venerdì 29 aprile 2011

SI AL FARO MA NON SULLA ROCCA

10 commenti:
di Francesco Fiumalbi

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Si al faro, ma non sulla Rocca. E’ questa, in estrema sintesi, la posizione espressa dal Sindaco Vittorio Gabbabini. Ma andiamo con ordine.
In data 28 aprile 2011, a partire dalle ore 17.00, si è tenuta una seduta del Consiglio Comunale, che vedeva all’Ordine del giorno, fra le varie cose, la risposta all’interrogazione presentata in data 21 marzo 2011 dal Gruppo Consiliare “Popolo della Libertà”, in particolare da Carlo Corsi, con oggetto “Ricollocazione del faro votivo sulla Rocca di San Miniato”.

Il faro “tricolore”
Pro Loco di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

All’interrogazione ha risposto il Sindaco, affermando che non è possibile ricollocare il faro votivo sulla cima della Torre di Federico II, per diverse ragioni. Escludendo qualsiasi strumentalizzazione ideologica, il Sindaco ha ricordato come il faro sia stato in funzione per soli 16 anni, e che questi, rispetto alla plurisecolare storia del monumento sanminiatese, siano poca cosa, e che una ricollocazione sulla torre, a distanza di oltre 60 anni, costituirebbe una forzatura di carattere architettonico e paesaggistico. Gabbanini ha espresso anche dubbi sulla possibile utilità in chiave turistica del faro, affermando che la Rocca, così com’è, è ben illuminata. Riflettendo, poi, sul valore del Faro quale strumento per la celebrazione delle vittime della Prima Guerra Mondiale, ha proposto una diversa collocazione presso l’Oratorio di Santa Maria al Fortino.

L’Oratorio di Santa Maria al Fortino
San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L’Oratorio di Santa Maria al Fortino è situato nell’angolo occidentale dell’incrocio formato dalle strade via Roma, via Catena e via Dalmazia, immediatamente sotto al complesso scolastico dell’Istituto Tecnico Commerciale “Cattaneo”.
La chiesa, di proprietà dell'Arciconfraternita Misericordia di San Miniato, si trova all'interno di un terreno pertinenziale che però è di proprietà comunale. Al suo interno è collocato un sacrario contenente  resti delle vittime della Prima Guerra Mondiale ed è anche il luogo dove annualmente, il 4 novembre, si svolgono le celebrazioni in loro memoria.

 
La targa che segnala la presenza del sacrario presso l’Oratorio di Santa Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Sindaco Vittorio Gabbanini ha affermato di ritenere più corretto collocare il faro, voluto per celebrare i caduti della Prima Guerra Mondiale, laddove sono fisicamente questi caduti, quindi presso il sacrario di Santa Maria al Fortino, precisando che comunque bisognerebbe valutare con cura la posizione e l’utilizzo del proiettore luminoso.
Alla risposta del Sindaco è intervenuto Carlo Corsi, del Gruppo Consiliare “Popolo delle Libertà” (l’unico che poteva intervenire trattandosi di una interrogazione da lui presentata), dichiarando il suo completo disaccordo rispetto alla proposta della collocazione presso Santa Maria al Fortino. Ha ricordato da parte sua, che il faro fu collocato sulla Rocca perché quello era il monumento più rappresentativo della città, proprio dove poteva essere visto da chiunque. Invece presso l’Oratorio situato fra via Catena e via Dalmazia non avrebbe quella visibilità per cui era stato acquistato il faro originario, ricordando anche che Santa Maria al Fortino è un edificio religioso e non civico-militare come la Torre di Federico II.
Ha chiuso il dibattimento Marzia Bellini, Presidente del Consiglio Comunale, assicurando che l’Amministrazione, proponendo una collocazione presso l’Oratorio di Santa Maria al Fortino, ha pensato soltanto al luogo dove annualmente si svolge la commemorazione delle Vittime della Prima Guerra Mondiale, alla presenza dei ragazzi delle scuole.
Presente nella Sala del Consiglio Comunale anche Mario Rossi “Maglietta”, il promotore della raccolta firme per il ricollocamento del faro votivo sulla Torre di Federico II (le firme raccolte sono circa 600), visibilmente contrariato riguardo alla proposta del Sindaco.

L’Oratorio di Santa Maria al Fortino
San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

E voi, come la pensate? Concordate con la posizione del Sindaco? Ritenete la proposta della collocazione presso Santa Maria al Fortino il giusto compromesso per salvaguardare l’immagine storica della Rocca, e al contempo commemorare le Vittime della Prima Guerra Mondiale? Oppure pensate che il faro, vada collocato sulla cima della Rocca? O ancora, qualsiasi sia la sistemazione, non vada ricollocato comunque?
Potete dire la vostra commentando, oppure potete votare il nuovo sondaggio, che troverete, come sempre, in alto a destra.

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sabato 23 aprile 2011

BUONA PASQUA

1 commento:

Il prossimo post verrà pubblicato domenica 1 maggio.
Buona Pasqua e Buon 25 aprile a tutti.
Smartarc

domenica 17 aprile 2011

15 MINUTI CON… LUCA MACCHI: L’ORATORIO DI SAN MATTEO

3 commenti:
di Francesco Fiumalbi


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Questo è il primo di una serie di incontri a cui dedichiamo un’apposita rubrica “15 MINUTI CON…”. Lo scopo è quello di far parlare le persone, sanminiatesi e non, con ruoli, professioni, interessi nell’ambito culturale del nostro territorio, proprio come in questo caso. Il format è un misto fra un colloquio e un’intervista, ed ha come durata il tempo limite di 15 minuti.

Nel precedente post “TESORO NASCOSTO” abbiamo avuto il privilegio, di entrare nell’Oratorio di San Matteo, situato in località Sorrezzana, presso Moriolo. Sono state proposte diverse immagini: partendo dall’esterno siamo arrivati ad apprezzare il valore dell’ambiente interno: un microcosmo in cui si respira davvero un’atmosfera sacrale, grazie alla mano del pittore sanminiatese Luca Macchi. Abbiamo incontrato l’artista, che ci ha gentilmente aperto la porta del suo studio ed ha acconsentito a conversare con noi sul tema dell’Oratorio di San Matteo.

Oratorio di San Matteo
Loc. Sorrezzana, Moriolo
Foto di Francesco Fiumalbi

Luca, come ricevesti l’incarico per questo lavoro a Moriolo?
L’Oratorio era completamente in rovina da molti anni. Stiamo parlando della seconda metà degli anni ’90, e un gruppo di giovani tra i quali Paolo Posarelli, Sabrina e Giuseppina Arzilli, sostenuti da Don Luciano Marrucci parroco di Moriolo,  si misero al lavoro per cercare di recuperarlo, in memoria dell’amico Alberto Posarelli prematuramente scomparso. Occorreva recuperare prima di tutto la struttura muraria, attraverso tutta una serie di lavori di consolidamento e recupero che vennero seguiti dallo studio LDA.IMDA. Una volta completato il rifacimento del tetto, la sistemazione dei muri e degli infissi, mi contattarono per chiedere se era possibile fare qualcosa per l’interno.

Sulle pareti c’era qualche decorazione precedente, vecchi affreschi? Cosa ti fu chiesto di fare?
No, le pareti erano completamente bianche. Don Luciano mi chiese espressamente di non considerare la soluzione dei quadri, perché avrebbero corso il rischio di essere rubati. E così, di comune accordo, cominciammo a pensare a come affrescare le pareti interne. Don Luciano mi dette i temi da seguire: San Matteo e l’Angelo, che secondo la tradizione suggerisce il testo all’evangelista. Ricordo, andai all’Oratorio e passai lì dentro un po’ di tempo da solo, per capire cosa si potesse fare. Viste anche le piccole dimensioni proposi un affresco a tutto tondo, senza suddivisioni, quadrettature, schemi architettonici, etc.

Come presentasti il tuo progetto?
Cominciai con lo studio dei soggetti, San Matteo e l’Angelo: dove dovevano essere collocati, quale rapporto doveva venirsi a creare fra le due figure. Feci alcune prove, disegni su carta nel mio album e li mostrai a Don Luciano.

Luca Macchi mostra il suo bozzetto originario per la figura di San Matteo

Come accolse i tuoi disegni?
Gli piacquero molto e mi esortò ad andare avanti e a costruire un modellino, aiutato da Piero Arzilli, in scala dell’oratorio, inserendo all’interno gli affreschi dove sarebbero dovuti essere realizzati. Questa operazione permise di controllare meglio certi rapporti formali e alla Commissione Diocesana d’Arte Sacra di poter giudicare più facilmente la bontà della proposta.

Luca Macchi insieme al plastico per l’Oratorio di San Matteo

Luca Macchi, il plastico per l’Oratorio di San Matteo

Addirittura un plastico?
Si, eccolo qua; è fatto in multistrato, in scala 1:10. E’ completamente smontabile, ogni lato può essere sfilato e reinserito. Ho dovuto realizzarlo così, in modo da controllare lo sviluppo dei disegni sulle superfici da tutte le direzioni possibili.
Sono state pitturate le pareti del modello, esattamente come dovevano essere fatte nella realtà ed è presente anche il Crocifisso, che è una sorta di pala d’altare, concepita in maniera diversa rispetto a quelle che siamo abituati a vedere. Le due figure cosiddette “terminali”, collocate alle estremità dei bracci della croce, sono San Giovanni Evangelista e la Madonna.

Il San Giovanni, però, ha un abito “moderno”, porta la cravatta.
E’ un San Giovanni che è ancora attuale,  immaginato proprio come uno di noi. Il Crocifisso fu fatto qua nel mio studio, in legno e foglia d’oro. Gli spazi interstiziali fra le figure sono riempiti con una sorta di collage, con tematiche varie, dedotte dalla storia dell’arte, dall’epoca classica fino al ‘900.

Il programma iconografico originario però non è stato realizzato interamente.
Era il 1999 e già si cominciava a respirare l’aria del Giubileo, evento storicamente legato ai pellegrinaggi e anche alla vicina via Francigena. Infatti, nella controfacciata, era prevista la raffigurazione della città di Gerusalemme, ambita meta di pellegrinaggio. Poi, su consiglio di Don Luciano Marrucci, si decise di non realizzarla perché non “affollasse” troppo lo spazio che è davvero molto piccolo. Quindi, su quella parete, l’intonaco è rimasto bianco.

Luca Macchi, il plastico per l’Oratorio di San Matteo
Particolare della città di Gerusalemme

Come sono state concepite le due figure principali, il San Matteo da una parte e l’Angelo dall’altra?
L’atto dello scrivere del San Matteo è un’operazione decisamente faticosa, che lo mette alla prova anche fisicamente. Dall’altra parte l’Angelo, rivestito di luce,  ispira l’evangelista. Il “suggerimento” proveniente dall’Angelo è rappresentato da quello che poi è diventato il motivo conduttore, su entrambe le pareti, costituito da foglie dorate trasportate dal vento verso San Matteo.

Nell’iconografia tradizionale, la figura dell’evangelista è rappresentata più come un filosofo greco. Qui invece è tutta un’altra cosa, è dipinto nel momento in cui scrive, è una persona che sta facendo fatica. Come è nata questa figura?
Ho cercato di sviluppare un po’ quella che è stata una grande intuizione di Caravaggio nel suo San Matteo e l’Angelo, dove l’evangelista è intento nella scrittura, è vestito in un certo modo, ma ha i piedi nudi, che sono anche sporchi per aver camminato scalzo, come doveva essere in effetti. Questa figura invece, vorrebbe essere un uomo spogliato, spogliato quasi da tutto, con solo un piccolo manto sulle spalle, un velo trasparente, ma al tempo stesso colorato, che gli conferirgli sacralità. Quindi una persona che si spoglia e si mette in ascolto, completamente.

Passiamo alla fase della realizzazione. Hai incontrato particolari difficoltà?
Ho dovuto lavorare come se fossi nel Medioevo, senza acqua né corrente elettrica. D’inverno le mie giornate di lavoro coincidevano con le ore di luce. Mi portavo l’acqua da casa che versavo in  una tanica dotata di rubinetto che mi ero procurato.

Luca Macchi, il plastico per l’Oratorio di San Matteo

Accidenti, siamo abituati a dare certe cose per scontate, ma non deve essere stato affatto facile, lavorare in certe condizioni. La tecnica pittorica è stata adattata a queste limitazioni?
Un po’ si. Con spatole di ferro cominciai a raschiare le pareti per regolarizzare le superfici e ottenere un supporto ruvido al punto giusto per poterci stendere i pigmenti. Fatta questa levigatura iniziale, fu steso un velo di preparazione perché il colore non andasse direttamente sull’intonaco. In pratica rimbiancai tutto l’interno.
Inoltre sulla parete Nord, dove è raffigurato l’Angelo, ho avuto anche alcuni problemi in inverno, per far asciugare i colori. E’ una parete che soffre un pochino l’umidità ed è stato necessario stendere un accurato strato protettivo.

Esiste anche il problema della scala.
Esatto, quello che sul modello è fatto con una pennellata, poi nella realtà non è affatto così. Furono stesi i colori vinilici, che sono molto forti, e che non permettono ripensamenti. E quindi dovetti procedere per velature successive, in modo da mantenere sempre il controllo di quello che facevo. Fu un lavoro la cui definizione fu molto graduale.

Quale ricordo ti è rimasto di questo lavoro?
Ricordo questo lavoro con molto piacere, perché è stato molto particolare in tutti i sensi. Il luogo, in aperta campagna, con tutti i problemi e i disagi. Poi non è certo da tutti ricevere l’incarico di affrescare una chiesa intera, anche se piccola. Implica un vero e proprio progetto a 360 gradi.

Bene, i 15 minuti sono scaduti. Grazie Luca, per l'ospitalità e per il  tempo che ci hai dedicato.
Prego.


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domenica 10 aprile 2011

OCCHIO ALLA “LIPPA”

1 commento:
di Marco Cardanelli e Francesco Fiumalbi

La “Lippa” è un gioco italiano risalente, pare, al ‘400, anche se è probabile che sia molto più antico.  E’ un gioco diffuso in tutta Italia, e non mancano esempi un po’ in tutto il mondo. Paese che vai, nome che trovi: “Ghiné” a Livorno, “Cibbé” a Prato, S-cianco in Veneto, Zangrilla nell’Italia centro-meridionale, e tantissimi altri. Sono nomi che hanno un’origine “onomatopeica”, ovvero che derivano proprio dai suoni che si producono durante il gioco.

E’ un gioco umile, non occorrono prodotti industriali per fare gli strumenti e si basa sull’abilità dei partecipanti. Il gruppo di Smartarc San Miniato Arte e Architettura ha ricostruito questo antico gioco, grazie soprattutto all’impegno e alla passione del nostro “Mastro Lippaio” Marco Cardanelli.

Il “Mastro Lippaio” Marco Cardanelli con la “Lippa”
Foto di Francesco Fiumalbi

Materiale occorrente:
-  1 bastone in legno del diametro di 3-4 cm, lungo 50-60 cm (può andar bene anche un manico di scopa)
-  la “Lippa”, ovvero un pezzo in legno avente le estremità a punta.

Regole del gioco:
Il gioco consiste nel lanciare la “Lippa” il più lontano possibile. Numerose sono le varianti, come quella di colpire un oggetto, oppure di costituire una vera e propria partita a squadre sul modello del Baseball, il quale sarebbe stato ideato partendo proprio dal gioco della Lippa.

Lanciare la “Lippa”:
-  impugnare con forza in bastone
-  colpire la “Lippa” in una delle due estremità appuntite, che salterà in aria
-  una volta che la “Lippa” è in aria, colpirla con forza col bastone

E così ci siamo ritrovati per giocare assieme! Abbiamo scelto un luogo pubblico, sufficientemente grande da evitare eventuali danni a persone o cose: lo spazio verde di Piazza Don Ruggini a San Miniato Basso.

Presentazione del gioco della “Lippa” e fabbricazione della “Lippa”
E’ bene specificare che sia per la costruzione della “Lippa” che per il gioco vero e proprio è bene che sia presente una persona adulta.
Video di Meri Bertini

Via al gioco: presenti Marco Cardanelli (“Mastro Lippaio”), Loreto De Benedictis (“Campione di Lippa” della Ciociarìa e dintorni), Massimo Bertini, Meri Bertini, Gaia Vadi assieme ai suoi ragazzi Caterina e Gabriel, Sara Troisi, Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi.

Marco Cardanelli e la “Lippa”
Foto di Massimo Bertini

Sara Trosi e la “Lippa”
Foto di Massimo Bertini

Loreto De Benedictis e la “Lippa”
Foto di Massimo Bertini

Meri Bertini e la “Lippa”
Foto di Massimo Bertini

Alessio Guardini e la “Lippa”
Foto di Massimo Bertini

A volte capita che qualcosa vada storto, proprio come è successo ad Alessio Guardini:

Alessio Guardini e la Lippa
Video di Francesco Fiumalbi



Sul gioco della "Lippa", il nostro Alessio Guardini ha scritto una divertentissima poesia!!
Per leggerla cliccate qua: "IL GIUOCO DELLA LIPPA"



Un ringraziamento speciale va al nostro “Mastro Lippaio”:
Marco Cardanelli
Foto di Massimo Bertini

Alla prossima!

domenica 3 aprile 2011

PER UNA NUOVA LETTURA ICONOGRAFICA DEL SANTUARIO DEL SANTISSIMO CROCIFISSO DI SAN MINIATO (terza parte)

5 commenti:

Nella prima parte di questo intervento abbiamo visto le fasi della costruzione del Santuario del Santissimo Crocifisso, analizzando le interpretazioni stilistico-formali avanzate fino ad oggi. Nella seconda parte abbiamo invece trattato di un argomento fino ad oggi poco considerato, ovvero il rapporto fra istituzione comunale e istituzione ecclesiastica. Particolare attenzione è stata posta al legame, architettonico e sociale, venutosi a creare nell’arco di cinque secoli e “risolto” con la costruzione del nuovo Santuario del SS Crocifisso. A tal proposito ci siamo lasciati anticipando la possibile esistenza di un messaggio simbolico tradotto in linguaggio architettonico, che invece illustreremo in questo intervento. Messaggio, suggerito da Don Luciano Marrucci e che proponiamo come ipotetica chiave di lettura.

Gli elementi presenti nell’interno urbano di quel tratto di via Vittime del Duomo sono: il municipio e l’edificio del santuario, legati con una composizione scenografica attraverso la scalinata monumentale. Il complesso del santuario è costituito da vari livelli: la strada, un falsopiano rialzato dove sono collocate le statue di San Pietro e San Paolo, una prima rampa che termina in un piccolo ripiano sul quale si affaccia la statua del Cristo Risorto. E poi ancora due rampe, sormontate da una coppia di angeli, uno per parte, ed infine la chiesa, elemento dominante e culmine della composizione.

Il Santuario del SS Crocifisso
Foto di Federico Mandorlini

Per capire in pieno la profondità del significato che questo interno urbano propone, è utile richiamare ad un’opera di Sant’Agostino: De civitate Dei, La città di Dio. Questa chiave simbolica, già proposta seppur in maniera approssimativa da Maria Adriana Giusti (1), potrebbe rivestire un suo significato molto forte. Per spiegare bene di cosa si tratti, ci vengono in soccorso le parole del Papa Benedetto XVI pronunciate durante la catechesi del 20 febbraio 2008, in occasione dell’udienza settimanale: Durante l'era degli Dei pagani, Roma era 'caput mundi' e non era pensabile che venisse espugnata dai nemici; adesso con il Dio cristiano non e' più sicura questa grande città, per cui il Dio dei cristiani non può essere il Dio a cui affidarsi”. A questa “obiezione”, Sant'Agostino ha risposto con “una grandiosa opera, chiarendo cosa spettasse a Dio e cosa no, quale relazione dovesse esserci tra la sfera politica e la sfera della Chiesa” (2). Chiarito questo punto, appare evidente il richiamo che abbiamo fatto nella seconda parte, relativamente al rapporto fra il SS Crocifisso di Castelvecchio e l’istituzione comunale, che in qualche modo su di esso si fondava inizialmente, arrivando a rivendicarne il controllo, e senza dimenticare il contesto storico-politico sei-settecentesco in cui matura la decisione di costruire il Santuario.
Quindi la costruzione del Santuario del SS Crocifisso si farebbe metafora architettonica della “Città di Dio”, che sta di fronte, in posizione rialzata, rispetto alla “Città degli uomini”.
Quest’immagine, la “città”, in Sant’Agostino come nella Chiesa tutta, non ha certo valore di luogo fisico, bensì è un’allegoria per definire una condizione morale in questo tempo terreno, e solo successivamente, con la resurrezione dei corpi degli uomini alla fine del mondo, anche una condizione fisica: il Regno di Dio, la Gerusalemme Celeste, il momento di Dio con gli uomini.

Ricostruzione della situazione del Palazzo del Comune di San Miniato durante la costruzione del Santuario del SS Crocifisso agli inizi del ‘700.
Disegno di Francesco Fiumalbi

Partendo da questo, mettiamo a fuoco l’immagine della “Gerusalemme Celeste”, di cui abbiamo una descrizione all’interno del Libro dell’Apocalisse, attribuito a San Giovanni Apostolo:

“Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendendo dal cielo, da Dio, pronta come sposa adorna per il suo sposo” Ap. 21,2

La città è cinta da un alto e grande muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte a mezzogiorno tre porte, ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali i dodici nomi dei dodici apostolo dell’Agnello
Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla sua larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi (…)” Ap. 21,12-14

Il Santuario del SS Crocifisso, potrebbe essere la trasposizione simbolica della Gerusalemme Celeste? Vediamo.
La caratteristica pianta a “croce greca”, in effetti, gode di una doppia simmetria, per cui tutte le facciate della chiesa sono considerate uguali. Il fronte principale del Santuario del Santissimo Crocifisso ha tre porte, ma essendo un edificio a “croce greca”, idealmente, è uguale in ogni suo lato e quindi le porte, ancora idealmente, diventano 12. Ed è collocato, rispetto al piano stradale, proprio su una altura, quindi in prossimità del cielo da cui scenderebbe.
Sempre il Vensi afferma che ciascun lato ha una misura di 7 metri e 10 cm (13), che corrispondono praticamente a 12 braccia fiorentine. Questo probabilmente è il modulo originario; le altre misure risultano essere multipli o frazioni di 12 (la larghezza esterna sarebbe di 8,17 metri, pari a 14 braccia, 7/6 del modulo, il quadrato centrale 9,34, pari a 16 braccia, 4/3 del modulo, l’altezza dei pilastri interni 11,67 m, pari a 20 braccia, 5/3 del modulo). I setti murari che compongono la pianta e i pilastri dipinti all’interno che sostengono idealmente la copertura sono anch’essi 12, il numero delle migliaia di stadi che descrivono la dimensione della Gerusalemme Celeste.
Non abbiamo potuto effettuare riscontri metrici, ma dalle immagini, risulterebbe che l’altezza sulla cima della lanterna sia pressappoco quella del quadrato di base.
Insomma troppe coincidenze per non associare il Santuario del Santissimo Crocifisso di Castelvecchio di San Miniato all’immagine della Gerusalemme Celeste descritta da San Giovanni Apostolo nell’Apocalisse. E’ davvero frutto del caso?

 Planimetria della sistemazione urbanistica
Disegno di Francesco Fiumalbi

Passiamo ora alla scalinata e al suo apparato scultoreo. Riproponiamo le parole del Canonico Vasco Simoncini, già citate nella prima parte (4):
“La grandiosa scalinata che, unica in principio, si biforca in due rampe su di un primo piano per accedere ad una più alta spianata sulla quale si aprono la porta principale del Santuario e le due laterali, fu ideata e costruita dal Ferri. Questa magnifica scalinata che richiama quella romana di Trinità dei Monti, si alza sul livello stradale di ben 10 metri, è tutta in pietra serena, con i bozzati che sostengono le rampe laterali e la terrazza centrale in travertino. Un’artistica ringhiera in ferro accompagna le rampe e chiude il balcone. Bozzato e ringhiera furono inaugurati nel 1867 e in quella occasione furono collocati, nella nicchia, il “Cristo Risorto”, opera berniniana di un frate francescano che l’aveva scolpita nel 1723 e, all’altezza del ripiano centrale, i due angeli del celebre scultore fiorentino Luigi Pampaloni. Furono invece inaugurate nel 1888 le statue degli apostoli Pietro e Paolo che, pur non avendo alcun pregio artistico, contribuiscono ad accrescere il decoro e l’armonia della scalinata e del Tempio”.

Condizione necessaria per elevarsi verso Dio è la Chiesa, ed ecco che sono collocate, appena rialzate dalla sede stradale le due sculture raffiguranti San Pietro e San Paolo, le due “colonne della Chiesa” con lo sguardo rivolto ai passanti:
“(…) Tu sei Pietro,e su questa pietra io fonderò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli (…)”
 (Matteo 16,18-19)

San Pietro
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Immediatamente dopo, dalla strada, lo sguardo del passante rimane colpito dalla statua di Cristo Risorto, opera dello scultore carrarino Francesco Baratta, che la realizzò nel 1723 per l’altare maggiore della chiesa di San Francesco, dove rimase fino al 1796. In quell’anno fu rifatto l’altare e la scultura fu collocata provvisoriamente in un corridoio. Nel 1867 fu collocata nella nicchia attuale, oggi si direbbe “in comodato d’uso”; infatti la scultura è ancora di proprietà dei frati francescani anche se nell’iscrizione posta alla base non si fa cenno a questo accordo: Christus / Resurgens ex mortuis / Jam Non Moritur, Cristo è risorto dalla morte, non muore più (5).

Francesco Baratta, Cristo Risorto
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Anche se slegata dal suo contesto iniziale, la statua doveva essere funzionale al disegno iconografico che doveva ancora essere completato. La figura si presta a diverse immagini figurative della tradizione cristiana, ma significativa è quella che abbiamo nel libro dell’Apocalisse, quando a Giovanni, subito dopo essere rapito in estasi, appare Cristo che aveva “(…) un abito lungo fino ai piedi (…). I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve (…) e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e gli inferi” Ap. 1,14-18.
Nel testo, seguono una serie di disposizioni da scrivere alle sette chiese. Successivamente il libro dell’Apocalisse narra dei Preliminari del “Grande Giorno” di Dio, il giorno in cui Cristo tornerà sulla Terra e giudicherà gli uomini. Significativo, di questa visione, è il momento in cui l’Agnello aprì il settimo sigillo, e si fece silenzio in cielo per mezzora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe (Ap. 8,1-2).

Luigi Pampaloni, Angelo di sinistra
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

In effetti sulla scalinata del Santuario del SS Crocifisso non ci sono 7 angeli, ma soltanto due. Furono realizzati dal fiorentino Luigi Pampaloni (1791-1847) al quale, dopo aver realizzato la statua del Canapone in Piazza Bonaparte, furono commissionati anche i quattro evangelisti all’interno nel 1846 (6). Purtroppo le statue versano in un pessimo stato di manutenzione ormai da diversi anni, ma un tempo sostenevano proprio una tromba ciascuno, come è possibile vedere da alcune foto storiche (7).

Luigi Pampaloni, Angelo di destra
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Ricapitoliamo. Abbiamo isolato tre episodi del libro dell’Apocalisse: l’apparizione di Cristo Risorto, gli Angeli che suonano le trombe e la discesa dal cielo della Gerusalemme Celeste. Tutto questo quadro si configurerebbe, quindi, come:

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

E’ questa, forse, l’interpretazione da dare all’apparato scenografico costituito dalla scalinata e dal Santuario del SS Crocifisso di San Miniato?
Il fatto poi che sia collocato di fronte al palazzo del Municipio, non può che essere visto come una forte presa di posizione nei confronti delle autorità civili. Gli amministratori, una volta varcata la soglia in uscita dal Municipio, si sarebbero trovati di fronte l’immagine del Giudizio Universale che costituirebbe l’intrinseco invito ad un comportamento irreprensibile, alla buona pratica di governo, in virtù del giudizio divino prossimo venturo.
Gli elementi, seppur un po’ frammentari, ci sarebbero tutti. Le fonti documentarie non fanno menzione di questa volontà rappresentativa, ma avendo dimostrato l’inconsistenza delle precedenti interpretazioni ci chiediamo se questa non meriti la dovuta considerazione.

Il Santuario del SS Crocifisso visto dal portone del Municipio
Foto di Francesco Fiumalbi



Un ringraziamento speciale va a Don Luciano Marrucci, vero promotore di questa intuizione.



NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Giusti Maria Adriana, La chiesa del SS. Crocifisso di San Miniato, in Giusti – Matteoni (a cura di), La chiesa del SS. Crocifisso a San Miniato. Restauro e storia., CRSM, Allemandi, Torino, 1991, pag. 33.
(2) Barile Gianluca, PAPA: “Leggere la ‘Città di Dio’ di Sant’Agostino per capire la differenza tra la laicità dello Stato e il ruolo della Chiesa”, http://www.lucisullest.it/dett_news.php?id=2873
(3) Vensi Antonio, Materiali raccolti per formare il tomo I e II dei documenti per la storia di San Miniato da Antonio Vensi l'anno 1874, Accademia degli Euteleti, pag. 567, in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967, pag. 134.
(4) Simoncini Vasco, Il Crocifisso di Castelvecchio nella storia e nella vita di San Miniato, Edizioni del Cerro, Pisa, 1992, pag. 71.
(5) Lotti Dilvo, San Miniato, Vita di un’antica città, Sagep, Genova, 1980, pagg. 306-307.
(6) Lotti, Op. Cit., pag. 306.
(7) Marcenaro Giuseppe, Il silenzio del negativo, Filippo Del Campana Guazzesi fotografo in San Miniato, CRSM, Sagep, Genova, 1981, pag. 159.
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