sabato 2 luglio 2011

RITROVATA SANTA MARIA A SOFFIANO (prima parte)

di Francesco Fiumalbi

Capita molto spesso che di alcuni luoghi o edifici siano presenti una certa quantità di documenti, ma che non si abbia assolutamente l’idea di dove possano trovarsi.
E’ il caso della chiesa di Santa Maria, presso il villaggio di Soffiano, di cui ci è ben nota l’esistenza, ma che fino ad oggi non sapevamo dove fosse situata. Fu soppressa a seguito della formazione della Parrocchia di San Miniato Basso, dopodiché se ne è completamente persa la memoria.
Il Team di SMARTARC è riuscito a localizzarla, ma prima di indicare l’edificio che ha inglobato ciò che rimane della chiesa, riteniamo utile fare un excursus sui vari documenti storici che parlano di Soffiano e della sua chiesa dedicata a Santa Maria.

Chiesa dei SS Martino e Stefano
San Miniato Basso

I primi documenti che citano la chiesa o il luogo di Soffiano sono datati prima dell’anno 1000 e sono conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Lucca. Ce ne fornisce indicazione il Repetti (1):
“Varie carte dell' Arch. Arciv. lucchese, testé pubblicate nelle Memorie per servire alla storia di quel Ducato, rammentano cotesto luogo di Soffiano, tre delle quali del secolo X; la prima del febbrajo 942 scritta in Soffiano piviere di S. Saturnino a Fabbrica, la seconda del 22 aprile 954; la terza data essa pure in Soffiano nel febbrajo del 967”
Queste carte, che siamo riusciti a rintracciare (2), non parlano direttamente della chiesa, ma la citano quale punto di riferimento per inquadrare e descrivere alcuni beni che furono compravenduti in quegli anni. Come detto, non forniscono notizia alcuna riguardo al piccolo villaggio di Soffiano o della chiesa di Santa Maria, tuttavia ne segnalano la presenza. Questo dato è molto significativo, anche perché testimonia come quell’area, che avremo modo di vedere in dettaglio, era abitata e ben organizzata, e aveva abitanti che si rivolgevano a figure istituzionali lucchesi per “rogare” gli atti di compravendita.

La chiesa di Santa Maria a Soffiano era una delle 18 ecclesiae suffraganee dell’antica Pieve di San Saturnino in Fabbrica e risulta avere 90 lire di rendita, come riportato nell’Estimo delle Chiese della Diocesi di Lucca, datato 1260 (3).
All’interno degli Statuti del Comune di San Miniato, datati 1337, troviamo che vi era un Hospitalis et Soffiani , che insieme alle vicine Ontraino, Giovanastra e Roffia costituivano una Societas (4).
Passiamo quindi al documento che, più di altri, ha consentito di localizzare ciò che rimane della chiesa di Santa Maria a Soffiano: la Pianta del Popolo di Santa Maria allo Intraino, redatta dai Capitani di Parte Guelfa fra il 1580 e il 1595 (5).

Pianta del Popolo di Santa Maria allo Intraino
Carta dei Capitani di Parte, Archivio di Stato di Firenze
Rielaborazione schematica

Come si nota, nel periodo che va dal 1337 alla fine del '500 scompare il toponimo di Soffiano, “inglobato” in quello di Intraino (l’odierno Ontraino). Come ci mostra la Pianta, la chiesa di Santa Maria doveva trovarsi molto vicina a quella di Santo Stefano e nei pressi del Fiume Arno. Il Popolo di Santa Maria all’Intraino confinava con il Fiume Arno, quindi con Fucecchio e con quelli di Sant’Andrea a Reggiana e San Lorenzo a Nocicchio. Probabilmente è stato “omesso” quello del Popolo di S. Michele a Rofia (Roffia), anche perché nella relativa Pianta si legge che confina con quello di Santa Maria allo Intraino (6).
Un documento conservato presso l’Archivio Storico del Comune di San Miniato, parla di un ponte, nei pressi della chiesa che doveva attraversare l’attuale Rio Santa Maria e che portava dalla strada del Pidocchio a Ontraino (7).
Non ci sono documenti in merito, ma la chiesa di Santa Maria a Soffiano viene aggregata alla parrocchia di San Martino “fuori le mura” di San Miniato in conseguenza alla scomparsa della Pieve di San Saturnino a Fabbrica, avvenuta definitivamente nel 1579 . Di questo cambiamento ne abbiamo notizia alla fine del ‘500 anche negli Stati d’Anime di San Martino, compilati da Valerio Ansaldi, vi era anche quello relativo alla chiesa di Santa Maria (8). Vi figurano 18 nuclei familiari. Ovviamente non doveva trattarsi di un vero e proprio villaggio, ma di tutta una serie di case sparse, ciascuna per ogni nucleo familiare, più o meno come è ancora oggi in quella zona di campagna fra Ontraino e Roffia.
Nel 1619, in occasione di una visita pastorale, vengono prescritti alcuni interventi relativi all’arredo (9). In un documento conservato presso l’Archivio Storico del Comune di San Miniati, datato 1645, relativo al conteggio delle “bocche” per la “tassa sul macinato”, si contano 123 persone suddivise in 15 nuclei (10).
Nel 1690 la chiesa viene unita a quello di Santo Stefano all’Intraino, su richiesta di Pino Bocciardi, curato presso Santo Stefano, che aveva fatto costruire la canonica nei pressi della chiesa di Santa Maria dato che risultava più capiente e meno soggetta alle frequenti inondazioni dell’Arno rispetto all’altra; in quest’occasione forse la chiesa viene declassata da Oratorio, come attestato dalle visite pastorali del 1692, 1695 e 1705 (11).
Dagli Stati d’Anime del 1748 vi erano 15 famiglie per un totale di 132 persone. e 16 famiglie per una popolazione di 132 (12). Nel 1757, in occasione di una visita pastorale, la chiesa viene trovata in buono stato, salvo che per alcune mancanze nella cappella della Vergine (13). Invece nel 1772 l’edificio viene descritto come trascurato e perciò vengono segnate diverse prescrizioni (14). Cinque anni più tardi, nel 1777, la chiesa viene trovata in buono stato, ma non due anni dopo, nel 1779 (15). Dagli Stati d’Anime del 1780 si contano 16 per un totale di 145 persone (16). E’ facile verificare che per ogni nucleo vi erano in media 8-9 persone: decisamente altri tempi.

Loc. Ontraino, Comune di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L’ultima visita di cui si ha notizia è datata 17 giugno 1781, nella quale oltre alla doverosa descrizione dell’edificio e degli arredi, si dice che la chiesa era annessa alla “abolita” propositura di San Martino e pertanto sarebbe stata unita alla nuova chiesa che si andava costruendo al Pidocchio, ovvero a San Miniato Basso (17). Alla soppressione della chiesa, vi era anche una stanza pertinenziale che andò a costituire, fra le altre cose, la nuova chiesa dell’odierno San Miniato Basso (18).
Dall’inventario della chiesa di Santa Maria a Soffiano, datato 12 ottobre 1779 si ricavano numerose notizie (19). Fu redatto da Carlo Gigli, l’allora proposto di San Martino e contiene una descrizione dei vari arredi e accessori che si trovavano all’interno della chiesa.
Da questo documento appare evidente che la chiesa aveva due altari: uno in posizione centrale e l’altro, dedicato alla Madonna, collocato all’interno di una apposita cappella. Della Madonna vi era anche una statua, oggi perduta. Nella chiesa di Santa Maria a Soffiano si festeggiava ogni anno la festa dell’Assunta, tradizione poi “esportata” al Pinocchio, che ancora oggi viene solennemente celebrata la domenica dopo il 15 agosto di ogni anno. Per l’occasione, nel Libro dei Canti, vi si trova un apposito inno da eseguire durante la celebrazione eucaristica.
Un’altra tradizione che verrà portata in dote nella nuova Parrocchia dei SS Martino e Stefano di San Miniato Basso è la Compagnia della Buona Morte. Si tratta di un’associazione laicale che si occupava delle ultime ore dei moribondi e vegliava nella camera del defunto recitando il Rosario.

Chiesa di San Giuseppe Lavoratore
Loc. Ontraino, Comune di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Santa Maria a Soffiano è una chiesa che è stata dimenticata, ma che ha giocato un ruolo decisamente significativo, più nelle tradizioni che nel patrimonio materiale, per la Parrocchia di San Miniato Basso, eretta alla fine del ‘700. Nella prossima puntata scopriremo dove si trova ciò che rimane della chiesa e ne faremo un’approfondita analisi architettonica. Studieremo la sua posizione strategica all’interno della piana prossima all’Arno che ci fornirà notevoli indizi sull’origine dell’insediamento chiamato Soffiano.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume V, pagg. 319, voce Soffiano.
(2) AAVV, Memorie e Documenti per servire alla Istoria del Ducato di Lucca, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, tomo V, parte III, documenti: MCCLXXXIX (Arch. Arciv. Luc. +E.13) pagg. 192-193, MCCCLV (Arch. Arciv. Luc. +L.34) pagg. 253-254, MCCCCL (Arch. Arciv. Luc. ++P.25) pagg. 298-299.
(3) Vincenzo Federico di Poggio, Saggio di Storia Ecclesiastica del Vescovado e Chiesa di Lucca, Giuseppe Rocchi Tipografo, Lucca, 1787, pag. 329.
(4) Salvestrini Francesco (a cura di), Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco (1337), Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, ETS, Pisa, 1994, pag. 336.
(5) Pansini (a cura di), Piante di Popoli e Strade, Archivio di Stato di Firenze, Olschky, 1989, volume II, C652.
(6) Ibidem, C654.
(7) ACSM, n. 2943, in Fiordispina Delio e Parentini Manuela, Quattro chiese scomparse, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 76, Bongi, San Miniato, 2009, pag. 245.
(8) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Stati d’Anime di San Martino e Santa Maria a Soffiano, anno 1748.
(9) Archivio Vescovile di San Miniato (AVSM), n. 59, Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(10) ACSM, n. 3528, c.22, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 245.
(11) ACSV, n. 62, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(12) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Stati d’Anime di San Martino e Santa Maria a Soffiano, anno 1748.
(13) ACVSM, n. 65, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(14) ACVSM, n. 66, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 246.
(15) ACVSM, n. 530, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 247.
(16) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Stati d’Anime di San Martino e Santa Maria a Soffiano, anno 1748.
(17) AVSM, n. 67, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 247.
(18) AVSM, n. 349, fasc. 34, in in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 247.
(19) Archivio Parrocchiale di San Miniato Basso, Inventario della chiesa di Santa Maria a Soffiano 12 ottobre 1779.

sabato 25 giugno 2011

UN NUOVO MUSEO PER SAN MINIATO

di Francesco Fiumalbi

Il tema del rapporto fra città storica e architettura contemporanea rappresenta una questione da anni molto dibattuta. Amministrazioni comunali, urbanisti, architetti, ma anche singoli cittadini, si interrogano quotidianamente sulla difficile convivenza fra il patrimonio urbano, figlio di una plurisecolare stratificazione, e le nuove necessità imposte dagli odierni stili di vita. Trattandosi di un problema estremamente complesso, la sua non immediata risoluzione genera, inevitabilmente, un sentimento di tensione, difficilmente esauribile. Questo fenomeno avviene, come tutti ben sappiamo, anche a San Miniato, una città che gode di un patrimonio artistico e architettonico rilevante, ricca eredità di un tempo che fu, ma che deve fare i conti con l’inesorabile scorrere del tempo e la conseguente mutazione delle necessità delle persone che vi abitano. D’altra parte, qualsiasi città, quale sistema organico complesso, ha conosciuto momenti di sviluppo che si sono succeduti nell’arco di secoli. Laddove, per diversi motivi, si è generata una situazione stagnante protrattasi per molto tempo, si è assistito ad una involuzione, se non addirittura ad un progressivo abbandono della città a favore di un’altra realtà più dinamica e in grado di soddisfare le necessità sopraggiunte. San Miniato, nei secoli, ha saputo rinnovarsi diverse volte: da centro costituitosi attorno alla fortezza degli Imperatori del Sacro Romano Impero è riuscita ad ergersi a libero comune per quasi un secolo, prima di decadere sotto i colpi della peste e dei fiorentini, per poi arrivare alla cosiddetta “rinascenza vescovile” e alle importanti opere della fine dell’800, fino alle distruzioni del secondo conflitto bellico mondiale, da cui ha saputo risorgere in pochi anni. E’ questo che fa di San Miniato una città unica: il continuo sviluppo, guidato dai monumenti, sia di natura civica che religiosa.

San Miniato, zona detta “San Martino”
Foto di Francesco Fiumalbi

Ogni secolo ha lasciato il suo segno, ancora oggi riconoscibile. Le trasformazioni più significative hanno visto forti accelerazioni ed altrettanto brusche frenate, in un’impressionante continuità, fatta di contaminazioni, evoluzioni e rivoluzioni. La domanda, inevitabile, a cui dobbiamo cercare di rispondere, come cittadini che vivono oggi in questo territorio, è se e come garantire uno sviluppo alla città di San Miniato, in un’ottica di uso e riuso degli spazi, pubblici e privati, in continuità con la storia che ci ha preceduto. A tal proposito, in questo post, verrà presentato il progetto per un museo di arte contemporanea a San Miniato, redatto nell’ambito del lavoro di tesi di laurea, da Ilaria Borgioli.
Si tratta di una proposta che, pur essendo sviluppata a titolo di esercizio accademico, affronta i problemi a cui si è accennato precedentemente, manifestando nuove potenzialità laddove non si crederebbe possibile. Si tratta, come vedremo, di un progetto complesso inserito in un contesto altrettanto complesso, che può piacere o non piacere; sicuramente non lascia indifferenti.

Ilaria borgioli è nata a Fiesole (Firenze) il 20 Giugno 1986. Si trasferisce a San Miniato dove nutre le passioni per l’arte, la pittura e l’architettura. Dopo essersi diplomata presso il Liceo Scientifico Guglielmo Marconi  di San Miniato, si laurea in Scienze dell’Architettura presso l’Università degli Studi di Firenze. Attualmente prosegue gli studi al Corso di Laurea Specialistica in Progettazione dell’Architettura.

Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 1
Progetto di Ilaria Borgioli

L’area in cui sorge l’ex Monastero della SS. Annunziata in Faognana, conosciuto anche col nome di San Martino, rappresenta la testata di uno dei crinali urbanizzati in cui si articola la città di San Miniato e il cui nodo di raccordo col resto del centro abitato si trova in Piazza del Popolo. E’ un luogo suggestivo, dove si possono ancora leggere porzioni murarie appartenenti alle vecchie fortificazioni. La sua profonda e spiccata bellezza è, tuttavia, segnata dalla ferita provocata dagli eventi bellici del luglio 1944: il patrimonio edilizio risparmiato dalle distruzioni, è come affettato da una lama invisibile. Il tangibile bisogno di una cucitura del tessuto urbano ha spinto Ilaria Borgioli ad un approccio progettuale ben definito: interpretare il territorio come supporto stabile sul quale connettere gli edifici storici fra loro e con l’edificio museo in progetto.
Il luogo, estremamente complesso, possiede una forte struttura consolidata e parti altamente caratterizzanti. La scelta progettuale si è rivolta verso un edificio che potesse contenere, alla stessa maniera delle mura con la città per secoli, la storia e la cultura del nostro tempo, quindi un museo di arte contemporanea, denominato S.M_useo.

Il S.M_useo è pensato all’interno dell’area un tempo pertinenziale al Monastero della SS. Annunziata in Faognana, che oggi troviamo suddivisa in due parti e sulla quale si affaccia una porzione dell’antico edificio che oggi ospita l’Hotel “San Miniato”. Il progetto nasce come naturale completamento, senza forzature e senza invadere spazi già saturati: la sua forma segue, in pianta, il segno ormai invisibile del vecchio tracciato delle mura, oggi fortemente rimaneggiato, estendendosi ad abbracciare idealmente tutto il pendio, fino a riallacciarsi al tessuto esistente. In alzato, si distribuisce secondo terrazzamenti successivi, sfruttando l’andamento delle curve di livello, ma semplificandole in sole due quote a nord e tre ad est, collegate tra loro da un braccio inclinato. Il verde urbano attuale, che verrebbe a mancare col nuovo edificio, viene bilanciato attraverso un tetto-giardino, cercando di instaurare un rapporto osmotico tra architettura e natura, tra funzionalità e necessità ambientale.

S.M_useo, tav. 2
Progetto di Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 3
Progetto di Ilaria Borgioli

Il processo di razionalizzazione della collina non si esaurisce solo attraverso una semplice modellazione del terreno ma anche attraverso un funzionale gioco di sottrazione, grazie al quale si viene a creare una zona aperta, protetta, accessibile solo dall’interno dell’edificio, sede di mostre e luogo di sosta; questa scelta ripropone idealmente la tipologia edilizia del vicino monastero che un tempo possedeva due chiostri: uno esterno e l’altro solo accessibile dai locali interni.
Le scelte affrontate, se da una parte cercano di instaurare un chiaro legame con l’interno urbano circostante, dall’altra intendono accentuare il segno della contemporaneità. I livelli esterni, attraverso il movimento sinuoso delle coperture, propongono una serie dei rampe che segnano un percorso ascensionale dal livello della strada verso quello più alto della copertura.
Il resto delle forme sono dettate anch’esse dalle necessità del luogo, come l’edificio accostato a quello preesistente che, ricalcandone il volume, si offre come un gesto volto a riunire quelle due parti che un tempo erano una cosa sola.
Poiché l’edificio in progetto si connette con la collina, in una complessa disposizione di spazi ipogei e in superficie, il fronte rivolto a Nord viene alleggerito, svuotato della materia solida, al fine di garantire una perfetta illuminazione dei locali interni. La scelta di utilizzare lastre di vetro ha assunto, quindi, un ruolo vasto ed endemico, fino a diventare in alcune parti, il materiale unico dell’immagine architettonica. Leggerezza, materia permeabile alla luce, che tende ad opporsi alla tradizionale identificazione tra materia e massa costruttiva fino a rovesciarla nel suo esatto contrario: materia e riflesso, materia e luce.
Il S.M_useo nasce come sintesi dialettica tra esperienze, substrato storico, segni territoriali di cui l’area è intrisa, e le richieste funzionali: il risultato è un progetto che fonde organicità e flessibilità spaziale con connotazione formale denotata da una complessa orchestrazione di solidità e permeabilità materica. Si tratta di un contenitore per esposizioni concepito come un unico grande open space, privo di ostacoli e muri divisori, che si distribuisce con omogeneità e continuità dall’esterno verso l’interno; ogni piano, ogni superficie calpestabile, da quelle del giardino a quelle coperte, è spazio espositivo; uno spazio a completa disposizione dell’artista che per ogni sua esigenza e tipologia di prodotto artistico è perfettamente libero di poter decidere la miglior disposizione delle sue opere valorizzandole al meglio delle proprie capacità.

S.M_useo, tav. 4
Progetto di Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 5
Progetto di Ilaria Borgioli

Le funzioni si distribuiscono su sei livelli: gli spazi interni ed esterni si interscambiano con fluidità, senza che vi siano limiti apposti tra ciò che è dentro e ciò che è fuori. Sono omogeneamente collegati tra loro, in altezza, tramite due ascensori posti alle due estremità dell’edificio, rampe e scale, e in lunghezza tramite percorsi a circuito in modo da garantire un ordinato flusso dei visitatori.
Al piano -1 sono collocati un parcheggio sotterraneo, spazi per il carico e scarico merci, un deposito, un montacarichi, un piccolo ufficio e dei servizi. La hall d’ingresso del livello 1 è  servita da un ampio guardaroba, un ripostiglio e dai sevizi igienici; proseguendo lungo il percorso ad anello troviamo l’auditorium e il resto dei collegamenti che conducono ai piani successivi; solo da questo piano è garantito l’accesso alla “corte interna”, spazio per esposizioni temporanee e luogo di sosta e riflessione. Il livello 2 si compone di una sala audiovisiva, servizi igienici e quattro uffici. Il livello 3, ultimo piano interno, ospita un luminoso book-shop, la caffetteria che offre anche posti all’aperto nell’ampia torre-terrazza nella quale è possibili realizzare esposizioni  temporanee di quadri, sculture, o installazioni. Raggiunto il livello 4 si aprono il giardino distribuito lungo i terrazzamenti e due piazze che saturano i due vuoti, un tempo sede dei  chioschi dell’antico monastero. Da questa quota è possibile raggiungere via Cesare Battisti attraverso un’apposita rampa, oppure avere accesso al primo piano della torre-ascensore dove troviamo la seconda hall con un piccolo ufficio. Proseguendo verso i successivi piani troviamo ancora un’area ristoro con un servizi. Infine, raggiunto l’apice è possibile godere dell’orizzonte, che si apre su tre lati.

S.M_useo, tav. 6
Progetto di Ilaria Borgioli

S.M_useo, tav. 7
Progetto di Ilaria Borgioli

Ringraziamo Ilaria Borgioli per aver condiviso la sintesi del suo lavoro in questa pagina. Si tratta di un progetto che le è costato molta fatica, e che, anche se non verrà mai realizzato, ci offre innumerevoli spunti per il dibattito a cui abbiamo accennato nell’introduzione. Come molti progetti d’architettura contemporanea, questo è un lavoro che offre l’opportunità di riflettere, proponendoci un non facile connubio fra un edificio moderno e un contesto urbano storico. Viviamo in un’epoca dalle forti contraddizioni, dove fragilità vecchie e recenti si trovano a confrontarsi con nuove possibilità, ma anche con nuovi limiti, imposti anche dalle diverse sensibilità presenti nella società contemporanea. Speriamo, con questa presentazione, di aver contribuito alla riflessione sul dibattito che è ancora lungi dall’essere concluso.

S.M_useo, plastico
Progetto di Ilaria Borgioli



domenica 19 giugno 2011

LE FONTI DI PANCOLE

di Gionata Giglioli e Francesco Fiumalbi

Interventi correlati:

Negli interventi precedenti abbiamo analizzato due delle tre strutture per l’approvvigionamento idrico presenti nei dintorni di San Miniato: Fonti alle Fate, Fonti San Carlo e Fonti di Pancole. Col presente ci occuperemo proprio di quest’ultima.


Fonti di Pancole, interno

Abbiamo visto che fra il XIII e il XIV secolo la popolazione di San Miniato doveva contare ben 3-4000 persone (1) e perché fosse garantito il rifornimento idrico, specie nei ceti bassi della popolazione, fu necessario costruire le “Fonti”, attorno a sorgenti naturali già conosciute e sfruttate probabilmente già da molto tempo. Ogni struttura doveva servire un “Terziere”.

I Terzieri e le Fonti
Schema di Francesco Fiumalbi
  
Le Fonti di Pancole si trovano al di sotto dell’omonima “contrada” cittadina che ha come nucleo lo slargo urbano costituito da Piazzetta Pancole, praticamente a metà strada fra Piazza Buonaparte (conosciuta in passato come Piazza del Ponticello o Piazza de’Polli) e Piazza XX Settembre (conosciuta anche come Piazza dell’Ospedale o Piazza Santa Caterina).
Per raggiungere oggi l’antica struttura occorre passare da un impervio viottolo pieno di rifiuti di ogni genere. Un tempo non era affatto così; le Fonti di Pancole si trovano lungo quella che un tempo era una strada di accesso dalla pianura verso il capoluogo e che oggi risulta interrotta in più punti. L’attuale via di Pancole, si innesta proprio all’altezza della costruzione con via Fonti che scende giù, attraverso una bellissima vallata, verso La Scala. Sbuca praticamente in via Sanminiatese e prolungandola idealmente conduce fino all’incrocio con la Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est. Si trova quindi lungo una di quelle che un tempo erano le strade principali.

 Fonti di Pancole - Video

La struttura, sia per chi proviene da valle che dal centro abitato, appare all’improvviso, seminascosta nella vegetazione. Si tratta di un piccolo edificio in laterizio che si estende per il suo lato più lungo per circa 9 metri e mezzo e presenta un’altezza di circa 5 metri.
Il primo documento rintracciato in cui vengono menzionate le Fonti di Pancole è la descrizione della “Rete stradale Comunitativa”, datata 1776, dove vengono ricordate come “pozzo” a servizio del quartiere di Poggighisi (2). Le Fonti erano dotate di un lavatoio e di un abbeveratoio pubblico (3). Dopo la costruzione della cisterna davanti all’Ospedale in Piazza XX settembre, causa la crescente “sete” di una popolazione in continua crescita, nel 1861 furono disposti dei rilievi delle Fonti di Pancole, delle Fate e di San Carlo al fine di restaurare le strutture rendendole più funzionali, onde evitare la costruzione di nuove cisterne e stanziando la consistente somma di 700,00 lire (4). Interventi di manutenzione di cui, però, non conosciamo l’esito. L’utilizzo delle Fonti deve essere definitivamente venuto meno nel secondo dopoguerra.

Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Il prospetto principale è caratterizzato da due grandi fornici, forse tamponati successivamente. Ai piedi della parte sinistra troviamo un piccolo abbeveratoio (quello citato nei documenti storici?), segno che da queste parti ci si passava con animali, sicuramente anche da soma, percorrendo l’antica via Fonti.
I lavatoi, situati praticamente a ridosso dell’attuale parcheggio oggi sono scomparsi, forse interrati o rimossi proprio durante i lavori per la realizzazione dello spazio di sosta per gli autoveicoli.

L’abbeveratoio delle Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

Una volta all’intero, lo spazio è suddiviso in due ambienti, di pianta quadrangolare e coperti da volte a crociera. E’ un luogo davvero suggestivo, sembra di fare un salto indietro nei secoli. Il soffitto, nel punto più alto, è a circa 3 metri dal pavimento
La stanza di ingresso fa da anticamera a quella dove vi è la cisterna vera e propria; abbiamo avuto modo di appurare, con un brivido di paura, che vi è un ambiente, interamente pieno d’acqua anche sotto al sottilissimo solaio della prima camera.

Fonti di Pancole
Schema ricostruttivo: sezione (in alto) e pianta (in basso)
Schema di Francesco Fiumalbi

La cosa fa davvero impressione, perché non sembra assolutamente che il solaio sia sospeso sull’acqua. Sembrerebbe abbastanza stabile, non si registrano particolari vibrazioni, però la struttura è un’unica grande cisterna e non ci è dato da sapere se l’ambiente è sicuro o meno visto che non vi si fa manutenzione da chissà quanto tempo.

Fonti di Pancole, interno

Fonti di Pancole, interno

La profondità dell’acqua è di circa 2,5 metri e vi è anche una scala a pioli per ispezionare la vasca. L’acqua è limpidissima, anche se sulla superficie si notano depositi di polvere.
Il fluido si immette nella cisterna attraverso una “bocca” che si apre sulla condotta in laterizio che proviene direttamente dalla sorgente. Si tratta di un vero e proprio anfratto, che si perde nelle profondità della collina, almeno così pare.

“Bocca” proveniente dalla sorgente

Condotta proveniente dalla sorgente

In conclusione, questa struttura come le altre che abbiamo visto non merita certamente la condizione di abbandono in cui versa. Il tratto Pancole-La Scala sarebbe davvero un percorso da “riqualificare”, una splendida passeggiata nella campagna, da cui gustare viste inedite sulla città di San Miniato. Purtroppo all’esterno le Fonti di Pancole presentano già evidenti segni di dissesto, acuiti dal movimento franoso di quel tratto di versante collinare, per cui ci appelliamo all’Amministrazione Comunale, proprietaria della struttura, perché si proceda ad un intervento di messa in sicurezza in tempi brevi.

Interventi correlati:

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Ginatempo-Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, Le Lettere, 1990, pp. 107-110, in Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Aquila, in Malvolti-Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV), Olschki, Firenze, 2008, pag.265.
(2) Fiordispina Delio, Parentini Manuela, “Pozzi, fonti, cisterne e acquedotti”, FM Edizioni, San Miniato, 2010, pag. 12.
(3) ACSM, 2943, anno 1776, in Fiordispina-Parentini, Op. Cit., pag. 12.
(4) ACSM, Delibera n. 57 del 18 settembre 1861, in Fiordispina e Parentini, Op. Cit., pag. 19.

domenica 12 giugno 2011

15 MINUTI CON... PAOLO PAOLETTI


di Francesco Fiumalbi




Con questo post continua la rubrica 15 MINUTI CON… una rassegna di conversazioni con persone del mondo dell’arte, delle professioni, della storia e della cultura del territorio sanminiatese. La formula è quella della conversazione-intervista della durata limite di 15 minuti.

Paolo Paoletti, già professore di lingua inglese e tedesca alle Scuole Medie Superiori, è anche uno storico molto attivo, specialmente nella ricostruzione di episodi e vicende legate alla Seconda Guerra Mondiale ed è autore del libro “1944 SAN MINIATO. Tutta la verità sulla strage”. L’argomento è tuttora dibattuto, nonostante il 20 aprile 2002 il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale Militare di La Spezia abbia disposto l’archiviazione del procedimento “contro Ignoti Militari tedeschi”, in seguito alla denuncia del “Comando Militare alleato”. Proprio il libro del prof. Paoletti è stato posto agli atti dell’indagine ed ha contribuito al rilascio del Decreto di Archiviazione.
L’argomento è ancora delicato. 55 vittime civili persero la vita a seguito dell’esplosione avvenuta all’interno della Cattedrale di San Miniato la mattina del 22 luglio 1944. Durante tutto il secondo dopoguerra e fino ai giorni nostri, il dibattito è sempre stato molto duro. Dibattito al quale le generazioni più giovani, a cui appartiene anche chi scrive, non hanno assistito, ma a cui sono certamente interessate. Da qui l’occasione maturata, grazie all’amico Giuseppe Chelli, di incontrare il prof. Paoletti che ha acconsentito alla conversazione di cui proponiamo gli esiti.
Questa pagina rimane comunque aperta a chiunque intenda apportare nuovi contributi alla discussione e spunti di riflessione.

Il Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Prof. Paoletti, che idea si è fatto della storia?
Ha presente certi dipinti collocati in molte delle nostre chiese? La storia è come un dipinto annerito dai fumi delle candele, da anni e anni di fumi. Questi fumi li hanno prodotti gli uomini, coloro che avevano bisogno di mascherare, di annebbiare la verità storica. Soltanto una pulizia accurata può riportare il quadro alla sua chiarezza originaria. Così è avvenuto anche a San Miniato.

La storia, viene scritta dai vincitori…
Certo, è proprio così. E in molti pensano che la storia sia ormai già scritta, che non si possa riscrivere. Questo ragionamento è aberrante. Bisogna prendere atto che, purtroppo, ogni guerra ha i suoi morti civili, ed è sempre stato così.

Come è nato il suo libro sulla drammatica vicenda sanminiatese?
La strage del Duomo di San Miniato è una vicenda che “puzzava” fin dall’inizio. Ho sempre seguito il dibattito, poi quando mi recai a Washington per altre ricerche, trovai nel medesimo archivio anche il materiale su San Miniato e non mi feci sfuggire l’occasione. Raccolsi la documentazione trovata e iniziai a costituire un dossier.

Come furono accolte le sue ricerche a San Miniato?
Parlai con il Sindaco di San Miniato (Alfonso Lippi, n.d.r.) e con l’Assessore alla Cultura Sig.ra Benvenuti. Mostrai loro quanto avevo raccolto, ma si dichiararono non interessati a farne una pubblicazione. Così decisi che avrei fatto da solo e mi rivolsi all’editore Mursia, col quale avevo già lavorato. La presentazione del libro, qui a San Miniato, fu organizzata grazie al supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, che ne comprò molte copie affinché venisse diffuso.

Per quale ragione l’Amministrazione Comunale di allora non fu interessata al suo lavoro?
Semplicemente perché il mio libro racconta cose scomode. Furono “smarrite” le prove che parlavano di una responsabilità alleata, come la spoletta americana da sempre fatta passare per fumogeno ma che apparteneva ad un proietto esplosivo e che, secondo me, fu fatta semplicemente sparire con la scusa di un trasloco. Ma anche le foto Barzacchi, che furono date in custodia ad un fotografo e poi ricomprate a caro prezzo. Quelle foto erano già di proprietà dell’Amministrazione e guarda caso mancavano proprio le due foto che si sperava di trovare. Anche quelle furono fatte sparire. Hanno praticamente buttato via le prove.

Rimangono comunque le testimonianze di coloro che erano presenti in Duomo.
Le testimonianze sono quelle che aiutano, ma anche quelle che deviano. Furono raccolte in un momento molto difficile ed è normale che possano contenere errori. Successivamente la verità non è stata cercata, anche perché ritengo sia del tutto normale che l’istituzione comunale,  attraverso l’apposita Commissione, abbia difeso le sue posizioni iniziali. E’ del tutto ovvio: chi viene dopo è “figlio” di chi c’era prima. Si è dovuto attendere il diretto interessamento da parte di un privato, il Sig. Chelli, che chiese al Tribunale Militare di La Spezia di chiudere il fascicolo, portando documenti e testimonianze. Fu a lui che il Tribunale ha risposto comunicandogli l’archiviazione del procedimento contro ignoti militari tedeschi. E’ in conseguenza di ciò che è stata ammessa la responsabilità americana ed è stata collocata la seconda lapide “riparatrice” sulla facciata del Municipio.

La seconda epigrafe “riparatrice”
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel suo libro, Lei è molto critico riguardo alla Commissione d’inchiesta italiana.
Si, perché di fatto ha fissato la linea da seguire per coloro che son venuti dopo. La figura chiave è il Sindaco Baglioni. Nato a San Miniato, da madre sanminiatese e padre lucchese, nella Città della Rocca prima del 1944 non c’era quasi mai stato. Era stato in India, in Africa e poi in Italia. Probabilmente era una spia degli Alleati. Giunto a San Miniato, con l’avvicinarsi del fronte, era diventato fin da subito un personaggio di primissimo piano. Divenne Preside dell’Istituto Magistrale, scalzando dalla poltrona il prof. Novi. Durante il passaggio del fronte entrò nel movimento partigiano divenendone ben presto il capo. Per volere degli Alleati divenne il primo sindaco e a settembre, nonostante tutti i problemi del territorio comunale, fece partire la Commissione d’inchiesta. Con lo sfondamento della Linea Gotica, seguì il fronte al nord, lasciando l’incarico al suo vice, Concilio Salvadori, divenuto Sindaco al successivo mandato. Finita la guerra, Baglioni ritornò, riprese la carica di Sindaco, chiuse i lavori della Commissione e sparì. In pratica sistemò le cose a favore degli Alleati, fece il lavoro sporco. La conclusione dell’inchiesta fu fatta fare al Giudice Giannattasio che a San Miniato non è nemmeno mai venuto: come poteva tirare le conclusioni?

Ad un anno dall’uscita del suo libro, è stato pubblicato “La Prova”, FM Edizioni, di Lastraioli e Biscarini. Nel saggio si riporta uno stralcio di un documento americano nel quale si afferma che i partigiani avevano comunicato che “qualcuno” aveva colpito una chiesa uccidendo 30 italiani e ferendone circa un centinaio. I partigiani quindi avevano visto qualcosa?
I partigiani che si trovavano a Scacciapuce e controllavano a vista S.Miniato, furono sicuramente dei coprotagonisti, in qualità di informatori. Dopo l'uscita del libro me lo confermò il parroco di Bucciano, che li introdusse nella 'sala' contro tiro della batteria americana, ospitata nella sua canonica. Cosa abbiano detto loro di preciso non lo potremo mai sapere, ma possiamo affermare che riferirono sulla situazione militare a San Miniato. Per esempio, quando nel diario di guerra americano si scrive che l'obiettivo da colpire erano le mitragliatrici poste sotto la Misericordia, crediamo che i due addetti all'arma appostati sotto gli olivi non siano stati localizzati tanto dalla ricognizione aerea ma da quella a terra, cioè dai partigiani. Gli americani volevano colpire questi nidi di mitragliatrice, poi alzarono il tiro per colpire la rocca e alcuni di questi colpi centrarono il Duomo. Fu una tragica fatalità: probabilmente se avessero voluto colpire la Cattedrale in questo modo non ci sarebbero mai riusciti. La cannonata entrò nel Duomo da una finestra rivolta a sud-ovest, all’interno della Cappella del Santissimo Sacramento, lungo la navata destra ed esplose in prossimità della navata centrale dove fece la strage.
Ancora oggi, in Libia, in Afghanistan, ovunque ci siano dei conflitti militari, ci sono moltissime vittime fra i civili. Quei ragazzi che oggi bombardano questi Paesi, sono i nipoti di coloro che sganciarono le bombe su Milano, su Torino, Genova, Firenze e che cannoneggiarono San Miniato. Usare le bombe è la strategia più efficace: come disse Eisenhower, allora Comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e poi Presidente degli USA, “per fare un uomo ci vogliono vent’anni, per fare un carro armato solo poche ore”. Si stima che i morti civili per mano tedesca durante l’occupazione dell’Italia siano dell’ordine di 10-15000, mentre quelli caduti sotto le bombe alleate oltre 100.000! Che dire, non bisognerebbe arrivare alla guerra, punto e basta.

Paolo Paoletti

Il suo prossimo lavoro?
Adesso mi sto occupando della strage di Sant’Anna di Stazzema. Ma conto di cominciare presto un libro che racconti le distruzioni e le violenze da parte degli Alleati.

Prof. Paoletti, il tempo a nostra disposizione è scaduto. Grazie per la disponibilità.
E’ stato un piacere.

sabato 4 giugno 2011

SANT'ESPEDITO IN VALDEGOLA

di Francesco Fiumalbi

[1° aggiornamento 19 aprile 2016]


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APSM-ISVP-012
L'OSSARIO DI SANT'ESPEDITO A PONTE A EGOLA

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Ossario di Sant'Espedito
Luogo: Ponte a Egola, via Maremmana
Tipologia: Edicola in muratura
Tipologia immagine: pittura murale
Soggetto: Sant'Espedito da Militene
Altri soggetti: No
Autore: Sconosciuto - Pittura attribuita al Can. Francesco Maria Galli Angelini
Epigrafe: No
Indulgenza: No
Periodo: 1850-1900 (pittura 1930-40)
Riferimenti: 
Id: APSM-ISVP-012

Appena fuori dal centro abitato di Ponte a Egola, in direzione La Serra, lungo la via Maremmana è impossibile non vedere un tabernacolo in posizione elevata. Si tratta di un manufatto intonacato che poggia su un basamento in mattoni alto circa un metro rispetto alla quota naturale del terreno. E' il tabernacolo che segnala la presenza dell’Ossario di Sant’Espedito.

L’Ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Oggi la sua posizione è apparentemente priva di significato. Si trova su un rialzo in corrispondenza di un tratto curvilineo della via Maremmana. Un tempo non era affatto così: sorgeva nei pressi dell'intersezione fra la strada di sinistra della Valdegola (in direzione nord-sud) e il percorso in asse est-ovest, che congiungeva il perduto castello di Leporaja con il castello di Stibbio. Quest'ultimo percorso attraversava l’Egola grazie ad un guado nei pressi dell’attuale pescaia, ovvero in corrispondenza del Mulino dei Matteucci (1), proprio a poche centinaia di metri dall’Ossario.

La pescaia lungo l’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

La strada di fondovalle lungo la riva sinistra del Torrente Egola è molto importante: la sua stessa denominazione “via Maremmana” lascia intendere la direzione che, risalendo la valle dell’Egola, procede a Volterra e da qui in Maremma e poi verso Roma. Su questo percorso si trova anche una consistente presenza di pievi. A poche centinaia di metri in linea d’aria, si trovava il villaggio di Fabbrica con l’antichissima Pieve di San Saturnino, oggi Molino d’Egola. E poi, risalendo la Valdegola, la Pieve di Corazzano. Inoltre, poco distante, si trova un grande edificio rurale, il cosiddetto Podere La Canonica.

Podere La Canonica visto dall’Ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Era un luogo, dove era presente una chiesa, con annessa una comunità di sacerdoti che viveva secondo una regola, un "canone" (da cui il nome "canonica") fissato dal Vescovo. Spesso poteva svolgere anche attività di accoglienza verso pellegrini e viandanti (2). Ed è proprio in questa posizione che è stata localizzata la chiesa di San Salvatore in Piaggia citata nell’elenco delle chiese suffraganee della Pieve di San Saturnino in Fabbrica (3),  e nominata per la prima volta nel 1086 (4).
Torniamo al nostro tabernacolo. Non sappiamo per quale motivo sia stato scelto come luogo per ospitare un ossario, né sappiamo a chi appartengono i resti ivi conservati (voci attribuiscono la presenza di un ossario ai resti di uomini caduti in una non ben specificata battaglia, ma non c’è niente di certo. Chiunque voglia contribuire a risolvere questo quesito è ben accetto!!).
Avvicinandoci alla grata possiamo ammirare una figura dipinta sul fondo della piccola nicchia.

Tabernacolo e ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Si tratta di un militare romano che brandisce una croce con la mano destra. Raffigura Sant’Espedito da Melitene. Secondo la tradizione cristiana, sarebbe stato un martire cristiano del IV secolo facente parte del gruppo guidato da Ermogene (5). La Chiesa Cattolica lo festeggia il 19 aprile, anche se in molti dubitano che sia effettivamente esistito. Di fatto non se ne conosce la storia. Il nome “Expeditus” ha facilitato giochi di parole e così è considerato il santo della “rapidità”. Invocato per emergenze e per le cause urgenti, è poi divenuto patrono dei commercianti e dei naviganti; per lo stesso motivo viene anche pregato dagli esaminandi e per il buon esito dei processi (6).

Tabernacolo e ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Anche l’iconografia attribuitagli è controversa. Sant’Espedito è raffigurato nelle vesti di un militare romano “armato alla leggera” e proprio questo è uno dei significati del termine latino “Expeditus”. L’iconografia del santo è caratterizzata da un soldato romano nel mentre che  col piede schiaccia un corvo che grida la parola latina “cras” (da notare la vicinanza con il verso del corvo “cra cra”), ovvero “domani” (7). Ci sarebbe anche una leggenda, in cui il corvo rappresenterebbe il maligno, il quale apparve a Sant’Espedito dopo la conversione al cristianesimo. Nella mano destra tiene un crocefisso contenente la scritta “hodie”, ovvero “oggi” in latino (8) e con l’altra un ramo di palma.

“Dal non rimettere a domani ciò che si deve e si può fare oggi, Espedito è divenuto il santo nemico del domani, al quale ci si deve rivolgere per ottenere la concessione immediata, oggi stesso, di qualsiasi grazia chiesta. E non è inutile notare che questa opinione popolare, che sa di superstizione, è legata, almeno nel mondo latino, a un facile gioco verbale sul nome del santo.”
Joseph-Marie Sauget (http://www.santiebeati.it/dettaglio/50050)

Tabernacolo e ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Il nostro dipinto sembra abbastanza rispondente all’iconografia tradizionale, anche se la figura del corvo non è visibile, forse rovinata nella parte in basso a sinistra. La croce invece non contiene nessuna iscrizione “hodie”. Il resto è coerente con l’iconografia.
Curioso è il fatto che il braccio sinistro del soldato sia bianco rispetto al colore bruno-olivastro della pelle del braccio destro e della faccia. Questo particolare fa pensare ad un intervento pittorico successivo, che ha parzialmente coperto o sostituito la pittura originaria. Non sappiamo chi l’abbia dipinto e a quale epoca appartenga, anche se tutto lascia pensare alla mano del Canonico Francesco Maria Galli-Angelini, non nuovo ad interventi di questo tipo.
Chiunque abbia notizie più approfondite relativamente all’ossario e all’autore di questa pittura è invitato a conviverle in questa pagina!! Grazie.

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Vallini Valerio, Dani Agostino, Leporaja in Valdegola, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, 1998, pag. 7.
(2) Stopani Renato, Guida ai percorsi della via Francigena in Toscana, Le Lettere, Firenze, 1995, pagg. 15-17.
(3) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Roma, 1932; BPL, Ms. 135
(4) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, Santa Giustina, 1086 27 marzo, in Morelli Paolo, Pievi, castelli e comunità fra Medioevo ed età moderna nei dintorni di San Miniato, in Le Colline di San Miniato (Pisa), Suppl. n. 1 al Quaderno del Museo di Storia Naturale di Livorno n. 14, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Prov. Pisa, 1995, pag. 86.
(7) Ibidem.
(8) Ibidem.


[1° aggiornamento 19 aprile 2016]
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