domenica 28 novembre 2010

IL TRASPORTO DI SAN GIACOMO

5 commenti:
di Francesco Fiumalbi

La chiesa detta “di San Domenico” è una delle più affascinanti fra quelle presenti a San Miniato. Terza in ordine di grandezza, la chiesa deve il suo appellativo al convento domenicano. In realtà l’edificio di culto è intitolato ai Santi Jacopo e Lucia. Questa doppia dedica deve, probabilmente, la sua origine alla fusione di due chiese distinte, anche se non esistono documenti in merito.
Vista la mole di informazioni e opere artistiche relative a questa chiesa, è praticamente impossibile esaurirne la trattazione in un’unica soluzione. In questo articolo ci occuperemo soltanto di un piccolo aspetto: un dipinto riferito a San Jacopo.

Chiesa dei SS Jacopo e Lucia, facciata

All’interno della chiesa dei Santi Jacopo e Lucia di San Miniato vi è, infatti, un affresco molto particolare. Tale opera pittorica è situata nella controfacciata della chiesa, nella parte destra per chi entra, al di sopra di un piccolo altare, inserito in quello che comunemente viene definito un “arcosolio”, cioè una nicchia culminata da un arco, in cui veniva inserito un sepolcro o un altare. Secondo la tradizione sanminiatese, raffigura il trasporto via mare del corpo di San Giacomo verso le rive della Galizia. Vediamo chi era San Giacomo e quale attinenza ha con la chiesa dei SS. Jacopo e Lucia.

San Jacopo è uno dei nomi con cui, spesso, è conosciuto l’apostolo Giacomo detto “il Maggiore”. Figlio di Zebedeo e Salomé, era il fratello di Giovanni apostolo.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono
Marco, 1, 16-22.


L'affresco raffigurante Il trasporto di San Giacomo
Immagine tratta da Guido Carocci,
Il Valdarno. Da Firenze al mare, p. 86.

Era quindi un comune pescatore che traeva il proprio sostentamento dalle acque del Lago di Tiberiade. Gesù lo chiamò a diventare, insieme ad altri, “pescatore di uomini”. Seguì, insieme agli altri apostoli, le vicende terrene di Cristo e fu testimone, assieme all’apostolo Pietro, della Trasfigurazione. Giacomo (o Jacopo) assunse un ruolo di spicco all’interno della comunità cristiana di Gerusalemme, tanto che il re Erode Agrippa Primo ne comandò la morte, che avvenne, secondo la tradizione raccolta da Jacopo da Varazze nella “Legenda Aurea”, per decapitazione. Tuttavia non sussistono documenti che attestano questo particolare. Giacomo (o Jacopo) fu quindi il primo martire fra gli apostoli. Sempre secondo la tradizione, i seguaci di Giacomo (o Jacopo) trasportarono il suo corpo in Galizia (anche se non mancano leggende che narrano diversamente), presso l’attuale Santiago de Compostela (Sancti Jacobi, che in spagnolo antico veniva pronunciato Sant Yago, quindi Santiago).
La ricorrenza di San Giacomo, San Jacopo o Sant Yago, viene festeggiata il 25 luglio.
Non è possibile stabilire una datazione esatta per questo affresco. Sappiamo che nel 1324 gli “operai della chiesa” ottennero dai Signori Dodici, ovvero la massima Magistratura del Comune, di poter ingrandire la chiesa nella direzione delle mura cittadine, quindi verso sud (1). Questo avvenne quando la chiesa dei SS. Jacopo e Lucia era una suffraganea della pieve di SS Maria Assunta e Genesio, poi chiesa Cattedrale. Infatti, l’edificio fu concesso ai padri domenicani solo nel 1330 per volontà di Ugone Malpigli, allorquando la parrocchia rimase vacante, a seguito della morte del suo ultimo priore, tale padre Betto (2). In tutto il ‘300 si registrano moltissimi lasciti, specialmente a seguito della peste del 1348. Queste offerte o benefici fondiari, andavano a “dotare” le cappelle che venivano costruite: San Matteo (poi Sant’Urbano), Corpus Domini (poi Grifoni), SS Cosma e Damiano (poi Chellini-Sanminiati-Pazzi), S. Giovanni Battista e della SS. Annunziata (3). Abbiamo notizia che nel 1394 si eseguirono lavori per la facciata, per i quali fu alienata un’abitazione posta in Borgonuovo (4). Nel 1404 fu portata a termine una cappella in onore anche di San Jacopo che il Maestro Giovanni di Maestro Jacopo de’ Bernardi aveva lasciato in sospeso nel 1384 (5), e che furono completate dai figli Ser Jacobus e Magister Hieronymus, come segnalato da una perduta iscrizione sul dipinto (6).
Potrebbe darsi, quindi, che la piccola cappella in questione con il relativo apparato pittorico sia proprio quella dell’affresco in questione. Una conferma potrebbe venire da un punto di vista stilistico, collocando la pittura appunto fra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400, anche se non possiamo escludere successive modifiche. La sorte della cappella dedicata a San Jacopo seguì quella delle altre situate lungo le pareti della navata che furono tamponate lungo tutto il ‘600. Al loro posto, furono disposti altrettanti altari, cosicché non conosciamo le raffigurazioni precedentemente situate all’interno degli arcosolii tre-quattrocenteschi (7). Per esempio, la stessa cappella dedicata a San Jacopo, doveva contenere la tavola con San Gerolamo nello studio, di Cenni di Francesco, oggi al Museo Diocesano di Arte Sacra (8).
Il particolare che inevitabilmente colpisce di questo affresco è rappresentato dal gruppo di pesci che nuota nel mare al di sotto dell’imbarcazione. Queste figure marine sono caratterizzate da corpo di pesce e da teste umane o demoniache. E’ stata ipotizzato un collegamento con la missione di Giacomo, ovvero quella di essere un “pescatore di uomini” e quindi chiamato a discernere fra i demoni e gli uomini “da pescare”, così come un normale pescatore, una volta tirate su le reti, prende il pesce buono e rigetta in mare quello non buono (9). Tuttavia, più plausibile pare la riflessione avanzata da Rossano Nistri: "(...) L’episodio dell’arrivo del corpo di un santo al luogo cui era destinato (come aveva notato il bollandista Hippolyte Delehaye) è un tema topico delle narrazioni agiografiche ed ha la funzione di accreditare la volontà divina e la sua potenza protettiva sul santo stesso. (...) Il fatto che tra gli abitanti degli abissi ci siano soltanto creature mostruose (pluriteriomorfe o antropoteriomorfe: v. Jurgis Baltrusaitis) e neanche un pesce buono mi induce a ritenere che (...) l’intento narrativo sia la descrizione figurata, secondo l’immaginario diffuso all’epoca, dei perigli immani che la navicella ha affrontato nell’aperto mare oceano (...) e che ha potuto superare solo perché protetta dalla volontà divina: tanto più pericolo, tanto maggiore la benevolenza divina di cui il santo è destinatario e che è capace di riversare sull’umanità come intercessore".
Interessante è anche il modo in cui viene raffigurato il vento: un essere molto curioso con la faccia simile a quella umana. E’ evidente il richiamo al passo dei Vangeli Sinottici de “La Tempesta Sedata” (Matteo 8,23-27; Marco 4,35-41; Luca 8,22-25) in cui Gesù “sgrida” i venti. Sembra che il vento sia un’entità vera e propria che, nel caso del trasporto del corpo di San Giacomo, attraverso lo Spirito Santo, conduce la barca sulle rive della Galizia. Il vento quale strumento della volontà divina.
 
Cercheremo ora di capire l’ambito artistico entro cui si colloca il nostro affresco.  Non è assolutamente facile e per questo occorre precisare che quanto si dirà è frutto di considerazioni logiche fortemente suscettibili d’errore.
L’ambito pittorico in cui si colloca è da ricercarsi nei pittori della cosiddetta “Scuola Giottesca”, vale a dire quel movimento pittorico del XIV secolo, al quale fecero parte un gran numero di artisti legati dall'insegnamento e dall'imitazione dei modelli di Giotto (10).
Per prima cosa dobbiamo notare che l’affresco è stato, molto probabilmente, realizzato se non in due tempi, da due mani diverse. Osserviamo, infatti, che mentre l’imbarcazione con la salma di San Giacomo è caratterizzata da una buona dovizia di particolari, le figure dei pesci risultano invece semplificate e lo stesso moto ondoso nella parte superiore è decisamente più definito rispetto alla porzione inferiore; senza dimenticare una certa variazione cromatica, che però potrebbe essere dovuta ad un diverso stato di conservazione. Le due figure, poste nelle pareti laterali della nicchia, potrebbero essere state dipinte da un’altra mano ancora. I colori sono decisamente diversi (per esempio i capelli delle figure, ma anche le vesti), mentre abbastanza simili paiono le aureole. La cosa è abbastanza plausibile, in quanto la cappella è stata realizzata in fasi successive. Poi era molto frequente che il maestro pittore realizzasse solo la parte principale, l’elemento cardine degli affreschi (ma anche delle altre pitture in genere), lasciando agli allievi le porzioni secondarie. Lo stesso maestro potrebbe aver realizzato le figure di San Pietro e San Paolo, rispettivamente alla sinistra e alla destra dell’altare, e le figure all’intradosso dell’arco che corona la cappella, che dovrebbero ritrarre i medesimi santi (11).
Mentre i soggetti marini sono sostanzialmente inediti nel panorama pittorico del tempo, è lecito chiederci a chi si potrebbe essere ispirato il nostro pittore per la raffigurazione della scena principale, ovvero del trasporto su nave del corpo di San Giacomo. E’ bene precisare che quanto si affermerà è soltanto un’ipotesi e come tale va considerata, in quanto non sussistono approfonditi studi in questo senso e chi scrive non è assolutamente esperto di pittura.
Gli storici dell’arte su questo affresco paiono divisi: da una parte Bernard Berenson (12), Van Marle (13) concordano sull’attribuirne la paternità a Rossello di Jacopo Franchi, proponendo come datazione il secondo decennio del ‘400 e ipotizzando la medesima mano anche per l’altra cappella situata nella parte sinistra, per chi entra, della controfacciata; di diverso avviso Federico Zeri (14) che avvicina la paternità dell’opera a Pseudo-Ambrogio di Baldese, ipotesi inizialmente avanzata da Serena Padovani (15) che però rimane prudente, chiamando l’autore Maestro del trasporto di San Giacomo.
Appare evidente come nessuna delle ipotesi sopracitate soddisfi in pieno il problema dell’attribuzione dell’affresco in questione. E allora chi potrebbe essere stato?

Non è possibile rispondere alla domanda. Tuttavia chi scrive vuole proporre una nuova traccia da seguire. Il soggetto dell’imbarcazione ricorda molto da vicino un affresco realizzato da Andrea di Bonaiuto nel Cappellone degli Spagnoli presso il convento di Santa Maria Novella a Firenze. La pittura raffigura "La navicella degli apostoli nel mare di Galilea".

Clicca qui per vedere l’affresco di Andrea di Bonaiuto in Santa Maria Novella:

E’ evidente che l’opera di Andrea di Bonaiuto sia di una fattura decisamente più raffinata, però sembrerebbe costituire il modello a cui il nostro artista potrebbe essersi ispirato. In particolare per la sistemazione della poppa della nave, l’albero, la vela e le funi atte al governo della vela sembrano avere una matrice comune. Andrea di Bonaiuto affrescò il Cappellone degli Spagnoli attorno al 1365, mentre lo ritroviamo attivo al Camposanto di Pisa attorno al 1377.
Il nostro affresco è, con ogni probabilità, posteriore di alcuni anni, ma sia l’ambito geografico in cui opera Andrea di Bonaiuto e la stesso Ordine domenicano del convento di Santa Maria Novella e della chiesa dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato avvalorano quella che comunque rimane un’ipotesi e cioè che il nostro artista doveva conoscere l’opera di Andrea di Bonaiuto. Il nome del nostro artista è sicuramente da ricercarsi nell’ambito fiorentino, fra coloro che lavorarono per i Domenicani, tenendo conto che la cappella di San Jacopo fu ultimata nel 1404. Questo termine temporale non farebbe cadere le ipotesi avanzate dagli storici, che comunque ci sembrano parzialmente erronee.
Mentre per Pseudo-Ambrogio di Baldese sembra corretta la vicinanza con le figure laterali di San Pietro e San Paolo, vedi la Madonna col Bambino custodita al Museo d’Arte Sacra di Certaldo, lo stesso non può dirsi della parte alta dell’affresco, ovvero dell’imbarcazione col corpo di San Giacomo. Federico Zeri nota che uno dei tratti caratteristici di Pseudo-Ambrogio di Baldese è il naso ben dritto. Circostanza che ritroviamo nelle figure laterali, ma non nei personaggi che stanno sulla barca. Di questo e delle figure dei pesci, l’autore per il momento rimane ignoto.

Clicca qui per vedere la Madonna col Bambino di Pseudo-Ambrogio di Baldese:


 
 NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Cronaca di San Jacopo, c. 34, in T.S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, “SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento”, Accademia degli Euteleti, San Miniato, 1995, pag. 84.
(2) Cronaca di San Jacopo, c. 3, in T.S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, Op. Cit., pag. 86.
(3) T.S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, Op. Cit., pagg. 89-101.
(4) Cronaca di San Jacopo, c. 3, in T.S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, Op. Cit., pag. 86.
(5) Ibidem.
(6) Pasquinucci Simona, “Dipinti Trecenteschi: ricostruzione di un arredo”, in D’Aniello Antonia (a cura di), “Pittura e Scultura nella chiesa di San Domenico a San Miniato”, CRSM, Pacini Editore, San Miniato, 1998, pag. 31.
(7) Casini Claudio, “La scultura: ritrovamenti dell’arredo liturgico”, in D’Aniello Op. Cit., pag. 21.
(8) Pasquinucci Simona, Op. Cit., pag 31.
(9) Cronaca di San Jacopo, c. 3, in T.S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, Op. Cit., pag. 135.
(10) http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_giottesca
(11) Pasquinucci Simona, Op. Cit., pag 31.
(12) Berenson Bernard, “Due illustratori italiani dello Speculum Salvationis”, in Bollettino d’Arte, V, 1926, pagg. 289-320.
(13) Van Marle, “The Development of the Italian School of Painting”, IX, 1927, L’Aja.
(14) notizia riportata da Linda Pisani in “Pittura Tardogotica a Firenze negli anni trenta del Quattrocento: il caso dello Pseudo Ambrogio di Baldese” in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, 45. Bd., H. 1/2 (2001), pp. 1-36.
(15) Padovani Serena, in “Tesori d’Arte Antica a San Miniato”, a cura di P. Torriti, Genova, 1979.

domenica 21 novembre 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO NUOVI FILONI DI RICERCA (TERZA PARTE)

2 commenti:

di Francesco Fiumalbi

3 - LA VIA FRANCIGENA E GERUSALEMME
  
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Le due precedenti ipotesi, formulate nella seconda parte delle nuove ricerche, non tengono conto di quanto già supposto nei primi due articoli. Come detto, possono risultare fantasiose, ma è utile tenere presenti anche altre strade, da poter imboccare qualora la via principale risulti bruscamente interrotta. Per il momento non lo è.

Il labirinto del Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Nell’articolo “Il labirinto del Duomo di San Miniato, è stato detto che il labirinto, come era stato chiamato, potrebbe essere un elemento di riconoscimento al centro del nodo stradale fra la via Francigena e la via Quinctia. Era stato ipotizzato che questo bassorilievo marmoreo facesse parte di un sistema più ampio ed era stata proposta come collocazione originaria la riscoperta Pieve di San Genesio, in località Vico Wallari, fra La Scala e Ponte a Elsa.
Cosa potrebbe cambiare se invece di “labirinto” si parlasse di “Triplice Cinta”?
Innanzitutto, è bene precisare, che spesso l’immagine del Labirinto è stata accostata a quella della Triplice Cinta, e in alcuni casi risultano persino coincidere, sia come schemi planimetrici che come percorso iniziatico (1).
L’ipotesi già enunciata non cade affatto, bensì si arricchisce di nuovi particolari. Il suddetto manufatto potrebbe indicare una cosa molto importante: il simbolo della Città Santa, Gerusalemme.
La città santa alle tre religioni monoteiste, all’epoca delle Crociate era difesa da tre ordini di mura.

Hartmann Schedel, Hierosolima (Gerusalemme), 1493
Immagine tratta da www.wikipedia.org

Parte dell’iconografia relativa a Gerusalemme è rivolta al riconoscere le 12 porte, 4 per ogni cerchia muraria, che contraddistinguevano la città. Come precedentemente detto, spesso il simbolo della Triplice Cinta è accompagnato da quattro bracci. Questi starebbero ad indicare appunto le porte e i percorsi per arrivare al centro (2). Tale circostanza, però, non può dirsi per il nostro bassorilievo.
Dando per buona l’originaria collocazione presso la Pieve di San Genesio, caposaldo del sistema viario della Francigena, ci si pone la questione se il bassorilievo non sia legato ai Cavalieri Templari. Il suddetto ordine, oltre a garantire la difesa dei pellegrini in Terra Santa, si occupava della protezione e della cura anche di coloro che intraprendevano viaggi verso le destinazioni di Roma e Santiago di Compostela. Lungo la via Francigena si erano sviluppati mansioni e commanderie templari (3). Il simbolo della Triplice Cinta è legato a doppio filo con i suddetti cavalieri: innanzitutto per la probabile stilizzazione della città di Gerusalemme e, in secondo luogo, per alcuni disegni graffiti rinvenuti nella torre del castello di Chinon (4), in Francia, e che sono stati attribuiti a membri dell’Ordine che lì sarebbero stati rinchiusi fra il 1307 e il 1309 a seguito dell’ordine di arresto da parte di Filippo IV “il Bello” (5). 
E’ possibile che a San Genesio vi fosse un centro templare? Il nome Genesio, pare derivi da Dionisio o Dionigi, ovvero il francese Denis. Gli storici si stanno tutt’ora interrogando sul legame fra i Templari e la chiesa parigina di Saint Denis, la cui costruzione, pare abbia usufruito di un contributo, economico e stilistico, fondamentale proprio dai suddetti Cavalieri (6).

Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Questa ipotesi non sarebbe da escludere. Secondo questa interpretazione la sede dell’Ordine Templare sarebbe poi stata trasferita presso la chiesa di Santa Maria, oggi chiesa Cattedrale dedicata ai Santi Maria Assunta e Genesio, con la distruzione del borgo, avvenuta nel 1248. Ricordiamo che San Miniato, e prima ancora San Genesio, dipendeva dalla Diocesi di Lucca, in cui vi è documentata la presenza dei Templari. E proprio vicino al Duomo di Lucca, dove si trova il labirinto già indicato nell’articolo precedente, si trovano esempi di Triplice Cinta, in particolare sulla seduta di un edificio nella piazza della Cattedrale.


(…continua…)

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NOTE BIBLIOGRAFICHE
1) Uberi Marisa e Coluzzi Giulio, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, Aprilia, 2008.
2) Ibidem.
3) http://www.angolohermes.com/approfondimenti/templari/templari.html
4) Uberti e Coluzzi, Op. Cit.
5) http://it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_templari#La_Caduta_e_la_soppressione
6) http://www.ricerchetemplari.it/l'economia.htm

venerdì 19 novembre 2010

VISITA SGUIDATA n° 1

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1° VISITA S-GUIDATA A SAN MINIATO
LA TUA CITTA’ DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA




Le normali visite accademiche ti annoiano? 
Non perdere tempo a nascondere il tuo prossimo sbadiglio!

Partecipa alla VISITA S-GUIDATA organizzata da SMARTARC. Una passeggiata urbana non convenzionale, alla scoperta di quei piccoli dettagli che fanno veramente la storia, dove non esiste una guida! Saranno i partecipanti a guidare la spedizione in un continuo scambio di esperienze, emozioni e conoscenze!
Sono previste sorprese ad ogni angolo! Un modo per guardare il luogo dove sei nato/a, cresciuto/a, vissuto/a o anche solo passato/a, con occhi diversi.

Non mancare domenica 21 novembre 2010! Ritrovo in piazza Mazzini (la piazzetta accanto al Municipio) alle ore 10:15. Durata 2 ore circa.

Ovviamente, la partecipazione è completamente gratuita!

L’unica piccola formalità che dovrete espletare per prendere parte alla passeggiata, è confermare la vostra presenza entro le ore 20 di sabato 20 novembre, inviando un messaggio a SMARTARC su Facebook oppure una e-mail a smartarc.blogspot@gmail.com.

La Visita S-Guidata si svolgerà anche in caso di maltempo.

domenica 14 novembre 2010

GEOGRAFIA DELLE FATE

2 commenti:
di Francesco Fiumalbi

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Parlare di “Fonti” a San Miniato è cosa ardua. Nel recente libro di Delio Fiordispina e Manuela Parentini “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, gli autori hanno cercato di trattare l’argomento in un arco temporale relativamente ampio, dalla fine del ‘700 agli inizi del ‘900, senza toccare il vero nocciolo della questione.
La domanda che nasce, quasi spontanea, è la seguente: come facevano gli abitanti del colle sanminiatese a procurarsi l’acqua in epoca tardomedioevale?
Possibile che tutto l’approvvigionamento avvenisse con pozzi e cisterne?
A questo punto occorre fare alcune considerazioni di tipo logico. Chi poteva permettersi, diciamo dal XIII al XVI secolo, un pozzo o una cisterna? La risposta è abbastanza semplice: i benestanti e i dirigenti dell’amministrazione imperiale prima, e comunale poi. Sicuramente non la povera gente, che viveva per lo più in case modeste e non aveva certo la disponibilità economica e di spazio per dotarsi di tali impianti di raccolta dell’acqua. L’approvvigionamento doveva avvenire per forza, ma non attraverso questi sistemi, almeno non solo. Ecco che il nostro interesse si focalizza su alcune strutture, oggi abbandonate, che un tempo dovevano garantire l’apporto idrico alla popolazione sanminiatese:  le tre fonti, ciascuna per ogni “terziere”. In questo articolo tratteremo in maniera compiuta le cosiddette “Fonti alle Fate”, lasciando ad altri interventi la trattazione delle altre.

Fonti alle Fate
Video di Francesco Fiumalbi

Fonti alle Fate, in realtà è una sorgente naturale, che è stata oggetto di importarti sistemazioni per un miglior sfruttamento dell’acqua. Indice di queste opere idrauliche è anche il nome con cui vengono chiamate: per quale motivo si parla di queste al plurale e non al singolare? Perché sono nominate come “Fonti” e non come “Fonte”?
Per rispondere a questa domanda, occorre spiegarne il funzionamento. La sorgente vera e propria è una soltanto, ma intorno ad essa vennero costruite strutture che, per l’epoca, erano abbastanza complesse. L’acqua che sgorgava in superficie veniva raccolta in due vasche, sistemate entro appositi ambienti laterali e coperti con volte a botte. Questi bacini facevano capo ad una stanza, dalla quale, veniva materialmente prelevata l’acqua, attraverso apposite bocche, sicuramente più di una. Sempre dalle due grandi vasche laterali venivano riempite apposite vasche più piccole, collocate anche all’esterno.
L’ipotesi avanzata da Dilvo Lotti in “San Miniato nel Tempo” circa la presenza di quattro fornici non trova conferma. La struttura si ferma chiaramente a tre arcate. La fotografia pubblicata da lui stesso a corredo della tesi non permette quell’analisi che, sul campo, ha dato esito negativo.

Schema funzionale delle Fonti alle Fate


Fonti alle Fate, fornice d’ingresso

La tesi iniziale che vede le fonti come importante struttura per l’approvvigionamento idrico è corroborata dalla dimensione e conformazione del manufatto. Vediamo perché.
Fonti alle Fate si trovano al termine di una stradella che scende al di sotto dell’attuale via Fonti alle Fate, la strada che conduce al nuovo parcheggio dotato di ascensore. E’ una zona che ha un’esposizione settentrionale, quindi meno ospitale perché meno illuminata dal sole, specie in inverno e dove batte forte la tramontana. Infatti è una zona pressoché disabitata, non coltivata e lasciata a bosco. E’ lontana anche dalle principali vie di comunicazione. Si trova quindi in un luogo isolato, inospitale e di non facile accesso. Come si spiega, invece, che intorno alla sorgente è stata costruita una struttura del genere? La risposta è facilissima: la sete.
Evidentemente le altre fonti, i pozzi e le cisterne presenti in San Miniato non erano affatto sufficienti per i bisogni d’acqua della popolazione che si serviva anche di Fonti alle Fate. E non è ammissibile nemmeno uno sfruttamento agricolo, perché l’orientamento a nord non facilita certo le coltivazioni e non sussistono canalizzazioni a tale scopo. L’unica ragione plausibile è che il borgo fortificato di San Miniato avesse maledettamente bisogno di acqua, cosicché le persone fossero disposte a camminare un bel po’ al di fuori del centro abitato pur di approvvigionarsi. Come ricordano Delio Fiordispina e Manuela Parentini nella loro sopracitata pubblicazione, San Miniato per tutto l’800 aveva problemi di mancanza d’acqua. Gli abitanti erano saliti di numero e si attestavano a 3-4000. Lo stesso numero che, Francesco Salvestrini in una recente conferenza, organizzata dall’Associazione Architettura e Territorio “Lanfranco Benvenuti”, ha indicato come popolazione del borgo di San Miniato prima della peste del 1348. I problemi di approvvigionamento idrico dovevano essere più o meno gli stessi. Da qui la necessità di sfruttare al massimo le tre sorgenti del colle. Nell’800, invece, il problema verrà affrontato con la costruzione di un acquedotto e di grandi cisterne pubbliche.

Fonti alle Fate, interno
Gionata Giglioli fa da apripista
all’esplorazione, è il più coraggioso!

Gionata Giglioli indica l’apertura che mette
in comunicazione con la sorgente con la vasca di decantazione

Come si può ben notare da quest’ultima immagine, all’interno dell’incavo con la sorgente vera e propria, vi sono anche dei piccoli stalattiti, per la precisione vengono chiamati “spaghetti”. Ingenti sono i depositi calcarei sinonimo di grande quantità di calcio presente nell’acqua, che nei secoli ha depositato sulle superfici dove scorreva.

La struttura costruita attorno alla sorgente è costituita da elementi in laterizio. Intonacata negli ambienti interni con malta, evidentemente, a legante idraulico, cioè resistente all’acqua (a differenza, per esempio, della più famosa “calce aerea”). Non è possibile datare questo manufatto, anche se dalle fonti ne abbiamo notizia fin dall’epoca medioevale. I laterizi utilizzati per la costruzione e visibili nelle arcate sono di buona fattura, con impasto omogeneo privo di impurità e perfettamente cotti in fornace. Questo particolare lascia supporre la costruzione a partire dai secoli XII e XIII, non prima.
E’ assai probabile che fossero conosciute, come afferma Dilvo Lotti in “San Miniato nel Tempo”, fin dall’epoca etrusca. La struttura non è sicuramente così antica, almeno non nelle forme e nei materiali, forse a causa di vari interventi succedutisi in epoca medioevale, anche se la presenza di tutto quel calcare sia fuori che dentro, lascia pensare a diversi secoli di continua sedimentazione del minerale.

Deposito di calcare esterno

Curioso è, senza dubbio, il nome. Perché “Fonti alle Fate”?
Nella sua novella Cornelio Rossi attribuisce tale denominazione alle due sorelle che vanno in soccorso del Ciccioni e del Mangiadori che si erano feriti durante le battaglia. Grazie all’acqua della sorgente i due si erano presto ristabiliti.
Ovviamente Cornelio Rossi ha lavorato molto con la fantasia, ma non possiamo escludere che l’ispirazione per il racconto non trovi fondamento nella tradizione popolare sanminiatese. Le “Fate” richiamano inevitabilmente al mondo magico e la stessa novella attribuisce all’acqua della fonte virtù miracolose. E’ possibile che l’acqua delle Fonti abbia poteri taumaturgici?
Rossano Nistri, nel suo articolo “Acque dei vivi, acque dei morti. Mitologie acquatiche attorno alle Fonti alle Fate di San Miniato” pubblicato nel Bollettino dell’Accademia degli Euteleti n. 76 del 2009, si pone il medesimo interrogativo. La risposta è negativa e a conferma di ciò riporta numerose non-testimonianze. Vale a dire che se tale potere taumaturgico esistesse veramente, doveva essere riportato nella narrativa scientifica e geografica. E invece nessuno si è mai occupato delle Fonti alle Fate, segno che tali acque non hanno interesse alcuno, se non per essere usate comunemente. Chi poteva occuparsene (come il Repetti nel suo Dizionario Geografico della Toscana, lo Schivardi nella guida alle acque minerali, il Jervis nel compendio di geologia positivista nel territorio italiano e il chimico sanminiatese Gioacchino Taddei autore di un importante studio sulla fonte presso Santa Gonda) non lo ha fatto. Quindi, escludendo il cosiddetto “effetto placebo”, le Fonti alle Fate non possiedono alcun potere taumaturgico. Sono invece molto ricche di calcio!

La vasca laterale di destra

Lo stesso Rossano Nistri fa poi notare come vi sia un pullulare in Toscana di posti con nomi legati alle “Fate”, alle “Ninfe” e simili. Tanto per citarne alcune, fra le più conosciute, ricordiamo le “Fonti alle Fate” di Poggibonsi, ma toponimi simili vi sono anche a Certaldo, Gambassi, Fiesole, Cetona, Pienza, Montepulciano e in molti altri comuni. Il minimo comune denominatore di tutte queste località va ricercato indubbiamente nel substrato culturale delle popolazioni che abitavano la Toscana. Una sorta di riverbero delle tradizioni pagane, ma anche la necessità di dare un nome e una forma comprensibile di quello che i latini chiamavano “genius loci”, che un po’ riduttivamente potremmo tradurre in “spirito del luogo”.
Credo che Rossano Nistri nel sopracitato articolo colga molto bene questo aspetto, e per questo riportiamo le sue stesse parole: “genius loci, lo spirito di quella terra, che per sopravvivere, diviene divinità sotterranea, perché esso stesso è acqua che scaturisce dalle viscere della terra, ma anche perché subisce il ribaltamento della demonizzazione, all’affarmarsi di una nuova divinità, essendo immortale…”.
Ancora oggi questo spirito è avvertibile. Noi contemporanei “razionalisti”, per definire un’emozione del genere, possiamo ricorrere al termine “suggestione”; suggestione per un sito collocato nel bel mezzo di quello che ha tutto l’aria di essere un lucus, un bosco sacro, anche se più per tradizione popolare che nella realtà dei fatti. Come si diceva nell’articolo LUOGO META’-FISICO, tale potere è da ricercarsi, forse, nella grandissima distanza psicologica delle Fonti. Ci arriva solo chi si mette alla ricerca, altrimenti nessuno vi capiterà mai, nemmeno per sbaglio. E proprio questo porsi alla ricerca che genera nell’animo quel sapore mistico evocato dallo stesso termine delle “Fate”.

La sorgente vera e propria,
dove con pochissima luce, vi cresce una pianta acquatica

Significativa è la memoria del luogo narrata da Don Luciano Marrucci. Egli ricorda che le Fonti alle Fate era il luogo dove si poteva stare un po’ in solitudine, da soli o con pochi amici. Per studiare o anche solo per riposare, sicuramente per sognare. Tale circostanza è confermata anche da Rossano Nistri.

Immersa fra robinie e lecci, lì, sola, come nei secoli passati. Un luogo fatto per essere cercato. E trovato solo da chi la rincorre per davvero, da chi cerca anche solo pochi minuti di serena armonia.

L'articolo è stato redatto grazie alle ricerche in situ di Rita Costagli insieme alla piccola Matilde, vere apripista alle spedizioni successive, alle quali hanno partecipato Francesco Fisoni, Gionata Giglioli, Luciano Marrucci e Francesco Fiumalbi.

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sabato 13 novembre 2010

LA NECROPOLI DELLA CAPRA

Nessun commento:
di Francesco Fiumalbi

In uno splendido sabato mattina, ci ritroviamo alla base, presso Moriolo. Siamo in quattro: Luciano Marrucci, Francesco Fisoni, Leonardo Serrini e Francesco Fiumalbi. Con tono quasi canzonatorio, commentiamo l’abbigliamento sopra le righe di Luciano che si difende: andiamo all’avventura!
Armati di comode scarpe, di macchina fotografica e di tanta allegria saliamo a bordo del potente fuoristrada di Leonardo. Un rapido controllo alla cartina: pronti, si parte!
Destinazione: “top secret”.

Una strada della campagna sanminiatese

Il sole è quasi alto e lo stradone scorre veloce sotto di noi. Lasciamo la via maestra e ci inoltriamo per una strada che comincia, dolce, a salire. L’asfalto ci abbandona e un buon sentiero si apre davanti; ben presto la jeep si rivelerà fondamentale. Svoltiamo in un sentiero secondario e subito ci accoglie una profonda buca che ci fa sobbalzare. Procediamo lentamente, anche se le quattro ruote motrici facilitano l’andatura: un’auto normale si sarebbe impuntata, esattamente come un vecchio mulo che non ne vuol sapere di muoversi. Finalmente arriviamo ad uno slargo: meglio parcheggiare.

Continuiamo a piedi, aiutati da un paio di bastoni che ci siamo portati dietro. La temperatura è ideale. Nessun suono meccanico, solo i nostri passi e qualche folata di vento che, di tanto in tanto, smuove la vegetazione circostante. Siamo invasi da antichi odori, e da qualche insetto di troppo. Armati col nostro desiderio di avventura, procediamo. La strada inizia a scendere e dopo una svolta la vallata si apre ai nostri occhi. Sulla sinistra si comincia ad intravedere una vecchia casa “di contadino” parzialmente nascosta dagli alberi.

Paesaggio collinare sanminiatese

Ci accoglie il proprietario di casa: un uomo sulla cinquantina, non molto alto, ma dal fisico robusto. Abbandona il lavoro che stava facendo e ci presentiamo. Conosce già il motivo della nostra visita e, senza perdersi in inutili convenevoli, ci fa strada attraverso un piccolo sentiero. Ben presto arriviamo ad una piaggia assolata. Cominciamo a guardarci attorno. Pian piano i nostri sguardi si concentrano su alcuni affioramenti pietrosi. Si tratta di rocce sedimentarie, decisamente sabbiose, di color giallo, quasi ocra. Hanno una particolarità: paiono squadrate. Prendiamo in mano alcuni piccoli frammenti: sono molto friabili. Ne cade uno a terra rompendosi lungo una precisa linea di frattura che non avevamo notato. Cominciano ad manifestarsi le prime domande: è opera dell’uomo? Oppure  vi ha lavorato madre natura?

Il bello deve ancora avvenire. Poco distante, ecco spuntare dal terreno almeno tre grossi massi. Sono decisamente diversi. La roccia è assai più dura, di colore bruno e sembrano disposti in modo casuale. Si avvicina a noi una capra e la cosa ci diverte. Siamo qui grazie ad una sua “nonna” che, nottetempo, aveva scelto quale giaciglio una cavità fra i grandi blocchi di pietra. Questa sua predilezione aveva fatto sorgere alcuni dubbi al suo padrone, condivise all’epoca con Luciano Marrucci. Il tempo era passato e la cosa era andata “in cavalleria”. I due vecchi amici, negli anni, non si erano affatto dimenticati della cosa e così, in questa splendida mattina attendono il parere dei più giovani.
Con Leonardo e Francesco ci guardiamo perplessi. Possibile?

Una roccia squadrata che affiora

Iniziamo a saggiare le rocce con tatto, quasi ad accarezzarle. Anche queste sembrano squadrate, seppur in modo più grossolano. Sono disposte a “U”: due quasi parallele, l’altra sopra e di traverso. Ci sediamo sulle stesse, iniziamo ad avanzare ipotesi. Luciano Marrucci, con tono solenne, espone la sua teoria in merito: potrebbe trattarsi di una tomba, vedete, questo è l’ingresso! Questi macigni, più grandi e diversi rispetto alle altre pietre, non possono essere qui per caso. Forse si tratta di una sepoltura, probabilmente risalente all’epoca etrusca, la cui copertura è crollata lasciando cadere al suo interno molti detriti.
Il padrone è più cauto: forse questi massi sono frutto di una frana, sono talmente grandi che trasportarli fin qui sarebbe stato molto arduo! Forse la cavità che formano poteva essere usate come cantina o deposito fresco.
Discutiamo.

Le tre grandi rocce

Luciano si sofferma sulle pietre, mentre il resto della compagnia si avventura fra l’erba. Sopraggiunge il maschio della capra: un affascinante animale che pare provenire da un mondo lontano. A differenza della femmina, non si lascia avvicinare. Proseguiamo poco più a valle e Francesco Fisoni si lascia coinvolgere da una coppia di asini. Divertito si fa ritrarre con loro.

La capra e le rocce

Facciamo ritorno all’abitazione, dove ci attende il rifornimento d’acqua e di succo d’uva. Luciano espone nuovamente la sua teoria; sembra quasi un profeta biblico: poco preso sul serio. In realtà Francesco, Leonardo ed io dobbiamo ancora sedimentare quanto abbiamo visto per la prima volta. Dall’abitazione sbuca la moglie del padrone mostrandoci un piccolo frammento di un vaso. Si tratta di una parte dell’imboccatura. A prima vista pare costituito da un arcaico impasto argilloso. Contiene frammenti grigiastri che ricordano la pomice, usata spesso come materiale di alleggerimento dell’amalgama. Luciano decide di fermarsi a conversare con la donna, mentre noi proseguiamo in un piccolo tour attorno alla casa. Saliamo un poco e ci ritroviamo per il malandato sentiero da cui siamo arrivati. Ad un certo punto il padrone si ferma e ci mostra alcuni frammenti di embrici incastonati nella terra di un ciglione. Poi ci fa notare alcuni laterizi disposti lungo la sede stradale. Ben distinto, appare il basamento di un vecchio muro, dello spessore di circa trenta centimetri. Accanto alcuni mattoni disposti per coltello. Possibile che vi fosse un muro proprio sulla sede stradale e col tempo sia crollato?

La fondazione di un muro crollato?

Si è fatto tardi e ritorniamo all’abitazione assaliti dai dubbi. Salutiamo il padrone di casa e lo ringraziamo per la bella accoglienza che ci ha riservato. Raggiungiamo il fuoristrada e facciamo ritorno alla base.

Sicuramente l’intero territorio del Comune di San Miniato è stato abitato stabilmente fin dall’antichità, prova ne sono molteplici ritrovamenti sparsi qua e là. Possibile che quei tre massi siano ciò che resta di una vecchia sepoltura etrusca? Per quale motivo se ne sarebbe persa la memoria? Eppure è lì, ben visibile.
Non siamo in grado di pronunciare risposte, soltanto domande. Ci lasciamo col proposito di interpellare un geologo, per capire se la forma delle pietre è compatibile col lavoro dell’uomo o se sia frutto dell’erosione, e un buon archeologo. Fra molti interrogativi, iniziano ufficialmente le ricerche.


(continua…)

domenica 7 novembre 2010

IL FARO DELLA ROCCA

19 commenti:
di Francesco Fiumalbi
Nei giorni 30 ottobre e 2 novembre 2010 sono comparsi su La Nazione due articoli, firmati da Carlo Baroni, inerenti l’apparentemente sopito dibattito sul “Faro” della Rocca.
Sono stato spinto a scrivere questo articolo, anche perché a smuovere le acque, almeno inizialmente, penso di essere stato anch’io. Erano i primi di agosto, quando mi presentai all’Ufficio Cultura del Comune di San Miniato per richiedere la pubblicazione in questo blog di alcune immagini inerenti la Rocca. Chiesi anche di avere informazioni sul “Faro”. Fui inviato alla Pro Loco, dove la sig.ra Nicoletta Corsi si disse disponibile ad aiutarmi nella ricerca. Mi indicò, grazie anche al Sig. Nacci, il “Faro” che giunse dal governo tedesco all’Associazione Reduci di Guerra, quale gesto distensivo dopo le distruzioni avvenute a San Miniato nell’estate 1944. Parlai della cosa a Don Luciano Marrucci che, a distanza di tempo, grazie a Facebook, ha lanciato il suo appello, raccolto dal giornalista Baroni.

Turismo a San Miniato. Penso che San Miniato potrebbe giocare due carte vincenti (fonti alle fate e il sito della cosiddetta necropoli della capra) ma il vero jolly gli è scivolato in terra ed era il faro sulla Rocca: un incredibile, un formidabile richiamo notturno a visitare di giorno questa città.
Queste le parole di Don Luciano Marrucci. La proposta è stata appoggiata anche da Mario Rossi, “uomo di sinistra”, e si è detto disponibile a parlarne anche il Sindaco Vittorio Gabbanini, intervenuto il 2 novembre sempre sulle pagine de La Nazione.

Vediamo quindi di approfondire la vicenda del faro, dalla sua collocazione fino ai giorni nostri.

Lo sportello del faro, particolare
Fotografia realizzata grazie al
generoso consenso di Mario Caponi

Come riporta il Canonico Galli-Angelini, nel Bollettino dell’Accademia degli Euteleti n. 24, del 1947: “Dopo la Guerra del 1915-18 sulla sommità della Rocca venne posto un faro girevole che ogni sera, lanciando il suo potente fascio di luce dal Monte Pisano al Monte Albano sulla vallata dell’Arno e sulle colline che corrono, bellissime, da San Gimignano a Volterra, ricordava alle tante genti che popolano la zona il sacrificio di chi tutto aveva donato alla Patria”.
Era quindi un faro “votivo”, scelto quale monumento ai caduti da un comitato cittadino composto, come ricorda anche Carlo Baroni nel suo articolo del 30 ottobre, da diverse associazioni: Orfani, Madri e Vedove di Guerra, il Comitato della Cappella Votiva e la Misericordia. Per finanziare l’installazione fu promossa una Lotteria Nazionale, che, grazie al successo ottenuto, fornì il denaro necessario per il faro e per l’acquisto di un'autoambulanza e della sede della Misericordia. Il faro fu posizionato nel 1928 e lì rimase fino al 23 luglio del 1944, quando la rocca fu demolita dai tedeschi in ritirata. Ancora il Canonico Galli-Angelini nel suo diario tenuto durante i difficili giorni del passaggio del fronte:

Giovedì 20 luglio 1944
E’ già stato fatto l’impianto elettrico per far esplodere le mine messe in Rocca. Un filo elettrico tinto di minio dalla Piazza del Seminario, per le scale della Loggetta, il prato del Duomo lungo le Sagrestie, è portato alla Torre”.

“Domenica 23 luglio 1944
Nella tarda sera i tedeschi, prima di lasciare San Miniato, compirono l’ultima distruzione di molte case e palazzi ed infine circa le ore 22,30 fecero brillare le mine poste nella rocca, che con grande fragore crollò all’istante. Prima si udì un grande scoppio seguito da un boato e da un grande bagliore, quindi una nube nera avvolse la collina. Quando essa si fu dileguata la rocca non c’era più. Così mi ha narrato uno spettatore che si trovava a Scacciapuce, verso i Cappuccini. (…)

La torre, ricorda Mario Caponi, sanminiatese classe 1923, nel suo diario, fu minata dall’interno. L’esplosivo fu collocato a piano terreno e fece crollare la rocca su se stessa, anche se molte macerie caddero a valle, andando a ostruire parzialmente viale 24 maggio e viale Don Manzoni, cioè la strada che da San Francesco conduce in piazza del Duomo.
Mario Caponi andò, la mattina di martedì 25 luglio 1944, in rocca per vedere cosa fosse rimasto dell’antica costruzione. Il “Prato della Rocca” era disseminato di macerie e, fra queste, riuscì a recuperare uno sportello del “Faro”. Nei giorni successivi, Mario Caponi, come dice lui stesso “per non impazzire”, dipinse con tempera ad olio il frammento metallico che raccolse quel giorno e che gelosamente conserva ancora oggi nella sua casa.

Lo sportello del faro
Fotografia realizzata grazie al
generoso consenso di Mario Caponi

Il filo in plastica di color arancio, è un frammento di quel “filo tinto di minio” di cui parla il Canonico Galli-Angelini, definito tale in quanto la plastica, all’epoca, era pressoché sconosciuta.
Sullo sportello, Mario Caponi volle, in estrema sintesi, scrivere la storia del monumento abbattuto, anche perché non era assolutamente scontato, in quei giorni, che venisse ricostruito come poi è accaduto.

La Rocca di San Miniato, costruita da Ottone I nel 968 e distrutta dai tedeschi in ritirata, la data del 23 luglio 1944. Questa lamiera apparteneva al faro votivo che i sanminiatesi avevano eretto sulla torre stessa in memoria dei caduti nella vittoriosa guerra del 1915-18”.
Queste le parole scritte sullo sportello da Mario Caponi.

Cercheremo adesso di capire come funzionava il faro.
Innanzitutto, essendo passati ben 66 anni dall’ultima volta che fu acceso, occorre precisare che esistono opinioni contrastanti. In particolare analizzeremo le testimonianze di Mario Caponi e Don Luciano Marrucci.
Mario Caponi afferma che il faro era posizionato su un piedistallo, che formava una specie di terrazzino al quale si accedeva attraverso una semplice scala a pioli. Dal supporto partiva un “collo” sul quale erano posizionati tre sportelli, ciascuno per ogni luce. Al di sopra il “cipollotto” con tre occhi luminosi, ciascuno per ogni colore della bandiera italiana: verde, bianco e rosso. Tuttavia, sempre Mario Caponi precisa che di regola fosse acceso solo il faro “bianco”, che in realtà tendeva al giallo, mentre gli altri due illuminavano solo in particolari occasioni.
Luciano Marrucci afferma, invece, che il faro fosse costituito da un’unica lampada, bianca o gialla e non rammenta di terrazzini o piattaforme.
Per avere un’idea possiamo vedere anche una fotografia storica, che non possiamo pubblicare perché protetta da Copyright, di proprietà F.lli Alinari. Per vederla è molto semplice:

Incollare il seguente u.r.l. nella barra degli indirizzi del vostro browser
http://www.alinariarchives.it/internal/Default.aspx
(per mettere il collegamento diretto, meglio conosciuto come “link”, occorre il permesso scritto!)
In alto a sinistra, nel campo “Ricerca libera”, digitare: Torre Federico Miniato.
Compariranno 2 immagini, di cui la seconda è quella che più ci interessa. Cliccare sopra all’immagine interessata per ingrandirla.

La fotografia però non ci aiuta più di tanto: mostra inequivocabilmente un solo occhio, ma non è dato sapere se ve ne fossero altri. Nel 1930, quando fu scattata, non vi è traccia della piattaforma ricordata da Mario Caponi e da lui disegnata anche sullo sportello. Potrebbe essere che il terrazzino sia stato costruito in un secondo momento.
Quindi, rimangono non chiarite, le questioni su quante lampade avesse e se fosse dotato di una piattaforma.

Il governo tedesco, negli anni ‘50, allorquando la torre veniva ricostruita secondo il progetto degli ingegneri Baldi e Brizzi, donò all’Associazione Reduci di Guerra un nuovo faro da collocare in cima al rocchetto più alto, una volta che la costruzione fosse ultimata. Questo manufatto è completamente diverso, nelle fattezze, rispetto all’originale, anche se è costituito da tre lampade, verde, bianca e rossa, come descritto da Mario Caponi. Intorno al 1990, il faro passò dall’Associazione Reduci di Guerra alla Pro Loco di San Miniato, che ancora lo conserva in un proprio magazzino.

Il faro inviato dal governo tedesco
Foto di Francesco Fiumalbi su gentile
concessione della Pro Loco di San Miniato

Come ricordato anche da Mario Rossi nell’articolo del 30 ottobre 2010, in tutto il dopoguerra c’è sempre stata una forte opposizione al ripristino del faro sulla Rocca, in quanto considerato uno dei tanti mezzi di propaganda dell’allora regime fascista.
Cercheremo ora di avvicinarci a capire il contesto cittadino e nazionale in cui fu deciso di installare il faro.
Mario Caponi ricorda che l’allora Comune di San Miniato si era dimostrato, fin dal termine della “Grande Guerra”, uno dei comuni più attivi a livello nazionale per le celebrazioni della dolorosa vittoria italiana. Senza dimenticare i Monumenti ai Caduti di San Miniato in piazza S. Caterina, e di Ponte a Egola in Piazza Stellato Spalletti, Mario Caponi afferma che quello sanminiatese fu il primo comune d’Italia a creare i cosiddetti “Viali della Rimembranza”, che ancora oggi esistono sempre. Uno si trova nel capoluogo, ed è la strada che da Corso Giuseppe Garibaldi, conduce in Piazza del Duomo e dovrebbe essere il primo realizzato. Gli altri si trovano a Cigoli (la lapide si interrompe a 30 marzo 19…) e a Balconevisi (più tardo, fatto nel 1926).

Targa a Balconevisi, all’inizio del centro abitato in via Castello.
Foto di Francesco Fiumalbi

In questo senso, occorre ricordare anche le lapidi collocate in ogni chiesa parrocchiale, sulla facciata, oppure all’interno. Ogni centro abitato aveva la sua epigrafe commemorativa. E tutte riportano datazioni dei primi anni ’20 (ad esempio, l’epigrafe collocata alla base del campanile di Ponte a Egola riporta il giorno 30 luglio 1922). La “marcia su Roma” avvenne il 28 ottobre 1922.
Non che in questa pagina si intenda fare del revisionismo storico, anzi, ma è oggettivamente difficile stabilire quanto di fascismo vi fosse in queste celebrazioni. O meglio, il regime sicuramente se ne servì, ma non ne fu, probabilmente, l’ideatore iniziale. Anche perché, a corredo delle targhe e delle epigrafi, non si rintracciano i “simboli” del fascismo, nemmeno grattati, parzialmente distrutti o sommariamente cancellati, come invece si rinviene altrove. Sembra proprio che queste opere commemorative siano più il frutto di un sentimento popolare allora fortissimo. Nel Comune di San Miniato i caduti nella Grande Guerra furono oltre 300 e la popolazione avvertiva veramente il senso di sacrificio per l’Unità Nazionale, che dopo la vittoria del 1918 poteva dirsi davvero compiuta.

E allora, cosa fare? Ripristinare il Faro oppure no?

Don Luciano Marrucci si è sempre detto entusiasta. Sostiene che era una cosa incredibile, suggestiva e proiettava l’immagine di San Miniato in gran parte della Toscana. Ricorda che Lea Benedetti Leoni, da poco scomparsa, si dichiarò addirittura disposta ad offrire un contributo economico perché il faro tornasse sulla Rocca.
D’accordo anche Mario Rossi, ex esponente del PCI, che parla chiaramente di “muro da abbattere”, in virtù anche di un ritorno in termini turistici.

La Rocca col Faro
Fotomontaggio di Francesco Fiumalbi

Contrario, invece, Mario Caponi: “è passato molto tempo, e l’immagine di San Miniato e della Rocca ormai è questa. Doveva essere ripristinato subito, ma adesso è tardi e poi sarebbe un pericolo per gli aerei”.
Il pensiero di Alfonso Lippi, Sindaco di San Miniato dal 1990 al 1999, in una lettera del 1996 inviata alla Pro Loco e riportata da Carlo Baroni nell’articolo del 30 ottobre, sentenziava: “Taluni dicono che è una forma di ricordo dei caduti di tutte le guerre, ripetendo la stessa argomentazione degli anni ’30, senza rendersi conto che se certe esteriorità potevano in qualche modo rispondere alla retorica dei canoni estetici di quel tempo, lo stesso non può certo dirsi per i nostri”.
Sulla stessa linea tenuta nel 1996 da Lippi anche i Comunisti Italiani che, come riportato nell’articolo del 2 novembre, invitano a “(…) lasciar perdere la ricostruzione dei simboli della retorica fascista (…)”.
L’attuale Sindaco, Vittorio Gabbanini, si è detto possibilista, almeno ad affrontare nuovamente la questione. Staremo a vedere come si evolverà il dibattito.


E voi? Cosa ne pensate?
Potete lasciare un commento qua sotto, spiegando la vostra opinione!
Oppure, se siete di fretta, ma volete dire comunque la vostra, all'inizio di questa pagina, in alto a destra, troverete un apposito sondaggio velocissimo.


Si ringrazia Don Luciano Marrucci, Mario Caponi, il sig. Nacci e Nicoletta Corsi della Pro Loco e l’Ufficio Cultura del Comune di San Miniato, in particolare la sig.ra Franca, per il contributo nella stesura di questo articolo.


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