Visualizzazione post con etichetta Labirinto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Labirinto. Mostra tutti i post

domenica 30 gennaio 2011

IL LABIRINTO DEL DUOMO DI SAN MINIATO - NUOVI FILONI DI RICERCA (quarta parte)

di Francesco Fiumalbi

Articoli collegati:

Un’altra ipotesi, che potrebbe legarsi a quella precedentemente enunciata, ma non necessariamente, è quella che vede nella “Triplice Cinta” un simbolo strettamente teologico. Come detto, la figura del quadrato (nel nostro caso un rettangolo) potrebbe rappresentare la Terra. Tre figure quadrate (o rettangolari) concentriche potrebbe significare, nella simbologia medievale, l’insieme dei tre Mondi: Terrestre, Firmamentale e Celeste (o Divino) che insieme formano il Macrocosmo (1). Questa interpretazione, unita a quella che vede nella Triplice Cinta sanminiatese lo schema della città di Gerusalemme quale simbolo per i pellegrini diretti a Roma e in Terra Santa è forse quella più plausibile.
Senza dimenticare che la stessa San Miniato, in epoca imperiale, era dotata appunto di 3 cerchie murarie (2): quella più esterna, coincidente approssimativamente col “Terziere” di Castelvecchio, la seconda dal “prato” del Duomo i cui cardini erano appunto la Torre delle Cornacchie (distrutta nel XIX sec.) e la Torre di Matilde (oggi torre campanaria) e, infine, la rocca vera e propria (da non confondere per sineddoche con la torre federiciana).  La chiesa di Santa Maria (poi chiesa Cattedrale) si trovava fra la seconda e la terza cerchia. Che sia solo un caso?

La “Triplice Cinta” del Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Le riflessioni proposte lasciano indubbiamente più interrogativi di quelli a cui volevano rispondere. Appare ancora prematuro stabilire con certezza la natura e il significato del bassorilievo marmoreo posto nella facciata del Duomo. Le ricerche proseguono, muovendosi in direzioni talvolta parallele, talvolta incidenti.
E’ probabile che questo manufatto abbia origini antichissime e che sia stato utilizzato, nel corso dei secoli, in contesti e con scopi anche molto diversi fra loro. Quello che è certo è che il bassorilievo è stato “incastonato” successivamente alla costruzione nel paramento della facciata del Duomo. Abbiamo ipotizzato che il suo posizionamento abbia avuto a che vedere con lo spostamento del “Titolo” della Pieve di San Genesio alla chiesa di Santa Maria in castrum Sancti Miniati. Forse si tratta di un qualcosa che ha origine nell’insediamento romano che piano piano sta emergendo dagli scavi condotti dal Prof. Federico Cantini (3), quindi di origine pagana, e poi riutilizzato nella pieve. I riferimenti in giro per l’Europa parlano chiaro: il labirinto-“triplice cinta” è un simbolo che si trova sempre in prossimità di importanti percorsi internazionali, molto battuti anche da pellegrini e religiosi, proprio come la via Francigena.
Non vi sono certezze. Abbiamo proposto tutte le interpretazioni possibili ad oggi, anche quelle più fantasiose e improbabili al fine di poter suggerire spunti a qualcuno ben più informato di noi. Rimane il fascino per un manufatto appartenente alla storia e alla cultura dei secoli passati, che ci appartiene ancora oggi e che, con le conoscenze odierne, non siamo in grado di decifrare, almeno non compiutamente.

Chiunque abbia notizie, conoscenze, deduzioni e voglia contribuire alla ricerca del significato di questo simbolo scolpito nel marmo, è invitato a farlo.


(…continua?)

Articoli collegati:

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Uberi Marisa e Coluzzi Giulio, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, Aprilia, 2008.
(2) Cristiani Testi, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1967, pagg. 58-59.
(3) Cantini-Salvestrini (a cura di), “Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del medio Valdarno Inferiore fra Alto e Pieno Medioevo”, Firenze University Press, Firenze, 2010

domenica 21 novembre 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO NUOVI FILONI DI RICERCA (TERZA PARTE)


di Francesco Fiumalbi

3 - LA VIA FRANCIGENA E GERUSALEMME
  
Articoli collegati:


Le due precedenti ipotesi, formulate nella seconda parte delle nuove ricerche, non tengono conto di quanto già supposto nei primi due articoli. Come detto, possono risultare fantasiose, ma è utile tenere presenti anche altre strade, da poter imboccare qualora la via principale risulti bruscamente interrotta. Per il momento non lo è.

Il labirinto del Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Nell’articolo “Il labirinto del Duomo di San Miniato, è stato detto che il labirinto, come era stato chiamato, potrebbe essere un elemento di riconoscimento al centro del nodo stradale fra la via Francigena e la via Quinctia. Era stato ipotizzato che questo bassorilievo marmoreo facesse parte di un sistema più ampio ed era stata proposta come collocazione originaria la riscoperta Pieve di San Genesio, in località Vico Wallari, fra La Scala e Ponte a Elsa.
Cosa potrebbe cambiare se invece di “labirinto” si parlasse di “Triplice Cinta”?
Innanzitutto, è bene precisare, che spesso l’immagine del Labirinto è stata accostata a quella della Triplice Cinta, e in alcuni casi risultano persino coincidere, sia come schemi planimetrici che come percorso iniziatico (1).
L’ipotesi già enunciata non cade affatto, bensì si arricchisce di nuovi particolari. Il suddetto manufatto potrebbe indicare una cosa molto importante: il simbolo della Città Santa, Gerusalemme.
La città santa alle tre religioni monoteiste, all’epoca delle Crociate era difesa da tre ordini di mura.

Hartmann Schedel, Hierosolima (Gerusalemme), 1493
Immagine tratta da www.wikipedia.org

Parte dell’iconografia relativa a Gerusalemme è rivolta al riconoscere le 12 porte, 4 per ogni cerchia muraria, che contraddistinguevano la città. Come precedentemente detto, spesso il simbolo della Triplice Cinta è accompagnato da quattro bracci. Questi starebbero ad indicare appunto le porte e i percorsi per arrivare al centro (2). Tale circostanza, però, non può dirsi per il nostro bassorilievo.
Dando per buona l’originaria collocazione presso la Pieve di San Genesio, caposaldo del sistema viario della Francigena, ci si pone la questione se il bassorilievo non sia legato ai Cavalieri Templari. Il suddetto ordine, oltre a garantire la difesa dei pellegrini in Terra Santa, si occupava della protezione e della cura anche di coloro che intraprendevano viaggi verso le destinazioni di Roma e Santiago di Compostela. Lungo la via Francigena si erano sviluppati mansioni e commanderie templari (3). Il simbolo della Triplice Cinta è legato a doppio filo con i suddetti cavalieri: innanzitutto per la probabile stilizzazione della città di Gerusalemme e, in secondo luogo, per alcuni disegni graffiti rinvenuti nella torre del castello di Chinon (4), in Francia, e che sono stati attribuiti a membri dell’Ordine che lì sarebbero stati rinchiusi fra il 1307 e il 1309 a seguito dell’ordine di arresto da parte di Filippo IV “il Bello” (5). 
E’ possibile che a San Genesio vi fosse un centro templare? Il nome Genesio, pare derivi da Dionisio o Dionigi, ovvero il francese Denis. Gli storici si stanno tutt’ora interrogando sul legame fra i Templari e la chiesa parigina di Saint Denis, la cui costruzione, pare abbia usufruito di un contributo, economico e stilistico, fondamentale proprio dai suddetti Cavalieri (6).

Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Questa ipotesi non sarebbe da escludere. Secondo questa interpretazione la sede dell’Ordine Templare sarebbe poi stata trasferita presso la chiesa di Santa Maria, oggi chiesa Cattedrale dedicata ai Santi Maria Assunta e Genesio, con la distruzione del borgo, avvenuta nel 1248. Ricordiamo che San Miniato, e prima ancora San Genesio, dipendeva dalla Diocesi di Lucca, in cui vi è documentata la presenza dei Templari. E proprio vicino al Duomo di Lucca, dove si trova il labirinto già indicato nell’articolo precedente, si trovano esempi di Triplice Cinta, in particolare sulla seduta di un edificio nella piazza della Cattedrale.


(…continua…)

Articoli collegati:


NOTE BIBLIOGRAFICHE
1) Uberi Marisa e Coluzzi Giulio, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, Aprilia, 2008.
2) Ibidem.
3) http://www.angolohermes.com/approfondimenti/templari/templari.html
4) Uberti e Coluzzi, Op. Cit.
5) http://it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_templari#La_Caduta_e_la_soppressione
6) http://www.ricerchetemplari.it/l'economia.htm

domenica 10 ottobre 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO - NUOVI FILONI DI RICERCA (seconda parte)

di Francesco Fiumalbi

Articoli collegati:


2-      UN SIMBOLO TELLURICO?

Nell’articolo precedente abbiamo interpretato il piccolo bassorilievo marmoreo come una “Triplice Cinta”. E’ un simbolo antichissimo, ma cosa potrebbe avere a che fare con San Miniato?

Un filone di ricerca è collegato al cosiddetto “tellurismo”, aspetto geografico di alcuni luoghi, legato a credenze in cui la dimensione naturale e fisica si incontra con quella metafisica. In questi luoghi, considerati particolari, sono sorti, in antichità, templi e veri e propri santuari (1). Anche di questo aspetto abbiamo notizia presso San Miniato. Il tempio dedicato al dio Pan, si trovava in un luogo sopra a quelle che molti hanno riconosciuto come terme romane, oggi chiamate Fonti di Pancole (2). Vi sono anche altre zone, nella tradizione popolare sanminiatese, legate a esperienze “metafisiche” (più nelle leggende che nella realtà dei fatti), fra cui le cosiddette Fonti delle Fate. Oppure sono luoghi con particolari connotazioni astronomiche, come chiese, con simbologie riferibili all’astronomia (3). L’ipotesi avanzata dal canonico Lorenzo Cavini nel 1969 (4), secondo cui la disposizione dei bacini ceramici della facciata della chiesa Cattedrale, dedicata ai Santi Maria Assunta e Genesio, stia ad indicare la Stella Polare con l’Orsa Maggiore e l’Orsa minore potrebbe essere un’ipotetica chiave di lettura. Di questa teoria ne parleremo compiutamente in un apposito articolo.

Duomo di San Miniato, foto di Francesco Fiumalbi


E’ possibile che il Duomo sia stato edificato in un luogo definito “sacro” già in epoca romana, pressoché equidistante dalle “Fonti”, e che gli elementi posti in facciata richiamino preesistenze cultuali antichissime? E’ plausibile che l’area fosse già insediata in epoca romana (5), tuttavia mancano riscontri documentari abbastanza consistenti per avvalorare con certezza questa ipotesi ed aggiungere un piccolo tassello alla supposizione che vede la “Triplice Cinta” legata al “tellurismo” (6). Per ben altri motivi, Piazza del Duomo, a noi contemporanei appare come un luogo speciale, quasi “tellurico”, rimanendo così affascinati dai meravigliosi monumenti architettonici che vi si affacciano. Sarà stato lo stesso anche per gli antichi abitanti del colle sanminiatese? Questa affascinante ipotesi pecca di assoluta mancanza di fonti documentarie probanti. Tuttavia, se da un lato non possiamo “affermare”, dall’altro non possiamo nemmeno “escludere”. Rimane l’ “interrogativo”.


2-      UN RETAGGIO DI CULTURA CELTICA?

Nella cultura celtica, il cui massimo splendore si ha fra il IV e il III secolo a.C., la “Triplice Cinta” può corrispondere ai tre gradi del sacerdozio druidico: indovini, poeti e druidi veri e propri (7). Diodoro di Sicilia afferma che i Celti accumulavano nei recinti sacri e nei templi una grande quantità d’oro e d’argento consacrati agli déi che nessuno osava toccare (8). In questo contesto, il suddetto simbolo potrebbe stare a significare i vari recinti fisici di un tempio, accessibile soltanto a coloro che erano stati iniziati, quindi ai sacerdoti.
Non si hanno notizie a San Miniato di culti celtici, tuttavia vi era un tempio antichissimo, quello del dio Pan, dal quale, con ogni probabilità, prende il nome la zona di Pancole (9) (“Colle di Pan”). Questo tempio, in epoca cristiana fu riconvertito a chiesa, dedicata inizialmente ai santi Filippo e Jacopo, sconsacrata nel 1799 e demolita intorno al 1830 per costruire un’abitazione (10). Il dio Pan ha un suo corrispettivo in ambito celtico (11). Si tratta del dio Cernunnos, divinità legata alla natura, e da qui alla riproduzione e alla fertilità; anche le iconografie di Pan e Cernunnos sono molto simili, in alcuni casi addirittura sovrapponibili (12).

 Cernunnos, immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cernunnos.jpg,
Museum of the Middle Ages, Paris
By ChrisO, uploaded on 4 June 2004


 Pan e Capra
Museo Archeologico Nazionale di Napoli Ritrovato nella Villa dei Papiri ad Ercolano
Foto tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Pan_e_Capra_100_4815.JPG
Caricata dall’utente Johnnyrotten

Il culto di Cernunnos è sopravvissuto anche in epoca longobarda, seppur in sotto forme anche molto diverse, legato sempre a culti relativi alla fertilità e alla terra. Nonostante la conversione della popolazione longobarda al cristianesimo, molte credenze pagane sopravvissero (13). Durante il Ducato di Tuscia, eretto nelle terre appartenenti ai bizantini (14), abbiamo notizia del governo longobardo nel territorio sanminiatese dall’erezione, avvenuta nel 713, della chiesa dedicata al martire Miniato, sotto la giurisdizione del vescovo lucchese Belsari (15).

 La zona detta di “Pancole”, Foto di Francesco Fiumalbi

Potrebbe essere che alcune credenze pagane di origine nordica fossero approdate anche nelle nostre terre e che si fossero accostati a culti precedenti? Questa ipotesi appare, forse, fantasiosa. Tuttavia, allo stato delle ricerche, non sembra che possa essere esclusa del tutto, anche se rimane insoluto l’interrogativo sul come poi il bassorilievo marmoreo sia finito sulla facciata del Duomo.
  

(…continua…)


Articoli collegati:




NOTE BIBLIOGRAFICHE

1)http://intervalluminsaniae2.spaces.live.com/blog/cns!D34FD44EFBBA976F!243.entry?wa=wsignin1.0&sa=751805055
2) Lotti Dilvo (a cura di), San Miniato nel tempo, Pacini Editore, Pisa, 1981, pag. 41.
3)http://intervalluminsaniae2.spaces.live.com/blog/cns!D34FD44EFBBA976F!243.entry?wa=wsignin1.0&sa=751805055
4) Lotti Dilvo (a cura di), San Miniato nel tempo, Pacini Editore, Pisa, 1981, pag. 41.
5) Ibidem.
6) Uberi Marisa e Coluzzi Giulio, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, Aprilia, 2008.
7) Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, Parigi, 1969, voce: “Cinta”.
8) Diodoro di Sicilia (o Diodoro Siciliano), Epistole, riportate in Pietrasanta Daniela, Le Epistole di Diodoro Siciliano, Laruffa Editore, 2005.
9) Boldrini Robero (a cura di), Dizionario dei Toponimi del Comune di San Miniato, Bongi, San Miniato, 2004, voce “Pancole”, pag. 82.
10) Parentini Manuela, Chiesa di San Jacopo e Filippo a Pancole,
http://www.delcampana.it/DocPDF/2gExChiesaSanJacopoSanFilippoaPancole.pdf
11) http://anticamadre.net/Testi/DeiCelti01.html
12) http://it.wikipedia.org/wiki/Cernunnos#Nel_medioevo
13) http://it.wikipedia.org/wiki/Longobardi#Religione
14)    http://it.wikipedia.org/wiki/Ducato_di_Tuscia
15)Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1967

lunedì 30 agosto 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO - NUOVI FILONI DI RICERCA (Prima Parte)

di Francesco Fiumalbi

Articoli collegati:
Il Labirinto del Duomo di San Miniato
Il labirinto del Duomo - Nuove fonti di ricerca - 2° parte


Nell’articolo relativo al piccolo “labirinto” posto in facciata della chiesa Cattedrale di San Miniato, si indaga sui molteplici valori simbolici che esso potrebbe racchiudere. In particolare, è stato sottolineato l’aspetto legato alla posizione territoriale. La matrice potrebbe risiedere nell’intersezione fra la via Francigena e la via Quinctia, in corrispondenza del borgo di Vico Wallari e della sua pieve dedicata al santo Genesio, da cui si è ipotizzata la provenienza del piccolo manufatto, all’interno di un sistema consolidato più ampio.
Il precedente articolo non aveva l’ambizione di porsi come opera “definitiva”, bensì intendeva tracciare una direzione da seguire, lasciando peraltro molteplici questioni insolute.
Proseguendo le ricerche, si è reso necessario questo nuovo intervento. Purtroppo siamo ancora lontani dalla definizione esatta delle risposte ai vari interrogativi: in primis il significato e la provenienza. Tuttavia risulta doveroso esporre alcuni nuovi filoni di indagine che non intendono necessariamente contraddire quanto già detto in precedenza, ma possono precisare, forse inquadrare meglio alcuni aspetti e aprirne di nuovi. Detta questa doverosa premessa, passiamo ai contenuti veri e propri.




1- LA TRIPLICE CINTA



Il “Labirinto” del Duomo di San Miniato, foto by Francesco Fiumalbi


La definizione di “labirinto” è stata adottata partendo da quanto detto da Maria Laura Cristiani Testi (1) e ripreso da Dilvo Lotti (2) e Francesco Onnis (3). Tuttavia non è forse l’enunciazione esatta. La specifica forma del manufatto marmoreo, rispetto agli altri esempi di labirinto, risulta alquanto singolare. Si tratta, come già affermato, di tre rettangoli concentrici. Questi non formano alcun motivo che richiama in qualche misura l’immagine tradizionale del labirinto. Pare, invece, più appropriato il riconoscere nel bassorilievo il simbolo della cosiddetta “Triplice Cinta”.
Spesso associata al gioco del “filetto”, oppure in alternativa al “tris” (4), questa figura racchiude al suo interno una molteplicità di significati. La forma più comune della Triplice Cinta è rappresentata da tre quadrati concentrici intersecati da due linee, una orizzontale ed una verticale, che incontrandosi ad angolo retto, formano una croce, esattamente come una comune scacchiera del gioco del “filetto”.

Triplice Cinta – Filetto, schema by Francesco Fiumalbi


Le varianti che possiamo riconoscere sono molteplici a seconda della lunghezza dei bracci della croce, di ulteriori linee e suddivisioni, di un punto centrale marcato: quella nello schema prende la definizione di Triplice Cinta con croce piena (5). Si tralascia la descrizione delle varie tipologie.
Non è chiara l’origine di questo simbolo né sono stati delimitati con certezza gli ambiti di definizione e i vari significati che ha assunto nelle varie epoche. E’ sicuramente un disegno antichissimo, conosciuto in varie parti del mondo, e i suoi attributi simbolici sono molto diversi a seconda dei luoghi, delle culture e del tempo. Tuttavia, i due più probabili filoni interpretativi tendono a ridurre il campo di definizione agli aspetti religioso e ludico, con prevalenza del primo sul secondo senza che l’uno escluda l’altro, a seconda anche della collocazione (6).

La forma rettangolare, e non quadrata, del bassorilievo posto nella facciata del Duomo di San Miniato non deve trarre in inganno. In epoca tardoantica e medievale non veniva fatta molta distinzione fra le due figure geometriche, così come, a seconda del simbolo in questione, non vi era differenza fra un poligono ed un cerchio. Il “nostro” manufatto scolpito nel marmo bianco manca dei due segmenti che vanno a formare la croce. Si potrebbe trattare quindi di una forma di Triplice Cinta “semplice”, ovvero costituita soltanto dalle tre figure concentriche. Ricercando il significato del suddetto simbolo, molta importanza ha rivestito per gli studiosi, l’eventuale presenza di un punto centrale, sia esso l’incontro di due segmenti o un vero e proprio foro isolato. L’esempio sanminiatese, non avendo alcun punto focale baricentrico potrebbe assumere un significato meno complesso, ma non per questo meno affascinante.

Triplice Cinta “semplice”, schema by Francesco Fiumalbi


Innanzitutto per l’esempio sulla facciata del Duomo di San Miniato è plausibile escludere qualsiasi aspetto ludico, sia per il disegno vero e proprio, sia per la sua collocazione verticale e decisamente inaccessibile, se non con una lunga scala. Concentriamo quindi l’attenzione sugli aspetti legati alla religione.
Essenzialmente la “Triplice Cinta” così rappresentata starebbe ad indicare un luogo chiuso. Se la figura fosse circolare, forse saremo davanti ad un riferimento celeste, ma essendo rettangolare probabilmente si tratta di un simbolo “terreno”. Nella trattazione che seguirà, distingueremo gli aspetti religiosi di stampo “pagano” da quelli di natura “cristiana”.

Cosa potrebbe rappresentare il simbolo della "Triplice Cinta" nel contesto Sanminiatese?


(…continua…)

Articoli collegati:
Il Labirinto del Duomo di San Miniato
Il labirinto del Duomo - Nuove fonti di ricerca - 2° parte

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1)Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1967, pag. 203.
(2)Lotti Dilvo (a cura di), San Miniato nel tempo, Pacini Editore, Pisa, 1981, pag. 84.
(3)Onnis Francesco, Biografia di una architettura, in AAVV, La Cattedrale di San Miniato, CRSM, Pacini Editore, 2004, pag. 58.
(4)Uberi Marisa e Coluzzi Giulio, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, Aprilia, 2008.
(5)Ibidem.
(6)Ibidem.

lunedì 21 giugno 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO DI SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

Posts correlati:
IL LABIRINTO DEL DUOMO - NUOVI FILONI DI RICERCA (Prima Parte)
Il labirinto del Duomo - Nuove fonti di ricerca - 2° parte

Il Duomo di San Miniato ha un labirinto. Sebbene il chiaro materiale lapideo contrasti col rosato paramento in laterizio della facciata, il labirinto passa quasi inosservato. Eppure è lì che fa bella mostra di sé! Solo l’occhio attento ed educato riesce a coglierne la presenza, inserito nella muratura poco al di sopra della porta laterale sinistra.



Duomo di San Miniato, Foto tratta da wikipedia.org

Non è molto grande, ed ha un’inconsueta forma rettangolare. Non ce lo aspettiamo affatto, lì sulla facciata del Duomo, ma quelle tre figure rettangolari concentriche rappresentano proprio un labirinto. Qual è il suo significato? Chi ce lo ha collocato?


Il labirinto, Foto di Francesco Fiumalbi

Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Rispose: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”. (Luca 13,22-24)
Secondo il Cristianesimo, Dio conferisce a tutti la possibilità della Salvezza e sta all’uomo scegliere se accoglierla e renderla efficace. Il suo raggiungimento comporta un percorso di fede, un mettersi in viaggio verso Dio, ma la strada da seguire per il credente non è facile, è disseminata di pericoli. In questo senso, il cammino ascetico per giungere alla vita eterna trova nella metafora del labirinto un suo simbolo efficace.
 
Il labirinto ha da sempre rappresentato un simbolo controverso e ricco di fascino, fin dagli albori dell’umanità. Un esempio è rappresentato, nella letteratura greca, dal mito di Teseo, eroe ateniese che grazie al “filo” di Arianna riesce ad uscire dal labirinto costruito dall’architetto Dedalo. Molte opere letterarie, relative al mito cretese, dovevano essere conosciute anche in epoca antica e tramandate fino all’Alto Medioevo(1). Il mito fu semplicemente reinterpretato alla luce della visione cristiana del mondo e della storia: in quanto groviglio di strade, intreccio di vie che si dipanano all’interno di uno spazio delimitato, il labirinto divenne l’emblema del mondo, pericoloso, pieno di insidie e di inganni, dominato dal male e dal peccato, una «selva» intricata dalla quale era difficile uscire indenni (2). Il labirinto ha assunto vari significati, nelle epoche successive, ma quella che qui ci interessa è la prospettiva medioevale, secondo la quale tale simbolo ci appartiene soltanto in quanto vi siamo dentro. Vuole indicare, come in certi pannelli turistici, “Voi siete qui”, ma senza la freccia, che ciascuno deve poter mettere a sua coscienza; siete qui, in itinere, ed è implicito che ognuno può e deve capire quanto gli manca a raggiungere il centro e da qui l’uscita dal labirinto(3).
Le varie tipologie del labirinto medievale hanno la caratteristica comune di essere “unicursali”, sono costruite cioè sulla base di un percorso obbligato, una sola via che collega l'ingresso al centro della struttura seguendo un andamento assai tortuoso, ma privo di bivi o vicoli ciechi(4), richiamando quindi la tradizione cristiana, secondo la quale Dio ammette sì infinite strade per raggiungerlo, ma non permette trappole o digressioni, non vuole farsi beffa dell’uomo. In un labirinto unicursale è impossibile perdersi, è consentito solo andare avanti, oppure tornare indietro, ma solo dopo una scelta consapevole.
 
Il simbolo del labirinto, in epoca medioevale, ha conosciuto una diffusione non solo letteraria, ma anche illustrativa in bassorilievi, dipinti e intarsi, in particolare nell’ambito di edifici religiosi. Gli esempi più conosciuti sono:



1) Cattedrale di Reims, ricostruzione del labirinto, distrutto nel secolo XVIII
(Immagine tratta da http://areeweb.polito.it)
2) Cattedrale di Amiens, pavimento intarsiato
(Immagine tratta da www.liutprand.it)
3) Cattedrale di Chartres, pavimento intarsiato
(Immagine tratta da www.gothicnetwork.org)
4) Cattedrale di Rennes-Le-Chateau, lastra lapidea, pavimento della Cappella di Sant’Agata
(Immagine tratta da www.renneslechateau.it)
5) Cattedrale di Notre Dame di Guingamp
(Immagine tratta da www.wikipedia.org)
6) Basilica di San Michele Maggiore a Pavia, pavimento intarsiato
(Immagine tratte da www.duepassinelmistero.com e )
7) Pontremoli (Ms), labirinto
(Immagine tratta da www.confraternitadisanjacopo.it)
8) Lucca, Portico della Cattedrale
(Immagine tratta da www.duepassinelmistero.com)
9) Abbazia di San Galgano (Si), pittura murale
(Immagine tratta da http://corsovaiano.files.wordpress.com)
10) Convento di San Francesco di Alatri (Fr), affresco
(Immagine tratta da www.luoghimisteriori.it)

Altri esempi, oggi perduti erano presenti nella Chiesa di San Savino a Piacenza, nella chiesa di San Caprasio ad Aulla e nel Duomo di Siena.
 
Che cosa hanno in comune fra loro tutte queste località? Apparentemente niente. E invece una sottile linea, oggi scomparsa, le lega tutte: la via Francigena. Questo importante percorso, è bene ricordarlo, dalla Francia (alcuni, facendo riferimento a Sigerico, arcivescovo di Canterbury, sostengono che abbia inizio in Inghilterra) conduceva a Roma e da qui verso i porti di imbarco per la Terra Santa. Il peregrinare, in epoca medioevale, nasce per offrire i rischi e i sacrifici materialmente patiti in cambio di una salvezza o di un perdono metafisici(5), in alternativa ad un percorso mistico. I pellegrinaggi erano vere e proprie imprese, e non tutti avevano la possibilità fisica, ma soprattutto economica, di intraprendere viaggi del genere, che per l’epoca duravano anni. Abbiamo visto che la Chiesa riscopre la potente forza trasformatrice dell’arcaico disegno del labirinto sulla psiche umana e lo propone come strumento meditativo, come simbolo di vita, percorso che dalla morte conduce alla rinascita in Cristo(6). Allo scopo di percorrerlo fisicamente, senza la necessità di compiere grandi viaggi, nascono i grandi labirinti nei pavimenti delle cattedrali francesi.
Ma questi non sono che alcuni esempi di un sistema più ampio. Per quanto riguarda i labirinti italiani, Vanni(7) nota che se la strada di riferimento fosse la via Francigena, saremmo tenuti a ricercare tracce di altri labirinti a monte e a valle di quelle cento e poco più miglia che separano Piacenza da Lucca, ma non ne abbiamo, se non a Siena (ma non e più medievale) e a Roma. Consideriamo invece i percorsi italiani diretti a Santiago de Compostela: in questa luce, le quattro città dotate di labirinto hanno una precisa funzione catalizzante, sono altrettanti snodi viari in cui si raccolgono pellegrini afferenti da diverse ramificazioni stradali (Pavia è il collettore della viabilità che dai passi alpini occidentali e dal Piemonte porta verso sud. Piacenza raccoglie quella che dalla Rezia centrale porta a Milano e Lodi. A Pontremoli invece confluiscono non soltanto gli antichi percorsi montani che da Bobbio valicavano l’Appennino, nati per dribblare tra i capisaldi bizantini e longobardi arroccati a difesa del rispettivo limes, e forse ormai superati ai tempi del culto compostellano, ma anche tutti quei viandanti che, dall’est e dalla via Emilia, giungono a Parma e scelgono di imbarcarsi in un porto tirrenico, piuttosto che affrontare le Alpi, oppure si dirigono via terra verso Lucca. Per Lucca invece dobbiamo tener presente non solo chi giunge da sud lungo la via Francigena, ma anche chi proviene da Firenze e Pistoia per imbarcarsi nei porti di Motrone e di Pisa).

Labirinto, Lucca, Cattedrale di San Martino
Foto di Francesco Fiumalbi
 
E il labirinto del Duomo di San Miniato?
Come nota Francesco Onnis (8) il labirinto, ed altri elementi in marmo bianco collocati nella facciata del Duomo, potrebbero essere materiale di reimpiego proveniente da una decorazione precedente o da una chiesa più antica. La chiesa di Santa Maria in San Miniato è ricordata per la prima volta nella Bolla di Celestino III del 1195 (9). L’edificio assunse sempre maggiore importanza fino a ricevere il fonte battesimale dalla chiesa di San Genesio, constatato lo spopolamento del borgo, nel 1234 (10). In seguito avverrà la completa distruzione della chiesa di San Genesio e del villaggio di Vico Wallari, nel 1248 (11). A seguito di questo evento la chiesa di Santa Maria in castrum sancti miniati viene rinominata in chiesa dei Santi Maria e Genesio. Ed è in questo momento, che dalle rovine dell’edificio situato esattamente allo snodo fra la via Francigena e la via quinctia (l'attuale Tosco-Romagnola Est), che da Firenze conduceva al mare, potrebbe essere stato prelevato il pezzo lapideo sul quale è scolpito il nostro labirinto. La tesi di Vanni non sarebbe contraddetta, bensì confermata, e i resti lapidei ritrovati durante le campagne di scavo presso Vico Wallari (12) sono compatibili con il manufatto incastonato nella facciata del Duomo.

http://www.paesaggimedievali.it/luoghi/genesio/pag2.htm

Il fatto che anche a Lucca vi sia un labirinto, non fa che avvalorare la possibilità che il nostro bassorilievo sia stato prodotto in loco, essendo i borghi di San Genesio e San Miniato afferenti alla Diocesi lucchese fino al 1622, quando la “città della rocca” divenne sede vescovile.
Studi più approfonditi, in particolare analisi sui materiali lapidei rinvenuti, potrebbero confermare questa ipotesi.
Secondo questa chiave di lettura, il labirinto del Duomo di San Miniato, oltre alla simbologia già enunciata, acquista anche il significato, materiale, della conquista del potere da parte del castrum sancti miniati sulla pianura e del controllo esercitato sui percorsi della Toscana medioevale, di cui si fa importante nodo centrale.
 
Posts correlati:
 
NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Il mito di Dedalo e di Icaro e presente nell’alto medioevo nella letteratura cristiana, anche se le fonti primarie possono essere l’VIII libro delle Metamorfosi di Ovidio, Solino e Varrone. Il richiamo a tale mito, come metafora esegetica, è comunque costante, dai padri tardoantichi, ad esempio da Lattanzio (Divinarum institutionum Liber) ad Ambrogio (De virginitate, e altrove) ad Agostino (De civitate Dei, Liber XVIII c. XIII) fino al sec. XI, da cui si può citare il poema di Dudo Viromanensis De moribus et actis primorum Normanniae ducum (Lib. II, Rollo) in PL (Patrologia Latina del Migne) Vol. 141, nonché il Chronicon Universale di Ekkehardus Uraugiensis, ibidem, Vol. 154.
(2) Novembri Valeria, Labirinti: tortuosa via che porta alla salvezza, in riv. Toscana Oggi, 06 marzo 2008.
(3) Vanni Fabrizio Il labirinto di Pontremoli, Quaderno n.5 del 2002, curato dal Centro Studi Romei.
(4) Mannello Alessandro, Labirinti medioevali, in sito internet:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/llgalv/iperte/labirinto/labirinto/pietra/passeggiata_labirinti.htm
(5) http://it.wikipedia.org/wiki/Pellegrinaggio
(6) Borrillo Ilaria, Il labirinto come simbolo del viaggio entro e oltre il limite, marzo 2010, http://www.riflessioni.it/lettereonline/labirinto-simbolo.htm
(7) Vanni Fabrizio, opera cit.
(8) Onnis Francesco, Biografia di una architettura, in AAVV La Cattedrale di San Miniato, Pisa, 2004
(9) Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1967
(10) Onnis francesco, opera cit.
(11) Coturri, Il Borgo di S. Genesio, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti», XIX (1955-56), p. 23
(12) http://www.paesaggimedievali.it/luoghi/genesio/index.htm
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...