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sabato 24 novembre 2012

NOTIZIE DI SAN MINIATO NE "LE CRONICHE" DI GIOVANNI SERCAMBI

a cura di Francesco Fiumalbi

Molte delle notizie che oggi conosciamo sulla storia medievale del territorio di San Miniato provengono da fonti documentarie lucchesi; infatti prima che a San Miniato venisse eretta la Diocesi nel 1622, questa era la sede episcopale di riferimento. Quindi da Lucca provengono quelle notizie in cui sono coinvolte le istituzioni ecclesiastiche. Altre preziose informazioni, riguardanti invece gli aspetti laici, politici, commerciali, provengono da Firenze, a cui San Miniato fu costretta a sottomettersi nel 1370, e deducibili in molti casi da varie "cronache". Altre notizie, certamente non meno importanti, provengono dall'Archivio Storico del Comune di San Miniato, e qualcosa anche da Pisa.

Tuttavia un'importante fonte lucchese, molto attendibile anche se troppo spesso relegata ad un ruolo marginale per il nostro territorio, è rappresentata dalle Croniche di parte de' facti di Luccha redatte da Giovanni Sercambi (Lucca, 1348-1424), speziale, uomo politico e scrittore lucchese. Si tratta centinaia di carte manoscritte, raccolte in due cartelle, conservate presso l'Archivio di Stato di Lucca, Raccolte e Miscellanee, Manoscritti, nn. 107 e 108. Contengono la narrazione di episodi che vanno dal 1162 al 1408 e uno degli aspetti più interessanti è rappresentato dalle illustrazioni, oltre 600, di mano dello stesso Sercambi.
Dobbiamo a Salvatore Bongi (Lucca, 1825-1899), già archivista dell'Archivio di Stato di Lucca, l'edizione che ha proposto la divulgazione dei preziosi manoscritti nella loro interezza (qualcosa era stato pubblicato anche da Ludovico Muratori). Un lavoro immenso, suddiviso in 3 volumi, in cui sono proposte anche le raffigurazioni a corredo, tratte dalle originali, attraverso un sistema di fotografia e incisione su legno, da Angelo Ardinghi.

Le notizie che riguardano San Miniato e il suo territorio sono molte, a partire dalle vicende che portarono lo scontro nel 1172 tra Firenze e Pisa da una parte e Lucca, Siena e Cristiano di Magonza dall'altra (01). Sono riportati anche gli eventi salienti dei contrasti tra San Miniato e San Genesio (02-06), anche perché il centro di pianura era sotto il diretto controllo di Lucca e quindi è probabile che il nostro autore disponesse di informazioni di prima mano. Molto più genericamente,  parla anche del ruolo di San Miniato nell'ultimo periodo dei Vicari Imperiali (07), del tentativo di conquista del potere da parte del ceto magnatizio in epoca comunale nel 1308 (08), delle vicende di Uguccione della Faggiuola e di Castruccio Castracani (09-11), dei crescenti contrasti tra Pisa, Lucca e Firenze (12-18) e della conquista fiorentina (19). Ed ancora, del ruolo di San Miniato quale avamposto fiorentino nei vari conflitti con Pisa (20, 23-29, 32-35) e delle ribellioni del 1397 (21-22, 30-31, 40-41). Infine, il Sercambi riporta numerose notizie riguardo le compagnie dei Bianchi che attraversavano la Toscana in quel tempo passando anche da San Miniato e Cigoli (36-39). 
Come risulterà evidente il maggior numero di informazioni riguarda l'arco temporale di cui Giovanni Sercambi è testimone diretto, quindi della seconda metà del '300 e degli inizi del '400. 

Angelo Ardinghi, disegno tratto dall'originale
del Sercambi, conservato all'Archivio di Stato di Lucca
Edito in Salvatore Bongi (a cura di), Le Croniche di
Giovanni Sercambi, Vol. 1, Tip. Giusti, Lucca, 1892, p. 3.
Pubblicazione ai sensi dell'Art. 70, L. 633/1941


Di seguito sono riportati i capitoli, in ordine cronologico, tratti dalle Croniche di Giovanni Sercambi e riguardanti San Miniato e il suo territorio:









































domenica 9 ottobre 2011

LA FONTE DI BUCCIANO

di Francesco Fiumalbi

Lungo la strada che da La Serra conduce a Bucciano, a circa due terzi della salita verso l’antico castello passati i “Casotti di Sassolo”, incontriamo l’antica e monumentale costruzione della fonte di Bucciano. Si tratta di un imponente complesso idraulico realizzato in laterizi.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Dal livello della strada, una rampa in pietra permette l’accesso verso il primo livello, dove è situato il lavatoio costituito da quattro vasche. Da qui, alcuni gradini in mattoni immettono al secondo livello dove è posizionata la cisterna, segnalata da un’apposita struttura loggiata coperta con volta a botte.

Planimetria della Fonte di Bucciano
Disegno di Francesco Fiumalbi

Sotto la loggia vi è lo sportello metallico comunicante con la cisterna vera e propria, internamente intonacata e coperta con una volta a botte. Poco distante si trova una cannella e un elemento metallico, una sorta di perno dove agganciare i recipienti da riempire con l’acqua. A differenza delle fonti intorno alla città di San Miniato, l’acqua deve essere molto meno dura, ovvero contenente meno sali, in particolare bicarbonato di calcio: non si registrano, infatti, i consistenti depositi calcarei che caratterizzano Fonti alle Fate, Fonti di Pancole o Fontidi San Carlo.
L’acqua arriva alla cisterna proveniente da un piccolo condotto che sbuca sulla parete destra della vasca. Da qui, a cascata, un tempo l’acqua andava a riempire i lavatoi e, successivamente, l’abbeveratoio che doveva essere lungo la strada, ma di cui oggi non ne rimane traccia.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Non sappiamo a quale epoca risalga lo sfruttamento di questa sorgente. Il primo documento che attesta la presenza di una fonte è la Carta del Popolo di San Regolo a Bucciano della fine del ‘500 (1). In questo elaborato grafico, redatto dai Capitani di Parte Guelfa, è segnato un edificio in adiacenza a quella che ha tutta l’aria di essere una vasca. Al di sopra troviamo la dicitura “Fonte di Buciano”, che sembra appartenere a quello che verrà chiamato “Podere Acquabuona”. La struttura appare presente, nella collocazione attuale, nelle carte del Catasto del Granducato di Toscana (“Catasto Leopoldino”), e nelle vicinanze troviamo per la prima volta il già citato caseggiato denominato “Podere Acquabuona”. Il toponimo non è sicuramente casuale e su quel versante collinare dovevano esservi numerose “vene” d’acqua che potevano essere facilmente sfruttabili.

Pianta del Popolo di San Regolo a Bucciano, anni 1580-1595
Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692
Rielaborazione schematica

Sicuramente una struttura pubblica di raccolta atta a garantire l’approvvigionamento idrico per la popolazione di Bucciano e dintorni doveva essere presente al 1831, quando gli abitanti chiesero interventi da parte dell’amministrazione comunale per restaurare la fonte e aumentarne la portata, anche se lavori più consistenti furono eseguiti nel 1860, quando realizzati i “loggi nel condotto per circa tre metri” (2). I problemi di approvvigionamento non furono affatto risolti, perché al problema relativo alla portata si affiancò il problema igienico: nel 1865 furono richiesti nuovi interventi per il risanamento della fonte, la cui acqua aveva propagato diverse malattie fra gli abitanti (3).

Fonte di Bucciano, lavatoi
Foto di Francesco Fiumalbi

I lavori di risanamento e di sostituzione delle condotte furono eseguiti dalla vicina fattoria di Sassolo (4) e portarono la portata la da 12 a 45 barili al giorno (5). Vista la spesa sostenuta, la Fattoria di Sassolo chiese un indennizzo all’amministrazione comunale; successivamente chiese ed ottenne, nel 1867, di poter usufruire dell’acqua della fonte di poter a condizione che l’acqua venisse sempre aperta al pubblico e nel caso di necessità di prolungamento delle condutture, di acconsentire alla servitù di passaggio nelle proprietà della Fattoria (6). Fu anche nominato un custode, Gaetano Parenti di Bucciano, col compito sorvegliare la struttura ed eseguire le opere di manutenzione che di volta in volta si sarebbero rese necessarie (7). Tuttavia nel 1892 la fonte era di nuovo in una condizione di degrado (8), tuttavia la non potabilità della fonte fu accertata solo nel 1898 a seguito della segnalazione da parte della popolazione (9). L’amministrazione comunale intervenne massicciamente e così fu demolito il lavatoio più piccolo, fu sistemata la pavimentazione circostante, l’ingresso fu chiuso e coperto, e furono restaurati l’abbeveratoio e i lavatoi più grandi tuttora esistenti (10).

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Ulteriori proteste da parte della popolazione e conseguenti restauri da parte dell’amministrazione comunale continuarono anche negli anni 1906 (11), 1910 (12), 1912 (13) e 1914 (14). La situazione deve essere continuata in questo modo ancora per diversi anni. Il problema dell’approvvigionamento idrico a Bucciano, nonostante vi fossero anche altri pozzi o gozzi privati (uno di proprietà della chiesa, uno di Carlo Taddei e un altro della famiglia Bertolli (15)), fu risolto soltanto nel secondo dopoguerra, con l’avvento dell’acquedotto pubblico e il consistente calo della popolazione, migrata verso i centri industriali.

Fonte di Bucciano
Foto di Francesco Fiumalbi

Per scoprire le altre fonti...



NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Archivio di Stato di Firenze, Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692.
(2) Archivio Storico del Comune di San Miniato (ASCSM), 3097, Delibera n. 164 del 12 novembre 1864, in Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010, pag. 64.
(3) ASCSM, F200 S040 UF03, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(4) ASCSM, F200 S040 UF03, Delibera del Consiglio Comunale n. 300 del 12 novembre 1864, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(5) ASCSM, F200 S040 UF03, Rapporto dell’Ing. Carlo Bachi, 19 agosto 1865, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(6) ASCSM, F200 S040 UF03, Delibera n. 50 del 12 agosto 1867 e Delibera n. 68 del 26 ottobre 1867, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 64.
(7) ASCSM, F200 S020 UF001, Delibera della Giunta Comunale n. 94 del 10 luglio 1867, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(8) ASCSM, F200 S040 UF28, Relazione dell’ingegnere del 31 marzo 1892, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(9) ASCSM, F200 S132 UF19, “Affari sfogati dal n. 51 al n. 100”, “Perizia n. 76 del 7 gennaio 1898”, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(10) ASCSM, F200 S020 UF012, Delibera Giunta Comunale n. 122 del 27 agosto 1898, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(11) ASCSM, F200 S132 UF21, “Affari sfogati dal n. 501 al n. 600”, “Rapporto n. 839 del 9 ottobre 1906, e Delibera della Giunta Comunale 13 ottobre 1906, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(12) ASCSM, F200 S132 UF22, “Atti sfogati dal n. 1101 al n. 1200”, Nota informativa n. 1171 del 23 giugno 1910, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(13) ASCSM, F200 S020 UF020, Delibera della Giunta Comunale n. 684 dell’11 settembre 1912, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(14) ASCSM, F200 S132 UF22, Delibere della Giunta Comunale n. 74 del 12 settembre 1914, n. 140 del 6 ottobre 1914 e n. 154 del 10 ottobre 1914, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 65.
(15) Ibidem.

domenica 19 giugno 2011

LE FONTI DI PANCOLE

di Gionata Giglioli e Francesco Fiumalbi

Interventi correlati:

Negli interventi precedenti abbiamo analizzato due delle tre strutture per l’approvvigionamento idrico presenti nei dintorni di San Miniato: Fonti alle Fate, Fonti San Carlo e Fonti di Pancole. Col presente ci occuperemo proprio di quest’ultima.


Fonti di Pancole, interno

Abbiamo visto che fra il XIII e il XIV secolo la popolazione di San Miniato doveva contare ben 3-4000 persone (1) e perché fosse garantito il rifornimento idrico, specie nei ceti bassi della popolazione, fu necessario costruire le “Fonti”, attorno a sorgenti naturali già conosciute e sfruttate probabilmente già da molto tempo. Ogni struttura doveva servire un “Terziere”.

I Terzieri e le Fonti
Schema di Francesco Fiumalbi
  
Le Fonti di Pancole si trovano al di sotto dell’omonima “contrada” cittadina che ha come nucleo lo slargo urbano costituito da Piazzetta Pancole, praticamente a metà strada fra Piazza Buonaparte (conosciuta in passato come Piazza del Ponticello o Piazza de’Polli) e Piazza XX Settembre (conosciuta anche come Piazza dell’Ospedale o Piazza Santa Caterina).
Per raggiungere oggi l’antica struttura occorre passare da un impervio viottolo pieno di rifiuti di ogni genere. Un tempo non era affatto così; le Fonti di Pancole si trovano lungo quella che un tempo era una strada di accesso dalla pianura verso il capoluogo e che oggi risulta interrotta in più punti. L’attuale via di Pancole, si innesta proprio all’altezza della costruzione con via Fonti che scende giù, attraverso una bellissima vallata, verso La Scala. Sbuca praticamente in via Sanminiatese e prolungandola idealmente conduce fino all’incrocio con la Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est. Si trova quindi lungo una di quelle che un tempo erano le strade principali.

 Fonti di Pancole - Video

La struttura, sia per chi proviene da valle che dal centro abitato, appare all’improvviso, seminascosta nella vegetazione. Si tratta di un piccolo edificio in laterizio che si estende per il suo lato più lungo per circa 9 metri e mezzo e presenta un’altezza di circa 5 metri.
Il primo documento rintracciato in cui vengono menzionate le Fonti di Pancole è la descrizione della “Rete stradale Comunitativa”, datata 1776, dove vengono ricordate come “pozzo” a servizio del quartiere di Poggighisi (2). Le Fonti erano dotate di un lavatoio e di un abbeveratoio pubblico (3). Dopo la costruzione della cisterna davanti all’Ospedale in Piazza XX settembre, causa la crescente “sete” di una popolazione in continua crescita, nel 1861 furono disposti dei rilievi delle Fonti di Pancole, delle Fate e di San Carlo al fine di restaurare le strutture rendendole più funzionali, onde evitare la costruzione di nuove cisterne e stanziando la consistente somma di 700,00 lire (4). Interventi di manutenzione di cui, però, non conosciamo l’esito. L’utilizzo delle Fonti deve essere definitivamente venuto meno nel secondo dopoguerra.

Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Il prospetto principale è caratterizzato da due grandi fornici, forse tamponati successivamente. Ai piedi della parte sinistra troviamo un piccolo abbeveratoio (quello citato nei documenti storici?), segno che da queste parti ci si passava con animali, sicuramente anche da soma, percorrendo l’antica via Fonti.
I lavatoi, situati praticamente a ridosso dell’attuale parcheggio oggi sono scomparsi, forse interrati o rimossi proprio durante i lavori per la realizzazione dello spazio di sosta per gli autoveicoli.

L’abbeveratoio delle Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Una volta all’intero, lo spazio è suddiviso in due ambienti, di pianta quadrangolare e coperti da volte a crociera. E’ un luogo davvero suggestivo, sembra di fare un salto indietro nei secoli. Il soffitto, nel punto più alto, è a circa 3 metri dal pavimento
La stanza di ingresso fa da anticamera a quella dove vi è la cisterna vera e propria; abbiamo avuto modo di appurare, con un brivido di paura, che vi è un ambiente, interamente pieno d’acqua anche sotto al sottilissimo solaio della prima camera.

Fonti di Pancole
Schema ricostruttivo: sezione (in alto) e pianta (in basso)
Schema di Francesco Fiumalbi

La cosa fa davvero impressione, perché non sembra assolutamente che il solaio sia sospeso sull’acqua. Sembrerebbe abbastanza stabile, non si registrano particolari vibrazioni, però la struttura è un’unica grande cisterna e non ci è dato da sapere se l’ambiente è sicuro o meno visto che non vi si fa manutenzione da chissà quanto tempo.

Fonti di Pancole, interno

Fonti di Pancole, interno

La profondità dell’acqua è di circa 2,5 metri e vi è anche una scala a pioli per ispezionare la vasca. L’acqua è limpidissima, anche se sulla superficie si notano depositi di polvere.
Il fluido si immette nella cisterna attraverso una “bocca” che si apre sulla condotta in laterizio che proviene direttamente dalla sorgente. Si tratta di un vero e proprio anfratto, che si perde nelle profondità della collina, almeno così pare.

“Bocca” proveniente dalla sorgente

Condotta proveniente dalla sorgente

In conclusione, questa struttura come le altre che abbiamo visto non merita certamente la condizione di abbandono in cui versa. Il tratto Pancole-La Scala sarebbe davvero un percorso da “riqualificare”, una splendida passeggiata nella campagna, da cui gustare viste inedite sulla città di San Miniato. Purtroppo all’esterno le Fonti di Pancole presentano già evidenti segni di dissesto, acuiti dal movimento franoso di quel tratto di versante collinare, per cui ci appelliamo all’Amministrazione Comunale, proprietaria della struttura, perché si proceda ad un intervento di messa in sicurezza in tempi brevi.

Interventi correlati:

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Ginatempo-Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, Le Lettere, 1990, pp. 107-110, in Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Aquila, in Malvolti-Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV), Olschki, Firenze, 2008, pag.265.
(2) Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010, pag. 12.
(3) ACSM, 2943, anno 1776, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 12.
(4) ACSM, Delibera n. 57 del 18 settembre 1861, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 19.

sabato 19 febbraio 2011

RITROVATA L'ACQUA DI SAN CARLO

di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

In questo intervento tratteremo di una piccola scoperta di SMARTARC. Parlare di “scoperta” non è propriamente corretto in quanto non abbiamo trovato niente di “sconosciuto”. E’ più corretto parlare di “ri-scoperta”, di un qualcosa che si conosceva e che per vari motivi se n’è persa la memoria quasi del tutto. Armati di cartina (0) e strumento GPS ci siamo avventurati in una valle a nord del capoluogo, ritrovando una struttura che molti credevano fosse perduta: le “Fonti di San Carlo”.

Una delle vasche di approvvigionamento
Foto di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Come abbiamo visto nel precedente articolo “GEOGRAFIA DELLE FATE”, l’approvvigionamento idrico della città di San Miniato ha da sempre costituito un problema di non facile soluzione. Il XIX secolo fu un periodo di piccole/grandi opere ingegneristiche con la realizzazione di cisterne e fontanelle pubbliche, oltreché la costruzione dell’acquedotto da La Scala alla cima del colle (1). Tuttavia questa difficoltà si era fatta sentire anche nei secoli passati, specialmente a cavallo del ‘300 quando la città di San Miniato conobbe la sua massima espansione arrivando ad un numero di 3-4000 abitanti (2). Tale numero di abitanti era praticamente lo stesso di quello che la città raggiungerà proprio nell’800. Come è ragionevole affermare, l’approvvigionamento idrico non poteva basarsi interamente sull’utilizzo di pozzi e cisterne, strutture relativamente complesse e fuori dalla portata economica della stragrande maggioranza della popolazione, che doveva rifornirsi attraverso le sorgenti naturali. Vi erano infatti almeno tre fonti: le Fonti alle Fate, le Fonti di Pancole  e le Fonti di San Carlo. Le prime due sono più o meno abbastanza note, contrariamente alla terza che, abbiamo avuto modo di verificare, è quasi completamente sconosciuta.
Queste tre strutture sono situate praticamente in modo da coprire tutta la città. Pancole per l’antico Terziere di Poggighisi (per intenderci la parte verso l’Ospedale), Fonti alle Fate prossima al Terziere di Castelvecchio (coincidente più o meno con la cittadella fortificata) e le Fonti di San Carlo per il Terziere di Fuordiporta (da Castelvecchio in direzione Colline).

I Terzieri e le Fonti
Schema di Francesco Fiumalbi

Le Fonti di San Carlo si trovano nella vallata tra la zona detta di San Martino e il Poggio di Cecio. Non vi si arriva facilmente. Per raggiungerle occorre imboccare un antichissimo sentiero che dall’attuale via Carducci, immediatamente al di fuori dell’antica Porta di Ser Ridolfo, scende verso la valle. Anticamente questo percorso prendeva il nome di “Vicolo di Ser Ridolfo” (3).  La strada, come risulta dalle mappe catastali di proprietà pubblica, è in pessime condizioni, ormai invasa dalla vegetazione. Addirittura, alcune porzioni di questo sentiero sono ormai scomparse per cui non è facile ricostruire il tracciato originario.

Da cosa deriva il nome di “San Carlo”?
Non esistono notizie documentarie in proposito, ma è lecito pensare che il nome derivi dalla strada che, alla cima della collina, chiude la valle ad oriente e che è intitolata proprio a San Carlo. Questa strada congiunge le attuali via della Cisterna e via Guicciardini ed è rappresentata già nella “Pianta della Città di San Miniato” di Orazio Turri del 1865 (4). Da qui, probabilmente, partiva un sentiero che conduceva alle Fonti. Di questo percorso oggi non rimane alcuna traccia, anche se abbiamo notizia di un vicolo, denominato “Vicolo carbonaro della Cisterna” che scendeva dall’attuale via della Cisterna proprio in quella zona (5). Risulta pressoché impossibile, ad oggi, definire con esattezza il tracciato di queste strade.

Le Fonti San Carlo
Schema di Francesco Fiumalbi

Nel 1776, all’interno della descrizione della “Rete stradale Comunitativa” (6) viene menzionata una cisterna presso il “prato di San Carlo”. Non è chiaro se ci si riferisca alla struttura situata nella piazza della Cisterna, oppure dell’invaso per la raccolta dell’acqua della sorgente di San Carlo.
Nel 1847 era stato predisposto il progetto per la cisterna, poi realizzata negli anni seguenti, presso al chiesa della SS. Annunziata, comunemente chiamata “Nunziatina”. E’ assai probabile che con la costruzione di questa grande struttura l’utilizzo delle Fonti sia definitivamente venuto meno.
Tuttavia nel 1861 furono disposti dei rilievi delle Fonti di Pancole, delle Fate e di San Carlo al fine di restaurare le strutture rendendole più funzionali, onde evitare la costruzione di nuove cisterne e stanziando la consistente somma di 700,00 lire (7). Interventi di manutenzione di cui, però, non conosciamo l’esito.
Nel secondo dopoguerra le Fonti dovevano essere un luogo già abbandonato. Gli adulti proibivano ai ragazzi di raggiungerle in quanto luogo abbandonato e per questo poco sicuro (8).

Le Fonti di San Carlo oggi
Foto di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Le Fonti di San Carlo, al pari delle altre due sopracitate, sono in realtà una sorgente naturale, la cui acqua veniva raccolta in apposite vasche/cisterne e da qui distribuita attraverso diverse bocche, e per questo assume il termine plurale di “Fonti”.
Purtroppo non è possibile ricostruire l’originario assetto della struttura: il versante della collina è franato verso valle portandosi dietro parte della muratura. Il manufatto edilizio doveva essere del tutto simile a quello delle Fonti alle Fate. Dalla sorgente vera e propria l’acqua veniva incanalata e raccolta in apposite vasche di decantazione e da qui fatta uscire attraverso una serie di boccagli.
Quando furono costruite le Fonti di San Carlo? E’ impossibile formulare una datazione precisa, tuttavia i laterizi impiegati nella costruzione risultano essere del tutto simili a quelli delle altre due fonti e quindi si può pensare che risalgano alla medesima epoca, quindi a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, anche se non si possono escludere interventi in epoche successive.

La sorgente naturale
Foto di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Come risulta evidente dalle fotografie le Fonti di San Carlo versano in uno stato di completo abbandono. Sono ormai invase dalla vegetazione e la costruzione presenta gravi dissesti strutturali dovuti al cedimento del terreno sottostante. Sono ben visibili le lesioni nella muratura e solo un tempestivo intervento di restauro e consolidamento potrebbe scongiurarne il definitivo crollo, con grave danno per la perdita di un’importante testimonianza storica.
Il bosco che oggi avvolge le Fonti di San Carlo contribuisce a creare l’atmosfera di uno spazio desolato. Questa struttura è vicinissima al centro abitato, appena 40 metri in linea d’aria dietro Palazzo Grifoni e dalle mappe catastali risulta essere di proprietà pubblica, almeno fino al 1939. Successivamente la cartografia non appare del tutto chiarificatrice. Possibile che nessuno si sia mai preoccupato di mantenere questa costruzione?
Visto che le fotografie non rendono merito a questo luogo, proponiamo un breve video che meglio delle singole immagini descrive le reali condizioni delle Fonti.

Video di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi




 
NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(0) La cartina utilizzata per le ricerche è stata gentilmente fornita dall'Associazione Moti Carbonari - Ritrovare la Strada.
(1) Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010.
(2) Ginatempo-Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, Le Lettere, 1990, pp. 107-110, in Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Aquila, in Malvolti-Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV), Olschki, Firenze, 2008, pag.265.
(3) Cristiani Testi Maria Laura, “San Miniato al Tedesco”, Marchi e Bertolli, Firenze, 1967, pagg. 104-105.
(4) Ibidem., pagg. 145-147.
(5) Ibidem., pagg. 104-105.
(6) Fiordispina, Parentini, Op. Cit., pagg. 12-13
(7) Archivio Comunale di San Miniato, Delibera n. 57 del 18 settembre 1861, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 19.
(8) Notizia comunicataci oralmente dalle sorelle Malvezzi, nate, cresciute e tuttora residenti in via Carducci. Anche la signora Franca Calvani ricorda di aver sentito parlare delle Fonti di San Carlo ma di non esservi mai andata proprio perché era considerato un luogo abbandonato e quindi pericoloso.

domenica 23 gennaio 2011

FONTI ALLE FATE E LA STREGA BARBUCCIA

di Francesco Fiumalbi

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Come abbiamo visto nei precedenti articoli, le Fonti alle Fate, luogo “magico” per definizione, hanno da sempre suggerito particolari stimoli per racconti e novelle all’interno della tradizione popolare sanminiatese. Una testimonianza di questo è rappresentata dal romanzo di Guido Pieragnoli “La Bruna di Poggighisi”. Si tratta di un racconto ambientato nel ‘500, nel periodo dell’assedio e conquista di San Miniato da parte degli Spagnoli di Carlo V.
Edito in San Miniato, dalla Tipografia Bongi nel 1886, narra le vicissitudini amorose e politiche che gravitano attorno alla giovane Bianca, la Bruna di Poggighisi, contesa fra il sanminiatese Messer Goro e lo spagnolo Capitano Ruiz. Storia, passione, giochi di potere e battaglie si intrecciano in un mix avvincente e ricco di colpi di scena. Il tutto all’interno della quinta scenografica rappresentata dalla Città di San Miniato.
Uno dei personaggi attorno al quale ruotano le vicende del romanzo è la Strega Barbuccia, una sorta di chiromante alla quale la popolazione si rivolge per conoscere il proprio destino. E quale luogo poteva ospitare la dimora di Barbuccia?

Di seguito vengono riportati alcuni brani che parlano della Strega Barbuccia e del posto dove si era insediata.

(…) In quel punto la campagna era orrida; la china del poggio scendeva giù a picco, sprofondando in un ampio burrone in mezzo a una piccola ma folta boscaglia di acacie, che intrecciava i loro tralci lunghi e flessuosi, formando come un tappo verde. (…)

Oltre la sua orridezza, quel luogo aveva anche una storia o, meglio, una leggenda paurosa, sicché ognuno ne rifuggiva, e nemmeno il cacciatore azzardavasi per quelle parti, quantunque sapesse che quegli sterpi e quei gruppetti d’acacie ponessero volentieri e numerose i loro nidi le lepri e i conigli selvatici.
Erano ormai diversi anni che le paurose fiabe di spiriti e di streghe avevano fatto abbandonare da tutti quei luoghi – vi si diceva che la notte vedevansi aggirare se quel precipizio mille fantasmi, vi si sentivano urli di pazzi, suoni strampalati e rauchi, rumori infernali, e a quando a quando vedevansi vagare in quella solitudine frotte di lumicini misteriosi.

La vegetazione nei pressi di Fonte alle Fate
Foto di Francesco Fiumalbi

Anche di giorno, si diceva, chi vi si avventurasse a passare in quelle vicinanze si sentiva come inseguito da un essere in grado ad internarsi nella boscaglia di acacie, ove una frotta di demoni, sotto le sembianze di fate affascinatrici, lo circondava, e, dopo avergli fatto apparire dinanzi, in mezzo a fasci di luce, tutte le bellezze e gli incanti del Paradiso, o lo uccidevano cibandosi poi delle sue carni, o lo cangiavano a bestia o in tronco d’albero!
Ed era voce comune in paese che quei pochi, i quali, o per spavalderia, o per altra ragione, eransi avventurati nel luogo maledetto, non erano più ritornati.
Queste idee superstiziose poi, queste generazioni, o degenerazioni, di una fantasia malata venivano anco rinvigorite dalle favole, dai romanzi e poemi che si scrivevano in quei tempi, che venivano letti da tutti e che il popolo cantava continuamente – (…).

Non è dunque da meravigliarsi se anche a San Miniato la superstizione aveva raggiunto un grado abbastanza elevato; e vi sono alcuni che vogliono appunto farsi forti del fatto di questa superstizione invadente e incombente, per avvalorare la favola – poiché quasi generalmente per favola sia ritenuta – che il paese sia stato preso dagli Spagnuoli sparpagliando per il poggio presso i bastioni delle capre con dei lumicini attaccati alle corna, perloché i difensori, credendo quelli fantasmi, presi dal terrore, fuggirono abbandonando la cittadella, che immediatamente fu presa.
Il luogo di cui sopra abbiamo parlato, e che ancora nel suo nome – Fonti delle Fate – ricorda superstizioni e paure, era, ai tempi in cui seguono i fatti da noi narrati, frequentato fuor dell’ordinario, e tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, vi si avventuravano tenendo tutti la medesima direzione, come se mirassero ad una meta comune.
E – ciò che accresceva la stranezza della cosa – il concorso di gente aumentava specialmente sull’imbrunire, rimaneva sospeso per un’ora circa, poi riprendeva, a notte fatta in direzione contraria, verso il paese.
Tutti, però, procedevano silenziosi, senza guardarsi nemmeno, come se fossero penitenti reduci da un pellegrinaggio religioso. (…)

Il lettore avrà già capito di che si tratta; tutta quella gente torna dall’interrogare la strega Barbuccia (…).

Fonti alle Fate
Foto di Francesco Fiumalbi

Di dove fosse venuta questa strega, e chi fosse, a nessuno era mai riuscito di saperlo – certo è che in brevissimo tempo essa era riuscita a cattivarsi le simpatie della popolazione; e questo trionfo sollecito devesi forse in gran parte all’avere la scaltra strega cominciata la sua carriera in San Miniato con l’assicurare gli abitanti di esser riuscita coi suoi esorcismi a liberare dagli spiriti il famoso burrone.
Questa cosa bastò perché tutti accorressero – col fanatismo proprio delle popolazioni ignoranti e superstiziose – intorno alla vecchia per farsi dire il futuro, per aver contezza delle cose di quello e di quell’altro (poiché San Miniato è stato sempre San Miniato, e i fatti degli altri hanno sempre fatto gola a tutti) per guarire da una malattia, per avere acque e intingoli di ogni genere per l’amore, per l’odio, per la gelosia, per la vita e per la morte. (…)

Barbuccia era di una bruttezza straordinaria, quasi schifosa, ed al primo vedersela dinanzi si provava ribrezzo e spavento.
Doveva il suo nome ad un ciuffetto di peli folti ed insipidi che le copriva tutta la punta del mento aguzzo, ed ad una lanugine di un nero sbiadito che le si stendeva a guisa di baffi sul labbro superiore – aveva due occhietti piccoli e tondi, avvivati da un bagliore viperino, i quali quando ti fissavano ti facevano tremare fino nelle più intime fibre come sotto l’effetto di una ben nutrita scossa elettrica – i capelli, grigi di un grigio di cenere sporca, corti e ispidi, cadevano sulla fronte e giù per le spalle, arricciolati, ributtanti come i piccoli serpentelli della testa di Medusa – gli orecchi lunghi e schiacciati, il naso camuso, dalle larghe narici compresse e porose, che si perdeva quasi in mezzo alle due protuberanze acuminate degli zigomi, la pelle incartapecorita, aderente alle ossa, grinzosa, gialla come per itterizia, le mani lunghe, scarne, aguzze, il corpo rilasciato e un po’ curvo davano a quella donna un aspetto dei più stomachevoli.


Fonti alle Fate
Interno camera laterale destra
Foto di Francesco Fiumalbi
E ciò che la rendeva anche più schifosa era il sudiciume aggrumato sui suoi abiti laceri e sulle sue carni: chi avesse avuto buon naso o si fosse trovato vicino a Barbuccia, avrebbe potuto accorgersi come da quel corpo esalasse un profumo…. Che non era certamente di rose e gelsomini.
Oltre tutto poi, quella donna aveva d’intorno a sé qualche cosa di fosco e di lugubre; pareva che l’avvolgesse tutta una nebbia, una caligine piena di terrore: le sue carni erano abitualmente presso che ghiacce, e se per caso fosse giunta a toccarti, quel tocco ti faceva l’effetto medesimo del corpo ghiaccio di un serpente che ti avvinghiasse la mano.
Aveva un modo di ridere poi, che, piuttosto che un sorriso, ti sembrava una ferita schifosa che si aprisse, poiché le labbra sottili e cadenti si schiudevano dilatandosi, e scoprivano l’ampia bocca sdentata, rossa di un rosso sanguigno.
Barbuccia, da donna tetra e fosca qual era, aveva voluto porre la sua dimora nel luogo più orrido dei dintorni. In quella parte di campagna che abbiamo descritta, e che i Samminiatesi ritenevano da sì lungo tempo come un luogo maledetto; fu là che la strega fondò, per così dire, il suo palazzo, ove ogni giorno concorrevano a frotta i credenzoni, che lasciavano poi nel grembo della megera dei bravi baiocchi.
Quel palazzo era formato da due ampie grotte scavate nella roccia del poggio, l’una attigua all’altra, precisamente in quel punto ove attualmente si trovano le fonti.
Le acacie e i platani ricoprivano totalmente quel luogo tetro e misterioso dove non penetrava raggio di sole e donde non si scorgeva nemmeno un lembo di cielo.
Una porta di legno, grossa e tarlata, chiudeva l’ingresso della spelonca più grande, che comunicava con l’altra per mezzo di una apertura, che meglio si potrebbe chiamare un pertugio che una porta. (…)

Fonti alle Fate
La sorgente naturale
Foto di Francesco Fiumalbi

In quella stanza c’era di che incutere paura e ribrezzo.
Le pareti, affatto nude, stillavano umido da ogni parte; e negli angoli l’acqua che cadeva a gocce, tintinnando con un tintinnio uniforme e lugubre, aveva formato delle ampie venature nere, che in quella oscurità prendevano le apparenze di drappi funerei.
Di faccia alla porta d’entrata, sopra un tavolino logoro e tarlato ardeva una lampada a olio che mandava per tutta la grotta una luce rossiccia e tremolante, che accresceva terrore a quella specie di tomba; accanto al lume un teschio di morto, tutto sconquassato, ghignava sinistramente con le mascelle bianche e sconnesse e, sparse sul tavolino, una quantità di bacchette di varia lunghezza e di varii colori, bocce e fiaccole di ogni grandezza, filtri, vasetti, un arsenale insomma da farmacista.
In un angolo della grotta, accanto alla porta, ardeva un braciere con entro delle lunghe spranghe di ferro incrociate e, sorretto da queste, un grosso paiuolo in rame entro il quale bolliva gorgogliando una strana mistura.
L’atmosfera di quell’ambiente era assolutamente irrespirabile, pregna di vapori soffocanti e di esalazioni varie ed acute che mozzavano pesantemente il respiro; un fumo leggero, ma pungente, una specie di caligine, che penetrava nelle narici e nelle fauci fin quasi a soffocare, dava a quel luogo tutto l’aspetto del foro di una mina da poco tempo bruciata. (…)

Le pareti rocciose erano adornate solamente da schifosi corpi di rettili inchiodati a pancia all’aria e davano a quell’ambiente qualche cosa di originale e di nuovo, che usciva dal comune e al terrore naturale dava una nota di poesia strana. (…)

L’altra stanza era di aspetto men triste e men lugubre dell’altra – anche questa scavata nella roccia, umida e buia, ma spoglia delle cupe suppellettili che adornavano l’altra: l’ammobiliavano solamente un letto grandissimo, due sedie ed un piccolo tavolino; una lanterna ad olio, pendente dal soffitto, rischiarava di una luce soffocata l’ambiente. (…)

 Fonti alle Fate
Calcare sulla parete esterna
Foto di Francesco Fiumalbi


La strega Barbuccia non poteva che abitare proprio a Fonti alle Fate. Quale luogo così misterioso e, in un certo senso, così lontano, là nel bel mezzo di un boscoso e freddo versante collinare.
E’ incredibile la ricchezza dei dettagli che ci propone l’abile narratore. La minuzia delle sue parole ci fa correre col pensiero alle immagini odierne delle Fonti alle Fate. Le “grotte”, la vegetazione, l’umidità. Sembra che l’autore del romanzo vi sia stato da poco, tanto l’immagine odierna è similare a quella narrata .
Non siamo in grado di decifrare se il termine usato “grotta” rispecchi l’antico sentire sanminiatese o se sia stato creato ai fini del romanzo. Abbiamo visto, infatti, nell’articolo GEOGRAFIA DELLE FATE, come la struttura delle Fonti non sia stata scavata, ma sia stata costruita di fianco allo scosceso pendio collinare. E che dire della roccia che costituirebbe le pareti della grotta? Probabilmente il calcare ricopriva gran parte delle superfici interne, suggerendo proprio questa immagine.
L’autore parla di grotte nel numero di 2. Sempre nel sopracitato articolo vi ricorderete che in realtà gli ambienti dovrebbero essere 3, uno per ogni arcata. Di fatto però, la porzione sinistra, oggi, è tamponata, chiusa e non è stato possibile verificarne la cavità. Potrebbe darsi che lo fosse anche alla fine del XIX secolo, quando Pieragnoli scrive il suo racconto. Curioso, invece, che nel romanzo gli altri due ambienti, verosimilmente quello centrale e quello di destra siano comunicanti, attraverso un piccolo pertugio. Anche per questo particolare non possiamo stabilirne l’autenticità. Oggi le due “camere” non sono collegate, ma non è da escludersi che lo fossero in passato.
L’umidità che trasuda da tutte le superfici e quelle “venature nere”, in gergo tecnico “colaticci”, rispecchiano fedelmente la situazione odierna.
Colpisce davvero, infine, la descrizione del versante della collina. Potrebbe essere stato scritto nei nostri giorni. La boscaglia di acacie è davvero orrida come nella descrizione del romanzo, come un vero e proprio Lucus, il bosco sacro nelle credenze pagane, e che racchiude in sé l’affascinante mistero delle Fate e dalla loro Fonte.


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