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domenica 25 giugno 2017

[VIDEO] TERRA NOSTRA – PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ALESSIO GUARDINI – SAN MINIATO 20 GIUGNO 2017


Il venti giugno, pomeriggio tardo,
presenterò il mio libro "Terra Nostra"
insieme a degli artisti di riguardo
che dell'Ottava allieteran la giostra,
se non venite a questo mio traguardo
Antenna Cinque poi ve lo rimostra;
d'un bel progetto spero sia il principio
a San Miniato, presso il Municipio!

Con questa ottavina Alessio Guardini ha invitato gli amici e gli amanti della poesia alla presentazione del libro “Terra Nostra. Poesie in ottava rima”, pubblicato per FM Edizioni. Come indica il titolo, si tratta di una raccolta di poesie, fra cui spiccano quelle in ottava rima realizzate per “Terra Nostra”, la trasmissione in onda su Antenna 5 alla quale Alessio Guardini ha cominciato a contribuire da qualche tempo.


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La serata, coordinata da Fabrizio Mandorlini, è stata animata da letture e “contrasti”, ma anche dall'intervento di alcuni pittori che hanno esposto le proprie opere. Si tratta di due linguaggi, la pittura e la poesia, apparentemente lontani nelle modalità espressive, ma che richiedono un simile processo di elaborazione: l'una si esprime attraverso forme e colori, l'altra attraverso parole e musicalità, ma in entrambi i casi si tratta di cogliere immagini, situazioni, sfumature, significati e di fissarli attraverso un linguaggio. Ecco il perché del felice abbinamento: la pittura che trascende nella poesia e la poesia che evoca e genera immagini proprio come un dipinto.

Di seguito il video della serata:



martedì 1 marzo 2016

MARZO - I MESI DI PIETRO BAGNOLI


a cura di Anna Orsi

Idillio tratto da "POESIE VARIE" di Pietro Bagnoli, Can. Samminiatese, Prof. di Lettere Greche e Latine nella R. Università di Pisa, Antonio Canesi, Tomo I, Samminiato, 1833: I PRIMI SEI MESI DELL'ANNO - Idilli, pp. 169-171.


Panorama sanminiatese da via Pozzo nel mese di marzo
Foto di Francesco Fiumalbi


IL PRIMO
GIORNO DI MARZO

I.
Mammoletta gentil, perchè ti stai
Sotto le foglie con la curva testa
Vergognosa, ed umile? Ah non potrai
Celarti nò, l'odor ti manifesta.
Mostrati su; tu sovvenir ci fai
Che di Borea passò la rabbia infesta,
E che la dolce a rallegrarci torna
Alma stagion di bei fioretti adorna.

II.
Tu primizia del bel tempo sòave:
L'alba ancor non spuntò di Primavera,
Che desta sei dal lungo sonno e grave,
In cui dorme dei fior tutta la schiera.
Ancor' sciolto la terra il sen non ave,
E la vita a goder sorgi primiera;
Forse che da te piglia, e in te s'asconde
L'alma che agli altri fior Zeffiro infonde?

III.
Mesta e ravvolta in vedovile ammanto,
Per qual tuo sposo hai di plorar cagione?
Sei trasmutata in fior, qual Clizia e Acanto,
E ti trsdì qualche crudel garzone?
Lagrima forse sei di quel bel pianto
Che Vener sparse in su l'ucciso Adone?
Ah! no, tu sei pudica e verginella
Quanto modesta più tanto più bella.

IV.
Composta in odorifere catene
Vieni a cinger quel fonte, che primiero
Sprigionato dal gel, corse l'arene,
E fa destar l'erbette io suo sentiero;
E quel virgulto a cui primier le vene
Scoppiàr, fuori mostrando il verde intero;
E quella Ninfa, a cui più brillan tocchi
Dall'appresar di Primavera gli occhi.

V.

Così di Pastorelle un stuol dicea,
Mammolette cogliendo, e insiem legate
In lunghe trecce, un fonte ne cingea,
Che mormorando già tra l'erbe grate;
E un arbuscel che intorno ai rami avea
Già quasi i fior, non che le fronde nate;
E intonro ad Amarilli poi si uniro
Per man le Ninfe, e si volgeano in giro.

VI.
Essa era centro del bel cerchio, come
Alla fromba la man, mentre che ruota;
E quindi ornàr dei colti fior le chiome
A Lei, che di rossor tingea la gota.
Or l'ire appieno d'Aquilon sian dome
(Dicean) né fronda a'nuovi rami scuota,
Chè il più bel tronco, in fonte, e la più bella
Ninfa, son sacri alla stagion novella.

VII.
E tu non ti mostràr vario e incostante,
Marzo, di cui sacrammo il dì primiero,
Or della calma, or di tempeste amante
Dolce sereno, e turbolento e fiero.
Perchè inganni talor l'erbe, e le piante
Con un volto benigno e lusinghiero,
E innanzi tempo a germogliar le affidi,
E poi t'armi di gelo, ampio! E le uccidi?

VIII.
Ah fossi in tua persona qui pur ora!
Noi ti vorremmo incatenar con questi
Lacci di fior; forse con Ninfe ancora
Come coll'erbe sei, crudel saresti?
Più di te Borea è fier, pur s'innamora,
E segue Orizia per le vie celesti,
E s'ella amante a lui si desse in mano,
D'un Zeffiretto ei diverrìa più umano.

sabato 11 ottobre 2014

GIOVANNI BRACCI DA SANTA CROCE SULL'ARNO

di Alessio Guardini

Oltre due secoli fa, esattamente nel 1804, nasceva a Santa Croce sull’Arno, Giovanni Bracci, figlio di Luigi e Maria Lapi, famiglia appartenente al popolo di San Lorenzo come si evince dai registri dei battesimi, matrimoni e morti della Parrocchia di San Lorenzo in Santa Croce sull’Arno.
Nella piccola comunità del Valdarno inferiore (ancora lungi dal conoscere l’enorme sviluppo dell’attività conciaria iniziato nella seconda metà dell’ottocento) Giovanni Bracci apprese ed esercitò il mestiere di calzolaio, ma evidentemente la natura l’aveva dotato di un particolare estro letterario, tant’è che Giovanni si fece conoscere per un’apprezzabile produzione drammaturgica.
Nonostante questo, il suo nome non è certo passato alla storia, neppure nella sua città natale dove risulta, ad oggi, praticamente sconosciuto.

La Collegiata di San Lorenzo, Santa Croce sull’Arno
Foto di Francesco Fiumalbi

Chi si trovasse a leggere le memorie del Cav. Comm. Ferdinando Martini (1841-1928) intitolate “Confessioni e ricordi – Firenze Granducale” (R. Bemporad & Figlio Editori, Firenze, 1922, pagg.69-71) troverebbe questo brillante ritratto dell’artigiano santacrocese:

«[…] Giovanni, calzolaio di Castelfranco [si tratta con ogni probabilità di un refuso, n.d.r.] nel Valdarno inferiore, aveva scritto e fatto rappresentare alla Quarconia in Firenze un suo “Conte Ugolino”, tragedia in cinque atti ed in versi.
La Quarconia era, su per giù nella Firenze del 1840, […] un teatro popolare dove per due crazie (quattordici centesimi) si trattenevano gli spettatori dalle sette al tocco dopo la mezzanotte. In una medesima sera tragedia, farsa, ballo, esercizi acrobatici, pantomima, concerto di violino e giochi di bussolotti. L’intelletto usciva naturalmente ben nutrito da così diverso e lungo spettacolo, ma affinché lo stomaco non ne patisse altrettanto, si mangiava e beveva nei palchi e nella platea con varietà di utili effetti; tra l’altro, il pubblico che recitava clamoroso la parte del coro antico, poteva, provveduto com’era di vettovaglie, sostenere con l’elargizione di arance bell’e sbucciate le forze dell’innocenza in pericolo e colpire con le scorze il tiranno persecutore.
In quel teatro innanzi a quel pubblico il buon “lavoratore della scarpa” fece rappresentare il suo “Conte Ugolino”.
Nella parte del protagonista era un endecasillabo: «Ho fame, ho fame, ho fame, ho fame, ho fame» che l’attore doveva pronunziare, facendo pausa fra l’una e l’altra di quelle esclamazioni, dopo ogni pausa abbassando il tono della voce; sì che da ultimo il quasi estinguersi di quella annunziasse imminente l’estinguersi della vita. Gli uditori si sarebbero certamente commossi a quella ognor più fievole doglianza delle angosce digiune, se (com’io seppi già da chi fu presente alla recita) un bell’umore non avesse scagliato un “semel” ai piedi del Conte pisano, gridando: «Piglia, mangia e chetati...»
[…] Raccontano i cronisti che al pericoloso endecasillabo sostituita una parafrasi delle terzine dantesche, la tragedia rappresentata a Livorno vi ottenne successo felicissimo: fece versare lacrime copiose durante quattro atti e le mutò al quinto in singhiozzi; comunque sia di ciò, l’autore o pago di quella rivendicazione, o rinsavito, tornò dal coturno allo stivaletto»

Oltre alla drammaturgia, Giovanni Bracci si dilettò anche nella poesia scrivendo numerose odi e sonetti. Curiosando tra le poche opere da lui pubblicate, ci siamo imbattuti in una raccolta di poesie intitolata, per l’appunto, “Poesie di Giovanni Bracci da Santa Croce” pubblicata dal tipografo Eugenio Pozzolini di Livorno nel 1837. È qui che, piacevolmente sorpresi, abbiamo trovato a pagina 29 una pregevole ode datata 1835 ed intitolata “La Rocca di S. Miniato”.
Costituita da quattordici strofe ciascuna di sette versi settenari gradevolmente cadenzati, la poesia ha uno schema metrico che parrebbe ispirato dalla famosa ode “Il cinque maggio” (1821) di Alessandro Manzoni. Il primo e il terzo verso sono sdruccioli e non rimati, il secondo e il quarto verso sono piani e rimano tra loro, così come il quinto e il sesto verso, mentre il settimo verso è tronco.
L’ode ci permette inoltre di fare delle interessanti considerazioni su come doveva apparire la torre federiciana agli occhi di un osservatore della prima metà del XIX secolo. Il poeta esordisce elogiando la sua maestosità che da lontano si impone alla vista di uno sbalordito pellegrino, ma poi, una volta giunto sul faticoso colle, denota il suo stato di forte degrado e rievoca magistralmente con un pathos teatrale di notevole effetto, la triste vicenda, nella versione “dantesca”, di Pier delle Vigne.
Una descrizione dello stato dell’antica fortezza militare che richiama immediatamente alla “sfasciata Rocca”, così definita da Averardo Genovesi nella sua poesia satirica del 1841, che fece da apripista ad una vera e propria “guerra poetica”.

Poesie di Giovanni Bracci da Santa Croce, Pozzolini, Livorno, 1837
Frontespizio

LA ROCCA DI S. MINIATO
Ode (1835)

O ancor fra le macerie
Superba, e maestosa
Mole, su cui l'attonito
Sguardo talor si posa
Dell'ansio pellegrino,
Che per lungo cammino
Tua vista lo colpì:

Oh! quante alla memoria
Svegli idee di dolore;
E di mestizia al palpito
Come richiami il core!
Quando l'uom del pensiero,
Ricerca in sen del vero
L'uopo a cui fosti un dì.

Tributo ampio di lacrime
Egli a ragion ti rende,
Quando tua vera origine
Appien tutta comprende;
E nel silenzio ei dice,
«Oh! d'etade infelice
Monumento crudel!»

Per l'erto giogo*, ed aspero
Quindi ti sale appresso. -
Attentamente esamina
Lo tuo squallor d'adesso;
E sul tuo fasto antico,
Al comun ben nemico,
Vorria tirare un vel.

Poscia d'intorno aggirasi
D'alto terror compreso. -
Là vede esser dal fulmine
Un merlo al suol prosteso;
E l'erba, che il ricuopre,
Par che in celar s'adopre
Le tue ruine ancor.

Il musco solitario,
Che ti serpeggia intorno,
Par che brami nasconderti
A' tanti rai del giorno;
Ma in van; che la tua istoria
Vive nel memoria
Del forte, e ne ha rossor.

Delle discordie al vortice,
Per Te, la rimembranza
Volge, e pensa, che ai liberi
Itali cor fu stanza
L'interno di tue mura
Converso in carcer dura
Dallo spietato Sir.

Del grande, a un tempo, e misero
Piero **, il destin rammenta.
Ed oh! qual truce immagine
Lo affanna, e lo tormenta;
Immagin di quel forte
La cui spietata morte
Tu sol potresti dir.

Tu che il vedesti agli ultimi
Istanti di sua vita
Brancolar cieco, e fremere
Con alma indispettita;
Non per il duol ch'ei senta,
Non perchè si rammenta
L'antico suo splendor,

Ma perché muta vittima
Cadrà d'altrui furore,
E un tristo avrà ne' secoli
Eco di traditore;
Senza una tomba in cui
Fissi gli sguardi sui
Pietoso il viator.

A idea così terribile
Quasi non regge. - Il seno
Gli strazian mille furie,
E come quei ch'è pieno
D'altissimo sentire,
L'ora del suo morire
Ad affrettar pensò.

Onde torsi all'infamia,
Poiché gli manca un brando ***,
Va con la fronte (ahi misero)
Nella parete urtando. -
S'infrange, e la sdegnosa
Alma in fuggir, pietosa
La spoglia sogguardò.

Cadde; e per lungo spazio
Fu il suo cader mistero;
Finché sul labbro armonico
Del Trovator sincero,
Che questo còlle ascese,
Voce suonar s'intese
Di lutto e di dolor.

Sull'imbrunir dell'aere,
Al sibilar del vento,
Quel solitario passere,
Che sfoga il suo lamento,
Il fatto memorando,
Più volte andò narrando
Sull'Arpa, il pio cantor.

* Il termine “giogo” è qui utilizzato col significato di sommità del colle.
** Questa nota è inserita nel testo dall’autore stesso è riporta in calce questa precisazione:
È fama che il famoso Piero delle Vigne, dopo d'essere stato fatto abbacinare da Federico II, fu posto nella Rocca di S. Miniato, dove morì infrangendosi la testa nella parete. Abbiamo seguitato l'esempio di Dante, figurandolo innocente, e vittima dell'invidia.
*** Il brando è un’antica spada (da cui il verbo brandire). Il termine è qui usato nel senso esteso di arma, per significare che il prigioniero non aveva altro modo per suicidarsi che fracassarsi il cranio contro il muro della torre.

Il 17 giugno 1828 Giovanni Bracci sposò Elena Tempesti, di famiglia benestante, dalla quale il 9 novembre 1830 ebbe come figlio secondogenito Braccio Teodoro.
Avviato agli studi di giurisprudenza dal padre, Braccio Bracci fece poi carriera a Livorno come avvocato e giornalista e si fece apprezzare anch’egli come poeta e drammaturgo. Ma ciò che rende interessante la vita di Braccio Bracci è come il destino volle incrociarla con quella del giovane Giosué Carducci, suo quasi coetaneo, nel tempo in cui quest’ultimo visse a San Miniato (1856-57).
Ma questa è tutta un’altra storia che vi racconteremo prossimamente…

giovedì 6 febbraio 2014

SAN MINIATO - POESIE IN BOTTIGLIA 2014

Poesie in bottiglia 2014, Sabato 22 marzo ore 16

La natura è luogo di poesia. A San Miniato, lungo il vicolo carbonaio che va dalla Nunziatina alle Scuole elementari, dall’inizio di marzo verranno appese tante bottiglie di plastica colorate. Chiunque vorrà, potrà infilarci una poesia, sua o di un poeta che ama, e tutti potranno leggerla. Il 21 marzo, primo giorno di Primavera, alcune classi dell'istituto Franco Sacchetti festeggeranno nel vicolo la Giornata Internazionale della Poesia. Sabato 22 marzo dalle ore 16, coglieremo le poesie dagli alberi e le leggeremo insieme.

E per finire la serata, un piccolo rinfresco primaverile.

Alcuni noti poeti hanno annunciato la loro partecipazione

L’iniziativa è promossa da: Biblioteca Comunale Mario Luzi, Moti Carbonari, Architettura e Territorio Lanfranco Benvenuti, SlowFood, Consulta Cittadina, Pro Loco San Miniato, Bucciano FotoDiarioFestival, Sanminiato Promozione, SmartArc, LAPS.





venerdì 13 dicembre 2013

LA NOTTE DI SAN LORENZO - POESIA DI ALESSIO GUARDINI

Finalmente anche su Smartarc, "La Notte di San Lorenzo", opera di Alessio Guardini, vincitrice del Primo Premio, Sezione Poesia, della seconda edizione del San Miniato Writing Contest:

LA NOTTE DI SAN LORENZO
di Alessio Guardini

Mardocchio e mardocchiati, San Giobbe aveva i bachi,
medicina medicina, un po’ di cacca di gallina,
un po’ di cane un po’ di gatto, domattina è tutto fatto,
singhiozzo singhiozzo, albero mozzo, vite tagliata, vattene a casa,
pioggia pioggia corri corri, fammi andare via i porri!”.

Cadenti stelle osservo sulla Rocca
assorto, e mi rammento i desideri
appesi ad una vecchia filastrocca.

All’improvviso torno co’ pensieri
al millenovecentottantadue,
stanno girando un film di fatti veri…

Com’un attore fra le scene sue
vagando, incontro un vecchio che mi chiede:
Per quale brama ardisti fin quaggiue?”

Rispondo: “E che ne so!” Così mi vede
sgomento, che rimugino e domando
in questa storia com’ho messo piede.

Costui, di sotto a’ baffi biascicando,
co’ la pezzola, l’ampia fronte asciuga,
nel gesto, par che voglia dare l’ando

a’ dubbi che trasudo ‘n ogni ruga.
Il nome poi mi svela, il personaggio,
Egli è Galvano, contadino ‘n fuga.

Ha seminato tutto il suo coraggio,
nel loco ch’è chiamato San Martino…
per affrontare il periglioso viaggio

dal buio scantinato cittadino,
con genti a passo spinto di paura
ché, dicon, l’alleato è qui vicino.

Nella campagna morsa dall’arsura,
a’ profughi vorrei accodarmi, adesso,
nel lento andar lontano dalle mura,

ma resto, ancora attonito e perplesso
per quel vagare stracco e disperato,
che par, del tempo mio, quasi lo stesso.

Persuasi che il terreno sia minato
da chi amministra ‘l popolo e la Lira,
al largo d’un governo sfiduciato

da sempre, con sospetto, ci s’aggira,
mentre da fuori, il prossimo padrone
bombarda senza prendere la mira;

e in tutta quest’assurda confusione,
sul muro della storia del potere,
un’altra lapide, al dolor, si pone.

M’attardo a rivoltar vane chimere,
intanto che il drappello è già lontano,
braccato da chi porta vesti nere.

Laggiù si ferma, il gruppo di Galvano,
nel campo e, come quando c’è la conta,
in fretta si rimpiatta giù nel grano.

Matura, tra le messi, rabbia pronta
da mietere coi colpi d’archibugi
sparati dalla gente che s’affronta

a muso duro, fuori dai rifugi;
lontani amici a’ giorni meno tristi:
Nicola, Dilvo, Giglioli, Marmugi…

Chi sono i partigiani? E chi i fascisti?
Questi son solo compaesani illusi
che fingon di non essersi mai visti,

ma quando riapriranno gli occhi chiusi,
dell’astio che nel cuore s’appassisce,
l’aspro sapor li lascerà delusi.

O sparagli un lo vedi ‘ome patisce?”
L’ultimo colpo udito dalla bocca
e il sogno d’esser io, nel film, finisce.

Si spengono le luci sulla Rocca,
cadon le stelle, cadono le torri,
dimentico la vecchia filastrocca

sì come pioggia fa svanire i porri.



La morte del fascista Giglioli, interpretato da David Riondino.
 Immagine "cult" del film "La Notte di San Lorenzo", 
regia di Paolo e Vittorio Taviani, 1982.

martedì 1 ottobre 2013

OTTOBRE - I MESI DI PIETRO BAGNOLI

a cura di Anna Orsi


Idillio tratto da "POESIE VARIEdi Pietro Bagnoli Can. Samminiatese, Prof. di Lettere Greche e Latine nella R. Università di Pisa, Antonio Canesi, Tomo II, Samminiato, 1834: GLI ULTIMI SEI MESI DELL'ANNO - Idilli, pp. 173-175.



Ottobre a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi 


IL PRIMO
D'OTTOBRE

I.
Dicon che noi col nostro cinguettio
Facciam sviar gli augei dal paretaio,
Dicea Dorina a un stuol di Ninfe, ed io
Da questi discortesi mi dispaio,
Uomini che non vanno a genio mio,
Cui perduta una preda è maggior guaio,
Che un amante, e le spose fredde in letto
Lascian, che della caccia han più diletto.

II.
Siam pur noi cacciatrici. Amiche, udite,
Andianne a caccia di quel colle in vetta.
Si mise in via, la seguìr quelle unite.
Era in cima del colle una piazzetta.
Fùr le parti da lei distribuite;
Pose dei rami: è questa la fraschetta;
Io tenderò, voi fate da zimbelli,
E voi qui intorno da canori augelli.

III.
Voi che avete più snelle i piè leggeri,
Figuratevi aver l'ali volanti;
Scorrete intorno com'augei stranieri
Allettati al boschetto e a'dolci canti;
Risponderete ai versi lusinghieri
Col chioccolar, per l'alto volo erranti.
Sarete quanti sete augelli maschi.
Alcun non se ne salvi, ognun s'infraschi.

IV.
Poi fingea trar le reti, e venian fuori
Più donzelle alle prede d'improvviso.
Schiacciamo il capo ai nostri sprezzatori,
Dicean, ciascuna il suo fingendo ucciso.
Ma alfin nel paretaio degli amori
L'uccisione un bacio era nel viso.
Fingendo altrove poi la gruccia e il fischio
Altra caccia facean di verghe e vischio.

V.
Rapide fughe e repentini assalti
Facean di cani e schioppi in altra caccia,
Con iscoppi di voce or bassi or alti
Come in aria ad augelli, a fere in traccia;
Poi risi e balli e canti, e tresche e salti,
Pur come stuol, che gran fracasso faccia,
Per farsi udire, ad agitar si diero
In quel ch'era d'Ottobre il dì primiero.

VI.
Turba di cacciator, che di lontano
Gli occhi e gli orecchi a'suoni e a'moti intese,
Vider le Ninfe, e l'additàr con mano
Ad altri: ognun la caccia sua sospese.
Venivan chi da colle e che dal piano,
Lasciavano capanni e reti tese;
E spettator di quel femineo giuoco
Un drappol se ne accolse in erto loco.

VII.
Se n'avvidero scaltre, e maggiormente
Si misero a adescarli le donzelle.
Quei rapiron la strada, e ponean mente
Alla più corta, per recarsi ad elle.
Ma quando mossi fur, rapidamente
Se ne fuggiron via le Ninfe snelle,
Ch'essi non eran pur giunti alla valle,
Quand'esse risalirono un altro calle.

VIII.
E dopo quella ancora un'altra costa
Superata, fermarsi in erta cima,
Da lor sicure, perocchè frapposta
V'era una valle assai scoscesa ed ima,
E di lassù dalla collina opposta,
Per farli vello vello e lima lima,
Ver lo stuol, che lasciato avean schernito,
Steser le man, fregando dito a dito.


sabato 29 giugno 2013

GIUGNO - I MESI DI PIETRO BAGNOLI

a cura di Anna Orsi


Idillio tratto da "POESIE VARIE" di Pietro Bagnoli, Can. Samminiatese, Prof. di Lettere Greche e Latine nella R. Università di Pisa, Antonio Canesi, Tomo I, Samminiato, 1833: I PRIMI SEI MESI DELL'ANNO - Idilli, pp. 181-183.


 La campagna sanminiatese nel mese di giugno
Foto di Francesco Fiumalbi



IL PRIMO
DI GIUGNO

I.
E omai scorsa la stagion dei fiori,
E già quella dei frutti succedea;
La bella Madre dei vezzosi Amori
Cedeva il loco all'Eleusina Dea.
Ove s'innamoràr Zefiro e Clori,
Già la fàcella nuziale ardea;
Posto ivi delle biade al Nume Santo
Le Ninfe avean quel delle nozze accanto.

II.
A lui sacraro il primo dì di Giugno.
Sopra l'ara campestre stando ritto
Il Simulacro colla teda in pugno,
Parea col labbro dir quel ch'era scritto
Nel piè dell'ara. “Io facilmente espugne
Un cor che sia di dolce amor trafitto.
Felice chi al mio giogo s'accompagna
Ove sia meco Cerere compagna”!

III.
Al Dio devota vittima amorosa
Silvia gentil quel primo dì festeggia,
Silvia ad Aminta destinata in sposa,
Ricco di campi, e di lanuta greggia,
Le donzelle compagne all'ubertosa
Messe n'andar, che a lievi venti ondeggia,
E colsero e intrecciar spica con spica,
Per farne un serto alla diletta amica.

IV.
Ancor tuo serto, o giovin Sposa, è verse,
Ancor lo cingon tenerelle spoglie,
Dolce color, che quando poi si perde,
La desiata messe si raccoglie.
Passa il fior dell'età, né si rinverde,
Vengono i frutti e cadono le foglie.
Il mese pria non finirà, che viste
Saranno d'oro biondeggiar l'ariste.

V.
La falce il mietitor fia che ripigli,
E che battute scotano il frumento
L'aride paglie, onde a'suoi tanti figli
Providenza dispensi l'alimento.
Tu presto avrai, che il genitor somigli
Un pargoletto, tuo primier contento;
Or sei la verde spica, oro or feconda
Il materno tuo sen sarai la bionda.

VI.
Imago è l'anno dell'umana vita,
Ogni stagione è una diversa estate
La giovinezza primavera imìta
Virilità la fervorosa estate,
Poi l'altre due. Voi deitade unita,
In una sede, oh! Come ben vi state!
Per te, santo Imeneo, la prole nasce,
Alma Cerer, per te si nutre e pasce.

VII.
Così dicendo una matrona onesta
Il crin della donzella incoronava,
E lei che avea già il verde serto in testa,
Vittima lieta all'ara dedicava:
Lode a te, dolce amica, e gioia e festa,
Il drappel delle Ninfe allor cantava,
A Voi sia gloria, o Dei congiunti, e Voi
Ah! concedete anco uno Sposo a Noi.

VIII.
Santo Imene, il tuo giogo è dolce e caro
Allor che di portarlo è la stagione,
Così le madri nostre lo portaro;
Or tocca a noi: sia ciò che il ciel dispone.
Cessato ch'ebber di cantar, baciaro
La dolce amica, e quindi alla magione
L'accompagnar. Così la schiera lieta
Celebrò il Mese, che al mezz'anno è metà.


martedì 14 maggio 2013

AVERARDO GENOVESI E LA GUERRA POETICA DI SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

Nel numero n. 20-21, anno 1938, del Bollettino dell’Accademia degli Euteleti di San Miniato, è pubblicato l’articolo di Francesco Ravaioli dal titolo Guerra poetica sulla Città di San Miniato. Nel brano sono riportati il celebre sonetto di Averardo Genovesi e le risposte che ne seguirono. Attraverso questo post ripercorreremo le vicende che portarono ad una vera e propria battaglia a suon di rima e di cui ancora oggi se ne avverte il riverbero.

Sommario del post:



Averardo Genovesi nacque a Santa Croce sull’Arno nella seconda metà del '700, e fu segretario della Giunta Toscana durante la prima Restaurazione fra il 1799 e il 1801. Nel 1821 ricevette l’incarico di professore di Umanità, e poi in seguito anche di Retorica e Lingua greca, nel Ginnasio di San Miniato (lo stesso in cui insegnerà Giosuè Carducci) (1) e fu insegnante di Augusto Conti. Fece parte dell’Accademia degli Euteleti (2) ed è rammentato anche dal Repetti come “erudito poeta” (3). Morì il 15 gennaio del 1843 e fu sepolto a Corniola presso la villa di suo nipote Vincenzo Salvagnoli (la sorella Silvia era la madre del Salvagnoli) (4). Fu autore di vari componimenti redatti in varie occasioni e di un opuscolo intitolato “Della utilità di un giornale d'arti e mestieri” stampato presso Antonio Canesi, a San Miniato nel 1839.

Per ricostruire la vicenda che dette avviò alla Guerra poetica, Francesco Ravaioli si avvalse della memoria del Cavaliere Prof. Luigi Ciardi, primo titolare della Cattedra dantesca a Ravenna, compaesano e discepolo del Genevosi nel Liceo sanminiatese. (…) Il sonetto fu scritto su rime obbligate e per scherzo ad una cena tenutasi nel palazzo del Nobile Cavaliere Pazzi in San Miniato (l’attuale Palazzo Piccolo in via IV Novembre, n.d.r.) nel Carnevale del 1841, e che il sonetto tra la unanime ilarità fu accolto ed applaudito, senza che destasse alcun risentimento da parte dei presenti, uomini di spirito superiori alla mentalità gretta del borghese campalinismo. Il Genovesi che non aveva alcuna intenzione di pubblicarlo, se lo infilò nella tasca del pastrano e lì rimase fino a quando lo stesso Genovesi non dette a riparare il soprabito ad una sarto che casualmente trovò il sonetto. Il sarto copiò il sonetto, ne fece varie copie e lo divulgò all’insaputa dell’autore. Il risentimento dei sanminiatesi fu “corale” e si manifestò in una serie di sonetti come appresso vedremo.

Fu da una tedesca mammalucca
Dichiarata città questa bicocca.
Che ha per insegna una sfasciata rocca
Per protettore un santo senza zucca*.

Il magistrato in ricci ed in parrucca;
Cittadina boriosa e sciocca.
Lustrissimi spiantati per la bocca;
Popol che nulla fa e tutto pilucca**.

Se piove o tira vento t’alza i panni,
Ti fa batter coi denti la diana;
Ci canta a mezzogiorno il barbagianni***.

Fu presa dalle capre in guisa strana
Dal valoroso capitan Giovanni
La notte, se non sbaglio, di befana ****.

* La tedesca mammalucca è Maria Maddalena d’Austria, Granduchessa Reggente di Toscana che nel 1622 fece innalzare San Miniato al rango di Città affinché vi fosse istituita una nuova diocesi, da staccarsi da quella di Lucca. A quel tempo San Miniato era un piccolo centro di provincia, di nessun interesse economico o militare e da almeno un paio di secoli versava in condizioni decadenti, tanto da essere definita una “bicocca, termine dispregiativo per indicare un luogo fortemente disagiato e/o disabitato (5). Sulla “sfasciata Rocca”, il riferimento è alle condizioni manutentive del principale monumento sanminiatese, lasciato in stato di abbandono da almeno tre secoli, e colpito numerose volte dai fulmini. Di incerta interpretazione il “santo senza zucca” protettore della città, in quanto i patroni San Miniato e San Genesio furono entrambi martirizzati per decapitazione.
** Questa è la quartina che fece più male ai sanminiatesi, colpiti nell'orgoglio. Accusati di essere attenti alla forma, di badare poco alla sostanza e di parlare troppo. Altezzosi, con spocchia, sempre a vantarsi degli antichi fasti di un tempo che fu, salvo poi piagnucolare per le contingenti condizioni economiche, di cui si dichiarano vittime. Invece di rimboccarsi le maniche, come da buonsenso, i sanminiatesi sono additati di non far niente per migliorare la propria situazione e, anzi, di stare immobili ad aspettare aiuti, come in attesa della caduta della manna dal cielo oppure di approfittarsi dell'ingenuo di turno. In altre parole “piluccano”.
*** In questa terzina, Genovesi coglie alcuni aspetti “climatici” della Città di San Miniato. La dipinge come un luogo ventoso e freddo, tanto che gli animali notturni come il Barbagianni, cantano a mezzogiorno. Battere la Diana è un espressione del gergo militare: i soldati venivano svegliati col rullo di tamburi poco prima dell'aurora, quando la luce appariva riflessa sul pianeta Venere, detto “Stella Diana” (6). Anche in questo caso, si tratta di un'allusione alle rigide temperature della notte e del primo mattino, tali da far battere i denti dei poveri sanminiatesi.
**** L'ultima terzina è una citazione del poema eroicomico di Ippolito Neri “La Presa di Samminiato” in cui si narra la fantasiosa ricostruzione dell'assedio sanminiatese, risolto con l'espediente dei lumini attaccati al collo delle capre, di cui, stando al poema, fu autore il capitano Giovanni Cantini da Monterappoli. In effetti San Miniato fu presa dalle truppe fiorentine il 9 gennaio 1370, quindi in prossimità del giorno di Befana, anche se riguardo al Cantini sappiamo che fu protagonista durante il tentativo di rivolta di Benedetto Mangiadori del 1397. Anche in questo caso, si manifesta in tutta la sua evidenza lo sberleffo verso il carattere ingenuo e credulone di cui sono accusati sanminiatesi.


La "sfasciata rocca" alla fine '800


Le risposte al sonetto di Averardo Genovesi furono almeno sei, redatte nell'arco di quasi un secolo:
RISPOSTA DI ENRICO BUONFANTI
RISPOSTA DI ANONIMO – 1
RISPOSTA DI ANONIMO – 2
RISPOSTA DI RAFFAELLO GIANNONI – 1876
RISPOSTA DI PADRE SILVIO DA PISA – 1912
RISPOSTA DI ERCOLE PAROLFI

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Boldrini Roberto (a cura di), Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 130.
(2) Lotti Dilvo (a cura di), San Miniato nel Tempo, Arti Grafiche Pacini, Pisa, 1981, p. 253.
(3) Repetti Emanuele, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Tofani, Firenze, 1833, Tomo V, v. Santa Croce s/A, p. 111.
(4) Ravaioli Francesco, Guerra poetica sulla Città di San Miniato, Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 20-21, San Miniato, 1938.
(5) Pianigiani Ottorino, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, Roma, 1907, v. Bicocca, si veda anche http://www.etimo.it/?term=bicocca
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