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sabato 28 marzo 2020

LE FORTIFICAZIONI DI SAN MINIATO SECONDO ROHAULT DE FLEURY

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto lo studio architettonico-archeologico relativo alle fortificazioni di San Miniato in epoca medievale, condotto da Charles e George Rohault de Fleury e pubblicato nel volume, La Toscane au Moyen Âge. Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400 (La Toscana nel Medioevo. Lettere sull'architettura civile e militare nel 1400), pubblicato a Parigi nel 1874. Lo studio dei Rohault de Fleury è molto importante per vari motivi: rappresenta il primo tentativo di “rilievo” e ricostruzione grafica della Rocca di San Miniato, condotto prima dei restauri della fine dell’800, ma soprattutto è significativo poiché influenzerà notevolmente gli studi successivi, come quello di Maria Laura Cristiani Testi (San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967).

G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400
Parigi, 1874, Vol. II, tavola XLVIII.

Georges Rohault de Fleury (Parigi, 1835-1904) è stato uno storico e archeologo francese vissuto nel XIX secolo. Membro dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze e dell’Accademia delle Belle Arti di Pisa, fu introdotto all’architettura dal padre, architetto, Charles Rohault de Fleury (Parigi, 1801-1875). Il padre è il “disegnatore”, il figlio lo “storico”. L’altro fratello, Hubert, divenne un valente pittore, ma non sembra coinvolto negli studi sui monumenti italiani.
Fra il 1858 e il 1859, Charles e George Rohault de Fleury visitarono l’Italia, visitando Pisa, Napoli e Pompei. Ritornarono in Italia nel 1874, girando la Toscana in lungo e in largo. I viaggi in Italia produssero furono accompagnati da numerosissimi disegni, realizzati da Charles, che poi vennero dati alle stampe, in volumi appositamente concepiti. Siamo in un periodo in cui si fondono insieme, per la prima volta, l’attenzione per i monumenti antichi e medievali, il pensiero romantico e l’attitudine scientifica a catalogare ed analizzare. Per la Toscana le pubblicazioni di riferimento sono due.

G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400
Parigi, 1874, Vol. II, frontespizio.

La prima, importantissima soprattutto come testimonianza documentaria, è la pubblicazione Monuments de Pise au Moyen Âge, pubblicata a Parigi nel 1866, con i disegni di Charles Rohault de Fleury. La seconda, anch’essa importante come fonte iconografica e documentaria, è La Toscane au Moyen Âge. Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400, firmata da George Rohault de Fleury, data alle stampe a Parigi nel 1874. Questa seconda pubblicazione si compone di due volumi: il primo è costituito prevalentemente da un testo, redatto sotto forma di lettere, corrispondenti ad altrettante tappe o capitoli per affrontare un viaggio in Toscana; il secondo, invece, contiene gli apparati grafici, costituiti da tavole realizzate dal padre Charles. Ed è qui, alla tavola n. XLVIII, che è rappresentata la rocca di San Miniato in un’ipotetica ricostruzione del suo stato originario.

 
G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400
Parigi, 1874, Vol. II, tavola XLVIII.
Particolare del prospetto della torre

G. Rohault de Fleury, La Toscane au Moyen Âge. 
Lettres sur l'architecture civile et militaire en 1400
Parigi, 1874, Vol. II, tavola XLVIII.
Particolare della pianta della torre

La cosa interessante è che non si tratta di un mero disegno. Nella tavola si notano le “quote”, le indicazioni dimensionali degli elementi architettonici, ovvero delle misure. Si tratta dunque di un vero e proprio “rilievo”: Charles e George Rohault de Fleury sono venuti a San Miniato e, metro alla mano, hanno misurato la Rocca, in pianta e in alzato. Tuttavia sono andati oltre, poiché nella restituzione grafica, la torre appare completa e perfetta in ogni sua parte, mentre sappiamo benissimo che il suo stato di conservazione era molto precario, quasi un rudere.
Da osservare la rappresentazione dell'apertura di accesso al camminamento sul circuito murario, ancora presente al momento del disegno, ma scomparsa definitivamente con i restauri del 1888.

La rocca in una forografia della seconda metà del XIX secolo
prima dei lavori di restauro del 1888, così come deve essere stata 
osservata da Charles e George Rohault de Fleury

Oltre alla torre e alla fortificazione apicale, i due Rohault de Fleury riportano anche una piantina della città di San Miniato, con l’indicazione del perimetro difensivo, o meglio, con quello che loro ritenevano essere il perimetro delle mura difensive. Come hanno fatto a rilevare tutto l’abitato? Beh, dalla dovizia dei dettagli, ma soprattutto dal fatto che per le chiese sono indicate le piante interne e non una mera campitura, si può affermare che la planimetria cittadina sia stata desunta direttamente dalla tavola catastale, che all’epoca era l’unica rappresentazione cartografica scientifica disponibile. Inoltre, osservando bene, ci accorgiamo che quelle che per i Rohault de Fleury sono le “mura”, indicate attraverso una linea nera molto marcata, in realtà sono i percorsi dei vicoli carbonari. Le strade, invece, sono indicate con i due margini laterali, indicati con due linee più sottili e il centro, la carreggiata, lasciato di colore bianco. A ciò si può ricondurre direttamente il perimetro difensivo sanminiatese che viene proposto nelle tavole grafiche da Maria Laura Cristiani Testi (figure n. 35, n. 37, n. 44). Oggi, attraverso numerose fonti, sappiamo benissimo che San Miniato non possedeva un circuito difensivo tale da inglobare tutto il centro abitato. I muri degli orti delle case, le cui aperture potevano essere tamponate all’occorrenza, unitamente alla situazione orografica, costituivano una barriera difensiva sufficiente, almeno secondo i canoni della guerra medievale.

La planimetria urbana di San Miniato 
riportata da Charles e George Rohault de Fleury
e desunta dal Catasto Generale della Toscana (1834)

sabato 30 luglio 2016

SAN MINIATO IN “TRAVELS IN ITALY, GREECE AND THE IONIAN ISLANDS” DI H. W. WILLIAMS - 1820

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
In questo post è proposta la trascrizione di un breve testo dedicato a San Miniato, redatto da un viaggiatore d'eccezione: il pittore inglese Hugh William Williams (1773-1829). Stabilitosi in Scozia, nel 1816 intraprese un vero e proprio “Grand Tour” attraverso l'Europa Mediterranea, che lo portò a visitare l'Italia e la Grecia, e che lo tenne lontano dall'isola britannica fino al 1818. Durante le fasi iniziali della sua “esplorazione”, nell'estate del 1816 mentre si trovava in viaggio tra Firenze e Livorno, lo sguardo di H. W. Williams fu catturato dal profilo della collina sanminiatese e dall'inconfondibile sagoma della Rocca.
Da questo suo viaggio attraverso l'Italia e la Grecia ricavò il materiale per dare alle stampe la pubblicazione H. W. Williams, Travels in Italy, Greece, and the Ionian Islands in a series of letters, descriptive manners, scenery, and the fine arts, 2 Voll. Edimburgo, 1820, da cui è tratto il testo proposto più avanti.

Fra il 1827 e il 1829 pubblicò una raccolta di incisioni, ricavate dai suoi quadri, denominata Select Views of Greece. Molte sue opere furono acquistate dalla National Gallery of Scotland e dal South Kensington Museum. Altre, invece, entrarono a far parte del Museo Benaki di Atene.
Williams era un abilissimo ed efficace disegnatore di paesaggi, attento alle testimonianze del passato ed in particolare alle rovine dell'antichità. Divenne particolarmente famoso grazie ai suoi “panorami” della Grecia, puntellati dai ruderi monumentali dell'antica civiltà classica. Questa sua produzione artistica affascinò enormemente il pubblico britannico, tanto da conquistarsi il soprannome di Grecian Williams, ovvero “Williams Il Greco”.

Part of Misitra. The Ancient Sparta
Incisione di W. Miller su disegno di H. W. Williams
in H. W. Williams, Select Views of Greece with classical illustration,
vol. II, Londra, Edimburgo, 1829

SAN MINIATO CON GLI OCCHI DI “WILLIAMS IL GRECO”
Nel breve testo dedicato a San Miniato si nota subito lo sguardo, il punto di vista, proprio di un osservatore attento e sensibile. Durante la tappa che lo condusse da Firenze a Livorno, non poté fare a meno di apprezzare il panorama del Valdarno Inferiore: i vasti vigneti e le ampie coltivazioni di mais (indian corn). Nota l'evolvere del corso dell'Arno: da un piccolo corso d'acqua ad un fiume più profondo e ondeggiante. E poi il paesaggio collinare, puntellato di castelli e di palazzi, ma anche di boschi ombrosi che solleticarono la fantasia del viaggiatore.

E' evidente come l'animo di Williams fosse pervaso da uno spirito “romantico”, attento agli stimoli proposti dall'ambiente circostante, alla continua ricerca dell'insolito, dell'antico, dell'onirico e del fantastico. Uno spirito comunissimo ai viaggiatori Britannici e dell'Europa continentale, così affascinati dall'Italia e dalla Grecia, dalla bellezza dei panorami, dai colori e dalle testimonianze del glorioso passato.

In questo panorama curioso e stimolante, a metà via tra Firenze e Livorno, ecco manifestarsi la “Torre di San Miniato”. Viene presentata come già di proprietà (sic!) della famiglia Bonaparte, prima del suo insediamento in Corsica. E' indicata vicino al borgo di “Scalla”, ovvero La Scala, importante stazione di posta lungo la via maestra e dove, probabilmente, W. H. Williams poté fare una breve sosta ristoratrice. Con buona probabilità a La Scala poté scambiare due parole con qualcuno del luogo. Dal testo sembrerebbe che l'unica informazione ricevuta fu che da San Miniato avesse origine la famiglia di Napoleone, che al tempo (1816) era ancora in vita, seppur in esilio sull'Isola di Sant'Elena. Non dobbiamo dimenticare, poi, le difficoltà di comunicazione che poteva avere, in quegli anni, un viaggiatore inglese nella campagna toscana.

La torre viene poi descritta come “circondata da muri in rovina”, ovvero da ciò che al tempo rimaneva dell'antica fortificazione. Forse qualcosa in più di quanto sia rimasto visibile oggi. Viene presentata come un'importante punto di osservazione, da cui dominare la Valle dell'Arno, delimitata dagli Appennini, e Pisa. E qui ritroviamo certamente l'attenzione di Williams per l'antico, per la rovina monumentale, incredibile testimonianza di un passato glorioso, misterioso e dunque affascinante. Non una parola sugli imperatori germanici e nemmeno sugli altri edifici sanminiatesi, per cui è ragionevole ipotizzare che Williams si sia fermato solamente a La Scala, rimanendo colpito dalla vista della torre, senza salire all'abitato, e raccogliendo dai passanti poche informazioni che ebbe appena il tempo di annotare.

H. W. Williams, Travels in Italy, Greece, and the Ionian Islands
in a series of letters, descriptive manners, scenery, and the fine arts,
2 Voll. Edimburgo, 1820, frontespizio.

IL TESTO DEDICATO A SAN MINIATO
Estratto da W. H. Williams, Travels in Italy, Greece, and the Ionian Islands in a series of letters, descriptive manners, scenery, and the fine arts, Volume I, Edimburgo, 1820, Letter XVI, pp. 192-193.

[192] LEGHORN.

Road o Pisa Tower of San Miniato. — Pisa. — Road to Leghorn.— Remarks on Brilliancy of Colouring. — Leghorn. — Taste for Dancing.— Lazarettos.— Fate of Dr Smollel's Diploma. —Remarks on Cemeteries.

The country between Florence and Pisa, by Empoli and Portadera, is rich with vineyards and Indian corn. The Arno changes character with the varied ground, gliding, rippling, or murmuring. Our fancy, yielding to the shifting effects, sometimes skimmed with the shadows of the clouds along the vale to dusky woods, hills, and valleys, and entered the sparkling cottage, the castle, or the palace; sometimes it followed the illuminated sails upon the river, and threaded with them the intricacies of the scenery. In this delightful manner we reached the peaceful town of Pisa. But before I speak of it I must not forget the Tower of San Miniato, said to have been the property of the family of Napoleon before their settlement in Corsica. It stands upon a rising hill near the little town of Scalla, surrounded by some ruined walls which seem to have been intended for defence. Its lofty situation commands Val d'Arno, bounded by the Apennines, Pisa. [193] beyond which we distinguished the peaks of the Madonna rising bright with snow. These mountains, formidable as they appear, were no defence to effeminate and voluptuous Italy, when opposed to the irruption of the hardy nations of the north, who were attracted by its rich luxuriance and its genial climate.
The Arno flows through Pisa, whose beautiful buildings are reflected in its tranquil bosom. The air, elastic and bland, is free from that overpowering heat which we occasionally felt in Florence; for the vicinity of Pisa to the sea gives it the advantage of cool refreshing breezes. […]

The Temple of Theseus, at Athens
Incisione di W. Miller su disegno di H. W. Williams
in H. W. Williams, Select Views of Greece with classical illustration,
vol. II, Londra, Edimburgo, 1829

martedì 1 dicembre 2015

SAN MINIATO IN “THE ROAD OF TUSCANY” DI M. H. HEWLETT

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto il testo dedicato a San Miniato, contenuto all'interno del libro di M. H. Hewlett dal titolo The Road in Tuscany e pubblicato a New York e Londra nel 1904. Si ringrazia l'amico Carlo Pagliai, autore e curatore del sito Della Storia d'Empoli, per la segnalazione.

Maurice Hanry Hewlett è stato un poeta e romanziere inglese, nato a Weibridge nella contea di Surrey, nel 1861. Morì a Broadchalke, nei pressi di Salisbury, nel sud dell'Inghilterra, nel 1923. Fu autore di romanzi “storici”, molti dei quali ambientati nel medioevo inglese, ma anche in Italia, di cui era ottimo conoscitore, grazie anche alla sua attività di saggista e traduttore.
Fra le sue opere narrative, compare anche una vera e propria “guida” della Toscana, The Road in Tuscany. Una guida un po' speciale, una vera e propria esplorazione, alla scoperta della storia toscana, offerta dal punto di vista di un erudito viaggiatore inglese della fine del XIX secolo, animato dal più puro spirito romantico. Si tratta di un “commentario”, come tiene a precisare l'autore, ovvero di una serie di dissertazioni sulla storia, sulle bellezze artistiche e sulla letteratura toscana. Il tutto organizzato secondo la logica del viaggio e, dunque, anche della strada, intesa sia come infrastruttura per garantire gli spostamenti, ma anche come luogo di incontro con la popolazione locale e punto di vista privilegiato per osservare i centri raggiunti. Da qui il titolo The Road in Tuscany. Insomma, si tratta di un vero e proprio odeporico.

L'opera di Hewlett si compone di due volumi. Il primo è incentrato sulla città di Firenze e i suoi dintorni, oltre a Lucca, alla Garfagnana, alla Lunigiana e alla costa fra La Spezia e la Versilia. Nel secondo volume l'attenzione si sposta su Pisa, e poi sulla Valdelsa, prima di passare a descrivere Siena, Volterra, e poi Grosseto, la Val di Chiana e Arezzo. Ed è proprio in questa “seconda parte” del viaggio, nella “tappa” da Pisa a Certaldo, che Hewlett dedica circa quattro pagine anche a San Miniato, che egli menziona come “San Miniato–of–the–Germans”, tradotto nel testo in San Miniato dei Tedeschi, più o meno l'equivalente del nostro “San Miniato al Tedesco”.

M. H. Hewlett, The Road in Tuscany,
The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904
Frontespizio

A San Miniato, Hewlett, giunge da Pisa, percorrendo quella che oggi è la Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est. Nota immediatamente il paesaggio collinare della zona, punteggiato da case, chiese (Cigoli?), monasteri (la Badia di Santa Gonda?) e ville circondate da cipressi (Villa Sonnino?). Sale probabilmente da La Catena e osserva una piccola chiesa di forma ottagonale (a little octagonal church), da riconoscere, evidentemente, nella chiesa della SS. Annunziata comunemente detta “La Nunziatina”.

L'attenzione di Hewlett è poi concentrata sull'apice della collina sanminiatese e sulla “minacciosa” Rocca (on the summit of its final rock, higher than the highest belfry, the great shaft, cleft in the midst, which is the terrific menace of all the valleys about). L'erudito viaggiatore si sofferma molto sull'antica fortezza militare, in quanto luogo sede dell'amministrazione imperiale, e tradizionalmente legato alla prigionia di Pier delle Vigne, a cui dedica un'ampia digressione citando Dante Alighieri (That was where the Suabian Emperors had their high seat and bed of justice. There judged, there sonnetteered, and there pined Pier delle Vigne, from whom Dante, brushing by him in the hell-wood of suicides, tore a gnarly limb).

Osserva poi la “nudità” della facciata della chiesa di San Domenico, situata in una piazza “vuota”, prima di accedere al chiostro dove può ammirare il tondo robbiano in terracotta invetriata (The church, which must have heard those rascal sing “O Salutaris Hostia”, is bare of any sign that so it did. It stands in a little empty piazza, which it graces with a tondo of the Della Robbia, no more out of place and no less fragrant than a flower in a wall). Il bassorilievo, su cui Hewlett si sofferma, all'epoca si trovava al di sopra della porta della Biblioteca ed è descritto anche da Giuseppe Piombanti nella sua Guida della Città di San Miniato al Tedesco (Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 64) e da Guido Carocci ne Il Valdarno. Da Firenze al mare (edito a cura dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo, nel 1906, p. 94). Attualmente, invece, è collocato sulla parete sinistra all'interno della chiesa. L'inglese entra poi in San Domenico, osservando l'apparato pittorico medievale, costituito da affreschi e da pale d'altare, da cui rimane piacevolmente colpito (the church reveals frescoes and mild Tuscan altar-pieces – this, happy things).

Infine un accenno al “bianco intonaco” degli edifici, in inglese whitewash, con il quale a San Miniato si sarebbe coperto il sangue dei Malpigli e dei Mangiadori (Whitewash covers all the blood-stains made by Mangiadori rending Malpigli, or Malpigli stabbing Mangiadori in the dark). Si tratta di una nota di “estetica urbana”, inserita nel citare la storica rivalità fra le due consorterie, di cui Hewlett poté avere notizia consultando il Viaggio Pittorico della Toscana di Francesco Fontani, oppure il Dizionario di Emanuele Repetti, due opere fondamentali per conoscere e apprezzare la storia dei luoghi e dei centri abitati della Toscana. Hewlett doveva avere con sé una copia di questi testi, oltre alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

Nessuna altra descrizione di edifici, luoghi o opere d'arte. Non una parola sulla Cattedrale, sul Seminario, o su altre chiese. Si intuisce, dal testo, che San Miniato sia stata per Hewlett una tappa “fugace”, di brevissima durata, giustificata in funzione del “mito” di Pier delle Vigne. Probabilmente l'ora tarda della sera costrinse l'inglese a muoversi velocemente verso Empoli. Alcune note di colore, invece, sugli abitanti del luogo.

C'è il “vecchio sacerdote” che fa catechismo ai bambini (a wise old priest teaching the Catechism to a score of children, doing the best he could of the reputation of San Giuseppe). C'è il canto, simile al cinguettio degli uccelli sugli alberi al tramonto, delle donne che vanno a lavorare nei campi (the women singing like wood-birds at dusk). E poi c'è quel “grasso sanminiatese” che lo sorpassa col calesse in discesa (probabilmente la discesa di La Scala, di cui cita i tornanti), in modo pericoloso. Egli infatti stava guidando il cavallo con una briglia sola, con gli occhiali sul naso, intento a leggere il Corriere della Sera (che, appunto, veniva distribuito nel pomeriggio) e fregandosene sia della strada, sia del bellissimo panorama collinare al tramonto che si parava di fronte ai loro occhi. Hewlett prova quasi rammarico, commiserazione, nel vedere che l'uomo, a cui non riusciremo mai ad associare un nome, è completamente indifferente al paesaggio. Quello stesso paesaggio, fatto di tratti grigi e violacei, di contorni sfumati al tramonto, che invece, colpisce ed affascina il narratore inglese (A fat Samminiatese passed me on this declevity, swaying in his tax-cart as his horse galloped down with a loose rein. Good, easy man, he had this spectacles on his nose and read the “Corriere della Sera”. Neither the terrors of the steep nor the purple and grey stretches of the great valley, half revealed in the gathering dusk, had any interest for him).

J. Pennell, San Miniato, illustrazione contenuta
in M. H. Hewlett, The Road in Tuscany,
The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904, p. 33

Tuttavia il libro offre anche un secondo livello di interesse, rappresentato dalle illustrazioni di Joseph Pennell, disegnatore e critico d'arte americano, nato a Philadelphia nel 1857 e morto a New York nel 1926. Anche Pennell, nella sua attività di illustratore, fu mosso da profondo spirito romantico, tanto da ergersi a strenuo difensore della validità dell'immagine disegnata, rispetto al diffondersi della tecnica fotografica, che proprio fra la fine dell'800 e gli inizi del '900 muoveva i primi passi. I disegni “toscani” di Pennell, utilizzati sia in The Road of Tuscany di Hewlett che nell'opera Italian Hours di Henry James, sono stati recentemente ripubblicati in La Toscana di Joseph Pannel tra Otto e Novecento a curata di L. Monaci Moran, Leo S. Olschki Editore, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze, 2004.

A San Miniato, Pennell dedica una illustrazione che coglie il caratteristico profilo del “colle”, con la Rocca che sovrasta l'abitato. Si tratta di un disegno realizzato a carboncino, da un punto di vista difficilmente collocabile, forse in una delle vallate fra Cerreto e Vinci. L'immagine, dai contorni sfumati e poco definiti, contiene tutto il sapore romantico percepito dall'autore statunitense, immerso nella campagna toscana.

Estratto da M. H. Hewlett, The Road in Tuscany, The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904, pp. 32-36:

[32] San Miniato de' Tedeschi. As the land closes in upon the river the country grows fantastically fair. An amphitheatre of abrupt monticules reveals itself, on each a towered town, a castle, a heap of monastery building, or a gleaming while villa, cypress-haunded; but the highest in alwaus that which carriers San Miniato-of-the-Germans, a city impossible to be hid. I [33] turned aside from the Empoli road to see it for the sake of Pier delle Vigne, a pleasant poet and much-injured statesman. Nor did I repent, though I suppose my horses did, for it stands upon a rock, the highest of a series of three, round each of which we had to creep afoot. Cypresses led us the way, and heavy-booted peasants, trudging home from the fields in companies, the women singing like wood-birds at dusk, the men apart. The town has a castellated keep and gatehouse, a little octagonal church, and on the summit of its final rock, higher than the highest belfry, the great shaft, cleft in the midst, which is the terrific menace of all the valleys about. That was where [34] the Suabian Emperors had their high seat and bed of justice. There judged, there sonnetteered, and there pined Pier delle Vigne, from whom Dante, brushing by him in the hell-wood of suicides, tore a gnarly limb. According to his own account, he was a faithful servant of Caesar's, but he used a privilege for which a man must pay dear:

I am that one who hel both keys
Of Frederick's heart, which I dispended,
Opening and shutting with such case,
There was no man but found in fenced.

Envy, he says:

Envy the whore, who from gates
Of Caesar never takes her eyes –

envy, the disease in the bones of princes, undid him. The story says that in this tower they blinded him by means of the red-hot basin (This torment has a verb of its own: bacinare, to wit. The atrocity must have been ad common ad boycotting), and that from this very rock, as he was being led to his death at Pisa, he dashed himself headlong:

My spirit, driven by scornful gust
To case in death the sting of scorn,
To my just self made me unjust.

Milton never wrung stronger juices from common word. But if we fail to undestand why Caro was to be at large in Purgatory while Pier grew writhen in Hell – seeing each had preferred death [35] to his dishonour – it may be because great Rome seem to us greates without such accommodations. Let Cato stand with his own, say we. But Dante thought not.
Pier is a ghost for whom the great tower stand spokesman; other there were who now have no witness in this little old town.

Pleasant things in San Miniato. Whitewash covers all the blood-stains made by Mangiadori rending Malpigli, or Malpigli stabbing Mangiadori in the dark. They have looked to see one to the “Stupur Mundi”. The church, which must have heard those rascal sing “O Salutaris Hostia”, is bare of any sign that so it did. It stands in a little empty piazza, which it graces with a tondo of the Della Robbia, no more out of place and no less fragrant than a flower in a wall – being, indeed, the same sort of artless accident of the sun's to all appearance, and as different from its brethren as one flower differs from another. A stooping Madonna, deeply curtseying with crossed arms, an angel frizzed like a “signorino”, God the Father with His meinie of cherubim approving from the sky. Good title deeds for a “marchese” the like of these. Beyond that, the church reveals frescoes and mild Tuscan altar-pieces – this, happy things – and a wise old priest teaching the Catechism to [36] a score of children, doing the best he could of the reputation of San Giuseppe. There is a scouring drive to be done – circle after circle of road at an angle of forty-five – before you recover the plain of Empoli. A fat Samminiatese passed me on this declevity, swaying in his tax-cart as his horse galloped down with a loose rein. Good, easy man, he had this spectacles on his nose and read the “Corriere della Sera”. Neither the terrors of the steep nor the purple and grey stretches of the great valley, half revealed in the gathering dusk, had any interest for him.
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