martedì 16 luglio 2013

IN PILLOLE [011]: IL RIBELLE SEGATO A META' DAI SANMINIATESI

a cura di Francesco Fiumalbi
La città di Pisa, uscita malamente sconfitta dalla Battaglia della Meloria nel 1284, era in cerca da tempo di una nuova dimensione territoriale. Senza scendere nei dettagli, nel 1313 i Pisani avevano affidato il governo cittadino ad Uguccione della Faggiuola che avviò un'imponente campagna di conquista, arrivando ad occupare Lucca e a mettere sotto scacco il territorio di San Miniato. In breve, la strategia di Uguccione dopo una prima fase di conquista vera e propria, si incentrò sul controllo di una fitta maglia di insediamenti più o meno fortificati e spesso controllati da ristrette cerchie familiari. Queste erano costituite da piccoli e medi proprietari terrieri, che videro nell'avanzata pisana l'occasione per ribellarsi alla dominante San Miniato e strappare condizioni economico-fiscali più vantaggiose. Ovviamente ciò poteva avvenire solo in presenza di specifici accordi politico-militari, volti a garantire la sicurezza delle terre ribelli, che al contempo erano ristorate da congrui sussidi economici. D'altra parte, per niente non si fa niente.

Uno di questi castelli era quello di Moriolo, che fu una vera spina nel fianco in grado di tagliare le comunicazioni tra San Miniato e la Valdegola. Questo insediamento era controllato da una specifica famiglia, che non a caso furono qualificati da Giovanni di Lemmo da Comugnori come i “da Moriolo”. Di essi conosciamo soltanto quattro nomi: Ciuccolo e Nuccio, fratelli e figli di Guardardo; Piglio figlio di Ciuccolo e Guardaduccio di cui non è chiaro il legame di parentela.

Ciuccolo morì il 10 giugno del 1306 (1) e Guardaduccio fu ucciso il 10 novembre del 1310 (2), entrambi prima di tutte le vicende legate ai Pisani. Invece i figli di Ciuccolo (Piglio e ?) si videro distruggere il palazzo di famiglia e una torre in contrada di Fuordiporta il 17 maggio del 1314 (3) proprio come rappresaglia per la ribellione del castello. Pochi giorni dopo, il 5 giugno, Piglio risultò morto in circostanze non specificate (4), ma facilmente accostabili alle vicende di quei giorni.

La sorte peggiore, probabilmente, toccò a Nuccio. Egli fu catturato il 15 novembre del 1314, durante una controffensiva sanminiatese volta al recupero dei castelli di Montalto e di Comugnori, situati sul confine con Montopoli e caduti nelle mani dei ghibellini pisani. Nuccio di Guadardo fu condotto a San Miniato, al cospetto del Podestà Donato Donati da Firenze. Quest'ultimo impartì una condanna a dir poco raccapricciante, che, evidentemente, doveva servire da deterrente contro gli altri ribelli. Il Podestà ordinò che Nuccio di Guadardo venisse trascinato per le strade di San Miniato e, infine, segato a metà. Una scena terribile, inimmaginabile; una fine raccapricciante riservata ad un ribelle, ad un traditore. D'altra parte San Miniato era da mesi stretta sotto l'attacco pisano e solo la cacciata di Uguccione nel 1316 segnò il vero punto di svolta verso la riappropriazione delle terre ribelli.


La condanna fu eseguita il giorno 21 novembre 1314 e queste furono le parole di Giovanni di Lemmo da Comugnori per descrivere l'episodio:

[...] Item, soprascriptus Nuccius Guadardi venit in fortiam Comunis, et dominus Donatus de Donatis de Florentia, potestas Comunis, fecit eum trascinare per terram Sancti Miniatis et secare per medium die mercurii XXI novembris. […]” (5).


RIFERIMENTI
(1) Giovanni di Lemmo da Comugnori, Diario (1299-1319), edizione a cura di Vieri Mazzoni, Deputazione di Storia Patria per la Toscana, Documenti di Storia Italiana, Serie II, Volume XIV, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2008, c. 11v, p. 14.
(2) Ivi, c. 18r, p. 22.
(3) Ivi, c. 30v, p. 41.
(4) Ivi, c. 31v, p. 42.
(5) Ivi, c. 36v, pp. 47-48.

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venerdì 12 luglio 2013

L'ARME DEL COMUNE DI SAN MINIATO – LUIGI PASSERINI

a cura di Francesco Fiumalbi

Dopo aver trattato il sigillo “guelfo”, relativo ai Signori Dodici del Comune di San Miniato proposto da Domenico Maria Manni, proponiamo l'analisi effettuata da Luigi Passerini, erudito fiorentino (Firenze 1816-1876), sullo stemma del Comune di San Miniato, che egli inserì nella raccolta Le Armi dei Municipj Toscani illustrate dal cav. Luigi Passerini pubblicate per cura di Angiolo Mariotti incisore, Eduardo Ducci, Firenze, 1864, pp. 158-159.
Nel 1860 il barone Bettino Ricasoli commissionò una raccolta degli stemmi dei comuni toscani con cui omaggiare Vittorio Emanuele. La scelta del compilatore cadde su Luigi Passerini, il quale poteva vantare una lunga permanenza presso la Deputazione sopra la Nobiltà. Egli spedì una lettera a tutti i municipi richiedendo l'invio degli stemmi, da corredare con una descrizione riguardo la composizione dell'emblema e dei colori caratteristici.
Riguardo all'importanza dello stemma, come simbolo identificativo di una comunità e della sua storia, lo stesso Luigi Passerini ebbe a dire che “Le armi di una comunità debbono portare in sé scritta per quei simbolici segni che si dicono araldici la storia del paese, ossivvero il nome di quello, perché nobile distintivo è pur l'arme parlante”. Per questo motivo, a differenza della dissertazione del Manni, il Passerini allega agli stemmi, dipinti da Luigi Paoletti ed incisi da Angiolo Mariotti, soltanto una breve relazione incentrata unicamente sul simbolo. [Gli stemmi dei comuni toscani al 1860 dipinti da Luigi Paoletti e descritti da Luigi Passerini, a cura di Gian Pier Pagnini, Firenze, 1991, introduzione, pp. 14-15].
Riguardo specificatamente all'emblema della comunità sanminiatese, prendendo spunto dal sigillo e dalle notizie pubblicate da Domenico Manni nel 1743, il Passerini propone anche due datazioni per le “armi” descritte dal predecessore. Pur essendo storicamente plausibili, i dati cronologici sono privi tuttavia di qualsiasi riferimento documentario e per questo vanno presi con le dovute cautele. Mentre, da un punto di vista stilistico, lo stemma inviato dal Comune di San Miniato e pubblicato dal Passerini è davvero molto simile a quello raffigurato nell'antico bassorilievo collocato nell'atrio del Municipio, anche se non ha il “capo” con la croce, caratterizzante probabilmente la fazione Guelfa.
Da notare che il Passerini assegna, correttamente, il Comune di San Miniato al Compartimento di Firenze (il compartimento era la “provincia” nel periodo granducale). Infatti solo nel 1925 il Comune di San Miniato sarà scorporato dalla Provincia di Firenze per essere assegnato a Pisa.


Di seguito l'estratto da Le Armi dei Municipj Toscani illustrate dal cav. Luigi Passerini pubblicate per cura di Angiolo Mariotti incisore, Eduardo Ducci, Firenze, 1864, pp. 158-159:

Arme del Comune di San Miniato


«La leonessa armata di spada, argentea nel campo rosso, è l'arme antica del comune, e se ne ignora la origine; seppure non voglia ammettersi come simbolo del martirio del santo patrono che fu esposto nel circo delle fiere, quindi decapitato. Alcuna volta l'arme samminiatese portò i distintivi Angionini. Ed un sigillo del 1309 illustrato dal Manni li ha.
Quando poi nel 1355 si dettero a Carlo IV imperatore e ne riportarono amplissimi privilegi, i Samminiatesi convertirono la leonessa in leone per uniformarsi all'arme che era propria della famiglia del monarca, e per concessione gli posero una corona al di sopra del capo.»




lunedì 8 luglio 2013

1769 - LA RIAPERTURA DEL DUOMO DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

Il 18 giugno del 1766 vennero avviati i lavori di ristrutturazione del Duomo di San Miniato, sotto la direzione del Vescovo Mons. Domenico Poltri. Ben poco è rimasto del rifacimento interno della Cattedrale: otto riquadri nell'attico della navata centrale, dipinti da Giuseppe Parenti, assieme al quale collaborò il quadraturista Giovanni Vannetti, e quattro statue di Giuseppe Romolo Pini ricollocate in altre sedi, oltre ad una serie di interventi pittorici sui controsoffitti, che furono ridorati, e in altre parti dell'edificio. Difficile capire anche la consistenza dei lavori architettonici effettivamente realizzati, dal momento che il disegno e la relazione pervenutici lasciano intendere non soltanto modifiche di tipo stilistico e decorativo, ma anche di tipo strutturale, la cui fattibilità sarebbe risultata assai complessa. Considerando che alla metà dell'800 la chiesa fu interessata da nuovi e più consistenti lavori di ristrutturazione, appare evidente che delineare la sistemazione settecentesca della Cattedrale sia un'operazione tutt'altro che semplice (1).

Una testimonianza assai interessante ci viene offerta da un articolo pubblicato sulla Gazzetta Toscana, datato 8 dicembre 1769, nel cui breve testo viene resa nota la prossima riapertura della Cattedrale dopo oltre tre anni di lavori. Occorre sottolineare che spesso le notizie provenienti dal territorio del Granducato, e pubblicate sulla Gazzetta, venivano trasmesse direttamente dagli uffici di governo locali, quindi dalle Comunità, oppure, come nel caso di San Miniato, anche dal Vicariato. Per questo motivo l'attendibilità del contenuto del testo è indiscutibile.
La notizia è interessante sia perché ci fornisce ulteriori dettagli sull'entità della ristrutturazione e sugli artisti chiamati ad operare, sia perché viene sottolineato il ruolo di primo piano nella stesura del progetto da parte di Mons. Domenico Poltri, il cui intervento diretto fino ad oggi era stato solo ipotizzato, e più precisamente da Roberta Roani Villani:
[…] I documenti annotano solo il nome del capomastro, Antonio Vannini, ma mi pare suggestivo e attendibile attribuire l'idea allo stesso vescovo Poltri […]” (2)
[…] Fu impegnato nei lavori il capomastro Antonio Vannini che si può pensare seguisse idee formulate dallo stesso vescovo […]” (3)

La questione non è certo risolta completamente, tuttavia il testo pubblicato nella Gazzetta aggiunge un tassello, forse determinante, per meglio chiarire il ruolo del Vescovo Poltri, che viene definito Fabricae Procurator, Provisor, Auctor. Inoltre, di particolare interesse è l'apposizione di una epigrafe sopra il portale principale della chiesa, contenente la descrizione sintetica dei lavori: furono rifatte le colonne, le basi, gli archi, le finestre, i cassettoni (i lacunaria), le porte, il pavimento, la bussola, l'organo pneumatico, oltre ai consistenti interventi sull'apparato pittorico e scultoreo. Non conosciamo la natura di tale iscrizione, il cui testo è trascritto nella Gazzetta. Capitava spesso, infatti, che venissero predisposte epigrafi temporanee, per particolari occasioni e cerimonie, e che venissero rimosse poco dopo. E' anche vero che il contenuto del testo lascia intendere che si trattasse di un'iscrizione “fissa”, cioè configurata per conservare la memoria dei lavori nel tempo. Se così fosse, probabilmente fu rimossa in conseguenza della ristrutturazione della metà dell'800, dal momento che oggi non vi è alcuna traccia della medesima.

Cattedrale di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Di seguito è proposto l'estratto della Gazzetta Toscana, Tomo n. IV, fasc. n. 50, 1769, p. 171.

SAMMINIATO 8 Dicembre
La Chiesa Cattedrale di questa Città rimasta chiusa fino dall'anno 1766 a solo oggetto di riattarla, finalmente dopo il travaglio di poco più di due anni, verrà nelle imminenti Feste Natalizia solennemente riaperta. Noi dobbiamo tutto questo allo zelante non meno che intendente nostro Pastore, il quale oltre ad aver fatto il vago, e insieme maestoso disegno, ne ha con la maggior vigilanza procurata felicemente l'esecuzione. Il Figurista Sig. Giuseppe Parenti, e l'Architetto Sig. Gio. Vannetti ambedue valenti Pittori Fiorentini hanno dato in quest'opera nuovi saggi della molta loro abilità. Dalla seguente Inscrizione posta sopra la porta principale di detta Chiesa può rilevarsi una esatta idea dei più interessanti lavori, che nella medesima si vedono perfezionati.
Augustam Dei Domum in Miniatensi Diocesi omnium principem lam senio fatiscentem, & informis Architecturae vitio, nulla fere parte constantem sibi, in hanc elegantiorem, & qua veterum substructionum obices impune, & commode datum de loco moveri posse, concinentiorem undequaque, splendidioremque, formam renovavit Dominicus Poltrius Epus Miniat. Fabricae Procurator, Provisor, Auctor. Pilas in ea, Peristylia, bases, coronas, nec non lacunaria, fenestras itidem, januas, pavimentum opere cessellato, marmorato, lapideo, statuis, picturis, auro ad ordinis concinnitatem digessit, instruxit, ornavit: ac opus grande certe pro viribus audacter coeptum, qua potissimum tempestate maxima in Etruria grassata est Annonae, & pecuniae caritas. Numine tamen savente, cuius gloriae dicatum est, & artium subsidio, vix exacto biennio foeliciter ultra vota perfecit, Organoque pneumatico, ac eius fronte, ambulacro, fulcris è laevo latere decentius, & aptius ad mediam Templi faciem translatis, tum demum id omne Clero, Popoloque universo spectandum obtulit IIX. Kal. Jan. Ipso nempe recurrente Iesu Christi Natali die partaeq, Salut. An. MDCCLXIX.”
Per render poi più degno della gloria di Dio il riaprimento della Cattedrale medesima, la Congregazione del Suffragio ivi eretta, e solita nei giorni Natalizi 26, 27, 28 esporvi con festivo triduo a forma di Quarant'ore l'Augustiss. e Diviniss. Sacramento in sollievo delle Anime del Purgatorio, in tale occasione darà riprove maggiori della sua commendabil Pietà, con decorar sì Santa Funzione di più magnifico apparato, scelta musica, copiosa illuminazione.


NOTE E RIFERIMENTI
(1) A tal proposito si rimanda ai saggi: Roberta Roani Villani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, n. 63, San Miniato, 1996, pp. 172-174; Roberta Roani Villani, Episodi d'arte e di restauro nella chiesa di San Francesco e nella Cattedrale di San Miniato, in Paolo Morelli (a cura di), San Miniato nel Settecento. Economia, Società, Arte, CRSM, San Miniato, 2003, pp. 232-237; Francesco Onnis, Biografia di una architettura, in AA.VV., La Cattedrale di San Miniato, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, pp. 71-73.
(2) Roberta Roani Villani, Restauri a San Miniato... cit., p. 172.
(3) Roberta Roani Villani, Episodi d'arte e di restauro... cit., p. 232.

venerdì 5 luglio 2013

VEDUTA DELLA CATTEDRALE DI SAN MINIATO


Di seguito è proposta la Veduta della Cattedrale di San Miniato, in Francesco Fontani, Viaggio Pittorico della Toscana, Tomo IV, Firenze, 1817, pp. 237-244.

VEDUTA
DELLA
CATTEDRALE DI S. MINIATO


Di un doppio titolo va attualmente insignita questa Chiesa, appellandosi di S. Maria, e S. Genesio, perché alla memoria della gran Vergine Madre era nei vetusti tempi dedicato il principal Tempio della Terra di S. Miniato, e dal nome del celebre Martire era detto quello che esisteva già nel Castello di San Genesio, rovinato (siccome anco altrove avvertimmo) nel 1248 dai Samminiatesi. Il Lami rischiarando per via di monumenti la Storia di queste due Chiese non pare che sappia decidersi a quale e' ebbe dare il primato circa l'anteriorità, sebbene ragionevolmente sembri di inclinare a credere che questa di S. Genesio fosse eretta fino dal Secolo IX, e l'altra di S. Miniato forse nell'XI, mentre da una Bolla di Celestino III, in cui si rammentano varj privilegi conceduti a quella Chiesa da Alessandro II, che fu eletto Pontefice nel 1061, si fa di lei menzione come di esistente da qualche tempo innanzi, e convien credere che anco fosse ben vasta, e capace, mentre nel 1074 vi si adunò un Concilio ad oggetto di decidere la causa che verteva infra S. Anselmo Vescovo di Lucca, ed i Canonici di quella sua Chiesa. Repugnava con assai di fermezza il Prelato contro il parere del suo Capitolo per non prendere l'investitura dall'Imperatore Enrico, il quale s'era dichiarato nemico del Pontificato, e singolarmente di Gregorio VII, il quale con particolar Breve aveva animato Anselmo a non cedere in cosa alcuna contro l'immunità Ecclesiastica, e i diritti della Chiesa. Insistevano all'opposto i Canonici protestando di non volergli prestare obbedienza, quando ei non avesse giurato omaggio a Cesare, e a tanto crebbero le dissensioni, che per la Città nascevano dei ben frequenti tumulti. Per riparare si pensò pertanto di adunare un Sinodo a S. Genesio, a cui intervennero molti Vescovi, e fra gli altri ancora S. Pietro Igneo, Vescovo d'Albano in qualità di Presidente, il quale unitamente ad Anselmo pronunziò anatema contro i partigiani di Enrico: cosa che, al riferire del Baronio, suscitò maggiori molestie, ed affidata questa sugli ajuti, che se le promettevano per parte dell'Imperatore, senza aver riguardo alla stessa Contessa Matilde, esiliarono il Vescovo dalla sua Sede. Niuno degli Storici ci ha lasciata memoria del materiale della prelodata Chiesa di S. Genesio, che pare fosse onninamente abbandonata nel 1248, quando i Samminiatesi distrussero il Borgo, e trasferirono il titolo di questa Prepositura nella loro Terra, unendolo a quello di cui godeva la Chiesa loro principale, appellata già Pieve di Santa Maria.
E' situata questa in una delle estremità della vecchia Terra, prossima assai alla Rocca erettavi d'appresso nel 1237 per volontà di Federico II Imperatore, ed a cagione di tal vicinanza, fu perciò in varie occasioni di guerra esposta a diverse fatali vicende. Nel 1398 San Miniato obbediva ai Fiorentini, ed erano questi in continui timori di guerra per parte dei Pisani, che dominati dall'Appiano, ora scopertamente, ora con tentativi di tradimento, studiavansi di conquistare i castelli, e le terre, le quali erano soggette al comune di Firenze. Vedea l'Appiano di quanto vantaggio poteva essergli l'acquisto di alcun luogo forte in prossimità di S. Miniato per far di questa Terra l'impresa, quando fosse mai avvenuto che i Fiorentini distratti in altre guerre, o umiliati da alcuno più potente, non avessero più potuto sostenerla contro le loro forze. Tenne egli perciò trattato (al riferire dell'Ammirato) con uno di Barbialla, Castello del Contado Samminiatese in Val d'Evola, per impadronirsene, e con esso avea disposto del modo, assicurandolo della più ampia mercede. “Colui gli promesse di far l'opera, (scriveva il citato Istorico) e convennero fra di loro dei dì: … ma egli andato a trovare il Capitano dei Fiorentini, e i dieci di Balìa, avuto promesse maggiori, si offerisce pronto a fargli venire in mano tutte le genti dei Pisani, se nel dì che con esso loro si era convenuto, il Capitano Fiorentino con le sue genti si trovasse in alcun vicino aguato, onde fosse a tempo a chiudere in mezzo in nemici. Il giorno determinato i Pisani non temendo di insidie ne vengono lieti verso Barbialla, quando Bernardone, che in luogo assai celato con le sie genti era riposto, con grandi grida assalì gli inimici dalle spalle. Quivi non accadde combattere, perciocché tutti coloro, che non potettero fuggire, sensa fare alcuna difesa fur fatti a man salva prigioni dai Fiorentini, il numero dei quali giunse a trecento con più di cinquanta cavalli”. Nonostante questo vantaggio però il Comune di Firenze credé di non doversi fidare a segno di non premunirsi contro i nuovi attentati, e attacchi, ch'e' sipoteva aspettare; perlocché volendo provvedere alla sicurezza della Terra, oltre il bastionare le vecchie mura, ordinò che si fortificasse la Rocca, estendendone altresì il circuito, ed includendovi la Chiesa stessa, che in quella occasione soffrì non pochi cangiamenti dal suo primo stato, e figura. Pel corse adunque di 90 anni fu questo Tempio onninamente chiuso al pubblico servizio della Religione, e debbono i Samminiatesi il bene di averne riacquistato l'uso al celebre Per Vettori il Seniore, che nel 1488 essendo loro Vicario pel Comune Fiorentino, ottenne dagli Otto di Pratica della Repubblica che fosse ad essi restituito a lustro maggiore della Terra, e del Clero, il quale privilegiato già un anno innanzi dal Pontefice Innocenzo VIII della istituzione di dieci Canonicati, ardentemente desiderava di ritornare al libero possesso dell'antica sua Chiesa. “Noi abbiamo condetudo per partito nostro ai Preti di costì, (scrisse il Magistrato della Pratica al prenominato Vicario) la Chiesa, ed il Palazzo di sotto, che sono nella Cittadella costì, con patto che siano obbligati a loro spese conservare detta Chiesa, e Palazzo di tetti, e usci, e ciò che faccia loro di bisogno, e così abbiano a murare e smurare, tanto quanto tu ci scrivesti a' dì passati, che ti pareva di fare per separare il detto Palazzo, e Chiesa dalla Cittadella, e dal Ponte entrare nell'orto, che và alla Fortezza di sopra. Essendo tu prudente, e nel facto, vogliamo che tu sia quello che ordini, e disegni a' detti Preti quanto ti parrà debbano fare circa il soprascritto effetto. Dovendo nel Palazzo essere la Canonica, vogliamo che quello del Cavalcanti, che è costì Proposto, possa eleggere una stanza per se, qual più gli piacerà. E detti Preti sono obbligati dare ogni anno per S. Bernardo al Palazzo nostro due Torchi di cera bianca di libbre tre l'uno. Consegnerai dunque a tua posta ai detti Preti la detta Chiesa, e Palazzo, e sollecitagli a murare, e smurare quanto ti pare da fare, primaché tu esca di codesto Ufizio”. Non sgradiranno i Lettori che noi abbiam riportato per intiero questo autentico documento, il quale non prova solo quanto abbiamo riferito sopra riguardo alle vicende della Chiesa di S. Miniato, ma serve ancora a provare la semplicità, con cui si comportavano nello scrivere per officio le Magistrature Fiorentine ai subalterni ministri dello Stato.
E' questa Chiesa adunque nella sua prima mossa, per quanto apparisce, condotta a tre Navate, e con magnificenza sul fare degli edifizj sacri del Secolo XI; se non che le posteriori variazioni ordinatevi l'hanno in gran parte fatta cangiare e d'aspetto, e di pregio. Non si sa di preciso come essa si fosse nell'occasione che fu riaperta ad uso pubblico dal predetto Pietro Vettori, che si meritò ne fosse eternata la memoria in una iscrizione apposta nella principal sua facciata; ma nell'interno ha sofferto tali alterazioni che appena più cu è dato ora il ravvisarne un qualche leggiero indizio. Con la falsa idea d'abbellirgli, bene spesso si guastano gli edifizj, togliendosi loro quella semplicità, che in principio forse era il loro massimo pregio. Clemente VII decorò di insigni privilegi questa Chiesa, e nel 1526 concesse al Proposto della medesima Giovanni de' Cavalcanti l'uso dei Pontificali, l'ordinare i Chierici negli Ordini Minori, ed altre prerogative ed esenzioni, che lo rendevano quasi Ordinario del luogo, anzi unicamente soggetto alla Sede Apostolica, come si ha dalla Bolla spedita da quel Pontefice nel detto anno, e riportata per intero dall'Ughelli nella sua Italia Sacra. Maria Maddalena d'Austria poi, moglie del Gran-Duca Cosimo II, volle ancora nobilitarla di più, poiché nel 1624 a di lei petizione Urbano VIII le concesse un Vescovo Proprio, secondoché avea determinato il suo antecessore Gregorio XV, il quale con sua Bolla del 1622 aveva già circoscritta la nuova Diocesi. I Samminiatesi dunque riconoscenti, e grati alle premure usate a loro riguardo dalla predetta Gran-Duchessa, le eressero nella principal piazza della Città una Statua di marmo con una opportuna iscrizione incisa nella base, perché rimanesse ne' secoli avvenire come eterna la memoria della degnazione di quella Principessa, che volle nobilitare sì fattamente la loro Patria, della quale non è piccola gloria l'aver data l'origine alla sì celebre famiglia de' Borromei, esistente ora in Milano, e l'essere stata la cuna di moti insigni uomini, cultori delle buone lettere, e delle scienze, fra i quali non sono da tacersi lo Storico Lorenzo Bonincontri, di cui sì ampiamente parlò il Lami nel pubblicare una parte della latina di lui storia, e il rinomato Autore della Metalloteca Vaticana, Michele Mercati, molte notizie della di cui vita, e de' molti suoi studi, e fatiche si possono vedere nel lungo ragionamente, che delle di lui più singolari azioni scrisse Monsignor Magella, premettendo all'edizione della sopra enunciata Vaticana Metalloteca.

VEDUTA DELLA CITTA' DI SAN MINIATO

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Di seguito è proposta la Veduta della Città di San Miniato, in Francesco Fontani, Viaggio Pittorico della Toscana, Tomo IV, Firenze, 1817, pp. 229-236.

VEDUTA
DELLA
CITTA' DI S. MINIATO


Nobile ed assai ragguardevole Terra fu un tempo S. Miniato, oggi Città Vescovile, non inferiore a molte altre della Toscana. Se dovessimo prestar fede alle strane chimere d'Annio Viterbese, converrebbe credere che questa Terra avesse avuta la sua origine da Desiderio Re de' Longobardi, e che fin d'allora la denominasse S. Miniato al Tedesco, perché eretta apposta per ivi situare, quasi come una Colonia, quei popoli di Germania che ad esso lui obbedivano. Sono troppo ormai note le imposture di questo Scrittore per non si dover trattenere a impugnarle, onde più volentieri, lasciata da parte ogni discussione, adotteremo il sentimento di Lorenzo Bonincontri, il quale, sì nella storia che egli scrisse della Sicilia, come ne' suoi Annali, attribuisce la fondazione della sua patria ad Ottone I, Imperatore, il quale, secondo il Villani, scese in Italia nel 962, e quivi appunto costituì, come in luogo opportunissimo, il Tribunale degli Appelli, lasciando giudice dei medesimi un Tedesco di nome Arnolfo. Non dee fare specie perciò se in breve tempo questa Terra crebbe e in onore, e in grandezza, poiché risiedendovi i Vicarj Imperiali, e molte e frequenti essendo le cagioni che là vi chiamavano i popoli, facilmente comprendesi la necessità che ci dovette essere di accrescervi le abitazioni, e i comodi pei ricorrenti. Fu probabilmente per loro vantaggio appunto che i Samminiatesi nel 1197, siccome come racconta l'Ammirato “venne voglia, disfatto la Terra loro, che avevano nel poggio, per accostarsi ad Arno e all'Elsa, di farne una di nuovo nel piano”; ma considerato poscia che più agevol cosa sarebbe stata per loro il difendersi in sull'alto delle nemiche incursioni, nel 1200 tornarono ad abitare là donde se n'erano partiti, e temendo le forze dei Fiorentini distrussero, al riferire dello stesso Ammirato, onninamente il Borgo di S. Genesio. Il Lami nel suo Odeporico tratta a lungo di cotal Borgo, della sua situazione, e delle istoriche particolarità che lo riguardano, e adducendo l'autorità di varj autentici diplomi, i quali rammentano come esistente ancora la Terra di S. Genesio nel 1240 conchiude, che nel 1200 quei di S. Miniato probabilmente diroccarono o smantellarono, ma non la ridussero a nulla prima del 1248, dopo il qual tempo non se ne trova più memoria ulteriore negli Scrittori.
Quando poi la Terra di S. Miniato cominciasse a governarsi con proprie sue leggi, ed in forma di Repubblica, non potrà agevolmente accertarsi finché non si discuopra alcun sicuro documento: e se può qualche cosa arguirsi con probabilità, pare che verso la metà del Secolo XII essa già fosse in liberà, e che dodici suoi Terrazzani a vicenda, ed in forza della sorte, rappresentassero l'autorità suprema, privilegiati del titolo di Difensori del Popolo. Nelle circostanze delle divisioni dei partiti in Itali, essendo eglino stati così beneficati dall'Impero, a principio spesso inclinarono alla fazione Ghibellina: ed infatti la loro Terra non una sol volta servì come di luogo destinato per la custodia dei prigioni Guelfi, al quale oggetto Federico II munì a guisa di fortezza la chiesa di S. Michele, come racconta il Bonincontri ne' suoi Annali, o, come narra il Villani, vi fece erigere la Rocca, dove furono guardati nel 1248 gli ostaggi che e' prese da tutte le Città della Toscana; e nell'anno dopo qua miseramente morirono quei Fiorentini, ed altri della parte Guelfa che v'erano stati imprigionati per sospetto di opposizioni, secondoché gli storici ci vanno riferendo. Comunque ciò siasi però, non è da revocarsi in dubbio che questa Repubblica in diversi tempi (secondo che portavano i riguardi politici, o che l'una delle fazioni prevaleva contro l'altra) non favorisse talvolta ancora il partito dei Guelfi: ansi sappiamo che nel 1260 i Samminiatesi si collegarono coi Fiorentini mandando le loro genti all'Arbia contro i Senesi, come nel 1289 spedirono soccorso contro i Ghibellini di Arezzo; e l'Ammirato, ed il Boninsegni raccontano come nel 1343 i Fiorentini Guelfi, vedendoni in grave cimento per l'espulsione del Duca d'Atene, chiesero ajuto ai Samminiatesi, i quali in meno di ventiquattro ore spedirono loro due mila uomini in soccorso, lo che molto ricreò, ed incoraggì sommamente lo sbigottito popolo di Firenze. Un ajuto d'uomini sì rispettabile manifesta ben la potenza della Repubblica di S. Miniato in quel tempo, e la di lei grandezza sarebbe ancora cresciuta di più se ne suo seno medesimo non fossero cominciate a nascere delle dissensioni, le quali andarono degenerando appoco appoco progressivamente in guerre civili, funeste sempre, e cagione malnata di atroci, e pessime conseguenze. I Grandi, ed il popolo, secondo l'uso del tempo, erano di continuo alle prese fra di loro, ed ogni incidente faceva nascere dei tumulti, che terminavano in morti ed in stragi. Nel 1347 adunque “non avendo (al riferire dell'Ammirato) i popolani potuto patir l'orgoglio de' Malpigli, e de' Mangiadori, famiglie nobili di quella terra, i quali avevano tolto certi malfattori, loro masnadieri a Guglielmo Rucellai cittadino Fiorentino, e Podestà di S. Miniato, et levate il rumore, volevano anco disfare gli ordini del popolo. Avrebbero essi ciò facilmente conseguito, se non vi fossero sopraggiunte le masnade, che il comune di Firenze tenea nel Valdarno di sotto, et quasi nel medesimo tempo gli Ambasciatori Fiorentini, i quali si posono di mezzo per mettergli in pace; onde il popolo non volle essergli ingrato del beneficio ricevuto, pensando anche con questo modo poter meglio difendersi dall'ingiurie dei grandi” e prese il partito di darsi ai Fiorentini per cinque anni.
La Signoria di Firenze fu ben lieta di questo forse impensato avvenimento, e non mancò sulle prime di manifestare le migliori disposizioni verso di un popolo tanto di se benemerito: ma usata, com'era, a dilatare in qualunque maniera il suo dominio, e facile nell'occasioni ad aggravare i popoli che se le erano dati in accomandigia, non istette molto a far piombare il poso della sua mano sopra i Samminiatesi, favorendo i suoi fuoriusciti, e mostrando di disapprovare la loro parziale adesione alle mire dell'Imperatore Carlo IV, che vi avea lasciato il suo Vicario Imperiale affinché a lui, ed alla sua Curia spettasse la cognizione di tutte le cause di Toscana, ancorché criminali. Partito Carlo d'Italia i Fiorentini tentarono di richiamare con la dolcezza alla loro grazia quei di San Miniato, ma fomentati questi dal Cardinal Guido di Monforte, restato in Lucca per l'Imperatore, invece di dimostrarsi compiacenti parve che dispregiassero anzi gli inviti ed i buoni ufizj; di che forte adirato il Comune di Firenze, mosse le sue genti contro la Terra, confidando di superarla agevolmente per essere ella divisa nel suo interno, nonostanteché Bernabò Visconti si protestasse di volerla difendere con ogni vigore in qualità di Vicario Imperiale. Era in quei dì generale dell'armi Fiorentine il Conte Ruberto di Battifolle, il quale, come ansioso di gloria, volentieri assunse il carico di tale impresa, e sul terminare dell'anno 1369 vedendo di non indurre i Terrazzano a patti, gli cinse strettamente d'assedio. Confidati questi nel numero, e nella conosciuta bravura dei difensori, non meno che nella fortezza delle mura Castellane, e della Rocca, parea che non volessero ceder punto, benché non poco fossero angustiati dalla scarsezza dei viveri, e sembrava anzi che insultassero i nemici; onde il Conte cominciava a dubitare d'un facile riuscimento: senonché, al riferire di Pietro Boninsegni, nel Gennaio del 1370 di notte tempo “venne a lui segretamente un Samminiatese di bassa mano nominato Luparello, dicendo volergli dare S. Miniato: ed udito da lui il modo, e parendo al Conte cosa fattibile, gli commise che seguitasse, e lui si metterebbe in punto con le genti a dare esecuzione al fatto, e fecegli grandi promesse, se il fatto riuscisse, e di denari, e d'altro. Luparello rispose che non desiderava denari, ma solamente che S. Miniato fosse del Comune di Firenze, e con grande ardire prese alquanti compagni, coi quali di notte segretamente andò a cera parte delle mura, dove sapeva che era un muro di pietre murate a terra, e dove non si faceva alcuna guardia, e colle coltella dal lato ne smurarono tanto che feciono una larga entrata, et allora mandò a dire al Conte che in sul fare del dì afferrasse la Terra dalla parte contraria, cioè alla porta, che era verso la Bastìa, acciocché allora le genti di S. Miniato con quelle di Mess. Bernabò, ch'erano dentro, tutte corressono da quello lato della Terra alla difesa; e così seguì, che fatto l'assalto di fuori, tutte le genti dentro conrsono da quella parte, e badando quivi, intanto Luparello entro dentro con gran gente d'arme per quella buca, e presono la piazza, e quivi fu una grande ed animosa zuffa con molti morti e feriti da ogni parte, ed in fine le genti del nostro Comune rimasono vincitori”. Le frodi e gli inganni ebbero bene spesso il vantaggio delle vittorie più che la prodezza ed il valor militare, per il quale forse S. Miniato avrebbe probabilmente goduto della sua libertà per più lungo tempo. Egli è vero però che venuto questo sotto il dominio di Firenze così in riguardo della docil natura dei Terrazzani come dell'interesse che ne ritraevano i Fiorentini, questi riguardarono sempre la Terra acquistata con occhio di parzialità, e di benevoglienza, ammettendo altresì alla Cittadinanza di Firenze non pochi degli abitatori di S. Miniato. Maria Maddalena d'Austria, moglie di Cosimo II de' Medici, fu quella poi la quale volle che fosse dichiarata Città. E dal Pontefice Gregorio XV nel 1622 essa altresì ottenne che fosse insignita della Cattedra Vescovile con un competente distretto di Diocesi, smembrato in parte dall'Arcivescovado di Pisa, da quel di Lucca, e da più altre Chiese Vescovili, che oggi confinano con questa.

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FONTANI - LE VEDUTE DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi


La “Veduta della Città di San Miniato” e la “Veduta della Cattedrale di S. Miniato” sono inserite nella più vasta opera “Viaggio Pittorico della Toscana”, compilata dall'erudito fiorentino Francesco Fontani (1748-1818), e data alle stampe in Firenze per la prima volta fra il 1801 e il 1803 in tre volumi. Fu poi ristampata nel 1817 in sei tomi, così come la terza edizione, postuma, negli anni 1827-1834.
Non staremo ad indugiare sulla vita e la formazione di Francesco Fontani, tuttavia vale la pena sottolineare alcuni dei motivi che portarono il suo “Viaggio Pittorico della Toscana” ad avere un'ampia e felice diffusione. Innanzitutto, l'opera viene predisposta alla fine del '700 e raccoglie molti aspetti dell'Illuminismo e del pensiero scientifico, come ad esempio la catalogazione sistematica e razionale, in questo caso dei luoghi della Toscana, proposti secondo alcuni itinerari da seguire. Tale operazione conoscerà il suo apice, pochi anni più tardi, con il fortunatissimo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana"di Emanuele Repetti


Tuttavia, rispetto al “Dizionario”, il “Viaggio” del Fontani è concepito anche per chi volesse intraprendere, o ripercorrere un viaggio. E, guarda caso, sempre in questo periodo conosce la sua massima diffusione il cosiddetto Grand Tour. Si trattava di una sorta di grande viaggio d'istruzione attraverso i Paesi mediterranei e vedeva protagonisti i giovani delle classi abbienti d'Europa: Inglesi, Francesi e Tedeschi in particolar modo. Una delle tappe irrinunciabili, oltre a Roma, Pompei ed altre celebri località italiane, era certamente Firenze e la Toscana. Al ritorno nel proprio Paese, i giovani erano soliti portare con sé opere d'arte, pezzi d'antiquariato, reperti archeologici. Ma non solo, anche opere letterarie e fra queste, quelle che noi oggi potremmo considerare un po' le antesignane delle nostre guide turistiche. E in questa categoria può ben rientrare anche il “Viaggio Pittorico della Toscana”. Infatti, la particolare fortuna dell'opera di Francesco Fontani, non va ricercata solamente nelle notizie di tipo storico, cronachistico o aneddotico, ma anche e soprattutto nella presenza delle cosiddette “Vedute”, ovvero incisioni che raffigurano scorci panoramici o caratteristici delle città toscane, ed anche dei centri cosiddetti “minori”. Un po' come le moderne cartoline. Questa modalità comunicativa, attraverso il disegno, trova sicuramente in Giovanni Battista Piranesi un illustre precedente. Certamente meno elaborate delle incisioni del Piranesi, le tavolette furono predisposte dai fratelli Antonio e Jacopo Terreni per corredare l'opera delle illustrazioni.
A San Miniato, Francesco Fontani dedica due vedute: quella complessiva e generale della Città, con la dissertazione storica, e quella dedicata alla Cattedrale dove ripercorre la storia dell'edificio, ma anche brevemente quella della Pieve di San Genesio terminando con l'erezione della Diocesi.
Le fonti a cui attinge il Fontani per la sue dissertazioni delle “Vedute” sono praticamente le stesse utilizzate da Domenico Manni, nel suo saggio a corredo del Sigillo dei Signori Dodici: le cronache di Giovanni Villani, Niccolò Macchiavelli e di Lorenzo Bonincontri (edito da Giovanni Lami), oltre alle Istorie Fiorentine di Scipione Ammirato il Vecchio con l'aggiunte del Giovane.
Più in dettaglio, questa rappresenta, probabilmente, la prima “Storia di San Miniato” redatta in forma organica e sintetica (a differenza delle molte informazioni pubblicate dal Lami), anche se la dissertazione contiene notizie incomplete e spesso imprecise. Ha inizio dalle ipotesi sulla fondazione del castello di San Miniato, prosegue con le vicende del libero comune fino alla dominazione fiorentina, per terminare all'elevazione a Città e l'erezione della Diocesi. Tace invece sugli avvenimenti a lui più recenti.
Superate nel 1843 dalla ben più completa opera del Repetti (la voce “S. Miniato” si trova nel quinto volume), le “Vedute sanminiatesi ebbero maggior fortuna da un punto di vista illustrativo, specialmente quella panoramica, meno quella della Cattedrale. Le incisioni dei Terreni furono ristampate in diverse occasioni, anche per farne delle cartoline. Non mancarono nemmeno modifiche e adattamenti più o meno interessanti, come nel caso di alcune ristampe de “La Presa di Samminiato” di Ippolito Neri, dove alla “Veduta” panoramica viene aggiunto l'esercito empolese con in testa le famose capre.




mercoledì 3 luglio 2013

NOTTI DELL'ARCHEOLOGIA 2013 A SAN MINIATO E VALDARNO DI SOTTO

Anche quest'anno sono arrivate le "Notti dell'Archeologia"! Si tratta di una serie di iniziative, programmate in diverse serate del mese di luglio, per avvicinare a questo splendido mondo che è il nostro passato.
Gli appuntamenti sono tutti molto interessanti, ed in particolare per il territorio sanminiatese segnaliamo queste date:

Venerdì 5 luglio 2013 ore 21 - San Miniato, Sala del Bastione
Merci e commerci nel Valdarno tardoantico e tardomedievale
Come i dati raccolti dallo scavo archeologico di San Genesio e in corso di studio contribuiscono alla storia economica del Valdarno tra Tarda Antichità e Alto Medioevo nella conferenza a cura di Federico Cantini (Università degli Studi di Pisa).

Sabato 6 luglio 2013 ore 21 - Fucecchio, Loggia del Museo
Quaderno n. III della Sezione Valdarno dell'Istituto Storico Lucchese
Presentazione del volume con saggi sulla storia e l'archeologia dei Comuni del Medio Valdarno Inferiore. Saranno presenti gli autori.

ATTENZIONE
E' stato comunicato che venerdì 19 luglio 2013, diversamente da quanto indicato nell'opuscolo, non verrà effettuata l'apertura straordinaria del Museo Diocesano d'Arte Sacra.

Di seguito il programma completo:




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