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giovedì 23 marzo 2017

GIOSUE' CARDUCCI «PROCESSATO» A SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Il primo a parlare di «processo» fu lo stesso Carducci ne Le “risorse” di San Miniato al Tedesco in Confessioni e battaglie (1° edizione 1883), per descrivere la situazione “surreale” venutasi a creare durante la sua permanenza a San Miniato, dato l'incarico di insegnante di Rettorica presso il Ginnasio nell'anno scolastico 1856-57.
Le argute parole carducciane non devono trarre in inganno: benché le circostanze coinvolgessero il Sottoprefetto di San Miniato Luigi Manenti, il Prefetto di Firenze Comm. Petri, vari funzionari di polizia e pubblica sicurezza, oltre all’allora Ministro dell’istruzione Pietro Fanfani, non si trattò di un “processo penale”, nell’accezione moderna del termine processo. Fu piuttosto una serie di fatti, atti e operazioni propri di una “indagine”, che tuttavia non determinò nemmeno un richiamo disciplinare vero e proprio.

Una simpatica rielaborazione di una immagine
raffigurante il giovane Giosuè Carducci

A dire la verità, le accuse che furono mosse al Carducci non erano da considerarsi di particolare gravità o di pericolo per l'ordine pubblico in generale. Il nodo della questione è che egli non era un comune cittadino, bensì un insegnante, e a chi svolgeva tale compito era richiesta non solo una preparazione disciplinare, ma anche una irreprensibile condotta morale, essendo una figura d'esempio per gli studenti. Ecco il motivo per cui, oltre alle autorità politico-governative sanminiatesi (Sotto-prefetto, il Delegato e il Capo-posto), si interessò della vicenda anche il Ministero dell'Istruzione dell'allora Granducato di Toscana. Un maestro o professore che non avesse mantenuto una condotta esemplare poteva essere ritenuto inidoneo all'insegnamento e quindi gli poteva essere revocato il Diploma di Magistero.

Cosa era successo? Cosa aveva combinato il giovane Giosué Carducci di tanto grave per essere sottoposto ad indagine?

Tutta la vicenda fu ricostruita dal filologo e scrittore Ermenegildo Pistelli [Camaiore, 15 febbraio 1862 – Firenze, 14 gennaio 1927] sulle pagine de «Il Marzocco» nel 1908 – il cui testo è proposto di seguito – salvo poi ripubblicare il medesimo articolo nella più ampia raccolta Profili e caratteri, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1921, pp. 31-53.

Trascrizione del testo E. Pintelli, Il Carducci e il Governo Toscano. Da documenti d'Archivio inediti, 1856-58, in «Il Marzocco», anno XIII, n. 36 del 6 settembre 1908, Firenze, 1908, p. 1:

IL CARDUCCI E IL GOVERNO TOSCANO
Da documenti d'Archivio inediti, 1856-58

I. Il «processo» di San Miniato.

Tutti hanno letto “Le «risorse» di San Miniato al Tedesco” e perciò tutti sanno che l'anno scolastico 1856-57 è per più ragioni memorabile nella vita del Carducci. Memorabile perché fu il primo del suo insegnamento, perché la spensieratezza giovanile gli fece correre qualche pericolo e perché illudendosi di trarne tanto da saldare i debiti con l'oste e il caffettiere – debiti assai giustificati dallo stipendio di 77 lire codine al mese – egli s'indusse a pubblicare a San Miniato il suo primo volumetto di Rime (luglio 1857). Tutte cose ormai notissime, anche per quel che ne ha scritto Giuseppe Chiarini nelle Memorie. Per il mio scopo basti ricordare che il Carducci, nelle bellissime pagine sopra ricordate, descrivendo la vita sua e de' suoi colleghi Pietro Luperini, «il più positivo» dei tre, e Ferdinando Cristiani, racconta che si trovavano spesso con «una brigata di giovanotti, piccoli possidenti e dottori novelli, che passavano tutte le sante giornate» a mangiare, bere e divertirsi. Nella “casa dei maestri”, dove i tre facevan vita comune, «ci si sentiva, pur troppo, di notte e di giorno, ogni qual volta, ed era spesso, l'allegra compagnia la invadesse»:

Ave color vini clari.
Ave sapor sine pari!
Tua nos inebriari
Digneris potentia!

«Tali erano – continua – se non le parole, il senso e il significato di quelli strepiti, e le invocazioni e le antifone di quei misteri, che non di rado erano pure celebrati in pubblico nel caffé Micheletti, o in una osteriuccia a pié del colle su la strada provinciale»
Peggio, qualche volta andavano alla messa e ci stavano con poco rigetto. Una di quelle messe al poeta era in memoria «per la lieta illustrazione di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata recitava menandolo in giro per le navate, in istil bergamasco..., con un sistema critico di perpetua comparazione tra la figura di san Giuseppe e quella del sotto-prefetto, che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca».
Afferma il Carducci che da tutto questo si formò contro di lui «una leggenda d'empietà e di feroce misocristismo» tanto che prese credito la voce calunniosa che egli, il Venerdì Santo del '57, fosse sceso da San Miniato alla taverna del piano e all'oste sbigottito avesse intimato, con bestemmie sacrileghe, di portargli cibi di grasso. Fu perciò «avviato un processo» contro di lui; e «un processo di tal materia e in quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che del '57 anche c'era in Toscana, pur all'ombra della cappamagna di santo Stefano, del buon senso parecchio e dell'onestà».
Tutto dunque finì bene, ma noi restiamo con la voglia di qualche particolare su questo processo. A me è accaduto di potermi levar questa voglia, che avevo da un pezzo, mentre, per isbattere la malinconia di queste vacanze, frugavo – con le debite licenze – tra le filze del nostro Archivio di Stato, dove è, per chi la sa intendere e sentire, tanta più poesia che nelle opere o nelle chiacchiere estetiche di tanti artisti incompresi o, peggio, critici d'arte creati ex nihilo. Le «risorse» sono pagine d'arte di mirabile evidenza: eppure in quelle filze vidi e conobbi il Carducci a ventun anno con evidenza anche maggiore, perché mi dicevano come fosse accolto e giudicato nel primo paese dove insegnò e me ne mostravano la figura, già fin da allora fuori dal comune anche nei difetti, disegnata da testimoni che, non supponendo di parlare per i posteri, erano naturalmente più sinceri. Comunque sia, certo ne risultava un quadretto non privo d'interesse della vita d'una piccola città toscana di cinquant'anni fa, e del carattere, in fondo così bonario, benché fossimo già al '57, dei rappresentanti di quel Governo morituro; insomma, quasi un commento e un complemento alle «risorse». Spero dunque che non parranno inutili le notizie che mi induco a pubblicare; anzi confido che i lettori me ne saranno grati, non foss'altro per la bella pagina inedita che offrirò loro dopo aver narrato del processo e d'altro, “pour la bonne bouche”, o... per ammenda.

***

Non si trattò propriamente d'un “processo per accusa d'empietà”, come dice con qualche esagerazione il Chiarini nelle “Memorie” (sommario del cap. III) e come potrebbe far credere il Carducci stesso con le parole “un processo di tal materia”. Le indagini politico-giudiziarie ebbero due periodi, e il secondo non s'intende bene senza conoscere il primo, sin qui del tutto ignoto. Dice il Carducci che “prima mali labes” furono la «bergamascata» in chiesa e le «smargiasserie di antimazonianismo». Ma la spinta al movimento anticarducciano dei Samminiatesi non poteva venire soltanto da questi motivi, dirò così, troppo ideali. Anche a questi si ricorse, ma più tardi, e soltanto per trovar pretesti a piegare le ingiuste antipatie contro il giovine professore e poeta.

Il 26 maggio 1857 da “picchetto” della I. e R. Gendarmeria di San Miniato il gendarme “capoposto” scriveva al Delegato di Governo in questa forma ed ortografia:

La sera del 25 stante verso le ore 9 Gesue Carducci, Maestro di Lettorica a questo liceo entrava colla sua solit'aria baldansosa nel Caffè di Giuseppe Micheletti di questa città ed ordinava al medesimo Micheletti un Ponce, che subito gli fu portato, ed egli prendendo il Bicchiere in mano diceva questo lo bevo alla Barba dei Signori Pecori di S. Miniato, a questa parola parte della Signoria che vi si trovava sortirono dal predetto Caffè ed il signor Dott. Giovanni Pazzini che volle in certa maniera riprenderlo fu dal Carducci quasi invitato ad una lotta come in essere di provarlo... (seguono i nomi dei testimoni)
Per cui questo Capoposto fa conoscere a V.S. Ill.ma quanto sopra, fa altresì osservare che quest'Individuo ogni qual volta passa d'accanto ad un'impiegato motteggia il medesimo o in lingua francese o in altri termini vessatori e segnatamente alla Polizia motivo per cui ne rimetto analogo rapporto per l'uso opportuno.
(Segue la firma)

Non le smargiassate antimanzoniane, ma fu veramente questo ponce principio e cagione de' guai che seguirono. Quel buon capoposto non avrebbe forse avuta mai l'occasione di rimettere analogo rapporto per far sapere ai superiori che il Carducci motteggiava gli impiegati “o in lingua francese o in altri termini vessatori” - parole che vado superbo di consegnare alla storia - , se l'occasione non glie l'avesse offerta la scenata del Caffé Micheletti, per la quale gli animi di buona parte de' paesani naturalmente si eccitarono e si inasprirono. Dirò fin d'ora che, appena si poté ristabilire com'erano andate le cose, fu subito chiaro che non c'era motivo di tanta agitazione; ma oramai quelle parole in bocca s'esagerava l'offesa. Si dové dunque procedere alle «opportune verificazioni» per ordine del Delegato Chiarini e del Sottoprefetto Manenti, subito tra il 26 e il 27 maggio. Ascoltiamo per esteso almeno una delle testimonianze, quella del caffettiere, che depose in buon toscano così:

Gli dirò come andò il fatto. Ieri l'altro sera sulle ore nove circa essendoci assai gente in bottega entrò il Maestro Giosuè Carducci con altri quattro o cinque e messosi a sedere disse a voce alta: - porta un ponce alla barba di questi pecoroni –. Sentito questo e rimasto maravigliato di tale ingiuria mi trattenni a portargli il ponce e allora a voce sempre alta tornò a gridare: – porta un poce alla barba di questi pecoroni di San Miniato –. Allora andai presso certo Luperini suo collega che era in sua compagnia pregandolo che lo levasse di bottega che era alterato forse per aver bevuto troppo e in questo frattempo molti se ne andarono sentendo queste ingiurie e poco dopo il Carducci fu condotto fuori di là da diversi suoi amici. Che anzi sebbene tutti stassero zitti si espresse: - se hanno da dir di me vengano a tavolino che li rendo soddisfazione. – Per quanto ho inteso dire pare che entrando il Carducci suddetto in bottega e parlando in francese qualcuno si mettesse a ridere, ma non potrei soggiungere nulla di preciso.

Sentiamone ancora un altro, che anch'egli era al Caffé:

Mi si misero accanto diversi fra i quali il Maestro Giosuè Carducci il quale parlava in francese e poi ragionava anche di filosofia e mi parve allegro secondo il suo solito ma non ubriaco.

Dimandato, questo stesso, se il Carducci pronunciasse altre parole, oltre quelle “alla barba dei pecoroni”, risponde di sì e afferma che disse su per giù: Se uno vuol soddisfazione nel discorrere venga qua a tavolino; se poi è un ignorante, basta una risata. Altri testi o confermano o non dicono di più: nessuno smentisce che le cose stiano come è accennato in queste ed altre testimonianze, cioè: 1) il Carducci entrò parlando in francese e con aria un po' (come dire?)... baldanzosa; 2) alcuni Samminiatesi che erano nel Caffé risero delle sue mosse e del francese; 3) il Carducci si impennò e pronunziò le famose parole; 4) non invitò nessuno quasi ad una lotta (come diceva il capoposto), ma ad una discussione con lui a tavolino, purché fosse persona da poterci discutere. E così, se non entravano in quistione altri fatti, tutto sarebbe finito in tre giorni, cioè col richiamo del Carducci davanti al Sottoprefetto, presso il quale egli si difese dichiarando, com'era infatti, che «la espressione imprudente di cui se gli fa carico era stata provocata dalle irrisioni di alcuni giovani che già trovavansi nel Caffé al suo arrivo, e non diretta in alcun modo alla ingiuria in genere dei Paesani». Son parole che hanno tutta l'aria d'essere testuali: il Sottoprefetto se ne contentò e nello stesso giorno (28 maggio) riferì al Prefetto di Firenze che «il richiamo sembrava aver prodotto una viva e salutare impressione» e che quanto ad altre accuse venute fuori avrebbero indagato. Il Prefetto, in data 31 maggio, riferì negli stessi termini al Ministro della istruzione, il quale rispose il 2 giugno dicendo che avrebbe aspettato il resultato delle nuove indagini, per provvedere se del caso (*).
Ecco dunque che, in seguito alla prima, sono sorte altre quistioni. Ce ne darà notizia il rapporto che il Delegato presentò al Sottoprefetto il 27, subito dopo le prime «verificazioni»; rapporto non troppo severo, quando si pensi che è scritto sotto le influenze di tutta una popolazione irritata e provocato da alcuno di quei testimoni che, chiamati per il fatto del Caffé, non s'erano saputi trattenere dall'estendere le loro accuse senza che nessuno ve li obbligasse. Ometto naturalmente la parte che riguarda il Caffé Micheletti, che è ormai quistione finita:

Il contegno che da qualche tempo tiene Giosuè Carducci Maestro di questo Liceo non è quello per certo che si addice ad un Individuo cui è affidata la pubblica istruzione.
Prescindendo dal sospetto che le sue facoltà mentali vadano soggette interpolatamente a qualche alterazione per effetto di malattia nervosa, portando ciò a ritenere lo stravagante suo incedere per le pubbliche vie, il suo modo ridicolo di tenere il cappello e la bieca sua guardatura, è un fatto incontrastabile che le sue imprudenze hanno generalmente indisposto i cittadini.
Detto Carducci apparisce anche indifferente in fatto di religione avendo talvolta commesse pubblicamente delle trasgressioni ai precetti della Chiesa e delle irriverenze nel Santuario che hanno destato, per il momento, dello scandalo nelle persone che le hanno avvertite.
Si racconta infatti che in un giorno del dicembre passato nella ricorrenza dell'anniversario della morte dello Spagliagrani, in cui ha luogo una solenne messa nella Cattedrale con intervento dei maestri del Ginnasio e loro alunni, il Carducci se ne stesse seduto in tutto il tempo della sacra funzione e non si alzasse neppure nell'atto della elevazione dell'Ostia e del Calice.... (seguono i nomi dei testimoni).
Un'altra volta dice che in giorno di vigilia si facesse vedere a mangiare del salame nella pubblica bottega di Luigi Maioli detto Bilagno.... (seguono i nomi dei testimoni).
Da tutto ciò si tira la conseguenza che il Carducci non possa instillare nei suoi Discepoli sane massime religiose.

Si dové procedere a nuove «verificazioni». Già nelle prime l'oste Bilagno aveva parlato del salame mangiato dal Carducci e dal Cristiani nella sua bottega in giorno di magro; ed aveva insistito nell'assicurare che era proprio giorno di magro con queste parole:

Me ne ricordo, perché avendomi ordinato delle bistecche andai dal macellaio con una scusa e non mi riuscì di averle.

Gli altri interrogati (1-5 giugno) confermano gli addebiti, ma non senza molte attenuanti. Si insiste dagli inquirenti per mettere in chiaro se quel giorno di magro era in quaresima o dopo Pasqua. Chi dice prima, chi dopo. La moglie di Bilagno assicura che fu dopo Pasqua. Questa buona donna somiglia, come si somigliano due gocce d'acqua, a quel famoso suo collega il quale a Renzo, troppo curioso, rispondeva che la sua osteria era «un porto di mare». Le domandano se può citare testimoni, che fu dopo Pasqua; e lei risponde: «Non mi rammento chi ci fosse; ma, saprà bene, essendo botteghe uno va e l'altro viene». Ma poi voglion sapere se lo scandalo fu grave; e lei, come se nulla fosse, dice che a quell'ora e in quella stagione ci doveva esser poca gente in bottega. Finalmente può anche dire, con sicurezza, che le bistecche furono chieste in altra occasione da altri, ma non dai due maestri. Che volete di più? Bilagno, anche questa volta, fu messo in sacco dalla moglie. Così la solita irresponsabile «voce pubblica» aveva accennato ad amorazzi: vengono i testimoni, gente savia e d'età, e tutto sfuma o si riduce a chiacchiere senza consistenza. Fa sorridere che più d'uno insista sul «modo di guardare» del Carducci; fa sorridere quanti l'abbiamo conosciuto e sappiamo che nella sua guardatura poteva trovar qualcosa di «bieco» o di «truce» soltanto chi non riusciva ad accorgersi che c'era invece molto tra l'ingenuo e lo spaurito. Tutto, insomma, si riduce a dire: son giovanotti troppo allegri, bevono volentieri, s'imbracano con altri che hanno meno giudizio di loro; e gli inquirenti non insistono, non malignano, non cercano di mettere nell'imbroglio i testimoni. Tra i quali disse tutto, in poche parole piene di buon senso, un bravo vecchio che merita di essere ricordato: Damiano Morali: Si conosce a primo aspetto che hanno più del ragazzo che dell'uomo.
Quando alle sacrileghe parole del Venerdì Santo nessuno ne domanda e nessuno vi accenna neppure indirettamente, come nessuno ricorda la «bergamascata» alla messa, ma soltanto l'essere rimasti sempre seduti, così il Cristiani come il Carducci, a quella per quel tal funerale.... di sei mesi prima! S'aggiunga, a correzione di quanto apparirebbe dalle «risorse», che il processo non fu contro il Carducci solo, ma anche contro il Cristiani. Sul conto del Luperini ci fu qualche lamento, ma nei rapporti non è mai nominato; e quando più tardi il Sottoprefetto è interrogato su lui, risponde (25 giugno) facendone elogi e assicurando che coi compagni pericolosi egli stava soltanto «quanto la convenienza esige».
Ma anche verso il Carducci e il Cristiani non tardò il Delegato Chiarini a mutar pensiero. Fin dal 31 maggio, dopo indagini fatte per conto suo, egli s'era accorto delle gonfiature e lo confessa. Prima della scenata al Caffé, egli scrive, i difetti del Carducci e del Cristiani sembravano piccoli nèi. Si diceva che alla messa il Carducci era rimasto seduto per distrazione: ora lo accusano d'empietà. Nessuno parlava, prima, del salame; ora se ne è voluto fare uno scandalo, e il Carducci «si propala per giovane irreligioso ed immorale, dedito all'ubriachezza ed al libertinaggio, gli si fa carico di mal contenersi nella scuola e nei luoghi pubblici, del suo modo ridicolo di camminare e di fissare le persone» ecc. Invece l'onesto Delegato s'è ormai convinto «che il Carducci ha peccato di leggerezza, d'imprudenza e se vuolsi anche d'indifferenza in materia di Religione»; ma che tutto il resto è esagerazione dettata da animosità. «Per quello poi – conclude – che ha rapporto al contegno che tengono nelle Scuole, l'egregio Direttore delle medesime, Sig. Can. Dott. Domenico Novelli, interrogato opportunamente, non ha potuto convenire che abbiano difettato sotto nessun rapporto, ed ha escluso in spece che il Caducci siasi permesso di fumare il sigaro in tempo della Lezione, come veniva asserito dalla pubblica voce».
Dello stesso tono è la relazione che di tutto questo, in data 12 giugno, il Sottoprefetto Manenti fa al Prefetto di Firenze. Prende le mosse del solito fatto del Caffé Micheletti, loda il Carducci di aver obbedito «al consiglio datogli di non recarvisi per qualche tempo», ripete le osservazioni del Delegato che le voci d'accusa si elevarono soltanto dopo quel fatto «a cui la straordinaria suscettibilità di alcuni ha dato una importanza e una portata maggiore del merito» e assicura che le assunte verificazioni «nulla somministrano in aggravio dei due Maestri circa alle loro massime morali e religiose e rispetto alla rettitudine dell'insegnamento». Ricorda poi quel poco che «può ritenersi sufficientemente provato» e che già conosciamo, e conclude così:

Se a ciò si aggiunga il difetto in loro di una certa dignità, assennatezza e compostezza di modi, e quanto al Carducci un carattere sommamente strano e maniere che hanno dello sprezzante e disgustano, null'altro di obiettabile ai medesimi dagli atti risulta. Giova però avvertire che ambedue hanno poco più di venti anni: sono di recente usciti dalla Scuola Normale di Pisa, e mancano di esperienza di mondo. Il Carducci gode estimazione di assai distinta capacità nelle Lettere Greche, Latine e Italiane.

Se si trattasse di semplici cittadini – continua quel valentuomo che ascoltava la messa «tutto in nero» nella prima panca – sarebbero mancanze e difetti «inosservabili governativamente». Ma anche trattandosi di Maestri,

e perciò basterà «un serio avvertimento per parte del Direttore o dei Deputati del Ginnasio».
Il Petri, Prefetto di Firenze, ricevuto questo rapporto, riferì il 20 giugno al Ministro dell'Istruzione in termini quasi identici, e forse anche più bonarii:

Rilevasi dalle verificazioni che tanto il Carducci quanto il Cristiani, giovani poco più che ventenni ecc., si sono abbandonati a quella giovanile baldanza e scapestrataggine che suole ordinariamente manifestarsi nei giovani che da poco tempo prosciolti dalle discipline di un Istituto di Educazione si trovano repentinamente e senza alcuna gradazione padroni di se stessi, ecc. ecc.

E il Ministro, che era Cosimo Buonarroti, tanto per parere di far qualcosa, rispose incaricando il Prefetto di richiamare, come si fa con gli scolari irrequieti ma non cattivi, il Carducci e il Cristiani,

ammonendoli severamente a tener d’ora innanzi una condotta del tutto regolare, quale si addice a chi sostiene il delicatissimo ufficio di pubblico Istitutore, e facendo loro sentire che in caso diverso sarebbero irremissibilmente privati del posto.

Così, in poco più d’un mese, tutto fu finito. Che il Carducci, disgustato perché persuaso di non meritare neppure il richiamo, rinunziasse per questo alla cattedra di San Miniato, è affermazione d’un documento che avrò occasione di ricordare, e può esser giusta. Ma, come vedremo anche in seguito, almeno per tutto il 57 né il Carducci né il Cristiani ebbero noie, forse neppur quella di presentarsi al Prefetto: se avessero dovuto piegarsi a quest’atto, il Carducci non avrebbe mancato di descriverci la curiosa scena. E gli inquisitori meritarono più tardi dal poeta, giudice in tale argomento non sospetto, l’attestazione d’onestà e di buon senso. Mi piacerebbe perciò di poter conchiudere narrando come il processo per accusa d’empietà finisse con un lieto simposio all’osteria di Bilagno, presenti il Sottoprefetto tutto in nero e l’onesto Delegato e anche quel bravo gendarme Capoposto; il quale, nella concordia di sentimenti davanti a un fiasco di buon Chianti, riconciliatosi col poeta, gli avrebbe senza dubbio perdonato i motteggi «in lingua francese o in altri termini vessatori». Ma di questo la storia non dice nulla.

II. La cattedra d’Arezzo e Fucci filologo
Il Carducci lasciò San Miniato alla fine di agosto del ’57, passò alcuni giorni in famiglia a Santa Maria a Monte, tornò a Firenze nella prima metà di settembre. A questo punto il Chiarini scrive nelle Memorie (cap. IV):

Lasciando San Miniato, il Carducci era deciso di non tornarvi, e perciò aveva concorso ad una cattedra nel Ginnasio municipale d’Arezzo. Vinse il concorso, e fu nominato: ma le accuse d’empietà e di liberalismo, che dalle autorità politiche di San Miniato erano giunte al Governo granducale contro il giovane insegnante, furono cagione che la nomina di lui non fosse approvata. Era allora impiegato al Ministero della Istruzione Pietro Fanfani, furibondo contro il Carducci e gli amici pedanti, che non gli avevano risparmiate e non gli risparmiavano critiche e canzonature.

In queste parole è qualcosa di troppo nella prima parte, di troppo poco nella seconda, dove una grave accusa contro il Fanfani è piuttosto accennata per chi vuole intendere che asserita. Le nostre filze ci aiuteranno anche qui a stabilire con sicurezza la verità….

Segue la narrazione dei fatti di Arezzo.



(*) Mi sia permesso osservare, qui in nota, che non ostante la complicazione dei rapporti tra le varie Autorità, in soli otto giorni si interrogano i testimoni e Capoposto, Delegato, Sottoprefetto, Prefetto, Ministro dell'Istruzione scrivono e rispondono dando piena «evasione pratica». Oggi, specialmente essendoci di mezzo il Ministro dell'istruzione, benché gli impiegati sian cresciuti la ragione del quadrato delle «pratiche» non basterebbero otto mesi.

domenica 8 gennaio 2017

GIOSUE' CARDUCCI A SAN MINIATO NELLE MEMORIE DI GIUSEPPE CHIARINI

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Giosué Carducci non dimenticò mai quell'anno trascorso ad insegnare al Ginnasio di San Miniato, dall'ottobre 1856 all'agosto 1857. Furono mesi difficili: la frustrazione per un lavoro privo di stimoli e scarsamente ricompensato, la lontananza dagli amici e dall'ambiente culturale cittadino.
I sanminiatesi, dal canto loro, si trovarono davanti ad un giovane esuberante, dal carattere irrequieto e mai pago, certamente sopra le righe e fuori da tutti gli schemi a cui erano abituati. Fu una convivenza “complicata” e non mancarono momenti di tensione, culminati nel cosiddetto “processo” di San Miniato, una vera e propria indagine subita dal giovane Carducci. Ma di questo ne parleremo in un'altra occasione. In realtà i sanminiatesi, a distanza di circa un cinquantennio, cercarono di porre rimedio commemorando solennemente l'illustre Premio Nobel [si veda il post CARDUCCI COMMEMORATO A SAN MINIATO NEL 1907 ].
In questa pagina è proposta una selezione di brani tratti dalle Memorie redatte da Giuseppe Chiarini, grandissimo amico del Carducci ed una delle persone a lui più vicine. Nel testo, pubblicato in prima edizione nel 1903, ritroviamo alcuni episodi sanminiatesi della vita del giovane Carducci, ma soprattutto il suo stato d'animo, le sue aspirazioni e le sue frustrazioni.

E. Ceccarelli, Giosué Carducci,
busto in bronzo, San Miniato, Giardini Bucalossi, 1907
Foto di Francesco Fiumalbi

GIUSEPPE CHIARINI E GIOSUE' CARDUCCI
Giuseppe Chiarini [Arezzo, 17 agosto 1833 – Roma, 4 agosto 1908], trasferitosi a Firenze nel 1850, studiò Filosofia presso il Collegio di San Giovannino dove ebbe modo di conoscere Giosuè Carducci [Pietrasanta, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907].
Assieme al Carducci, a Ottaviano Targioni Tozzetti e a Giuseppe Torquato Galgani, fondò il sodalizio letterario denominato Amici Pedanti, in aperta polemica contro i “romantici” e per un recupero “purista” della tradizione classica. Non va tralasciato il riflesso di carattere politico, con la contrapposizione fra tendenze culturali esterofile e desiderio di italianità. D'altra parte sono gli anni immediatamente precedenti all'Unità d'Italia (1861) e il sentimento patriottico, declinato in chiave letteraria nel recupero della tradizione classicista italiana, era particolarmente sentita dai quattro.
Quando a Carducci fu assegnata la cattedra a San Miniato, Chiarini non mancò di far visita all'amico e di condividerne passioni, ambizioni e frustrazioni. Successivamente ebbe incarichi presso il Ministero dell'Istruzione (prima a Torino e poi a Firenze), prima di essere nominato preside al Liceo Niccolini di Livorno (1867) dove rimase per 17 anni.
Democratico, anticlericale e repubblicano, si affiliò alla massoneria presso la loggia Propaganda Massonica di Roma, dove si trasferì nel 1884. Ebbe una vasta produzione letteraria, sia come curatore che come autore. Non mancò nemmeno di mettersi in “cortese polemica” con l'amico Carducci, di cui scrisse le Memorie date alle stampe nel 1903 (quando era ancora in vita).

G. Chiarini, Memorie della vita di Giosuè Carducci
(1835-1907) raccolte da un amico,
G. Barbera Editore, Firenze, 1907 (1a ed. 1903), frontespizio.

LE MEMORIE DI GIOSUE' CARDUCCI A SAN MINIATO
Nella selezione di brani proposti di seguito, ritroviamo il ventunenne Giosuè Carducci a partire dagli espedienti utilizzati per ottenere la cattedra di Rettorica al Ginnasio di San Miniato: le varie raccomandazioni, perfino quella dell'allora Proposto della Cattedrale Can. Giuseppe Conti. Sappiamo poi che l'anello di congiunzione fra il Canonico Conti e il Municipio fu il prof. Augusto Conti, filosofo e politico sanminiatese d'area cattolica. Tale circostanza è assai buffa, se pensiamo che Carducci è considerato uno dei massimi esponenti dell'ambiente anticlericale del tempo.
Carducci si scontrò subito con il problema della “distanza”, ovvero la difficoltà nel mantenere vivi i contatti con gli amici, specialmente quelli “pedanti” e con i circoli culturali cittadini. Senza considerare poi le ristrettezze economiche dettate dal magro stipendio, tanto che Carducci descrisse la sua vita in quei primi mesi trista e goffa assai.
Piano piano, tuttavia, Carducci legò con i suoi colleghi e coinquilini. Una convivenza che si arricchì anche della presenza dei giovani rampolli della San Miniato “bene” del tempo, certamente incuriositi e affascinati dai tre maestri, così vivaci e sopra le righe. E poi le provocazioni, su tutte la “bergamascata” in Duomo durante una funzione religiosa. Tutto ciò valse l'avvio di una vera e propria indagine (Carducci parlò di “processo”) che tuttavia finì in una bolla di sapone.
Con l'arrivo della primavera, gli amici da Firenze andavano spesso a trovare il Carducci a San Miniato, il quale, nel frattempo, si era impegnato nella stesura delle Rime (Tip. Ristori, San Miniato, 1857) con le quali contava di poter saldare alcuni debiti. Il libro non sortì le vendite sperate e il clima era ormai diventato troppo pensante per il giovane Carducci all'ombra della Rocca di Federico II. E così, alla fine d'agosto abbandonò San Miniato […] deciso di non ritornarci.

L'epigrafe apposta alla “casa dei maestri”
in ricordo del soggiorno di Giosuè Carducci
San Miniato, via Giosuè Carducci
Foto di Francesco Fiumalbi

Di questo e di altro, possiamo leggere nella selezione di brani, trascritti di seguito, del libro G. Chiarini, Memorie della vita di Giosuè Carducci (1835-1907) raccolte da un amico, G. Barbera Editore, Firenze, 1903:

[…]

[054] Per la nomina del Carducci al Ginnasio di San Miniato si adoperarono anche il Rettore della Scuola Normale e il Provveditore della Università, i quali pur non potevano ignorare il carattere forte e indipendente del giovane; ma anch’essi erano vinti dalle prove d’ingegno e di dottrina ch’egli avea date, le quali naturalmente dovea parer loro che tornassero ad onore della Scuola e della Università. Per questa ragione anche i professori gli volevan [055] bene e lo portavano, come si dice, in palma di mano, perdonando alla singolarità dell’ingegno le sue capestrerie.
Uno di essi, il professore di pedagogia e direttore della Scuola Giuseppe Pecchioli, scrisse nell’agosto da Livorno al proposto della cattedrale di San Miniato, da cui principalmente dipendeva la nomina degli insegnanti del Ginnasio, raccomandando come ottimo il Carducci, insieme a due altri, l’un dei quali buono e l’altro mediocre, e dicendolo: «Attissimo alla cattedra di letteratura latina e greca, benché il suo forte, a vero dire, sia piuttosto la letteratura italiana.» Proseguiva la lettera dicendo: « Sulla moralità non debbo far gradazioni, perché, in tutto il tirocinio universitario e normalistico, la loro condotta è stata esemplare, come si conveniva a giovani iniziati ad una carriera delle più delicate e importanti.» [1]
Quei professori non erano aquile, ma avevano abbastanza comprendonio da capire che il Carducci non era un allievo come gli altri; e forse speravano, nella loro ingenuità ed ignoranza del mondo in mezzo al quale vivevano, che quei giovani usciti dalla rigida disciplina scolastica ed entrati nella vita, avrebbero, per il bisogno di assicurarsi il tozzo, smorzato a poco a poco i loro ardori giovanili, e finito col diventare uomini seri e posati. Povera [056] gente! come ci vedevano poco! Il Carducci e il Cristiani (nominato con lui al Ginnasio di San Miniato) prima che finisse l’anno doverono fuggirne; e l’uno di lì a poco divenne il poeta della rivoluzione, mentre l’altro era andato a combattere le battaglie per la liberazione d’Italia.
Ma non anticipiamo.

[1] Vedi lo scritto di Guido Mazzoni, Giosue Carducci e Gaspero Barbèra, nel citato fascicolo della Rivista d’Italia, pag. 59.

[...]

[077] Il giorno dopo il mio arrivo, il Dottore [il padre di Carducci, n.d.r.] mi menò a fare una passeggiata per la campagna, facendomi da Cicerone. Parlammo di molte cose, e naturalmente anche di Giosue, ch’era rimasto a casa, della sua malattia, del suo ingegno, de’ suoi studi, della sua prossima nomina a maestro nel Ginnasio di San Miniato al Tedesco. Si capiva che il padre conosceva il valore del figliuolo, che gli voleva bene, e in cuor suo n’era anche orgoglioso; ma non lo dava affatto a divedere; parlava di lui come d’uno che quasi non gli appartenesse, e manifestò anche l’opinione che avrebbe avuto corta vita. Se era un presentimento, fortunatamente fu falso.

[...]

[078] Ai primi di novembre tornammo a Firenze per dare l’ultima mano e l’ultima spinta alla pubblicazione della Giunta alla derrata; ma ci trovammo dinanzi un ostacolo impensato, che durammo molta fatica a vincere: le sùbite paure del Targioni, che nientemeno voleva sopprimere il libro, per risparmiare, diceva, a sé ed a noi un processo e la prigione. Finalmente, come Dio volle, il libro uscì; ma il Carducci non poté assistere alla pubblicazione e al chiasso che doveva suscitare, perché, venutagli appunto allora la nomina di maestro a San Miniato, dové subito recarvisi a cominciare [079] la scuola. Gli mandammo là il libro, ed egli rispondendomi dolevasi che non gli avessi detto niente dell’accoglienza fattagli dai giornali. «E che tacciono questi canterini dalle golette fangose? Che il libro fu forse l’offa tremenda? Oh, oh, oh, direbbe Macbeth. Scrivimi subito, per Iddio Apollo. Non imitar me tristo annoiato infelice.» Mandava tre paoli per il libro, scusandosi di non potere di più perchè diceva: «Ho solamente 77 lire il mese
Era questo il suo stipendio di insegnante, che ridotto dalle lire codine alle italiane, fa 64,68; cioè poco più di due lire al giorno, la paga di un onesto facchino. In quei primi giorni si trovò male a San Miniato: «Non ho voglia, mi scriveva, di parlarti della mia vita, ch’è trista e goffa assai.» Ma non era il misero stipendio che lo angustiava: era la novità del luogo, l’aver lasciato Firenze, le biblioteche, i banchetti dei librai, gli amici. Tanto è vero che qualche giorno dopo mostravasi più sereno, e scusandosi del non aver risposto ad una lettera del Targioni, mi scriveva: «Gli dirai che mi perdoni: ma in quel tempo che mi scrisse era impossibile mi distornassi dalla mia scuola. Insegno greco: evviva: FACCIO SPIEGARE LUCREZIO AI MIEI RAGAZZI: evviva me.»
Io non gli avevo scritto niente dell’accoglienza fatta al nostro libro dai giornali, perché questi non ne avevano ancora parlato. Ma non tardarono molto; e le accoglienze, come era da aspettarsi, furono [080] tutt’altro che oneste e liete; ci fu però una notevole differenza fra queste e quelle fatte alla Diceria.

[...]

[082] Della sua vita a San Miniato il Carducci ha dato da sé uno specimen tale, che non permette ad un [083] suo biografo, chiunque ei sia, di dirne altro. Chi non ha letto in Confessioni e battaglie le Risorse di San Miniato al Tedesco? Se qualcuno non le ricordasse, vada e le rilegga. Io qui mi limiterò a rammentare da quello scritto qualche fatto più notevole, usando, quanto mi sarà possibile, le parole stesse dell’autore.
Insieme col Carducci andarono al Ginnasio di San Miniato gli altri due normalisti raccomandati dal professore Pecchioli al proposto Conti, Pietro Luperini e Ferdinando Cristiani. Pietro, il più anziano dei tre e il più positivo, dice il Carducci, insegnava umanità (terza ginnasiale); Ferdinando grammatica (seconda e terza); il Carducci retorica (quarta e quinta); cioè faceva «tradurre e spiegare a due ragazzi più Virgilio e Orazio, più Tacito e Dante che potessero; e buttava fuor di finestra gl’Inni sacri del Manzoni.» [1] ([1] Carducci, Opere, vol. IV, pag. 19.)
Appena arrivati, i tre maestri «si accontarono con una brigata di giovinetti, piccoli possidenti e dottori novelli, che passavano tutte le sante giornate a mangiare e bere, a giocare, amare, dir male del prossimo e del governo.» [2] ([2] Ivi, pag. 20) Questi giovinetti andavano spesso a trovare i maestri, che abitavano, tutti insieme e tutta loro, una casetta nuova subito fuori Porta fiorentina, appigionata ad essi da un [084] oste, detto Afrodisio, il quale provvedeva ai maestri anche il mangiare. La casa dei maestri, come il vicinato la chiamava, cominciò presto ad aver «mala voce all’intorno per i molti strepiti che vi si udivano di notte e di giorno, ogni qualvolta l’allegra compagnia la invadesse. [1] ([1] Carducci, Opere, vol. IV, pag. 20, 21.)»

«Qualche volta, scrive il Carducci, andavamo anche alla méssa, in domo; e una di quelle mésse m’è ancora in memoria per la lieta illustrazione di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata recitava, menandomi in giro per le navate, in istil bergamasco, contraffacendo il parlare d’una venditrice di castagne compatriotta del poeta Bernardino Zendrini, e con un sistema critico di perpetua comparazione tra la figura di san Giuseppe e quella del sotto‒prefetto, che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca.

Hinc mihi prima mali labes. Da cotesta bergamascata e dalle mie smargiasserie di antimanzonianismo mi si levarono intorno i fumacchi, e ben presto mi avvolsero e tinsero tutto, d’una leggenda d’empietà e di feroce misocristismo. Assai prima che l’imperatrice Eugenia avesse a inorridire su i grassi venerdì santi del principe Girolamo Napoleone e dell’accademico Sainte‒Beuve, corse per Valdarno una spaventosa voce, che io il venerdì santo del ’57 fossi sceso da San Miniato alla [084] taverna del piano, e all’oste sbigottito avessi fieramente intimato: Portami una costola di quel p.... di Gesù Cristo. È vero che in quell’anno io andava pensando o andavo dicendo di pensare un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante, Io non so chi tu sie nè per che modo Venuto sé quaggiù; ma è anche vero che quel venerdì santo io era a Firenze, e quei mesi studiavo appassionatamente Iacopone da Todi e annunciavo a tutti la sua gran superiorità su ’l Manzoni e lo salutavo Pindaro cristiano, e composi una lauda al Corpo del Signore. Il che tutto non impedì che non mi fosse avviato un processo; e un processo di tal materia a quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che del ’57 anche c’era in Toscana, pur all’ombra della cappamagna di santo Stefano, del buon senso parecchio e dell’onestà.» [1] ([1] Carducci, Opere, vol. cit. pag. 21, 22.)

***

Il Carducci parla poi delle visite che nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno gli andavano a fare da Firenze il Nencioni, il Gargani e il Chiarini, del chiasso e delle bizzarrie che facevano, lui specialmente e il Gargani; d’un suo amoretto, che non durò, dice lui, cinque giorni; e finalmente della proposta di stampare le sue poesie, [086] fattagli un bel giorno dal Cristiani, per potere col guadagno ch’ei ne sperava pagare i loro debiti all’oste e al caffettiere.

«Le poesie, scrive il Carducci, massime allora, io le faceva proprio per me: per me era de’ rarissimi piaceri della mia gioventù gittare a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella materia della lingua e nei canali del verso, formarlo in abozzo, e poi prendermelo su di quando in quando, e darvi della lima o della stecca dentro e addosso rabbiosamente. Qualche volta andava tutto in bricioli; tanto meglio. Qualche volta resisteva; e io vi tornavo intorno a sbalzi, come un orsacchio rabbonito, e mi v’indugiavo sopra brontolando, e non mi risolvevo a finire. Finire era per me cessazione di godimento, e, come avevo pur bisogno di godere un poco anch’io, così non finivo mai nulla.» [1] ([1] Carducci, Opere, vol. cit., pag. 35.)

La risposta del Carducci al Cristiani aspettante, e che pur tacendo parlava, fu un bel no; e il Cristiani se ne andò, scrollando la testa. Ma l’oste e il caffettiere tempestavano coi loro conti; il tipografo, messo su dal Cristiani, offeriva un’edizione economica e trattamento da amico; e così andò a finire che il Carducci cedè, e la stampa delle sue poesie fu deliberata.
Se gli amici nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno andavano a San Miniato a [087] trovare il Carducci, anch’egli, quando avea due o tre giorni di vacanza di seguito, andava a Firenze a trovare gli amici. Il 19 febbraio mi scriveva da Santa Maria a Monte, dove fino dal giovedì grasso era andato a cercare della caccia da portare a Firenze per fare un desinaretto cogli amici: «Sabato il giorno sarò a Firenze con quattro grossi e belli uccelli di palude, dei quali tre moriglioni e un’arzavola da farne un umido stupendo. Voi preparate, se si deve fare il pranzo domenica.» Mentre scriveva era di così cattivo umore, che neppure l’idea del pranzo bastava a rasserenarlo. «La inerzia mia, proseguiva, è grande: la noia della vita è giunta a tal grado che io non posso sopportare più me stesso: io non faccio più nulla: non farò più nulla: tutto è vanità, anche la letteratura e la gloria. Perché perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e poesie? No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene.» Era uno di quei momenti di scontentezza da cui il Carducci non di rado era preso, ma che fortunatamente passavano presto: e contribuiva sopra tutto a farli passare lo studio e il lavoro. Venne, si fece il pranzo, che fu lietissimo, e passammo insieme lietamente gli ultimi giorni di carnevale. Tornato a San Miniato, scrisse nel marzo l’ode alla beata Diana Giuntini, e attendeva a correggere e finire le altre poesie che voleva stampare.
Il primo d’aprile, mandandomi il manifesto per la pubblicazione del volumetto mi scriveva: «Jacta [088] est alea! Il manifesto per le mie Rime toscane è stampato: né posso più ritrarmi. Pensa a persuadere il Targioni che la cosa non è fatta male, avuto riguardo a' debiti grandi ch’io mi ritrovo. Per l’amor di Dio, non mi fate rimprovero ora perché altramente troppo pensiero me ne piglierebbe ..... Il libro sarà composto di una prefazione in prosa lunga assai, di una prefazione in versi: poi, 1° libro, sonetti: 2° libro, odi: 3° libro, ballate: 4° libro, canti. ‒ Due altri sonetti ho fatto, e finito secondo il costume pagano l’ode alla beata Diana, che è la più di gusto antico fra le mie odi oraziane. Il tutto sentirete a Firenze, che ora non ho voglia di scrivere più oltre.»

***

Nel maggio lavorò moltissimo a compiere e correggere le poesie da mettere nel volumetto, del quale aveva già cominciato la stampa, e a comporne delle nuove. Prima del 20 aveva finito l’ode Agli Italiani, e aveva scritto, fra altri versi, il principio del Canto alle Muse, che, mi scriveva, « per l’anima d’Omero, sono i migliori versi ch’io abbia mai fatto.» E anche a me quando poi me li mandò manoscritti, parvero bellissimi, e glie ne scrissi lodandoli entusiasticamente. Ho voluto ora rileggere il lungo frammento intitolato Omero, ch’egli accolse poi nelle edizioni successive delle poesie; e (perché [089] non dirlo?) ho trovato giustificabile e giustificato il mio giudizio entusiastico di quarantacinque anni fa. Quei versi mi paiono ancora belli quanto i più belli del Foscolo; ma si capisce che, se non ci fossero stati prima il Foscolo, il Monti e il Leopardi, il Carducci forse non li avrebbe scritti, certo non li avrebbe scritti a quel modo. Il 26 mi mandava le prove di stampa dei sonetti, che allora erano 28, e furono ridotti a 25; il 6 giugno avea finito l’ode A Febo Apolline, cominciata il 25 novembre 1851 a Firenze, e ripresa soltanto a San Miniato nel dicembre 1856.
Nel luglio ebbe per un momento l’idea di prender parte al concorso allora aperto per la cattedra di eloquenza italiana nell’Università di Torino. «Se vi fossero nomi famosi, mi scriveva, non avrebbero aperto il concorso: io avrei caro di sapere se vi paresse audacia il presentarmi anch’io.» Io non so che cosa gli rispondessi; ma probabilmente l’idea gli passò via subito ed egli non ne fece altro.
Mentre attendeva alla stampa delle poesie, che fu compiuta in poco più di due mesi, dal maggio al luglio (il volume fu pubblicato il 23), era agitato da sentimenti diversissimi, ora di eccessiva depressione, ora di esaltazione non meno eccessiva. L’8 di giugno mi scriveva: «Poco importami vedere il mio nome stampato in cima a una ventina di componimenti, che pochissimi intenderanno, due o tre leggeranno sbadigliando senza intendere, tutti [090] disprezzeranno, e più quelli che meno li avranno intesi! Ahi stoltezza stoltissima tutto, e lo studiare e il credere alla fama e il desiderarla, e più grande stoltezza stoltissima il credere e pretendere di pensare bene soli fra milioni che ridono o compatiscono, e dirlo in faccia a cotesti milioni, e pigliarci il maledetto sdegno. Ragazzaccio impertinente, avrebbon ragione di dirmi gl’italiani, e chi se’ tu che col latte ancor su le labbra pretendi sedere a scranna e insultare noi venticinque milioni? Degna tua punizione il sorriso e lo scappellotto. Sta bene! E io, siccome quegli che fo un gran gridare con picciolette forze, a mo’ della rana e della cicala, dovrei pigliarmi lo scappellotto, e buci. Presunzione da ragazzi: per dire a un secolo intero, tu fai male, altre faccie voglionsi che la mia, altri studi, per Dio! Or sia così, e gl’italiani mi deridano e mi piglino a scappellotti; bene sta: né io fiaterò. Orgoglio! come se gl’italiani volessero curarsi del librettuccio mio, il quale dalle mani di pochi ragazzi e giovanetti passerà, come dicea fra Gargani, a formare aquiloni a’ fanciulli, e anime a dipanar gomitoli alle signorine.»

***

Con una lettera successiva, annunziandomi che la stampa del libretto era finita, e giurando e spergiurando che, salvo il Mamiani, il Gussalli, il [091] Ferrucci, il Mordani, il Tommaseo e il Thouar (solo tra' fiorentini), nessun altro dovea averlo in regalo, diceva tra le altre cose: «belve di trecentomila capi, Giosue Carducci non vi presenterà il libretto suo, perchè gli diciate che è un giovane di buone speranze, se si converte alla buona filosofia. No, bestioni, io sputerò in faccia alla vostra filosofia: e vo' credere nelle Muse e in Apollo sempre: e quando sarò per morire mi farò leggere Omero: e non sia vero che intorno a me siano preti. Mi farò bruciare sopra un rogo di legna di pino, a cui sottostaranno tutti i miei libri. Sì, sì, viva Apollo Febo lungioprante, Patareo, Delio, Cinzie, e moia chi dice di no... . Per Iddio Apollo, di’ch’io credo assolutamente nella religione d’Omero, e che io non iscrivo di mitologia per imitazione o perchè sia uno scolaretto, ma perchè credo che vera poesia, hai inteso, vera poesia non è che là.»
All’ultim’ora il Carducci dimise il pensiero delle due prefazioni, una in prosa e l’altra in versi, della divisione delle poesie in quattro libri e d’una piccola introduzione esplicativa dei saggi del Canto alle Muse, che doveva essere indirizzata al maestro suo Michele Ferrucci; e il libretto uscì composto soltanto di venticinque sonetti, di dodici Canti e dei detti Saggi di un Canto alle Muse. Tra i Canti erano comprese due ballate di stile antico e la Lauda spirituale per la processione del Corpus Domini. Una delle ballate, La bellezza ideale, era [092] dedicata al Padre Barsottini, l’altra, Ultimo inganno, a Francesco Donati delle Scuole Pie, la Lauda spirituale a Giulio Cavaciocchi; alcuni sonetti e la maggior parte dei Canti erano indirizzati o dedicati ad amici (Chiarini, Tribolati, Nencioni, Targioni, Buonamici, Pazzi, Cristiani, Gargani, Panicucci); i saggi del Canto alle Muse erano dedicati a Michele Ferrucci. Era premessa alle poesie questa dedicatoria: «A voi | Giacomo Leopardi e Pietro Giordani | viventi | queste mie rime | come ad autori e maestri | offerto avrei vergognando | le quali parmi ora superbo | consecrare | alla memoria di voi grandissimi | io piccolissimo. | »
Inutile dire che lo scopo del libro, quello cioè di pagare i debiti, non fu raggiunto. «I debiti, scrive il Carducci, anzi che estinguere, dilagarono,» tanto che dovettero intervenire i babbi e le mamme a pagarli; «e le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliani Giudici, agl'insulti di Pietro Fanfani. » [1] ([1] Carducci, Opere, vol. IV, pag. 86, 87).
Alla fine d’agosto il Carducci abbandonò San Miniato, per andare a passare alcuni giorni in famiglia a Santa Maria a Monte, e di lì si recò nella prima metà di settembre a Firenze.

[…]

[093] Lasciando San Miniato, il Carducci era deciso di non tornarvi, e perciò aveva concorso ad una cattedra nel Ginnasio municipale d’Arezzo. Vinse il [094] concorso, e fu nominato; ma le accuse d’empietà e di liberalismo, che dalle autorità politiche di San Miniato erano giunte al Governo granducale contro il giovane insegnante, furono cagione che la nomina di lui non fosse approvata. Era allora impiegato al Ministero della istruzione Pietro Fanfani, furibondo contro il Carducci e gli amici pedanti, che non gli avevano risparmiate e non gli risparmiavano critiche e canzonature.
Il Fanfani era stato fino allora in Toscana una specie di dittatore nelle cose della lingua; e gli amici pedanti, mettendo in mostra gli errori che, appunto nel fatto della lingua, si trovavano nei suoi libri (la maggior parte dei quali commenti e postille ad opere altrui), erano stati cagione che l’autorità e la fama di lui ne erano rimaste un po' scosse.

[…]

domenica 13 febbraio 2011

CARDUCCI RACCOMANDATO A SAN MINIATO (prima parte)

di Francesco Fiumalbi
Il presente deve ritenersi il primo intervento di una più ampia serie relativa al soggiorno sanminiatese di Giosuè Carducci. Si tratta di una sequenza di vicende, avvenute nel biennio 1856-57, che segneranno lo stesso Carducci, sia umanamente che nella sua produzione letteraria; per noi rappresenteranno il pretesto per avvicinarci allo spaccato storico-sociale della San Miniato preunitaria.

Dopo il 1854, a San Miniato c’era una scuola ginnasiale con le cattedre di Rettorica Superiore; Aritmetica Teorico-Pratica, Geometria e Algebra; Grammatica Superiore Italiana e Latina; Umanità e Rettorica Inferiore (1). La costituzione di una scuola ginnasiale prevedeva anche l’assunzione dei “maestri”, compito che spettava all’allora Gonfaloniere della Comunità Civica (il Sindaco di oggi).
Nel giugno 1856, alla pagina 3 del numero 141 del giornale “Monitore Toscano” (quotidiano fiorentino oggi scomparso) fu pubblicato il seguente avviso (2):

Il Gonfaloniere della Comunità Civica di San Miniato rende noto a tutti coloro che desiderino concorrere ai seguenti impieghi che vacano nelle Scuole Ginnasiali di questa città e trasmettere a questo Ufficio Comunale franche di porto le loro istanze in carta bollata a tutto il dì 3 luglio prossimo, corredate del diploma di idoneità ad insegnare di cui fa parola la Legge del 16 aprile 1854, prevenendoli che non uniformandosi a queste prescrizioni non verranno prese dal Magistrato in considerazione le avanzate domande all’epoca del conferimento dei vacanti posti.
Questi impieghi consistono nelle Scuole ginnasiali:
1 – Di Maestro coll’obbligo di insegnare la Grammatica Superiore italiana e latina, e Umanità con due classi di Scolari, coll’appuntamento annuo di L. 840.
2 – Di Mastro di Rettorica con l’annuo appuntamento di L. 924.
E nelle Scuole secondarie:
3 – Di Maestro coll’obbligo di insegnare Calligrafia, Aritmetica, teorico pratica, Geometria Elementare, e Disegno geometrico, coll’appuntamento annuo di L. 800.
4 – Di Maestro coll’obbligo dell’insegnare Grammatica italiana, esercizi del parlare correttamente la lingua materna, elementi di Geografia e Cosmografia, e di Storia Sacra e profana specialmente patria, coll’annuo appuntamento di L. 800.

Gli oneri di ciascun Maestro sono tracciati dal Regolamento superiormente approvato e che sarà reso ostensibile ai concorrenti nell’Uffizio del Segretario del Gonfaloniere.
San Miniato dal Palazzo Civico, lì 17 Giugno 1856
IL GONFALONIERE
Carlo Taddei


Ex-monastero di SS. Trinita, poi Ginnasio, oggi Scuole Elementari e Medie
Foto di Francesco Fiumalbi

Questo documento ci fornisce molte informazioni.
Almeno fino all’epoca unitaria, i “maestri” non venivano selezionati e inviati da un apposito Ministero dell’Istruzione, ma spettava al Gonfaloniere della Comunità Civica.
A San Miniato mancavano figure per l’insegnamento delle suddette discipline, anche perché l’istituzione dei licei era limitata alle sole città più importanti: Firenze, Pisa, Lucca, Pistoia, Arezzo, Siena e Livorno (3) e quindi non vi erano persone in possesso del necessario “diploma di idoneità”. Infatti tali bandi di concorso e assunzione venivano resi noti affiggendoli al pubblico (oggi si direbbe all’Albo Pretorio) e solamente se non venivano presentate domande si procedeva agli “avvisi” sui giornali (4), proprio come in questo caso.
La Rettorica (o Retorica) era una disciplina assai complessa, un po’ Letteratura e un po’ Filosofia che aveva come obiettivo quello di imparare ad organizzare il linguaggio dell’individuo soprattutto attraverso lo studio delle opere classiche (5), e per questo l’insegnante preposto alla suddetta “materia” percepiva lo stipendio più elevato.
Curioso che l’avviso sia stato pubblicato il 17 giugno ed abbia per scadenza il 3 luglio. I concorrenti, pensando anche ai sistemi di comunicazione e di trasporto dell’epoca, avevano davvero pochissimi giorni per decidere, appena 17 giorni! Inoltre i candidati dovevano presentarsi personalmente anche perché, prima di prendere la decisione definitiva avrebbero dovuto vedere il Regolamento che sarebbe stato mostrato loro soltanto nell’Ufficio del Segretario del Gonfaloniere. Insomma chi era intenzionato a concorrere doveva essere ben deciso.
Su queste date torneremo in seguito, perché saranno decisive, insieme ai documenti che riproporremo, per dimostrare in maniera incontrovertibile che il concorso fu “accomodato”.

Giosuè Carducci
Mezzobusto opera dello scultore Ezio Ceccarelli
San Miniato, Giardini Pubblici

Al concorso bandito dal Gonfaloniere di San Miniato risposero tre candidati (6):
1 – Luigi Tarducci, già Maestro di Rettorica nel Ginnasio di Montevarchi e che esibiva l’attesatato di idoneità come previsto dalla legge;
2 – Giuseppe Anton Francesco Grazzini, Canonico della Cattedrale di Colle Val d’Elsa, che insegnava da 36 (trentasei!) anni nel Ginnasio di Figline Val d’Arno e poteva vantare numerosi titoli didattici e di studio e desiderava molto ottenere un trasferimento a San Miniato, dimostrato da una sua lettera con la quale chiedeva attenzione alla sua candidatura;
3 – Giosué Carducci, nato a Valdicastello, Comune di Pietrasanta, nel 1835, figlio del medico condotto Michele Carducci e che si era da poco trasferito con la famiglia a Santa Maria a Monte; aveva frequentato il Liceo degli Scolopi di Firenze e nel 1853 risultò vincitore di un concorso presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; si era iscritto alla Facoltà di Lettere laureandosi in Filosofia e Filologia nel 1856 (7).

Come è noto, risultò vincitore il ventunenne Giosuè Carducci, sbaragliando la concorrenza costituita da persone molto più titolate di lui e che il buon senso di ciascuno imporrebbe come favorite. Come fece il giovanissimo Carducci ad ottenere l’ambito incarico? Quali pressioni furono portate al Gonfaloniere di San Miniato affinché la scelta ricadesse sul futuro Premio Nobel per la Letteratura?

Lo scopriremo nella seconda parte.


Interventi correlati: CARDUCCI RACCOMANDATO (seconda parte)


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Archivio di Stato di Firenze, Prefettura, filza 80, Deliberazione del Ministero della Pubblica Istruzione del 19 giugno 1854 in Boldrini Gabriella, Scuola e società a San Miniato dal dominio napoleonico all’Unità d’Italia, Tesi di Laurea presso la Facoltà Magistero Istituto di Pedagogia dell’Università degli Studi di Firenze, A.A. 1983/84.
(2) Gamucci Antonio, Il Ginnasio Sanminiatese delle “risorse”, in Bollettino Accademia degli Euteleti, n. 34, 1962, pp. 61-62
(3) Archivio Storico del Comune di San Miniato, Carteggio del Gonfaloniere, F. 2310, circolare del Ministero della Pubblica Istruzione del 30/1860, c. 499 in Boldrini, Op. Cit., p. 125.
(4) Boldrini, Op. cit., p. 135.
(5) http://it.wikipedia.org/wiki/Retorica
(6) Gamucci, Op. Cit., p. 62.
(7) Segre Cesare, Martignoni Clelia, Guida alla letteratura italiana - Testi nella storia - 3 Dall'unità d'Italia a oggi, a cura di Lavezzi, Martignoni, Saccani, Sarzana, Milano, Mondadori editore, 1996.
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