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sabato 28 marzo 2020

LE FORTIFICAZIONI DI SAN MINIATO SECONDO ROHAULT DE FLEURY

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto lo studio architettonico-archeologico relativo alle fortificazioni di San Miniato in epoca medievale, condotto da Charles e George Rohault de Fleury e pubblicato nel volume, La Toscane au Moyen Âge. Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400 (La Toscana nel Medioevo. Lettere sull'architettura civile e militare nel 1400), pubblicato a Parigi nel 1874. Lo studio dei Rohault de Fleury è molto importante per vari motivi: rappresenta il primo tentativo di “rilievo” e ricostruzione grafica della Rocca di San Miniato, condotto prima dei restauri della fine dell’800, ma soprattutto è significativo poiché influenzerà notevolmente gli studi successivi, come quello di Maria Laura Cristiani Testi (San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967).

G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400, 
Parigi, 1874, Vol. II, tavola XLVIII.

Georges Rohault de Fleury (Parigi, 1835-1904) è stato uno storico e archeologo francese vissuto nel XIX secolo. Membro dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze e dell’Accademia delle Belle Arti di Pisa, fu introdotto all’architettura dal padre, architetto, Charles Rohault de Fleury (Parigi, 1801-1875). Il padre è il “disegnatore”, il figlio lo “storico”. L’altro fratello, Hubert, divenne un valente pittore, ma non sembra coinvolto negli studi sui monumenti italiani.
Fra il 1858 e il 1859, Charles e George Rohault de Fleury visitarono l’Italia, visitando Pisa, Napoli e Pompei. Ritornarono in Italia nel 1874, girando la Toscana in lungo e in largo. I viaggi in Italia produssero furono accompagnati da numerosissimi disegni, realizzati da Charles, che poi vennero dati alle stampe, in volumi appositamente concepiti. Siamo in un periodo in cui si fondono insieme, per la prima volta, l’attenzione per i monumenti antichi e medievali, il pensiero romantico e l’attitudine scientifica a catalogare ed analizzare. Per la Toscana le pubblicazioni di riferimento sono due.

G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400, 
Parigi, 1874, Vol. II, frontespizio.

La prima, importantissima soprattutto come testimonianza documentaria, è la pubblicazione Monuments de Pise au Moyen Âge, pubblicata a Parigi nel 1866, con i disegni di Charles Rohault de Fleury. La seconda, anch’essa importante come fonte iconografica e documentaria, è La Toscane au Moyen Âge. Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400, firmata da George Rohault de Fleury, data alle stampe a Parigi nel 1874. Questa seconda pubblicazione si compone di due volumi: il primo è costituito prevalentemente da un testo, redatto sotto forma di lettere, corrispondenti ad altrettante tappe o capitoli per affrontare un viaggio in Toscana; il secondo, invece, contiene gli apparati grafici, costituiti da tavole realizzate dal padre Charles. Ed è qui, alla tavola n. XLVIII, che è rappresentata la rocca di San Miniato in un’ipotetica ricostruzione del suo stato originario.

 
G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400, 
Parigi, 1874, Vol. II, tavola XLVIII.
Particolare del prospetto della torre

G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400, 
Parigi, 1874, Vol. II, tavola XLVIII.
Particolare della pianta della torre

La cosa interessante è che non si tratta di un mero disegno. Nella tavola si notano le “quote”, le indicazioni dimensionali degli elementi architettonici, ovvero delle misure. Si tratta dunque di un vero e proprio “rilievo”: Charles e George Rohault de Fleury sono venuti a San Miniato e, metro alla mano, hanno misurato la Rocca, in pianta e in alzato. Tuttavia sono andati oltre, poiché nella restituzione grafica, la torre appare completa e perfetta in ogni sua parte, mentre sappiamo benissimo che il suo stato di conservazione era molto precario, quasi un rudere.
Da osservare la rappresentazione dell'apertura di accesso al camminamento sul circuito murario, ancora presente al momento del disegno, ma scomparsa definitivamente con i restauri del 1888.

La rocca in una forografia della seconda metà del XIX secolo
prima dei lavori di restauro del 1888, così come deve essere stata 
osservata da Charles e George Rohault de Fleury

Oltre alla torre e alla fortificazione apicale, i due Rohault de Fleury riportano anche una piantina della città di San Miniato, con l’indicazione del perimetro difensivo, o meglio, con quello che loro ritenevano essere il perimetro delle mura difensive. Come hanno fatto a rilevare tutto l’abitato? Beh, dalla dovizia dei dettagli, ma soprattutto dal fatto che per le chiese sono indicate le piante interne e non una mera campitura, si può affermare che la planimetria cittadina sia stata desunta direttamente dalla tavola catastale, che all’epoca era l’unica rappresentazione cartografica scientifica disponibile. Inoltre, osservando bene, ci accorgiamo che quelle che per i Rohault de Fleury sono le “mura”, indicate attraverso una linea nera molto marcata, in realtà sono i percorsi dei vicoli carbonari. Le strade, invece, sono indicate con i due margini laterali, indicati con due linee più sottili e il centro, la carreggiata, lasciato di colore bianco. A ciò si può ricondurre direttamente il perimetro difensivo sanminiatese che viene proposto nelle tavole grafiche da Maria Laura Cristiani Testi (figure n. 35, n. 37, n. 44). Oggi, attraverso numerose fonti, sappiamo benissimo che San Miniato non possedeva un circuito difensivo tale da inglobare tutto il centro abitato. I muri degli orti delle case, le cui aperture potevano essere tamponate all’occorrenza, unitamente alla situazione orografica, costituivano una barriera difensiva sufficiente, almeno secondo i canoni della guerra medievale.

La planimetria urbana di San Miniato 
riportata da Charles e George Rohault de Fleury
e desunta dal Catasto Generale della Toscana (1834)

martedì 25 giugno 2019

[VIDEO] - LA PACE DI MONTOPOLI (1329) - INCONTRO DI STUDIO - 22 GIUGNO 2019

Sabato 22 giugno 2019, presso la Sala Consiliare del Comune di Montopoli si è tenuto l'Incontro di Studio sul tema "La Pace di Montopoli (1329): la Toscana e il Basso Valdarno nella prima metà del Trecento".
L'iniziativa è stata organizzata dalla Pro Loco di Montopoli in collaborazione con il Comune di Montopoli e il Sistema Museale Montopolese. Sono interventuti di Ignazio del Punta, Serena Nazzi (per Mario Montorzi) e Monica Baldassarri, coordinati da Alberto Malvolti. 

Di seguito il video dell'iniziativa:





mercoledì 24 giugno 2015

IN PILLOLE [036] – LE “TERME” MEDIEVALI DI SAN MINIATO

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a cura di Francesco Fiumalbi

Anche a San Miniato, in epoca medievale, c'era un “impianto termale”. Non si trattava di una struttura intesa con l'accezione moderna, cioè utilizzata anche per scopi terapeutici e ricreativi. Era una sorta di “bagno pubblico” dove era possibile lavarsi, soprattutto durante la stagione invernale, grazie al servizio dell'acqua riscaldata artificialmente. Infatti nel territorio sanminiatese non sono presenti sorgenti naturali di acqua calda da sfruttare a tale scopo. E, per questo motivo, le “terme” così concepite venivano chiamate anche “stufe”, proprio per la presenza di un sistema di riscaldamento alimentato da combustibile fossile, generalmente carbone o legna.
Erano ambienti e servizi ad uso promiscuo (donne e uomini), molto diffusi un po' in tutte le città europee. Anche in Toscana non mancano esempi: a Firenze, vicino alla Basilica di San Lorenzo, ancora oggi c'è la cosiddetta via della Stufa, che porta nel nome la memoria dell'antico servizio, gestito dalla famiglia Lotterlighi (poi ribattezzati Lotterlinghi-Della Stufa). Lo stesso anche a Siena, con via della Stufa secca nel Terziere di Camollia, e a Lucca con via della Stufa.

Curiosa è anche la fonte documentaria che attesta la presenza di tale struttura sanminiatese. Si tratta dello “Statuto” medievale fucecchiese, tra l’altro pubblicato alcuni anni fa: Lo statuto del Comune di Fucecchio (1307-1308), a cura di Giancarlo Carmignani, Comune di Fucecchio, Stabilimento Grafico Commerciale, Firenze, 1989.
Alla Rubrica numero LIII del Libro Terzo (pagine 119-120 del libro) si legge:

LIII. De illo qui fecerit teremas in Ficecchio
Et ei, qui in castro Ficecchii fecerit teremas seu stufa – dummodo sint bone et competentes et magne, prout sunt, maiores que sunt in castro Sancti Miniatis, et dummodo caveat illas manutenere trigincta annis ad minus – cammerarius Communis solvat, de pecunia dicti Comunis, libras centum denariorum florenorum parvorum sine alio decreto consilii.

Il parole povere, il Comune di Fucecchio, attraverso il pagamento di una somma annuale piuttosto consistente, si impegnava a sostenere il servizio delle “terme” fucecchiesi, dal momento che era una attività molto ben gestita e più grande di quella che si poteva trovare nel castello di San Miniato. Da questo possiamo ricavare che la “stufa” sanminiatese fosse piuttosto modesta ed avesse una conduzione “privata”. Non si ritrova alcuna menzione negli Statuti del Comune di San Miniato dell’anno 1336-37, e quindi non doveva essere “pubblica” e nemmeno considerata di particolare interesse per la comunità, a differenza invece di quella di Fucecchio. Era comunque una struttura situata all’interno del centro abitato, non al di fuori, in castro Sancti Miniatis, altrimenti le parole utilizzate sarebbero state altre. A questo punto non rimane che chiedersi: dove si trovavano le “terme” medievali a San Miniato?

Questa dello statuto fucecchiese sembra essere l’unica attestazione ed è assolutamente generica. Certamente c’era bisogno di molta acqua e di molto combustibile. Come è noto, sul colle sanminiatese ci sono diverse fonti (Fonti alle Fate, Fonti di San Carlo e Fonti di Pancole), ma si trovano tutte al di fuori del centro abitato e nessuna di queste sembra avere la necessaria portata d’acqua e le caratteristiche architettoniche per ospitare tale attività. Non rimane che supporre un’alimentazione idrica per mezzo di cisterna e quindi verrebbe da pensare alla zona dell’attuale Piazza Buonaparte (compluvio naturale sfruttato con cisterne nel corso dei secoli) e alla zona fra l’attuale via IV Novembre e via di Borgonovo dove, ancora oggi, si ritrova via della Cisterna. In entrambi i casi, la vicinanza di vicoli e vicoletti, che mettevano in comunicazione l'abitato con le carbonarie presenti intorno a tutto il centro sanminiatese, avrebbe garantito il necessario apporto di combustibile. Si tratta tuttavia di ipotesi, dal momento che non sono disponibili ulteriori attestazioni o descrizioni utili a localizzare tale struttura.

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L'immagine di una “stufa” medievale
Immagine miniata tratta dal cosiddetto “Regime dei Corpi” di Aldobrandino da Siena (XIV secolo), in Recueil de traités de médecine et Image du monde, manoscritto n. 12323 conservato presso la Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits. Link alla pagina.

lunedì 21 giugno 2010

IL LABIRINTO DEL DUOMO DI SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

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Il Duomo di San Miniato ha un labirinto. Sebbene il chiaro materiale lapideo contrasti col rosato paramento in laterizio della facciata, il labirinto passa quasi inosservato. Eppure è lì che fa bella mostra di sé! Solo l’occhio attento ed educato riesce a coglierne la presenza, inserito nella muratura poco al di sopra della porta laterale sinistra.



Duomo di San Miniato, Foto tratta da wikipedia.org

Non è molto grande, ed ha un’inconsueta forma rettangolare. Non ce lo aspettiamo affatto, lì sulla facciata del Duomo, ma quelle tre figure rettangolari concentriche rappresentano proprio un labirinto. Qual è il suo significato? Chi ce lo ha collocato?


Il labirinto, Foto di Francesco Fiumalbi

Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Rispose: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”. (Luca 13,22-24)
Secondo il Cristianesimo, Dio conferisce a tutti la possibilità della Salvezza e sta all’uomo scegliere se accoglierla e renderla efficace. Il suo raggiungimento comporta un percorso di fede, un mettersi in viaggio verso Dio, ma la strada da seguire per il credente non è facile, è disseminata di pericoli. In questo senso, il cammino ascetico per giungere alla vita eterna trova nella metafora del labirinto un suo simbolo efficace.
 
Il labirinto ha da sempre rappresentato un simbolo controverso e ricco di fascino, fin dagli albori dell’umanità. Un esempio è rappresentato, nella letteratura greca, dal mito di Teseo, eroe ateniese che grazie al “filo” di Arianna riesce ad uscire dal labirinto costruito dall’architetto Dedalo. Molte opere letterarie, relative al mito cretese, dovevano essere conosciute anche in epoca antica e tramandate fino all’Alto Medioevo(1). Il mito fu semplicemente reinterpretato alla luce della visione cristiana del mondo e della storia: in quanto groviglio di strade, intreccio di vie che si dipanano all’interno di uno spazio delimitato, il labirinto divenne l’emblema del mondo, pericoloso, pieno di insidie e di inganni, dominato dal male e dal peccato, una «selva» intricata dalla quale era difficile uscire indenni (2). Il labirinto ha assunto vari significati, nelle epoche successive, ma quella che qui ci interessa è la prospettiva medioevale, secondo la quale tale simbolo ci appartiene soltanto in quanto vi siamo dentro. Vuole indicare, come in certi pannelli turistici, “Voi siete qui”, ma senza la freccia, che ciascuno deve poter mettere a sua coscienza; siete qui, in itinere, ed è implicito che ognuno può e deve capire quanto gli manca a raggiungere il centro e da qui l’uscita dal labirinto(3).
Le varie tipologie del labirinto medievale hanno la caratteristica comune di essere “unicursali”, sono costruite cioè sulla base di un percorso obbligato, una sola via che collega l'ingresso al centro della struttura seguendo un andamento assai tortuoso, ma privo di bivi o vicoli ciechi(4), richiamando quindi la tradizione cristiana, secondo la quale Dio ammette sì infinite strade per raggiungerlo, ma non permette trappole o digressioni, non vuole farsi beffa dell’uomo. In un labirinto unicursale è impossibile perdersi, è consentito solo andare avanti, oppure tornare indietro, ma solo dopo una scelta consapevole.
 
Il simbolo del labirinto, in epoca medioevale, ha conosciuto una diffusione non solo letteraria, ma anche illustrativa in bassorilievi, dipinti e intarsi, in particolare nell’ambito di edifici religiosi. Gli esempi più conosciuti sono:



1) Cattedrale di Reims, ricostruzione del labirinto, distrutto nel secolo XVIII
(Immagine tratta da http://areeweb.polito.it)
2) Cattedrale di Amiens, pavimento intarsiato
(Immagine tratta da www.liutprand.it)
3) Cattedrale di Chartres, pavimento intarsiato
(Immagine tratta da www.gothicnetwork.org)
4) Cattedrale di Rennes-Le-Chateau, lastra lapidea, pavimento della Cappella di Sant’Agata
(Immagine tratta da www.renneslechateau.it)
5) Cattedrale di Notre Dame di Guingamp
(Immagine tratta da www.wikipedia.org)
6) Basilica di San Michele Maggiore a Pavia, pavimento intarsiato
(Immagine tratte da www.duepassinelmistero.com e )
7) Pontremoli (Ms), labirinto
(Immagine tratta da www.confraternitadisanjacopo.it)
8) Lucca, Portico della Cattedrale
(Immagine tratta da www.duepassinelmistero.com)
9) Abbazia di San Galgano (Si), pittura murale
(Immagine tratta da http://corsovaiano.files.wordpress.com)
10) Convento di San Francesco di Alatri (Fr), affresco
(Immagine tratta da www.luoghimisteriori.it)

Altri esempi, oggi perduti erano presenti nella Chiesa di San Savino a Piacenza, nella chiesa di San Caprasio ad Aulla e nel Duomo di Siena.
 
Che cosa hanno in comune fra loro tutte queste località? Apparentemente niente. E invece una sottile linea, oggi scomparsa, le lega tutte: la via Francigena. Questo importante percorso, è bene ricordarlo, dalla Francia (alcuni, facendo riferimento a Sigerico, arcivescovo di Canterbury, sostengono che abbia inizio in Inghilterra) conduceva a Roma e da qui verso i porti di imbarco per la Terra Santa. Il peregrinare, in epoca medioevale, nasce per offrire i rischi e i sacrifici materialmente patiti in cambio di una salvezza o di un perdono metafisici(5), in alternativa ad un percorso mistico. I pellegrinaggi erano vere e proprie imprese, e non tutti avevano la possibilità fisica, ma soprattutto economica, di intraprendere viaggi del genere, che per l’epoca duravano anni. Abbiamo visto che la Chiesa riscopre la potente forza trasformatrice dell’arcaico disegno del labirinto sulla psiche umana e lo propone come strumento meditativo, come simbolo di vita, percorso che dalla morte conduce alla rinascita in Cristo(6). Allo scopo di percorrerlo fisicamente, senza la necessità di compiere grandi viaggi, nascono i grandi labirinti nei pavimenti delle cattedrali francesi.
Ma questi non sono che alcuni esempi di un sistema più ampio. Per quanto riguarda i labirinti italiani, Vanni(7) nota che se la strada di riferimento fosse la via Francigena, saremmo tenuti a ricercare tracce di altri labirinti a monte e a valle di quelle cento e poco più miglia che separano Piacenza da Lucca, ma non ne abbiamo, se non a Siena (ma non e più medievale) e a Roma. Consideriamo invece i percorsi italiani diretti a Santiago de Compostela: in questa luce, le quattro città dotate di labirinto hanno una precisa funzione catalizzante, sono altrettanti snodi viari in cui si raccolgono pellegrini afferenti da diverse ramificazioni stradali (Pavia è il collettore della viabilità che dai passi alpini occidentali e dal Piemonte porta verso sud. Piacenza raccoglie quella che dalla Rezia centrale porta a Milano e Lodi. A Pontremoli invece confluiscono non soltanto gli antichi percorsi montani che da Bobbio valicavano l’Appennino, nati per dribblare tra i capisaldi bizantini e longobardi arroccati a difesa del rispettivo limes, e forse ormai superati ai tempi del culto compostellano, ma anche tutti quei viandanti che, dall’est e dalla via Emilia, giungono a Parma e scelgono di imbarcarsi in un porto tirrenico, piuttosto che affrontare le Alpi, oppure si dirigono via terra verso Lucca. Per Lucca invece dobbiamo tener presente non solo chi giunge da sud lungo la via Francigena, ma anche chi proviene da Firenze e Pistoia per imbarcarsi nei porti di Motrone e di Pisa).

Labirinto, Lucca, Cattedrale di San Martino
Foto di Francesco Fiumalbi
 
E il labirinto del Duomo di San Miniato?
Come nota Francesco Onnis (8) il labirinto, ed altri elementi in marmo bianco collocati nella facciata del Duomo, potrebbero essere materiale di reimpiego proveniente da una decorazione precedente o da una chiesa più antica. La chiesa di Santa Maria in San Miniato è ricordata per la prima volta nella Bolla di Celestino III del 1195 (9). L’edificio assunse sempre maggiore importanza fino a ricevere il fonte battesimale dalla chiesa di San Genesio, constatato lo spopolamento del borgo, nel 1234 (10). In seguito avverrà la completa distruzione della chiesa di San Genesio e del villaggio di Vico Wallari, nel 1248 (11). A seguito di questo evento la chiesa di Santa Maria in castrum sancti miniati viene rinominata in chiesa dei Santi Maria e Genesio. Ed è in questo momento, che dalle rovine dell’edificio situato esattamente allo snodo fra la via Francigena e la via quinctia (l'attuale Tosco-Romagnola Est), che da Firenze conduceva al mare, potrebbe essere stato prelevato il pezzo lapideo sul quale è scolpito il nostro labirinto. La tesi di Vanni non sarebbe contraddetta, bensì confermata, e i resti lapidei ritrovati durante le campagne di scavo presso Vico Wallari (12) sono compatibili con il manufatto incastonato nella facciata del Duomo.

http://www.paesaggimedievali.it/luoghi/genesio/pag2.htm

Il fatto che anche a Lucca vi sia un labirinto, non fa che avvalorare la possibilità che il nostro bassorilievo sia stato prodotto in loco, essendo i borghi di San Genesio e San Miniato afferenti alla Diocesi lucchese fino al 1622, quando la “città della rocca” divenne sede vescovile.
Studi più approfonditi, in particolare analisi sui materiali lapidei rinvenuti, potrebbero confermare questa ipotesi.
Secondo questa chiave di lettura, il labirinto del Duomo di San Miniato, oltre alla simbologia già enunciata, acquista anche il significato, materiale, della conquista del potere da parte del castrum sancti miniati sulla pianura e del controllo esercitato sui percorsi della Toscana medioevale, di cui si fa importante nodo centrale.
 
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NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Il mito di Dedalo e di Icaro e presente nell’alto medioevo nella letteratura cristiana, anche se le fonti primarie possono essere l’VIII libro delle Metamorfosi di Ovidio, Solino e Varrone. Il richiamo a tale mito, come metafora esegetica, è comunque costante, dai padri tardoantichi, ad esempio da Lattanzio (Divinarum institutionum Liber) ad Ambrogio (De virginitate, e altrove) ad Agostino (De civitate Dei, Liber XVIII c. XIII) fino al sec. XI, da cui si può citare il poema di Dudo Viromanensis De moribus et actis primorum Normanniae ducum (Lib. II, Rollo) in PL (Patrologia Latina del Migne) Vol. 141, nonché il Chronicon Universale di Ekkehardus Uraugiensis, ibidem, Vol. 154.
(2) Novembri Valeria, Labirinti: tortuosa via che porta alla salvezza, in riv. Toscana Oggi, 06 marzo 2008.
(3) Vanni Fabrizio Il labirinto di Pontremoli, Quaderno n.5 del 2002, curato dal Centro Studi Romei.
(4) Mannello Alessandro, Labirinti medioevali, in sito internet:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/llgalv/iperte/labirinto/labirinto/pietra/passeggiata_labirinti.htm
(5) http://it.wikipedia.org/wiki/Pellegrinaggio
(6) Borrillo Ilaria, Il labirinto come simbolo del viaggio entro e oltre il limite, marzo 2010, http://www.riflessioni.it/lettereonline/labirinto-simbolo.htm
(7) Vanni Fabrizio, opera cit.
(8) Onnis Francesco, Biografia di una architettura, in AAVV La Cattedrale di San Miniato, Pisa, 2004
(9) Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1967
(10) Onnis francesco, opera cit.
(11) Coturri, Il Borgo di S. Genesio, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti», XIX (1955-56), p. 23
(12) http://www.paesaggimedievali.it/luoghi/genesio/index.htm
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