mercoledì 24 marzo 2021

SAN FRANCESCO A SAN MINIATO TRA STORIA E TRADIZIONE

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a cura di Francesco Fiumalbi

Indice del post:
INTRODUZIONE
IL PASSAGGIO DI SAN FRANCESCO
LA DONAZIONE DEL CONVENTO
LA CHIESA DI SAN MINIATO E IL CONVENTO FRANCESCANO
I NOTABILI A LA CATENA
FRATE ELIA E LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA
CONCLUSIONI

INTRODUZIONE
Fra le tante personalità storiche legate a San Miniato, troviamo anche San Francesco. Il Poverello d’Assisi, infatti, sarebbe passato dal nostro territorio nel 1211. Come narra la tradizione, alcuni notabili sanminiatesi sarebbero accorsi incontro al Santo, presso La Catena, donandogli l’antica chiesa di San Miniato, attorno alla quale sarebbe stato edificato il monumentale complesso conventuale. In questo post tratteremo le fonti storiche che documentano tale accadimento e cercheremo riscontri scientifici alla tradizione.

Cimabue, Maestà d’Assisi,
particolare raffigurante San Francesco
Assisi, Basilica Inferiore

IL PASSAGGIO DI SAN FRANCESCO
Innanzitutto, il primo a parlare in un testo a stampa di San Francesco a San Miniato fu Luke Wadding, frate francescano di origine irlandese, vissuto nel XVII secolo e autore degli Annales Minorum, la prima opera a carattere storico dedicata alla vita di San Francesco e allo sviluppo dell’Ordine dei Minori francescani. Nel tomo I degli Annales (Lugduni, 1625, p. 86), riportò tale informazione:

Dilapsus exinde ad castrum S. Miniati, cognomento Teutonis (cui Henricus I Imperator Ecclesiam ad muros Florentiae aedificavit) ad dexteram (sic!) Elsae fluvij extructum, ubi oblatum sibi Conventum admisit, eorumdem hodie Patrum & Provinciae, sed Custodiae Lucensis.

TRADUZIONE: Di là (da Pisa, n.d.r.) raggiunse il castello di San Miniato, detto “al Tedesco” (dove l’Imperatore Enrico I aveva costruito una chiesa presso le mura dalla parte di Firenze) su un’altura alla destra (sic!) del Fiume Elsa, dove gli venne offerto un Convento, che subito fu accettò in quella Patria e Provincia e Custodia Lucchese.

Innanzitutto, va osservato un errore storico circa la fondazione di una chiesa dedicata a San Miniato da parte dell’imperatore Enrico I di Sassonia. Al tempo in cui venne dato alle stampe il volume non era ancora noto il documento (male interpretato) circa la fondazione della chiesa di San Miniato in loco Quarto, assegnabile agli inizi dell’VIII secolo. Infatti, quel documento venne pubblicato da Ludovico Antonio Muratori nel 1742, ripreso da Giovanni Lami nel 1758 e poi da tutti gli storici sanminiatesi fino alla corretta interpretazione elaborata da Paolo Tomei negli ultimi anni. Al tempo del Wadding poteva essere nota soltanto la tradizione scaturita da Lorenzo Bonincontri nel XV secolo, circa la fondazione del castello di San Miniato da parte dell’Imperatore Ottone I di Sassonia intorno all’anno 961. Dunque, siamo di fronte ad una tradizione, forse ancora più antica? L’autore ha fatto confusione? Con le informazioni disponibili non possiamo saperlo. Tuttavia, sicuramente, siamo di fronte ad un’informazione erronea, non corrispondente ai dati storici. Osserviamo poi un secondo errore, stavolta geografico: San Miniato viene collocato alla destra dell’Elsa, quando invece si trova a sinistra. Infatti, nella successiva edizione del 1737, questo aspetto viene corretto.

La chiesa di San Francesco a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

LA DONAZIONE DEL CONVENTO
In ogni caso, dal testo di Wadding apprendiamo gli spostamenti che effettuò San Francesco, muovendosi da Pisa verso Siena nell’anno 1211. Tuttavia, non c’è nessun riferimento all’incontro fra il Poverello e i notabili sanminiatesi. Genericamente parla di un Conventum che offrirono (oblatum sibi) e che venne accettato immediatamente, in quello stesso giorno (eorumdem hodie), nella Provincia Toscana (Patrum & Provinciae), specificando nella Custodia di Lucca (sed Custodiae Lucensis), dal momento che il territorio sanminiatese apparteneva giurisdizionalmente alla Diocesi lucchese. Per quel che riporta il Wadding, San Francesco potrebbe anche non essere passato da La Catena ed essere salito per altre strade sul colle di San Miniato, dove avrebbe ricevuto ed accettato un nuovo convento. Non si parla dell’antico oratorio di San Miniato, ma di una generica “chiesa”.

F. M. Galli Angelini, San Francesco
Lunetta di ingresso alla chiesa di San Francesco a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

LA CHIESA DI SAN MINIATO E IL CONVENTO FRANCESCANO
Nel 1741 Giovanni Lami pubblicò il testo Charitonis et Hippophili Hodoeporici, Parte Prima, nella collana Deliciae Eruditorum seu veterum anekdoton opuscolorum collectanea, dove ebbe modo di affermare:

[…] si fermò col Bonincontri, che Sanminiato fosse fondato nel DCCCCLXII o lì intorno; onde ancora in quel tempo, o alquanto innanzi, vi fu fondata forse qualche Chiesa dedicata a San Miniato Martire, da cui dee aver preso il nome la Terra. E se la Chiesa antica di San Miniato, è la Chiesa detta in oggi di San Francesco, ampliata, e rifatta, come si dice; è evidente, che questa Chiesa ha mutato nome.

Ancora nel 1758 Giovanni Lami dette alle stampe il primo volume Sanctae Ecclesiae Fiorentinae Monumenta, dove, relativamente alla chiesa di San Miniato, a p. 335 troviamo una sostanziale riaffermazione delle cose dette precedentemente:

Vetustam D. Miniatis Ecclesiam, quae huic oppido initium dedit, fama est eam esse quae nunc refecta et ampliata domini Francisci vocatur et a Minoritis una cum additio monasterio pessieditur.

TRADUZIONE: L’antica chiesa di San Miniato, dalla quale trasse il nome il castello, è tradizione che attualmente sia tenuta dai Minori, ingrandita e dedicata a San Francesco, con annesso il convento.

Giovanni Lami, dunque, non è interessato al passaggio del Poverello d’Assisi, quanto al fatto che l’antica chiesa di San Miniato, sebbene rifatta e ingrandita, corrisponda alla chiesa di San Francesco. A sostegno di questa circostanza, troviamo un’importante conferma negli Statuti sanminiatesi del 1336 (Libro IV, Rubrica 90 <94>). A proposito dei festeggiamenti in onore di San Miniato, si specifica che tutti gli ufficiali eletti (defensoris, capitanei et patroni terre Sancti Miniati […] et alios amnes et singulos officiales terre predicte) avrebbero dovuto recarsi alla chiesa dei Frati Minori (apud locum fratrum minorum) per la funzione di devota reverenza e solenne munificenza che lì si teneva ogni anno (devota reverhenria et solempni munificentia, die solepnitatis sive festivitatis ipsius annis singulis celebratur). Dunque, nella prima metà del XIV secolo, il Comune di San Miniato riconosceva nella chiesa di San Francesco il luogo dove si celebrava l’annuale festa dedicata al martire fiorentino.

A partire da questo collegamento, generazioni di studiosi hanno cercato di individuare all’interno del complesso francescano, il luogo fisico della prima chiesa di San Miniato. Teorie e ipotesi si sono sprecate. Questo o quel locale sotterraneo sono stati indicati come il nucleo originario. Nessuno è riuscito a dimostrare niente, anche perché c’è qualcosa che non torna!
Infatti, nell’atto con il quale il Vescovo di Lucca Corrado allivellò la chiesa di San Miniato e le relative pertinenze ad Odalberto (il capostipite dei Signori di San Miniato), datato all’anno 938, la chiesa viene indicata sita loco infra castello meo, ovvero all’interno (infra) del castello dello stesso Odalberto [Archivio Arcivescovile di Lucca, Diplomatico Antico, *F.89; ed. D. Bertini, Documenti e memorie per servire all’Istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, Parte II, Lucca, 1836, n. LXIV, p. 87].

La chiesa di San Francesco a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il castello, con buona ragionevolezza, al X secolo occupava la sommità della collina e forse si estendeva verso sud, ovvero verso l’attuale Piazza del Duomo, arrivando successivamente a comprendere la zona della chiesa di Santo Stefano (XI secolo). La chiesa, dunque, si trovava all’interno, non fuori. Con ogni probabilità era proprio in cima, nel nucleo più antico dell’abitato. Curiosamente, a partire dall’XI secolo, si perdono le tracce della chiesa. Poi sappiamo che l’instaurarsi dell’amministrazione imperiale, determinò lo svuotamento dell’apice della collina e l’allontanamento dell’abitato verso la linea del crinale. All’interno della fortezza imperiale fu costruita una nuova chiesa, dedicata a San Michele Arcangelo. E allora, come è possibile che la chiesa di San Miniato, ormai distrutta o scomparsa nel XII secolo (non è citata nelle due bolle del 1195 e del 1205), sia stata donata a San Francesco nel 1211? E se era dentro al castello, come è possibile che la grande fabbrica francescana sia stata costruita appena fuori da quello che era il circuito delle mura agli inizi del XIII secolo?

La risposta è semplice: ai francescani non è stato donato alcun edificio, bensì un terreno, presso le mura dalla parte nord-orientale della fortezza, ovvero dalla parte di Firenze; qui è stata costruita una nuova chiesa e l’annesso convento, il cui titolo è appunto di San Miniato. In altre parole, ai Minori non fu data materialmente la chiesa, ma il suo titolo, assieme a tutte le connotazioni simboliche di cui era portatore. Infatti, lo ripetiamo, la chiesa è dedicata a San Francesco (come giustamente rilevava Giovanni Lami), ma il convento è intitolato a San Miniato. In altre parole, da quel momento, i Francescani sono stati i depositari e i custodi della memoria religiosa di San Miniato e, per estensione, anche dell’intero abitato, della sua storia, della sua antica origine. Ecco il motivo per cui la celebrazione della festa di San Miniato, alla presenza di tutte le autorità civiche, avveniva presso il locum fratrum minorum.

I NOTABILI A LA CATENA
Per trovare ulteriori informazioni si dovrà attendere la pubblicazione di Giuseppe Conti dedicato alla Storia della Venerabile Immagine e dell’Oratorio del SS. Crocifisso detto di Castelvecchio nella Città di Samminiato (Firenze, 1863). Dopo aver trattato l’argomento principale della pubblicazione, il proposto della Cattedrale di San Miniato aggiunse in appendice alcuni Ricordi di Storia patria e informazioni storiche circa le Istituzioni ecclesiastiche. In questa sezione (pp. 93-94) troviamo le notizie circa il passaggio di San Francesco:

Convento di San Francesco
I Borromei, i Buonincontri, ed i Buonaparte con altri tra i principali Sanminiatesi andarono ad incontrare S. Francesco di Assisi alla Catena, ed invitatolo a Sanminiato gli donarono l’antico Oratorio di S. Miniato, il che avvenne nel 1211. Le abbondanti elemosine, che quelle doviziose e grandi famiglie concessero ai figli di S. Francesco fecero sì, che col disegno di frate Elia venne trasformato l’Oratorio in una vasta basilica […].

La Badia di Santa Gonda presso La Catena
Foto di Francesco Fiumalbi

Non sappiamo da dove, Giuseppe Conti, abbia tratto le informazioni. Probabilmente ha mescolato tradizioni che si tramandavano nel Convento di San Francesco con informazioni riscontrabili nei documenti storici.
Al tempo di San Francesco, non abbiamo alcuna attestazione documentaria relativa a membri delle famiglie Borromei, Buonincontri o Buonaparte. E’ plausibile che l’antichità di tali casate fosse tale, ma sicuramente non appartenevano al rango più elevato della società sanminiatese, poiché non risultano attestazioni, al contrario di altre (Ciccioni-Malpigli, Mangiadori, etc).

Epigrafe sulla parete della Badia di Santa Gonda
collocata nel 1926, in occasione del VII Centenario della morte
Foto di Francesco Fiumalbi

IN QUESTO LUOGO DETTO LA CATENA
PERCHE' VI SI ESIGEVA UN PEDAGGIO
SCESERO I SAMMINIATESI AD INCONTRARE
NEL 1211 SAN FRANCESCO D'ASSISI CHE
PERCORREVA LA TOSCANA PREDICANDO
CONCORDIA E PACE INVITATO DAI MAGGIORENTI
IL SANTO SALI' A S. MINIATO OVE POSE LE
FONDAMENTA DELLO STORICO CONVENTO

Il fatto che l’incontro sia avvenuto a La Catena non è documentato, ma è plausibile. Non tanto perché lì c’era la dogana, anzi, al tempo di San Francesco, probabilmente lì non c’era alcun punto di riscossione del pedaggio, come invece è attestato nel corso del ‘300. A La Catena, infatti, si trovava l’Abbazia dei SS. Bartolomeo e Gioconda, comunemente nota come Badia di Santa Gonda, dove risiedeva una comunità di monaci benedettini camaldolesi. E’ assai probabile che il Poverello d’Assisi, transitando da Pisa verso Siena, abbia trovato ospitalità proprio presso la struttura abbaziale.

FRATE ELIA E LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA
Il Conti, poi, si pronuncia anche sull’autore del progetto della nuova fabbrica francescana a San Miniato: addirittura Frate Elia!
Elia da Cortona fu Vicario Generale dell’Ordine dal 1221 al 1227, mentre l’anno successivo risulta impegnato nella costruzione della Basilica di Assisi, dove, nel 1230 fu traslata la salma di San Francesco. Non sappiamo per quale motivo, ma nel 1239 abbandonò l’Ordine francescano per trovare rifugio presso l’Imperatore Federico II di Svevia, all’epoca già colpito dalla scomunica. Rimase accanto a Federico negli anni successivi, seguendolo ovunque, e arrivando in Oriente nel 1243 proprio per incarico imperiale. Rientrato in Toscana, si ritirò a Cortona dove si impegnò nella costruzione della chiesa di San Francesco.

Assisi, Basilica di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

Effettivamente, osservando l’edificio cortonese, notiamo una serie di somiglianze con la fabbrica sanminiatese: la facciata a capanna con un grande oculo al centro, sebbene costruita in pietra e non in laterizio; l’interno con un presbiterio caratterizzato da tre cappelle e le pareti laterali scanditi da finestroni oblunghi con terminazione acuta. Tuttavia sono elementi abbastanza comuni fra le chiese conventuali due-trecentesche. Volendo essere pignoli, ci sono maggiori e più evidenti assonanze nella chiesa di San Francesco di Pisa, i cui lavori di ampliamento furono diretti da Giovanni di Simone (1265-1270).
L’accostamento con Frate Elia, molto probabilmente, è venuto fuori considerando la sua vicinanza con Federico II di Svevia che è stato a San Miniato in varie occasioni, una nel 1240. E’ plausibile che Elia da Cortona abbia contribuito alla costruzione della chiesa e del convento sanminiatese? Temporalmente e geograficamente, in teoria, sarebbe possibile, ma non abbiamo nessun riscontro in tal senso.

Va detto che, comunque, rispetto alla prima metà del XIII secolo, la chiesa ha avuto nei decenni successivi una serie di interventi e di ampliamenti che l’hanno portata alla dimensione odierna, a partire dal provvedimento del Vescovo di Lucca Paganello nel 1276 (indulgenza per la costruzione della nuova chiesa di San Francesco), fino all’ampliamento del 1343. Insomma se anche Frate Elia ci avesse messo del suo, di certo è rimasto poco o niente.

Epigrafe sulla parete del convento di San Francesco
collocata nel 1926, in occasione del VII Centenario della morte

+ SU QUESTA BALZA OVE NEL 783 SEDICI DEVOTI LONGOBARDI
AVEVANO DEDICATA UNA CHIESA AL MARTIRE S. MINIATO
SALI' NEL 1211 SAN FRANCESCO PER FAR RISUONARE AI PIE' DELLA
ROCCA SVEVA LA DOLCE PAROLA DI CONCORDIA E DI PACE
FONDO' IL SANTO QUESTO STORICO CONVENTO CHE DETTE
ALL'ORDINE SERAFICO I BEATI BORROMEO BONINCONTRO E
GHERARDO UOMINI DI GRANDI VIRTU' ALLE UNIVERSITA' DI BO-
LOGNA, PADOVA, PARIGI, OXFORD MAESTRI INSIGNI IN
SCIENZA E DOTTINA
NEL SETTIMO CENTENARIO DELLA MORTE DI S. FRANCESCO

CONCLUSIONI
In conclusione, la tradizione francescana a San Miniato affonda certamente le sue radici nel XIII secolo. Tuttavia, almeno da un punto di vista storico-scientifico, non vi sono evidenze tali da confermare o smentire nessuno dei vari punti toccati. L'elemento più improbabile pare essere il nome dei notabili sanminiatesi che scesero ad incontrare San Francesco. A quel tempo, infatti, non risultano membri di quelle casate fra i maggiorenti di San Miniato. L'altra incongruenza pare essere la donazione dell'antico oratorio altomedievale dedicato al martire fiorentino e da cui trasse il nome l'intero insediamento fin dal X secolo. E' molto più plausibile che si sia trattato, non tanto di una donazione materiale, quanto del trasferimento del titolo, con tutte le connotazioni simboliche di cui era portatore. Per il resto, tutto è possibile.


mercoledì 10 marzo 2021

21 APRILE 1921: QUANDO I FASCISTI FECERO DIMETTERE LA GIUNTA SOCIALISTA A SAN MINIATO

1 commento:
 INTRODUZIONE
Il 21 aprile 1921 i fascisti sanminiatesi costrinsero alle dimissioni l’amministrazione comunale socialista, l’ultima democraticamente eletta. Cominciava, anche a San Miniato, quel processo che portò al regime totalitario. Si chiudeva una stagione, quella dell’Italia liberale, e se ne apriva un’altra, bagnata dal sangue della Grande guerra e da un generale clima di violenza (la Guerra Civile, il Biennio rosso e il Biennio nero), anche se il fascismo andò al governo solo dopo la marcia su Roma. Per trovare una nuova amministrazione democraticamente eletta si dovrà attendere il 1946.
 
L’AMMINISTRAZIONE SOCIALISTA
Alle elezioni amministrative del 31 ottobre 1920, venne eletto, per la prima volta, un Consiglio Comunale a maggioranza socialista. [«La Vedetta», anno II, n. 46 del 7 nov. 1920, p. 1]. 

La vittoria di San Miniato è stata festeggiata con una grandiosa manifestazione di giubilo. Un corteo imponente ha percorso le vie della città. Sono intervenute numerose organizzazioni politiche ed economiche del circondario ed erano rappresentati i comuni socialisti di Empoli, Fucecchio e Santa Croce sull'Arno. Sono pure intervenute le bande di Fucecchio e San Miniato e le fanfare di Cigoli e Ponte a Elsa. Il corteo, composto di parecchie migliaia di persone ha sostato dinnanzi al palazzo comunale. Dal balcone hanno parlato applauditissimi i compagni avv. Giovanni manetti, avv. Ernesto Pero, il neo consigliere provinciale Luigi Genzini, Cecconi per il Comune di Fucecchio e Raffaele Busoni per il Comune di Empoli. [Avanti, anno XXIV, n. 264 del 4 novembre 1920, p. 1]

Sconfitto il blocco popolare, guidato da Alfredo Conti, Durante la prima seduta consiliare fu eletto sindaco l’avv. Giovanni Manetti, appartenente all’ala moderata e riformista del partito. La vittoria socialista, sebbene netta nei numeri, non era stata così schiacciante come negli altri territori circonvicini. Per questi motivi, l’azione di governo ne risultò più moderata che altrove e il passaggio dalla giunta liberal-conservatrice di Egisto Elmi a quella socialista guidata da Manetti non fu troppo traumatico. Anche la scissione di Livorno (21 gennaio 1921), che sancì la nascita del Partito Comunista d’Italia, non provocò significative ripercussioni nel governo municipale.

Tessera del Partito Socialista, anno 1921
 
IL CLIMA DA GUERRA CIVILE: I FATTI DI EMPOLI
Dopo i fatti di Palazzo d’Accursio a Bologna, si erano moltiplicati gli episodi di violenza, soprattutto nelle città, che videro contrapporsi i fascisti ai socialisti. Nel febbraio 1921 la crescente tensione divampò anche a Firenze, dove il 27 di quel mese venne ucciso il sindacalista Spartaco Lavagnini. Per protesta di fronte all’uccisione del sindacalista da parte di squadristi fascisti, il giorno successivo, i ferrovieri entrarono in sciopero e bloccarono tutte le linee ferroviarie del nodo fiorentino. La situazione non accennava a sbloccarsi e il clima rimaneva estremamente teso. Il 1 marzo vennero inviati a Firenze alcuni marinai caldaisti, in modo da riattivare la circolazione ferroviaria senza i ferrovieri. I marinai caldaisti, vestiti in borghese, erano scortati dai carabinieri e procedevano su due camionette. Durante la strada da Livorno a Firenze, entrati in Empoli, vennero aggrediti dalle “Guardie Rosse”. Fu una strage: 9 morti e 18 feriti. Per anni, nella storiografia ufficiale, si è parlato di uno drammatico scambio: i marinai e i carabinieri sarebbero stati scambiati per squadre fasciste [J. Busoni, L’eccidio di Empoli del 1° marzo 1921. Cronistoria e testimonianze di uno dei protagonisti, Partito Socialista Italiano, Roma, 1945]. Tuttavia, negli ultimi anni, si è fatta avanti la drammatica verità: gli organizzatori dell’agguato sapevano benissimo che si trattava di marinai e carabinieri, chiamati per sbloccare lo sciopero fiorentino, ma avrebbero fomentato la folla per evitare il fallimento dello sciopero, con lo spauracchio dei fascisti, in un clima di esasperazione e paura collettiva [G. Lastraioli, R. Nannelli, Empoli in gabbia, le sentenze del processone per l'eccidio del 1º marzo 1921, Nuova IGE, Empoli, 1995].
 
Estratto da Il Corriere della Sera, 4 marzo 2021, p. 1.

LA NASCISTA DELLE SEZIONI FASCISTE
Se l’azione empolese doveva, nelle intenzioni, frenare i fascisti, in realtà ottenne l’effetto opposto, innescando una violenta repressione. Squadre del fascio fiorentino imperversarono ad Empoli e nei territori limitrofi. Poiché collegati con l’eccidio empolese, erano stati arrestati i sindaci di Santa Croce e di Montopoli, mentre il sindaco di Fucecchio si era reso irreperibile. Ad Empoli, e in tutti i comuni limitrofi, nacquero sezioni locali del partito fascista. Prima di quel momento sono attestati gruppetti o personalità isolate, ma niente di organizzato. Immediatamente costrinsero alle dimissioni i Consiglieri Comunali socialisti e nei vari comuni furono inviati altrettanti commissari prefettizi.
Nei primi giorni di marzo, i fascisti si costituirono in sezione anche a San Miniato, sebbene l’amministrazione socialista della città non fosse stata toccata dai fatti di Empoli. A San Miniato, le dimostrazioni conseguenti all’eccidio empolese furono incanalate entro un clima relativamente pacifico. Ad una settimana dal tragico episodio, l’8 marzo 1921 a San Miniato si svolse una manifestazione, dove non si registrarono violenze, ma dove comparirono pubblicamente i primi fascisti. 

Tessera dei fasci italiani di combattimento, anno 1921

Di seguito l’articolo de «La Vedetta», anno III, n. 11 del 13 marzo 1921, p. 3:
 
Il tricolore in Rocca
In protesta per i fatti luttuosi di Empoli, martedì scorso tutta S. Miniato si è levata spontanea in una manifestazione entusiastica di italianità-
Il tricolore issato da pochi animosi in Rocca è stato il segnale e la parola d’ordine. In un batter d’occhio ogni casa ha liberato ai venti la bandiera d’Italia, quella bandiera che ieri sembrava delitto esporre.
Anche dalla terrazza del Comune sventolava il tricolore.
Sono avvenute in Città scene gustosissime. Individui rossi scarlatti sono scesi nella strada a gridare e documentare il loro patriottismo: s’è veduto perfino il semibolscevico assessore mostrare in piazza la croce di guerra. Per tutta risposta i ragazzi, che giravano al canto di inni patriottici, hanno posto il tricolore alle finestre delle case del Sindaco e degli assessori socialisti.
Alla sera s’è improvvisato un imponente corteo con numerose bandiere preceduto dalla fanfara cittadina sorta per l’occasione. Il corto ha percorso tutte le vie della Città al suono ed al canto d’inni patriottici sotto una pioggia di fiori che cadevano dalle finestre. Le signorine della città son poi scese, ricoperte di infiniti nastri tricolori, ad ingrossare il già numerosissimo corteo che ha finalmente sostato in piazza Giovacchino Taddei dove hanno parlato applauditissimi il Maestro Salvadori, il prof. Novi, il cav. uff. Egisto Elmi, il signor Bencini a nome dei fasci di combattimento di Firenze.
Tutti gli oratori hanno avuto parole di esecrazione per i feroci assassini empolesi che hanno gettato nel fango per oltre sette generazioni il gentil nome della nostra regione. Alle vittime della selvaggia imboscata hanno mandato il saluto reverente della intiera cittadinanza commossa.
On. signor Sindaco! On. sigg. Assessori socialisti di S. Miniato! i vostri corti con i neri vessilli della morte, con i rossi vessilli della strage fratricida, avevano mai unito tutta la Città in un palpito grande di sì sano e festante entusiasmo come avvenne martedì sera?
Ricordate l’aspetto tetro di S. Miniato otto giorni prima, il mercoledì specialmente, quando sbarrate le porte delle case e delle botteghe, quando chiuse ermeticamente le finestre i vostri organizzati della campagna, muniti di nodosi bastoni, scorrazzavano per la nostra città in un silenzio agghiacciante di tomba?
A proposito! sapreste, egregi Signori, dirci chi adunò tanta grazia di Dio mercoledì sera in S. Miniato e con quali scopi? Le voci insistenti che corrono sarebbero poco benevole al vostro riguardo e noi chiediamo all’autorità competente un’inchiesta in proposito perché la luce si faccia.
 
LA STRAGE DEL DIANA: I FASCISTI SI SCOPRONO POTENTI
Il 23 marzo 1921, un gruppo di anarco-individualisti posizionò un ordigno all’interno del Circolo Kursaal Diana, oggi in Viale Piave, a Milano. L’obiettivo dell’attentato era quello di colpire il questore Giovanni Gasti. Il funzionario rimase incolume, ma a terra si contarono 21 morti e circa 80 feriti. Ciò provocò un’ondata di indignazione che si diffuse in tutto il territorio nazionale. Anche a San Miniato, la locale sezione del fascio di combattimento cercò di imporre una manifestazione contro il tragico attentato milanese. I fascisti sanminiatesi, giunti in municipio, chiesero ed ottennero di esporre il tricolore “abbrunato”, ovvero cinto dal nastro bruno o nero, in segno di lutto. La facilità con cui l’amministrazione socialista fece la concessione stupì gli stessi fascisti: scoprirono così la fragilità dei socialisti. Da quel momento i fascisti prepararono il colpo di mano. Questione di giorni e i socialisti sarebbero caduti.

Estratto da Il Corriere della Sera, 25 marzo 1921, p. 1.

Di seguito l’articolo de «La Vedetta», anno III, n. 14 del 3 aprile 1921, p. 2:

Lutto Nazionale
Per invito pubblico del locale Fascio di Combattimento, Venerdì 25 Marzo u.s. il tricolore abbrunato fu esposto su quasi tutte le case ed alle sedi delle associazioni ed istituzioni cittadine in segno di lutto per i fatti criminali di Milano.
Un gruppo di fascisti si diresse anche al Comune, ove fra numeroso intervento di popolo si teneva consiglio, per ottenere dall’amministrazione socialista l’esposizione del tricolore abbrunato. Ciò fu concesso con una strabiliante remissività che onorerebbe gli attuali amministratori del Comune se questo non si risolvesse in un comodo e poco leale adattamento al nuovo vento che spira.
 
IL NATALE DI ROMA: LA CADUTA DEI SOCIALISTI
In un clima di continua esasperazione e nonostante la presenza di militari in città (dopo i fatti di Empoli si alternarono il 1° Reggimento Fanteria e l’8° Bersaglieri di Firenze), i fascisti sanminiatesi decisero di passare all’azione e far cadere la sempre più fragile amministrazione socialista.
Scelsero, non una data qualsiasi, ma un giorno particolare: il 21 aprile 1921, in cui tradizionalmente si fa risalire la fondazione dei Roma. Il 3 aprile 1921, infatti, lo stesso Benito Mussolini, durante il discorso per la cerimonia inaugurale del primo convegno dei Fasci dell’Emilia e della Romagna  a Bologna, aveva proclamato il Natale di Roma quale festa ufficiale del fascismo: Altro elemento di vita del fascismo è l'orgoglio della nostra italianità. A questo proposito sono lieto di annunziarvi che abbiamo già pensato alla giornata fascista: se i socialisti hanno il 1° maggio se i popolari hanno il 15 maggio se altri partiti di altro colore hanno altre giornate noi fascisti ne avremo una: ed è il Natale di Roma il 21 aprile. In quel giorno noi nel segno di Roma Eterna nel segno di quella città che ha dato due civiltà al mondo e darà la terza noi ci riconosceremo e le legioni regionali sfileranno col nostro ordine che non è militaresco e nemmeno tedesco ma semplicemente romano. Noi anche così abbiamo abolito e tendiamo ad abolire il gregge la processione: noi aboliamo tutto ciò e sostituiamo a queste forme di manifestazioni passatiste la nostra marcia che impone un controllo individuale ad ognuno che impone a tutti un ordine ed una disciplina. Perché noi vogliamo appunto instaurare una solida disciplina nazionale perché pensiamo che senza questa disciplina l'Italia non può divenire la nazione mediterranea e mondiale che è nei nostri sogni. [Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, Vol. XVI, La Fenice, Firenze, 1955, p. 44].

 Dunque, i fascisti sanminiatesi, corroborati da un gruppo di Fucecchio e sospinti dal discorso mussoliniano, la mattina del 21 aprile 1921 si recarono per le vie cittadine in una vera e propria “caccia al socialista”. Sotto la minaccia della violenza, costrinsero il Sindaco, la Giunta e i Consiglieri comunali alle dimissioni. Di seguito l’articolo de «La Vedetta», anno III, n. 17 del 1 maggio 1921, p. 2:

Dimissioni
Il 21 c.m. i fascisti samminiatesi, coadiuvati da quelli di Fucecchio, si son messi in giro alla ricerca del Sindaco e dell’intero Consiglio Comunale per chiedere le dimissioni. Nessuno ha opposto la minima resistenza alle ingiunzioni fasciste, neppure coloro che si scalmanavano protestando di voler essere espulsi soltanto morti dal palazzo comunale.
Dove si dimostra il coraggio e la buona fede di certi caporioni arbitri fin qui d’una folla incosciente ed ubbriacata.
Il buon senso popolare così commentava e commenta le dimissioni dei socialisti: «Con la violenza conquistarono l’Amministrazione Comunale, con la violenza ne sono stati scacciati. Chi semina vento raccoglie tempesta»
 
L’INVIO DEL COMMISSARIO PREFETTIZIO
Le dimissioni dell’Amministrazione comunale portarono alla nomina di un Commissario Prefettizio. I militari presenti a San Miniato non mossero un dito, così come il Sotto-Prefetto e le autorità di pubblica sicurezza. I fascisti sanminiatesi potevano cantare vittoria.

Relazione di S.E. il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei Ministri, a S.E. il Re, in udienza del 12 maggio 1921, sul decreto che scioglie il Consiglio comunale di S. Miniato (Firenze).
SIRE!
in seguito alle dimissioni presentate dal sindaco e dalla Giunta del comune di S. Miniato la civica azienda è stata affidata ad un commissario prefettizio.


Non potendo detta gestione provvisoria protrarsi per lungo periodo di tempo, si rende indispensabile, per ragioni di ordine pubblico, lo scioglimento del Consiglio comunale con la conseguente nomina di un Regio commissario.
A ciò provvede l’unito schema di decreto, che ho l’onore di sottoporre all’augusta firma di Vostra Maestà.
VITTORIO EMANUELE III
per grazia di Dio e per volontà della Nazione
RE D’ITALIA
 Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri:
Visti gli articoli 323 e 324 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato con R. decreto 4 febbraio 1915, n. 148.

Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1
Il Consiglio comunale di S. Miniato in provincia di Firenze è sciolto.

Art. 2
Il sig. cav. dott. Attilio Masiani è nominato commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, sino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale, ai termini di legge.

Il Nostro ministro predetto è incaricato della esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 12 maggio 1921

VITTORIO EMANUELE

GIOLITTI


 «Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia», anno 1921, n. 135 del 9 giu. 1921, Parte Seconda, p. 794.
 

SINTESI CRONOLOGICA
1 marzo 1921 – I fatti di Empoli
3 marzo 1921 – Costituzione del fascio di combattimento a San Miniato
8 marzo 1921 – Commemorazione fatti di Empoli, compaiono i primi fascisti in pubblico
25 marzo 1921 – I fascisti sanminiatesi costringono l’amministrazione socialista ad esporre il tricolore a lutto per la strage del Circolo Kursaal Diana a Milano.
3 aprile 1921 – Costituzione del fascio femminile.
21 aprile 1921 – I fascisti costringono il sindaco, la giunta e i consiglieri socialisti alle dimissioni.
12 maggio 1921 – Viene inviato un commissario prefettizio nella persona di Attilio Masiani.

sabato 12 dicembre 2020

BOLLETTINO ACCADEMIA EUTELETI N. 87 – 2020

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INDICE DEL VOLUME:

Fancelli Maria, Don Ruggini, un secolo [p. 11]

Magris Francesco, Apocalittici e integrati in tempi di Covid-19 [p. 15]

Mecca Saverio, Scuola e università: un’accelerazione verso il futuro [p. 31]

Caciagli Mario, Memorie di un lager [p. 35]

Feo Michele, L’annunciazione, gli Angeli, il Corano [p. 37]

Hadda Lamia, Cultura arabo-normanna nell’architettura romanica in Campania (XI-XII secolo) [p. 61]

Coppola Giovani, Costruzioni federiciane in Terra Santa durante la Sesta crociata, 1228-1229 [p. 83]

Vergari Daniele, Da Landeschi a Ridolfi: sperimentazioni agrarie e paesaggio in Valdelsa fra il XVIII e il XIX secolo [p. 119]

Nistri Rossano, Giuseppe Rondoni etnografo. Le leggende medievali e le fiabe dei contadini di San Miniato sull’Archivio per lo Studio delle Tradizioni popolari [p. 131]

Bacci Lorenzo, Momenti della ricerca in Valdera. L’area di Fonte delle Donne di Terricciola: dalla documentazione archeologica a quella archivistica [p. 159]

Centauro A. Giuseppe, La strada etrusca del Ferro, la “via direttissima” da Pisa a Spina [p. 181]

Bruschi Mario, Ser Piero e “Monna Chaterina”: un documento pistoiese [p. 215]

Renzoni Stefano, Per Pasquale Cioffo, quadraturista e scenografo napoletano nella Toscana del Settecento [p. 237]

Ceccanti Costantino, Ventimiglia Anna, “Il superfluo in mano del ricco sia quasi patrimonio del povero”: Carlo Michon e la Scuola Michoniana di architettura, agrimensura e ornato [p. 267]

Sottili Fabio, Aggiunte per Clémence Roth [p. 297]

Macchi Luca, Firenze nei dipinti di Giorgio De Chirico (seconda parte). Gli anni a Parigi (Luglio 1911 – Maggio 1915) [p. 311]

Massi Claudia, “Il mobile e la sua costruzione” di Giuseppe Giorgio Gori. Appunti per le lezioni del corso universitario tenuto nell’A.A. 1940-41 [p. 333]

Romagnoli Gioia, La costruzione e decorazione della cappella del Sacramento in San Marco a Firenze e i suoi committenti [p. 351]

Spinelli Riccardo, “Lappeggio è bello e buono: è il centro, è il soglio delle delizie: e dirlo un paradiso”. Famigli e familiari nella quadreria del cardinale Francesco Maria de’ Medici [p. 393]

Sottili Fabio, La Mattonaia, casino fiorentino di Orazio Sansedoni e di Lorenzo Ginori [p. 409]

Bucelli Claudia Maria, Un esempio di restauro fra storia e interpretazione. Il Giardino Guicciardini Corsi Salviati a Sesto Fiorentino [p. 441]

Ceccanti Federico, Un monumento perduto nel giardino Puccini di Scornio [p. 465]

Ruta Francesca, Oratori in fattoria. Un itinerario tra le cappelle di ville, fattorie e poderi nel territorio di San Miniato. Terza Parte [p. 491]

Guerra Cristina, Restaurata la tela della Madonna del Carmine: un recupero devozionale [p. 529]

Fiumalbi Francesco, Sull’epigrafe che ricorda il soggiorno di Clemente VII a San Miniato [p. 537]

Bertini Antonella, La scuola elementare di Ponte a Egola dal Marianellato, 1868 al Piazzale, 1896 [p. 543]

Di Bartolo Alexander, Notizie di diversi letterati di San Miniato al Tedesco dal “Magazzino Universale” di Bencivenni Pelli [p. 565]

Boldrini Roberto, Le elezioni politiche del 1919 a San Miniato [p. 575]

Giunti Luigi, Gozzini Bruna, Gozzini Giovanni, Parentini Manuela, Sanminiatesi al fronte. I fratelli Gozzini [p. 601]

Fiumalbi Francesco, La strage della stazione di San Miniato – 7 aprile 1944 [p. 645]

Chelli Giuseppe, I sei giovani della fornace di Collelungo di Palaia. Una esperienza di eremitaggio tra utopia e misticismo a metà del XX secolo [p. 653]

Vita dell’Accademia 2020 [p. 675]

giovedì 5 novembre 2020

DBDSM - BARANI CORRADO

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 DBDSM - DIZIONARIO BIOGRAFICO DIGITALE DI SAN MINIATO



BARANI CORRADO
Corrado Barani di Enrico (San Miniato, 2 giugno 1897 - Carso, 29 agosto 1917), abitante a San Miniato capoluogo, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nel 1° Reggimento Genio. Morì per ferite riportate in combattimento.
 
FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 47.

DBDSM - BANTI ATTILIO

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BANTI ATTILIO
Attilio Banti di Luigi (San Miniato, 26 gennaio 1891 - Loc. Imprecisata, 27 ottobre 1918), abitante a Ponte a Elsa, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nel 111° Gruppo Bombardieri. Morì per malattia mentre si trovava all'Ospedaletto da Campo n. 061.
 
FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 46.

venerdì 23 ottobre 2020

DBDSM - BALSOTTI GUIDO

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BALSOTTI GUIDO
Guido Balsotti di Enrico (Empoli, 6 febbraio 1897 - San Miniato, 14 maggio 1920), abitante a Ponte a Elsa, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nel 6° Reggimento Alpini. Morì per malattia mentre si trovava in convalescenza a San Miniato.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 40.

sabato 10 ottobre 2020

LA MIA GIOVENTU’ AL TEMPO DEL FASCIO – INTERVISTA A GIUSEPPE CHELLI

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a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Molti di noi hanno avuto la fortuna di ascoltare le storie dell’infanzia dei propri nonni. Come vivevano, come giocavano, come andavano a scuola, la pagella, ma anche del sabato fascista e della camicia nera. E poi la guerra, quel grande spartiacque che ha segnato il passaggio fra la “vita di prima” e la “vita di dopo” e che per molti ha segnato il passaggio dalla spensieratezza dell’infanzia alla consapevolezza dell’età adulta. Nella maggior parte dei casi si tratta di un patrimonio di memoria orale che rischia di andare perduto ogni giorno di più. Per questo motivo abbiamo scelto di intervistare Giuseppe Chelli, classe 1933, che ha vissuto l’infanzia durante gli ultimi anni del fascismo e ricorda molto bene la vita del tempo.

Beppe, durante gli ultimi anni del fascismo, tu eri un bambino. Come sei entrato in contatto con il regime?
Sono venuto a contatto col regime fascista nel 1939, cioè quando ho cominciato ad andare a scuola. Di prima non potrei e non posso dire nulla se non una sbiadita immagine di un fantoccio tutto nero portato per le vie di San Miniato e bruciato  notte tempo. Forse era il Negus sconfitto nella guerra di Abissinia nel 1936: avevo appena tre anni!
 
Il regime, per la sua natura totalitaria, cercò di regolare anche il mondo scolastico, tant’è che una delle prime riforme dopo la marcia su Roma fu proprio la cosiddetta Riforma Gentile del 1923. Quanto penetrava il regime nelle aule del tempo, specialmente in un contesto di provincia come era il territorio sanminiatese?
Allora, intanto devo dire che la scuola l’ho iniziata a Roffia, dove sono rimasto per il primo triennio. La quarta e la quinta, invece, le ho fatte a San Miniato.
A Roffia c’era una sola pluriclasse del corso  elementare inferiore e si trovava esattamente sopra il Circolo, al primo piano di quello stabile che c’è ancora oggi. La maestra unica era la signorina Luigia Simoncini che ogni giorno da San Miniato veniva a piedi a Roffia e si tratteneva fino al pomeriggio, forse perché la terza classe aveva il secondo turno. Non ricordo che la maestra ci facesse apologie del regime, ma nel libro di testo in molte parti venivano proposti brani e immagini inneggianti a modi di vita circa l’amor di patria, la bellezza del lavoro. Ricordo l’immagine dell’aratro con il vomere lucido, che era una delle immagini più eclatanti per illustrare il concetto che il lavoro rende belli a differenza del vomere inattivo che arrugginisce. E poi veniva mostrata la fierezza del bambino che faceva azioni coraggiose o le bambine che avevano cura della casa e soprattutto del giardinetto attorno che curavano con fiori e alberelli.
 
Ma il sabato…
Solo il sabato, che chiamavamo il sabato fascista  la maestra  pretendeva che si venisse in classe vestiti a seconda dell’età da Figli della lupa (prima e seconda classe) o da Balilla (terza).
 
In cosa consisteva questo abbigliamento?
Per i figli della Lupa la montura era questa: scarpe nere, calzettoni grigio verde con risvolti neri fini al ginocchio, pantaloni grigioverde corti, camicina nera con  il cinturone bianco che raccoglieva le due bretelle bianche incrociate. Nel mezzo alle bretelle una M di metallo lucido, mentre in testa era d’obbligo portare il fez, un cappello nero con una nappa appesa ad un lego. Anche il cappello aveva  in fronte un’insegna, un piccolo simbolo: non ricordo bene se fosse stata l’immagine del Duce con l’elmetto o la scritta Dux. Oppure due teste di lupa.
Anche le bambine, le Figlie della Lupa (prima e seconda classe), avevano la loro montura. Scarpe con il laccio sulla fiocca, calzettoni bianchi, sottanina scura (blue/nero), camicetta bianca con dei fregi e un fiocco bianco in testa.
La montura da Balilla o da Giovane italiana non cambiava molto e si cominciava a portare dalla terza classe. Per i primi l’unica differenza era che al posto del cinturone e bretelle c’era un fazzoletto celeste avvolto al collo, con le cocche racchiuse nel davanti da un anello con la testa del Duce con l’elmetto. Le seconde avevano di diverso la sottana che era pieghettata e di colore blue e mi pare che invece del fiocco portassero un cicì bleu sulle 23.
 

Quindi il sabato, così vestiti…
Appena arrivati davanti la scuola, la maestra ci radunava ed in fila per due si saliva in classe cantando Giovinezza. Dopo la consueta preghiera si faceva  la lezione ascoltando le trasmissioni La Radio per le scuole, oppure leggendo racconti patriottici e cantando canzoni inneggianti il Duce o altri avvenimenti storici. Poi cominciava la ginnastica. Se pioveva o era troppo freddo si faceva in fondo all’aula, se la stagione lo permetteva si andava fuori, in campagna. In fila per due si attraversava le vie piene di polvere in estate e motose quando pioveva cantando la canzone del Balilla (Fischia il sasso/il nome squilla/del ragazzo di Portoria/ sta l’intrepido balilla/ sta gigante nella storia…) oppure quello dei Figli della lupa: Siamo i figli della lupa / dell’Italia il primo fior / e donato abbiamo il cuor / al suo grande Condottier...). Poi si scioglievano le righe e di corsa sull’argine a fare la corsa campestre. Il ritorno a scuola si faceva in libertà attraverso le prode o i campi di erba medica.
 
Cosa ti ricordi della scuola? Ve lo davano il famoso olio di fegato di merluzzo?
Certo! Tutte le mattine prima di iniziare la lezione veniva distribuito a tutti con un cucchiaio e subito dopo una tazza di latte bello caldo che Pia di Mero, la moglie del carraio che stava sotto la scuola e che faceva la custode, riscaldava in un pentolone in casa sua. Ci dicevano che ce lo mandava il Direttore da San Miniato!
 
Spesso venivano indette gare o concorsi a tema nelle scuole…
Sì, è vero. A volte si partecipava a concorsi di pittura o di altre esibizioni oppure a gare di recitazione. In terza venne indetto un concorso di recitazione di poesie fra tutte le classi delle scuole elementari, medie e avviamento del Comune, che si tenne a San Miniato.
La maestra scelse me per partecipare alla gara e mi fece imparare una poesia che diceva così: Padre e figlio si alzan presto / Chi dei due sarà più lesto? / L’un la falce dal letto stacca / l’altro il suo moschetto / L’uno miete / l’altro spara / così a vivere s’impara…  Il continuo non lo ricordo.
Il giorno fissato per la gara, un sabato, tutti i ragazzi delle scuole del comune si presentarono alla sede della GIL a San Miniato, dove ora è il Museo della Memoria. Di fronte ad una commissione, rigorosamente in camicia nera, uno ad uno, i ragazzi recitarono la poesia imparata. Io fui tanto bravo che mi classificai primo tra le scuole elementari! Per questo fui inviato a Pisa assieme agli altri vincitori di categoria per la gara provinciale. La maestra mi fece imparare tre poesie e tutti i giorni dovevo recitarle davanti a tutti gli alunni. Finalmente venne il giorno di andare a Pisa e la maestra mi disse che se mi facevano scegliere la poesia dovevo dire quella… di cui ora non ricordo il nome. Non ero mai montato sul treno e a Pisa mi ci accompagnò mia madre. Stetti tutto il tempo al finestrino a vedere correre i campi, le case, i paesi: non mi raccapezzavo! Successe però che sbagliammo orario e quando si arrivò a Pisa al Giardino Scotto la audizione dei ragazzi della provincia era terminata e la commissione stava per andarsene. In fretta e furia mi fecero dire una poesia a piacere, ma dall’emozione non dissi quella che mi aveva consigliato la maestra. E così finì la mia corsa, altrimenti, forse, sarei potuto andare a Roma a recitare davanti al Duce in persona!
 
Tutte le attività ordinarie o straordinarie, comunque, cercavano di coinvolgere i bambini nella vita del regime, dando loro l’idea di far parte di un qualcosa di importante. A proposito di cose importanti, ti ricordi quando l’Italia entrò in guerra?
Certo! Avevo appena finito la prima elementare. Non ricordo chi o come, ma ci venne detto che quel pomeriggio dovevamo andare tutti a San Miniato in piazza dell’Impero, l’attuale piazza del Popolo, perché parlava Mussolini a tutta la nazione. Di certo non ce lo disse la maestra, perché la scuola era finita il 30 maggio, mentre Mussolini parlò il 10 giugno 1940. Ricordo esattamente che in quel pomeriggio, poco dopo le ore 18, mi trovavo in piazza dell’Impero gremita di persone in camicia nera, ma anche vestite in abiti normali o da lavoro perché tanti smisero di lavorare appositamente. C’erano pure i preti. La gente occupava anche via Ser Ridolfo e via Augusto Conti, tanto c’erano gli altoparlanti che permettevano di sentire a distanza. Ce n’erano almeno due a forma di imbuto, che uscivano dalle finestre del palazzo Cheli-Giannarelli ed io con i miei amici – forse uno era Mario Ciarini – stavamo seduti sulla soglia del portone del palazzo, proprio dove ora c’è l’ingresso di Essenza, accanto alla farmacia. Ricordo benissimo che la gente applaudiva, gridava Duce! Duce! Duce! Tutto come fosse una festa, una vincita, uno spettacolo divertente. La mia età non mi permetteva di capire il pericolo che si andava delineando. Quel giorno fu per me e per i miei amici una serata di allegria: ce ne fossero state di così divertenti! La “festa” durò anche dopo la fine del discorso, con la gente che si trattenne  a parlare, a cantare e a schiamazzare per San Miniato fino a buio. Solo a sera tardi andando in piazzetta del Comune con i vicini di casa a prendere un po’ di fresco, ricordo bene che mia madre disse: nella confusione si sono dimenticati di accendere il faro in rocca. La ragione poi sapemmo che non fu una dimenticanza.
 
 Il momento in cui Mussolini fece la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940

Eh sì, fra le disposizioni dello stato di guerra c’era anche l’oscuramento notturno. Torniamo alla scuola…
Finita la terza elementare a Roffia, passai alle scuole elementari di San Miniato e la maestra di quarta tutta maschile era la signora Ada Capponi, sorella di Ugo, un pezzo grosso del fascio sanminiatese. Il clima qui era diverso! A scuola si parlava della patria in guerra, di stare attenti con chi si parlava e non parlare mai male del Duce e del fascio. Invece dell’olio di fegato di merluzzo e della tazza di latte ci davano la refezione.  Nello stanzone all’ultimo piano c’era il refettorio e a fine delle lezioni si andava a desinare. Il pranzo consisteva in una ciotola di minestra di fagioli, di verdura o brodo vegetale o di carne con pasta e spesso il riso. Per secondo una bella fetta di pane con marmellata e sempre una frutta di stagione. Ricordo benissimo che un giorno c’era la minestra in brodo con riso e pezzi di cavolfiore. Casualmente mi era toccato un pezzo grosso di cavolfiore che era un cibo raro in casa mia e allora mangiai tutto il riso e il brodo lasciando per ultimo il cavolo pensando che fosse un pezzo prelibato. Che delusione quando lo misi in bocca: era stracotto: una poltiglia!
Quasi ogni giorno la maestra ci faceva sentire le trasmissioni La Radio per la scuola e a volte ci faceva fare il tema su quello che avevano trasmesso. Oltre al ricordo nitido di uno di questi eventi conservo ancora il tema ed il disegno che la maestra Ada ci fece fare dopo aver ascoltato la trasmissione sulle rondini. Ecco cosa scrissi ed il disegno che feci.
 
Il disegno realizzato dopo la trasmissione sulle rondini
Disegno di Giuseppe Chelli
 
Devo però confessare che il disegno non mi veniva bene e allora mi dette una grossa mano mio fratello Carlo. La Patria ovunque! La maestra volle la cornice  avesse i colori della nostra bandiera, in omaggio dei soldati al fronte. Molte erano le canzoni che ci insegnava e tutte inneggianti la guerra, il valore dei soldati, la grandezza dell’impero. Alcune già le sapevo come La Canzone del Balilla o Giovinezza. Altre erano Faccetta Nera, l’Inno dei sommergibili, la Canzone di Giarabub (Colonnello non voglio  pane / dammi piombo per il mio moschetto / C’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà…).
 
Com’era il sabato fascista a San Miniato? Che differenza c’era rispetto a Roffia?
Il sabato mattina non ricordo se andavamo a scuola in montura, però il pomeriggio si doveva andare “vestiti” alla sede della Gioventù Italiana Littorio (GIL), sotto i chiostri di San Domenico. Da lì, se non c’erano manifestazioni particolari, si andava sul piazzale a fare la ginnastica divisi per categoria e sesso. Gli istruttori erano gli avanguardisti oppure quelli del GUF (Gruppo Universitari Fascisti) che avevano la camicia nera di seta, i pantaloni alla zuava e mi pare le fasce. Anche gli avanguardisti avevano i pantaloni grigioverde e la camicia nera con in capo il fez. Devo dire che molti istruttori appena passato il fronte, cambiarono camicia e alcuni spergiuravano che non erano mai stati fascisti. Almeno una volta all’anno le “prove ginniche” si concludevano con il Saggio Ginnico (maschile e femminile e per categoria) al campo sportivo di Santa Maria a Fortino di fronte  a tutti i capoccioni fascisti, alle persone ed agli invitati da parte del PNF.
 
Si poteva non andare a queste manifestazioni?
Erano obbligatorie, come la scuola. Se non andavi, la prima volta ci passavano sopra. Però, se un ragazzo si assentava una seconda volta, veniva inviata una lettera dal comandante della Coorte alla direzione della scuola, in modo che avvertisse il genitore del ragazzo dell’assenza!
 
D’estate, finita la scuola, cosa facevano i bambini e i ragazzi? C’era anche a San Miniato una colonia elioterapica?
In estate c’erano i campi solari che, qui a San Miniato, si facevano alla Villa Antonini (attuale Caserma della Compagnia dei Carabinieri). Non ricordo in quale anno incominciarono e se durarono per più anni, di sicuro ricordo quello a cui presi parte. Forse fu l’anno 1941 o 1942. Al mattino si doveva arrivare alla Villa Anronini, ci davano una maglietta bianca, pantaloncini corti neri e scarpe da ginnastica. Dopo l’alzabandiera, c’era la colazione e gli esercizi ginnici: flessioni, torsioni, saltelli a gambe divaricate e altri ancora. Poi c’era il tempo della terapia solare. Su delle stuoie, dato che il terreno era ghiaioso, ci si stendeva a prendere il sole con  solo pantaloncini ed un cappellino per il capo. Al termine si andava a fare la doccia, tutti nudi, con le assistenti che ci insaponavano e poi ci asciugavano. Di tutte le assistenti (credo fossero maestre) io ricordo Paolina Neri. Dopo il pranzo ci facevano fare un riposino sulle brandine e poi finivamo la sera con giochi liberi: rimpiattino, rubabandiera e canti, ovviamente fascisti. Con l’ammaina bandiera finiva la nostra giornata al campo solare e si ritornava ognuno a casa nostra, a piedi, come eravamo venuti. E così tutti i giorni, escluso la domenica, per due settimane, quanto durava un turno. Non ricordo se anche alle bambine erano riservati  dei turni o se fossero solo per i figli della lupa.
 
Quando la guerra cominciò ad andare male e specialmente dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, cambiarono le cose?
L’ultimo anno delle elementari cominciò già con un clima nuovo rispetto a come si era concluso l’anno precedente: l’infatuazione fascista era quasi scomparsa dalla scuola! Il maestro Mario Zucchelli si occupava e preoccupava soprattutto di insegnarci le materie, senza troppo “fascismo”. Da poco era successo il 25 luglio e ancora più ravvicinato ai primi giorni di scuola l’8 settembre. Mi pare che per un po’ non si andasse più il sabato alla GIL. Forse ci tornammo qualche volta verso la fine dell’anno 1943 o comunque quando si restaurò la RSI.
Una volta radunarono tutte le classi quinte del plesso e ci insegnarono una nuova canzone, stavolta di origine tedesca: Lili Marleen. Mi ricordo che cominciava così: “Tutte le sere/sotto quel fanal/presso la caserma/ti stavo ad aspettar..”. Ce la facevano cantare per omaggiare i tedeschi che erano venuti ad aiutarci contro i nemici americani e inglesi.
 
Come arrivò la guerra? Cosa ti ricordi dell’inverno e della primavera fra il 1943 e il 1944?
Alla fine dell’anno 1943 cominciarono i bombardamenti delle città vicine e dei ponti: quello della Motta a Marcignana, quello di Fucecchio e quello della ferrovia . San Miniato pareva sicura e quindi da tutti i paesi e città bombardate (Pisa, Pontedera, Empoli e Livorno specialmente) arrivarono tanti sfollati. I figli dei cittadini furono integrati con noi, tanto da diventare una classe di oltre 40 alunni, fra cui si contavano tanti ripetenti da anni. Accanto a casa mia venne ad abitare una famiglia di livornesi: la madre si chiamava Cecilia ed aveva tre figli giovani. Questa donna non sapeva come sfamarli, dal momento che la tessera annonaria non gli bastava. Allora lei ogni mattina partiva con una valigia vuota e andava con il treno a Livorno o verso Firenze. Quasi ogni giorno i treni venivano mitragliati e quindi si fermavano e i passeggeri scendevano. Allora lei rimaneva sul treno da sola, scorreva tutti i compartimenti e quando occhiava una valigia in cui era certa che fosse piena di qualcosa lasciava la sua e prendeva quella. Ci trovava sempre qualcosa: spesso roba da mangiare, a volte vestiario. Tornata a San Miniato apparecchiava una cena abbondante e chiamava anche noi a parteciparvi, perché mia madre spesso gli allungava qualche filino di pane.
 
Devono essere stati momenti davvero difficili, una vera lotta per la sopravvivenza…
E’ stata davvero una lotta per la sopravvivenza. Però noi eravamo fortunati, il pane non ci mancava! Lo zio prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, via via ci faceva arrivare sacchetti di farina con cui mia madre faceva 4/5 scole di pane che andavamo a cuocere nottetempo al forno della Pippotta, vicino al ricovero. Avveniva questo: io andavo avanti rasente i muri e, quando non vedevo nessuno, facevo cenno a mio padre di venire con la tavola del pane sulle spalle. Tappa dopo tappa si arrivava al forno.
 
Ti è mai capitato di assistere ad un bombardamento o comunque ad un’incursione aerea?
Con la primavera, le incursioni aeree si intensificarono e quindi appena suonava la sirena si doveva lasciare la scuola ed andare fuori. La nostra classe infilava il vicolo di Gargozzi e si fermava in fondo, sul muricciolo, aspettando il fine allarme fumando le vitalbe. Succedeva anche che  in classe ,qualche ripetente di 13 o 14 anni, se non aveva più voglia di stare a scuola, si mettesse a fare il verso della sirena con le mani alla bocca… e allora tutti via di gran carriera in Gargozzi! Il maestro ci urlava dietro che non era vero nulla, che non c’era nessun allarme, ma  noi via di corsa che non ci pareva vero di uscire dalla scuola! Il maestro, affacciato alla finestra che dava su Gargozzi, ci chiamava a rientrare e spesso i ragazzi della borghesia sanminiatese gli obbedivano, anch’io per la verità, ma quelli grandi prendevano i vicoli e andavano a casa.
 
Ad un certo punto il fronte fu vicinissimo…
La pagella aveva nel frontespizio immagini di propaganda con l’acronimo del fascio, “PNF”, sui cui si scherzava dicendo nel giorno della consegna che ci davano Pane, Noce e Fisisecchi! L’anno scolastico finì mi pare a maggio e fummo tutti promossi senza dare gli esami. La guerra si avvicinava, anche se per il momento non avvertivamo i pericoli che ci sarebbero capitati. Eravamo ragazzi, ma meno vogliosi di ruzzare o di allontanarsi da casa. Spesso si andava alla Madonnina al Riposo a vedere bombardare Empoli. Oppure la notte andavamo sul prato del duomo a vedere cadere i bengala su Pontedera, Pisa e sentire gli schianti dei bombardamenti. Era rischioso perché era entrato in vigore il coprifuoco e alle sette, in pieno giorno, si doveva stare chiusi in casa. Se passava la ronda dei polizei, ti portavano alla casa del fascio che era nel palazzo oggi del Dott. Piccolo! Si era già vicini all’estate e allora stare chiusi in casa era un gran sacrificio.
 
Ricordi qualche episodio di questi tedeschi impegnati a fare servizio d’ordine? Come si comportavano con la popolazione?
Noi avevamo cambiato casa e si era tornati in via Umberto I (oggi via Rondoni) dove attualmente c’è un terrazzino. La casa però aveva anche una finestra  che dava in via Del Bravo (oggi) e quindi si poteva vedere tutta la piazza Buonaparte. I polizei non volevano neppure che si stesse affacciati alle finestre a frescheggiare e parlare da finestra  a finestra, ma la gente se ne fregava e stava alle finestre.
Una sera i polizei cominciarono a sbraitare di andare dentro, ma improvvisamente partì una pernacchia talmente grande che la sentimmo tutti scoppiando a ridere!
Forse fu uno che abitava nel palazzo dov’è la lapide che ricorda Napoleone a San Miniato. Incattivitisi, i polizei cominciarono a sbattere con il calcio dei fucili la porta, a sparare verso le finestre, ma tutto inutile. Allora i polizei si radunarono davanti alla chiesa di San Rocco, per ripararsi, ed uno tirò fuori una bomba a mano con l’idea di lanciarla contro il portone della casa presa d’assalto. Forse sbagliò a contare per lanciarla, forse un difetto della bomba… sta di fatto che la bomba gli scoppiò in mano amputandogliela! I polizei, tutti impauriti, soccorsero immediatamente il collega ferito e lo portarono a braccia all’ospedale, che era lì vicino. Tutto questo tra le grida di gioia, le risate e batter di mani di tutti quelli che avevano visto dalle finestre.
Capitava anche che durante il coprifuoco girassero pattuglie tedesche alla ricerca del cibo e trovando tutto chiuso si accanivano contro saracinesche, porte, urlando e minacciando. Una sera, in casa eravamo solo io e mia madre. I tedeschi, risalendo via Del Bravo, urlavano e danneggiavano  tutte le porte. Mia madre, impaurita che arrivassero anche da noi, voleva farmi star sveglio, ma io appena aperti gli occhi mi riaddormentavo con grande angoscia per mia madre. Aveva paura che se fossero entrati in casa potessero abusare di lei. Era giovane e anche molto bella, nonostante avesse quasi 50 anni. Meno male che arrivati in Sant’Andrea presero viale Umberto Pontanari (oggi viale Matteotti) e calarono verso La Scala.
 
Quale fu il momento in cui capiste che ormai la guerra era arrivata a San Miniato?
Sarà stato verso la fine della primavera che una notte si sentì una grossa deflagrazione nella valle di Gargozzi, nella zona sotto gli orti delle monache di San Paolo. Mai successo nulla che facesse temere  un bombardamento aereo su San Miniato, per cui quello scoppio fu interpretato come un avviso che da lì a poco San Miniato sarebbe stata bombardata. Fu tutto un passa parola e la gente uscì di casa. Si formarono gruppi un po’ ovunque nello Scioa decisi a lasciare San Miniato. Una fiumana di persone, donne, uomini e bambini si incamminarono verso il Convento dei Cappuccini sicuri di essere ospitati. Anche noi, i miei genitori e mio fratello Carlo – che non intendeva lasciare il letto dove era ospitato in clandestinità – fu costretto da mia madre a venire. I frati ci accolsero in chiesa e nelle stanze adiacenti in attesa del bombardamento. Mio fratello per un po’ stette lì, poi prese e tornò a dormire a casa, sicuro che non sarebbe successo nulla. Infatti, sul far del giorno ,riprendemmo la via di casa mezzi assonnati. Si seppe, poi, che un apparecchio solitario in avaria per alleggerirsi aveva sganciato uno spezzone in piena campagna, proprio in Gargozzi, dove non c’erano abitazioni.
 
Siamo a luglio e la guerra è ormai vicina. Le incursioni erano cosa di tutti i giorni ed io appena sentivo la sirena scappavo di casa e correvo nella valle di Calvano con mia madre che mi seguiva in affanno. Spesso vedevo i caccia sganciare le bombe sulla ferrovia: da sotto la pancia dell’aereo partivano due bombe appaiate, come se fossero due bottiglie, che poi andavano a scoppiare verso Isola al ponte di ferro della ferrovia… che non colpivano mai in pieno.
L’arrivo del fronte produsse prima la distruzione di mezza San Miniato da parte dei tedeschi che minarono case e palazzi. Poi l’eccidio del Duomo, l’abbattimento della torre di Federico II, infine arrivarono gli americani!
 
Per 40 giorni circa  continuò il fronte e le cannonate tedesche arrivavano dalla riva dell’Arno. Io con i miei amici sfollati nel convento di San Francesco avevamo imparato le ore in cui i tedeschi facevano fuoco su San Miniato. Poche cannonate sparate qua e là. Negli intervalli correvamo già nella valle di Calvano, o di Cencione a far razzia di frutta che quell’anno ce ne fu in abbondanza. Se per caso i tedeschi cambiavano orario e le cannonate ci prendevano in campagna, ci si riparava nelle fosse e da una fossa all’altra si cercava di arrivare sani e salvi al Convento. Furono mesi e mesi di paura , ma la nostra incoscienza ce le fece vivere anche come un tempo di grande divertimento.  Poi col 1 settembre la guerra qui da noi finì.
 
Cosa successe ai fascisti sanminiatesi dopo la guerra?
Subito prima dell’arrivo del fronte sparirono tutti i polizei. Ed anche molti fascisti si allontanarono. Uno andò a Toiano di Palaia e tornò dopo alcuni anni. Finì a fare il sacrestano in Duomo. Ricordo che una volta andai a casa sua e in cima di scale aveva una gigantografia di Mussolini. Altri rimasero, a badare i moschetti della GIL e dopo poco a vendere l’Unità casa per casa. I Turini, i Pellicini e il prof. Novi lasciarono la Città e alcuni non ci fecero più ritorno. Solo i figli continuarono a frequentare San Miniato.
Qualche giorno dopo la Liberazione di San Miniato, i partigiani si misero subito a dare la caccia alle ragazze e alle donne che aveva avuto rapporti con i tedeschi o che erano fasciste, tagliando loro i capelli in pubblico. Anche  nel rifugio di San Francesco “raparono” varie donne, tra gli schiamazzi della gente, tra cui mia zia Beppa. Lei non aveva fatto nulla, ma era la sorella del prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, il quale fu fatto allontanare dalla parrocchia dai partigiani Baglioni, sindaco e dal maggiore Salvadori perché aveva avuto simpatie fasciste. Fu trasferito a Cevoli, presso Lari (oggi Casciana Terme – Lari) dove morì nel 1948.
  
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