domenica 20 novembre 2016

DBDSM - MANNELLI AUGUSTO

DBDSM - DIZIONARIO BIOGRAFICO DIGITALE DI SAN MINIATO


MANNELLI AUGUSTO
Augusto Mannelli [San Miniato, ? - Montenero, Livorno, ?] è stato un sacerdote vissuto fra la seconda metà dell'800 e i primi decenni del XX secolo. Fu rettore della chiesa di San Michele Arcangelo di Roffia, fraz. di San Miniato, fino al 1925. Da quel momento si trasferì presso il monastero vallombrosano di Montenero, a Livorno, lasciando la parrocchia a Don Lionello Benvenuti [San Miniato, 2 giugno 1890 - Santo Pietro Belvedere, 1 dicembre 1948].
Nel 1904 si occupò di inviare a Roma l'Album della Diocesi di S. Miniato per la mostra organizzata presso il Palazzo Apostolico Laterano in occasione del 50° anniversario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione. Amante della poesia, più o meno nello stesso periodo pubblicò un testo in ottava rima dal titolo Il contadino e la sua raccolta: storia moderna in ottava-rima per la Tip. Bernardi di Firenze.
Impegnato nelle attività del Seminario Vescovile, pubblicò un libriccino di 16 pagine intitolato Il Vangelo della Domenica spiegato al giovane clero, pubblicato dalla Tipografia Taviani di San Miniato nell'anno 1907 e poi ristampato nuovamente nel 1916.
Fu lui, probabilmente, l'autore dell'articolo di denuncia a proposito di un'azione operata da una squadraccia fascista a Roffia la sera del 20 settembre 1922.
Nel 1927, ormai trasferitosi a Montenero, scrisse un "cantico" in occasione dell'inaugurazione del nuovo apparato decorativo realizzato alla chiesa di Roffia.

RIFERIMENTI
- Cinquantenario del dogma della Immacolata Concezione. Esposizione Internazionale, Tip. degli Artigianelli di San Giuseppe, Roma, 1904, p. 38.
- A. Mannelli, Il contadino e la sua raccolta: storia moderna in ottava-rima, Tip. Bernardi, Firenze, 1890-1910 (?).
- A. Mannelli, Il Vangelo della Domenica spiegato al giovane clero, Tip. Taviani, San Miniato, 1907 (rist. 1916).
«La Vedetta», anno IV, n. 32, del 24 settembre 1922, p. 3.
- IN PILLOLE [042] UN ATTO DI SQUADRISMO FASCISTA A ROFFIA NEL 1922

sabato 19 novembre 2016

IN PILLOLE [042] UN ATTO DI SQUADRISMO FASCISTA A ROFFIA NEL 1922

a cura di Francesco Fiumalbi
IL CONTESTO STORICO: I FASCI DI COMBATTIMENTO
Il periodo immediatamente successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale fu caratterizzato da grandissime tensioni sociali: l'Italia era uscita stremata dalla guerra e il tessuto socio-economico, declinato completamente allo sforzo bellico, faticava a riconvertirsi. A ciò va aggiunta la moltitudine di reduci che, dalle trincee e dai vari campi di combattimento, aveva grandissime difficoltà a reinserirsi nel circuito produttivo post-bellico, già ai minimi termini.
Sono gli anni del cosiddetto “Biennio Rosso”, con aspre lotte operaie e contadine, specialmente nelle regioni centro-settentrionali. La radicalizzazione delle posizioni socialiste e comuniste, non fece altro che corroborare le controparti nazionaliste che tendevano a presentarsi come “difensori della Vittoria” e custodi dell'ordine costituito. Ed è in questo periodo che prese campo il fenomeno dello “squadrismo”, ben presto inquadrato da Benito Mussolini nei cosiddetti “Fasci di Combattimento” (23 marzo 1919), ove confluirono tutti quei gruppi nati autonomamente in tutto il territorio italiano. Le squadracce rivolsero la propria azione nella repressione degli avversari politici e prevalentemente contro il movimento operaio. Anche nel territorio sanminiatese si costituirono formazioni di questo tipo.

L'IRRUZIONE A ROFFIA NEL 1922
La sera del 20 settembre 1922, presso l'abitato di Roffia, si verificò un grave episodio dovuto ad un'azione squadrista. Cinque uomini, armati di bastoni e con il volto celato, irruppero nella frazione sanminiatese e indirizzarono il proprio intervento sul titolare dell'appalto, ovvero la bottega di generi alimentari che faceva anche da emporio. L'uomo fu fatto uscire dal negozio e, condotto in strada, fu aggredito dagli uomini che gli procurarono una grave ferita alla testa. Successivamente l'attenzione dei cinque squadristi si rivolse ai membri di una modesta famiglia che abitava nelle vicinanze.

Di questo episodio ne dette notizia «La Vedetta», il quindicinale sanminiatese di ispirazione cattolico-popolare, stampato dal 1919 al 1923. Dal testo traspare tutta la rabbia e il clima di paura del tempo. Nell'articolo del giornale, diffuso la domenica 24 settembre 1922, non vennero fatti nomi, neppure quelli delle persone aggredite. Tuttavia, dai dettagli forniti, all'epoca dovevano essere comunque riconoscibili le vittime dell'aggressione. Giuseppe Chelli, nipote di Don Lionello Benvenuti, ricorda che l'appalto era gestito negli anni '30 da Paolo Maltinti. Fu a lui, probabilmente che fu indirizzato l'atto di violenza. La colpa? Probabilmente l'aver manifestato contrarietà alle posizioni del fascismo, o anche solo essere vicino al movimento operaio e contadino.
L'autore dell'articolo, che non risulta firmato, è attento a non pronunciare il nome del fascismo, trattando l'episodio come un generico atto criminale con l'unico scopo, evidentemente, di evitare possibili azioni vendicative. Tuttavia occorre rilevare anche una punta di sarcasmo: gli autori dell'atto di violenza vengono più volte chiamati “eroi”, nel chiaro intento di indicare precisamente il contesto di provenienza degli aggressori.

L'autore dell'articolo, oltre a  condannare con fermezza l'episodio di violenza, lamentò un generale immobilismo delle istituzioni ed in particolare da parte dei corpi dediti alla pubblica sicurezza. D'altra parte si può immaginare che anche a San Miniato si respirasse un clima ormai orientato favorevolmente al fascismo. Non va dimenticato, infatti, che il mese successivo (27-28 ottobre 1922) si verificò la cosiddetta “Marcia su Roma” a cui presero parte anche diversi sanminiatesi, come abbiamo visto nel post IN PILLOLE [038] I SANMINIATESI CHE “MARCIARONO” SU ROMA. Va detto, infine, che il giornale «La Vedetta», che come in questo caso non aveva esitato a denunciare l'aggressività e i pericoli del fascismo, a partire dalla fine del 1923 cessò le pubblicazioni.

Chi fu l'autore dell'articolo? All'epoca, in un abitato come quello di Roffia, non dovevano essere molte le persone in grado di scrivere un articolo così preciso e circostanziato, attento alle parole utilizzate. Poteva trattarsi del parroco Don Augusto Mannelli (parroco a Roffia fino al 1925) o di Don Lionello Benvenuti (sacerdote coadiutore ed economo a Roffia dal 1921, poi rettore dal 1925 al 1944) che era stato Cappellano Militare durante la Prima Guerra Mondiale e che, dunque, conosceva bene i veri "eroi"? Oppure un'altra persona, comunque vicina alla Parrocchia di Roffia, dal momento che l'articolo fu pubblicato su un giornale di ispirazione cattolica? Non ci è dato sapere.

Di seguito il testo, estratto da «La Vedetta», anno IV, n. 32, del 24 settembre 1922, p. 3.

ROFFIA
21-9-1922
Ieri sera, circa le nove e mezzo, cinque individui bendati irruppero nell'appalto di questa frazione trascinando fuori a viva forza un giovinotto appartenente ad una famiglia per tradizioni e per unanime consenso di popolo rispettabilissima. Il giovinotto, che non smentisce le ottime tradizioni familiari, venne sulla via bastonato in malo modo e ridotto a letto per una ferita non lieve al cuoio cappelluto. Il medico chiamato d'urgenza fece il suo regolare referto.
Quindi gli eroi, imposto al proprietario di serrare l'unico pubblico esercizio di questa frazione, sfondaron la porta d'una povera casa abitata da altrettanto povera famiglia, salirono sull'unica camera e sul misero letto ove riposavano inflissero nerbate e legnate ad una povera madre ad un padre altrettanto infelicissimo che combatte da lungo tempo con la miseria e con le malattie che gli hanno ridotto una delle sue piccole figlie in uno stato da far pietà.
Ma non ebbero pietà della piccina gli eroi della serata.
Noi non domandiamo che si assuma ciascuno la responsabilità di queste gesta criminali: sappiamo che non ci può essere partito né individuo che possa in coscienza prendersi la paternità di certi atti barbarici. Anche i cinque eroi della serata del venti settembre si vergognavano di quello che compirono e vennero a Roffia bendati.
Domandiamo soltanto se in questa nostra disgraziatissima Italia esista ancora un'autorità che sappia tutelare la vita e la libertà dei singoli cittadini.
Ai bei tempi dell'ante guerra chi sa quante visite di carabinieri e di delegati e quanti sopralluoghi a quest'ora si sarebbero fatti.

Si ringrazia Giuseppe Chelli per le preziose informazioni fornite nella stesura di questo post.

Un dettaglio con due squadristi,
tratto dal manifesto realizzato in occasione dell'adunanza
degli squadristi che si tenne a Roma il 23 marzo 1939,
per celebrare il ventennale della costituzione
dei Fasci di Combattimento.


martedì 15 novembre 2016

SAN MINIATO DALLA A ALLA Z

a cura di Francesco Fiumalbi

Ecco le 22 lettere dell’alfabeto declinate in chiave sanminiatese. La vivacità culturale, la ricchezza della storia e la complessità del carattere degli abitanti, richiederebbero molte parole per ogni singola voce. Purtroppo poteva starcene una soltanto e questo è quello che è venuto fuori:

A comeA chi ‘un gli garba torni da un’altra parte”
E' uno dei principi che caratterizzano la vita all'ombra della Rocca. Nella sua accezione più ampia, San Miniato o la si ama o non la si sopporta. In quest’ultimo caso non è possibile fare rivoluzioni o proporre cambiamenti per cose che “storicamente” sono così da sempre. Piuttosto, chi proprio non può resistere, vada da un’altra parte! È anche l’espressione usata nei confronti di un forestiero particolarmente lamentoso: solo i sanminiatesi hanno titolo a dir male di San Miniato!

B come “Banca”
Nonostante l'attuale fase delicata, è l’attività economicamente più rilevante di San Miniato. La Cassa di Risparmio fu fondata nel 1830 da un gruppo di sanminiatesi guidati dal Vescovo Torello Pierazzi e oggi dà lavoro a centinaia di persone. La Fondazione sostiene innumerevoli attività culturali, sociali e filantropiche, con importanti ricadute su tutto il territorio.

C come “Città”
Non chiamatela borgo e neppure paese! Ancorché piccola San Miniato è una “città” con tutti i crismi, elevata a tale rango nel 1622 in occasione della costituzione della Diocesi da parte di Papa Gregorio XV.

D come “Dilvo”
Dilvo Lotti è indubbiamente uno degli artisti sanminiatesi più conosciuti e apprezzati di sempre. La sua vastissima produzione, accompagnata da una vitalità senza eguali nel panorama culturale e da un viscerale amore per la propria città, lo pone tra le figure più rappresentative di San Miniato per tutto il XX secolo e i primi anni 2000.

E come “Euteleti”
Sotto questo nome alcuni sanminiatesi dettero vita, nel 1822, ad una Accademia che ancora oggi rappresenta una delle istituzioni culturali più importanti di San Miniato.

F come “Francigena”
L’antica strada percorsa da Sigeric Arcivescovo di Canterbury alla fine del X secolo è oggi un percorso rivolto a pellegrini e turisti di ogni genere, con un appeal di livello internazionale e di cui San Miniato costituisce una delle “tappe” principali.

G come “Genesio”
Genesio da Roma, martire sotto l’imperatore Diocleziano, è il Patrono della Diocesi di San Miniato e co-titolare della chiesa Cattedrale. A San Genesio era dedicata l’antichissima Pieve di Vico Wallari, documentata agli inizi del VIII secolo a.C. ma attiva già in epoca tardoantica. Il luogo della pieve e dell’abitato circostante (distrutto dai sanminiatesi nel 1248) è oggi un’interessante area archeologica.

H come “Historia Scolastica”
È il titolo di un’opera a carattere ecclesiastico scritta nel XII secolo e stampata a Strasburgo nel 1473. Fu compilata dal teologo Pietro “Comestore” Mangiadori, considerato originario proprio di San Miniato e rammentato anche da Dante nel XII canto del Paradiso. Probabilmente è la prima opera a stampa realizzata da un sanminiatese.

I come “Imperatori”
Molte sono state le teste coronate che hanno soggiornato a San Miniato: da Federico I “Barbarossa” che qui pose la sede dei Vicari, fino a Carlo IV di Lussemburgo, passando da Ottone IV di Brunswick e dal celebre Federico II. Fra le ragioni che furono espresse per l’elevazione di San Miniato a città e la conseguente istituzione della sede vescovile, ci fu proprio l’aver ospitato gli Imperatori e il relativo apparato amministrativo.

L come “Luparello”
Il sanminiatese che, stanco dell’assedio dei fiorentini, la notte del 9 gennaio 1370 praticò un varco nelle mura facendo entrare le truppe nemiche. Si concluse così il periodo dell’“autonomia” di San Miniato, da quel momento inclusa nel dominio della città di Firenze.

M come “Miniato”
Al santo fiorentino era intitolata un’antica chiesetta (oggi scomparsa, inglobata nel più grande convento di San Francesco) che, oltre 1200 anni fa, dette il nome ad un piccolo abitato fortificato, organizzato all’apice di una ripida collina che dominava sulla valle dell’Arno: San Miniato.

N come “Napoleone”
Era originario da un ramo della famiglia sanminiatese dei Buonaparte, diventata Bonaparte in Corsica. Fu a San Miniato nel 1796 in visita al canonico Filippo, suo lontano parente e ultimo membro della casata.

O come “Odalberto”
Figlio di Benedetta, fu il primo “padrone” del castello di San Miniato, come risulta da un documento dell’anno 804. È considerato il capostipite dei cosiddetti “Signori di San Miniato” che controllarono l’abitato dal IX al XII secolo e dettero vita alle famiglie discendenti dei Mangiadori e dei Malpigli-Ciccioni.

P come “Polemica”
Irrinunciabile per ogni sanminiatese che si rispetti, la polemica accompagna il quotidiano della vita cittadina. Ad esempio ci sarà qualcuno che avrà da obiettare sui nomi scelti in questo elenco: alla lettera D, anziché Dilvo Lotti si poteva mettere il Duomo, la Diocesi o il Dramma Popolare; Dilvo Lotti doveva stare alla lettera L e così si levava Luparello che è un personaggio poco felice; alla lettera R, invece della Rocca, si poteva mettere le Rime o le Risorse del Carducci; alla T invece del Tartufo era meglio il Teatro. Insomma, si potrebbe andare avanti fino a domani mattina. Sta di fatto che la scelta poteva essere una sola per ogni lettera. È andata così, a chi non sta bene faccia un elenco per conto suo! Oppure vada a rileggersi la lettera “A”.

Q come “Quarantaquattro”
Il ’44 è l’annus horribilis per San Miniato. È l’anno del passaggio del fronte della Seconda Guerra Mondiale, che portò morte e devastazione: la strage dei 55 civili in Duomo la mattina del 22 luglio e poi la distruzione della Rocca il giorno seguente, senza dimenticare che gran parte del patrimonio edilizio fu distrutto o gravemente danneggiato dall’esercito tedesco in ritirata e dai cannoneggiamenti alleati.

R come “Rocca”
Per sineddoche la “Torre di Federico II”, fatta costruire dall’imperatore svevo fra il 1220 e il 1223. Distrutta dall’esercito tedesco nel 1944, fu ricostruita nel 1958. Da otto secoli domina il paesaggio del Medio Valdarno Inferiore ed è visibile da buona parte della Toscana. È il simbolo di San Miniato, ne caratterizza il profilo cittadino ed è motivo d’orgoglio per chi è nato e cresciuto alla sua ombra.

S come “Seminario”
Una delle istituzioni legate alla Diocesi di San Miniato, il cui palazzo venne edificato dal Vescovo Francesco Poggi nella prima metà del ‘700. La sua estensione segue il perimetro delle antiche mura castellane e la sua edificazione ha prodotto un interno urbano sorprendente. Non è per partigianeria, ma si può affermare che quella del Seminario è una delle piazze più belle d’Italia.

T come “Tartufo”
Il bianco di San Miniato, richiestissimo nelle tavole più raffinate di tutto il mondo, è indubbiamente il prodotto più pregiato del territorio. Come tutte le cose di San Miniato, non ci sono mezze misure: tanti lo adorano, alcuni non lo sopportano.

U come “Urbano”
La cappella dedicata a Sant’Urbano è uno dei luoghi più affascinanti di San Miniato. Situata sotto alla chiesa di San Domenico è un ambiente completamente buio, privo di finestre e può essere illuminato solo artificialmente. La tradizione vuole che i condannati a morte trascorressero le ultime giornate proprio in questo luogo dove, in attesa dell’esecuzione, potevano invocare la misericordia divina per i peccati commessi.

V come “Vescovo”
A San Miniato è un’istituzione, nonché motivo di vanto rispetto ai centri urbani circonvicini. Storicamente il peso dei vescovi è stato molto grande: si pensi alla costituzione della banca, alla realizzazione di importanti interventi di rigenerazione urbana come il Santuario del SS. Crocifisso e la Piazza del Seminario. Senza dimenticare l’impegno culturale con la costituzione dell’Accademia, l’organizzazione del primo teatro di San Miniato (era nei fondi dell’Episcopio) e, nel XX secolo, con la fondazione dell’Istituto del Dramma Popolare e il Museo Diocesano.

Z come “ZTL”
Croce e delizia degli abitanti di ogni centro storico, a San Miniato la zona a traffico limitato è da sempre motivo di vivace polemica: chi vorrebbe chiudere sempre al traffico, tutti i giorni 24 ore su 24, e chi vorrebbe le auto sempre in circolazione. Nel mezzo una serie infinita di sfumature e di soluzioni intermedie. Ogni sanminiatese che si rispetti ha la sua personale ricetta da proporre, assieme a quella per risolvere la questione dei parcheggi.

Vista panoramica di San Miniato da Est
Foto di Francesco Fiumalbi


lunedì 7 novembre 2016

APSM-ADIA-06D-003 INSEDIAMENTO BASSOMEDIEVALE LOC. MIGLIANA

APSM-ADIA-06D-003 
INSEDIAMENTO BASSOMEDIEVALE LOC. MIGLIANA



SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Insediamento
Epoca: Basso medioevo (XI-XV secolo)
Rinvenimento: Campagne di scavo 2014, 2015, 2016
Località: San Miniato, loc. Migliana
Collocazione: -
Id: APSM-ADIA-06D-003

DESCRIZIONE SINTETICA
Le fonti documentarie lucchesi (sec. IX-X) attestano la presenza di un centro demico riconducibile alla curtis del Vescovo di Lucca situata in Valdegola ubi dicitur Miliano. A partire da questi dati sono state avviate indagini e campagne di scavo, a partire dal 2014.
In particolare sono state indagate ampie porzioni del crinale che si protende dalla strada di collegamento fra Balconevisi e Collegalli verso Loc. Fornacino, nella zona denominata “Podere Migliana”.
E’ emersa l’esistenza di un vero e proprio abitato, seppur costituito da abitazioni modeste e dal sedime di una struttura che potrebbe qualificarsi come una piccola torre. Dai materiali emersi è stata datata la prima frequentazione anteriormente alla fine del XII secolo. Ad una fase di sviluppo, circoscrivibile fra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, seguì una successiva fase di declino che portò all’abbandono dell’abitato, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Ulteriori frequentazioni sono registrate nel corso del XIV secolo, probabilmente funzionale alla spoliazione delle strutture. Infine, a partire dal XVI secolo, la zona è interessata dallo sfruttamento delle aree boscate per la produzione di carbone. In tutte le aree dello scavo sono state rinvenute carbonarie e perfino una vicina fornace, di epoca successiva, per la produzione di laterizi.
Secondo l’interpretazione fornita dagli archeologi, potrebbe trattarsi dei resti del castello di Scopeto, documentato a partire dall’XI secolo e appartenente alla famiglia comitale dei Gherardeschi.



BIBLIOGRAFIA
- F. Cantini, B. Fatighenti, San Miniato (PI). Podere Migliana: dati preliminari dalla prima campagna di scavo (maggio 2014) (concessione di scavo), in Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, n. 10/ 2014, Firenze, 2015, pp. 326-328.
- F. Cantini, S. Collavini, G. Boschian, A. D’Aloia, B. Fatighenti, P. Tomei, Ubi dicitur Millano. Archeologia di un sito d’altura nella valle dell’Eloga (San Miniato – PI), in «Archeologia Medievale», Firenze, n. XLII, 2015, pp. 27-52.
- F. Cantini, B. Fatighenti, A. Meo, G. Gallerini, San Miniato (PI). Podere Migliana: la campagna di scavo 2015 (concessione di scavo), Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, n. 11/2015, Firenze, 2016, pp. 355-357.
- F. Cantini, R. Belcari, C. Cicali, A. D'Aloia, B. Fatighenti, A. Meo, G. Gallerini, Ubi dicitur Millano. Il castello di Scopetulo (S. Miniato, PI): nuovi dati dalla campagna discavo 2015, in «Archeologia Medievale», Firenze, n. XLIII, 2016.

TEMPO DI FIERA - Racconto di Giancarlo Pertici

Racconto di Giancarlo Pertici


Tempo di Fiera

È sopratutto dopo il tramonto, che la si avverte, anche in lontananza; tra il baluginare delle luci intermittenti a fendere il cielo e a violare l'oscurità; per la musica di quegli anni, ad annunciare, a metà novembre, quell'evento unico, accompagnato da un miscuglio di profumi tipici del periodo, che va dall'acre sentore di caldarroste, al penetrante profumo d'anice dei brigidini, a quello caldo dello zucchero filato e di quello fuso del croccante. Tutti assieme a rammentare, anche ai più distratti, che sul Piazzale è tempo di fiera. Piazzale che abbandona per alcuni giorni quel clima intimista, da fidanzatini, che sa assumere dopo il tramonto alla tenue luce dei distratti lampioni che sembrano destinati unicamente a rendere fruibile, anche di notte, il 'Viale delle rose'. Si riveste invece a festa, sopratutto per i più piccini, desiderosi di divertimenti nuovi, quelli decantati sulla Domenica del Corriere o visti al cinema con la Settimana Incom. Piccini, dei quali è facile avvertire la presenza per i gridolini di gioia, le risate di meraviglia che il clangore dell'autoscontro non riesce completamente a sovrastare, mentre la musica assordante sembra essere la colonna sonora di quei giorni, senza limiti e senza misura.

Ed è proprio nonno Nuti, probabilmente, a farmi fare un primo giro, a dorso di un cavallo, su quella giostra nei giorni della fiera, mentre il mondo gira attorno, accompagnato da carrozze, auto da corsa, motociclette, autopompe, locomotive. Credo di averle provate tutte in più giri, con nonno accanto a sorreggermi. Ed è anche quella sera, probabilmente, che, tra brigidini, zucchero filato e croccanti, in gara tra loro zio Magnino e nonno Nuti a rimpinzarmi, mi becco una bella indigestione per una settimana di disturbi varii, e per uscirne solo grazie alle cure attente di una mamma evidentemente risentita nei confronti del fratello e di nonno Nuti. Quell'anno la Fiera per me termina anzitempo. Nonno e zio messi da parte per alcuni giorni, per una guarigione assicurata prontamente.

Ma il senso di libertà che riesce a suscitare in me la fiera, quella volta, la prima, in compagnia di Ginina, mia cugina! Probabilmente una domenica pomeriggio. Cielo terso, sferzato da un leggero vento di tramontana, a rendere tiepido il sole di un inverno che si annuncia sempre in anticipo. L'età, quella della scuola, per me che ho appena principiato con la prima elementare, Ginina già in quarta. Eppoi la volta successiva, da solo o quasi, sospinto e frenato da tutta una serie di raccomandazioni da parte di nonna, di mamma, di zia Berta senza contare quelle di nonno Nuti, mentre mi accompagna per via, lui che si ferma alla Misericordia.

Finalmente posso salire, e da solo, sugli elicotteri che ammiro da anni, mentre girano e volteggiano in cielo, per poi perdere quota, colpiti da raffiche di mitraglia, fino a ritrovarsi a girare, abbattuti, a pelo terra. Regole, di cui non riesco da subito a capire il senso ed anche lo stesso funzionamentO, fin quando, cloche alla mano, dolcemente il mio elicottero, di un rosso vivo, inizia ad ubbidire: è la prima volta. Lo sento nel palmo della mano, la cloche che sembra accusare il movimento riflesso, in alto o in basso, di quel 'mio' elicottero che si muove a comando innalzandosi sempre più sù... per uno spettacolo, quello di una San Miniato, sconosciuta da quel punto di vista, in un insieme unico, che va dalla Piazzetta del Fondo fino al blocco delle Carceri in fondo a San Martino. Appena un attimo.. poi la mancanza improvvisa del respiro e del terreno sotto i piedi, sensazione invero già vissuta altre volte, con alla guida Ginina. Ma con la cloche in mano è altra cosa. Prevale il senso di impotenza, mentre a sirena spiegata, perdo quota, colpito inesorabilmente e mi ritrovo, a luci lampeggianti, ad annaspare a pelo terra... Lezione che imparo: non distrarsi mai, mentre, per l'ultimo che resta in aria, vincitore delle disfida, c'è in palio un giro Gratis, quello successivo. 

Stesso premio anche sulla giostra dei “calcinculo”, che qualcuno chiama più educatamente “calcinsella” anche se a me sembra più appropriato il primo, visto che Berto per spingermi in alto, nel tentativo di prendere quella specie di nastro appeso per un filo ad un palo di lato alla giostra, mentre con un piede fa leva sul seggiolino, con l'altro, per accompagnarmi con una seconda spinta, mi rifila un calcio proprio lì, all'altezza dell'osso sacro e non sempre è indolore. Giostra che non mi ha mai attratto particolarmente, fin quando non ho iniziato a capire il perché dell'interesse dei maschietti, al passaggio delle femminucce con le gonne al vento.

Poi c'è il passaggio obbligato sull'autoscontro, nel momento che resta l'unica giostra per una Fiera che a San Miniato occupa quasi tutto il mese di novembre, grazie al 'Santoni', giostraio samminiatese doc, che ogni anno fa tappa nella sua citta natale per passare un po' di tempo con familiari e amici. È sotto quella tettoia elettrificata che viene sdoganato, senza infingimenti e senza perdite di tempo, ogni novembre, quel rapporto tra maschietti e femminucce – l'età quella variabile dell'adolescenza - che, diversamente, verrebbe rimandato di giorno in giorno, in attesa... di un primo passo... dell'occasione propizia... del giorno sereno o nuvoloso, del vestito nuovo, o dell'ultimo “quarantacinquegiri” da dedicare prontamente a Lei, di passaggio davanti al Cantini, teatro di attese per noi (quasi tutti) maschi e “forche caudine” per le femmine che a capo basso, trattenendo il respiro, passano oltre mentre tendono l'orecchio a carpire ogni piccolo commento. Quasi sempre in coppia, tra amiche, sottobraccio per domandarsi a vicenda “chi l'ha detto?... si rivolgeva a me?”.

E proprio grazie a quel clima che si respira sotto quella tettoia, protetti dal frastuono dell'autoscontro e dalla musica assordante che sembra coprire anche ogni singola parola od espressione, che avviene in ciascuno una sorta di maturazione... per una crescita improvvisa ed imprevista... per il coraggio del primo passo, della prima parola spesa a proposito, quasi immunizzati da tutto quel clangore... pronti magari, senza vergogna, anche ad un passo indietro, quasi come per dire “non sono stato io... non ho detto una parola”. E quel primo passo sull'autoscontro, a destreggiarsi tra altri contendenti, fra scontri e incontri verso Lei per attirarne l'attenzione. Per uno come me, da poco sortito dal seminario e intento a riprendere una vita normale tra i miei coetanei, e con evidenti lacune a scuola da colmare, con il tempo libero veramente limitato, oserei dire nullo, quelle settimane, quelle della fiera che abbracciano tutto il mese di novembre, diventano irresistibile tentazione.

Dalla mia cameretta a ridosso di Piazza de' Polli, impossibile percepire i suoni della fiera e anche il baluginare delle luci, tutte dalla parte opposta del colle della Rocca, che invece attira a sé come mosche quelli che vivono 'di là', in centro. È come per accordo tacito che, insieme a Rosario compagno di studi, modifichiamo i nostri orari interrompendo lo studio all'imbrunire, quando il Piazzale inizia a riempirsi. In quei giorni di regola è la tramontana a regalare giornate terse di sole, ma anche freddo pungente, appena il sole scompare oltre l'orizzonte, e l'avverti già appena inizi la salita di sant'Andrea mentre ti investe sù per quella dei Frati, e dalla quale ti difendi rincattudiandoti dentro il montgomery. Freddo salutare che spinge ad affrettare il passo fin lassù, sulla piazza antistante la chiesa, dove, riparata dal massiccio del complesso monastico, sembra non arrivare. Mitigata dalla rigogliosa vegetazione che fa da cornice al Piazzale e ai suoi giardini, nell'ampio spazio del mercato e della fiera, la tramontana fa sentire appena di cosa si è rivestita, senza procurare danni o particolari disagi. È quasi una carezza quando di un balzo saltiamo su quell'innaturale scalino che separa la piattaforma dell'autoscontro dalla piazza.

Tre gli scalini, ma solo vicino alla biglietteria, e nei lati corti. Con i pochi spiccioli i tasca, siamo a fare i conti di quanti gettoni e quanti giri sarà possibile fare con lo sconto per abbonamento. Ed è proprio lì, su quella pedana, che scopri l'importanza di esserci proprio in quel momento e in quel luogo che 'dona' opportunità inimmaginabili in quanti, come me, si accontentano spesso di sguardi fugaci dall'alto di quella 'vetrina' che è la saletta giovani del 'Cantini', oramai scomparsa da decenni. 

Me ne accorgo la prima volta, con estrema concretezza, la sera che vedo sbucare da dietro il 'bastione' che sostiene da anni la terrazza pericolante, un gruppetto, nuovo o quasi, di ragazze. Quasi tutte conoscenze, almeno di vista. I nomi li ho appresi solo negli anni successivi, alcuni addirittura ora, nel momento che ne faccio memoria. E tra queste una ragazza, dai modi rudi, forse dettati dalla giovane età, dal tono particolarmente basso della voce, che sorride e ride mentre cavalca disinvolta il suo autoscontro e risponde alle compagne di scuola, il volto incorniciato da un caschetto a suggerire un'età anche inferiore, ma che risponde a tono a chi la chiama per nome e che mi turba profondamente. Nome che ora ben so e che mi suona anche bene. Mi riporta a mente un primo amore, una prima 'simpatia' non corrisposta.

Forse qualche volta i nostri sguardi si incrociano, fugacemente e incidentalmente, non certamente per sua iniziativa, a suggerirmi sopratutto indifferenza, che non mi ferisce ma che alimenta invece in me l'interesse insieme a quel turbamento che vorremmo sempre provare quando si incontra una ragazza. Quell'inverno si consuma irreparabilmente e anzitempo per un'epilogo imprevisto, quando a metà di quel mese con tutta la famiglia mi trasferisco, oramai diplomato, lontano da San Miniato.
Non l'ho più incontrata anche se ne conosco il destino. Quando passo o mi soffermo davanti a un Luna Park, o semplicemente ad un autoscontro, immancabilmente mi riaffiorano le immagini di quei giorni, della fiera della mia gioventù in San Miniato e di questa ragazza che non ho mai realmente conosciuto, e della quale Facebook continua a ricordarmi con immagini datate anni 60 e 70.






martedì 1 novembre 2016

ODLCP - 040 - Collezione Piero Fiaschi

OPERE DI DILVO LOTTI IN COLLEZIONI PRIVATE


ID: ODLCP-040
Titolo/Soggetto: Pagliaccio
Autore: Dilvo Lotti
Collezione: Piero Fiaschi
Anno: n.d.
Dimensione: n.d.
Tecnica: Acquarello
Note: n.d.
Bibliografia: n.d.
Immagine:


AVVERTENZE
L’opera proposta in questa pagina fa parte della raccolta OPERE DI DILVO LOTTI IN COLLEZIONI PRIVATE ed è stata precedentemente pubblicata sull'omonimo gruppo pubblico di Facebook. Le informazioni relative all'opera (collezione, titolo, soggetto, tecnica, dimensioni, etc) sono state fornite dal proprietario che le ha condivise, assieme alla fotografia,  nel già citato gruppo pubblico di Facebook. L’opera, in accordo con l’ideatrice del gruppo, è qui proposta ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis del Legge 622/1941 e successive modificazioni.
Per eventuali segnalazioni, precisazioni o correzioni inviare una e-mail a: smartarc.blogspot@gmail.com

ODLCP - 039 - Collezione Cristina Gazzarrini

OPERE DI DILVO LOTTI IN COLLEZIONI PRIVATE


ID: ODLCP-039
Titolo/Soggetto: Il dolore
Autore: Dilvo Lotti
Collezione: Cristina Gazzarrini
Anno: 1936
Dimensione: 23x30
Tecnica: Acquaforte
Note: n.d.
Bibliografia: n.d.
Immagine:


AVVERTENZE
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