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mercoledì 10 marzo 2021

21 APRILE 1921: QUANDO I FASCISTI FECERO DIMETTERE LA GIUNTA SOCIALISTA A SAN MINIATO

 INTRODUZIONE
Il 21 aprile 1921 i fascisti sanminiatesi costrinsero alle dimissioni l’amministrazione comunale socialista, l’ultima democraticamente eletta. Cominciava, anche a San Miniato, quel processo che portò al regime totalitario. Si chiudeva una stagione, quella dell’Italia liberale, e se ne apriva un’altra, bagnata dal sangue della Grande guerra e da un generale clima di violenza (la Guerra Civile, il Biennio rosso e il Biennio nero), anche se il fascismo andò al governo solo dopo la marcia su Roma. Per trovare una nuova amministrazione democraticamente eletta si dovrà attendere il 1946.
 
L’AMMINISTRAZIONE SOCIALISTA
Alle elezioni amministrative del 31 ottobre 1920, venne eletto, per la prima volta, un Consiglio Comunale a maggioranza socialista. [«La Vedetta», anno II, n. 46 del 7 nov. 1920, p. 1]. 

La vittoria di San Miniato è stata festeggiata con una grandiosa manifestazione di giubilo. Un corteo imponente ha percorso le vie della città. Sono intervenute numerose organizzazioni politiche ed economiche del circondario ed erano rappresentati i comuni socialisti di Empoli, Fucecchio e Santa Croce sull'Arno. Sono pure intervenute le bande di Fucecchio e San Miniato e le fanfare di Cigoli e Ponte a Elsa. Il corteo, composto di parecchie migliaia di persone ha sostato dinnanzi al palazzo comunale. Dal balcone hanno parlato applauditissimi i compagni avv. Giovanni manetti, avv. Ernesto Pero, il neo consigliere provinciale Luigi Genzini, Cecconi per il Comune di Fucecchio e Raffaele Busoni per il Comune di Empoli. [Avanti, anno XXIV, n. 264 del 4 novembre 1920, p. 1]

Sconfitto il blocco popolare, guidato da Alfredo Conti, Durante la prima seduta consiliare fu eletto sindaco l’avv. Giovanni Manetti, appartenente all’ala moderata e riformista del partito. La vittoria socialista, sebbene netta nei numeri, non era stata così schiacciante come negli altri territori circonvicini. Per questi motivi, l’azione di governo ne risultò più moderata che altrove e il passaggio dalla giunta liberal-conservatrice di Egisto Elmi a quella socialista guidata da Manetti non fu troppo traumatico. Anche la scissione di Livorno (21 gennaio 1921), che sancì la nascita del Partito Comunista d’Italia, non provocò significative ripercussioni nel governo municipale.

Tessera del Partito Socialista, anno 1921
 
IL CLIMA DA GUERRA CIVILE: I FATTI DI EMPOLI
Dopo i fatti di Palazzo d’Accursio a Bologna, si erano moltiplicati gli episodi di violenza, soprattutto nelle città, che videro contrapporsi i fascisti ai socialisti. Nel febbraio 1921 la crescente tensione divampò anche a Firenze, dove il 27 di quel mese venne ucciso il sindacalista Spartaco Lavagnini. Per protesta di fronte all’uccisione del sindacalista da parte di squadristi fascisti, il giorno successivo, i ferrovieri entrarono in sciopero e bloccarono tutte le linee ferroviarie del nodo fiorentino. La situazione non accennava a sbloccarsi e il clima rimaneva estremamente teso. Il 1 marzo vennero inviati a Firenze alcuni marinai caldaisti, in modo da riattivare la circolazione ferroviaria senza i ferrovieri. I marinai caldaisti, vestiti in borghese, erano scortati dai carabinieri e procedevano su due camionette. Durante la strada da Livorno a Firenze, entrati in Empoli, vennero aggrediti dalle “Guardie Rosse”. Fu una strage: 9 morti e 18 feriti. Per anni, nella storiografia ufficiale, si è parlato di uno drammatico scambio: i marinai e i carabinieri sarebbero stati scambiati per squadre fasciste [J. Busoni, L’eccidio di Empoli del 1° marzo 1921. Cronistoria e testimonianze di uno dei protagonisti, Partito Socialista Italiano, Roma, 1945]. Tuttavia, negli ultimi anni, si è fatta avanti la drammatica verità: gli organizzatori dell’agguato sapevano benissimo che si trattava di marinai e carabinieri, chiamati per sbloccare lo sciopero fiorentino, ma avrebbero fomentato la folla per evitare il fallimento dello sciopero, con lo spauracchio dei fascisti, in un clima di esasperazione e paura collettiva [G. Lastraioli, R. Nannelli, Empoli in gabbia, le sentenze del processone per l'eccidio del 1º marzo 1921, Nuova IGE, Empoli, 1995].
 
Estratto da Il Corriere della Sera, 4 marzo 2021, p. 1.

LA NASCISTA DELLE SEZIONI FASCISTE
Se l’azione empolese doveva, nelle intenzioni, frenare i fascisti, in realtà ottenne l’effetto opposto, innescando una violenta repressione. Squadre del fascio fiorentino imperversarono ad Empoli e nei territori limitrofi. Poiché collegati con l’eccidio empolese, erano stati arrestati i sindaci di Santa Croce e di Montopoli, mentre il sindaco di Fucecchio si era reso irreperibile. Ad Empoli, e in tutti i comuni limitrofi, nacquero sezioni locali del partito fascista. Prima di quel momento sono attestati gruppetti o personalità isolate, ma niente di organizzato. Immediatamente costrinsero alle dimissioni i Consiglieri Comunali socialisti e nei vari comuni furono inviati altrettanti commissari prefettizi.
Nei primi giorni di marzo, i fascisti si costituirono in sezione anche a San Miniato, sebbene l’amministrazione socialista della città non fosse stata toccata dai fatti di Empoli. A San Miniato, le dimostrazioni conseguenti all’eccidio empolese furono incanalate entro un clima relativamente pacifico. Ad una settimana dal tragico episodio, l’8 marzo 1921 a San Miniato si svolse una manifestazione, dove non si registrarono violenze, ma dove comparirono pubblicamente i primi fascisti. 

Tessera dei fasci italiani di combattimento, anno 1921

Di seguito l’articolo de «La Vedetta», anno III, n. 11 del 13 marzo 1921, p. 3:
 
Il tricolore in Rocca
In protesta per i fatti luttuosi di Empoli, martedì scorso tutta S. Miniato si è levata spontanea in una manifestazione entusiastica di italianità-
Il tricolore issato da pochi animosi in Rocca è stato il segnale e la parola d’ordine. In un batter d’occhio ogni casa ha liberato ai venti la bandiera d’Italia, quella bandiera che ieri sembrava delitto esporre.
Anche dalla terrazza del Comune sventolava il tricolore.
Sono avvenute in Città scene gustosissime. Individui rossi scarlatti sono scesi nella strada a gridare e documentare il loro patriottismo: s’è veduto perfino il semibolscevico assessore mostrare in piazza la croce di guerra. Per tutta risposta i ragazzi, che giravano al canto di inni patriottici, hanno posto il tricolore alle finestre delle case del Sindaco e degli assessori socialisti.
Alla sera s’è improvvisato un imponente corteo con numerose bandiere preceduto dalla fanfara cittadina sorta per l’occasione. Il corto ha percorso tutte le vie della Città al suono ed al canto d’inni patriottici sotto una pioggia di fiori che cadevano dalle finestre. Le signorine della città son poi scese, ricoperte di infiniti nastri tricolori, ad ingrossare il già numerosissimo corteo che ha finalmente sostato in piazza Giovacchino Taddei dove hanno parlato applauditissimi il Maestro Salvadori, il prof. Novi, il cav. uff. Egisto Elmi, il signor Bencini a nome dei fasci di combattimento di Firenze.
Tutti gli oratori hanno avuto parole di esecrazione per i feroci assassini empolesi che hanno gettato nel fango per oltre sette generazioni il gentil nome della nostra regione. Alle vittime della selvaggia imboscata hanno mandato il saluto reverente della intiera cittadinanza commossa.
On. signor Sindaco! On. sigg. Assessori socialisti di S. Miniato! i vostri corti con i neri vessilli della morte, con i rossi vessilli della strage fratricida, avevano mai unito tutta la Città in un palpito grande di sì sano e festante entusiasmo come avvenne martedì sera?
Ricordate l’aspetto tetro di S. Miniato otto giorni prima, il mercoledì specialmente, quando sbarrate le porte delle case e delle botteghe, quando chiuse ermeticamente le finestre i vostri organizzati della campagna, muniti di nodosi bastoni, scorrazzavano per la nostra città in un silenzio agghiacciante di tomba?
A proposito! sapreste, egregi Signori, dirci chi adunò tanta grazia di Dio mercoledì sera in S. Miniato e con quali scopi? Le voci insistenti che corrono sarebbero poco benevole al vostro riguardo e noi chiediamo all’autorità competente un’inchiesta in proposito perché la luce si faccia.
 
LA STRAGE DEL DIANA: I FASCISTI SI SCOPRONO POTENTI
Il 23 marzo 1921, un gruppo di anarco-individualisti posizionò un ordigno all’interno del Circolo Kursaal Diana, oggi in Viale Piave, a Milano. L’obiettivo dell’attentato era quello di colpire il questore Giovanni Gasti. Il funzionario rimase incolume, ma a terra si contarono 21 morti e circa 80 feriti. Ciò provocò un’ondata di indignazione che si diffuse in tutto il territorio nazionale. Anche a San Miniato, la locale sezione del fascio di combattimento cercò di imporre una manifestazione contro il tragico attentato milanese. I fascisti sanminiatesi, giunti in municipio, chiesero ed ottennero di esporre il tricolore “abbrunato”, ovvero cinto dal nastro bruno o nero, in segno di lutto. La facilità con cui l’amministrazione socialista fece la concessione stupì gli stessi fascisti: scoprirono così la fragilità dei socialisti. Da quel momento i fascisti prepararono il colpo di mano. Questione di giorni e i socialisti sarebbero caduti.

Estratto da Il Corriere della Sera, 25 marzo 1921, p. 1.

Di seguito l’articolo de «La Vedetta», anno III, n. 14 del 3 aprile 1921, p. 2:

Lutto Nazionale
Per invito pubblico del locale Fascio di Combattimento, Venerdì 25 Marzo u.s. il tricolore abbrunato fu esposto su quasi tutte le case ed alle sedi delle associazioni ed istituzioni cittadine in segno di lutto per i fatti criminali di Milano.
Un gruppo di fascisti si diresse anche al Comune, ove fra numeroso intervento di popolo si teneva consiglio, per ottenere dall’amministrazione socialista l’esposizione del tricolore abbrunato. Ciò fu concesso con una strabiliante remissività che onorerebbe gli attuali amministratori del Comune se questo non si risolvesse in un comodo e poco leale adattamento al nuovo vento che spira.
 
IL NATALE DI ROMA: LA CADUTA DEI SOCIALISTI
In un clima di continua esasperazione e nonostante la presenza di militari in città (dopo i fatti di Empoli si alternarono il 1° Reggimento Fanteria e l’8° Bersaglieri di Firenze), i fascisti sanminiatesi decisero di passare all’azione e far cadere la sempre più fragile amministrazione socialista.
Scelsero, non una data qualsiasi, ma un giorno particolare: il 21 aprile 1921, in cui tradizionalmente si fa risalire la fondazione dei Roma. Il 3 aprile 1921, infatti, lo stesso Benito Mussolini, durante il discorso per la cerimonia inaugurale del primo convegno dei Fasci dell’Emilia e della Romagna  a Bologna, aveva proclamato il Natale di Roma quale festa ufficiale del fascismo: Altro elemento di vita del fascismo è l'orgoglio della nostra italianità. A questo proposito sono lieto di annunziarvi che abbiamo già pensato alla giornata fascista: se i socialisti hanno il 1° maggio se i popolari hanno il 15 maggio se altri partiti di altro colore hanno altre giornate noi fascisti ne avremo una: ed è il Natale di Roma il 21 aprile. In quel giorno noi nel segno di Roma Eterna nel segno di quella città che ha dato due civiltà al mondo e darà la terza noi ci riconosceremo e le legioni regionali sfileranno col nostro ordine che non è militaresco e nemmeno tedesco ma semplicemente romano. Noi anche così abbiamo abolito e tendiamo ad abolire il gregge la processione: noi aboliamo tutto ciò e sostituiamo a queste forme di manifestazioni passatiste la nostra marcia che impone un controllo individuale ad ognuno che impone a tutti un ordine ed una disciplina. Perché noi vogliamo appunto instaurare una solida disciplina nazionale perché pensiamo che senza questa disciplina l'Italia non può divenire la nazione mediterranea e mondiale che è nei nostri sogni. [Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, Vol. XVI, La Fenice, Firenze, 1955, p. 44].

 Dunque, i fascisti sanminiatesi, corroborati da un gruppo di Fucecchio e sospinti dal discorso mussoliniano, la mattina del 21 aprile 1921 si recarono per le vie cittadine in una vera e propria “caccia al socialista”. Sotto la minaccia della violenza, costrinsero il Sindaco, la Giunta e i Consiglieri comunali alle dimissioni. Di seguito l’articolo de «La Vedetta», anno III, n. 17 del 1 maggio 1921, p. 2:

Dimissioni
Il 21 c.m. i fascisti samminiatesi, coadiuvati da quelli di Fucecchio, si son messi in giro alla ricerca del Sindaco e dell’intero Consiglio Comunale per chiedere le dimissioni. Nessuno ha opposto la minima resistenza alle ingiunzioni fasciste, neppure coloro che si scalmanavano protestando di voler essere espulsi soltanto morti dal palazzo comunale.
Dove si dimostra il coraggio e la buona fede di certi caporioni arbitri fin qui d’una folla incosciente ed ubbriacata.
Il buon senso popolare così commentava e commenta le dimissioni dei socialisti: «Con la violenza conquistarono l’Amministrazione Comunale, con la violenza ne sono stati scacciati. Chi semina vento raccoglie tempesta»
 
L’INVIO DEL COMMISSARIO PREFETTIZIO
Le dimissioni dell’Amministrazione comunale portarono alla nomina di un Commissario Prefettizio. I militari presenti a San Miniato non mossero un dito, così come il Sotto-Prefetto e le autorità di pubblica sicurezza. I fascisti sanminiatesi potevano cantare vittoria.

Relazione di S.E. il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei Ministri, a S.E. il Re, in udienza del 12 maggio 1921, sul decreto che scioglie il Consiglio comunale di S. Miniato (Firenze).
SIRE!
in seguito alle dimissioni presentate dal sindaco e dalla Giunta del comune di S. Miniato la civica azienda è stata affidata ad un commissario prefettizio.


Non potendo detta gestione provvisoria protrarsi per lungo periodo di tempo, si rende indispensabile, per ragioni di ordine pubblico, lo scioglimento del Consiglio comunale con la conseguente nomina di un Regio commissario.
A ciò provvede l’unito schema di decreto, che ho l’onore di sottoporre all’augusta firma di Vostra Maestà.
VITTORIO EMANUELE III
per grazia di Dio e per volontà della Nazione
RE D’ITALIA
 Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri:
Visti gli articoli 323 e 324 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato con R. decreto 4 febbraio 1915, n. 148.

Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1
Il Consiglio comunale di S. Miniato in provincia di Firenze è sciolto.

Art. 2
Il sig. cav. dott. Attilio Masiani è nominato commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, sino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale, ai termini di legge.

Il Nostro ministro predetto è incaricato della esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 12 maggio 1921

VITTORIO EMANUELE

GIOLITTI


 «Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia», anno 1921, n. 135 del 9 giu. 1921, Parte Seconda, p. 794.
 

SINTESI CRONOLOGICA
1 marzo 1921 – I fatti di Empoli
3 marzo 1921 – Costituzione del fascio di combattimento a San Miniato
8 marzo 1921 – Commemorazione fatti di Empoli, compaiono i primi fascisti in pubblico
25 marzo 1921 – I fascisti sanminiatesi costringono l’amministrazione socialista ad esporre il tricolore a lutto per la strage del Circolo Kursaal Diana a Milano.
3 aprile 1921 – Costituzione del fascio femminile.
21 aprile 1921 – I fascisti costringono il sindaco, la giunta e i consiglieri socialisti alle dimissioni.
12 maggio 1921 – Viene inviato un commissario prefettizio nella persona di Attilio Masiani.

sabato 10 ottobre 2020

LA MIA GIOVENTU’ AL TEMPO DEL FASCIO – INTERVISTA A GIUSEPPE CHELLI

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Molti di noi hanno avuto la fortuna di ascoltare le storie dell’infanzia dei propri nonni. Come vivevano, come giocavano, come andavano a scuola, la pagella, ma anche del sabato fascista e della camicia nera. E poi la guerra, quel grande spartiacque che ha segnato il passaggio fra la “vita di prima” e la “vita di dopo” e che per molti ha segnato il passaggio dalla spensieratezza dell’infanzia alla consapevolezza dell’età adulta. Nella maggior parte dei casi si tratta di un patrimonio di memoria orale che rischia di andare perduto ogni giorno di più. Per questo motivo abbiamo scelto di intervistare Giuseppe Chelli, classe 1933, che ha vissuto l’infanzia durante gli ultimi anni del fascismo e ricorda molto bene la vita del tempo.

Beppe, durante gli ultimi anni del fascismo, tu eri un bambino. Come sei entrato in contatto con il regime?
Sono venuto a contatto col regime fascista nel 1939, cioè quando ho cominciato ad andare a scuola. Di prima non potrei e non posso dire nulla se non una sbiadita immagine di un fantoccio tutto nero portato per le vie di San Miniato e bruciato  notte tempo. Forse era il Negus sconfitto nella guerra di Abissinia nel 1936: avevo appena tre anni!
 
Il regime, per la sua natura totalitaria, cercò di regolare anche il mondo scolastico, tant’è che una delle prime riforme dopo la marcia su Roma fu proprio la cosiddetta Riforma Gentile del 1923. Quanto penetrava il regime nelle aule del tempo, specialmente in un contesto di provincia come era il territorio sanminiatese?
Allora, intanto devo dire che la scuola l’ho iniziata a Roffia, dove sono rimasto per il primo triennio. La quarta e la quinta, invece, le ho fatte a San Miniato.
A Roffia c’era una sola pluriclasse del corso  elementare inferiore e si trovava esattamente sopra il Circolo, al primo piano di quello stabile che c’è ancora oggi. La maestra unica era la signorina Luigia Simoncini che ogni giorno da San Miniato veniva a piedi a Roffia e si tratteneva fino al pomeriggio, forse perché la terza classe aveva il secondo turno. Non ricordo che la maestra ci facesse apologie del regime, ma nel libro di testo in molte parti venivano proposti brani e immagini inneggianti a modi di vita circa l’amor di patria, la bellezza del lavoro. Ricordo l’immagine dell’aratro con il vomere lucido, che era una delle immagini più eclatanti per illustrare il concetto che il lavoro rende belli a differenza del vomere inattivo che arrugginisce. E poi veniva mostrata la fierezza del bambino che faceva azioni coraggiose o le bambine che avevano cura della casa e soprattutto del giardinetto attorno che curavano con fiori e alberelli.
 
Ma il sabato…
Solo il sabato, che chiamavamo il sabato fascista  la maestra  pretendeva che si venisse in classe vestiti a seconda dell’età da Figli della lupa (prima e seconda classe) o da Balilla (terza).
 
In cosa consisteva questo abbigliamento?
Per i figli della Lupa la montura era questa: scarpe nere, calzettoni grigio verde con risvolti neri fini al ginocchio, pantaloni grigioverde corti, camicina nera con  il cinturone bianco che raccoglieva le due bretelle bianche incrociate. Nel mezzo alle bretelle una M di metallo lucido, mentre in testa era d’obbligo portare il fez, un cappello nero con una nappa appesa ad un lego. Anche il cappello aveva  in fronte un’insegna, un piccolo simbolo: non ricordo bene se fosse stata l’immagine del Duce con l’elmetto o la scritta Dux. Oppure due teste di lupa.
Anche le bambine, le Figlie della Lupa (prima e seconda classe), avevano la loro montura. Scarpe con il laccio sulla fiocca, calzettoni bianchi, sottanina scura (blue/nero), camicetta bianca con dei fregi e un fiocco bianco in testa.
La montura da Balilla o da Giovane italiana non cambiava molto e si cominciava a portare dalla terza classe. Per i primi l’unica differenza era che al posto del cinturone e bretelle c’era un fazzoletto celeste avvolto al collo, con le cocche racchiuse nel davanti da un anello con la testa del Duce con l’elmetto. Le seconde avevano di diverso la sottana che era pieghettata e di colore blue e mi pare che invece del fiocco portassero un cicì bleu sulle 23.
 

Quindi il sabato, così vestiti…
Appena arrivati davanti la scuola, la maestra ci radunava ed in fila per due si saliva in classe cantando Giovinezza. Dopo la consueta preghiera si faceva  la lezione ascoltando le trasmissioni La Radio per le scuole, oppure leggendo racconti patriottici e cantando canzoni inneggianti il Duce o altri avvenimenti storici. Poi cominciava la ginnastica. Se pioveva o era troppo freddo si faceva in fondo all’aula, se la stagione lo permetteva si andava fuori, in campagna. In fila per due si attraversava le vie piene di polvere in estate e motose quando pioveva cantando la canzone del Balilla (Fischia il sasso/il nome squilla/del ragazzo di Portoria/ sta l’intrepido balilla/ sta gigante nella storia…) oppure quello dei Figli della lupa: Siamo i figli della lupa / dell’Italia il primo fior / e donato abbiamo il cuor / al suo grande Condottier...). Poi si scioglievano le righe e di corsa sull’argine a fare la corsa campestre. Il ritorno a scuola si faceva in libertà attraverso le prode o i campi di erba medica.
 
Cosa ti ricordi della scuola? Ve lo davano il famoso olio di fegato di merluzzo?
Certo! Tutte le mattine prima di iniziare la lezione veniva distribuito a tutti con un cucchiaio e subito dopo una tazza di latte bello caldo che Pia di Mero, la moglie del carraio che stava sotto la scuola e che faceva la custode, riscaldava in un pentolone in casa sua. Ci dicevano che ce lo mandava il Direttore da San Miniato!
 
Spesso venivano indette gare o concorsi a tema nelle scuole…
Sì, è vero. A volte si partecipava a concorsi di pittura o di altre esibizioni oppure a gare di recitazione. In terza venne indetto un concorso di recitazione di poesie fra tutte le classi delle scuole elementari, medie e avviamento del Comune, che si tenne a San Miniato.
La maestra scelse me per partecipare alla gara e mi fece imparare una poesia che diceva così: Padre e figlio si alzan presto / Chi dei due sarà più lesto? / L’un la falce dal letto stacca / l’altro il suo moschetto / L’uno miete / l’altro spara / così a vivere s’impara…  Il continuo non lo ricordo.
Il giorno fissato per la gara, un sabato, tutti i ragazzi delle scuole del comune si presentarono alla sede della GIL a San Miniato, dove ora è il Museo della Memoria. Di fronte ad una commissione, rigorosamente in camicia nera, uno ad uno, i ragazzi recitarono la poesia imparata. Io fui tanto bravo che mi classificai primo tra le scuole elementari! Per questo fui inviato a Pisa assieme agli altri vincitori di categoria per la gara provinciale. La maestra mi fece imparare tre poesie e tutti i giorni dovevo recitarle davanti a tutti gli alunni. Finalmente venne il giorno di andare a Pisa e la maestra mi disse che se mi facevano scegliere la poesia dovevo dire quella… di cui ora non ricordo il nome. Non ero mai montato sul treno e a Pisa mi ci accompagnò mia madre. Stetti tutto il tempo al finestrino a vedere correre i campi, le case, i paesi: non mi raccapezzavo! Successe però che sbagliammo orario e quando si arrivò a Pisa al Giardino Scotto la audizione dei ragazzi della provincia era terminata e la commissione stava per andarsene. In fretta e furia mi fecero dire una poesia a piacere, ma dall’emozione non dissi quella che mi aveva consigliato la maestra. E così finì la mia corsa, altrimenti, forse, sarei potuto andare a Roma a recitare davanti al Duce in persona!
 
Tutte le attività ordinarie o straordinarie, comunque, cercavano di coinvolgere i bambini nella vita del regime, dando loro l’idea di far parte di un qualcosa di importante. A proposito di cose importanti, ti ricordi quando l’Italia entrò in guerra?
Certo! Avevo appena finito la prima elementare. Non ricordo chi o come, ma ci venne detto che quel pomeriggio dovevamo andare tutti a San Miniato in piazza dell’Impero, l’attuale piazza del Popolo, perché parlava Mussolini a tutta la nazione. Di certo non ce lo disse la maestra, perché la scuola era finita il 30 maggio, mentre Mussolini parlò il 10 giugno 1940. Ricordo esattamente che in quel pomeriggio, poco dopo le ore 18, mi trovavo in piazza dell’Impero gremita di persone in camicia nera, ma anche vestite in abiti normali o da lavoro perché tanti smisero di lavorare appositamente. C’erano pure i preti. La gente occupava anche via Ser Ridolfo e via Augusto Conti, tanto c’erano gli altoparlanti che permettevano di sentire a distanza. Ce n’erano almeno due a forma di imbuto, che uscivano dalle finestre del palazzo Cheli-Giannarelli ed io con i miei amici – forse uno era Mario Ciarini – stavamo seduti sulla soglia del portone del palazzo, proprio dove ora c’è l’ingresso di Essenza, accanto alla farmacia. Ricordo benissimo che la gente applaudiva, gridava Duce! Duce! Duce! Tutto come fosse una festa, una vincita, uno spettacolo divertente. La mia età non mi permetteva di capire il pericolo che si andava delineando. Quel giorno fu per me e per i miei amici una serata di allegria: ce ne fossero state di così divertenti! La “festa” durò anche dopo la fine del discorso, con la gente che si trattenne  a parlare, a cantare e a schiamazzare per San Miniato fino a buio. Solo a sera tardi andando in piazzetta del Comune con i vicini di casa a prendere un po’ di fresco, ricordo bene che mia madre disse: nella confusione si sono dimenticati di accendere il faro in rocca. La ragione poi sapemmo che non fu una dimenticanza.
 
 Il momento in cui Mussolini fece la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940

Eh sì, fra le disposizioni dello stato di guerra c’era anche l’oscuramento notturno. Torniamo alla scuola…
Finita la terza elementare a Roffia, passai alle scuole elementari di San Miniato e la maestra di quarta tutta maschile era la signora Ada Capponi, sorella di Ugo, un pezzo grosso del fascio sanminiatese. Il clima qui era diverso! A scuola si parlava della patria in guerra, di stare attenti con chi si parlava e non parlare mai male del Duce e del fascio. Invece dell’olio di fegato di merluzzo e della tazza di latte ci davano la refezione.  Nello stanzone all’ultimo piano c’era il refettorio e a fine delle lezioni si andava a desinare. Il pranzo consisteva in una ciotola di minestra di fagioli, di verdura o brodo vegetale o di carne con pasta e spesso il riso. Per secondo una bella fetta di pane con marmellata e sempre una frutta di stagione. Ricordo benissimo che un giorno c’era la minestra in brodo con riso e pezzi di cavolfiore. Casualmente mi era toccato un pezzo grosso di cavolfiore che era un cibo raro in casa mia e allora mangiai tutto il riso e il brodo lasciando per ultimo il cavolo pensando che fosse un pezzo prelibato. Che delusione quando lo misi in bocca: era stracotto: una poltiglia!
Quasi ogni giorno la maestra ci faceva sentire le trasmissioni La Radio per la scuola e a volte ci faceva fare il tema su quello che avevano trasmesso. Oltre al ricordo nitido di uno di questi eventi conservo ancora il tema ed il disegno che la maestra Ada ci fece fare dopo aver ascoltato la trasmissione sulle rondini. Ecco cosa scrissi ed il disegno che feci.
 
Il disegno realizzato dopo la trasmissione sulle rondini
Disegno di Giuseppe Chelli
 
Devo però confessare che il disegno non mi veniva bene e allora mi dette una grossa mano mio fratello Carlo. La Patria ovunque! La maestra volle la cornice  avesse i colori della nostra bandiera, in omaggio dei soldati al fronte. Molte erano le canzoni che ci insegnava e tutte inneggianti la guerra, il valore dei soldati, la grandezza dell’impero. Alcune già le sapevo come La Canzone del Balilla o Giovinezza. Altre erano Faccetta Nera, l’Inno dei sommergibili, la Canzone di Giarabub (Colonnello non voglio  pane / dammi piombo per il mio moschetto / C’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà…).
 
Com’era il sabato fascista a San Miniato? Che differenza c’era rispetto a Roffia?
Il sabato mattina non ricordo se andavamo a scuola in montura, però il pomeriggio si doveva andare “vestiti” alla sede della Gioventù Italiana Littorio (GIL), sotto i chiostri di San Domenico. Da lì, se non c’erano manifestazioni particolari, si andava sul piazzale a fare la ginnastica divisi per categoria e sesso. Gli istruttori erano gli avanguardisti oppure quelli del GUF (Gruppo Universitari Fascisti) che avevano la camicia nera di seta, i pantaloni alla zuava e mi pare le fasce. Anche gli avanguardisti avevano i pantaloni grigioverde e la camicia nera con in capo il fez. Devo dire che molti istruttori appena passato il fronte, cambiarono camicia e alcuni spergiuravano che non erano mai stati fascisti. Almeno una volta all’anno le “prove ginniche” si concludevano con il Saggio Ginnico (maschile e femminile e per categoria) al campo sportivo di Santa Maria a Fortino di fronte  a tutti i capoccioni fascisti, alle persone ed agli invitati da parte del PNF.
 
Si poteva non andare a queste manifestazioni?
Erano obbligatorie, come la scuola. Se non andavi, la prima volta ci passavano sopra. Però, se un ragazzo si assentava una seconda volta, veniva inviata una lettera dal comandante della Coorte alla direzione della scuola, in modo che avvertisse il genitore del ragazzo dell’assenza!
 
D’estate, finita la scuola, cosa facevano i bambini e i ragazzi? C’era anche a San Miniato una colonia elioterapica?
In estate c’erano i campi solari che, qui a San Miniato, si facevano alla Villa Antonini (attuale Caserma della Compagnia dei Carabinieri). Non ricordo in quale anno incominciarono e se durarono per più anni, di sicuro ricordo quello a cui presi parte. Forse fu l’anno 1941 o 1942. Al mattino si doveva arrivare alla Villa Anronini, ci davano una maglietta bianca, pantaloncini corti neri e scarpe da ginnastica. Dopo l’alzabandiera, c’era la colazione e gli esercizi ginnici: flessioni, torsioni, saltelli a gambe divaricate e altri ancora. Poi c’era il tempo della terapia solare. Su delle stuoie, dato che il terreno era ghiaioso, ci si stendeva a prendere il sole con  solo pantaloncini ed un cappellino per il capo. Al termine si andava a fare la doccia, tutti nudi, con le assistenti che ci insaponavano e poi ci asciugavano. Di tutte le assistenti (credo fossero maestre) io ricordo Paolina Neri. Dopo il pranzo ci facevano fare un riposino sulle brandine e poi finivamo la sera con giochi liberi: rimpiattino, rubabandiera e canti, ovviamente fascisti. Con l’ammaina bandiera finiva la nostra giornata al campo solare e si ritornava ognuno a casa nostra, a piedi, come eravamo venuti. E così tutti i giorni, escluso la domenica, per due settimane, quanto durava un turno. Non ricordo se anche alle bambine erano riservati  dei turni o se fossero solo per i figli della lupa.
 
Quando la guerra cominciò ad andare male e specialmente dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, cambiarono le cose?
L’ultimo anno delle elementari cominciò già con un clima nuovo rispetto a come si era concluso l’anno precedente: l’infatuazione fascista era quasi scomparsa dalla scuola! Il maestro Mario Zucchelli si occupava e preoccupava soprattutto di insegnarci le materie, senza troppo “fascismo”. Da poco era successo il 25 luglio e ancora più ravvicinato ai primi giorni di scuola l’8 settembre. Mi pare che per un po’ non si andasse più il sabato alla GIL. Forse ci tornammo qualche volta verso la fine dell’anno 1943 o comunque quando si restaurò la RSI.
Una volta radunarono tutte le classi quinte del plesso e ci insegnarono una nuova canzone, stavolta di origine tedesca: Lili Marleen. Mi ricordo che cominciava così: “Tutte le sere/sotto quel fanal/presso la caserma/ti stavo ad aspettar..”. Ce la facevano cantare per omaggiare i tedeschi che erano venuti ad aiutarci contro i nemici americani e inglesi.
 
Come arrivò la guerra? Cosa ti ricordi dell’inverno e della primavera fra il 1943 e il 1944?
Alla fine dell’anno 1943 cominciarono i bombardamenti delle città vicine e dei ponti: quello della Motta a Marcignana, quello di Fucecchio e quello della ferrovia . San Miniato pareva sicura e quindi da tutti i paesi e città bombardate (Pisa, Pontedera, Empoli e Livorno specialmente) arrivarono tanti sfollati. I figli dei cittadini furono integrati con noi, tanto da diventare una classe di oltre 40 alunni, fra cui si contavano tanti ripetenti da anni. Accanto a casa mia venne ad abitare una famiglia di livornesi: la madre si chiamava Cecilia ed aveva tre figli giovani. Questa donna non sapeva come sfamarli, dal momento che la tessera annonaria non gli bastava. Allora lei ogni mattina partiva con una valigia vuota e andava con il treno a Livorno o verso Firenze. Quasi ogni giorno i treni venivano mitragliati e quindi si fermavano e i passeggeri scendevano. Allora lei rimaneva sul treno da sola, scorreva tutti i compartimenti e quando occhiava una valigia in cui era certa che fosse piena di qualcosa lasciava la sua e prendeva quella. Ci trovava sempre qualcosa: spesso roba da mangiare, a volte vestiario. Tornata a San Miniato apparecchiava una cena abbondante e chiamava anche noi a parteciparvi, perché mia madre spesso gli allungava qualche filino di pane.
 
Devono essere stati momenti davvero difficili, una vera lotta per la sopravvivenza…
E’ stata davvero una lotta per la sopravvivenza. Però noi eravamo fortunati, il pane non ci mancava! Lo zio prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, via via ci faceva arrivare sacchetti di farina con cui mia madre faceva 4/5 scole di pane che andavamo a cuocere nottetempo al forno della Pippotta, vicino al ricovero. Avveniva questo: io andavo avanti rasente i muri e, quando non vedevo nessuno, facevo cenno a mio padre di venire con la tavola del pane sulle spalle. Tappa dopo tappa si arrivava al forno.
 
Ti è mai capitato di assistere ad un bombardamento o comunque ad un’incursione aerea?
Con la primavera, le incursioni aeree si intensificarono e quindi appena suonava la sirena si doveva lasciare la scuola ed andare fuori. La nostra classe infilava il vicolo di Gargozzi e si fermava in fondo, sul muricciolo, aspettando il fine allarme fumando le vitalbe. Succedeva anche che  in classe ,qualche ripetente di 13 o 14 anni, se non aveva più voglia di stare a scuola, si mettesse a fare il verso della sirena con le mani alla bocca… e allora tutti via di gran carriera in Gargozzi! Il maestro ci urlava dietro che non era vero nulla, che non c’era nessun allarme, ma  noi via di corsa che non ci pareva vero di uscire dalla scuola! Il maestro, affacciato alla finestra che dava su Gargozzi, ci chiamava a rientrare e spesso i ragazzi della borghesia sanminiatese gli obbedivano, anch’io per la verità, ma quelli grandi prendevano i vicoli e andavano a casa.
 
Ad un certo punto il fronte fu vicinissimo…
La pagella aveva nel frontespizio immagini di propaganda con l’acronimo del fascio, “PNF”, sui cui si scherzava dicendo nel giorno della consegna che ci davano Pane, Noce e Fisisecchi! L’anno scolastico finì mi pare a maggio e fummo tutti promossi senza dare gli esami. La guerra si avvicinava, anche se per il momento non avvertivamo i pericoli che ci sarebbero capitati. Eravamo ragazzi, ma meno vogliosi di ruzzare o di allontanarsi da casa. Spesso si andava alla Madonnina al Riposo a vedere bombardare Empoli. Oppure la notte andavamo sul prato del duomo a vedere cadere i bengala su Pontedera, Pisa e sentire gli schianti dei bombardamenti. Era rischioso perché era entrato in vigore il coprifuoco e alle sette, in pieno giorno, si doveva stare chiusi in casa. Se passava la ronda dei polizei, ti portavano alla casa del fascio che era nel palazzo oggi del Dott. Piccolo! Si era già vicini all’estate e allora stare chiusi in casa era un gran sacrificio.
 
Ricordi qualche episodio di questi tedeschi impegnati a fare servizio d’ordine? Come si comportavano con la popolazione?
Noi avevamo cambiato casa e si era tornati in via Umberto I (oggi via Rondoni) dove attualmente c’è un terrazzino. La casa però aveva anche una finestra  che dava in via Del Bravo (oggi) e quindi si poteva vedere tutta la piazza Buonaparte. I polizei non volevano neppure che si stesse affacciati alle finestre a frescheggiare e parlare da finestra  a finestra, ma la gente se ne fregava e stava alle finestre.
Una sera i polizei cominciarono a sbraitare di andare dentro, ma improvvisamente partì una pernacchia talmente grande che la sentimmo tutti scoppiando a ridere!
Forse fu uno che abitava nel palazzo dov’è la lapide che ricorda Napoleone a San Miniato. Incattivitisi, i polizei cominciarono a sbattere con il calcio dei fucili la porta, a sparare verso le finestre, ma tutto inutile. Allora i polizei si radunarono davanti alla chiesa di San Rocco, per ripararsi, ed uno tirò fuori una bomba a mano con l’idea di lanciarla contro il portone della casa presa d’assalto. Forse sbagliò a contare per lanciarla, forse un difetto della bomba… sta di fatto che la bomba gli scoppiò in mano amputandogliela! I polizei, tutti impauriti, soccorsero immediatamente il collega ferito e lo portarono a braccia all’ospedale, che era lì vicino. Tutto questo tra le grida di gioia, le risate e batter di mani di tutti quelli che avevano visto dalle finestre.
Capitava anche che durante il coprifuoco girassero pattuglie tedesche alla ricerca del cibo e trovando tutto chiuso si accanivano contro saracinesche, porte, urlando e minacciando. Una sera, in casa eravamo solo io e mia madre. I tedeschi, risalendo via Del Bravo, urlavano e danneggiavano  tutte le porte. Mia madre, impaurita che arrivassero anche da noi, voleva farmi star sveglio, ma io appena aperti gli occhi mi riaddormentavo con grande angoscia per mia madre. Aveva paura che se fossero entrati in casa potessero abusare di lei. Era giovane e anche molto bella, nonostante avesse quasi 50 anni. Meno male che arrivati in Sant’Andrea presero viale Umberto Pontanari (oggi viale Matteotti) e calarono verso La Scala.
 
Quale fu il momento in cui capiste che ormai la guerra era arrivata a San Miniato?
Sarà stato verso la fine della primavera che una notte si sentì una grossa deflagrazione nella valle di Gargozzi, nella zona sotto gli orti delle monache di San Paolo. Mai successo nulla che facesse temere  un bombardamento aereo su San Miniato, per cui quello scoppio fu interpretato come un avviso che da lì a poco San Miniato sarebbe stata bombardata. Fu tutto un passa parola e la gente uscì di casa. Si formarono gruppi un po’ ovunque nello Scioa decisi a lasciare San Miniato. Una fiumana di persone, donne, uomini e bambini si incamminarono verso il Convento dei Cappuccini sicuri di essere ospitati. Anche noi, i miei genitori e mio fratello Carlo – che non intendeva lasciare il letto dove era ospitato in clandestinità – fu costretto da mia madre a venire. I frati ci accolsero in chiesa e nelle stanze adiacenti in attesa del bombardamento. Mio fratello per un po’ stette lì, poi prese e tornò a dormire a casa, sicuro che non sarebbe successo nulla. Infatti, sul far del giorno ,riprendemmo la via di casa mezzi assonnati. Si seppe, poi, che un apparecchio solitario in avaria per alleggerirsi aveva sganciato uno spezzone in piena campagna, proprio in Gargozzi, dove non c’erano abitazioni.
 
Siamo a luglio e la guerra è ormai vicina. Le incursioni erano cosa di tutti i giorni ed io appena sentivo la sirena scappavo di casa e correvo nella valle di Calvano con mia madre che mi seguiva in affanno. Spesso vedevo i caccia sganciare le bombe sulla ferrovia: da sotto la pancia dell’aereo partivano due bombe appaiate, come se fossero due bottiglie, che poi andavano a scoppiare verso Isola al ponte di ferro della ferrovia… che non colpivano mai in pieno.
L’arrivo del fronte produsse prima la distruzione di mezza San Miniato da parte dei tedeschi che minarono case e palazzi. Poi l’eccidio del Duomo, l’abbattimento della torre di Federico II, infine arrivarono gli americani!
 
Per 40 giorni circa  continuò il fronte e le cannonate tedesche arrivavano dalla riva dell’Arno. Io con i miei amici sfollati nel convento di San Francesco avevamo imparato le ore in cui i tedeschi facevano fuoco su San Miniato. Poche cannonate sparate qua e là. Negli intervalli correvamo già nella valle di Calvano, o di Cencione a far razzia di frutta che quell’anno ce ne fu in abbondanza. Se per caso i tedeschi cambiavano orario e le cannonate ci prendevano in campagna, ci si riparava nelle fosse e da una fossa all’altra si cercava di arrivare sani e salvi al Convento. Furono mesi e mesi di paura , ma la nostra incoscienza ce le fece vivere anche come un tempo di grande divertimento.  Poi col 1 settembre la guerra qui da noi finì.
 
Cosa successe ai fascisti sanminiatesi dopo la guerra?
Subito prima dell’arrivo del fronte sparirono tutti i polizei. Ed anche molti fascisti si allontanarono. Uno andò a Toiano di Palaia e tornò dopo alcuni anni. Finì a fare il sacrestano in Duomo. Ricordo che una volta andai a casa sua e in cima di scale aveva una gigantografia di Mussolini. Altri rimasero, a badare i moschetti della GIL e dopo poco a vendere l’Unità casa per casa. I Turini, i Pellicini e il prof. Novi lasciarono la Città e alcuni non ci fecero più ritorno. Solo i figli continuarono a frequentare San Miniato.
Qualche giorno dopo la Liberazione di San Miniato, i partigiani si misero subito a dare la caccia alle ragazze e alle donne che aveva avuto rapporti con i tedeschi o che erano fasciste, tagliando loro i capelli in pubblico. Anche  nel rifugio di San Francesco “raparono” varie donne, tra gli schiamazzi della gente, tra cui mia zia Beppa. Lei non aveva fatto nulla, ma era la sorella del prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, il quale fu fatto allontanare dalla parrocchia dai partigiani Baglioni, sindaco e dal maggiore Salvadori perché aveva avuto simpatie fasciste. Fu trasferito a Cevoli, presso Lari (oggi Casciana Terme – Lari) dove morì nel 1948.
  

sabato 2 maggio 2020

I SANMINIATESI E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA 1936-1939

di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
La cosiddetta “Guerra civile spagnola” fu combattuta fra il luglio del 1936 e l’aprile del 1939. Il conflitto vide fronteggiarsi l’Ejército Popular de la República e il Bando Nacional, dopo il colpo di stato operato fra il 17 e il 18 luglio 1936. Il primo era composto da formazioni costituitesi all’interno del Fronte Popolare (Repubblicani, Socialisti, Comunisti ed altri) e da quella porzione di esercito rimasto fedele al Governo legittimamente eletto. Il secondo, invece, era quella parte dell’esercito che aveva aderito al colpo di stato e che era sostenuto dalla Falange Española, movimento politico d’ispirazione fascista, da cui nacque il Movimiento National capeggiato dal generale Francisco Franco. Da molti è considerata un’anticipazione della Seconda Guerra Mondiale, poiché il conflitto vide la partecipazione diretta o indiretta di potenze straniere che, per la prima volta, adoperarono armi e tattiche proprie della “guerra totale”, poi largamente usate fra il 1939 e il 1945. A sostegno del Fronte Popolare si costituirono le Brigate Internazionali, composte da volontari che si recarono in spagna appositamente per sostenere la causa popolare. L’Italia e la Germania, invece, sostennero il partito golpista.


17 luglio 1936: scoppia la Guerra civile spagnola

L’INTERVENTO ITALIANO
In particolare, l’Italia, già nell’agosto 1936 aveva inviato aerei da bombardamento pilotati da “volontari” fascisti. Dal dicembre 1936 prese avvio un intervento più massiccio nella cosiddetta Missione Militare Italiana in Spagna o MMIS. Nel febbraio 1937 l’organizzazione fu sottoposta al Comando Truppe Volontarie che ebbe il compito di gestire le attività di combattimento del Corpo Truppe Volontarie, composto da circa 20.000 uomini della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, organizzati in tre divisioni disposte come fanteria semi-motorizzata. I volontari antifascisti italiani furono circa 4000, di cui 1800 del PCI, oltre a Socialisti, Anarchici, Repubblicani e altri. Ed è proprio all’inizio del 1937 che si hanno le prime notizie, anche a San Miniato, circa il coinvolgimento nel conflitto spagnolo. In particolare conosciamo i nomi di 9 volontari che andarono a sostenere il Bando Nazionale e i nomi di 2 volontari antifascisti che andarono a combattere a fianco del Fronte Popolare.

I VOLONTARI FASCISTI – UNA TESTIMONIANZA
Sul “volontariato” fascista a San Miniato, disponiamo della testimonianza di Ermanno Barsotti (che sarà poi Segretario del CLN di San Miniato, membro del Partito d’Azione e Consigliere Comunale eletto per il Partito Socialista. Nell’intervista rilasciata nel 1984, ricordò che «tanto in Africa che in Spagna il famoso volontarismo [fascista] era dato dal vitellonismo paesano, gente che non aveva né arte, né parte; che un giorno partiva e andava in Africa, partiva e andava in Spagna; [mentre] la gente che avrebbe potuto in virtù di una convinzione fare quelle scelte rimaneva [a casa]» [tratto da San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e testimonianze, Amministrazione Comunale di San Miniato, Biblioteca Comunale di San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, p. 22]. Chiaramente si tratta di una testimonianza “di parte”, per di più rilasciata quasi mezzo secolo più tardi. Tuttavia contiene elementi che, almeno in parte, possono essere considerati verosimili e attendibili. La situazione, contrariamente alle semplificazioni proposte da Ermanno Barsotti, era sicuramente più complessa. Speso, infatti, “lo spirito di sacrificio” dei volontari fascisti, anziché dettato dal mero “vitellonismo paesano”, fu suscitato anche dalla promessa di un lavoro sicuro nella pubblica amministrazione e quindi da un miglioramento delle proprie condizioni socio-economiche. In ogni caso ci furono anche molti volontari che partirono effettivamente con spirito ideologico. Probabilmente non furono la maggioranza, ma costituirono un numero tutt’altro che insignificante.

GLI ANTIFASCISTI SANMINIATESI
Alla metà degli anni '30 si costituì un'organizzazione antifascista anche nel territorio sanminiatese. Si trattava per lo più di giovani aderenti al Partito Comunista, che iniziarono anche una vera e propria attività di contropropaganda. Fra questi, ricordiamo Giuseppe Gori di Cigoli, Omero Franceschi, Curzio Baldini di Ponte a Egola e molti altri, che erano entrati in contatto con l'empolese Gino Ragionieri e che nel 1938 furono tratti in arresto. Omero Franceschi, che nel dopoguerra sarà Consigliere eletto nel PCI, in una testimonianza rilasciata nel 1984 ricordò come per la Guerra di Spagna avvenisse la distribuzione di materiale clandestino e fosse attivato anche nella zona il Soccorso Rosso, a sostegno dei prigionieri del Fronte Popolare caduti in mano alle forze nazionaliste. [San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e testimonianze, Amministrazione Comunale di San Miniato, Biblioteca Comunale di San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, p. 35]
Bruno Falaschi, che nel Dopoguerra sarà eletto Sindaco di San Miniato, ricordò che durante la Guerra di Spagna il gruppo comunista che agiva in clandestinità acquistò un apparecchio radio per ascoltare Radio Spagna Libera o Radio Mosca [D. Fiordispina, Giuseppe Gori e compagni, San Miniato, 1994, p. 97].
Tuttavia gli antifascisti non erano in contatto con i due sanminiatesi che presero parte attiva nella guerra, sostenendo il Fronte Popolare.

PER IL FRONTE POPOLARE – FLORINDO EUFEMI
Florindo Eufemi era nato a Grasse, in Francia, il 5 agosto 1912 da Paolo e Nella Caparrini. All’età di pochi anni, assieme ai genitori, rimpatriò a San Miniato e condusse una vita “normale”, aiutando la famiglia nel lavoro di venditore ambulante e impegnandosi nel ciclismo. Nel periodo 1933-34 aveva prestato regolarmente il servizio militare, inquadrato nel 3° Reggimento Bersaglieri. Concluso il periodo di leva, conseguì numerose vittorie nelle gare ciclistiche. La più prestigiosa fu nell’agosto 1936 al Giro della Corsica, per la quale ottenne il passaporto con validità fino al 6 settembre. Il Consolato di Bastia riferì che Eufemi si era dimostrato fervente fascista, anzi esuberante nelle manifestazioni esteriori di attaccamento al Regime. Poco dopo, ottenne un secondo passaporto per partecipare alla gara Genova-Nizza che si tenne il 22 novembre 1936. Chiese di poter prolungare il passaporto, ma gli fu negato dal Consolato di Nizza. Da quel momento si rese irreperibile. Nel febbraio 1937 la sua foto segnaletica apparve sul Bollettino dei ricercati, indicato come “sovversivo” e residente in Spagna. [D. Fiordispina, Giuseppe Gori e compagni, San Miniato, 1994, p. 147-148].

Florindo Eufemi
Archivio dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione In Italia, Fondo  Archivio dell'Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna, Busta 4, Fasc. 23.

PER IL FRONTE POPOLARE – ORESTE RISTORI
Un altro sanminiatese che andò in Spagna a sostenere il Fronte Popolare fu Oreste Ristori. La sua è una storia molto particolare e merita di essere riportata in sintesi. Nacque da Egisto e Massimina Giani in Loc. Pino, a Ponte a Elsa, frazione del Comune di San Miniato nel 1874. Intorno al 1890 si avvicinò ad un gruppo anarchico empolese e fu arrestato varie volte fra il 1892 e il 1897, poi nel 1898 emigrò clandestinamente in Francia. Nel 1903 andò in Argentina, dove venne arrestato. Riuscito a fuggire, si rifugiò a Montevideo, in Uruguay. Nel 1904 si trasferì in Brasile dove negli anni ’20 aderì al “Movimento Comunista”. Rimase in Brasile fino al 1936, quando, fallito il colpo di stato rivoluzionario contro il Governo del Presidente Vargas, fu accusato (pare ingiustamente) di aver partecipato al tentativo di golpe e per questo fu rimpatriato forzatamente. Giunto in Italia, nel 1937 da Livorno si portò a Barcellona, dove collaborò con le forze del Fronte Popolare. Purtroppo non abbiamo contezza delle sue attività durante la Guerra Civile spagnola, ma data l’età superiore ai 60 anni, è probabile che non prendesse parte attiva alle azioni di combattimento.
Successivamente, lo ricordiamo, Oreste Ristori si trasferì in Francia. A seguito dell’occupazione tedesca, fu estradato in Italia nel 1940, dove visse ad Empoli in regime di “residenza sorvegliata”. Dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), scese in piazza a festeggiare. Tale comportamento gli costò l’internamento nel carcere fiorentino delle Murate. Il 2 dicembre 1943 fu giustiziato al campo di tiro delle Cascine, come rappresaglia per l’uccisione del Tenente Colonnello Gino Gobbi, Capo del Comando Militare di Firenze, da parte di una formazione gappista.

Oreste Ristori in una foto segnaletica del 1937

GLI STUDENTI SANMINIATESI
Per l’anniversario della fondazione della Falange Spagnola, gli allievi della Scuola Professionale di San Miniato “Augusto Conti” avevano inviato una lettera in Spagna, per dimostrare la propria vicinanza al movimento nazionalista e alla guerra che stava combattendo. E così, il 4 marzo 1937, la Direttrice Prof.ssa Alessandra Donati, comunicò a tutte le classi della scuola sanminiatese che Radio Valladolid – una stazione radiofonica di contropropaganda fascista, che si contrapponeva alle radio del Fronte Popolare – aveva dato lettura e apprezzamento della missiva, onde esprimere ad essi la viva riconoscenza provata per i sentimenti che stringono gli animi dei nostri giovani ai sentimenti condivisi dai giovani di tutta la Spagna, pure essi inquadrati in Associazioni Giovanili per la difesa e la gloria della Patria. […] E caro soprattutto riesce ai combattenti il saluto dei giovani, in quest’ora in cui tanta parte del più vivo sangue spagnolo è minacciato di doloroso esodo […]. Ad uno ad uno la radio ha comunicato i nomi di tutti i numerosi alunni firmatari, che ad ognuno il proprio nome giungesse come segno di intima unione di cuori, ringraziamento e promessa di fede. [tratto da «La Domenica», Anno I, n. 10 del 7 marzo 1937, p. 3]. Attenzione alla data, siamo vicini alla “Battaglia di Guadalajara”, combattuta fra l’8 e il 23 marzo 1937 e che vide la sconfitta delle forze di Francisco Franco, affiancate dagli italiani del Corpo Truppe Volontarie.

I VOLONTARI SANMINIATESI PER IL BANDO NAZIONALE
All’inizio del mese di settembre 1937, immediatamente dopo la “Battaglia di Santander” favorevole alle forze nazionaliste – quella battaglia che Indro Montanelli “smontò” definendola una passeggiata, con unico nemico il caldo – al Palazzo Littorio di San Miniato si era riunito il direttorio fascista. Tutti i convenuti, interpretando l’unanime sentimento di tutto il Fascio sanminiatese, esprimono il loro profondo entusiasmo per la caduta di Santander, altra eroica tappa verso l’annientamento completo del bolscevismo in terra di Spagna […]. Ma soprattutto rivolsero il loro saluto cameratesco ai legionari sanminiatesi Capponi Dott. Ugo, Giglioli Ugo, Bertini Giuseppe, Falaschi Luigi, Martelloni Alessandro e Paletti Cesare, che nella lotta antibolscevica spagnola hanno tenuto e tengono alto il nome del Fascismo sanminiatese, dimostrando sempre e ovunque la fede, il coraggio e l’ardimento del vecchio squadrismo della vigilia. Nell’esaltazione della vittoria, il Fascismo sanminiatese inchina il suo gagliardetto e rivolge il suo deferente pensiero alla memoria dei camerati Nacci Ezio e Grossi Adon, che nella lotta antibolscevica hanno lasciato la vita sui campi di battaglia, in nome del Duce e per il trionfo del fascismo nel mondo. [tratto da «La Domenica», Anno I, n. 36 del 5 settembre 1937, p. 3].

Volontari italiani in Spagna
Immagine tratta da Italiani in Spagna, Prospettive, n. 6, 1939, p. 21

VERSO BILBAO
Fra i sanminiatesi partiti per la Spagna, si distinse Ugo Capponi, il quale ottenne numerose decorazioni al Valor Militare. Egli era nato a San Miniato il 22 maggio 1903, si era iscritto al PNF nel 1920 e si era laureato in Medicina Veterinaria a Pisa nel 1930. Nello stesso anno si era iscritto all’Albo dei Veterinari e al sindacato fascista. Partì per la Spagna e fu inquadrato col grado di Tenente, nel 3° Reggimento «Frecce Nere», con il ruolo di Comandante di Compagnia in Trincea. La Brigata “Frecce Nere”, era costituita da due reggimenti di fanteria – il 3° comandato dal Colonnello Renzoli, il 4° dal Colonnello Fiumara – oltre ad un raggruppamento artiglieria e da una compagnia mista del genio. La brigata era stata costituita nel gennaio 1937 ed iniziò ad operare a partire dal prima sul Jamara e poi verso Bilbao. Ugo Capponi partecipò alle operazioni belliche durante la cosiddetta Battaglia di Bilbao, nella primavera del 1937. In particolare, il 14 febbraio 1937 si guadagnò la prima medaglia d’argento, mentre si trovava presso Ondarroa, nel nord della Spagna, a circa 40 km ad est di Bilbao. Qui si impegnò in una ricognizione oltre le linee nemiche, culminata con un violento scontro a fuoco che lo vide protagonista nel disperdere i nemici lanciando bombe a mano. Rimasto ferito al petto e ad un braccio, provvide a curarsi da solo, rimanendo costantemente nella sua posizione di comando.

I nazionalisti premono su Bilbao
Corriere della Sera, Anno 62, n. 107 del 6 maggio 1937, p. 7

LA BATTAGLIA DI MADRID
Durante gli scontri nella Spagna centrale per il controllo della capitale, in località Masegoso, a 180 km ad ovest di Valencia, perse la vita Ezio Nacci. Figlio di Raffaele ed Emilia Rosetti, era nato a San Miniato il 29 agosto 1899 ed era un reduce della “Grande Guerra”. Dopo aver aderito al PNF, aveva deciso andare volontario in Spagna, dove fu inquadrato come “camicia nera” nella 730a Bandera, comandata dal 1° Seniore Calzonsori. Il suo reparto faceva parte dell’8° Gruppo Banderas della 2° Divisione “Fiamme Nere”, comandata dal Generale Guido Coppi. L’8 marzo 1937, durante uno scontro armato, dopo che altri commilitoni erano stati uccisi dal fuoco nemico, aveva tentato di resistere in posizione avanzata e scoperta, rimanendo ucciso. Per questa sua azione fu insignito della medaglia d’argento alla memoria. [si veda anche l’elenco dei caduti della Battaglia di Madrid, pubblicato su «La Stampa», Anno 71, n. 140 del 14 giugno 1937, p. 1]

LA BATTAGLIA DI BILBAO
Fra il 1 e il 3 maggio 1937, presso il Monte Sollube, a circa 15 km a nord-est da Bilbao, Ugo Capponi si rese protagonista di una azione che gli valse il secondo riconoscimento, stavolta una Medaglia di bronzo. La situazione vedeva le forze nazionaliste in rapido avanzamento su Bilbao. La velocità, tuttavia, aveva prodotto una punta avanzata che si trovava in una situazione di debolezza. Per questo motivo le forze del Fronte Popolare tentarono una controffensiva impiegando ben 5 battaglioni, costringendo le “Frecce Nere” a ripiegare ed a combattere per evitare l’accerchiamento. La situazione fu sbloccata solamente quando arrivò in soccorso la V Brigata di Navarra. In ogni caso le “Frecce Nere” contarono quasi 300 perdite su 700 effettivi. In questo contesto, Ugo Capponi, alla testa della sua compagnia, si spinse in posizioni molto avanzate, presso al nemico. In questo modo riuscì a facilitare lo schieramento della brigata, riuscendo a mantenere la posizione per circa tre giorni, respingendo una serie di attacchi delle forze del Fronte Popolare. Questa azione gli valse una medaglia di bronzo. Molto probabilmente, assieme ad altri sanminiatesi, rientrò in città per il Natale 1937.

Le truppe rosse di Bilbao in rotta disastrosa
La Stampa, Anno 71, n. 140 del 14 giugno 1937, p. 1

VERSO IL SECONDO INVERNO
Nei giorni in cui il Governo repubblicano decise di spostarsi da Valencia a Barcellona, il sanminiatese Galliano Caciagli si trovava a Saragozza, nel quartiere “Valencia”, impegnato come Carabiniere nella
1° Sezione dei CC.RR. «Frecce». Faceva parte del contingente di Carabinieri Reali inviato in Spagna con compiti di polizia militare, oltre a scortare e facilitare il traffico dei convogli che trasportavano i rifornimenti per il Corpo Truppe Volontarie. La sera del 5 novembre 1937, una polveriera aveva preso fuoco a seguito di un’incursione aerea delle forze repubblicane e Galliano Caciagli si adoperò per mettere in salvo numerose persone, nonostante il pericolo. Questa azione gli valse una croce di guerra.

DOPO LA BATTAGLIA DI TERUEL
L’anno seguente Ugo Capponi era di nuovo in Spagna. In particolare, dopo la Battaglia di Teruel, il 9 marzo 1938 si trovava in località La Muela, presso Anadón, in Aragona, a circa 70 km a sud da Saragozza. Sempre inquadrato col grado di Tenente, adesso operava al comando di brigata – sempre la Brigata “Frecce Nere” – come ufficiale di collegamento. Inviato a portare alcuni ordini ad un reggimento, rimase coinvolto in una controffensiva nemica. Ugo Capponi, benché non fosse un suo compito, imbracciò un fucile e, carico di bombe a mano, si scagliò verso le linee nemiche. In particolare, si adoperò per mettere fuori combattimento una mitragliatrice nemica, prodigandosi poi in un inseguimento e facendo due prigionieri. Questa azione gli valse la seconda medaglia d’argento. L’onorificenza fu salutata con plauso a San Miniato: il Fascismo Samminiatese si sente veramente orgoglioso di questo suo camerata che in terra di Spagna, sotto le insegne dei neri gagliardetti dello squadrismo fascista, tiene così alto il nome della nostra città, combattendo eroicamente contro la barbaria bolscevica. L’esempio ed il valoroso contegno del camerata Capponi viene segnalato all’ammirazione di tutte le Camicie Nere Samminiatesi. [tratto da «La Domenica», Anno II, n. 15 del 10 aprile 1938, p. 3]

I nazionalisti all’offensiva
La Stampa, Anno 72, n. 59 del 10 marzo 1938, p. 1

SCONTRI SULL’EBRO
Il 4 aprile 1938, presso Alhama de Aragón, a circa 70 km a sud-ovest di Saragozza, morì Adone Grossi di Benedetto. Era nato a San Miniato il 6 agosto 1901 ed era partito volontario per la Spagna assieme agli altri sanminiatesi. Rimasto ferito durante un combattimento, morì a seguito dell’insorgenza della setticemia. Il suo nome figura, infatti, nell’elenco dei caduti italiani sepolti nel Sacrario Militare Italiano di Saragozza, annesso alla chiesa di Sant’Antonio di Padova, realizzato fra il 1937 e il 1940. [vedi articolo I 204 Legionari italiani caduti nella battaglia dell’Ebro, su «La Stampa», Anno 72, n. 93 del 19 aprile 1938, p. 2; cfr. R. Boldrini, Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 149]

LA BATTAGLIA DELL’EBRO-1
Il 15 luglio 1938, poco prima della Battaglia dell’Ebro, risulta ancora impegnato Cesare Paletti, nato a San Miniato il 18 luglio 1911, figlio di Fabio e Cesarina Tafani. Inquadrato col grado di soldato nel 2° Battaglione Carristi, si trovava ad Albentosa, in Aragona, in una zona montuosa a circa 80 km a nord di Valencia. Qui, dopo una giornata di combattimenti aveva preso parte ad un’operazione finalizzata al recupero di due uomini, i cui carri erano rimasti immobilizzati, probabilmente a causa della conformazione del terreno o per problemi meccanici ed erano rimasti esposti al nemico. L’operazione si concluse positivamente e Cesare Paletti venne insignito della sua prima croce di guerra. In Spagna era stato inviato un piccolo contingente corazzato, che in seguito prese il nome di “Raggruppamento Carristi”, suddiviso in due battaglioni. Il primo era organizzato in 4 compagnie carristi, da una sezione anticarro e da una compagnia di fanteria spagnola su tre plotoni. Il secondo battaglione, a cui apparteneva Cesare Paletti, era composto da due compagnie, una di automitragliatrici e una di motomitraglieri, e dalla 5° compagnia carristi, specializzata con lanciafiamme e armamenti chimici.

Carristi italiani in Spagna
Immagine tratta da Italiani in Spagna, Prospettive, n. 6, 1939, p. 63

LA BATTAGLIA DELL’EBRO-2
Durante la Battaglia dell’Ebro, il 13 settembre 1938, perse la vita Florindo Eufemi, colpito mortalmente durante il cannoneggiamento della città di Albacete, a circa 140 km a sud-ovest di Valencia. [D. Fiordispina, Giuseppe Gori e compagni, San Miniato, 1994, p. 147-152]. Abbiamo visto come nel novembre 1936 si fosse dato irreperibile dopo una corsa ciclistica in Francia. Entrato in Spagna, si era arruolato nella “Brigata Garibaldi”, comandata da Rodolfo Picciardi, ex Segretario del Partito Repubblicano ed esule in Svizzera, poi Vicepresidente del Consiglio dei Ministri fra il 1947 e il 1948. Nella Brigata erano presenti anarchici (circa il 10%), comunisti (circa il 40%), socialisti, repubblicani e altri (circa il 10%), mentre il restante 40% era costituito da persone la cui appartenenza rimane sconosciuta e probabilmente si tratta di non aderenti formalmente a formazioni politiche organizzate. La “Brigata Garibaldi” era organizzata in quattro battaglioni e Florindo Eufemi faceva parte di una Compagnia di Mitraglieri del 4° Battaglione, comandato da Ignacio Muniz e il cui commissario politico era Enrique Flores [Il Battaglione Garibaldi, a cura di A. Lopez, Quaderni dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, n. 7, Roma, 1990].

Mitraglieri della Brigata Garibaldi in Spagna
Immagine tratta da L. Arbizzani, Spagna e Italia: una sola battaglia,
in Garibaldini in Spagna e nella Resistenza bolognese,
V Quaderno de “La Lotta”, Arte-Stampe, Bologna, 1966, p. 14.

LA BATTAGLIA DELL’EBRO-3
Anche in virtù del precedente riconoscimento ottenuto nel luglio 1938, Cesare Paletti era stato promosso al grado di “camicia nera scelta”, corrispondente a quello di caporale nell’esercito. Va ricordato che, almeno ufficialmente, in Spagna erano andati i volontari della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN). Sul finire della Battaglia dell’Ebro, il 5 novembre 1938, si trovava a Benissanet, a circa 50 km ad ovest di Terragona. Qui si distinse nell’attività di collegamento fra il suo battaglione e il comando del “Raggruppamento Carristi” e per tale attività gli venne riconosciuta la seconda croce di guerra. Rientrato a San Miniato, Cesare Paletti nel Dopoguerra svolse il lavoro di meccanico, con officina in via Cesare Battisti.

VERSO LA CONCLUSIONE DELLA GUERRA CIVILE
A circa un mese dalla caduta di Barcellona, il giorno di Natale 1938, le forze militari nazionaliste erano impegnate ad attaccare il Fronte Popolare in Catalogna. In questo contesto troviamo Luigi Falaschi, nato a San Miniato da Faustino e Annunziata Giunti. Faceva parte del 2° Reggimento di fanteria delle Camicie Nere, organizzato in seno alla Divisione “Volontari del Littorio”, così come era stato organizzato il corpo dei volontari fascisti nel giugno del 1937. In località Granena de Las Garrigas, a circa 60 km a nord-ovest di Terragona, Luigi Falaschi rimase ferito furante un’azione d’assalto, ma continuò a combattere finché non venne colpito una seconda volta. Il suo comportamento gli valse una medaglia d’argento al valor militare.

A Madrid liberata
Immagine tratta da La Stampa, Anno 77, n. 73 del 31 marzo 1939

LA VITTORIA DEI NAZIONALISTI E LA POSIZIONE DELLA CHIESA SANMINIATESE
Dopo la presa di Barcellona e con la presa di Valencia e Alicante, a fine marzo 1939 si concluse la Guerra Civile. Dopo quasi 3 anni, la guerra era costata circa 270mila morti. In Italia la vittoria dei nazionalisti fu salutata con acclamazione, come una vittoria dello stesso regime fascista.
La Chiesa inizialmente aveva mantenuto una posizione di neutralità. Tuttavia, finì per sostenere convintamente le posizioni delle forze franchiste in conseguenza della repressione anti-cattolica che fu attuata nei territori controllati dal Fronte Popolare. Si stima, infatti, che nei tre anni di guerra siano stati uccisi 13 vescovi, circa 4000 sacerdoti e seminaristi, oltre a circa 2500 religiosi e religiose. Molti di essi sono stati poi dichiarati “martiri” e canonizzati o beatificati. Ciò portò al riconoscimento, nel 1938, del Governo di Franco da parte dello Stato Vaticano.

Chiaramente la situazione era molto complessa: non mancarono posizioni di sostegno al Governo legittimo, specialmente nei Paesi Baschi, ma anche di ecclesiastici che non videro favorevolmente l’intervento italiano in Spagna. Ad esempio, Don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito Popolare, costretto all’esilio nel 1924 dal regime fascista, cercò di far cessare la repressione anticristiana, ma al contempo di far sì che la Chiesa si smarcasse dal fronte dei nazionalisti.
In ogni caso, in un contesto di regime e nel clima post-riconciliazione, almeno ufficialmente la Chiesa italiana prese una posizione che fu sostenuta anche dalla Curia sanminiatese. Appresa la notizia della conclusione della guerra, il Vescovo Mons. Ugo Giubbi scrisse una lettera inviata a tutti i sacerdoti e che fu pubblicata sull’organo d’informazione diocesano. Di seguito il testo dell’intervento su La Domenica, Anno III, n. 14 del 2 aprile 1939, p. 1:

LA SPAGNA È RICONSACRATA ALLA FEDE E ALLA CIVILTÀ
Burgos, 29 marzo. Oggi, alle 13,30, tutta la Spagna si è sottomessa al Generale Franco. Tutte le città di provincia hanno dichiarato la loro capitolazione. L’Esercito Nazionale è accolto ovunque dalla popolazione come liberatore.

Notificazione Vescovile
Terminata gloriosamente la guerra di Spagna, come uomini, come italiani, ma soprattutto come cattolici, dobbiamo elevare al Signore le nostre azioni di grazie.
Come uomini, perché se la cessazione di una guerra, anche se giusta e santa, è sempre la fine di un male grande che porta con sé distruzione e morte e difficilmente va scompagnata da quelle crudeltà che abbrutiscono e sono contrarie ad ogni sentimento umano, quanto più questo male si verificava in ogni guerra diretta contro ogni ordine sociale e ogni forma di vivere civile.
Come italiani, perché sono stati i nostri valorosi volontari, che, a costo di grandi sacrifici e con largo tributo di sangue, hanno combattuto – molte volte come protagonisti – a fianco dell’esercito nazionale e, ricoprendosi di meritata gloria, hanno contribuito largamente al finale trionfo.
Ma soprattutto come cattolici, perché vediamo nella vittoria della Spagna nazionale, non solo la cessazione di quella persecuzione che satanicamente combatteva, nelle cose e nelle persone, ogni forma ed ogni senso religioso, unendo al sacrificio di tanti soldati, l’olocausto di migliaia di martiri, ma il trionfo della civiltà cristiana contro la barbarie di un ateismo, il più crudele e sfacciato.
Quindi è cosa giusta, doverosa e santa ringraziare il Signore.
A questo scopo i MM. RR. Parroci invitino i popoli a consacrare a questo ringraziamento la prossima Domenica di Pasqua.
Si elevino preghiere di riconoscenza al Signore ed insieme si chieda che, per i meriti del Sangue preziosissimo di Cristo, sia accolto il sacrificio di tante vite e di tanti cuori, per il bene della Spagna e per la giusta pace nel mondo.
La sera di detto giorno, qualora non sia stato fatto in precedenza, si canti il Te Deum dinnanzi a Gesù Sacramentato solennemente esposto.
I Sacerdoti tutti sospendono nella S. Messa la colletta N. 13 “pro quacumque tribulatione” e la sostituiscano, per tre giorni, colla colletta “pro gratiarum actione” tamquam pro re gravi.
In seguito si riprenda regolarmente l’ordine delle Collette, assegnato dal Calendario.
    S. Miniato
Giovedì di Passione del 1939
† UGO VESCOVO

I RICONOSCIMENTI AI MILIZIANI SANMINIATESI
Di seguito si riporta il testo delle motivazioni con cui furono insigniti i sanminiatesi che parteciparono alla Guerra Civile spagnola. Si tratta di atti ufficiali, pubblicati fra il 1939 e il 1941 sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia o nel Bollettino Ufficiale delle Nomine, Promozioni e Destinazioni del Ministero della Guerra.

Ugo Capponi, Medaglia d’Argento 14 febbraio 1937:
CAPPONI UGO fu Umberto e di Lemi Italia, da S. Miniato (Pisa), tenente 3° reggimento «Frecce Nere». – Comandante di compagnia in trincea, avuto il sospetto della presenza del nemico sul fronte del proprio reparto, malgrado la notte tempestosa, si spingeva in ricognizione a capo di una pattuglia di soli quattro uomini, per oltre un chilometro al di là delle linee. Imbattutosi in un forte nucleo avversario in agguato, lo attaccava sorprendendolo e disperdendolo a colpi di bombe a mano. Ferito nello scontro al braccio e al petto, si curava da se stesso e rimaneva per tutta la notte e per tutto il giorno successivo al proprio posto di comando. – Ondarvea, 14 febbraio 1937-XV [Regio Decreto 10 maggio 1938, registrato alla Corte dei conti li 25 giugno 1938 guerra, Registro n. 17, foglio n. 385, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 42 del 27 luglio 1939, Ministero della Guerra, p. 3649]

Ugo Capponi, Medaglia di Bronzo 1-3 maggio 1937:
CAPPONI UGO fu Umberto e Lami Italia, da S. Miniato (Pisa), tenente 3° reggimento «Frecce Nere». – Comandante di compagnia alla testa del suo reparto, si spingeva su posizioni avanzatissime, poste sul fianco dell’avversario, ed, occupandole saldamente, garantiva lo schieramento della sua brigata. Per tre giorni consecutivi, resistendo sul posto, respingendo i contrattacchi nemici, contrattaccando a sua volta in condizione di quasi totale isolamento. Pendici di Monte Sallube, 1-3 maggio 1937-XV. [Regio Decreto 14 marzo 1938, registrato alla Corte dei conti li 10 maggio 1938 guerra, Registro n. 13, foglio n. 71, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 42 del 27 luglio 1939, Ministero della Guerra, p. 3680]

Ugo Capponi, Medaglia d’Argento 9 marzo 1938:
CAPPONI UGO fu Umberto e di Italia Lami, da S. Miniato (Firenze), tenente comando brigata «Frecce Nere». – Inviato dal comando di brigata in servizio di collegamento presso un reggimento attaccante in un momento molto critico del combattimento, in cui un reparto era stato costretto a ripiegare sotto la pressione di un contrassalto nemico, spontaneamente imbracciava un fucile, intascava bombe a mano e si slanciava isolato contro il nemico. Raggiungeva la linea avversaria precedendo i reparti assaltanti, con le sue armi impegnava combattimento sul fianco di una mitragliatrice avversaria obbligando il porta arma a fuggire. Inseguiva con altro ardito questo ed un altro rosso armato di fucile mitragliatore catturando i due nemici con le due armi. Esempio mirabile di ardimento e di eccezionale spirito animatore in combattimento. – La Muela de Anadon, 9 marzo 1938-XVI.
[Regio Decreto 25 gennaio 1940, registrato alla Corte dei conti li 23 febbraio 1940 guerra, Registro n. 7, foglio n. 321, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 59 del 17 ottobre 1940, Ministero della Guerra, p. 6144]

Paletti Cesare, Croce di Guerra al Valor Militare 15 luglio 1938:
PALETTI CESARE fu Fabio e di Tofani Cesarina, da San Miniato (Pisa), soldato 2° battaglione carristi. – Dopo una dura giornata di combattimento, chiedeva di unirsi ad una pattuglia di audaci che riusciva, nella notte, a salvare il capocarro ed il pilota di un carro rimasto immobilizzato. – Albentosa, 15 luglio 1938-XVI. [Regio Decreto 7 marzo 1940, registrato alla Corte dei Conti addì 4 aprile 1940, registro n. 11 guerra, foglio n. 66, pubblicato in Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 20 del 25 gennaio 1941, p. 329]

Paletti Cesare, Croce di Guerra al Valor Militare 5 novembre 1938:
PALETTI CESARE fu Fabio e di Tafani Cesarina, da S. Miniato (Pisa), camicia nera scelta raggruppamento carristi. – Ardito pilota di carro d’assalto durante il combattimento dell’Ebro, attraversando zone fortemente battute dall’artiglieria nemica, provvedeva al collegamento del battaglione con il comando di raggruppamento. – Benisanet, 5 novembre 1938-XVII
[Regio Decreto 22 settembre 1939, registrato alla Corte dei conti li 23 ottobre 1939 guerra, Registro n.38, foglio n. 401, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 13 del 29 febbraio 1940, Ministero della Guerra, p. 1426]

Caciagli Galliano, Croce di Guerra al Valor Militare 5 novembre 1937:
CACIAGLI GALLIANO di Luigi e di Balducci Marianna, da S. Miniato (Pisa), carabiniere 1° Sezione dei CC.RR. «Frecce». – Accorso, con altri militari, nei pressi di una polveriera incendiatasi in seguito a bombardamento aereo, noncurante del pericolo concorreva al salvataggio di numerose persone. – Zaragoza, Barrio Venecia, 5 novembre 1937-XVI.
[Regio Decreto 14 marzo 1938, registrato alla Corte dei conti li 10 maggio 1938 guerra, Registro n. 13, foglio n. 71, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 42 del 27 luglio 1939, Ministero della Guerra, p. 3686]

Nacci Ezio, Medaglia d’Argento alla memoria, 8 marzo 1937
NACCI EZIO di Raffaele e di Rosetti Emilia, da San Miniato, camicia nera 730° bandera (alla memoria). Porta arma, con calma e coraggio esemplari, pur vedendo cadere al suo fianco due compagni, postava la propria arma in posizione avanzata e scoperta e neutralizzava il fuoco di una mitragliatrice avversaria finché non cadde colpito a morte. – Masegoso, 8 marzo 1937-XV. [Regio Decreto 16 dicembre 1937, registrato alla Corte dei conti li 25 gennaio 1938 guerra, Registro n. 2, foglio n. 221, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 42 del 27 luglio 1939, Ministero della Guerra, p. 3597]

Luigi Falaschi, Medaglia d’Argento 25 dicembre 1938:
FALASCHI LUIGI fu Faustino e fu Giunti Annunziata, da S. Miniato (Pisa), camicia nera 2° reggimento CC. NN. – All’assalto di una importante posizione nemica, dando prova di eccezionale sprezzo del pericolo, era di esempio nello slancio ammirevole del quale era animato. Ferito una prima volta, continuava nella sua azione trascinatrice, finché veniva colpito da un secondo proiettile ad una gamba che gli impediva di muoversi. Accortosi che poco lontano da lui altro compagno era ferito, con generoso spirito di cameratismo si trascinava fino a lui per recargli conforto ed aiuto. Sublime esempio di abnegazione ed alto sentimento del dovere. – Fronte di Catalogna, Granena de las Garrigas, 25 dicembre 1938-XVII.
[Regio Decreto 3 agosto 1940, registrato alla Corte dei conti li 29 agosto 1940 guerra, Registro n. 33, foglio n. 115, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali, n. 10 del 23 gennaio 1941, Ministero della Guerra, p. 3633]

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