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sabato 17 luglio 2021

18 LUGLIO 1944 – L’ARRIVO DEGLI ALLEATI NEL TERRITORIO SANMINIATESE

a cura di Francesco Fiumalbi

 
Indice del post:
IL CONTESTO ITALIANO
IL CONTESTO SANMINIATESE: FRA INCURSIONI E RESISTENZA
L’ORGANIZZAZIONE DELLA RESISTENZA TEDESCA
GLI SFOLLAMENTI
L’AVANZATA STATUNITENSE
18 LUGLIO - L’ARRIVO NEL TERRITORIO SANMINIATESE
DA BUCCIANO A MORIOLO
DA BUCCIANO A MONTEBICCHIERI
LA DIFFICILE AVANZATA IN VALDEGOLA
COLLATERAL DAMAGES
 
Era un martedì mattina di luglio, precisamente il 18 luglio 1944. Dopo poco più di quattro anni dall’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania (10 giugno 1940), le avanguardie Alleate fecero il loro ingresso nel territorio sanminiatese. Finiva così il ventennio dominato dal fascismo, ma iniziava il periodo più drammatico della storia recente, quello della lotta per la sopravvivenza, con la popolazione civile che per 40 giorni fu costretta fra gli eserciti statunitense e tedesco. Un periodo, durato fino all’attraversamento dell’Arno del 1 settembre, in cui persero la vita circa 200 persone.
 


IL CONTESTO ITALIANO
Dopo lo sbarco in Sicilia (9 luglio 1943), la posizione del Governo Mussolini si fece sempre più precaria, fino alla drammatica seduta del Gran Consiglio che portò all’arresto del capo del fascismo (25 luglio). L’8 settembre, il Governo Badoglio firmò l’Armistizio con le potenze Alleate e immediatamente prese corpo l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale. Liberato Mussolini a Campo Imperatore, venne costituita la Repubblica Sociale Italiana, sostenuta dalla Germania nazista. Gli Alleati impiegarono circa 11 mesi per raggiungere Roma (4-5 giugno 1944) e nello stesso momento riuscirono a sbarcare in Normandia, aprendo un nuovo fronte terrestre contro l’esercito tedesco (6 giugno 1944).
 
Dopo la perdita della capitale italiana, i militari germanici furono costretti ad un rapido arretramento: il 10 giugno gli Alleati giunsero a Viterbo, il 15 giugno a Grosseto. Il 2 luglio gli Americani giunsero a Cecina e a Volterra, il 3 a Siena. La spinta propulsiva della V Armata statunitense ben presto dovette fare i conti con la riorganizzazione della Wehrmacht, impegnata ad ostacolare con ogni mezzo l’avanzata Alleata, in modo da predisporre la Linea Gotica sull’Appennino. Il 7 luglio gli Americani entrarono Colle Val d’Elsa, il 9 a Volterra, il 13 a Lajatico e a San Gimignano, Casciana Terme e a Lari, il 17 a Montaione, Ponsacco e a Palaia.
 
IL CONTESTO SANMINIATESE: FRA INCURSIONI E RESISTENZA
La primavera aveva visto l’intensificarsi delle incursioni aeree nel territorio sanminiatese. Il 7 aprile era stata colpita la stazione (4 vittime, vai al post: IL BOMBARDAMENTO DELLA STAZIONE DI SAN MINIATO BASSO ↗), il 21 giugno due bambini rimasero uccisi presso La Catena, mentre il 30 giugno dal cielo piovvero bombe presso il ponte sull’Egola (6 vittime, vai al post: IL BOMBARDAMENTO DI PONTE A EGOLA ↗). Altre incursioni isolate mieterono altre vittime isolate fra gli ultimi giorni di giugno e l’inizio del mese di luglio.
 
Nel frattempo, il 23 giugno 1944, si era costituito il C.L.N. di San Miniato, presieduto da Emilio Baglioni (PSI) e composto inizialmente da Alessio Alessi, Ugo Gimmelli (Partito d’Azione), Giulio Buggiani (PCI) e Gino Giunti (DC), operando prevalentemente in azioni di piccolo sabotaggio e raccogliendo informazioni a vantaggio dell’esercito statunitense [ in proposito San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), Amministrazione Comunale di San Miniato, Biblioteca Comunale di San Miniato, Giardini Editore, Pisa, 1986, pp. 126-127]. Non mancarono neppure scontri a fuoco, come quello il 17 luglio avvenuto contro alcuni elementi germanici presso Stibbio e in cui persero la vita tre partigiani, fra cui Giuseppe Monti a cui verrò in seguito dedicato il Circolo di Stibbio [V. Vallini, Storia di Ponte a Egola, Ed. Ponte Blu, Santa Croce sull’Arno, 1990, p. 91].
 
L’ORGANIZZAZIONE DELLA RESISTENZA TEDESCA
Alla metà di luglio 1944, il XIV Panzerkorps della Wehrmacht, comandato dal Generale Fridolin von Senger und Etterlin, cercava di resistere il più a lungo possibile lungo la linea difensiva denominata Norastellung, che aveva come pernio il centro abitato di Palaia, occupato dai reparti della  Panzergrenadier-Division 90. del Generale Ernst-Günther Baade. Ciò era funzionale al rafforzamento dell’Arno-Stellung, l’ultima grande barriera prima della Linea Gotica sull’Appennino, visto che per varie ragioni era stata abbandonata l’operazione Stichwort Donnerschlag, “Colpo di Tuono”, formulata appena l’11 luglio [in proposito C. Biscarini, Empoli, estate 1944: Operazione “Colpo di Tuono” (Una controffensiva mancata per difetto di offensiva), in «Bullettino Storico Empolese», nn. 7-8, Anno XXX, Soc. Tip. Barbieri, Noccioli & C., Empoli, 1986, pp. 335-359].
 
In particolare, von Senger si preoccupò di allestire i due sbarramenti minori costituiti dalla Olgastellung presso Empoli e dalla Eisenbahndammlinie, ovvero la linea del rilevato ferroviario che correva fra l’Elsa e la stazione di S. Romano [F. Von Senger und Etterling, La guerra in Europa, trad. It. a cura di G. Cuzzelli, Longanesi, Milano, 2002, (orig. Der Krieg in Europa, Verlag Kiepenhueuer & Witsch, Köln, 1960), pp. 372-376]. Per questa ragione venne diramato l'ordine di evacuazione della popolazione compresa in un’area entro i 5 km a sud dell’Arno, poi ridotta alla fascia di territorio fra la ferrovia e il fiume. Testimonianze concordano circa l’installazione anche di apposita cartellonistica che informava dell’interdizione, la cui mancata osservazione avrebbe comportato la pena di morte. Questa esigenza militare fu determinante per la vita di molte persone che, una volta sfollate, furono costrette a trovare ripari provvisori in luoghi sottoposti al tiro delle artiglierie. Dunque, lasciarono le proprie case gli abitanti di Roffia, Isola, Ontraino, S. Pierino e Romaiano.
 
GLI SFOLLAMENTI
Proprio in quei giorni i tedeschi avevano iniziato a minare le abitazioni sanminiatesi, dovevano tenere sotto controllo un ampio territorio e fronteggiare, oltre agli Alleati, anche bande di partigiani. Desideravano avere campo libero, non tanto per l'incolumità dei civili, quanto per la sicurezza e la gestione dei propri soldati, che agivano in reparti ridotti e avevano subito alcune aggressioni. Per velocizzare la preparazione della linea difensiva sull’Arno, operava il Pionier Bataillon 560., che si avvalse di manodopera locale, attraverso continui rastrellamenti fra la popolazione civile [C. Biscarini, L. Niccolai, F. Mandorlini, Montopoli 1940-1944. Il passaggio della guerra nei documenti italiani, alleati e tedeschi, FM Edizioni, San Miniato, 1998, pp. 30-31].
 
La stessa soluzione, che prevedeva lo sfollamento, avrebbe dovuto essere adottata il 18 luglio nella città di S. Miniato, dove operavano i ridotti reparti dell’8° battaglione della Panzergrenadier-Division 3., controllando il territorio dal crinale alla pianura sottostante e coprendo i movimenti lungo la Tosco-Romagnola nel tratto fra Ponte a Egola e Montelupo [C. Biscarini, G. Lastraioli, «Arno-Stellung». La quarantena degli Alleati davanti a Empoli (22 luglio – 2 settembre 1944), «Bullettino Storico Empolese», n. 9, Anni. XXXII-XXXIV (1988-1990), Soc. Tip. Barbieri, Noccioli & C., Empoli, 1991, pp. 117-118]. La porzione orientale del territorio sanminiatese, fra l’Egola e Montopoli, era invece controllato dalla Panzergrenadier-Division 26., il cui comando, proprio il 15 luglio, venne affidato al Colonnello Peter Eduard Crasemann, tristemente noto per l’eccidio del Padule di Fucecchio.
 
A partire dalla tarda mattinata del 14 luglio furono sparati i primi colpi d’artiglieria verso Bucciano, che caddero presso la fonte e vicino alla strada. Gli sforzi della fanteria erano concentrati verso Palaia, ma l’artiglieria statunitense cercava di colpire le retroguardie germaniche. Infatti, fra il 14 e il 17 luglio i tiri si concentrano in zona di Santa Barbara e nella valle del Torrente Chiecina, battendo le strade principali: quelle dei fondivalle della Chiecina e della Chiecinella, oltre alla strada di crinale fra Usigliano e Marti. L’artiglieria germanica oppose uno scarso fuoco di risposta, prevalentemente in direzione di Toiano [G. Busdraghi, Estate di guerra a Bucciano. Diario del parroco Giuseppe Busdraghi giugno-settembre 1944, a cura di G. Lastraioli, C. Biscarini, L. Niccolai, F. Mandorlini, FM Edizioni, San Miniato, 1996, pp. 28-32].
 
Il 17 luglio, al momento della ritirata da Bucciano, in Valdegola erano presenti soltanto i reparti del Panzer-Aufklärungs-Abteilung 190., un battaglione di ricognizione assegnato alla Panzergrenadier-Division 3., giunto dalla Valdelsa e dislocato fra Bucciano e il Palagio [C. Biscarini, Torri e cannoni. Il passaggio del fronte a San Gimignano, ANPI San Gimignano, 2008]. L’esercito statunitense, a partire dal 18 luglio, giunse in Valdegola. Dopo la presa di Volterra, attraverso una manovra a tenaglia che vedeva il 349th giungere a est e il 350th arrivare da ovest – oltre al 351st tenuto in riserva – i tre battaglioni dell’88th Infantry Division si mossero verso il successivo obiettivo individuato nel corso dell’Arno. Il 13 luglio il 351st reggimento giunse a Lajatico, incontrando un’accanita resistenza tedesca. Poco dopo la mezzanotte del 14 luglio, il 3rd Battalion del 349th US Infantry Regiment aveva raggiunto Villamagna e nei giorni successivi, seguendo il Bloody Ridge – letteralmente, il crinale insanguinato – proseguì in direzione di Palaia. Il 16 luglio i reparti del 351st raggiunsero Montefoscoli e il giorno successivo furono a Partino, mentre il 18 luglio il 1st battaglione prese Montaione. Il 17 luglio i reparti del 349th avevano ormai raggiunto Palaia, mentre il 350th si era assestato in Loc. La Fornace, presso Collelungo. A questo punto, i tre reggimenti dell’88th divisione fanteria statunitense osservarono tre giorni di relativa calma, non trovando ulteriore resistenza in direzione dell’Arno. Oltrepassato il Torrente Chiecina, fu occupata la media Valdegola.
 
Nella zona compresa fra S. Miniato e S. Romano si trovavano, infatti, i reparti dell’88th US Infantry Division “Blue Devils” che da Volterra all’Arno, in una decina di giorni, avevano attraversato quattro linee di difesa germaniche, superando l’accanita resistenza tedesca e le difficoltà dovute alla presenza di mine e trappole esplosive che infestavano strade e campi [National Archives and Records Administration, Washington D.C., Record Group 388 – Records of U.S. Army Operational, Tactical, and Support Organizations (World War II and Thereafter), Series Unit Histories, 349st Infantry Regiment, n. 1206215, History of the 349st Infantry Regiment – 88th Infantry Division for the month of July 1944, p. 21; cfr. J. S. Brown, Draftee Division. The 88th Infantry Division in World War II, The University Press of Kentucky, Lexington, 2019 (1° ediz. 1986), pp. 140-151]
Il fianco orientale era occupato dalla Task Force Ramey, un reparto di formazione americano, frapposto tra l’88th e i reparti francesi che risalivano la Valdelsa. Il fianco occidentale, corrispondente alla Valdera, era occupato dalla 91st US Infantry Division “Powder River” [R. A. Robbins, The 91st Infantry Division in World War II, Infantry Journal Press, Washington, 1947, pp. 51-76; C. G. Starr, From Salerno to the Alps. A History of the Fifth Army 1943-1945, Infantry Journal Press, Washington, 1948, pp. 287-292; R. E. Strootman, History of The 363rd Infantry. One regiment of the 91st Division in World War II, Infantry Journal Press, Washington, 1947, pp. 36-43].
 
18 LUGLIO - L’ARRIVO NEL TERRITORIO SANMINIATESE
Dopo aver posto il controllo su Palaia, il 18 luglio gli effettivi del 349th US Infantry Regiment – i Kraut Killers, comandati dal Colonnello J. B. Crawford – proseguirono verso nord, disponendosi nella consueta formazione con due battaglioni in avanti e il terzo di riserva. Oltrepassato il crinale di Agliati, scesero in Val di Chiecina e aggredirono il versante successivo prendendo come obiettivi Bucciano e Montebicchieri. Le prime avanguardie statunitensi giunsero a Bucciano intorno alle 10 di mattina, salendo sul crinale presso la Fattoria di Sassolo [G. Busdraghi, Estate di guerra a Bucciano. Diario del parroco Giuseppe Busdraghi giugno-settembre 1944, a cura di G. Lastraioli, C. Biscarini, L. Niccolai, F. Mandorlini, FM Edizioni, San Miniato, 1996, p. 32].
 
Dopo poco arrivò il grosso del 3rd Battalion, comandato dal Lt. Col. W. B. Yeager, che prese facilmente il controllo sull’abitato, dal momento che i tedeschi si erano ritirati completamente fin dalle prime ore della mattina. Il 2nd Battalion era rimasto arretrato in posizione difensiva, comandato dal Maj N. R. Fowler. Durante l’avanzata, la fanteria statunitense fu sostenuta dal fuoco dell’artiglieria, ed in particolare del 337th Field Artillery Battalion, che cercava di sgombrare il crinale fra Bucciano e Balconevisi. Gli elementi del 3rd Battalion si mossero verso Balconevisi e alle ore 14 si impegnarono in una ricognizione volta ad individuare le forze nemiche fra Bucciano e S. Miniato ed aveva come obiettivo quello di raggiungere il crinale di Moriolo [History of the 349st Infantry Regiment… cit. p. 15].
 
DA BUCCIANO A MORIOLO
Dunque, seguendo il crinale fra Bucciano e Balconevisi, verosimilmente scesero attraverso la valle che separa il paese da Buecchio – una stretta rientranza secondaria della Valdegola – che consentiva alla fanteria statunitense di muoversi sufficientemente al riparo. Con in testa la Compagnia K, comandata dal Lt. R. Martin, la colonna uscì allo scoperto tentando di attraversare il fondovalle dell’Egola, nella zona del Genovini. La fanteria fu aggredita dal fuoco dei cannoni semoventi nemici che, dalle alture circostanti fra Sorrezzana e Canova, spararono frontalmente e su entrambi i fianchi della colonna.
 
Le avanguardie furono investite dai colpi della fucileria e di tre mitragliatrici tedesche. Utilizzando probabilmente le fosse di scolo ai lati della strada, gli statunitensi poterono disperdersi, occultarsi ed avanzare con maggiore cautela. Nonostante il fuoco di sbarramento, al tramonto la dorsale di Moriolo era occupata dalle forze americane. La Compagnia I, comandata dal Lt. Mc Abee, fu dislocata sul fianco destro della colonna e la mattina seguente, il 19 luglio, si ritirò a Bucciano in posizione difensiva.
 
DA BUCCIANO A MONTEBICCHIERI
Il 1st Battalion, comandato dal Col. H. E. Quigley, inizialmente in posizione di riserva, si mosse in direzione di Montebicchieri sostenuto dal fuoco d’artiglieria a lungo raggio. Le batterie di mitragliatrici tedesche, che avevano cercato di opporsi inizialmente all’avanzata della fanteria americana, si ritirarono in posizioni più arretrate. Gli statunitensi tentarono una sortita in direzione di Cigoli, tuttavia senza successo. In dettaglio, la compagnia A, comandata dal Cpt. R. E. Richard, prese la testa della colonna e si avvicinò al fondovalle dell’Egola, verosimilmente passando dalla valle del rio Montarcone e del rio Trentina, sbucando a sud di Calpetardo e di fronte alla collina di Leporaia (quota 108). A quel punto la fanteria statunitense cercò di muoversi attraverso i fossati di scolo, tuttavia, quando giunse a meno di 200 metri dall’Egola e a circa 400 metri dalla collina, fu bersagliata dal fuoco dei cecchini tedeschi. Questi potevano facilmente colpire i militari americani, poiché le fosse utilizzate per avanzare erano in linea con la loro direzione di tiro. Svelata la posizione, il fuoco nemico crebbe d’intensità e furono sparati anche colpi d’artiglieria e razzi da mortaio Nebelwerfer, molto pericolosi perché avevano un alto potenziale esplosivo e potevano contenere armi chimiche. A quel punto i militari in posizione più avanzata utilizzarono le piccole vanghe in dotazione per realizzare dei ripari ai lati dei fossati, nonostante il fuoco dei mortai e dei cannoni da 88 mm, verosimilmente dei Panzerabwehrkanone 43 anticarro da traino, con affusto a crociera e spesso impiegati come artiglieria campale a supporto della fanteria. A causa delle difficoltà incontrate dagli americani a causa del fuoco nemico, intorno alle 18 l’artiglieria campale a seguito del 1st Battalion, dalla zona del Palagio iniziò a cannoneggiare verso nord-est, sul versante destro della bassa Valdegola, fra Leporaia e Cigoli, arrivando a colpire lo spigolo destro della facciata della chiesa di S. Giovanni Battista e il tetto della canonica, proseguendo anche durante la notte [History of the 349st Infantry Regiment… cit. pp. 15-16].
 
LA DIFFICILE AVANZATA IN VALDEGOLA
Alle ore 4 del mattino del 19 luglio, coperti dal fuoco dell’artiglieria, i militari del 1st Battalion della 349th Infantry Division tentarono una nuova sortita in direzione della collina di Leporaia (quota 108). I militari furono intercettati dai tedeschi, i quali li tennero sotto scacco per l’intera giornata successiva, fin quasi al tramonto [G. Ugolini, Il prete che non porse l'altra guancia. Il passaggio della guerra a Cigoli, Montebicchieri, La Catena, Ponte a Egola, FM Edizioni, San Miniato, 1997, pp. 74-75].
 
Il resto del 1st Battalion – le compagnie B e C – rimase in posizione a Montebicchieri, sotto la minaccia costante del fuoco dell’artiglieria e dei carri tedeschi, che sparavano da posizioni ben protette celate dal successivo crinale in direzione nord, ovvero nella valle del rio Vaghera fra Stibbio e Montalto. Raggiunto e superato l’alveo dell’Egola, mentre i soldati statunitensi si apprestavano a risalire la collina, dal comando del battaglione arrivò l’ordine di rientro su Montebicchieri, ma l’operazione di ripiegamento parve molto pericolosa, a causa dell’approssimarsi dell’alba che avrebbe esposto i militari alla vista dei nemici. Per questo motivo decisero di proseguire sull’obiettivo, ma furono intercettati da una mitragliatrice tedesca posizionata a mezza costa, che colpì il fianco destro della colonna. A quel punto, un soldato americano col fucile a granate sparò un colpo contro la postazione nemica. Il tiro sortì l’effetto sperato e la mitragliatrice smise di sparare, ma l’operazione rivelò la posizione degli attaccanti e dalla cima della collina iniziò un intenso fuoco di difesa.
 
Gli americani si aprirono a ventaglio, cercando riparo nelle irregolarità del terreno. Mentre la fanteria tedesca sparava sulle avanguardie, colpi di mortaio e d’artiglieria cadevano dalla linea pedecollinare all’alveo dell’Egola, impedendo agli attaccanti di potersi ritirare. Il tentativo di risposta fu affidato ai colpi di mortaio, non potendo richiedere l’appoggio dell’artiglieria, dal momento che la vicinanza al nemico li avrebbe esposti al fuoco amico. Tuttavia, anche se la posizione in campo lo avesse consentito, l’artiglieria americana era comunque disposta troppo in avanti e dunque impossibilitata a colpire la cima del rilievo. Ai fanti statunitensi non rimase che trincerarsi, scavando dei ripari nel terreno sabbioso della collina. Lo scontro proseguì durante tutta la mattina successiva.
 
Nel primo pomeriggio, visto che la situazione non accennava a sbloccarsi, i tedeschi asserragliati sulla cima di Leporaia chiesero e ottennero il supporto dai reparti situati sul versante sinistro della Valdegola. Verso le ore 15 un Panzer si avvicinò alla sponda sinistra dell’Egola ed iniziò a sparare sulla fanteria americana col cannone da 88 mm, ma il primo tiro mancò il bersaglio ed andò a colpire una mitragliatrice germanica. La fortuna degli statunitensi fu quella di trovarsi troppo vicino al nemico, sia rispetto alla cima, sia rispetto al carro armato, cosicché non poterono essere bersagliati dai tedeschi. Vista l’impossibilità di colpire la fanteria nemica ed essendo in una posizione scoperta, esaurito l’effetto sorpresa, il Panzer tedesco si ritirò. A quel punto gli americani poterono retrocedere fino all’alveo dell’Egola, che costituiva una profonda trincea naturale. Arrivò l’ordine di ritirata che avvenne intorno alle ore 20 [History of the 349st Infantry Regiment… cit. pp. 15].
 
DECOMPRESSIONE
Nei tre giorni che seguirono l’ingresso in Valdegola, il 349th Infantry Regiment statunitense rimase in una fase di decompressione, dopo gli scontri dei giorni precedenti. Le fanterie, impegnate nell’avanzata da Palaia, ebbero modo di riposare, rifocillarsi, scrivere a casa e lavare le uniformi. Il 21 luglio vennero operati alcuni avvicendamenti fra gli uomini di comando.  Nel frattempo, molti civili avevano oltrepassato il fronte e riportavano informazioni circa il ripiegamento dei tedeschi a nord dell’Arno. In virtù di ciò, il comando reggimentale inviò numerose pattuglie, sia di giorno che di notte, con lo scopo di descrivere accuratamente la situazione del nemico, pervenendo ad alcune piccole scaramucce occasionali.
 
Il Sgt. G. S. Sewel, con alcuni uomini della pattuglia da combattimento del Lt. Hart, riuscirono ad introdursi all’interno del centro urbano di S. Miniato, osservando la presenza di almeno 25 militari germanici. Qui i tedeschi avevano fatto saltare numerosi edifici e i partigiani informarono gli Americani che le strade della città erano ostruite dalle macerie, mettendo in guardia circa la presenza di pericolose trappole esplosive. I germanici disponevano ancora di alcuni cannoni semoventi a sud dell’Arno e l’artiglieria campale aveva fatto solo fuoco di controbatteria, per cui solo alcuni colpi andarono ad infastidire i reparti più avanzati degli statunitensi. In questa fase le uniche azioni degli attaccanti furono operate dall’aeronautica e dall’artiglieria campale, costituita dalla Cannon Company assegnata al 349th Infantry Regiment e dal 337th Field Artillery Battalion [History of the 349st Infantry Regiment… cit., pp. 16-17].
 
COLLATERAL DAMAGES
Fu proprio l’artiglieria campale statunitense, che aveva il compito di preparare il terreno per l’avanzata dei reparti di fanteria, a provocare alcune gravi stragi di civili. Si trattò di episodi che nel gergo militare americano vengono chiamati collateral damages, danni collaterali. Fra queste ricordiamo LA STRAGE DELLA CROCETTA (19 LUGLIO 1944) e LA STRAGE DI VALICANDOLI (20 LUGLIO 1944). In episodi isolati, fra il 20 e il 21 luglio morirono un’altra decina di persone, a causa delle attività militari statunitensi (cannoneggiamenti e incursioni aeree). L’episodio più grave e conosciuto, tuttavia, si verificò il 22 luglio 1944 con la Strage del Duomo di San Miniato, in cui persero la vita 55 civili.
Dopo questi giorni in cui il fronte rimase sostanzialmente fermo, a circa metà della Valdegola, i reparti tedeschi andarono ad assestarsi sul rilevato ferroviario, mentre la fanteria statunitense poté avanzare ed entrare in San Miniato il 24 luglio 1944.
 

sabato 10 ottobre 2020

LA MIA GIOVENTU’ AL TEMPO DEL FASCIO – INTERVISTA A GIUSEPPE CHELLI

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Molti di noi hanno avuto la fortuna di ascoltare le storie dell’infanzia dei propri nonni. Come vivevano, come giocavano, come andavano a scuola, la pagella, ma anche del sabato fascista e della camicia nera. E poi la guerra, quel grande spartiacque che ha segnato il passaggio fra la “vita di prima” e la “vita di dopo” e che per molti ha segnato il passaggio dalla spensieratezza dell’infanzia alla consapevolezza dell’età adulta. Nella maggior parte dei casi si tratta di un patrimonio di memoria orale che rischia di andare perduto ogni giorno di più. Per questo motivo abbiamo scelto di intervistare Giuseppe Chelli, classe 1933, che ha vissuto l’infanzia durante gli ultimi anni del fascismo e ricorda molto bene la vita del tempo.

Beppe, durante gli ultimi anni del fascismo, tu eri un bambino. Come sei entrato in contatto con il regime?
Sono venuto a contatto col regime fascista nel 1939, cioè quando ho cominciato ad andare a scuola. Di prima non potrei e non posso dire nulla se non una sbiadita immagine di un fantoccio tutto nero portato per le vie di San Miniato e bruciato  notte tempo. Forse era il Negus sconfitto nella guerra di Abissinia nel 1936: avevo appena tre anni!
 
Il regime, per la sua natura totalitaria, cercò di regolare anche il mondo scolastico, tant’è che una delle prime riforme dopo la marcia su Roma fu proprio la cosiddetta Riforma Gentile del 1923. Quanto penetrava il regime nelle aule del tempo, specialmente in un contesto di provincia come era il territorio sanminiatese?
Allora, intanto devo dire che la scuola l’ho iniziata a Roffia, dove sono rimasto per il primo triennio. La quarta e la quinta, invece, le ho fatte a San Miniato.
A Roffia c’era una sola pluriclasse del corso  elementare inferiore e si trovava esattamente sopra il Circolo, al primo piano di quello stabile che c’è ancora oggi. La maestra unica era la signorina Luigia Simoncini che ogni giorno da San Miniato veniva a piedi a Roffia e si tratteneva fino al pomeriggio, forse perché la terza classe aveva il secondo turno. Non ricordo che la maestra ci facesse apologie del regime, ma nel libro di testo in molte parti venivano proposti brani e immagini inneggianti a modi di vita circa l’amor di patria, la bellezza del lavoro. Ricordo l’immagine dell’aratro con il vomere lucido, che era una delle immagini più eclatanti per illustrare il concetto che il lavoro rende belli a differenza del vomere inattivo che arrugginisce. E poi veniva mostrata la fierezza del bambino che faceva azioni coraggiose o le bambine che avevano cura della casa e soprattutto del giardinetto attorno che curavano con fiori e alberelli.
 
Ma il sabato…
Solo il sabato, che chiamavamo il sabato fascista  la maestra  pretendeva che si venisse in classe vestiti a seconda dell’età da Figli della lupa (prima e seconda classe) o da Balilla (terza).
 
In cosa consisteva questo abbigliamento?
Per i figli della Lupa la montura era questa: scarpe nere, calzettoni grigio verde con risvolti neri fini al ginocchio, pantaloni grigioverde corti, camicina nera con  il cinturone bianco che raccoglieva le due bretelle bianche incrociate. Nel mezzo alle bretelle una M di metallo lucido, mentre in testa era d’obbligo portare il fez, un cappello nero con una nappa appesa ad un lego. Anche il cappello aveva  in fronte un’insegna, un piccolo simbolo: non ricordo bene se fosse stata l’immagine del Duce con l’elmetto o la scritta Dux. Oppure due teste di lupa.
Anche le bambine, le Figlie della Lupa (prima e seconda classe), avevano la loro montura. Scarpe con il laccio sulla fiocca, calzettoni bianchi, sottanina scura (blue/nero), camicetta bianca con dei fregi e un fiocco bianco in testa.
La montura da Balilla o da Giovane italiana non cambiava molto e si cominciava a portare dalla terza classe. Per i primi l’unica differenza era che al posto del cinturone e bretelle c’era un fazzoletto celeste avvolto al collo, con le cocche racchiuse nel davanti da un anello con la testa del Duce con l’elmetto. Le seconde avevano di diverso la sottana che era pieghettata e di colore blue e mi pare che invece del fiocco portassero un cicì bleu sulle 23.
 

Quindi il sabato, così vestiti…
Appena arrivati davanti la scuola, la maestra ci radunava ed in fila per due si saliva in classe cantando Giovinezza. Dopo la consueta preghiera si faceva  la lezione ascoltando le trasmissioni La Radio per le scuole, oppure leggendo racconti patriottici e cantando canzoni inneggianti il Duce o altri avvenimenti storici. Poi cominciava la ginnastica. Se pioveva o era troppo freddo si faceva in fondo all’aula, se la stagione lo permetteva si andava fuori, in campagna. In fila per due si attraversava le vie piene di polvere in estate e motose quando pioveva cantando la canzone del Balilla (Fischia il sasso/il nome squilla/del ragazzo di Portoria/ sta l’intrepido balilla/ sta gigante nella storia…) oppure quello dei Figli della lupa: Siamo i figli della lupa / dell’Italia il primo fior / e donato abbiamo il cuor / al suo grande Condottier...). Poi si scioglievano le righe e di corsa sull’argine a fare la corsa campestre. Il ritorno a scuola si faceva in libertà attraverso le prode o i campi di erba medica.
 
Cosa ti ricordi della scuola? Ve lo davano il famoso olio di fegato di merluzzo?
Certo! Tutte le mattine prima di iniziare la lezione veniva distribuito a tutti con un cucchiaio e subito dopo una tazza di latte bello caldo che Pia di Mero, la moglie del carraio che stava sotto la scuola e che faceva la custode, riscaldava in un pentolone in casa sua. Ci dicevano che ce lo mandava il Direttore da San Miniato!
 
Spesso venivano indette gare o concorsi a tema nelle scuole…
Sì, è vero. A volte si partecipava a concorsi di pittura o di altre esibizioni oppure a gare di recitazione. In terza venne indetto un concorso di recitazione di poesie fra tutte le classi delle scuole elementari, medie e avviamento del Comune, che si tenne a San Miniato.
La maestra scelse me per partecipare alla gara e mi fece imparare una poesia che diceva così: Padre e figlio si alzan presto / Chi dei due sarà più lesto? / L’un la falce dal letto stacca / l’altro il suo moschetto / L’uno miete / l’altro spara / così a vivere s’impara…  Il continuo non lo ricordo.
Il giorno fissato per la gara, un sabato, tutti i ragazzi delle scuole del comune si presentarono alla sede della GIL a San Miniato, dove ora è il Museo della Memoria. Di fronte ad una commissione, rigorosamente in camicia nera, uno ad uno, i ragazzi recitarono la poesia imparata. Io fui tanto bravo che mi classificai primo tra le scuole elementari! Per questo fui inviato a Pisa assieme agli altri vincitori di categoria per la gara provinciale. La maestra mi fece imparare tre poesie e tutti i giorni dovevo recitarle davanti a tutti gli alunni. Finalmente venne il giorno di andare a Pisa e la maestra mi disse che se mi facevano scegliere la poesia dovevo dire quella… di cui ora non ricordo il nome. Non ero mai montato sul treno e a Pisa mi ci accompagnò mia madre. Stetti tutto il tempo al finestrino a vedere correre i campi, le case, i paesi: non mi raccapezzavo! Successe però che sbagliammo orario e quando si arrivò a Pisa al Giardino Scotto la audizione dei ragazzi della provincia era terminata e la commissione stava per andarsene. In fretta e furia mi fecero dire una poesia a piacere, ma dall’emozione non dissi quella che mi aveva consigliato la maestra. E così finì la mia corsa, altrimenti, forse, sarei potuto andare a Roma a recitare davanti al Duce in persona!
 
Tutte le attività ordinarie o straordinarie, comunque, cercavano di coinvolgere i bambini nella vita del regime, dando loro l’idea di far parte di un qualcosa di importante. A proposito di cose importanti, ti ricordi quando l’Italia entrò in guerra?
Certo! Avevo appena finito la prima elementare. Non ricordo chi o come, ma ci venne detto che quel pomeriggio dovevamo andare tutti a San Miniato in piazza dell’Impero, l’attuale piazza del Popolo, perché parlava Mussolini a tutta la nazione. Di certo non ce lo disse la maestra, perché la scuola era finita il 30 maggio, mentre Mussolini parlò il 10 giugno 1940. Ricordo esattamente che in quel pomeriggio, poco dopo le ore 18, mi trovavo in piazza dell’Impero gremita di persone in camicia nera, ma anche vestite in abiti normali o da lavoro perché tanti smisero di lavorare appositamente. C’erano pure i preti. La gente occupava anche via Ser Ridolfo e via Augusto Conti, tanto c’erano gli altoparlanti che permettevano di sentire a distanza. Ce n’erano almeno due a forma di imbuto, che uscivano dalle finestre del palazzo Cheli-Giannarelli ed io con i miei amici – forse uno era Mario Ciarini – stavamo seduti sulla soglia del portone del palazzo, proprio dove ora c’è l’ingresso di Essenza, accanto alla farmacia. Ricordo benissimo che la gente applaudiva, gridava Duce! Duce! Duce! Tutto come fosse una festa, una vincita, uno spettacolo divertente. La mia età non mi permetteva di capire il pericolo che si andava delineando. Quel giorno fu per me e per i miei amici una serata di allegria: ce ne fossero state di così divertenti! La “festa” durò anche dopo la fine del discorso, con la gente che si trattenne  a parlare, a cantare e a schiamazzare per San Miniato fino a buio. Solo a sera tardi andando in piazzetta del Comune con i vicini di casa a prendere un po’ di fresco, ricordo bene che mia madre disse: nella confusione si sono dimenticati di accendere il faro in rocca. La ragione poi sapemmo che non fu una dimenticanza.
 
 Il momento in cui Mussolini fece la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940

Eh sì, fra le disposizioni dello stato di guerra c’era anche l’oscuramento notturno. Torniamo alla scuola…
Finita la terza elementare a Roffia, passai alle scuole elementari di San Miniato e la maestra di quarta tutta maschile era la signora Ada Capponi, sorella di Ugo, un pezzo grosso del fascio sanminiatese. Il clima qui era diverso! A scuola si parlava della patria in guerra, di stare attenti con chi si parlava e non parlare mai male del Duce e del fascio. Invece dell’olio di fegato di merluzzo e della tazza di latte ci davano la refezione.  Nello stanzone all’ultimo piano c’era il refettorio e a fine delle lezioni si andava a desinare. Il pranzo consisteva in una ciotola di minestra di fagioli, di verdura o brodo vegetale o di carne con pasta e spesso il riso. Per secondo una bella fetta di pane con marmellata e sempre una frutta di stagione. Ricordo benissimo che un giorno c’era la minestra in brodo con riso e pezzi di cavolfiore. Casualmente mi era toccato un pezzo grosso di cavolfiore che era un cibo raro in casa mia e allora mangiai tutto il riso e il brodo lasciando per ultimo il cavolo pensando che fosse un pezzo prelibato. Che delusione quando lo misi in bocca: era stracotto: una poltiglia!
Quasi ogni giorno la maestra ci faceva sentire le trasmissioni La Radio per la scuola e a volte ci faceva fare il tema su quello che avevano trasmesso. Oltre al ricordo nitido di uno di questi eventi conservo ancora il tema ed il disegno che la maestra Ada ci fece fare dopo aver ascoltato la trasmissione sulle rondini. Ecco cosa scrissi ed il disegno che feci.
 
Il disegno realizzato dopo la trasmissione sulle rondini
Disegno di Giuseppe Chelli
 
Devo però confessare che il disegno non mi veniva bene e allora mi dette una grossa mano mio fratello Carlo. La Patria ovunque! La maestra volle la cornice  avesse i colori della nostra bandiera, in omaggio dei soldati al fronte. Molte erano le canzoni che ci insegnava e tutte inneggianti la guerra, il valore dei soldati, la grandezza dell’impero. Alcune già le sapevo come La Canzone del Balilla o Giovinezza. Altre erano Faccetta Nera, l’Inno dei sommergibili, la Canzone di Giarabub (Colonnello non voglio  pane / dammi piombo per il mio moschetto / C’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà…).
 
Com’era il sabato fascista a San Miniato? Che differenza c’era rispetto a Roffia?
Il sabato mattina non ricordo se andavamo a scuola in montura, però il pomeriggio si doveva andare “vestiti” alla sede della Gioventù Italiana Littorio (GIL), sotto i chiostri di San Domenico. Da lì, se non c’erano manifestazioni particolari, si andava sul piazzale a fare la ginnastica divisi per categoria e sesso. Gli istruttori erano gli avanguardisti oppure quelli del GUF (Gruppo Universitari Fascisti) che avevano la camicia nera di seta, i pantaloni alla zuava e mi pare le fasce. Anche gli avanguardisti avevano i pantaloni grigioverde e la camicia nera con in capo il fez. Devo dire che molti istruttori appena passato il fronte, cambiarono camicia e alcuni spergiuravano che non erano mai stati fascisti. Almeno una volta all’anno le “prove ginniche” si concludevano con il Saggio Ginnico (maschile e femminile e per categoria) al campo sportivo di Santa Maria a Fortino di fronte  a tutti i capoccioni fascisti, alle persone ed agli invitati da parte del PNF.
 
Si poteva non andare a queste manifestazioni?
Erano obbligatorie, come la scuola. Se non andavi, la prima volta ci passavano sopra. Però, se un ragazzo si assentava una seconda volta, veniva inviata una lettera dal comandante della Coorte alla direzione della scuola, in modo che avvertisse il genitore del ragazzo dell’assenza!
 
D’estate, finita la scuola, cosa facevano i bambini e i ragazzi? C’era anche a San Miniato una colonia elioterapica?
In estate c’erano i campi solari che, qui a San Miniato, si facevano alla Villa Antonini (attuale Caserma della Compagnia dei Carabinieri). Non ricordo in quale anno incominciarono e se durarono per più anni, di sicuro ricordo quello a cui presi parte. Forse fu l’anno 1941 o 1942. Al mattino si doveva arrivare alla Villa Anronini, ci davano una maglietta bianca, pantaloncini corti neri e scarpe da ginnastica. Dopo l’alzabandiera, c’era la colazione e gli esercizi ginnici: flessioni, torsioni, saltelli a gambe divaricate e altri ancora. Poi c’era il tempo della terapia solare. Su delle stuoie, dato che il terreno era ghiaioso, ci si stendeva a prendere il sole con  solo pantaloncini ed un cappellino per il capo. Al termine si andava a fare la doccia, tutti nudi, con le assistenti che ci insaponavano e poi ci asciugavano. Di tutte le assistenti (credo fossero maestre) io ricordo Paolina Neri. Dopo il pranzo ci facevano fare un riposino sulle brandine e poi finivamo la sera con giochi liberi: rimpiattino, rubabandiera e canti, ovviamente fascisti. Con l’ammaina bandiera finiva la nostra giornata al campo solare e si ritornava ognuno a casa nostra, a piedi, come eravamo venuti. E così tutti i giorni, escluso la domenica, per due settimane, quanto durava un turno. Non ricordo se anche alle bambine erano riservati  dei turni o se fossero solo per i figli della lupa.
 
Quando la guerra cominciò ad andare male e specialmente dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, cambiarono le cose?
L’ultimo anno delle elementari cominciò già con un clima nuovo rispetto a come si era concluso l’anno precedente: l’infatuazione fascista era quasi scomparsa dalla scuola! Il maestro Mario Zucchelli si occupava e preoccupava soprattutto di insegnarci le materie, senza troppo “fascismo”. Da poco era successo il 25 luglio e ancora più ravvicinato ai primi giorni di scuola l’8 settembre. Mi pare che per un po’ non si andasse più il sabato alla GIL. Forse ci tornammo qualche volta verso la fine dell’anno 1943 o comunque quando si restaurò la RSI.
Una volta radunarono tutte le classi quinte del plesso e ci insegnarono una nuova canzone, stavolta di origine tedesca: Lili Marleen. Mi ricordo che cominciava così: “Tutte le sere/sotto quel fanal/presso la caserma/ti stavo ad aspettar..”. Ce la facevano cantare per omaggiare i tedeschi che erano venuti ad aiutarci contro i nemici americani e inglesi.
 
Come arrivò la guerra? Cosa ti ricordi dell’inverno e della primavera fra il 1943 e il 1944?
Alla fine dell’anno 1943 cominciarono i bombardamenti delle città vicine e dei ponti: quello della Motta a Marcignana, quello di Fucecchio e quello della ferrovia . San Miniato pareva sicura e quindi da tutti i paesi e città bombardate (Pisa, Pontedera, Empoli e Livorno specialmente) arrivarono tanti sfollati. I figli dei cittadini furono integrati con noi, tanto da diventare una classe di oltre 40 alunni, fra cui si contavano tanti ripetenti da anni. Accanto a casa mia venne ad abitare una famiglia di livornesi: la madre si chiamava Cecilia ed aveva tre figli giovani. Questa donna non sapeva come sfamarli, dal momento che la tessera annonaria non gli bastava. Allora lei ogni mattina partiva con una valigia vuota e andava con il treno a Livorno o verso Firenze. Quasi ogni giorno i treni venivano mitragliati e quindi si fermavano e i passeggeri scendevano. Allora lei rimaneva sul treno da sola, scorreva tutti i compartimenti e quando occhiava una valigia in cui era certa che fosse piena di qualcosa lasciava la sua e prendeva quella. Ci trovava sempre qualcosa: spesso roba da mangiare, a volte vestiario. Tornata a San Miniato apparecchiava una cena abbondante e chiamava anche noi a parteciparvi, perché mia madre spesso gli allungava qualche filino di pane.
 
Devono essere stati momenti davvero difficili, una vera lotta per la sopravvivenza…
E’ stata davvero una lotta per la sopravvivenza. Però noi eravamo fortunati, il pane non ci mancava! Lo zio prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, via via ci faceva arrivare sacchetti di farina con cui mia madre faceva 4/5 scole di pane che andavamo a cuocere nottetempo al forno della Pippotta, vicino al ricovero. Avveniva questo: io andavo avanti rasente i muri e, quando non vedevo nessuno, facevo cenno a mio padre di venire con la tavola del pane sulle spalle. Tappa dopo tappa si arrivava al forno.
 
Ti è mai capitato di assistere ad un bombardamento o comunque ad un’incursione aerea?
Con la primavera, le incursioni aeree si intensificarono e quindi appena suonava la sirena si doveva lasciare la scuola ed andare fuori. La nostra classe infilava il vicolo di Gargozzi e si fermava in fondo, sul muricciolo, aspettando il fine allarme fumando le vitalbe. Succedeva anche che  in classe ,qualche ripetente di 13 o 14 anni, se non aveva più voglia di stare a scuola, si mettesse a fare il verso della sirena con le mani alla bocca… e allora tutti via di gran carriera in Gargozzi! Il maestro ci urlava dietro che non era vero nulla, che non c’era nessun allarme, ma  noi via di corsa che non ci pareva vero di uscire dalla scuola! Il maestro, affacciato alla finestra che dava su Gargozzi, ci chiamava a rientrare e spesso i ragazzi della borghesia sanminiatese gli obbedivano, anch’io per la verità, ma quelli grandi prendevano i vicoli e andavano a casa.
 
Ad un certo punto il fronte fu vicinissimo…
La pagella aveva nel frontespizio immagini di propaganda con l’acronimo del fascio, “PNF”, sui cui si scherzava dicendo nel giorno della consegna che ci davano Pane, Noce e Fisisecchi! L’anno scolastico finì mi pare a maggio e fummo tutti promossi senza dare gli esami. La guerra si avvicinava, anche se per il momento non avvertivamo i pericoli che ci sarebbero capitati. Eravamo ragazzi, ma meno vogliosi di ruzzare o di allontanarsi da casa. Spesso si andava alla Madonnina al Riposo a vedere bombardare Empoli. Oppure la notte andavamo sul prato del duomo a vedere cadere i bengala su Pontedera, Pisa e sentire gli schianti dei bombardamenti. Era rischioso perché era entrato in vigore il coprifuoco e alle sette, in pieno giorno, si doveva stare chiusi in casa. Se passava la ronda dei polizei, ti portavano alla casa del fascio che era nel palazzo oggi del Dott. Piccolo! Si era già vicini all’estate e allora stare chiusi in casa era un gran sacrificio.
 
Ricordi qualche episodio di questi tedeschi impegnati a fare servizio d’ordine? Come si comportavano con la popolazione?
Noi avevamo cambiato casa e si era tornati in via Umberto I (oggi via Rondoni) dove attualmente c’è un terrazzino. La casa però aveva anche una finestra  che dava in via Del Bravo (oggi) e quindi si poteva vedere tutta la piazza Buonaparte. I polizei non volevano neppure che si stesse affacciati alle finestre a frescheggiare e parlare da finestra  a finestra, ma la gente se ne fregava e stava alle finestre.
Una sera i polizei cominciarono a sbraitare di andare dentro, ma improvvisamente partì una pernacchia talmente grande che la sentimmo tutti scoppiando a ridere!
Forse fu uno che abitava nel palazzo dov’è la lapide che ricorda Napoleone a San Miniato. Incattivitisi, i polizei cominciarono a sbattere con il calcio dei fucili la porta, a sparare verso le finestre, ma tutto inutile. Allora i polizei si radunarono davanti alla chiesa di San Rocco, per ripararsi, ed uno tirò fuori una bomba a mano con l’idea di lanciarla contro il portone della casa presa d’assalto. Forse sbagliò a contare per lanciarla, forse un difetto della bomba… sta di fatto che la bomba gli scoppiò in mano amputandogliela! I polizei, tutti impauriti, soccorsero immediatamente il collega ferito e lo portarono a braccia all’ospedale, che era lì vicino. Tutto questo tra le grida di gioia, le risate e batter di mani di tutti quelli che avevano visto dalle finestre.
Capitava anche che durante il coprifuoco girassero pattuglie tedesche alla ricerca del cibo e trovando tutto chiuso si accanivano contro saracinesche, porte, urlando e minacciando. Una sera, in casa eravamo solo io e mia madre. I tedeschi, risalendo via Del Bravo, urlavano e danneggiavano  tutte le porte. Mia madre, impaurita che arrivassero anche da noi, voleva farmi star sveglio, ma io appena aperti gli occhi mi riaddormentavo con grande angoscia per mia madre. Aveva paura che se fossero entrati in casa potessero abusare di lei. Era giovane e anche molto bella, nonostante avesse quasi 50 anni. Meno male che arrivati in Sant’Andrea presero viale Umberto Pontanari (oggi viale Matteotti) e calarono verso La Scala.
 
Quale fu il momento in cui capiste che ormai la guerra era arrivata a San Miniato?
Sarà stato verso la fine della primavera che una notte si sentì una grossa deflagrazione nella valle di Gargozzi, nella zona sotto gli orti delle monache di San Paolo. Mai successo nulla che facesse temere  un bombardamento aereo su San Miniato, per cui quello scoppio fu interpretato come un avviso che da lì a poco San Miniato sarebbe stata bombardata. Fu tutto un passa parola e la gente uscì di casa. Si formarono gruppi un po’ ovunque nello Scioa decisi a lasciare San Miniato. Una fiumana di persone, donne, uomini e bambini si incamminarono verso il Convento dei Cappuccini sicuri di essere ospitati. Anche noi, i miei genitori e mio fratello Carlo – che non intendeva lasciare il letto dove era ospitato in clandestinità – fu costretto da mia madre a venire. I frati ci accolsero in chiesa e nelle stanze adiacenti in attesa del bombardamento. Mio fratello per un po’ stette lì, poi prese e tornò a dormire a casa, sicuro che non sarebbe successo nulla. Infatti, sul far del giorno ,riprendemmo la via di casa mezzi assonnati. Si seppe, poi, che un apparecchio solitario in avaria per alleggerirsi aveva sganciato uno spezzone in piena campagna, proprio in Gargozzi, dove non c’erano abitazioni.
 
Siamo a luglio e la guerra è ormai vicina. Le incursioni erano cosa di tutti i giorni ed io appena sentivo la sirena scappavo di casa e correvo nella valle di Calvano con mia madre che mi seguiva in affanno. Spesso vedevo i caccia sganciare le bombe sulla ferrovia: da sotto la pancia dell’aereo partivano due bombe appaiate, come se fossero due bottiglie, che poi andavano a scoppiare verso Isola al ponte di ferro della ferrovia… che non colpivano mai in pieno.
L’arrivo del fronte produsse prima la distruzione di mezza San Miniato da parte dei tedeschi che minarono case e palazzi. Poi l’eccidio del Duomo, l’abbattimento della torre di Federico II, infine arrivarono gli americani!
 
Per 40 giorni circa  continuò il fronte e le cannonate tedesche arrivavano dalla riva dell’Arno. Io con i miei amici sfollati nel convento di San Francesco avevamo imparato le ore in cui i tedeschi facevano fuoco su San Miniato. Poche cannonate sparate qua e là. Negli intervalli correvamo già nella valle di Calvano, o di Cencione a far razzia di frutta che quell’anno ce ne fu in abbondanza. Se per caso i tedeschi cambiavano orario e le cannonate ci prendevano in campagna, ci si riparava nelle fosse e da una fossa all’altra si cercava di arrivare sani e salvi al Convento. Furono mesi e mesi di paura , ma la nostra incoscienza ce le fece vivere anche come un tempo di grande divertimento.  Poi col 1 settembre la guerra qui da noi finì.
 
Cosa successe ai fascisti sanminiatesi dopo la guerra?
Subito prima dell’arrivo del fronte sparirono tutti i polizei. Ed anche molti fascisti si allontanarono. Uno andò a Toiano di Palaia e tornò dopo alcuni anni. Finì a fare il sacrestano in Duomo. Ricordo che una volta andai a casa sua e in cima di scale aveva una gigantografia di Mussolini. Altri rimasero, a badare i moschetti della GIL e dopo poco a vendere l’Unità casa per casa. I Turini, i Pellicini e il prof. Novi lasciarono la Città e alcuni non ci fecero più ritorno. Solo i figli continuarono a frequentare San Miniato.
Qualche giorno dopo la Liberazione di San Miniato, i partigiani si misero subito a dare la caccia alle ragazze e alle donne che aveva avuto rapporti con i tedeschi o che erano fasciste, tagliando loro i capelli in pubblico. Anche  nel rifugio di San Francesco “raparono” varie donne, tra gli schiamazzi della gente, tra cui mia zia Beppa. Lei non aveva fatto nulla, ma era la sorella del prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, il quale fu fatto allontanare dalla parrocchia dai partigiani Baglioni, sindaco e dal maggiore Salvadori perché aveva avuto simpatie fasciste. Fu trasferito a Cevoli, presso Lari (oggi Casciana Terme – Lari) dove morì nel 1948.
  

domenica 12 gennaio 2020

[VIDEO] UN LEALE TRADIMENTO - CONFERENZA DI VIERI MAZZONI - 11 gennaio 2020

UN LEALE TRADIMENTO
La conquista fiorentina di San Miniato a 650 anni di distanza (1370-2020)

Sabato 11 gennaio 2020 si è svolta presso l’Accademia degli Euteleti la conferenza di Vieri Mazzoni dal titolo Un leale tradimento. La conquista fiorentina di San Miniato a 650 anni di distanza (1370-2020). Nel gennaio del 1370, infatti, i Fiorentini sottomisero San Miniato dopo circa sei mesi d’assedio.
Dalla cacciata dei Vicari imperiali alla fine del XIII secolo, San Miniato era diventata una piccola città-stato, con proprio territorio incuneato tra la Valdelsa, la Valdera e il Medio Valdarno Inferiore. Era dotata di propri Statuti, con autonomia amministrativa e diplomatica. La conquista armata segnò la fine di tutto questo e San Miniato fu inserita nel territorio di Firenze, sottoposta al governo della città gigliata. Vieri Mazzoni, autore di numerosi studi e pubblicazioni inerenti l’area fiorentina, la Valdelsa e San Miniato, ha affrontato vari argomenti. Partendo dal contesto toscano del tempo, ha sottolineato i prodromi del conflitto tra i sanminiatesi e i fiorentini, passando per le fasi militari dell’assedio e le conseguenze più immediate della conquista.

Di seguito il video e alcune immagini della serata:





domenica 3 febbraio 2019

LA DISTRUZIONE DI PALAZZO GRIFONI E IL MEMORIALE DI FRANCESCO LAMI SUL PASSAGGIO DELLA GUERRA A SAN MINIATO. LUGLIO-AGOSTO 1944

di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto un testo molto interessante che è conservato nell'archivio privato di Alberto Lami, che lo ha gentilmente messo a disposizione, su segnalazione di Alessio Guardini. Ad entrambi vada il nostro più sentito ringraziamento.

Sommario del post:
PREMESSA
IL DOCUMENTO E IL CONTESTO
L’ACCUSA
PALAZZO GRIFONI
FRANCESCO LAMI
LE CASE DEI FASCISTI SONO STATE RISPARMIATE
I FASCISTI HANNO CONTRIBUITO ALLA DEMOLIZIONE DELLA CITTA’
PALAZZO GRIFONI DISTRUTTO, PALAZZO FORMICHINI NO
IL RUOLO DEL CANONICO GALLI ANGELINI
LA STRAGE DEL DUOMO
I FASCISTI DOPO LA LIBERAZIONE
LA LETTERA
IL DOCUMENTO
NOTE

PREMESSA
Si tratta di una testimonianza molto interessante, ma che risente inevitabilmente del clima convulso e drammatico dei giorni del passaggio della guerra. Nel giro di due mesi (luglio-agosto 1944) quasi 250 civili persero la vita a causa della guerra. La distruzione materiale e morale era palpabile ovunque. Il testo e le considerazioni che sono proposte in questa pagina mostrano in tutta la sua dimensione la complessità degli eventi. Purtroppo, in passato, troppo spesso sono state operate semplificazioni abnormi, oggi inaccettabili. Dunque, la testimonianza proposta è certamente preziosa e interessante, indicativa del clima di quei giorni, ma è una testimonianza parziale, particolare, inserita in un contesto assai difficile e drammatico.

La semidistruzione di Palazzo Grifoni
Foto di Cesare Barzacchi – Luglio 1944
Utilizzo ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis, della Legge 22 aprile 1941, n. 633

IL DOCUMENTO E IL CONTESTO
Il documento è si intitola Prime osservazioni sugli avvenimenti del Luglio-Agosto 1944 ed è una sorta di “memoriale” costituito da tre pagine formato A4, suddiviso in 13 “punti”, scritti “a macchina” dal Commendatore Francesco Lami. E’ preceduto da una lettera indirizzata ai parenti rimasti a San Miniato – presumibilmente i cognati Eugenio Anfossi e Bianca Barnini – ed molto interessante poiché è incentrato sulle distruzioni operate a San Miniato dall’esercito germanico in ritirata nell’estate del ’44 ed in particolare su Palazzo Grifoni. Pur non avendo una data precisa, possiamo presumere che sia stato compilato nelle prime settimane della Liberazione di San Miniato, dunque entro l’inizio del settembre 1944.
L’estate del 1944 è un periodo cruciale per la storia sanminiatese, poiché la popolazione conobbe in tutta la sua drammaticità l’orrore della guerra, sintetizzabile in questi brevi capitoli:
1) l’avvicinamento del fronte con le distruzioni operate dai cannoneggiamenti e dalle incursioni aeree alleate dalla primavera fino al mese di luglio;
2) i ripetuti ordini di evacuazione rivolti alla popolazione civile;
3) l’allontanamento da San Miniato delle personalità che avevano governato la città fino a quel momento, determinando l’assenza di autorità in grado di gestire sul piano civile l’emergenza di quei giorni;
4) l’eccidio del Duomo;
5) la ritirata dei militari germanici e la distruzione di parte della città nel tentativo di ostacolare e rallentare l’avanzata degli Alleati;
6) l’arrivo degli Statunitensi a San Miniato il giorno 24 luglio 1944;
7) i successivi 40 giorni con i due eserciti che si fronteggiarono lungo la linea della ferrovia e poi lungo le sponde dell’Arno (01).

L’ACCUSA
Tornando al documento, l’attenzione dell’autore è concentrata prevalentemente sui danni al patrimonio immobiliare ed in particolare sulla semi-distruzione di Palazzo Grifoni e dell’annessa fattoria, di sua proprietà. Infatti, fra il 18 e il 21 luglio 1944, i militari germanici presenti a San Miniato, ormai in procinto di ritirarsi, avevano provveduto ad allontanare la popolazione dalle abitazioni e a minare numerosi edifici lungo tutta la dorsale cittadina. Lo scopo era quello di sbarrare la strada con le macerie nel tentativo di ritardare l’avanzata agli Americani – che giunsero effettivamente a San Miniato la mattina del 24 luglio – confidando così di godere di una ritirata più agevole.
Francesco Lami cercando di comprendere la “logica” della distruzione degli edifici, formula un’accusa gravissima: La demolizione di S. Miniato è stata voluta dai tedeschi d’accordo coi fascisti samminiatesi (preti compresi). I sanminiatesi, ed in particolare i fascisti rimasti a San Miniato, con la complicità più o meno palese da parte anche di sacerdoti, avrebbero indicato ai militari della Wehrmacht quali edifici abbattere e quali risparmiare.
Certamente durante il passaggio del fronte, la popolazione viveva in condizioni drammatiche ed estreme, cercando di sopravvivere a tutti i costi, sebbene immersa in un generale clima di paura, caratterizzato da tensioni e sospetti, soprattutto rivolti ad alcune personalità sanminiatesi che avevano convintamente aderito al fascismo negli anni precedenti. Dunque, si tratta di un documento da leggere con molta attenzione, ma anche con spirito critico, confrontandolo, com’è d’obbligo in questi casi, con le altre fonti disponibili.

San Miniato. Palazzo Barnini e Cassa di Risparmio
Cartolina fine anni ’20 del ‘900
Utilizzo ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis, della Legge 22 aprile 1941, n. 633

PALAZZO GRIFONI
Prima di entrare nel merito del documento, vale la pena spendere alcune parole su Palazzo Grifoni e su come ne era entrato in possesso (almeno in parte) Francesco Lami.
L’edificio più elegante e prestigioso di San Miniato fu fatto costruire da Ugolino Grifoni nella seconda metà del ‘500. Rimase di proprietà Grifoni fino al matrimonio celebrato nella seconda metà dell’800 fra Eleonora di Gaetano Grifoni e Giacianto Catanti Boezi, di famiglia originaria di Calci. Nel 1909 i Catanti alienarono il palazzo, che fu acquistato da Augusto Barnini. Quest’ultimo era una personalità di primissimo piano nella società sanminiatese del tempo: possidente, Pro-Sindaco di San Miniato dal 1908 al 1911, Direttore della CRSM dal 1915 al 1916, Presidente del Comitato di Mobilitazione Civile nel 1915, Socio della Società Storica della Valdelsa e Consigliere della Geofila “Società anonima agricoltura industriale”. Morì nel novembre 1916 e fu sepolto a Certaldo nella cappella di famiglia (02). Augusto Barnini aveva due figlie: Bianca sposò Eugenio Anfossi, mentre Engilda, detta “Gilda”, sposò Francesco Lami. Fu proprio il matrimonio con la figlia di Augusto Barnini che consentì a Lami di raggiungere un rango sociale elevato nel panorama sanminiatese.

FRANCESCO LAMI
Francesco Lami nacque a La Scala nel 1894. Diplomatosi in Ragioneria, conseguì la Laurea in Scienze Economiche e Commerciali e il suo primo impiego fu come “avventizio” negli uffici dell’amministrazione comunale di San Miniato. In breve tempo conquistò un ruolo sociale molto elevato, tanto da essere eletto Presidente del Comitato “Pro Caduti” di La Scala, che nel 1921 si adoperò per la realizzazione dell’epigrafe commemorativa, presso la chiesa di San Pietro alle Fonti, dedicata ai Caduti di quella frazione (03). Dal 30 dicembre 1926 al 26 dicembre 1933 fu Direttore della Cassa di Risparmio di San Miniato. Insignito dell’onorificenza di Commendatore, nei primi anni ’30 divenne Presidente della Commissione Amministratrice del Regio Conservatorio di Santa Chiara. E fu proprio Francesco Lami, il 6 novembre 1932, ad accogliere presso l’istituto di via Roma il Re Vittorio Emanuele III, giunto in visita a San Miniato per inaugurare la nuova sede della Misericordia a Palazzo Roffia e il nuovo Sacrario di Santa Maria al Fortino (04).
In seguito, fu Direttore della Banca Nazionale del Lavoro di Firenze e conseguì una seconda laurea in Agraria, dedicandosi con impegno all’azienda di famiglia. Infatti, oltre all’attività nel mondo degli istituti bancari, Francesco Lami fu impegnato anche nella gestione dell’azienda agricola e zootecnica che era stata del suocero Augusto Barnini. Nel 1931 partecipò alla I Rassegna della Razza Chianina a San Miniato nella qualità di Presidente del Consorzio Allevatori del Samminiatese con la Fattoria “Eredi Barnini” (05). La II Rassegna Zootecnica si tenne nella primavera del 1933 e vide ancora impegnata la “Eredi Barnini”, così come nel mercato del bestiame del 1934 (06). Nel 1940 la “Eredi Barnini” fu annoverata come esempio per il particolare contributo all’attività zootecnica nel territorio sanminiatese (07).
Francesco Lami non sembra prendere parte attiva alla politica sanminiatese e alle varie iniziative del regime fascista. Tuttavia, nel 1933 fu nominato presidente dell’Opera Nazionale Balilla di San Miniato (08). Non sappiamo se la sua fosse un’adesione convinta o dettata da una mera questione d’interesse. D’altra parte, in quegli anni, chiunque avesse un ruolo socio-economico di prestigio non poteva non essere coinvolto in una delle tante iniziative del regime fascista. Dunque, non sappiamo con quale animo affrontasse la notizia della caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 e il successivo Armistizio di Cassibile dell’8 settembre successivo. Dai toni con cui si esprime nel testo non sembra essere stato un fascista, ma non si esprime neppure con i toni propri dei membri delle formazioni antifasciste. Probabilmente era un “indipendente”, un uomo dell’alta borghesia, una personalità erudita, che rifuggiva dalla retorica della politica e difficilmente poteva sentirsi rappresentato da una specifica ideologia. Come è facile da immaginare, vista la sua elevata posizione sociale, era in contatto con i maggiorenti sanminiatesi del tempo, fascisti e non.
Nel Secondo Dopoguerra fece parte di molti enti culturali e assistenziali e fu accademico degli Euteleti. Il suo impegno nel campo agricolo lo vide contribuire al Consorzio Zootecnico di San Miniato e del Consorzio del Vino delle Colline Sanminiatesi. Morì il 4 dicembre 1963 (09).

LE CASE DEI FASCISTI SONO STATE RISPARMIATE
Francesco Lami, motivò l’accusa che vedeva il diretto coinvolgimento dei fascisti sanminiatesi nella distruzione delle abitazioni di San Miniato, con alcune constatazioni. La prima di queste fu che le case dei fascisti furono tutte risparmiate (Capponi, Novi, Formichini, Panfin, Vescovo e Galli Angelini), mentre quelle degli antifascisti furono tutte demolite. L’affermazione non è veritiera e alcuni dettagli meritano di essere approfonditi.
La casa di Sabatino Novi (già Segretario Politico del Fascio di San Miniato) si trovava in Piazza XX Settembre e la sua eventuale distruzione non avrebbe procurato quella “barriera” di macerie che i tedeschi volevano utilizzare per sbarrare la strada. La casa Pietro Panfin (Agente agrario del Conservatorio di Santa Chiara e noto fascista) era situata in via Carducci e si trovava “aggrappata” alla costa della strada per cui, se fosse stata demolita, le macerie sarebbero andate in valle e non sulla strada. Stesso discorso per la casa di Ugo Capponi (1903-1964, membro del direttorio del fascio sanminiatese) poiché distante da via Roma e quindi la sua distruzione sarebbe stata inutile.
Sulla casa del Vescovo, cioè l’Episcopio, forse altre ragioni spinsero a non demolirlo: su tutte il fatto che la Curia Vescovile rimase l’unico punto di riferimento istituzionale per i sanminiatesi durante i giorni del passaggio del fronte. Su Palazzo Formichini e sull’abitazione del Canonico Galli Angelini, invece, torneremo in seguito.
Tuttavia, Francesco Lami in questa sua osservazione ad ampio spettro, “dimentica” anche gli episodi in senso contrario: infatti anche alcune abitazioni di fascisti o di personalità che erano state legate al fascismo furono ugualmente demolite o seriamente danneggiate dalle mine tedesche. Su tutti vale la pena di ricordare il Palazzo Pellicini, la residenza appartenuta a Giuseppe Pellicini podestà fascista di San Miniato dal 1935 al 1941 (10). Anche il Palazzo Ansaldi-Braschi, rimasto semidistrutto, era appartenuto ad Antonio Braschi, che il 30 ottobre 1922 fu inviato a controllare l’operato del Commissario Prefettizio Attilio Masiani durante la mobilitazione nazionale per la cosiddetta “marcia su Roma” (11).

La semidistruzione di Palazzo Grifoni
e della Cassa di Risparmio di San Miniato
Foto di Cesare Barzacchi – Luglio 1944
Utilizzo ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis, della Legge 22 aprile 1941, n. 633

I FASCISTI HANNO CONTRIBUITO ALLA DEMOLIZIONE DELLA CITTA’
La seconda constatazione riguarda il fatto che i fascisti sanminiatesi avrebbero guidato i tedeschi nell’opera di demolizione, di saccheggio e di depredazione. Questo aspetto risulta plausibile e, in definitiva, veritiero. Numerosi testimoni, fra cui l’impiegato comunale Giuseppe Zucchelli e il Maresciallo dei Carabinieri Pietro Conforti, dichiararono di aver visto l’elenco delle abitazioni da demolire: una lista scritta in italiano, con ottima calligrafia, contenente l’indicazione dei nomi e dei cognomi dei proprietari, gli indirizzi e i numeri civici.  Non è noto l’autore dell’elenco, ma l’ipotesi più verosimile – avanzata da Paolo Paoletti – è che sia stato compilato dal Commissario Prefettizio Genesio Ulivelli, prima di allontanarsi dalla città, nei giorni che precedettero le demolizioni e quindi la Liberazione di San Miniato. C’è da dire che le conclusioni della Relazione Giannattasio esclusero responsabilità delle autorità civili, ma va anche ricordato che Genesio Ulivelli, nonostante fosse stato l’ultimo Commissario Prefettizio nominato dalla RSI, sedeva nei banchi della nuova Giunta di Liberazione! (12). Inoltre, è del tutto ragionevole che i militari germanici si facessero coadiuvare dai fascisti rimasti, anche e soprattutto per requisire beni e materiali da destinare alle truppe – che agivano in ranghi ridotti e con ampio razionamento di materiali e cibo – ma anche in operazioni di vero e proprio sciacallaggio. Va ricordato, tuttavia, che alcune personalità vicine alle posizioni dei fascisti si comportarono ugualmente in favore della popolazione. Ad esempio, lo stesso Ugo Capponi si impegnò, assieme al Vescovo Ugo Giubbi e alla Cassa di Risparmio, per la liberazione degli ostaggi che era stati catturati dai militari tedeschi a seguito dell’uccisione di un maresciallo germanico presso La Catena. L’intervento di Ugo Capponi risultò determinante nel salvataggio degli innocenti che rischiarono di morire per rappresaglia (13).

PALAZZO GRIFONI DISTRUTTO, PALAZZO FORMICHINI NO
La terza constatazione riguarda l’atteggiamento di Piero Formichini. Quest’ultimo consigliò al Lami di abbandonare la città e di lasciare i beni mobili e gli indumenti presenti a Palazzo Grifoni in custodia presso il suo palazzo. Tale circostanza fece ipotizzare al Lami che il Formichini avesse la certezza che il suo palazzo non sarebbe stato distrutto e questa sarebbe stata la prova provata che egli agisse in accordo con i militari germanici. Tale circostanza, tuttavia, non è veritiera.
Piero Formichini era il padre di Filippo Formichini, podestà fascista di San Miniato dal 1933 al 1935, che era rientrato a San Miniato dopo l’8 settembre, dopo essere stato in guerra poiché era capitano di vascello. La figlia, invece, era crocerossina. Quel che successe a Palazzo Formichini è degno di nota, poiché fu effettivamente minato dall’esercito tedesco, ma fu salvato grazie ad un’operazione di sabotaggio da parte di un soldato intenzionato a disertare. La vicenda è narrata in una lettera che lo stesso Piero Formichini scrisse al Prof. Gimmelli, pubblicata nel 1986. Queste le sue parole (14):

Il 19 luglio potei mettermi in contatto con un polacco della squadra dei distruttori tedeschi, riuscendo così, in collaborazione col dott. Cassata, a far sparire l’esplosivo già portato per far saltare la casa Donati […]. Avevo combinato anche che sarebbe stata sabotata la cassa di esplosivo posta nella nostra casa di Via 4 Novembre 16, e la diserzione del polacco stesso che la sig.ra Laura Mori durante la notte, coraggiosamente, avrebbe guidato verso Collebrunacchi ove lo avrei fatto nascondere; ma purtroppo all’ultimo momento la carica che doveva essere sabotata non lo fu ed esplose, distruggendo quella nostra casa, e il polacco non si presentò. Quello scoppiò provocò gravi danni anche alla nostra casa di via 4 Novembre 15 […].

Palazzo Grifoni, oggi sede della Fondazione CRSM
Foto di Francesco Fiumalbi

IL RUOLO DEL CANONICO GALLI ANGELINI
La quarta constatazione di Francesco Lami riguarda il fatto che i militari germanici non avessero alcuna intenzione di demolire Palazzo Grifoni, poiché distante dalla strada e dunque tale circostanza sarebbe stata voluta dai fascisti del luogo per vendetta nei suoi confronti. In realtà la demolizione della parte orientale del palazzo e della sede della Cassa di Risparmio era funzionale al blocco di via di Borgonuovo, la strada che corre parallela a via IV novembre.
In questo scenario entra in gioco il Canonico Francesco Maria Galli Angelini, che era stato notoriamente vicino alle posizioni dei fascisti, accusato di non essersi adoperato per salvare Palazzo Grifoni, dichiarato “Monumento Nazionale”, dato il suo ruolo di Ispettore onorario della Soprintendenza, e tenuto presente che all’interno dell’edificio si trovavano oggetti provenienti da un non meglio precisato Museo di Pisa.
Com’è noto il Palazzo Grifoni fu scelto quale luogo “sicuro” ove sistemare alcune opere, così come vennero rinvenute dagli ufficiali del governo alleato incaricati di verificare lo stato di conservazione delle opere d’arte italiane. Il 24 agosto 1944 giunse a San Miniato il Capitano Deane Keller, in servizio al Monument, Fine Arts and Archives Office del 5° Armata Statunitense, che redasse un sintetico rapporto sulle condizioni della città. Soffermandosi su Palazzo Grifoni annotò la semidistruzione del palazzo, ma anche il buono stato di conservazione delle opere qui conservate. Lami, nel suo “memoriale”, parla di quadri e statue del museo di Pisa, ma il militare statunitense rinvenne solamente casse contenenti libri, manoscritti e quadri provenienti da Livorno. Può darsi che nel mese intercorso alcune opere fossero state spostate altrove. Di seguito il rapporto del Capitano Keller (15):

The right alf of this Rennaissance Palace is absolutely flat on the ground. Yje other half is preserved almost perfectly – hardly a shrapnel nick. In this half the 32 boxes of books, mss., etc., and the pictures from Livorno are preserved in perfect condition. The Germans opened one of the sealed boxes, but apparently took nothig. In contained books. The place may be mined and booty-trapped. The caretaker blocked all access to the deposit with salvaged doors and beams, and the rooms are under lock and key. Seams safe.

Tornando al Canonico Galli Angelini, nel suo diario personale, affermò di aver tentato di salvare la città dalle distruzioni, almeno per quanto riguardava i suoi monumenti. Purtroppo, ottenne una risposta evasiva e, nella drammaticità di quei giorni, probabilmente gli fu impossibile fare di più. Queste le sue parole riportate nel suo Diario (16):

20 Luglio. […] Io, circa le ore 12 (legali) mi reco al Comando tedesco, nel Villino Fiore, per scongiurare la distruzione della rocca, del duomo, del Palazzo Grifoni e degli altri edifici storici e monumentali della città. Mi si risponde che il Comandante partirà la sera stessa e di non potere assumersi responsabilità con promesse che non può garantire, dovendo lasciare ad altri il comando. Nella sera inoltrata e nella notte dal 20 al 21 luglio, sono state fatte saltare con le mine molte case di San Miniato.
21 Luglio. Nella mattinata si apprende che sono state fatte saltare con le mine, la notte precedente, la Cassa di Risparmio e metà del Palazzo Grifoni e molte altre case di San Miniato. Con grande perplessità sono uscito di Seminario e sono andato fino al Ponte della vecchia pretura [la porta “Toppariorum”, fra la Torre degli Stipendiari e l’Hotel Miravalle, n.d.r.] e ho vedute salve la casa mia e la misericordia.
Queste sue ultime considerazioni – ho vedute salve la casa mia e la misericordia – lasciano intendere che il Canonico Galli-Angelini non avesse avuto materialmente la possibilità di “salvare” la propria abitazione, che si trovava al di sotto dell’Hotel Miravalle e il cui accesso avveniva da via Augusto Conti, di fronte al Palazzo Roffia sede della Misericordia. Dalle testimonianze dell’epoca sappiamo che sia il Palazzo della Misericordia che l’edificio di fronte (ovvero l’ingresso alla casa del Galli Angelini) vennero effettivamente minati. Tuttavia non furono demoliti.

LA STRAGE DEL DUOMO
Secondo Francesco Lami, ad ulteriore riprova circa la presenza di un accordo fra i tedeschi e i fascisti sanminiatesi, secondo una vera e propria “strategia della vendetta”, ci sarebbero stati anche i gravi episodi riguardanti la popolazione ed in particolare la Strage del Duomo. Lami osserva come che l’esplosione di “bombe” all’interno della Cattedrale doveva far parte di un tale diabolico disegno e che il Vescovo – a suo dire noto filofascista o fascista – avrebbe avuto un ruolo non secondario, seppur forse costretto al silenzio dai militari germanici. Lami non è testimone diretto di tali avvenimenti, in quanto si trovava presso le sue proprietà agrarie in Valdegola, ma si limita a riportare quello che apprende dalle altre persone. La storiografia, negli ultimi anni, ha accertato che la Strage del Duomo fu determinata dall’esplosione di un proiettile d’artiglieria statunitense che centrò la Cattedrale durante il cannoneggiamento operato la mattina del 22 luglio 1944. Anche il ruolo del Vescovo Giubbi è stato analizzato in ogni dettaglio ed è risultato completamente estraneo alla strage.

I FASCISTI DOPO LA LIBERAZIONE
Oltre a quanto detto nei paragrafi precedenti, risultano interessanti alcune osservazioni a proposito dei giorni immediatamente successivi alla Liberazione di San Miniato (24 luglio 1944). Infatti, secondo quanto annotato da Francesco Lami, alcuni fascisti sanminiatesi avrebbero continuato a collaborare con i militari germanici – che si attestavano nella pianura tra la ferrovia e l’Arno – attraverso opere di sabotaggio, come il taglio di fili telefonici, piccoli sabotaggi, attività di segnalazione. Ciò è del tutto plausibile. Per rimanere in Toscana, è nota la vicenda dei “franchi tiratori” a Firenze nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione e che provocarono un clima di terrore fra la popolazione appena liberata (17). Su questo aspetto, tuttavia, la storiografia sanminiatese è carente e non sono disponibili, al momento, ulteriori testimonianze.

LA LETTERA
Di seguito è proposta la trascrizione della lettera inviata da Francesco Lami ai suoi congiunti, a corredo della quale fu inviato anche il “memoriale”.

Genovini, 1° Sett. 1944
Carissimi,
Vi ringrazio sentitamente per le vostre lettere tanto affettuose per me e per la piccola.
Sono state giornate, giornate e notti veramente terribili e piene di sofferenze atroci, centuplicate al mio cuore di padre dalla presenza della piccola e dal pensiero che essa pure, a quella tenera età, soffriva, vittima innocente di tanta crudeltà e feroce bestialità!
Dal 24 Luglio, giorno in cui lasciammo S. Domenico a tutto ieri, le giornate non sono state buone, specialmente per me (che, non avendo più venti anni, sento più acutamente le preoccupazioni dei pericoli, i guai e gli incomodi) e per la Lallina, dato anche il suo deperimento: innumerevoli e fragorosissime cannonate in partenza e purtroppo alcune anche in arrivo ogni giorno e ogni notte, mosche in numero enorme che non danno tregua e, in mancanza di cibo, pinzano anche attraverso le calze e la camicia, caldo insopportabile, polvere, se si scende in istrada, che mozza il respiro, impossibilità di prendere un bagno ecce cc.
Speriamo che il mese di Settembre che oggi si inizia ci liberi da alcuno di questi flagelli! Io, per ciò che mi riguarda, cerco di dimenticarli colla rassegnazione e scrivendo comparse conclusionali, memorie ecc.
Vi do la buona notizia che tutti i libri, registri, documenti riguardanti l’amministrazione, comprese le cartelle che erano in biblioteca, sono stati salvati e asportati dal palazzo nel giorno in cui io e la consorte ci parlammo colà per sapere se era vera o non la notizia, che circolava in città, che i tedeschi avrebbero fatto saltare il palazzo.
Vi mando poi un rapporto supplementare riguardante gli avvenimenti del mese di agosto: vi prego di rendermelo e di farmene una o due copie (sarebbe bene mi mandaste, se potete, un po’ di carta carbone: non avendone non posso contemporaneamente all’originale, battere qualche copia. Grazie per i giornali.
Vi confermo che, per ciò che concerne la campagna, i guai nostri, sino ad oggi, non sono enormi, come risulta dalle relazioni che vi ho inviato e da quella di cui sopra (per quanto ivi non siano indicati tutti i danni: per es. Armando mi diche che nel grano appare la gatta porcina: inoltre nulla vi posso ancora dire dei fondi di Roffia, per quanto, secondo le ultime notizie, le case coloniche sono sì aperte, ma tuttora in piedi, le bestie sono state salvate da noi. Il tabacco fiorito sì, ma in istato discreto, l’uva pure in istato discreto).
Per ciò invece che concerne il palazzo, la fattoria e la casa dei RR.CC. i guai sono ben gravi!
P.S. Prego di dire all’avv. Arrighi, se non ancora ha liberato quella somma di 500/m, di liberarla subito, perché dal 9 giugno sono passati oramai tre mesi e anche la più grande pazienza ha un limite.

IL DOCUMENTO
PRIME OSSERVAZIONI SUGLI AVVENIMENTI DEL LUGLIO – AGOSTO 1944
La demolizione di S. Miniato è stata voluta dai tedeschi d’accordo coi fascisti samminiatesi (preti compresi). Infatti:
1) Le case appartenenti a fascisti, salve pochissime eccezzioni, sono state risparmiate (casa del Capponi, del Novi, del Formichini, del Panfin, del Vescovo, del Can. Galli ecc.). Le case appartenenti a persone contrarie al fascismo sono state invece tutte demolite.
2) Persone degne di fede (fra le quali il parroco di Moriolo) sono venute a riferirmi che i fascisti guidavano i tedeschi nell’opera di demolizione, di saccheggio, di depredazione, (per es. il Capponi indicò ai tedeschi l’esistenza di due cavalli nella mia stalla e li condusse egli stesso ivi mostrando loro i due cavalli dei quali infatti i tedeschi si impossessarono, ecc.)
3) Allorquando il giorno 18 luglio, dopo la parziale demolizione della mia fattoria, io, unitamente ai miei, minacciati al pari di me, di fucilazione, vi feci ritorno accompagnato dal Panfin per chiedere ai tedeschi se potevo rimanervi e fui nuovamente minacciato di fucilazione se non avessi subito abbandonato S. Miniato, notai che il Formichini rimaneva invece indisturbato davanti al suo palazzo. Il Formichini stesso mi consigliò di abbandonare S. Miniato. Egli, rimase invece ivi tranquillamente, il che sta a significare in modo indubbio che egli erasi messo, come il Capponi ed altri daccordo con i tedeschi nel senso che le loro persone non sarebbero state toccate, come non lo furono, dai tedeschi. E’ resultato inoltre che la figlia del Formichini era ritornata il giorno prima da Firenze, vestita da crocerossina e munita di documenti del Comando tedesco che assicuravano al Formichini, famiglia e cose sue, l’incolumità e la intangibiltà.
4) Il comando tedesco non aveva alcuna intenzione di far saltare con la dinamite il palazzo, sia perché questo era lontano dalle vie che i tedeschi intendevano ostruire con macerie, sia per il gentile trattamento da noi fatto ai militari tedeschi che avevano chiesto ed ottenuto alloggio ivi, come ripetutamente ebbero a dichiararsi i graduati e soldati tedeschi che ivi alloggiavano. La demolizione effettuata diversi giorni dopo fu pertanto l’effetto, evidentemente, di nuove disposizioni date dai fascisti del luogo.
5) Allorquando io, per eccesso di prudenza, asportai i mobili e indumenti dal palazzo, nel giorno 20 luglio (essendo corsa la voce che sarebbe stato demolito dai tedeschi) il Formichini ci invitò a lasciare parte dei mobili e indumenti ( che difficilmente avremmo potuto trasportare fino al convento di S. Domenico) nel suo palazzo, il che sta nuovamente a significare che egli aveva la certezza che il suo palazzo non sarebbe stati, come non lo fu, minato. Ora egli cercherà di farsi amici gli Americani, fingendosi americanofilo, ma si spera sarà smascherato.
6) Il palazzo dell’Avv. Taviani, noto antifascista, fu fatto saltare nonostante egli avesse tentato di salvarlo versando una cospicua somma (£. 100.000.) ai tedeschi.
7) Il Can. Galli, noto fascista e filotedesco – tanto che arrivò al punto di arringare sotto i chiostri, il popolo samminiatese e di incitarlo a portarsi, in Germania a lavorare ivi – temendo per la sua casa, provvide a porre sulla porta della stessa un cartello nel quale, a caratteri cubitali, era scritto che detta casa era sotto la protezione della Città del Vaticano e, come tale, intangibile. Invitato per ben due volte dal Giunti Aldo, custode dei quadri e statue del museo di Pisa esistenti nel Palazzo Grifoni, a porre un cartello sulla porta del Palazzo Grifoni attestante il carattere di monumento nazionale del palazzo stesso, fece – nonostante la qualifica di sopraintendente ai monumenti nazionali e nonostante avesse presenziato, in tale qualità, alla introduzione nel palazzo dei siccitati quadri e statue del museo di Pisa, orecchi da mercante, dimostrando così, non solo di preporre sfacciatamente e vigliaccamente (data la sua veste di fascista e filogermanico e inglesofobo) il suo individuale interesse a quello collettivo, ma di calpestare quest’ultimo e di infischiarsene della demolizione del Palazzo Grifoni, della quale demolizione egli è pertanto, col suo contegno volutamente negativo, complice e responsabile civilmente e penalmente (avendo inteso, evidentemente di vendicarsi, così delle giuste pubbliche accuse mossegli anni ora sono dal Lami).
8) L’introduzione in alcune chiese (Duomo – S. Domenico) e l’esplosione di bombe nel Duomo, fu l’effetto di un accordo fra fascisti e tedeschi e, per lo meno, i fatti stanno a dimostrare che i primi erano al corrente dell’introduzione di dette bombe in tali chiese e colpevoli di aver cooperato, col loro contegno volutamente negativo a tale scempio. Si afferma da parecchi samminiatesi scampati miracolosamente allo eccidio che i tedeschi e anche il Vescovo, noto filofascista o fascista, che nel Duomo invitò i “fratelli dilettissimi” a pregare, “potendo la morte essere imminente”, consultavano, sino a pochi minuti prima dello scoppio delle bombe, i propri orologi e che il Vescovo, pochi minuti prima dello scoppiò, abbandonò il tempio. Posta anche che se al Vescovo fosse stato dai tedeschi imposto di tacere, egli non avrebbe dovuto – se quanto si afferma risponde a verità – entrare nel Duomo, poiché la sua presenza determinò indubbiamente molti ad entrarvi, e non avrebbe dovuto, comunque, abbandonare il suo gregge al momento fissato per l’eccidio, il che forse avrebbe evitato lo scempio.
9) Dopo l’occupazione di S. Miniato da parte degli americani è continuata e continua l’opera di ostilità alle forze e operazioni militari americane e di collaborazione alle operazioni militari germaniche da parte dei fascisti iscritti e non iscritti al partito repubblicano, per esempio: taglio di fili telefonici, segnalazioni ai tedeschi, furti di oggetti appartenenti alle forze americane, ecc. Orbene, è resultato che costoro sono quasi esclusivamente quei tale le cui case sono state salvate totalmente o quasi totalmente. Ciò è altra conferma che lo scempio di S. Miniato fu l’effetto di un accordo fra fascisti e tedeschi e che, in virtù di tale accordo, ai fascisti si impegnarono ad aiutare nell’avvenire i tedeschi, in corrispettivo del salvataggio delle loro case e a titolo di gratitudine verso i tedeschi (divenuti strumento delle loro antipatie, odii, e vendette) per aver essi demolito le case delle persone loro invise.
10) Quando nella mattina del 20 luglio 1944 io mi portai nel palazzo per evitare che questi venisse demolito dalle mine tedesche, rilevai una strana contraddizione tra quanto a noi era stato riferito dai sanmminiatesi sulla sorte del palazzo, e le affermazioni dei graduati tedeschi ivi banchettanti. Mentre cioè in paese ci era stato assicurato, sulla base di un elenco che diversi samminiatesi avevano visto e nel quale figuravano le case di S. Miniato che dovevano essere demolite con la dinamite, che la nostra casa era nel novero delle case da demolire, i tedeschi che si trovavano nel palazzo non solo negarono ciò, ma mostrarono la più alta meraviglia e quasi mi trattarono di visionarlo e solo dichiararono che non potevano escludere che il palazzo venisse in avvenire non demolito, ma danneggiato da qualche cannonata americana o tedesca. Ciò adunque starebbe a dimostrare che la demolizione del palazzo non fu tanto voluta dai tedeschi quanto dai compilatori dell’elenco (sergente paracadutista ed altri) in combutta coi fascisti o filofascisti samminiatesi, o, comunque, ostili a noi rimasti a S. Miniato.
11) Quando il 30 luglio andai a Corazzano e trovai diversi samminiatesi (Scali, Corsi, figlio di Marianelli eCo) nessuno mi fece le condoglianze del caso occorsomi. Quando ai primi di Agosto ricevetti la visita dell’Avv. Gazzini e della sua fidanzata, costui mi disse che da Marzana, ove attualmente dimora, aveva notato la demolizione parziale del mio palazzo e ciò era spiaciuto tanto a lui come samminiatese! Nessun dispiacere aveva dunque provato per coloro che si erano sempre adoperati per il bene di S. Miniato e che fino agli ultimi momenti di permanenza nel palazzo si erano prodigati per i samminiatesi, ma unicamente aveva sofferto come cittadino di S. Miniato!
Può darsi che la parola abbia tradotto male il suo pensiero e che egli avesse inteso significare quale fu il suo precipuo dolore, comunque, se così parla un amico, si può pensare come parlerà una persona indifferente, o peggio, ostile a noi e giova concludere che è bene seguire il consiglio (da me dato anni addietro) di vendere tutto e abbandonare S. Miniato i cui cittadini hanno evidentemente l’abitudine di compensare colla ingratitudine, colla maldicenza e con la sadica gioia per le sventure altrui, coloro dai quali sono stati costantemente beneficiati.
12) Il guardia mi ha riferito che i tedeschi giorno or sono hanno acciuffato tre uomini, dei quali due sessantenni, li hanno obbligati a lavorare indi di notte li hanno rinchiusi in una casa in prossimità dell’Arno ed hanno cannoneggiato ferocemente detta casa fino a demolirla. Questi tre disgraziati si sono salvati miracolosamente in un sottoscala e nella mattinata successiva hanno potuto raggiungere le truppe americane. Questi delitti bollano per l’eternità il popolo e l’esercito germanico con marchio dell’infamia e del disonore.
13) I tedeschi hanno pubblicato dei bollettini nei quali hanno comunicato al mondo…. Degli imbecilli, che S. Miniato, essendo stato demolito quasi completamente dalle bombe degli aeroplani anglo-americani, hanno dovuto essere abbandonato dalle truppe tedesche. E pensare che su S. Miniato non è caduta neppure una bomba degli anglo-americani.
La menzogna elevata a sistema, la beffa aggiunta ai danni apportati alle terre occupate ecco un'altra delle salienti virtù di questo miserabile esercito di delinquenti, meritevole di essere distrutto unitamente al popolo da cui deriva, ab imis fundamentis.


Francesco Lami, Prime osservazioni sugli avvenimenti del Luglio-Agosto 1944. Pagina 1
Archivio privato Alberto Lami, per gentile disponibilità

Francesco Lami, Prime osservazioni sugli avvenimenti del Luglio-Agosto 1944. Pagina 2
Archivio privato Alberto Lami, per gentile disponibilità

Francesco Lami, Prime osservazioni sugli avvenimenti del Luglio-Agosto 1944. Pagina 3
Archivio privato Alberto Lami, per gentile disponibilità

NOTE
(01) Per un quadro generale sul passaggio del fronte della Seconda Guerra Mondiale dal Medio Valdarno Inferiore e dal territorio sanminiatese (escluso episodio della Strage del Duomo) si veda: San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) Documenti e cronache, Amministrazione Comunale di San Miniato, Biblioteca Comune di San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986; C. Biscarini e G. Lastraioli, «Arno-Stellung». La quarantena degli Alleati davanti a Empoli (22 luglio – 2 settembre 1944), «Bullettino Storico Empolese», vol. IX, anni XXXII-XXXIV, Associazione Turistica Pro Empoli, Tip. Barbieri, Noccioli & C., Empoli, 1991.
(02) R. Boldrini, Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, pp. 160-161; Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 293 del 14 dicembre 1916, p. 1623.
(03) «La Vedetta», Anno III, n. 32, del 14 agosto 1921, p. 3.
(04) «Il Corriere del Tirreno», anno LXI, n. 263 del 7 novembre 1932, p. 2
(05) «Il Ponte di Pisa», Anno XXXIX, n. 39 del 24-25 ottobre 1931, p. 2; n. 41 del 7-8 novembre 1931, p. 2; n. 42 del 14-15 novembre 1931, p. 2.
(06) «Il Ponte di Pisa», Anno XLI, n. 21 del 20-21 maggio 1933, p. 3; «Il Ponte di Pisa», Anno XLII, n. 12 del 24-25 marzo 1934, p. 3
(07) V. Palmarocchi, Il Comune di S. Miniato e la sua importanza agricola, Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, Pisa, 1941, in San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e cronache, Comune di San Miniato, Biblioteca Comunale di San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, pp. 10-14: 14.
(08) «Il Ponte di Pisa», Anno XLI, n. 27 del 1-2 luglio 1933, p. 3.
(09) La scomparsa del Comm. Francesco Lami, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 36, San Miniato, 1964, pp. 165-166.
(10) R. Boldrini, Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 223.
(11) «La Voce Fascista», Anno I, n. 21 del 4 novembre 1922.
(12) P. Paoletti, 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla strage, Mursia Ed. Milano, 2000, pp. 25-27.
(13) E. Cintelli, Un baule per la libertà. La Catena 1944. Un borgo prima, durante e dopo il passaggio della Seconda Guerra Mondiale. Fatti, testimonianze, documenti, FM Edizioni, San Miniato, 2013, pp. 31-33.
(14) Archivio Privato Alessio Alessi, in San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) Documenti e cronache, Amministrazione Comunale di San Miniato, Biblioteca Comune di San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, pp. 128-131.
(15) National Archives, Washington DC, Holocaust-Era Assets, Roberts Commission – Protection on Historical Monuments, Monuments, Fine Arts and Archives Brunch (MFAA) Field Reports, Tenth Monthly Report, August 1944, n. 1537270, p. 169.
(16) Archivio dell’Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, Fondo Galli Angelini, Note di Diario  di Francesco Maria Galli Angelini; ed. F. Mandorlini, Diaristica religiosa nella diocesi di San Miniato. La guerra vista in parrocchia, in convento, in monastero, in Abbiamo fatto quello che dovevamo. Vescovi e clero nella provincia di Pisa durante la Seconda Guerra Mondiale, a cura di S. Sodi e G. Fulvetti, Edizioni ETS, Pisa, 2009, pp. 176-178.
(17) P. Paoletti, Firenze Agosto 1944. Alleati, Tedschi, C.T.L.N., partigiani e franchi tiratori nel mese più sanguinoso della storia fiorentina, Edizioni Agemina, Firenze, 2004, pp. 161-176.

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