizzato un drone, un piccolo velivolo senza pilota, ma dotato di telecamera!

A Luigi Livi, che ha pubblicato il video ed ha autorizzato la sua condivisione in questa pagina, così come a Paolo Pagni che ha pilotato il drone, va il nostro più sentito ringraziamento!

Buona visione!


La Rocca e la Torre di Federico II dal drone
Video di Luigi Livi e Paolo Pagni


La Torre di Federico II
Foto di Francesco Fiumalbi

domenica 29 settembre 2013

IL FARO IN ROCCA - LA CERIMONIA






A più di due anni dalla costituzione dell'apposito Comitato Cittadino, domenica 29 settembre 2013 si è tenuta la cerimonia che segna il ritorno del faro in Rocca. Anziché essere riacceso sul rocchetto più alto come era stato proposto inizialmente, l'apparecchio ha trovato una degna collocazione in una teca all'interno della Torre di Federico II, in un ambiente di tipo museale, consegnandolo di fatto alla storia sanminiatese. Quella storia, come hanno sottolineato Marzia Bellini (Presidente Consiglio Comunale), Mario Rossi (Comitato per il Faro), Nicoletta Corsi (Pro Loco) e Chiara Rossi (Vicesindaco e Assessore con delega alla Cultura), che ancora oggi spesso crea situazioni di divisione, dovute a posizioni assai consolidate, ma che deve poter essere condivisa da tutti. Una storia che può non piacere ed entusiasmare sempre, ma che comunque è quella e non è possibile negarla o adattarla a posizioni di comodo.
Per questo motivo, il faro, che ha rappresentato per alcuni anni un punto di riferimento molto forte per la comunità sanminiatese, deve far parte della storia della nostra Città. Come ha ricordato Marzia Bellini, probabilmente il faro ha avuto l'unica sfortuna di essere stato collocato nel 1928, in un periodo che non può certo essere annoverato come fra quelli più felici della nostra Italia. Ma, nonostante questo, non può e non deve essere cancellato dalla nostra storia, di cui fa parte. Ha ringraziato i presenti, le associazioni cittadine e i familiari dei Caduti della Guerra 1915-18, alla cui memoria fu installato il faro.
Mario Rossi, ringraziando quanti si sono adoperati per arrivare a questo momento molto importante per San Miniato, atteso da quasi 60 anni, ha voluto anche ricordare una serie di aneddoti, alcuni molto suggestivi, legati al faro e alla sua influenza sulla vita della gente, in un periodo in cui la corrente elettrica non era ancora entrata nelle case.
Nicoletta Corsi ha sottolineato il ruolo della Pro Loco, che ha custodito il faro fino ad oggi, e ha richiamato alla memoria quei sanminiatesi che in passato hanno tentato, invano, di ripristinare il faro e che oggi non sono potuti essere presenti perché nel frattempo sono venuti a mancare.
Chiara Rossi ha concluso ricordando il valore della nostra storia, e la degna collocazione all'interno della Torre di Federico II, il monumento sanminiatese più visitato e ricco di fascino, e di cui il faro costituisce un elemento che fa parte della sua presenza plurisecolare.
Al termine, dopo un minuto di silenzio in onore ai Caduti, è stato scoperto idealmente il faro sul prato della Rocca, affinché fosse visibile a tutti prima di venire collocato all'interno della Torre. L'evento è stato salutato anche dai deltaplani dell'Ass. Tuscany Flight, che hanno sorvolato il prato della Rocca, rilasciando nel cielo una suggestiva scia tricolore.

Di seguito le immagini delle Autorità e delle Associazioni presenti.






sabato 28 settembre 2013

IL FARO ACCESO SUL PRATO DELLA ROCCA

Nella serata di venerdì 27 settembre 2013 si è svolta sul Prato della Rocca di San Miniato quella che era stata annunciata come la “matta cena”. Si è trattato, in sintesi, di una manifestazione organizzata dal Comitato per il Faro, dall'Ass. Pro Loco e dal Comitato Manifestazioni Popolari, per rivivere in qualche modo l'atmosfera giocosa e spensierata delle serate estive passate sul Prato della Rocca. Infatti solo in epoca relativamente recente la Torre di Federico II è stata illuminata con un apposito impianto e i ragazzi sanminiatesi, nel periodo fra il 1928 e il 1944, erano soliti trascorrere le serate estive a frescheggiare sul prato, illuminato dalla sola luce del faro. I ragazzi si portavano qualcosa da mangiare, e poi intonavano canti e poesie, spesso accompagnati dal suono della fisarmonica. Non mancava anche chi improvvisava alcuni passi di danza. E questo è stato in qualche modo rivissuto, come si può apprezzare dal video.

Il faro votivo acceso a San Miniato durante le 
celebrazioni del 150° Anniversario dell'Unità d'Italia

Non è stato solo questo. Molte persone hanno ricordato la storia del faro, i motivi per cui fu collocato sulla cima della torre nel 1928 e la sua importanza quale punto di riferimento luminoso. All'epoca la Toscana era praticamente quasi tutta al buio. Solo nei centri abitati si poteva trovare qualche lampione, e il faro originario, con i suoi potenti raggi luminosi, raggiungeva località e paesi molto lontani. Ed è stato ricordato anche il significato commemorativo dell'apparecchio, una luce nelle tenebre del dolore per la perdita dei 456 giovani sanminiatesi, caduti durante la Prima Guerra Mondiale. Un significato che nelle intenzioni degli organizzatori è rinnovato ed arricchito, aggiungendo ai Caduti del 1915-18 anche quanti hanno perso la vita per l'Italia e per gli ideali di libertà, democrazia e benessere. Per questo motivo non sono mancati anche canti della tradizione antifascista come “Bella ciao” e la lettura di varie poesie.
E' stato un evento preludio alla cerimonia che si terrà nella mattina di domenica 29 settembre, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose. Seguirà la collocazione del faro votivo all'interno di una teca nella Torre di Federico II, che fa parte del Sistema Museale di San Miniato.



Il video si compone di tre parti: la luce del faro vista da San Miniato Basso, i canti e i balli sul Prato della Rocca.

martedì 4 giugno 2013

DALLA ROCCA SI VEDE IL MONDO

a cura di Francesco Fiumalbi

Dalla Rocca si vede il Mondo”. E' questa una delle frasi ricorrenti quando un sanminiatese, con occhi illuminati, invita qualcuno a salire sul punto più alto della propria Città. Ed è, probabilmente, anche uno degli aspetti che suggerirono agli imperatori germanici di eleggere San Miniato quale propria sede. Tutti i popoli toscani vedevano (e vedono) San Miniato e il suo castello imperiale, e da San Miniato i regnanti, o i loro vicari, potevano gettare gli occhi sulla Toscana e controllare, almeno visivamente, le altre città.

La “Rocca” di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L'alta torre è uno dei principali motivi di orgoglio nei sanminiatesi, oggi, così come nei tempi passati. Ce ne fornisce prova Augusto Conti, celebre filosofo nonché Patriota d'Italia, nel suo Evidenza, Amore e Fede e Criterj della Filosofia – Discorsi e Dialoghi, Ranieri Guasti, Prato, 3° Edizione 1872 (1° Edizione, Firenze, 1862).

«Già i Samminiatesi son tutti a quel modo, né stanno bene che all'ombra della rocca; e si tengono tanto della lor terra, che presso i vicini destano gelosia».
[A. Conti, Evidenza... cit., p. 546]

Senza entrare troppo nei dettagli, con questo suo lavoro egli propone una serie riflessioni di filosofia su tutti i campi del sapere, dalla religione alla scienza, fino alla politica e all'arte, sotto forma di dissertazioni o di dialoghi. A conclusione dell'opera, divisa in due volumi, lascia spazio ad una “Lieta Brigata composta da un Romano, un Napoletano, un Siciliano, un Piemontese, un Lombardo e un Toscano. A primo acchito potrebbe sembrare una barzelletta, ma non lo è affatto. Guarda caso il Toscano è un Sanminiatese ed è un po' il capoccio della compagnia, che egli conduce a fare un “Viaggetto” di cinque giorni passando per le Pizzorne, Empoli, Vinci, Castelfiorentino, Certaldo, Gambassi, San Vivaldo giungendo, infine, a Cigoli e a San Miniato, che è la tappa conclusiva. E, al termine dei cinque giorni, proprio lassù, sulla cima della Rocca, i sei protagonisti si soffermano ad ammirare il panorama. Il discorso cade su un tema assai caro ad Augusto Conti: l'Unità d'Italia, non solo politico-amministrativa, ma anche culturale, e il difficile rapporto fra Stato e Chiesa. «Deh! Pensiamo e amiamo fortemente, operosamente; camminiamo col buon senso del popolo e con la sapienza degli avi; abbiamo cara la fede; e l'Italia è fatta. Ed è fatta pure la scienza e l'arte, non possibili senz'evidenza del vero, senz'amore del bene, e senza fede.»
Per risolvere quello che all'epoca era davvero una problema nazionale (il Conti scrive nel 1862, ma la Legge delle Guarentigie è del 1871!), Augusto Conti, intrinsecamente, suggerisce di guardare la questione dall'alto, per dominare il mondo che ci circonda, per meglio poter apprezzare la ricchezza e l'intensità culturale, religiosa e scientifica dell'Italia. Aveva bisogno, quindi, di una ambientazione in posizione d'altura. Ed egli scelse un punto preciso, la Rocca di San Miniato, situata al centro della Toscana, quella terra, culla del Rinascimento, considerata dal Conti un po' come il cuore d'Italia. Quindi al centro della Penisola e del mondo caro alla brigata.

Panorama dalla “Rocca”
Foto di Francesco Fiumalbi

Ecco le parole di Augusto Conti:

«Già il sole s'avvicinava al tramonto, e, nunzio della sera, si levò un venticello, per cui sussurravano leggermente le foglie odorate degli allori. In tutta l'ampiezza del cielo non vedevasi che dolce serenità; però il Samminiatese invitò i giovani a seguirlo, ché gli avrebbe condotti sul vertice del monticello, ove s'inalza la rôcca. La lieta brigata sorse in piede, rientrò in Samminiato, e per un viottolino scosceso salì su quella cima, che serba dell'antico una torre sfasciata e pochi rudere, ma di lassù che veduta! A ponente il mare, a levante il Casentino e i monti senesi, a tramontana gli appennini di Pistoia, a mezzogiorno i poggi di Volterra e della maremma toscana! Chi sta su quella punta, gli pare come il centro d'un circolo, la cui periferia non chiude la vista, ma n'è termine naturale che la riposa. Da una parte fan semicerchio i selvosi appennini che dall'Alpi apuane su pe' monti di San Marcello, di Firenze, del Casentino e di Siena, girano a' colli maremmani; e si distende nel mezzo la Valdinievole, seminata di castelli, e il Valdarno, e il pian di Lucca e di Pisa, e la lontano il mare che brilla al sole cadente. Dall'altra parte è un ondeggiare di colli, com'onde marine, fin a Volterra ed a Montenero, sicché lì diresti una pianura solcata in valli dal diluvio, fuggendo l'acque all'oceano. Ed ogni cima di colle ha la sua chiesetta, ed ogni pendice le sue case rusticali o ville signorili, ed ogni valle il suo fiumicello; e tutte le convalli si girano verso la valle dell'Arno che specchia in sé fitti, e, quasi direi gremiti, castelli e villaggi senza numero. Oh che be' luoghi! Oh luoghi divini!»

Panorama dalla “Rocca”
Foto di Francesco Fiumalbi

«Mirate, diceva il Samminiatese, siam quasi nel mezzo d'Italia. Sotto quel monte aguzzo che si chiama la Verruca, giace Pisa, terra natale di Galileo, antica signora del mare; lungo i monti più là è Genova, patria del Colombo; varcate que' monti si va nel Monferrato, e poi a Torino, la piccola nostra Macedonia, fatta grande dalla pietà e dal costume guerriero dei suoi re e del suo popolo. Quelle son le montagne del Pistoiese ove la lingua è sì pura ed armoniosa; e là è San Marcello e Gavinana ove Francesco Ferruccio prodigò l'anima grande alla patria. Indi si valica in Lombardia bella, che ha scontate a sì caro prezzo le discordie di sue cento città, un dì sì potenti e fiorite; e là vive il Manzoni e là nacquero Virgilio e l'Ariosto. Su quel nodo di monti sorge Fiesole, città etrusca, ond'ebbe Roma tanta parte di civiltà; e più sotto è Firenze, che vide le spalle d'Arrigo imperatore e di Carlo re, patria dell'Alighieri, Atene d'Italia. Su' gioghi più lontani 'l poverello d'Assisi rinnovò l'immagine di Cristo e s'offerse a Dio per questa patria sua piena di peccato e di discordia. Di là si scorge l'Adriatico sposo infedele alla cara Venezia, che fiaccò la superbia ottomana e fu novella Roma; e giù per que' monti da un lato discende l'Arno, presso ad Arezzo, cuna di mecenate del Petrarca, del Cesalpino e del Redi; e dall'altro si muove il Tevere per la città di Quirino e di San Pietro, per la sublime Roma di cui negli antichi e ne' nuovi tempi, dopo quello di Dio, non sonò mai nome più grande sotto la volta de' cieli. Volgetevi in qua; vedete nel sereno dell'orizzonte le torri dell'etrusca Volterra, e, movendo l'occhio per la cerchia de' colli, mirate, noi andiamo a terminare in quella punta ch'è Montenero; e là sorge Livorno. Da quel porto movendo le navi, e costeggiando le piaggie di Roselle e di Populonia, rasentano poi Fiumicino. Il navigante salutata di lontano la cupola di San Pietro, dopo non molto vede le colline di Posilippo e di Mergellina, e il biforcuto Vesuvio e ricorda gli antichi popoli de' quali non ebbe Roma più valorosi soldati e le glorie della Magna Grecia, e la battaglia di Velletri, e la divina musa del Tasso, e l'Aristotile santo d'Aquino. Fuggono poi d'innanzi agli occhi 'l capo Miseno, baia, Cuma e Sorrento, e sorgonsi i monti di Sicilia, sprone d'Italia, margherita del mare, tesoro di stupende rovine, patria d'Empedocle e d'Archimede, la quale aspetta glorie novelle quando noi, fatti migliori, placheremo lo sdegno di Dio.»

Augusto Conti, Evidenza, Amore e Fede e Criterj della Filosofia – Discorsi e Dialoghi, Ranieri Guasti, Prato, 1872, Volume II, pp. 582-584.

Panorama dalla “Rocca”
Foto di Francesco Fiumalbi

Panorama dalla “Rocca”
Foto di Francesco Fiumalbi

Panorama dalla “Rocca”
Foto di Francesco Fiumalbi

Panorama dalla “Rocca”
Foto di Francesco Fiumalbi

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