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martedì 6 novembre 2018

[VIDEO] PIER DELLA VIGNA – CONFERENZA DEL PROF. EDOARDO D’ANGELO - SAN MINIATO 3 NOVEMBRE 2018

Nel pomeriggio di sabato 3 novembre 2018, presso la sede dell'Accademia degli Euteleti di San Miniato, si è tenuta una interessante conferenza dal titolo: "... per le nove radici d'esto legno": Pier della Vigna, il genio, il traditore. La conferenza è stata tenuta dal Prof. Edoardo D’Angelo dell’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, curatore del volume L’epistolario di Pier della Vigna (Rubbettino, 2014).

Un momento della conferenza
Foto di Luca Macchi

È stata l’occasione per parlare anche della morte di Pier della Vigna (non Pier delle Vigne, come si è ritenuto fino a pochi anni fa…) che avvenne, con ogni probabilità, proprio a San Miniato. Numerose domande ed interventi da parte del pubblico presente.
Di seguito il video della conferenza:

"... per le nove radici d'esto legno":
Pier della Vigna, il genio, il traditore
Video di Francesco Fiumalbi



martedì 1 dicembre 2015

SAN MINIATO IN “THE ROAD OF TUSCANY” DI M. H. HEWLETT

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto il testo dedicato a San Miniato, contenuto all'interno del libro di M. H. Hewlett dal titolo The Road in Tuscany e pubblicato a New York e Londra nel 1904. Si ringrazia l'amico Carlo Pagliai, autore e curatore del sito Della Storia d'Empoli, per la segnalazione.

Maurice Hanry Hewlett è stato un poeta e romanziere inglese, nato a Weibridge nella contea di Surrey, nel 1861. Morì a Broadchalke, nei pressi di Salisbury, nel sud dell'Inghilterra, nel 1923. Fu autore di romanzi “storici”, molti dei quali ambientati nel medioevo inglese, ma anche in Italia, di cui era ottimo conoscitore, grazie anche alla sua attività di saggista e traduttore.
Fra le sue opere narrative, compare anche una vera e propria “guida” della Toscana, The Road in Tuscany. Una guida un po' speciale, una vera e propria esplorazione, alla scoperta della storia toscana, offerta dal punto di vista di un erudito viaggiatore inglese della fine del XIX secolo, animato dal più puro spirito romantico. Si tratta di un “commentario”, come tiene a precisare l'autore, ovvero di una serie di dissertazioni sulla storia, sulle bellezze artistiche e sulla letteratura toscana. Il tutto organizzato secondo la logica del viaggio e, dunque, anche della strada, intesa sia come infrastruttura per garantire gli spostamenti, ma anche come luogo di incontro con la popolazione locale e punto di vista privilegiato per osservare i centri raggiunti. Da qui il titolo The Road in Tuscany. Insomma, si tratta di un vero e proprio odeporico.

L'opera di Hewlett si compone di due volumi. Il primo è incentrato sulla città di Firenze e i suoi dintorni, oltre a Lucca, alla Garfagnana, alla Lunigiana e alla costa fra La Spezia e la Versilia. Nel secondo volume l'attenzione si sposta su Pisa, e poi sulla Valdelsa, prima di passare a descrivere Siena, Volterra, e poi Grosseto, la Val di Chiana e Arezzo. Ed è proprio in questa “seconda parte” del viaggio, nella “tappa” da Pisa a Certaldo, che Hewlett dedica circa quattro pagine anche a San Miniato, che egli menziona come “San Miniato–of–the–Germans”, tradotto nel testo in San Miniato dei Tedeschi, più o meno l'equivalente del nostro “San Miniato al Tedesco”.

M. H. Hewlett, The Road in Tuscany,
The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904
Frontespizio

A San Miniato, Hewlett, giunge da Pisa, percorrendo quella che oggi è la Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est. Nota immediatamente il paesaggio collinare della zona, punteggiato da case, chiese (Cigoli?), monasteri (la Badia di Santa Gonda?) e ville circondate da cipressi (Villa Sonnino?). Sale probabilmente da La Catena e osserva una piccola chiesa di forma ottagonale (a little octagonal church), da riconoscere, evidentemente, nella chiesa della SS. Annunziata comunemente detta “La Nunziatina”.

L'attenzione di Hewlett è poi concentrata sull'apice della collina sanminiatese e sulla “minacciosa” Rocca (on the summit of its final rock, higher than the highest belfry, the great shaft, cleft in the midst, which is the terrific menace of all the valleys about). L'erudito viaggiatore si sofferma molto sull'antica fortezza militare, in quanto luogo sede dell'amministrazione imperiale, e tradizionalmente legato alla prigionia di Pier delle Vigne, a cui dedica un'ampia digressione citando Dante Alighieri (That was where the Suabian Emperors had their high seat and bed of justice. There judged, there sonnetteered, and there pined Pier delle Vigne, from whom Dante, brushing by him in the hell-wood of suicides, tore a gnarly limb).

Osserva poi la “nudità” della facciata della chiesa di San Domenico, situata in una piazza “vuota”, prima di accedere al chiostro dove può ammirare il tondo robbiano in terracotta invetriata (The church, which must have heard those rascal sing “O Salutaris Hostia”, is bare of any sign that so it did. It stands in a little empty piazza, which it graces with a tondo of the Della Robbia, no more out of place and no less fragrant than a flower in a wall). Il bassorilievo, su cui Hewlett si sofferma, all'epoca si trovava al di sopra della porta della Biblioteca ed è descritto anche da Giuseppe Piombanti nella sua Guida della Città di San Miniato al Tedesco (Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 64) e da Guido Carocci ne Il Valdarno. Da Firenze al mare (edito a cura dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo, nel 1906, p. 94). Attualmente, invece, è collocato sulla parete sinistra all'interno della chiesa. L'inglese entra poi in San Domenico, osservando l'apparato pittorico medievale, costituito da affreschi e da pale d'altare, da cui rimane piacevolmente colpito (the church reveals frescoes and mild Tuscan altar-pieces – this, happy things).

Infine un accenno al “bianco intonaco” degli edifici, in inglese whitewash, con il quale a San Miniato si sarebbe coperto il sangue dei Malpigli e dei Mangiadori (Whitewash covers all the blood-stains made by Mangiadori rending Malpigli, or Malpigli stabbing Mangiadori in the dark). Si tratta di una nota di “estetica urbana”, inserita nel citare la storica rivalità fra le due consorterie, di cui Hewlett poté avere notizia consultando il Viaggio Pittorico della Toscana di Francesco Fontani, oppure il Dizionario di Emanuele Repetti, due opere fondamentali per conoscere e apprezzare la storia dei luoghi e dei centri abitati della Toscana. Hewlett doveva avere con sé una copia di questi testi, oltre alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

Nessuna altra descrizione di edifici, luoghi o opere d'arte. Non una parola sulla Cattedrale, sul Seminario, o su altre chiese. Si intuisce, dal testo, che San Miniato sia stata per Hewlett una tappa “fugace”, di brevissima durata, giustificata in funzione del “mito” di Pier delle Vigne. Probabilmente l'ora tarda della sera costrinse l'inglese a muoversi velocemente verso Empoli. Alcune note di colore, invece, sugli abitanti del luogo.

C'è il “vecchio sacerdote” che fa catechismo ai bambini (a wise old priest teaching the Catechism to a score of children, doing the best he could of the reputation of San Giuseppe). C'è il canto, simile al cinguettio degli uccelli sugli alberi al tramonto, delle donne che vanno a lavorare nei campi (the women singing like wood-birds at dusk). E poi c'è quel “grasso sanminiatese” che lo sorpassa col calesse in discesa (probabilmente la discesa di La Scala, di cui cita i tornanti), in modo pericoloso. Egli infatti stava guidando il cavallo con una briglia sola, con gli occhiali sul naso, intento a leggere il Corriere della Sera (che, appunto, veniva distribuito nel pomeriggio) e fregandosene sia della strada, sia del bellissimo panorama collinare al tramonto che si parava di fronte ai loro occhi. Hewlett prova quasi rammarico, commiserazione, nel vedere che l'uomo, a cui non riusciremo mai ad associare un nome, è completamente indifferente al paesaggio. Quello stesso paesaggio, fatto di tratti grigi e violacei, di contorni sfumati al tramonto, che invece, colpisce ed affascina il narratore inglese (A fat Samminiatese passed me on this declevity, swaying in his tax-cart as his horse galloped down with a loose rein. Good, easy man, he had this spectacles on his nose and read the “Corriere della Sera”. Neither the terrors of the steep nor the purple and grey stretches of the great valley, half revealed in the gathering dusk, had any interest for him).

J. Pennell, San Miniato, illustrazione contenuta
in M. H. Hewlett, The Road in Tuscany,
The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904, p. 33

Tuttavia il libro offre anche un secondo livello di interesse, rappresentato dalle illustrazioni di Joseph Pennell, disegnatore e critico d'arte americano, nato a Philadelphia nel 1857 e morto a New York nel 1926. Anche Pennell, nella sua attività di illustratore, fu mosso da profondo spirito romantico, tanto da ergersi a strenuo difensore della validità dell'immagine disegnata, rispetto al diffondersi della tecnica fotografica, che proprio fra la fine dell'800 e gli inizi del '900 muoveva i primi passi. I disegni “toscani” di Pennell, utilizzati sia in The Road of Tuscany di Hewlett che nell'opera Italian Hours di Henry James, sono stati recentemente ripubblicati in La Toscana di Joseph Pannel tra Otto e Novecento a curata di L. Monaci Moran, Leo S. Olschki Editore, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze, 2004.

A San Miniato, Pennell dedica una illustrazione che coglie il caratteristico profilo del “colle”, con la Rocca che sovrasta l'abitato. Si tratta di un disegno realizzato a carboncino, da un punto di vista difficilmente collocabile, forse in una delle vallate fra Cerreto e Vinci. L'immagine, dai contorni sfumati e poco definiti, contiene tutto il sapore romantico percepito dall'autore statunitense, immerso nella campagna toscana.

Estratto da M. H. Hewlett, The Road in Tuscany, The Mac Millian Company, Londra - New York, 1904, pp. 32-36:

[32] San Miniato de' Tedeschi. As the land closes in upon the river the country grows fantastically fair. An amphitheatre of abrupt monticules reveals itself, on each a towered town, a castle, a heap of monastery building, or a gleaming while villa, cypress-haunded; but the highest in alwaus that which carriers San Miniato-of-the-Germans, a city impossible to be hid. I [33] turned aside from the Empoli road to see it for the sake of Pier delle Vigne, a pleasant poet and much-injured statesman. Nor did I repent, though I suppose my horses did, for it stands upon a rock, the highest of a series of three, round each of which we had to creep afoot. Cypresses led us the way, and heavy-booted peasants, trudging home from the fields in companies, the women singing like wood-birds at dusk, the men apart. The town has a castellated keep and gatehouse, a little octagonal church, and on the summit of its final rock, higher than the highest belfry, the great shaft, cleft in the midst, which is the terrific menace of all the valleys about. That was where [34] the Suabian Emperors had their high seat and bed of justice. There judged, there sonnetteered, and there pined Pier delle Vigne, from whom Dante, brushing by him in the hell-wood of suicides, tore a gnarly limb. According to his own account, he was a faithful servant of Caesar's, but he used a privilege for which a man must pay dear:

I am that one who hel both keys
Of Frederick's heart, which I dispended,
Opening and shutting with such case,
There was no man but found in fenced.

Envy, he says:

Envy the whore, who from gates
Of Caesar never takes her eyes –

envy, the disease in the bones of princes, undid him. The story says that in this tower they blinded him by means of the red-hot basin (This torment has a verb of its own: bacinare, to wit. The atrocity must have been ad common ad boycotting), and that from this very rock, as he was being led to his death at Pisa, he dashed himself headlong:

My spirit, driven by scornful gust
To case in death the sting of scorn,
To my just self made me unjust.

Milton never wrung stronger juices from common word. But if we fail to undestand why Caro was to be at large in Purgatory while Pier grew writhen in Hell – seeing each had preferred death [35] to his dishonour – it may be because great Rome seem to us greates without such accommodations. Let Cato stand with his own, say we. But Dante thought not.
Pier is a ghost for whom the great tower stand spokesman; other there were who now have no witness in this little old town.

Pleasant things in San Miniato. Whitewash covers all the blood-stains made by Mangiadori rending Malpigli, or Malpigli stabbing Mangiadori in the dark. They have looked to see one to the “Stupur Mundi”. The church, which must have heard those rascal sing “O Salutaris Hostia”, is bare of any sign that so it did. It stands in a little empty piazza, which it graces with a tondo of the Della Robbia, no more out of place and no less fragrant than a flower in a wall – being, indeed, the same sort of artless accident of the sun's to all appearance, and as different from its brethren as one flower differs from another. A stooping Madonna, deeply curtseying with crossed arms, an angel frizzed like a “signorino”, God the Father with His meinie of cherubim approving from the sky. Good title deeds for a “marchese” the like of these. Beyond that, the church reveals frescoes and mild Tuscan altar-pieces – this, happy things – and a wise old priest teaching the Catechism to [36] a score of children, doing the best he could of the reputation of San Giuseppe. There is a scouring drive to be done – circle after circle of road at an angle of forty-five – before you recover the plain of Empoli. A fat Samminiatese passed me on this declevity, swaying in his tax-cart as his horse galloped down with a loose rein. Good, easy man, he had this spectacles on his nose and read the “Corriere della Sera”. Neither the terrors of the steep nor the purple and grey stretches of the great valley, half revealed in the gathering dusk, had any interest for him.

sabato 30 novembre 2013

GIUSEPPE RONDONI: LA ROCCA DI SAN MINIATO AL TEDESCO E LA MORTE DI PIER DELLA VIGNA

a cura di Francesco Fiumalbi

Giuseppe Rondoni (San Miniato, 17 novembre 1853 – 16 novembre 1919), già Direttore della Miscellanea Storica della Valdelsa e Presidente dell'Accademia degli Euteleti, è senza dubbio una figura molto importante per i suoi contributi di storia sanminiatese. Fu autore, appena ventiquattrenne del testo Memorie Storiche di San Miniato al Tedesco, Tip. Ristori, San Miniato, 1876, e di innumerevoli saggi e articoli.
In questo post è proposta la trascrizione del suo breve saggio dal titolo La Rocca di S. Miniato al Tedesco e la Morte di Pier della Vigna, pubblicato nella Rivista Storica Italiana, n. 5, Torino, 1888, pp. 38-46. Questa sua opera è molto significativa perché, oltre a fare un notevole passo avanti rispetto alle Memorie Storiche del 1876, raccoglie in citazione una serie di documenti, molto interessanti, i quali poi saranno largamente utilizzati nella storiografia sanminiatese di tutto il '900. Solo per citarne un paio, il Can. Francesco Maria Galli Angelini e Maria Laura Cristiani Testi ne trassero notevoli indicazioni per stendere i propri lavori. Purtroppo, essendo una rivista a tiratura nazionale edita ormai da molto tempo, non era facile riuscire a consultarla, e quindi il testo del Rondoni è caduto un po' nell'oblio. Quindi, pensando di fare cosa gradita, il testo del saggio è qui riproposto nella sua interezza.
Oltre ai documenti d'archivio dell'epoca di Federico II, pubblicati da J. L. A. Huillard-Bréholles (Historia Diplomatica Frederici Secundi, 6 voll., Parigi, 1852-1861), e da Giovanni Lami (Sanctae Florentinae Ecclesiae Monumenta, 3 voll., Firenze, 1758, e in Charitonis et Hippophili Hodoeporici, 3 voll., Firenze, 1741-1743), Giuseppe Rondoni utilizza anche le fonti cronachistiche offerte da Giovanni Villani e Ricordano Malispini, e trae una serie di informazioni raccolte da Antonio Vensi (San Miniato 1830-1904) e del Proposto Giuseppe Conti (San Miniato, 1807-1865). Inoltre dimostra di essere in contatto con alcuni professori universitari dell'epoca. La bontà del lavoro di ricerca che effettua Giuseppe Rondoni non è da mettere in discussione, anche se alcuni dei risultati che egli propone su Pier delle Vigne non sono propriamente soddisfacenti. Per questo motivo negli anni la storiografia ne ha preso un po' le distanze. 

Rivista Storica Italiana, n. 5, Torino, 1888. Frontespizio.

Di seguito è proposta la trascrizione. Per motivi esclusivamente di impostazione grafica e per una migliore facilità di lettura, le note che Giuseppe Rondoni inserisce a piè di ogni pagina, sono tutte riportate in fondo al testo, secondo una numerazione progressiva.

Estratto da La Rocca di S. Miniato al Tedesco e la Morte di Pier della Vigna, Rivista Storica Italiana, n. 5, Torino, 1888, pp. 38-46.

[038]
La Rôcca di S. Miniato al Tedesco
e la Morte di Pier della Vigna.

I.
A chi fa viaggio da Pisa a Firenze appare, a metà strada, una rôcca medioevale semplice ed austera dominante da un'elevata collina quell'orizzonte armonioso di ondulati declivi, di villaggi e di case biancheggianti tra il verde, la luce e la pace operosa della Toscana gentile. Ora non tutti sanno che da quella rôcca di S. Miniato al Tedesco si gode una delle più splendide viste, dai selvosi Appennini al ceruleo Tirreno, dalla Valdinievole cosi ricca di castelli e di borgate alla pianura del Val d'Arno disotto, che pare tutto una città, ed alla rupe ove il sole morente tinge d'oro e di porpora le torri lontane della etrusca Volterra. Né tutti forse hanno presente che questo monumento isolato, quasi il fantasma del sacro romano impero alemanno, è vivo ricordo di uno degli episodi più solenni e più tragici della nostra storia, di una delle questioni più ardue e delicate di critica storica medioevale: la morte di Pier della Vigna. Ma la povera rôcca, come il suo sacro romano impero, abbandonata da un pezzo e scoronata dai fulmini, fu scossa di recente da un terremoto in guisa da farne temere imminente la ruina, seppure da chi ne ha il dovere e il diritto non si provvede, e con prontezza, a salvarla insieme colle grandi memorie ch'essa evoca e rappresenta.

II.
Non è possibile, per la mancanza di documenti certi, determinare con precisione l'anno della costruzione di questa rôcca che suol chiamarsi di Federigo, perchè veramente fatta innalzare da Federigo II. Del rimanente sappiamo che S. Miniato era già un luogo fortificato sin da molto tempo innanzi, e per tacere della tradizione che [039] attribuisce le sue prime mura ad Ottone I, e di quella che lassù risiedessero i vicari tedeschi colle loro masnade fino dai primordi del sec. XII (01), abbiamo un diploma di Federigo I (a. 1178, Ind. XI, 13 Kal. Febr.) all'Abbadia di S. Salvatore all'Isola dato «in palatio apud castrum S. Miniatis», e una conferma di privilegi concessa da Enrico VI a Ildebrando vescovo di Volterra (a. 1186, Ind. IV), pure ratificata: apud castrum S. Miniatis. Risulta poi che i Senesi dovevano pagare nello stesso anno 70 marche di puro e buono argento alla Camera imperiale, presso il castello medesimo, ricordato pure in una sentenza del 14 gennaio 1211 (in ecclesia S. Marie castelli S. Miniatis) (02).
La rôcca sembra ricordata, credo la prima volta, in un pregevole documento del marzo 1221, col quale Everardo di Lutri definisce una lite fra il comune di Pistoia e il vescovo di quella città «actum prope portam S. Miniatis seu casseri», mentre alla stessa porta coll'annesso fortilizio può alludere la espressione prope portam casseri S. Miniatis, che ricorre in altro diploma della Cancelleria imperiale del 1222 (03). E nel 1223 (15 gennaio): in casseri S. Miniatis et habito Consilio bonorum ac sapientum virorum S. Miniatis, Alessandro, castellano del luogo, esercitando le veci del vicario di Toscana, e col consenso di Loderio «militis ejusdem soci in cassaro S. Miniatis», permette ai consoli dei mercanti di S. Miniato di frequentare sicuramente il castello e la curia samminiatese fino all'Arno, e dall'Amo a Porcari, coll'obbligo di certi pedaggi. Notevole tra le firme quella di Ermanno: «canevario ejusdem casseri» (04). D'altra parte si narra che Corrado di Spira, innanzi di passare nell'Umbria, avesse munita a guisa di fortezza la chiesa di S. Michele posta sulla cima del poggio di S. Miniato, e già mi parve che si trattasse proprio dell'innalzamento della rôcca, ma forse è da credere che il ministro imperiale si limitasse al compimento dell'edifizio. Fatto sta che Corrado, vescovo di Spira e di Metz e cancelliere dell'impero, fu nominato legato d'Italia il 17 aprile del 1220, esercitando tale ufficio dall'agosto al marzo del 1221, quando ritornò in Alemagna (05).
[040] Che poi il Cassero dei ricordati diplomi imperiali sia veramente la Rôcca, appare dal senso speciale del vocabolo («cassarium, castrum, arx; nome che davasi alla parte più forte e più elevata di un castello, di forma quadra o tonda, a foggia di torrione, maschio», così la Crusca), e dagli esempi analoghi citati dal Ducange: «in cassero seu turri principali»; «possessionem et quasi cassarti et turris ac totius castri» (06). E si noti che anche da disegni alquanto antichi si rileva ch'era la nostra rôcca parte principale di un ben inteso sistema di fortificazioni che incoronavano la cima del poggio, e ch'essa sorgeva presso una porta della cittadella imperiale, potendosi scorgere anche oggi qualche vestigio di altre costruzioni, e il principio di una galleria sotterranea che doveva mettere in comunicazione la torre col palazzo pubblico, ed altri punti della città munita in antico di un triplice recinto di forti mura (07). Anche il Villani attribuisce la fondazione della Rôcca di S. Miniato a Federigo II (08), e poiché, fino dal 1222, i documenti, in sostanza, confermano la sua asserzione, ricordandosi prima di quell'anno solo il palazzo o il castello di S. Miniato, mentre, subito dopo, viene ad un tratto citato spesso il cassero, cosi la sua costruzione risale indubitatamente ai primi anni del regno del grande svevo.
Risulta quindi l'antichità ragguardevole del nostro monumento, e il suo carattere e la importanza. È infatti un avanzo di quegli edifizi e di quell'architettura, onde tanto si compiacque il secondo Federigo, e de' quali pur troppo restano in Italia assai scarse mine. È una testimonianza viva della politica del grande imperatore che aveva scelto S. Miniato, cui fu largo di molti privilegi (09), come sua cittadella per tenere in fede gli amici e fronteggiare i nemici, e come residenza quasi abituale del Vicario e della Camera imperiale in Toscana (10). Unico e cadente monumento superstite per la storia dei Vicari imperiali in questa regione, storia di particolare interesse, oltreché per gl'Italiani, per gli Alemanni, non va la nostra rôcca confusa colle tante torri signorili e feudali più o meno ben [041] conservate in tante parti d'Italia, essa, fortezza del sacro romano impero, e dei magistrati che rappresentarono quel sistema di governo, col quale Federigo, mantenendo unita l'Italia coll'Alemagna, tentò pure di raccoglierne le sparse forze, concentrando il potere. Fu inoltre prigione di Stato, e si collega con essa una memoria storica e poetica fieramente immortale.

III.
È noto quanto siano incerte le notizie intorno alla sventurata fine di Pier della Vigna, fatto che l'Huillard-Bréholles chiamava «un mistero storico» (11). Ora, escludendo subito come puramente leggendari i racconti del Tritemio, e la voce riferita, ma non accettata da Benvenuto da Imola, ch'egli si gittasse dall'alto del suo palazzo di Capua, mentre Federigo passava per la via, se può restar dubbio (e non lo ammetto per le ragioni che dirò) che il gran cancelliere morisse nel cassero di S. Miniato ovvero in Pisa, e certo però ad ogni modo e consentito da tutti, cronisti antichi e storici moderni, ch'ei fu condotto in S. Miniato dall'imperatore, ed ivi fatto accecare nel marzo del 1249 (12). L'Huìllard-Bréholles non risolve il dubbio circa il luogo della morte, ma sembra propendere (come lo Chérrier ed altri) per la opinione che il Della Vigna si uccidesse mentre da S. Miniato si trasportava a Pisa per esporlo al furore di quei cittadini, suoi particolari nemici (13). Ora, tutto considerato, la critica storica, o m'inganno, dovrebbe inclinare piuttosto verso la opinione contraria, ed anzi di recente il prof. Pagano di Diamante riteneva non essere più incerto il luogo ove il grande sventurato finiva i suoi giorni, e cioè la rôcca o prigione di Stato di S. Miniato. Ma poiché egli non si trattiene come di ragione e con esattezza sull'argomento, né mi pare che adduca le prove che valgono a sostenere quell'opinione, ch'ei dà per certa; ma che, com'egli l'accenna, sembrerebbe invece forse più incerta che mai (14), e poiché d'altro lato il De Blasiis crede ancora accertata la morte a Pisa (15), [042] cosi torna opportuna qualche considerazione in proposito per risolvere forse l'intricata questione.
Il «Chrónicon de rebus in Italia gestis» edito dall'Huillard-Bréholles, opera di un ardente ghibellino di Piacenza, vissuto nella seconda metà del secolo XIII, vera cronica schietta e ordinata dei ghibellini d'ltalia e di Lombardia sino alla fine del secolo XIII (cessa coll'anno 1284), attingendo, come l'autore stesso dichiara, le notizie sulle gesta di Federigo II da antiche memorie (e la redazione propriamente originale incomincia coi tempi di quel sovrano), narra che a Pier della Vigna furono strappati gli occhi in S. Miniato, ov'egli finì la sua vita «oculos de capite erui fecit in S. Miniato, ubi suam vitam finivit» (16). L'Huillard-Bréholles ritiene il cronista non cosi bene informato circa il luogo della morte, come su tutto il resto. Ma perchè? Ecco: noi abbiamo (cosi egli dice) contro questa opinione tre testimonianze troppo precise, troppo concordi (si noti) perché possano essere messe dapparte. Le testimonianze sarebbero: Matteo Paris, e due croniche pisane che riferiscono una tradizione locale in termini presso a poco identici (17). Ma è proprio vero che M. Paris, il quale scriveva essendo lontano dai luoghi, né proponevasi di trattare ex-professo delle imprese di Federigo, dica in modo preciso esser morto il Logoteta in Pisa? Ponendo a riscontro il testo del Paris colla traduzione francese che ne dava l'Huillard-Bréholles stesso, mi fu dato di leggervi soltanto che Pietro abbacinato venne condotto a ludibrio per varie città d'Italia e di Apulia, e che l'imperatore finalmente ordinava che venisse esposto ai Pisani perché ne facessero strazio. Conosciuta la crudele sentenza, Pietro, per non cadere in mano a cosi formidabili nemici, ricordevole di un detto di Seneca, percuotendo fortemente il capo alla colonna alla quale era legato, si ruppe il cranio (18). Parrebbe proprio dal contesto e da quell'allusione alla colonna che si suicidasse in prigione, e che perciò dovesse ricever conferma il racconto del cronista piacentino che fa giungere quell'infelice, carico di catene, in S. Miniato, dalla parte di Pontremoli dopo essere stato catturato in Verona, e dopo una fermata a Borgo S. Donnino, forse anche indirizzato a Pisa, e già spettacolo miserando della volubilità della fortuna a [043] molte terre d'Italia. Ed anche Francesco Pipino e Guido Bonatti la sostanza convengono ch'ei troncò la sua esistenza nello squallore del carcere (19).
Né si trova poi troppa precisione e concordia nelle tradizioni pisane, perpetuatesi in termini tutt'altro che identici e sicuri. Secondo un passo di un codice dell'ospedale di Pisa, che il Dal Borgo giudica antichissimo, ma che appartiene per la scrittura al sec. XIV, ed è un registro di privilegi concessi al pio luogo, Federigo II, trattenendosi in S. Miniato, e leggendo l'epistole del papa a lui proponente la pace, fece accecare Pier della Vigna come perturbatore di essa, e, in breve, lo mandò a Pisa perché fosse ucciso «a pueris». Egli allora in terram de mulo corruens se ipsum excerebravit, et quidem desperatus in ecclesia S. Andrae decessit. E poco innanzi vi si legge che il ministro era caduto in disgrazia perché «abutebatur imperatrice, et erat in gaudio cum ea dum erat impertor in bello»: fola evidente. Secondo un'altra cronica pisana, si fece menare in una chiesa, e domandò al guardiano se vi era ostacolo fra il muro e lui. Dietro risposta negativa, si gittò con tanta violenza contro il muro che si uccise (20). Alcuni degli antichi commentatori della Divina Commedia accreditarono la tradizione, o alterandola, o forse riferendone ora l'uno ora l'altro degli aspetti vari e mutevoli. Per Jacopo di Dante mori il Della Vigna battendo il capo presso il Fosso Arnonico, fuori di Pisa, versione accettata dallo Scartazzini (21). Altri scrive che portato a Pisa da S. Miniato «fu per li somieri (asinai) tolto giuso, e messo ad un ospedale perché reposasse, e quivi batto tanto lo capo al muro che morì» (22). Che se alcuni, a dir vero, riferiscono che si sfracellò il capo ad una muraglia, senza specificare il luogo, l'Anonimo intesse un racconto che offre il colorito e le inverosimiglianze di certe leggende, e cioè che Pier della Vigna, già abbacinato, ma libero, erasi ritirato a Pisa, affine di provare la sua innocenza, e non riuscendovi, e udendo dirsi villania mentre andava attorno per la città, si uccise presso S. Paolo (23).
Insomma la tradizione che diremo pisana è concorde soltanto [044] nel far morire Piero a Pisa o nei dintorni, variando non poco i particolari della morte; ma, per tacere della narrazione affatto leggendaria dell'Anonimo, chi può negare la inverosimiglianza che Piero si facesse condurre qua e là da un guardiano, e la probabilità che il fondo del racconto del codice dell'ospedale pisano sia desunto dalla cronica di M. Paris, come ne apparirebbe un indizio, per quanto remoto, in quell'excerebravit, ch'è il verbo stesso usato dal celebre cronista? E qui come non sospettare che la tradizione pisana possa ritenersi per una di quelle onde si compiacquero tanto i Comuni, nata e accreditata appunto dall'esser Pier della Vigna morto in un fondo di torre a S. Miniato, mentre doveva essere trasferito a Pisa, talché dai Pisani, i quali consideravano il castello come propugnacolo di confine della propria città, si volle morto senz'altro in essa? Ma v'è di più. Fra gli stessi commentatori di Dante, Benvenuto da Imola riferisce proprio di aver letto che trasportandosi Piero su di una mula a Pisa, «depositus apud castellum S. Miniatis percussit caput ad murum, et mortuus est ibi» (24). Vero è ch'ei ritiene improbabile che l'imperatore conducesse seco l'infelice (e il Tiraboschi dà in questo ragione all'acuto commentatore) (25); ma, in sostanza, conclude ch'ei dovè morire in carcere: «sed quid quid dicatur credo, ut jam dixi, quod se interfecerit in carcere». E, a rigore, il carcere non poteva essere che quello della nostra rócca. Infine che il maestro «per grande dolore si lasciò morire in prigione», scrive il Villani, copiato a lettera dalla cronica malespiniana (26). Che dire per ultimo della versione del Collenuccio, che il De-Blasiis non sa qual fede meriti, confessando che quello scrittore è di età posteriore, né sempre bene informato? Federigo (cosi il Collenuccio) (27) entrò in Toscana, conducendosi appresso il prigioniero, e volendo assicurarsi dei cittadini di S. Miniato, che sospettava tramassero contro di lui, incatenati molti suoi militi, e messo in mezzo Pietro, li mandò in quel castello, dando a credere che volesse lasciarveli in custodia. Ma i militi quando furono dentro, spezzate le catene, occuparono le porte, e nell'aprirle introdussero Federico che fece crudelmente punire i sediziosi. Ma nella storia di S. Miniato, e nei documenti che si riferiscono agli Svevi non è indizio alcuno che [045] possa confermare un simile tradimento; ché anzi i Samminiatesi si dimostrarono sempre ligi agli Svevi, e ne ottennero, come ho detto, privilegi insigni. I cronisti del tempo, le fonti vere e proprie nulla sanno del singolare stratagemma, che ricorda altri stratagemmi simili certamente leggendari, e poiché il Collenuccio è solo a narrarlo, egli vissuto nel secolo XV, cosi è da riconoscervi un frammento di quelle voci vaghe, contradditorie, infondate intorno alla misteriosa caduta del Della Vigna, e forse un frammento della leggenda formatasi intorno a lui, leggenda della quale il racconto dell'Anonimo e di altri commentatori, nonché le tradizioni pisane col particolare della tresca coll'imperatrice, stanno a rappresentare le versioni principali. La morte nel carcere di S. Miniato era troppo semplice e naturale, perché non si volesse alterarla ed aggiungervi; i Pisani troppo alteri e potenti amici dell'imperatore perché non volessero avere avuta gran parte nella fine del ministro che aveva provocato tutto il suo sdegno. Le cadenti mura della Rôcca samminiatese furono adunque l'ultima dimora del dotto e gentile spirito capuano.

IV.
Molti uomini oscuri languirono in quella prigione subito dopo il grande uomo di stato. Fra i prigionieri fatti nella resa del castello di Capraia alcuni Fiorentini vi morirono d'inedia o in altro crudel modo, Rinieri Buondelmonte affogato nell'acqua, e Rodolfo vicario abbacinato lui pure e decapitato (28). Nel 1255 Manfredi liberava i carcerati della Rôcca, ch'è ricordata di frequente, da questi tempi in poi, sia negli atti dei vicari della seconda metà del secolo XIII, sia nei cronisti fiorentini. Nel 1369 fu espugnata dai Fiorentini, dopo tre giorni che si erano insignoriti di S. Miniato, spengendo la sua libertà; non fu potuta espugnare da Benedetto Mangiadori, fuoruscito samminiatese, quando coll'aiuto del Visconti e dell'Appiano tentò far ribellare a Firenze il comune natio. I Fiorentini continuarono ad apprezzare la importanza di quel fortilizio, e in un Registro del Comune dell'Archivio di S. Miniato, dall'anno 1392 al 1397, si trova che per lettera di Noferi di Andrea Neri vicario di S. Miniato nel 1397 è ordinato alle terre del Val d'Arno di stare in arme e vigilare, come pure di fare attenzione al segno dei fuochi della [046] Rôcca, aecadendo qualche attentato in tempo di notte. Inoltre, cominciate in Italia, sulla fine del secolo XV, le guerre che partorirono la nostra servitù, i Priori di S. Miniato, per ordine di Firenze, «ne minimo hostium impetu expugnari possimus», approvisionarono la Rócca (che pochi anni prima, nel 1486, era stata abbandonata e affittata a Giuliano da S. Quintino «coll'entrata come sta ora e coll'orto») e la guernirono di armi e di munizioni, 24 spingarde, 80 archibusi, 200 corazze, 100 balestre e 100 lance (29). Oppose resistenaa agli Spagnaoli, eppoi al Ferruccio (30), sinché, caduta la repubblica, quel forte arnese di guerra, già cittadella imperiale e ghibellina, eppoi propugnacolo di una potente repubblica guelfa, fu venduto, declinando il secolo XVI, insieme colle sue pertinenze dal «Serenissimo Granduca, e per esso dai Magnifici Signori Capitani delle Arti della città di Firenze» a Michele Mercati nobiluomo samminiatese, che si trova fare istanza nel 1583 perché il titolo della chiesa di S. Michele di Ròcca venisse trasferito nella vicina chiesa di S. Stefano (31). Ma già la fortezza aveva sentito i danni del tempo e degli uomini. Delia cappella rimanevano appena alcune vestigia, né avea più servito al culto da tempo immemorabile «almeno dopo le guerre e la devastazione della Rôcca». Questa poi non serviva più ad uso pubblico, ed anzi «era luogo abbandonato in balìa delle bestie e degli spini, e pieno d'immondezze» (32). Cosi termina la storia di quella RÔcca che dalla cima del suo monte vide nascere le grandezze di Pisa e Firenze, e passare le loro rivoluzioni, e che vide sotto le cupe sue vôlte, ora asilo di animali notturni, «colui che volse ambo le chiavi del cor di Federigo», e il tragico avvenimento onde poi rifulse uno degli episodi, una delle figure più grandiose del poema dantesco. Ed ogni ricordo dantesco è parte sacra del patrimonio della Nazione.

G. Rondoni.


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(01) G. Villani, Cronica, lib. IV, cap. 26
(02) Lami, Mon. Eccl. Flor., tomo 1, pag. 375 e pag. 471. Muratori, Ant. It. M. Aevi, tomo IV, p. 469. Ficker, Forschungen etc., n. 250. Cfr. Repetti, Dizionario storico geografico della Toscana, all'articolo S. Miniato.
(03) Ficker, Forschungen zur Reichs und Rechtsgeschichte italiens, n. 291.
(04) Idem, n. 300 e 304.
(05) G. Rondoni, Memorie storiche di S. Miniato, pag. 47, e G. Conti, Storia della ven. Immagine dell'Oratorio del SS. Crocifisso di S. Miniato, pag. 86. In una raccolta di documenti inediti dello stesso Proposto G. Conti il passaggio di Corrado è riferito, non so con quale autorità, al 1237. Cfr. Huillard-Bréholles, Hist. Diplimatica Frid II, Introduction, pag. CDLXXII.
(06) Dizionario della Crusca, v. Impressions. Ducange, Glossarium.
(07) La riproduzione di questi disegni si vede nei Doc. inediti per la storia di S. Miniato mss. dal sig. A. Vensi, p. 628. La porta presso il Cassero era detta alle Cornacchie.
(08) Lib. VI, c. I.
(09) G. Rondoni, Memorie storiche di S. Miniato, loc. cit.
(10) G. Villani, IV, XXIX
(11) Huillard-Bréholles, Vie et correspondance de Pierre de la Vigne. Paris. Plon. 1864.
(12) Id., pag. 84-85.
(13) Chérrier, Hist. De la lutte des Papes etc., tomo II, pag. 375.
(14) Propugnatore, anno XIX, disp. 2A, pag. 229.
(15) Così l'illustre professore, dietro mia richiesta, si compiaceva di scriveremi in una sua lettera del 25 ottobre 1887, confermando ciò ch'ei dice nel suo dotto libro: Della vita e delle opere di Pietro della Vigna.
(16) Cronicon Placentinum et Chronicon de rebus etc. Parisiis, 1856, Pref. pag. XXII e segg. e pag. 218.
(17) Huillard-Bréholles, loc. cit.
(18) M. Paris, Opera. Parisiis, 1644, pag. 511, e Grande Cronique, tomo VI, p. 477. Traduz dello Huillard-Bréholles.
(19) Pipino, Chronico, II, XXXIX. Rer. It. Script., tomo IX, e G. Bonatti, Astronom., pag. 220, ediz. di Basilea, 1550. Cfr. Tirabocchi, Storia della Lelt. Ital., tomo IV, pag. 17 e segg.
(20) Dal Borgo, Dissert., IV, pag. 208 e 257. Cfr. De Raumer, tomo IV, pag. 595.
(21) Scartazzini, Commento alla Div. Commedia, vol. I, c. XIII.
(22) Commento d'Jacopo Lana, ediz. dello Scarabelli.
(23) Comm. di Anonimo a cura di P. Fanfani, tomo I.
(24) Presso Muratori, Ant. It. M. Aevi, tomo I, col. 1051-1052.
(25) Tiraboschi, loc. cit.
(26) G. Villani, lib. VI, c. XXII, e R. Malespini, c. CXXVI
(27) Storia del regno di Napoli, lib. IV. Nella sua cortese lettera il prof. De Blasiis confessava: « ... io non saprei dirle quanta fede meriti questo racconto ... ».
(28) G. Villani, lib. VII, c. XXXIII. Lami, Hodeporicon, parte I, e la Raccolta ms. del Prop. G. Conti.
(29) Rondoni, Memorie storiche di S. Miniato, pag. 153, 166-167 e 179. Quanto poi all'affitto della Rocca a Giuliano mi venne dal sig. A. Vensi di S. Miniato comunicata copia di una lettera degli Octoviri Praticae Reip. Flor. al Vic. di S. Miniato circa quell'affare.
(30) Varchi, Storia Flor., lib. X. Rondoni, Memorie storiche cit., pag. 185-188.
(31) Doc. Vensi. Editto per la Traslazione del titolo di S. Michele di Rocca nella chiesa di S. Stefano, p. 116.
(32) Parole del doc. sopra citato.

venerdì 1 novembre 2013

SAN MINIATO NEL “COMPENDIO” DI PANDOLFO COLLENUCCIO – XVI SEC.

a cura di Francesco Fiumalbi

In questo post è proposto un brano estratto da una pubblicazione della prima metà del '500. L'opera in questione è il Compendio delle Historie del Regno di Napoli redatto da Pandolfo Collenuccio, in cui sono riportate notizie interessanti riguardanti San Miniato alla metà del XIII secolo, nel periodo di Federico II. Tra l'altro, ancora una volta, emerge il carattere dei Sanminiatesi e questo aspetto non può far altro che aumentare la verosimiglianza di un episodio in particolare. Sembra destino, infatti, che San Miniato da castello forte e imprendibile quale dà impressione di essere, diventi alla prova dei fatti estremamente vulnerabile per lo scarso acume delle genti che lo popolano. In poche parole, stando a questa narrazione, i Sanminiatesi si fecero prendere per i fondelli dall'Imperatore.

Pandolfo da Coldonese, meglio noto come Pandolfo Collenuccio, fu un diplomatico, umanista, poeta e storico, nato a Pesaro nel 1444 e ivi morto nel 1504. Dopo gli studi in giurisprudenza presso l'Università di Padova, fece ritorno a Pesaro dove si ingraziò la protezione degli Sforza. Tuttavia, a causa di una lite, nel 1489 fu allontanato da Pesaro e i suoi beni confiscati. L'attività di diplomatico gli valse la protezione di Lorenzo il Magnifico che gli consentì, nel 1490, di ricoprire la carica di Podestà a Firenze. Qui entrò in contatto con gli ambienti culturali del tempo, ed in particolare con Angelo Poliziano e Pico della Mirandola. Successivamente si recò a Mantova e a Ferrara dove rimase fino al 1493. Nel novembre di quell'anno partì per la Germania con il corteo di Bianca Maria Sforza destinata a sposare Massimiliano d'Asburgo, dal quale aveva il compito di ottenere l'investitura per il duca Ercole I d'Este. Tornato in Italia, nel 1494 fu ambasciatore a Roma presso Papa Alessandro VI Borgia, dove tra l'altro sostenne la causa di Cesare Borgia. Tornato nuovamente a Ferrara, vi rimase fino al 1504. Morto Cesare Borgia, Giovanni Sforza gli permise di far ritorno in Pesaro. Si trattò di una trappola, in quanto non appena Pandolfo rientrò nella sua città natale, fu catturato, ancora per la lite del 1489. Fu giustiziato l'11 giugno del 1504, all'età di sessant'anni.

Fu autore di molti testi e componimenti in lingua latina e volgare. La sua opera principale è senza dubbio il Compendio delle Historie del Regno di Napoli, che iniziò nel 1498, su sollecitazione del Duca Ercole, che nel 1471 aveva sposato Eleonora d'Aragona. Fino alla sua morte portò avanti la stesura di quest'opera che, incompiuta, fu stampata postuma a Venezia nel 1539. Il Compendio conobbe molte ristampe anche se non fu accolto con benevolenza dalla critica del tempo. La storia del Regno di Napoli, così come descritta da Pandolfo, può essere facilmente riassunta nel continuo tentativo di costituzione di uno Stato, ostacolato da varie circostanze, su tutte l'azione dello Stato Pontificio. In questo senso, Pandolfo sottolinea il ruolo di quelle rare figure che invece sembrano superare le difficoltà e avviare alla costituzione di uno Stato autonomo e ben regolato. Su tutti emerge la figura di Federico II. Proprio all'Imperatore svevo sono legate le notizie e le informazioni riguardanti San Miniato, come l'edificazione della Rocca (circostanza riportata anche da Giovanni Villani e Ricordano Malispini). Sfortunatamente questi episodi rimangono, al momento, privi di riscontri, per cui devono essere considerati con le dovute cautele.


Disegno tratto da  T. A. Arcer e C. L. Kingsford, The Crusades. The story of the Latin Kingdom of Jerusalem, New York, 1894, p. 289. A sua volta tratto dal manoscritto De arte venandi cum avibus, conservato nella Biblioteca Vaticana (Pal. Lat. 1071)

Stando alla narrazione di Pandolfo, nel 1249 la Toscana vide un periodo favorevole alla Parte Guelfa con le città e i castelli impegnati nel conquistarsi l'autonomia dall'autorità imperiale. Fra questi c'era anche San Miniato. Federico II, sceso in Toscana, era deciso a riprendersi l'antica roccaforte, e lo fece con un espediente particolarmente arguto. Fece vestire alcuni dei suoi soldati migliori come se fossero prigionieri. Inoltre caricò i muli con grossi forzieri, riempiti di armi, ma nascosti sotto a delle coperte, come se si trattasse di materiale personale dell'Imperatore. Inviò i prigionieri e i materiali a San Miniato chiedendone la custodia temporanea, in attesa di riprenderne possesso, avendo intenzione di tornare al più presto. I Sanminiatesi, dal canto loro, vedendo l'Imperatore chiedere loro questo favore, pensarono di aver tutto da guadagnare. Magari proprio liberando i prigionieri e impossessandosi del prezioso carico. Fecero buon viso a cattivo gioco e acconsentirono alla richiesta di Federico II facendo entrare gli uomini e il carico. Ben presto dovettero pentirsene. I prigionieri si rivelarono per quello che erano, uomini bene armati, e in breve tempo presero il controllo delle porte cittadine. Uccisero diversi uomini e fecero entrare l'esercito imperiale, che stabilì il controllo sul castello.
Ma ancor più significativa è la notizia, probabilmente qui per la prima volta pubblicata, dell'accecamento del Cancelliere che aveva tradito Federico II, il celebre Pier delle Vigne, il quale poco dopo si sarebbe suicidato. Secondo Panfoldo tali episodi sarebbero avvenuti a San Miniato.
Come detto precedentemente, i fatti narrati rimangono privi di riscontri documentari oggettivi. Anche sulle ultime vicende terrene di Pier delle Vigne il dibattito è ancora aperto e, nonostante permanga la forte la tradizione sanminiatese, il luogo del suo accecamento e del suo suicidio, rimangono ad oggi sconosciuti. Essendo la prima pubblicazione che ne parla, forse la tradizione sanminiatese legata a Pier delle Vigne potrebbe essere stata avviata proprio da questo testo. Al momento non lo sappiamo. Approfondiremo.

Pandolfo Collenuccio,
Compendio delle Historie del Regno di Napoli,
Venezia, 1541, frontespizio

Di seguito è proposto l'estratto con le notizie sanminiatesi: Pandolfo Collenuccio, Compendio delle Historie del Regno di Napoli, Venezia, 1541, Libro IV, pp. 91-94.

[p.91v] «[…] Partito poi dal Borgo S. Donino Federico, tuttavia provvedendo al rimettere de l'esercito, si ridusse a Cremona l'anno 1249 del mese di settembre, ove ebbe avviso il re di Sardegna aver espugnato un castello di Regio chiamato Arolo & haver impiccato innanzi a le porte d'esso novantasette ribelli de l'imperio, quali dentro li avea trovati; nondimeno vedendo tutta la Lombardia volta a rebellione e la difficoltá grande in quelle parti e tra alcuni de li suoi qualche spirito di prodizione, & intra li altri in Piero da le Vigne, il quale era giudice de la corte e secretario, e fu il primo uomo che appresso di sé avesse, lo fece pigliare, e del mese di aprile sequente si partì di Lombardia con intenzione di andare in Puglia e poi tornarvi l'Agosto sequente.
Passando adunque per Toscana trovò il principe di Antiochia suo figliuolo con li fiorentini a campo a Caprara ove si erano ridotti li guelfi suoi ribelli, i quali si ingegnavano di far rebellare tutta Toscana e massime il castello S. Miniato li fece dar la battaglia et espugnarlo e li guelfi fatti prigioni ordinò si menassino con seco nel reame.
E perché quelli di S. Miniato corrotti da' guelfi avevano già preso il veneno della rebellione e titubavano [p.92r] in modo che non era da aver fede in loro, e non voleva l'imperatore perderli tempo attorno, deliberò con astuzia haverli, la qual fu in questo modo. Imperocché dissimulando la perfidia loro, tolse buon numero de li suoi migliori soldati fedeli, & animosi, & feceli chatenare in modo che parea fussino prigioni lombardi, e fece cargare li muli di molti forzieri pieni d'arme d'ogni sorte e coprire le some de tapeti, e coperte, in modo che pareva la camera e la salva robba sua; e quelli simulati prigioni con Piero da le Vigne innanzi, il quale era veramente prigione e ben legato, e tutte dette some di forzieri le mandò con suoi messi fidati a S. Miniato, che dicessino a quelli uomini da parte sua, che non havendo in Toscana l'imperatore la piú fidele terra di S. Miniato né in che piú si fidassi, volendo andar con prestezza senza impedimento nel reame con intenzione di tornar presto, li mandava questi prigioni che erano di importantia e la più chara roba sua, e li pregava volessino conservarli ogni cosa con diligenza sino a la sua tornata. I Samniatesi vedendosi l'Imperatore armato appresso, anchora che si sentissino sospetti, estimando, che non poteano perdere in tutto, partendo lo Imperatore e lasciandoli quella robba e quelli prigioni, dissimulorono anche loro e dimontrandosi molto fedeli acceptorono ogni cosa con buon volto, e in la terra li intromiseno. Li buoni soldati, quando li parse il tempo secondo l'ordine dato, in un momento buttorono in terra le chatene, le quali erano in modo aconcie che subito si scioglierno, e preseno l'arme virilmente gridando imperio imperio, ammazando homini e pigliando le porte [p.92v] & intromettendo l'essercito, presono subito il castello, e li traditori morti e le lor case ruinate, fu stabilito quel loco al dominio de l'Imperatore.
Fatto questo nel medesimo castello S. Miniato fece cavare gli occhi à Piero da le vigne, el quale essendo stato il primo huomo di corte, e notissimo a tutto il mondo, non potendo sostenere di vivere più senza occhi, e stimolandolo la coscientia del haver tradito il suo signore, se medesimo in conspetto pubblico ammazzò. Questo fine ebbe Piero da le vigne, iurista di molta dottrina & esperientia, tra li pochi di quelli tempi nominato grandemente e avuto in gran reputazione.
Lasciando S. Miniato Federico per il camin dritto, senza toccare il territorio Fiorentino, se ne andò a Siena, e di lì in Puglia a Foggia l'anno 1250, ove intese il re di Sardegna suo figliuolo, essendo stato chiamato da' modenesi per sussidio contra bolognesi, due miglia lontano da Modena virilmente combattendo esser stato preso e menato a Bologna in prigione il mese di maggio. E per questo il legato apostolico e l'altre genti ecclesiastiche e guelfe per Lombardia e per Romagna e per Toscana, come libere per l'assenza sua e prigionia di Entio, scorrevano il paese e per prodizione e per forza e per accordo tutti li stati imperiali ribellando, e voltando, onde Federico con piú animo che mai si diede a far denari, e gente d'arme per tornare potentissimo in Lombardia e far aspra vendetta de' suoi nemici.
[…] [p94v] Magnifico, liberale e magnanimo, grandissimo rimuneratore de' benefici e di uomini fedeli, severissimo vendicatore de la perfidia; per tutte le nobili cittá del regno di Puglia e de l'isola di Sicilia fece fare nobilissimi edifici che saria superfluo a raccontarli: ma tra li altri in Abruzzo la cittá de l'Aquila, in Napoli il castello di Capuana, la torre e il ponte di Capua, il castello di Trani, in Toscana il castello di Prato e la rocca di S. Miniato, in Romagna la rocca di Cesena, di Bertinoro, di Faenza e di Cervia, palazzi e chiese per tutto.»



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