domenica 27 febbraio 2011

QUESTIONE DI CAMPANILE

8 commenti:
di Francesco Fiumalbi

Può sembrare banale, ma ogni tanto ritorna. La questione di campanile è lì, relegata spesso in un angolino, pronta a sbucare fuori al primo pretesto. In questo intervento cercheremo di affrontare lo spinoso discorso del “campanilismo”, con particolare attenzione al territorio sanminiatese. Diremo subito che, sicuramente, non riusciremo a trattare il tema in modo compiuto tanto è complesso e, a tratti, sfumato.
Negli ultimi giorni, complice l’articolo pubblicato sul quotidiano “Il Tirreno” in data 23 febbraio 2011, firmato da Giacomo Pelfer, si sono riaccese antiche questioni. In particolare, a far discutere stavolta è stata una proposta avanzata dai partecipanti al Corso di aggiornamento per professionisti e funzionari pubblici sul tema “Il vecchio e il nuovo fra città e campagna: obiettivo qualità” (cliccando sul link sarete messi in collegamento con la pagina di presentazione). Il corso, tenutosi presso i locali della Fondazione Conservatorio di Santa Chiara, organizzato dall’Associazione Assform in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa e che ha visto la partecipazione di docenti provenienti da università italiane e internazionali, ha avuto come momento conclusivo lo sviluppo di alcune proposte per il centro storico di San Miniato. Fra queste, una di quelle che ha fatto maggiormente discutere è stata l’idea di “unire” il centro storico di San Miniato con il nucleo abitato di San Miniato Basso formando un’unica e più grande città.
La discussione fra gli abitanti di San Miniato e San Miniato Basso ha avuto anche un risvolto virtuale sulla pagina Facebook di Smartarc ed è proseguito anche sulle pagine de “Il Tirreno” con i commenti e le riflessioni di commercianti e associazioni di entrambi i centri abitati. Se mai ce ne fosse bisogno, questa è stata l’ennesima riprova che il “campanilismo” in salsa sanminiatese non è mai cessato e, anzi, si arricchisce ad ogni occasione di nuove argomentazioni.

San Miniato al tramonto da Gello
Foto di Francesco Fiumalbi

Come ha rilevato Daniele Nannetti, in un commento su Facebook probabilmente “Siamo storicamente abituati a guardare di cattivo occhio chi non è di casa nostra, anche il nostro vicino, perché è stato a fasi alterne nostro alleato o nostro nemico”.
E così, nel vasto territorio del Comune di San Miniato, oltre 100 kmq, ci sono potenzialmente 28000 campanilismi, tanti sono gli abitanti. Fortunatamente sono un po’ meno, ma sempre in un numero tutt’altro che esiguo. Basta pensare al numero delle frazioni oltre al capoluogo, ufficialmente 19, più una serie quasi infinita di località. Evitiamo di citarle perché qualcuno potrebbe protestare e chiedere che la propria località sia inserita nell’elenco delle frazioni.

Campanile di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Senza entrare nel merito di questioni di politica nazionale o di eclatanti episodi toscani (come non ricordare la rivalità fra Pisa e Livorno!), proponiamo un elenco do alcuni dei campanilismi più conosciuti all’interno del territorio del Comune di San Miniato. Non faremo una distinzione fra quelli più accesi e quelli più goliardici perché non esiste una scala di valutazione adeguata. Premetto che sono un po’ ignorante in proposito, e quindi se nei commenti in fondo a questo post volete correggermi, fare delle precisazioni, o suggerire nuovi argomenti, ve ne sarei molto grato.

Partiamo da quelli a cavallo con i confini comunali.
Storica è la rivalità fra San Miniato ed Empoli, la prima “libero comune”, la seconda assoggettata praticamente da sempre a Firenze. E’ forse più sentita da parte degli empolesi che hanno all’interno delle proprie tradizioni il famoso “Volo del ciuco” con evidente scherno nei confronti dei sanminiatesi, anche se quest’ultimi rivendicano la contesa paternità sul famoso “carciofo”. Rimanendo sul confine orientale, fra gli abitanti di Ponte a Elsa, fra quelli che abitano lungo la sponda sinistra, in territorio sanminiatese, e quelli della sponda destra, in territorio empolese. Passando, invece, al confine occidentale gli abitanti di San Romano, divisi loro malgrado fra Montopoli e San Miniato. Come non ricordare poi le spinte degli abitanti di San Donato per annettersi al Comune di Santa Croce, dichiarandosi “Santacrocesi d’Oltrarno” e che si fecero promotori anche di un movimento, senza esito, presso le istituzioni iniziato negli anni ’20 e conclusosi negli anni ’60 del ‘900. Senza dimenticare antiche rivendicazioni sanminiatesi per il territorio sulla sponda sinistra dell’Arno, dove oggi sussiste l’odierna San Pierino, facente capo al Comune di Fucecchio.
Da segnalare la vivacità in chiave autonomistica di Ponte a Egola, dapprima verso Cigoli per la costruzione della chiesa nella seconda metà dell’800, e poi con San Miniato per poter diventare sede di un comune separato, lamentando carenza di servizi e rivendicando il riconoscimento del proprio ruolo economico. Quest’ultima querelle viene riproposta periodicamente, l’ultima volta su Facebook e sulle colonne de “Il Tirreno” lo scorso mese di novembre 2010.

“Noi non siamo sanminiatesi”
Scritta comparsa in Piazza Guido Rossa di Ponte a Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Varie e multiformi sono i tantissimi campanilismi più minuti. Uno dei più sentiti è quello fra San Miniato e San Miniato Basso. I sanminiatesi dicono che in collina si respira un’altra aria, dal sapore della storia e della nobiltà e che mai sceglierebbero di vivere a valle. Gli abitanti della pianura sentono ancora come una costrizione il cambio del nome da Pinocchio in San Miniato Basso, sebbene sia avvenuto nell’ormai lontano 1924, in quanto l’Amministrazione Comunale di allora riconobbe al centro urbano della piana, allora in forte espansione, la proiezione moderna della storica “Città della Rocca”. E come non ricordare la storica rivalità, tutta musicale, fra i gruppi bandistici di San Miniato e La Scala (anche se ultimamente hanno ben collaborato nell’ambito delle registrazioni della trasmissione “Linea Verde”), quella religiosa e insieme goliardica fra Roffia e Isola, puramente pretestuosa fra Balconevisi con “Fondo di scesa” o  con “Fornacino”. Ancora, la rivendicazione “gustosa” riguardo alla provenienza del Tartufo di San Miniato, da parte degli abitanti di Corazzano e Balconevisi.
Esistono poi rivalità anche all’interno dei singoli centri abitati, a San Miniato i “dilaisti” del quartiere “Sciòa” rispetto ai “diquadisti” di “Fuordiporta”. Ma anche fra diversi contradaioli a Ponte a Egola e un tempo anche a San Miniato Basso. Chissà quanti altri campanilismi esistono e che non sono stati citati semplicemente perché chi scrive non ne è a conoscenza.
Insomma, ogni pretesto sembrerebbe buono per creare nuove frizioni, battute goliardiche ed episodi di scherno, ma anche, nei casi più eclatanti, vere e proprie istanze e rimostranze presso gli organi istituzionali.

Il campanile di Ponte a Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Ma cosa significa il termine “campanilismo”?
Il Dizionario Enciclopedico Italiano “Treccani” liquida la definizione di “campanilismo” in appena un rigo: “Attaccamento esagerato e gretto alle tradizioni e agli usi della propria città”.
Da rilevare sono i due aggettivi che vengono impiegati per formulare la definizione e che in qualche modo lasciano trasparire un giudizio negativo. Esagerato e gretto: che potremmo tradurre in che oltrepassa la giusta misura e pretestuoso. Il campanilismo, però, non si ferma soltanto alla sola affermazione del luogo di appartenenza, ma si sviluppa soprattutto attraverso la denigrazione dei vicini.

Rivendicazioni territoriali, giurisdizionali, culturali, economiche, religiose, sportive. Queste sono le tematiche che contraddistinguono il fenomeno, oserei dire, socio-culturale del campanilismo. Di questo si tratta: di una serie di manifestazioni a scopo rivendicatorio.

Campanile di Stibbio
Foto di Francesco Fiumalbi

Il termine, è evidente, deriva dal “campanile”, da quella struttura che si staglia al di sopra degli altri edifici e per questo, oltre alla connotazione prettamente religiosa, riveste un ruolo propriamente simbolico e si propone quale elemento d’identificazione, per sineddoche, col centro abitato in cui esso si trova. Occorre precisare che la torre campanaria, almeno originariamente, è un elemento squisitamente “urbano”, ovvero affianca un edificio religioso che si trova all’interno di paese, di un borgo, di una città. Salvo casi relativamente recenti, è difficile trovare una chiesa con campanile in aperta campagna. Da qui, il campanile identifica non soltanto il centro abitato, con le sue istituzioni, le sue regole e tradizioni, ma anche, e soprattutto, le persone che all’ombra vi abitano, ma che hanno anche contribuito economicamente alla sua costruzione. Campanilismo, perché storicamente era un fenomeno che riguardava le città, ed era corroborato anche dalle guerre che periodicamente investivano centri più o meno vicini. Questi sentimenti di rivalsa, hanno avuto manifestazioni anche in ambito letterario. Come non dimenticare, per fare un esempio a noi vicino, il famoso poema eroicomico “La presa di San Miniato” scritto dall’empolese Ippolito Neri con evidenti finalità denigratorie nei confronti di San Miniato e di esaltazione nei confronti della “sua” Empoli. Da sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, che si tratta di un’opera di fantasia, in quanto i fatti narrati non hanno nessuna attinenza storica con l’assedio da parte dei fiorentini del 1369 che si protrasse per oltre 6 mesi. Ma di questo ne parleremo in un apposito intervento.


Campanile di Balconevisi
Foto di Francesco Fiumalbi

Siccome chi scrive non conosce bene le singole realtà e voi che leggete, e che magari siete anche coinvolti in sentimenti come quelli descritti, siete sicuramente più informati, vi invitiamo a lasciare un commento! Per chi non sapesse farlo, basta cliccare in fondo al post sulla scritta che riporta il numero dei commenti, si aprirà nuovamente il post, ma singolarmente. In fondo alla pagina troverete lo spazio dove scrivere. Non occorre necessariamente fare registrazioni o login, basta anche selezionare il profilo “Anonimo” e magari scrivere il proprio nome in fondo al commento. Grazie.

sabato 19 febbraio 2011

RITROVATA L'ACQUA DI SAN CARLO

11 commenti:
di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

In questo intervento tratteremo di una piccola scoperta di SMARTARC. Parlare di “scoperta” non è propriamente corretto in quanto non abbiamo trovato niente di “sconosciuto”. E’ più corretto parlare di “ri-scoperta”, di un qualcosa che si conosceva e che per vari motivi se n’è persa la memoria quasi del tutto. Armati di cartina (0) e strumento GPS ci siamo avventurati in una valle a nord del capoluogo, ritrovando una struttura che molti credevano fosse perduta: le “Fonti di San Carlo”.

Una delle vasche di approvvigionamento
Foto di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Come abbiamo visto nel precedente articolo “GEOGRAFIA DELLE FATE”, l’approvvigionamento idrico della città di San Miniato ha da sempre costituito un problema di non facile soluzione. Il XIX secolo fu un periodo di piccole/grandi opere ingegneristiche con la realizzazione di cisterne e fontanelle pubbliche, oltreché la costruzione dell’acquedotto da La Scala alla cima del colle (1). Tuttavia questa difficoltà si era fatta sentire anche nei secoli passati, specialmente a cavallo del ‘300 quando la città di San Miniato conobbe la sua massima espansione arrivando ad un numero di 3-4000 abitanti (2). Tale numero di abitanti era praticamente lo stesso di quello che la città raggiungerà proprio nell’800. Come è ragionevole affermare, l’approvvigionamento idrico non poteva basarsi interamente sull’utilizzo di pozzi e cisterne, strutture relativamente complesse e fuori dalla portata economica della stragrande maggioranza della popolazione, che doveva rifornirsi attraverso le sorgenti naturali. Vi erano infatti almeno tre fonti: le Fonti alle Fate, le Fonti di Pancole  e le Fonti di San Carlo. Le prime due sono più o meno abbastanza note, contrariamente alla terza che, abbiamo avuto modo di verificare, è quasi completamente sconosciuta.
Queste tre strutture sono situate praticamente in modo da coprire tutta la città. Pancole per l’antico Terziere di Poggighisi (per intenderci la parte verso l’Ospedale), Fonti alle Fate prossima al Terziere di Castelvecchio (coincidente più o meno con la cittadella fortificata) e le Fonti di San Carlo per il Terziere di Fuordiporta (da Castelvecchio in direzione Colline).

I Terzieri e le Fonti
Schema di Francesco Fiumalbi

Le Fonti di San Carlo si trovano nella vallata tra la zona detta di San Martino e il Poggio di Cecio. Non vi si arriva facilmente. Per raggiungerle occorre imboccare un antichissimo sentiero che dall’attuale via Carducci, immediatamente al di fuori dell’antica Porta di Ser Ridolfo, scende verso la valle. Anticamente questo percorso prendeva il nome di “Vicolo di Ser Ridolfo” (3).  La strada, come risulta dalle mappe catastali di proprietà pubblica, è in pessime condizioni, ormai invasa dalla vegetazione. Addirittura, alcune porzioni di questo sentiero sono ormai scomparse per cui non è facile ricostruire il tracciato originario.

Da cosa deriva il nome di “San Carlo”?
Non esistono notizie documentarie in proposito, ma è lecito pensare che il nome derivi dalla strada che, alla cima della collina, chiude la valle ad oriente e che è intitolata proprio a San Carlo. Questa strada congiunge le attuali via della Cisterna e via Guicciardini ed è rappresentata già nella “Pianta della Città di San Miniato” di Orazio Turri del 1865 (4). Da qui, probabilmente, partiva un sentiero che conduceva alle Fonti. Di questo percorso oggi non rimane alcuna traccia, anche se abbiamo notizia di un vicolo, denominato “Vicolo carbonaro della Cisterna” che scendeva dall’attuale via della Cisterna proprio in quella zona (5). Risulta pressoché impossibile, ad oggi, definire con esattezza il tracciato di queste strade.

Le Fonti San Carlo
Schema di Francesco Fiumalbi

Nel 1776, all’interno della descrizione della “Rete stradale Comunitativa” (6) viene menzionata una cisterna presso il “prato di San Carlo”. Non è chiaro se ci si riferisca alla struttura situata nella piazza della Cisterna, oppure dell’invaso per la raccolta dell’acqua della sorgente di San Carlo.
Nel 1847 era stato predisposto il progetto per la cisterna, poi realizzata negli anni seguenti, presso al chiesa della SS. Annunziata, comunemente chiamata “Nunziatina”. E’ assai probabile che con la costruzione di questa grande struttura l’utilizzo delle Fonti sia definitivamente venuto meno.
Tuttavia nel 1861 furono disposti dei rilievi delle Fonti di Pancole, delle Fate e di San Carlo al fine di restaurare le strutture rendendole più funzionali, onde evitare la costruzione di nuove cisterne e stanziando la consistente somma di 700,00 lire (7). Interventi di manutenzione di cui, però, non conosciamo l’esito.
Nel secondo dopoguerra le Fonti dovevano essere un luogo già abbandonato. Gli adulti proibivano ai ragazzi di raggiungerle in quanto luogo abbandonato e per questo poco sicuro (8).

Le Fonti di San Carlo oggi
Foto di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Le Fonti di San Carlo, al pari delle altre due sopracitate, sono in realtà una sorgente naturale, la cui acqua veniva raccolta in apposite vasche/cisterne e da qui distribuita attraverso diverse bocche, e per questo assume il termine plurale di “Fonti”.
Purtroppo non è possibile ricostruire l’originario assetto della struttura: il versante della collina è franato verso valle portandosi dietro parte della muratura. Il manufatto edilizio doveva essere del tutto simile a quello delle Fonti alle Fate. Dalla sorgente vera e propria l’acqua veniva incanalata e raccolta in apposite vasche di decantazione e da qui fatta uscire attraverso una serie di boccagli.
Quando furono costruite le Fonti di San Carlo? E’ impossibile formulare una datazione precisa, tuttavia i laterizi impiegati nella costruzione risultano essere del tutto simili a quelli delle altre due fonti e quindi si può pensare che risalgano alla medesima epoca, quindi a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, anche se non si possono escludere interventi in epoche successive.

La sorgente naturale
Foto di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Come risulta evidente dalle fotografie le Fonti di San Carlo versano in uno stato di completo abbandono. Sono ormai invase dalla vegetazione e la costruzione presenta gravi dissesti strutturali dovuti al cedimento del terreno sottostante. Sono ben visibili le lesioni nella muratura e solo un tempestivo intervento di restauro e consolidamento potrebbe scongiurarne il definitivo crollo, con grave danno per la perdita di un’importante testimonianza storica.
Il bosco che oggi avvolge le Fonti di San Carlo contribuisce a creare l’atmosfera di uno spazio desolato. Questa struttura è vicinissima al centro abitato, appena 40 metri in linea d’aria dietro Palazzo Grifoni e dalle mappe catastali risulta essere di proprietà pubblica, almeno fino al 1939. Successivamente la cartografia non appare del tutto chiarificatrice. Possibile che nessuno si sia mai preoccupato di mantenere questa costruzione?
Visto che le fotografie non rendono merito a questo luogo, proponiamo un breve video che meglio delle singole immagini descrive le reali condizioni delle Fonti.

Video di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi




 
NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(0) La cartina utilizzata per le ricerche è stata gentilmente fornita dall'Associazione Moti Carbonari - Ritrovare la Strada.
(1) Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010.
(2) Ginatempo-Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, Le Lettere, 1990, pp. 107-110, in Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Aquila, in Malvolti-Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV), Olschki, Firenze, 2008, pag.265.
(3) Cristiani Testi Maria Laura, “San Miniato al Tedesco”, Marchi e Bertolli, Firenze, 1967, pagg. 104-105.
(4) Ibidem., pagg. 145-147.
(5) Ibidem., pagg. 104-105.
(6) Fiordispina, Parentini, Op. Cit., pagg. 12-13
(7) Archivio Comunale di San Miniato, Delibera n. 57 del 18 settembre 1861, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 19.
(8) Notizia comunicataci oralmente dalle sorelle Malvezzi, nate, cresciute e tuttora residenti in via Carducci. Anche la signora Franca Calvani ricorda di aver sentito parlare delle Fonti di San Carlo ma di non esservi mai andata proprio perché era considerato un luogo abbandonato e quindi pericoloso.

domenica 13 febbraio 2011

CARDUCCI RACCOMANDATO A SAN MINIATO (prima parte)

2 commenti:
di Francesco Fiumalbi
Il presente deve ritenersi il primo intervento di una più ampia serie relativa al soggiorno sanminiatese di Giosuè Carducci. Si tratta di una sequenza di vicende, avvenute nel biennio 1856-57, che segneranno lo stesso Carducci, sia umanamente che nella sua produzione letteraria; per noi rappresenteranno il pretesto per avvicinarci allo spaccato storico-sociale della San Miniato preunitaria.

Dopo il 1854, a San Miniato c’era una scuola ginnasiale con le cattedre di Rettorica Superiore; Aritmetica Teorico-Pratica, Geometria e Algebra; Grammatica Superiore Italiana e Latina; Umanità e Rettorica Inferiore (1). La costituzione di una scuola ginnasiale prevedeva anche l’assunzione dei “maestri”, compito che spettava all’allora Gonfaloniere della Comunità Civica (il Sindaco di oggi).
Nel giugno 1856, alla pagina 3 del numero 141 del giornale “Monitore Toscano” (quotidiano fiorentino oggi scomparso) fu pubblicato il seguente avviso (2):

Il Gonfaloniere della Comunità Civica di San Miniato rende noto a tutti coloro che desiderino concorrere ai seguenti impieghi che vacano nelle Scuole Ginnasiali di questa città e trasmettere a questo Ufficio Comunale franche di porto le loro istanze in carta bollata a tutto il dì 3 luglio prossimo, corredate del diploma di idoneità ad insegnare di cui fa parola la Legge del 16 aprile 1854, prevenendoli che non uniformandosi a queste prescrizioni non verranno prese dal Magistrato in considerazione le avanzate domande all’epoca del conferimento dei vacanti posti.
Questi impieghi consistono nelle Scuole ginnasiali:
1 – Di Maestro coll’obbligo di insegnare la Grammatica Superiore italiana e latina, e Umanità con due classi di Scolari, coll’appuntamento annuo di L. 840.
2 – Di Mastro di Rettorica con l’annuo appuntamento di L. 924.
E nelle Scuole secondarie:
3 – Di Maestro coll’obbligo di insegnare Calligrafia, Aritmetica, teorico pratica, Geometria Elementare, e Disegno geometrico, coll’appuntamento annuo di L. 800.
4 – Di Maestro coll’obbligo dell’insegnare Grammatica italiana, esercizi del parlare correttamente la lingua materna, elementi di Geografia e Cosmografia, e di Storia Sacra e profana specialmente patria, coll’annuo appuntamento di L. 800.

Gli oneri di ciascun Maestro sono tracciati dal Regolamento superiormente approvato e che sarà reso ostensibile ai concorrenti nell’Uffizio del Segretario del Gonfaloniere.
San Miniato dal Palazzo Civico, lì 17 Giugno 1856
IL GONFALONIERE
Carlo Taddei


Ex-monastero di SS. Trinita, poi Ginnasio, oggi Scuole Elementari e Medie
Foto di Francesco Fiumalbi

Questo documento ci fornisce molte informazioni.
Almeno fino all’epoca unitaria, i “maestri” non venivano selezionati e inviati da un apposito Ministero dell’Istruzione, ma spettava al Gonfaloniere della Comunità Civica.
A San Miniato mancavano figure per l’insegnamento delle suddette discipline, anche perché l’istituzione dei licei era limitata alle sole città più importanti: Firenze, Pisa, Lucca, Pistoia, Arezzo, Siena e Livorno (3) e quindi non vi erano persone in possesso del necessario “diploma di idoneità”. Infatti tali bandi di concorso e assunzione venivano resi noti affiggendoli al pubblico (oggi si direbbe all’Albo Pretorio) e solamente se non venivano presentate domande si procedeva agli “avvisi” sui giornali (4), proprio come in questo caso.
La Rettorica (o Retorica) era una disciplina assai complessa, un po’ Letteratura e un po’ Filosofia che aveva come obiettivo quello di imparare ad organizzare il linguaggio dell’individuo soprattutto attraverso lo studio delle opere classiche (5), e per questo l’insegnante preposto alla suddetta “materia” percepiva lo stipendio più elevato.
Curioso che l’avviso sia stato pubblicato il 17 giugno ed abbia per scadenza il 3 luglio. I concorrenti, pensando anche ai sistemi di comunicazione e di trasporto dell’epoca, avevano davvero pochissimi giorni per decidere, appena 17 giorni! Inoltre i candidati dovevano presentarsi personalmente anche perché, prima di prendere la decisione definitiva avrebbero dovuto vedere il Regolamento che sarebbe stato mostrato loro soltanto nell’Ufficio del Segretario del Gonfaloniere. Insomma chi era intenzionato a concorrere doveva essere ben deciso.
Su queste date torneremo in seguito, perché saranno decisive, insieme ai documenti che riproporremo, per dimostrare in maniera incontrovertibile che il concorso fu “accomodato”.

Giosuè Carducci
Mezzobusto opera dello scultore Ezio Ceccarelli
San Miniato, Giardini Pubblici

Al concorso bandito dal Gonfaloniere di San Miniato risposero tre candidati (6):
1 – Luigi Tarducci, già Maestro di Rettorica nel Ginnasio di Montevarchi e che esibiva l’attesatato di idoneità come previsto dalla legge;
2 – Giuseppe Anton Francesco Grazzini, Canonico della Cattedrale di Colle Val d’Elsa, che insegnava da 36 (trentasei!) anni nel Ginnasio di Figline Val d’Arno e poteva vantare numerosi titoli didattici e di studio e desiderava molto ottenere un trasferimento a San Miniato, dimostrato da una sua lettera con la quale chiedeva attenzione alla sua candidatura;
3 – Giosué Carducci, nato a Valdicastello, Comune di Pietrasanta, nel 1835, figlio del medico condotto Michele Carducci e che si era da poco trasferito con la famiglia a Santa Maria a Monte; aveva frequentato il Liceo degli Scolopi di Firenze e nel 1853 risultò vincitore di un concorso presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; si era iscritto alla Facoltà di Lettere laureandosi in Filosofia e Filologia nel 1856 (7).

Come è noto, risultò vincitore il ventunenne Giosuè Carducci, sbaragliando la concorrenza costituita da persone molto più titolate di lui e che il buon senso di ciascuno imporrebbe come favorite. Come fece il giovanissimo Carducci ad ottenere l’ambito incarico? Quali pressioni furono portate al Gonfaloniere di San Miniato affinché la scelta ricadesse sul futuro Premio Nobel per la Letteratura?

Lo scopriremo nella seconda parte.


Interventi correlati: CARDUCCI RACCOMANDATO (seconda parte)


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Archivio di Stato di Firenze, Prefettura, filza 80, Deliberazione del Ministero della Pubblica Istruzione del 19 giugno 1854 in Boldrini Gabriella, Scuola e società a San Miniato dal dominio napoleonico all’Unità d’Italia, Tesi di Laurea presso la Facoltà Magistero Istituto di Pedagogia dell’Università degli Studi di Firenze, A.A. 1983/84.
(2) Gamucci Antonio, Il Ginnasio Sanminiatese delle “risorse”, in Bollettino Accademia degli Euteleti, n. 34, 1962, pp. 61-62
(3) Archivio Storico del Comune di San Miniato, Carteggio del Gonfaloniere, F. 2310, circolare del Ministero della Pubblica Istruzione del 30/1860, c. 499 in Boldrini, Op. Cit., p. 125.
(4) Boldrini, Op. cit., p. 135.
(5) http://it.wikipedia.org/wiki/Retorica
(6) Gamucci, Op. Cit., p. 62.
(7) Segre Cesare, Martignoni Clelia, Guida alla letteratura italiana - Testi nella storia - 3 Dall'unità d'Italia a oggi, a cura di Lavezzi, Martignoni, Saccani, Sarzana, Milano, Mondadori editore, 1996.

domenica 6 febbraio 2011

PER UNA NUOVA LETTURA ICONOGRAFICA DEL SANTUARIO DEL SANTISSIMO CROCIFISSO DI SAN MINIATO (prima parte)

2 commenti:


Tutto ciò che ha a che fare col SS Crocifisso (detto “di Castelvecchio”) a San Miniato ha un’aura speciale. Dalla leggenda del suo ritrovamento alla volontà di costruire la sala consiliare del “Palazzo del Popolo” alla fine del ‘200 sopra all’Oratorio che lo custodiva (oggi detto “Oratorio del Loretino”). Dalle compagnie dei “Bianchi” che lo brandivano nelle processioni, all’antica Compagnia del SS Crocifisso che ancora oggi esiste (1). Anche l’interno urbano entro cui si colloca il Santuario possiede questo “carisma”.
Diremo subito che della chiesa vera e propria e del simulacro ligneo in esso contenuto, ce ne occuperemo in un apposito intervento. Nel presente faremo un riassunto delle vicende che portarono all’edificazione dell’attuale complesso (chiesa + scalinata) e che, secondo la tradizione ebbero inizio nel 1631. Approfondiremo poi quanto è stato detto in testi e pubblicazioni relativamente alla sua sistemazione urbanistica e ai suoi possibili significati iconografici. A tal fine vale la pena ricordare che la Città di San Miniato aveva ottenuto la sede della Diocesi soltanto pochi anni prima (2), nel 1622, e s’imponeva un rinnovamento degli edifici di culto non più idonei per il ruolo sia cittadino che extraterritoriale che erano chiamati a svolgere.

Il Santuario del SS Crocifisso di Castelvecchio
Foto di Francesco Fiumalbi

La popolazione sanminiatese si era rivolta con devozione e speranza al “prodigioso” simulacro durante i difficili anni, dal 1628 al 1631, segnati dal flagello della peste. Proprio al 1631 risale infatti anche il famoso “voto” da cui sarebbe scaturita la costruzione del nuovo Santuario, quale ringraziamento e rinnovata devozione alla sacra immagine di Gesù Crocifisso, grazie al quale la popolazione sarebbe stata risparmiata dall’ennesima epidemia.
La costruzione iniziò ben 74 anni dopo, nel 1705, grazie al Vescovo Poggi che ruppe gli indugi sullo scioglimento del “voto”. Il nuovo Santuario fu progettato dall’architetto e ingegnere fiorentino Antonio Ferri, che ne curò anche la direzione dei lavori. All’interno operò il pittore fiorentino Antonio Domenico Bramberini (3). La nuova chiesa fu inaugurata il 26 luglio 1718 e consacrata da Mons. Cattani il 3 maggio 1729. Della vicenda della costruzione, oltre che nei documenti relativi all’Opera del SS. Crocifisso, conservati presso l’Archivio della Diocesi di San Miniato,  se ne parla nelle Memorie della Sacra Immagine e dell’Oratorio del Santissimo Crocifisso detto del Castel-vecchio, redatte dall’ “Operaio” e “Festaiolo” Bernardo Morali, nel 1755, e pubblicate nel Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45 del 1976, all’interno di un intervento curato da Anna Matteoli.

Innanzitutto il luogo deputato ad accogliere il nuovo Santuario era lo sperone diruto dove sorgeva l’ostello visitato dai pellegrini-angeli consegnatari del simulacro (4). Quindi tutto secondo la tradizione sanminiatese.
Il terreno su cui sarebbe dovuto sorgere inizialmente l’edificio era un orto adiacente al palazzo dei Priori; questa ipotesi iniziale venne meno allorché l’architetto Poggi suggerì il sito attuale per conferire alla costruzione maggiori “magnificenza” e “decoro” (5). La scelta cadde quindi su una porzione di pendio che fu acquisita dalla famiglia Donati-Mercati, proprietaria a partire dal XVI secolo del “colle” della Rocca, comperato da Mons. Michele Mercati, e che lo aveva trasformato in un orto-giardino botanico (6).

Il Santuario del SS Crocifisso di Castelvecchio
Foto di Francesco Fiumalbi

Come nota anche la Cristiani Testi (7), un edificio del genere, con pianta a “croce greca” non poteva inserirsi nell’allineamento della strada medioevale, oggi via Vittime del Duomo. La soluzione adottata fu quella di arretrare l’edificio rispetto alla sede stradale. Questo provocava la difficoltà del salto di quota, di circa 10 metri, che fu risolto attraverso l’inserimento della scalinata. In questo modo si venne a rompere lo schema medioevale, si costruì un vuoto, colmato dalla formazione della quinta urbana costituita dalla scala e dal Santuario, replicando schemi e modelli prospettici propri della tradizione urbanistica rinascimentale e rivisitati in chiave barocca. La Cristiani Testi argomenta il suo intervento dilungandosi molto sugli aspetti “cinestetici”, in particolare sul movimento orizzontale determinato dalla strada e quello verticale proposto dalla scalinata; visioni diverse della medesima “scena”: di scorcio, frontale, nuovamente di scorcio e poi da molto in basso e piano piano verso l’alto (8).
Questo interno urbano è stato trattato dal progettista come una quinta teatrale. Lo stesso Antonio Ferri, in un carteggio col Vescovo Poggi, per definire il complesso del Santuario utilizza la parola “macchina”, termine mutuato dal linguaggio tecnico proprio di uno scenografo. Il Ferri, d’altra parte aveva maturato esperienze di allestimento teatrale, in particolar modo nella villa di Pratolino per conto della famiglia di “costruttori di teatri” Galli-Bibiena (9).

La sistemazione originaria del raccordo altimetrico fra l’edificio e la strada non era esattamente quella odierna. Importanti lavori furono eseguiti durante l’ ‘800 e ce ne fa una sintesi il Simoncini (10):
“La grandiosa scalinata che, unica in principio, si biforca in due rampe su di un primo piano per accedere ad una più alta spianata sulla quale si aprono la porta principale del Santuario e le due laterali, fu ideata e costruita dal Ferri. Questa magnifica scalinata che richiama quella romana di Trinità dei Monti, si alza sul livello stradale di ben 10 metri, è tutta in pietra serena, con i bozzati che sostengono le rampe laterali e la terrazza centrale in travertino. Un’artistica ringhiera in ferro accompagna le rampe e chiude il balcone. Bozzato e ringhiera furono inaugurati nel 1867 e in quella occasione furono collocati, nella nicchia, il “Cristo Risorto”, opera berniniana di un frate francescano che l’aveva scolpita nel 1723 (collocata fino a quel momento sull’altare maggiore della chiesa di San Francesco, ndr) e, all’altezza del ripiano centrale, i due angeli del celebre scultore fiorentino Luigi Pampaloni. Furono invece inaugurate nel 1888 le statue degli apostoli Pietro e Paolo che, pur non avendo alcun pregio artistico, contribuiscono ad accrescere il decoro e l’armonia della scalinata e del Tempio”.

Quindi il completamento della sistemazione della scalinata avvenne in due momenti. Il primo, settecentesco, vide la costruzione della rampa, forse con gli attuali “bracci”, come suggerito dalla raffigurazione di San Miniato nella copertina degli Atti del Sinodo, celebrato nel 1707 e che mostra ancora l’edificio nella versione “a pianta ottagonale” (11). Il secondo momento, ottocentesco, vide invece la realizzazione del rivestimento bugnato, il posizionamento della balaustra e il collocamento dell’apparato scultoreo.
Il problema che si pone a questo punto è se i due momenti facciano parte dello stesso progetto iconografico, oppure se questo sia cambiato fra ‘700 e ‘800. Nella citata immagine della copertina degli Atti del Sinodo del 1707, si apprezza la presenza nel disegno di una nicchia, posizionata esattamente dov’è quella odierna e più o meno delle stesse dimensioni. Pare quindi che le operazioni ottocentesche siano soltanto una sorta di re-styling per conferire maggior decoro all’interno urbano offerto dal complesso del Santuario con relativo completamento dell’apparato  iconografico. Insomma, il progetto della sistemazione urbanistica dell’Oratorio doveva essere matura fin dall’inizio, ma fu completato in maniera definitiva soltanto nel 1867, ben 149 anni dopo l’inaugurazione della chiesa.

Scalinata del Santuario del Santissimo Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Come è noto tutte le opere d’arte sacra, siano esse pitture, sculture, architetture, musiche, etc, non sono mai frutto del caso. Esiste sempre un significato, un filo conduttore, un richiamo alle Sacre Scritture o ad esperienze ed episodi della tradizione cristiana. Non è un caso che a partire dal Concilio di Trento il rigore si fece sempre più serrato e alle opere fu riconosciuta la sempre maggiore importanza narrativa e comunicativa. Anche il Santuario del Santissimo Crocifisso dovrebbe avere una sua precisa iconografia; di questa ce ne parla Antonio Vensi (12):
“L’architetto Ferri presentò a Monsignor Poggi due disegni, una rotonda e una croce; ma il vescovo scelse il secondo disegno, acciocché l’Oratorio rassomigliasse a quello che dopo la vittoria di Costantino torreggiò sulle vette del monte Calvario. L’Oratorio è adunque foggiato sull’emblema della redenzione con bracci equilateri (…)”.

Anche Maria Adriana Giusti afferma che la storiografia locale ha attribuito alla forma del Santuario non solo il valore iconografico di reliquia ma anche e soprattutto di memoria del luogo della crocifissione di Cristo, con evidente riferimento alla tipologia del Sacro Sepolcro, richiamando le forme del martyrium della cultura bizantina, identificato con la forma della croce (13).

Come molti di voi si saranno certamente accorti le parole del Vensi sono completamente sbagliate. La Basilica del Santo Sepolcro costruita per volere di Costantino sul sito del Monte Calvario non era affatto con “bracci equilateri”. Per la precisione si trattava di tre corpi: la “Basilica”, un “Atrio” colonnato situato sopra il Sacro Sepolcro e la famosa “Rotonda”. Nessun cenno ad una pianta a “croce greca”. Tra l’altro la parte più “copiata” del complesso della Basilica del Santo Sepolcro è proprio la “Rotonda” che fece probabilmente da modello al Battistero di Pisa. (per approfondire il tema della Basilica del Sacro Sepolcro vedi Wikipedia)
Insomma il Santuario del Santissimo Crocifisso di Castelvecchio non è nemmeno lontanamente parente della Basilica del Sacro Sepolcro di Gerusalemme. Probabilmente il disegno originario, la “rotonda”, si ispirava effettivamente all’edificio costantiniano, ma non la versione scelta dal Vescovo Poggi. E se è vero che i martyrium bizantini, chiamati in causa dalla Giusti, erano effettivamente a “croce greca” è perché derivano, non dalla Basilica del Santo Sepolcro, ma dalla costantiniana Chiesa dei Santi Apostoli, detta Apostoleion (vedi Wikipedia), costruita a Costantinopoli, l’odierna Istambul, e concepita inizialmente come il mausoleo imperiale. La chiesa considerata più verosimigliante all’Apostoleion è il San Marco di Venezia. Insomma, l’impostazione planimetrica può anche essere similare al santuario sanminiatese, ma non il suo sviluppo verticale che nella ricostruzione della basilica costantiniana attraverso lo studio del modello veneziano, sarebbe stata costituita da ben 5 cupole, con un nartece che separava la chiesa vera e propria dall’esterno, raccordato da una sorta di recinto sacro. Queste ipotesi ci convincono fino ad un certo punto.

Come detto l’edificio è a “pianta centrale” della forma cosiddetta a “croce greca” con cupola emisferica. I riferimenti cristiani verso la costruzione di chiese con questo impianto planimetrico sono molteplici. Non staremo ad elencarli tutti e, ci scuserete per le imprecisioni, desideriamo puntare l’accento sul fatto che le chiese siffatte, generalmente, enfatizzano il collegamento fra Terra e Cielo. La “croce greca” della pianta si inserisce in un quadrato, simbolo terreno, che costituisce la matrice. E’ costituita da quattro braccia, i quattro elementi terreni, le quattro virtù dell’uomo, i quattro punti cardinali. Il centro della pianta è anche il centro della cupola, che invece è emisferica e richiama al mondo Celeste, alla centralità di Cristo nel Cosmo e della Fede rispetto ai punti cardinali (14). Insomma un “ponte” fra terra e cielo, una sorta di “scala” per salire verso Dio.

Il Santuario del Santissimo Crocifisso di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

La stessa Giusti afferma che “…il legame prospettico fra la città e il suo tempio – centro visivo della composizione –“ si pone “in chiave simbolica, come 'Via Crucis', percorso processionale volto a commemorare l’itinerario che conduce Cristo alla Croce, fino al momento culminante del suo sacrificio e quindi della sua Resurrezione; in chiave evangelica, la traduzione della 'via regia' alla quale possono accedere 'i salvati" e che collega 'la città degli uomini' con l’agostiniana 'città di Dio' (…).” (15).

Difficilmente si può spiegare il collocamento della statua del Cristo Risorto nella nicchia ai piedi della scarpata se la chiesa si fa simbolo della Morte e Resurrezione di Cristo. Soprattutto come può la scalinata porsi come “Via Crucis” dove il momento culminante, l’aggiunta quindicesima stazione, la Resurrezione, è collocata all’inizio e non al termine? Insomma se da una parte è vero che la scalinata rimanda a certi cerimoniali legati al SS Crocifisso, connotati da percorsi processionali è altrettanto vero che si sarebbe di fronte ad un articolazione narrativa incongruente. Detta in parole povere, quante volte risorge Cristo nella Via Crucis?

Cristo Risorto
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Qualcuno, in effetti, potrebbe sindacare affermando che il Cristo Risorto  vi sia stato collocato praticamente un secolo e mezzo più tardi e che quindi l’impostazione originaria sia congruente. Tuttavia la stessa Giusti poco dopo afferma (16):
L’itinerario segnato dalla verticale sulla quale si allineano, in successione ascendente, le statue degli angeli e dei quattro evangelisti, la porta del tempio, il tiburio e la lanterna, scandisce i luoghi commemorando la cesura tra le due civitas. La fruizione unitaria del percorso (…) segue una direttrice liturgica la quale, preannunciata all’esterno attraverso l’emblematica ascesa, culmina all’altare dove si custodisce la sacra immagine”.
Nella nota 26, collegata al sopracitato testo, la Giusti asserisce che le statue (degli evangelisti all’interno, ndr) sono state collocate soltanto nel 1845, ma la sistemazione di nicchie all’interno e di appositi spazi all’esterno fanno supporre che il progetto, così minuziosamente definito, comprendesse l’architettura con il suo corredo statuario. Poi come sappiamo le statue degli angeli e del Cristo Risorto furono collocate qualche anno più tardi, nel 1867. Quindi, delle due, l’una.

Se il progetto originario prevedeva un diverso apparato scultoreo, quello che è stato ridefinito nell’ ‘800 appare una forzatura iconografica. Viceversa, è molto più probabile, come abbiamo detto precedentemente, che fin dall’inizio si avesse ben chiara l’idea iconografica da attribuire alla chiesa, alla quinta urbana e all’orchestrazione statuaria. Come abbiamo visto, le interpretazioni formulate fino a questo momento non ci sembrano del tutto convincenti. Lo sono per parti, ma una volta riunite assieme costituiscono un qualcosa di disorganico. E allora, quale significato potrebbe avere il complesso del Santuario del SS. Crocifisso?

Nella seconda parte di questo intervento tratteremo, invece, una nostra ipotesi iconografica che è stata suggerita da Don Luciano Marrucci e che risulta essere congruente con la sistemazione urbanistica e con l’apparato scultoreo.









NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Simoncini Vasco, Il Crocifisso di Castelvecchio nella storia e nella vita di San Miniato, Edizioni del Cerro, Pisa, 1992, cap. I-III.
(2) Simoncini Vasco, San Miniato e la sua Diocesi, CRSM, Edizioni del Cerro, Pisa, 1989, pagg. 21-33.
(3) Simoncini, Il Crocifisso…, cap. V-VIII.
(4) Lotti Dilvo, San Miniato. Vita di un’antica città, SAGEP, Genova, 1980, pag. 118.
(5) Giusti Maria Adriana, La chiesa del SS. Crocifisso di San Miniato, in Giusti – Matteoni (a cura di), La chiesa del SS. Crocifisso a San Miniato. Restauro e storia., CRSM, Allemandi, Torino, 1991, pag. 29.
(6) Esposito e Vitolo, Michele Mercati, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 26, 1950, pag. 32 e segg.
(7) Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Bertolli, Firenze, 1967, pagg. 134-137.
(8) Ibidem.
(9) Giusti, Op. Cit., pag. 34.
(10) Simoncini, Op. Cit., pag. 71.
(11) Marcori Emilia, Per una storia settecentesca di Castelvecchio: documenti e immagini del Palazzo dei Vicari e dei Ministri, in Morelli Paolo (a cura di), San Miniato nel Settecento. Economia, Società, Arte, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2003, pag. 179.
(12) Vensi Antonio, Materiali raccolti per formare il tomo I e II dei documenti per la storia di San Miniato da Antonio Vensi l'anno 1874, Accademia degli Euteleti, pag. 567, in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967, pag. 134.
(13) Giusti, Op. Cit., pag. 30.
(14) Giusti, Op. Cit., pag. 32.
(15) Giusti, Op. Cit., pag. 33.
(16) Ibidem.

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