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giovedì 4 febbraio 2016

SAN PIETRO MARTIRE NEL TERRITORIO DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi


Il 6 aprile la Chiesa Cattolica ricorda San Pietro Martire o Pietro da Verona o Pietro Rosini

LE CHIESE
Nel territorio sanminiatese  non vi sono chiese dedicate al santo.

ALTARI, CAPPELLE E BENEFICI
Nel territorio sanminiatese non si ha notizia di cappelle o benefici ecclesiastici dedicati al santo.

NELL'ARTE
Nel territorio sanminiatese il santo è raffigurato in una vetrata artistica di pregevole fattura presso la chiesa di San Germano a Moriolo. Si apre nell'abside dietro l'altar maggiore, a metà altezza, opera di Rodolfo Fanfani (1899-1973) del 1935, al termine dei  lavori di restauro e di aggiornamento decorativo che interessarono la chiesa. La vetrata è suddivisa in due parti: alla sinistra San Germano, titolare della chiesa, e alla destra la figura di San Pietro Martire. L'immagine segue l'iconografia canonica: il santo è vestito con l'abito dei Padri Predicatori, nella mano sinistra tiene un libro, nella mano destra una palma (simbolo del martirio) e la testa è trafitta da un grosso coltello.

FESTE E MANIFESTAZIONI RELIGIOSE
Al momento non si ha notizia di feste e manifestazioni religiose dedicate a San Pietro Martire nel territorio di San Miniato.

ALTRO
Al momento non si hanno altre notizie relative alla venerazione di Pietro Martire nel territorio di San Miniato.

RIFERIMENTI:

domenica 17 aprile 2011

15 MINUTI CON… LUCA MACCHI: L’ORATORIO DI SAN MATTEO

di Francesco Fiumalbi


Interventi correlati: TESORO NASCOSTO



Questo è il primo di una serie di incontri a cui dedichiamo un’apposita rubrica “15 MINUTI CON…”. Lo scopo è quello di far parlare le persone, sanminiatesi e non, con ruoli, professioni, interessi nell’ambito culturale del nostro territorio, proprio come in questo caso. Il format è un misto fra un colloquio e un’intervista, ed ha come durata il tempo limite di 15 minuti.

Nel precedente post “TESORO NASCOSTO” abbiamo avuto il privilegio, di entrare nell’Oratorio di San Matteo, situato in località Sorrezzana, presso Moriolo. Sono state proposte diverse immagini: partendo dall’esterno siamo arrivati ad apprezzare il valore dell’ambiente interno: un microcosmo in cui si respira davvero un’atmosfera sacrale, grazie alla mano del pittore sanminiatese Luca Macchi. Abbiamo incontrato l’artista, che ci ha gentilmente aperto la porta del suo studio ed ha acconsentito a conversare con noi sul tema dell’Oratorio di San Matteo.

Oratorio di San Matteo
Loc. Sorrezzana, Moriolo
Foto di Francesco Fiumalbi

Luca, come ricevesti l’incarico per questo lavoro a Moriolo?
L’Oratorio era completamente in rovina da molti anni. Stiamo parlando della seconda metà degli anni ’90, e un gruppo di giovani tra i quali Paolo Posarelli, Sabrina e Giuseppina Arzilli, sostenuti da Don Luciano Marrucci parroco di Moriolo,  si misero al lavoro per cercare di recuperarlo, in memoria dell’amico Alberto Posarelli prematuramente scomparso. Occorreva recuperare prima di tutto la struttura muraria, attraverso tutta una serie di lavori di consolidamento e recupero che vennero seguiti dallo studio LDA.IMDA. Una volta completato il rifacimento del tetto, la sistemazione dei muri e degli infissi, mi contattarono per chiedere se era possibile fare qualcosa per l’interno.

Sulle pareti c’era qualche decorazione precedente, vecchi affreschi? Cosa ti fu chiesto di fare?
No, le pareti erano completamente bianche. Don Luciano mi chiese espressamente di non considerare la soluzione dei quadri, perché avrebbero corso il rischio di essere rubati. E così, di comune accordo, cominciammo a pensare a come affrescare le pareti interne. Don Luciano mi dette i temi da seguire: San Matteo e l’Angelo, che secondo la tradizione suggerisce il testo all’evangelista. Ricordo, andai all’Oratorio e passai lì dentro un po’ di tempo da solo, per capire cosa si potesse fare. Viste anche le piccole dimensioni proposi un affresco a tutto tondo, senza suddivisioni, quadrettature, schemi architettonici, etc.

Come presentasti il tuo progetto?
Cominciai con lo studio dei soggetti, San Matteo e l’Angelo: dove dovevano essere collocati, quale rapporto doveva venirsi a creare fra le due figure. Feci alcune prove, disegni su carta nel mio album e li mostrai a Don Luciano.

Luca Macchi mostra il suo bozzetto originario per la figura di San Matteo

Come accolse i tuoi disegni?
Gli piacquero molto e mi esortò ad andare avanti e a costruire un modellino, aiutato da Piero Arzilli, in scala dell’oratorio, inserendo all’interno gli affreschi dove sarebbero dovuti essere realizzati. Questa operazione permise di controllare meglio certi rapporti formali e alla Commissione Diocesana d’Arte Sacra di poter giudicare più facilmente la bontà della proposta.

Luca Macchi insieme al plastico per l’Oratorio di San Matteo

Luca Macchi, il plastico per l’Oratorio di San Matteo

Addirittura un plastico?
Si, eccolo qua; è fatto in multistrato, in scala 1:10. E’ completamente smontabile, ogni lato può essere sfilato e reinserito. Ho dovuto realizzarlo così, in modo da controllare lo sviluppo dei disegni sulle superfici da tutte le direzioni possibili.
Sono state pitturate le pareti del modello, esattamente come dovevano essere fatte nella realtà ed è presente anche il Crocifisso, che è una sorta di pala d’altare, concepita in maniera diversa rispetto a quelle che siamo abituati a vedere. Le due figure cosiddette “terminali”, collocate alle estremità dei bracci della croce, sono San Giovanni Evangelista e la Madonna.

Il San Giovanni, però, ha un abito “moderno”, porta la cravatta.
E’ un San Giovanni che è ancora attuale,  immaginato proprio come uno di noi. Il Crocifisso fu fatto qua nel mio studio, in legno e foglia d’oro. Gli spazi interstiziali fra le figure sono riempiti con una sorta di collage, con tematiche varie, dedotte dalla storia dell’arte, dall’epoca classica fino al ‘900.

Il programma iconografico originario però non è stato realizzato interamente.
Era il 1999 e già si cominciava a respirare l’aria del Giubileo, evento storicamente legato ai pellegrinaggi e anche alla vicina via Francigena. Infatti, nella controfacciata, era prevista la raffigurazione della città di Gerusalemme, ambita meta di pellegrinaggio. Poi, su consiglio di Don Luciano Marrucci, si decise di non realizzarla perché non “affollasse” troppo lo spazio che è davvero molto piccolo. Quindi, su quella parete, l’intonaco è rimasto bianco.

Luca Macchi, il plastico per l’Oratorio di San Matteo
Particolare della città di Gerusalemme

Come sono state concepite le due figure principali, il San Matteo da una parte e l’Angelo dall’altra?
L’atto dello scrivere del San Matteo è un’operazione decisamente faticosa, che lo mette alla prova anche fisicamente. Dall’altra parte l’Angelo, rivestito di luce,  ispira l’evangelista. Il “suggerimento” proveniente dall’Angelo è rappresentato da quello che poi è diventato il motivo conduttore, su entrambe le pareti, costituito da foglie dorate trasportate dal vento verso San Matteo.

Nell’iconografia tradizionale, la figura dell’evangelista è rappresentata più come un filosofo greco. Qui invece è tutta un’altra cosa, è dipinto nel momento in cui scrive, è una persona che sta facendo fatica. Come è nata questa figura?
Ho cercato di sviluppare un po’ quella che è stata una grande intuizione di Caravaggio nel suo San Matteo e l’Angelo, dove l’evangelista è intento nella scrittura, è vestito in un certo modo, ma ha i piedi nudi, che sono anche sporchi per aver camminato scalzo, come doveva essere in effetti. Questa figura invece, vorrebbe essere un uomo spogliato, spogliato quasi da tutto, con solo un piccolo manto sulle spalle, un velo trasparente, ma al tempo stesso colorato, che gli conferirgli sacralità. Quindi una persona che si spoglia e si mette in ascolto, completamente.

Passiamo alla fase della realizzazione. Hai incontrato particolari difficoltà?
Ho dovuto lavorare come se fossi nel Medioevo, senza acqua né corrente elettrica. D’inverno le mie giornate di lavoro coincidevano con le ore di luce. Mi portavo l’acqua da casa che versavo in  una tanica dotata di rubinetto che mi ero procurato.

Luca Macchi, il plastico per l’Oratorio di San Matteo

Accidenti, siamo abituati a dare certe cose per scontate, ma non deve essere stato affatto facile, lavorare in certe condizioni. La tecnica pittorica è stata adattata a queste limitazioni?
Un po’ si. Con spatole di ferro cominciai a raschiare le pareti per regolarizzare le superfici e ottenere un supporto ruvido al punto giusto per poterci stendere i pigmenti. Fatta questa levigatura iniziale, fu steso un velo di preparazione perché il colore non andasse direttamente sull’intonaco. In pratica rimbiancai tutto l’interno.
Inoltre sulla parete Nord, dove è raffigurato l’Angelo, ho avuto anche alcuni problemi in inverno, per far asciugare i colori. E’ una parete che soffre un pochino l’umidità ed è stato necessario stendere un accurato strato protettivo.

Esiste anche il problema della scala.
Esatto, quello che sul modello è fatto con una pennellata, poi nella realtà non è affatto così. Furono stesi i colori vinilici, che sono molto forti, e che non permettono ripensamenti. E quindi dovetti procedere per velature successive, in modo da mantenere sempre il controllo di quello che facevo. Fu un lavoro la cui definizione fu molto graduale.

Quale ricordo ti è rimasto di questo lavoro?
Ricordo questo lavoro con molto piacere, perché è stato molto particolare in tutti i sensi. Il luogo, in aperta campagna, con tutti i problemi e i disagi. Poi non è certo da tutti ricevere l’incarico di affrescare una chiesa intera, anche se piccola. Implica un vero e proprio progetto a 360 gradi.

Bene, i 15 minuti sono scaduti. Grazie Luca, per l'ospitalità e per il  tempo che ci hai dedicato.
Prego.


Interventi correlati: TESORO NASCOSTO

domenica 16 gennaio 2011

CASTRUM MORIORI

di Francesco Fiumalbi


Castrum Moriori, Castello di Moriolo. Il nome è altisonante. Parlare di “castello” evoca solitamente talune immagini cinematografiche: fortezze gigantesche, cavalieri, principesse e damigelle. Nella realtà, questo insediamento militare doveva essere molto piccolo, appena una torre chiusa all’interno di un recinto. Forse ci sarà stato un cavallo, qualche arma in metallo; nessuna principessa vi ha mai soggiornato e le damigelle non dovevano essere più che massaie.

Pronti, si parte! Direzione “Castello” di Moriolo
Il Team di Smartarc: da sinistra Luciano Marrucci, Alessio Guardini, Meri Bertini, Fabio Cappelli, Rita Costagli, Massimo Bertini, foto di Francesco Fiumalbi

Moriolo oggi è una frazione del Comune di San Miniato e si trova su un rilievo a sud/ovest del Capoluogo, lungo la strada che conduce in Valdegola, chiamata via Volterrana.
Non conosciamo l’origine di questo “castello”, anche se il termine “Moriolo” viene menzionato per la prima volta nel 786 (1), nel periodo di ascesa di Carlo Magno e di incertezza per la caduta del regno longobardo avvenuta soltanto pochi anni prima. Il nostro territorio è stato abitato fin dall’epoca arcaica (2) per cui non conosciamo esattamente il periodo in cui è nato questo insediamento. Secondo il Pieri, il toponimo di Moriolo deriverebbe dal gentilizio romano Murrius (3). Se questa tesi è corretta dovremmo forse ricercare l’origine di questo piccolo nucleo nell’ambito dei pagus romani, ovvero quei piccoli centri giurisdizionali agricoli.
Il piccolo centro di Moriolo fu concesso in feudo ai signori di San Miniato nel 983 (4). Pochi anni prima, nel 943, la consorteria lucchese dei Lambardi aveva ottenuto da Eriberto, pievano di Vico Wallari (San Genesio), le terre sul colle sanminiatese attraverso un contratto di Enfiteusi. Nel 991 Ugo e Fraolmo, figli del fu Ugo (Lambardi) furono nominati fra i signori di San Miniato (5), dove probabilmente già nel 962 doveva esservi un piccolo avamposto imperiale, voluto da Ottone I durante la sua discesa in Italia (6). E’ difficile ricostruire questi passaggi, l’intreccio dei poteri e della reale disposizione dei pesi politico-governativi di questo periodo, tuttavia possiamo affermare che durante il X secolo Moriolo entra definitivamente a far parte dell’influenza di San Miniato che aveva visto accrescere di molto la sua popolazione.

San Miniato vista da Moriolo
Foto di Francesco Fiumalbi

Moriolo, perché costruire qui un avamposto militare?
Il rilievo collinare su cui sorge è, come detto, a sud/ovest del Capoluogo. Era una postazione facilmente difendibile e posta a controllo della viabilità. Si trova infatti nella “gobba” orientale dell’immaginario cammello completato dal poggio dove invece sussiste la chiesa dedicata a San Germano. La strada Volterrana passa, oggi come allora, attraverso una “sella”, un piccolo valico, facilmente controllabile. Dal castello poi era possibile vedere gran parte della valle dell’Ensi (il fiumiciattolo che scorre a sud di San Miniato) e intravedere la Valdegola. Quest’ultima doveva essere invece controllata, almeno parzialmente, da un altro piccolo insediamento situato presso l’attuale Località Sorrezzana, proprio al di sopra del ponte sul Torrente Egola (che doveva trovarsi più o meno dove c’è quello attuale), e che costituiva un punto di osservazione privilegiato per una buona porzione della vallata. Occorre precisare che questa localizzazione non è condivisa da tutti. Il Lotti afferma infatti che il castello doveva trovarsi esattamente dove è collocata la chiesa (7), formando un “borgo fortificato”. Appare evidente l’errore, tradito da certa storiografia romantica. Non si trattava affatto di un borgo, ma di qualche casa sparsa che aveva come punto di riferimento una torre con un piccolo recinto difensivo. In effetti l’area in cui sorge la chiesa dedicata a San Germano è un luogo di pochissimi metri più alto rispetto all’altra “gobba”, ma più distante rispetto alla strada, unica e vera matrice. Che si trattasse di una torre ce ne fornisce prova il notaio e cronista sanminiatese Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori che parla inequivocabilmente di Turrim de Morioro (8).

Il “valico” fra le due “gobbe” del “cammello” di Moriolo
Foto di Francesco Fiumalbi

Il sistema insediativo medioevale, così come nelle epoche precedenti e successive, si basa fortemente sul sistema viario, che solo a tratti corrisponde con quello attuale. Non disponendo di mezzi di locomozione a motore le strade seguivano precise conformazioni, andando ad adattarsi all’orografia del terreno. Vi erano quindi soltanto vie di fondovalle e vie di crinale. Non esistevano i “tornanti”, nati praticamente con l’automobile, e la viabilità di mezza costa, salvo rarissime eccezioni. Osservando la viabilità odierna, si vede bene che la strada attuale non coincide interamente con quella originaria. Il tratto sul versante nord, verso la valle dell’Ensi è stato sicuramente modificato, mentre quello in direzione sud, verso Sorrezzana e Genovini, compreso il cosiddetto “valico” fra le due “gobbe” doveva essere pressoché coincidente con la viabilità odierna, salvo che per il tratto conclusivo.
Il sistema militare di un “libero comune” come quello di San Miniato in epoca medioevale si basava fortemente su tutta una serie di “postazioni” messe a presidio della viabilità. Le contrade cittadine, organizzate secondo apposite “Società d’Arme” potevano contare su vere e proprie masnade dislocate nei castelli del territorio (9). Si trattava per lo più di piccolissimi nuclei militari spesso controllati direttamente da quei signori che detenevano la proprietà dei terreni circostanti e che ricoprivano importanti cariche civiche. Questi piccoli insediamenti dovevano nascere oltre che per presidiare la viabilità anche per mettere al riparo da ruberie e incursioni il raccolto e il bestiame (10).

Carta di Moriolo e dintorni
Disegno su base CTR 10000 di Francesco Fiumalbi

Torniamo al “castello” di Moriolo. Questo piccolo fortilizio sarebbe passato quasi inosservato nella storia locale se non fosse che rivestì un ruolo abbastanza significativo nell’ambito delle lotte di inizio ‘300. In quegli anni il territorio del Comune di San Miniato si trovava praticamente schiacciato fra due superpotenze, Pisa e Firenze, e per questo suo essere terra di confine farà da scenario ad innumerevoli scontri bellici.
Nelle parole che seguiranno si propone una ricostruzione degli avvenimenti di inizio ‘300 al solo scopo di inquadrare in un contesto più ampio le vicende del Castello di Moriolo, senza la pretesa di essere esaustivi e puntuali.
Nel 1284 Pisa venne sconfitta da Genova nella famosa “Battaglia della Meloria”. Il definitivo declino della città avvenne con la rinuncia a qualsiasi pretesa sulla Corsica e alla cessione ai genovesi di gran parte della Sardegna nel 1299. Pisa si trova ad essere, nel giro di pochi anni, una città senza mare, e per questo comincia a nutrire mire sempre maggiori nell’entroterra, dove poter trovare sostentamento per una popolazione molto grande. Forte dell’alleanza con il Sacro Romano Impero (che viveva il plurisecolare problema della stabilizzazione della Toscana, che non risolverà mai), nel 1313 Pisa chiamò al governo un vicario dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo: il Capitano di ventura Uguccione della Faggiola (11). Questi, grazie ad un esercito formato da molti mercenari tedeschi, cominciò una vera e propria campagna di conquiste: assediò e occupò la città di Lucca e mise a ferro e a fuoco buona parte del Valdarno Inferiore. L’apice delle sue vittorie fu raggiunto nel 1315 con la clamorosa vittoria pisana, che aveva praticamente tutti contro (Firenze, Siena, Angioini, etc), presso Montecatini.

Ciò che rimane del Castello di Moriolo,
foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Nel territorio di San Miniato le vicende non sono meno complesse. Anche se dichiaratamente nemiche, Firenze e Pisa facevano ottimi affari commerciali e le gabelle imposte dal libero comune di San Miniato, considerate esose, frenavano il “business” fra le due città. Nel 1313 Uguccione della Faggiola riesce a mettere in scacco buona parte dei castelli del territorio di San Miniato. Ci fu una vera e propria insurrezione, complici anche le mal ricucite lotte intestine fra “Magnati” e “Popolani” del 1308 (12). Non è possibile stabilire quali dei piccoli castelli furono assediati e conquistati e quali si consegnarono ai pisani. Di fatto molti fortilizi caddero nelle mani di Uguccione della Faggiola, fra cui Cigoli, Agliati, Balconevisi, Bucciano, Camporena, Comugnori, Grumulo, Montalto, Stibbio, la Torre di San Romano e, appunto, Moriolo. Alcuni di questi si costituirono liberi comuni. Tutto questo senza che gli alleati fiorentini muovessero foglia. In fondo, anche a loro stava bene una lezione agli esosi gabellieri sanminiatesi. I fiorentini mandarono 300 uomini per sostenere gli alleati soltanto dopo alcuni giorni, quando i castelli erano già insorti e ben poco avrebbero potuto fare.

Le strutture a “barbacane” sul vertice sud-est
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

I ghibellini pisani a Moriolo, chiudevano la guelfa San Miniato da sud, tagliando di fatto tutti i possibili collegamenti con la Valdegola. Da qui poi partivano numerose scorrerie mantenendo altissima la tensione. I sanminiatesi nel maggio del 1313 tentarono di porre fine a questa situazione, decisi a riprendersi il castello di Moriolo. La battaglia si svolse proprio davanti al castello che però si difese e rispedì indietro gli assalitori (13).
Per vendetta ai continui smacchi ricevuti, i sanminiatesi distrussero il palazzo e la torre di un tale Cuccolo da Morioro che si trovava nel quartiere di Fuori Porta in località Poggio che il Lotti identificò con l’attuale Piazza del Popolo (Piazza San Domenico) (14), anche se mancano adeguati riferimenti in merito.

Come doveva apparire il Castello di Moriolo
Disegno di Francesco Fiumalbi

In Pisa crebbero malcontenti interni per il dispotico atteggiamento di Uguccione della Faggiuola, che fu cacciato nel 1316 (15). Caduto Uguccione, Roberto d’Angiò, nell’aprile del 1317 presso la sua corte di Napoli, riuscì a pacificare la Lega Guelfa, e i Fiorentini in prima linea, con Pisa e Lucca. Al momento le parti si accordarono nel mantenere a ciascuna città le conquiste ottenute durante la guerra (16). Giovanni di Lemmo Armaleoni, nel suo Diario, afferma che nel 1318 i Pisani si impegnarono a restituire i castelli conquistati ai sanminiatesi. E’ probabile che i patti stabiliti con i sanminiatesi fossero diversi rispetto a quelli con Firenze che prenderanno corpo con la Pace di Montopoli del 1329. Infatti, al termine di una lunga trattativa i Sanminiatesi riuscirono a riprendersi l’avamposto di Moriolo e ad ergere sul pennone della torre l’arme Comunis Sancti Miniatis (17), il vessillo comunale.
La situazione toscana si stava evolvendo lentamente, segnata da continui scontri bellici. Castruccio Castracani e Ludovico il Bavaro sono i protagonisti di queste vicende che culminarono con la definitiva caduta di Pisa che trattò, di fatto, la resa con Firenze nella Pace di Montopoli, avvenuta l’8 agosto 1329 (18). Pisa si impegnò a restituire i territori conquistati, entro il tempo di 50 giorni (19) fra cui alcuni castelli sanminiatesi ancora non riconsegnati. La Repubblica Fiorentina prese sotto la sua giurisdizione praticamente tutto il medio Valdarno Inferiore. Anche se formalmente libero comune, San Miniato entrò definitivamente a gravitare attorno all’orbita di Firenze. I castelli sanminiatesi ancora non restituiti furono presi in consegna dai fiorentini. La Torre di San Romano venne ceduta al Comune di Montopoli. Stibbio, Montebicchieri, Comugnori, Leporaja e Cigoli non furono restituiti a San Miniato e andarono a costituire il Comune di Cigoli, che si reggerà fino alle riforme leopoldine del 1774 (20).

Ciò che rimane del castello di Moriolo, Interno
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Il piccolo castello di Moriolo tornò, dopo ben 5 anni, nelle mani dei sanminiatesi che subito lo “diroccarono” (21).
Non sono chiare le modalità con cui avvenne la distruzione. E’ probabile che sia stato abbattuto il recinto e capitozzata la torre. Di questa rimane la parte basamentaria, forse il livello terreno, costituito da copertura a botte con unghie. Questa struttura mal si confà alle comuni cantine. E’ una struttura molto rigida, possente, costruita per sostenere grandi carichi. Anche i muri sono molto spessi e potevano facilmente sostenere una struttura multipiano.
Nel fronte sud si notano alcune porzioni di barbacane. Tali strutture servivano, allora come oggi, essenzialmente per distribuire meglio i carichi sul terreno e contenere eventuali cedimenti. Di queste non se ne spiega la presenza se non pensando ad un grande carico, concentrato per lo più sullo spigolo sud/est, quindi opposto alla valle, e che poteva ben identificarsi con il forte peso di una torre.
L’analisi architettonica delle porzioni murarie originali che ci sono pervenute fino ai giorni nostri rafforza la testimonianza documentaria di Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori precedentemente citata.

L’avamposto militare era dotato anche di una fonte di approvvigionamento idrico interna, che ne garantiva l’autonomia in caso d’assedio. Questo dato è estremamente significativo dell’accuratezza nella scelta del luogo che, oltre ad essere in posizione difendibile, strategicamente vicino alla viabilità e dotato di acqua.

La “fonte” interna
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Come abbiamo visto, il castello fu distrutto dai sanminiatesi. Al suo posto vi fu costruita una abitazione, forse una fattoria. La proprietà passò negli anni alla famiglia Grifoni, come attestato dalle Carte dei Capitani di Parte Guelfa (1580-1595) (22).
L’edificio pervenne nel ‘700 alla famiglia Pazzi. Non è chiaro come sia avvenuto il passaggio di proprietà, ovvero se fu comprata dai Chellini-Sanminiati e poi ereditata dai Pazzi nel 1751 o acquistata direttamente dal nobile casato fiorentino.
I Pazzi eseguirono importanti lavori di ristrutturazione, trasformando l’edificio in una piccola villa-fattoria. Di ciò rimane testimonianza in alcuni capitelli “firmati”.

Base di capitello realizzato per la famiglia dei Pazzi
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Questo edificio rappresenta un piccolo esempio di come la storia abbia lasciato le proprie tracce incastonate nella pietra e nei mattoni. Esperienze antiche e conflitti lontani, ma con eco vicine e segni visibili ancora oggi.
Si ringrazia il Sig. Lami, proprietario dell’edificio per aver permesso la visita dell’antico “castello” di Moriolo al Team di Smartarc.

Il Team di Smartarc: osservazioni e considerazioni finali
Da sinistra: Francesco Fiumalbi, Meri Bertini, Alessio Guardini, Rita Costagli, Luciano Marrucci, Fabio Cappelli e il fotografo, che c’è ma non si vede, Massimo Bertini


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Cianelli, Memorie e documenti per servire all’istoria della Città e Stato di Lucca, in Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(2) AAVV Le colline di San Miniato (Pisa): la natura e la storia, supplemento n. 1 al vol. 14 (1995) dei Quaderni del Museo di Storia Naturale di Livorno, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Provincia di Pisa.
(3) Pieri Silvio, Toponomastica della Valle dell’Arno, Forni Editore, Ristampa Anastatica 1919.
(4) Boldrini Roberto (a cura di), Dizionario dei Toponimi del Comune di San Miniato, Bongi, 2004, pag. 75.
(5) Cianelli, Memorie e documenti per servire all’istoria della Città e Stato di Lucca, in Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume V, pag. 60, voce San Miniato.
(6) Lami Giovanni, Deliciae erudito rum, Firenze, 1736-1769.
(7) Lotti Dilvo, San Miniato, vita di un’antica città, Sagep Editrice, Genova, 1980, pag. 324.
(8) Mazzoni Vieri (a cura di), Diario di Ser Giovanni Lemmo Armaleoni da Comugnori”, Olschky, Firenze, 2008, c. 59v, pag. 71.
(9) Lotti Dilvo, Op. Cit., pag. 65.
(10) Si veda l’articolo La civiltà della torre in AAVV, Progetto San Gimignano, Alinea, Firenze, 1997.
(11) http://it.wikipedia.org/wiki/Uguccione_della_Faggiola
(12) Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori, Diario (1299-1319), Olschki, 2008.
(13) Repetti, Op. Cit., volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(14) Lotti Dilvo, Op. Cit., pag. 324.
(16) Ibidem.
(17) Mazzoni Vieri (a cura di), Op. Cit., c. 59v, pag. 71.
(18) http://montopolinvaldarno.splinder.com/archive/2009-09
(19) Repetti, Op. Cit., volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(20) Repetti, Op. Cit., volume V, pag. 60, voce San Miniato.
(21) Repetti, Op. Cit., volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(22) Carte dei Capitani di Parte, Archivio di Stato di Firenze, Olschki, c 661.

domenica 3 ottobre 2010

TESORO NASCOSTO

di Francesco Fiumalbi


Quante volte ci troviamo inconsapevolmente vicinissimi a dei veri e propri tesori nascosti? Tante, troppe volte. La colpa spesso non è nemmeno nostra, in quanto certi luoghi sono spesso non accessibili.
E’ il caso dell’Oratorio di San Matteo: si trova lungo la strada che dalla Borghigiana conduce al Genovini, attraverso Moriolo, nei pressi della Villa di Sorrezzana dalla quale dipendeva.
Si tratta di una piccolo, quanto grazioso, edificio religioso di proprietà privata. Solo in rare occasioni viene aperto al pubblico. Grazie all’intervento di Don Luciano Marrucci, SMARTARC è riuscito ad entrarvi, ed ha ottenuto l’autorizzazione a pubblicare anche le immagini interne. Si tratta di un vero e proprio privilegio.

L’Oratorio dedicato a San Matteo
Foto di Francesco Fiumalbi


Quello che colpisce appena giunti nei pressi del piccolo Oratorio è la presenza di un vero e proprio circuito sacro, costituito da alcuni grandi cipressi. Non poteva essere altrimenti (sul ruolo sacro dei cipressi si veda l’articolo: Usque ad Sidera, Usque ad Inferos).

Vialetto d’accesso all’Oratorio di San Matteo,
Foto di Francesco Fiumalbi


Lo stato delle ricerche non consente una datazione precisa, tuttavia, da una sommaria analisi delle caratteristiche architettoniche, possiamo far risalire il piccolo edificio a cavallo tra XVII e il XVIII secolo.
Interessanti sono la posizione e l’orientamento, tutt’altro che casuali.
L’Oratorio si trova su una piccola altura che domina buona parte della Valdegola, da una parte il centro abitato di La Serra, dall’altra Corazzano, all’intersezione fra la via Volterrana e alcuni percorsi storici, oggi secondari, ma un tempo molto battuti. L’orientamento dell’edificio è perfettamente allineato all’asse est-ovest, con la facciata sul fronte di ponente. Si tratta di una bussola fatta chiesa.


L’Oratorio di San Matteo visto da nord-est
Foto di Francesco Fiumalbi


Purtroppo le immagini non rendono merito a questo luogo. Una volta entrati all’interno del recinto segnato dai cipressi, l’aria che si respira cambia. E’ la sensazione di essere vicini ad un luogo speciale, la cui sacralità, gelosamente custodita all’interno, riesce ad oltrepassare le pareti e a raggiungere coloro che vi si avvicinano.
L’edificio è una vera e propria cella templare. Non è sbagliato avvicinarla, idealmente, ad un forziere, in fondo si tratta proprio di questo, di un involucro protettore del microcosmo sacro in esso conchiuso.

Oratorio di San Matteo, prospetto frontale
Foto di Francesco Fiumalbi

Al visitatore che vi si trova al cospetto è impossibile sfuggire alla curiosità: cosa vi sarà al suo interno?
Purtroppo gran parte delle strutture di questo tipo hanno perso qualsiasi decorazione interna, ma questo Oratorio ha vissuto una vera e propria rinascita, in contrapposizione ad una morte.
In un moto estremamente vitale, qual è quello del costruire o restaurare, i lavori furono eseguiti in memoria di Alberto Posarelli, la cui breve esistenza terrena fu improvvisamente troncata. Era il 1999 e un gruppo di ragazzi, sostenuto da Don Luciano Marrucci, inaugurò la riapertura di questo edificio, che per troppi anni ha versato in pessime condizioni di conservazione.  Questa nobile operazione di restauro, dedicata alla memoria dell’amico perduto, si trasformò ben presto in un piccolo grande capolavoro, di cui possiamo renderci conto soltanto entrando all’interno.
Non è possibile descrivere l’emozione che si prova una volta che la vecchia serratura decide di aprirsi. Una vera sorpresa: la superficie delle pareti laterali è stata interamente decorata con pitture murarie, opera del pittore Luca Macchi.
Fulcro del piccolo ambiente è l’altare, sormontato da uno splendido pannello in legno dipinto, raffigurante Cristo Crocifisso. Non è una semplice croce, si avvicina molto ad una vera e propria pala d’altare.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, interno
Foto di Francesco Fiumalbi

Il piccolo ambiente è avvolgente e trasporta la persona, che vi si trova all’interno, verso una dimensione altra, sospesa. La luce soffusa che risalta le forti tonalità cromatiche delle pareti, proviene da una piccola apertura posta al di sopra della porta e da due finestre sulle pareti laterali. E’ un’emozione forte. Alla sinistra un angelo lucente che infonde una grande serenità rispetto al paesaggio tetro in cui è inserito. Alla destra San Matteo Evangelista, una figura sfiancata, consumata dall’ardore e dal sacrificio nell’opera di narrare le vicende terrene di Cristo. Non a caso la scena si svolge di notte, sotto un cielo blu intenso.
San Matteo è circondato dal fuoco, lo Spirito Santo, fonte divina di ispirazione, richiamato poi dalla raffigurazione nel basamento dell’altare: un libro sovrastato dal fuoco. Si tratta del Vangelo. Il fuoco ispira la scrittura, non la consuma. Anche se non ci sono riferimenti particolari, la mente corre inevitabilmente all’immagine del roveto ardente a cui si trova di fronte Mosè: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!» (Esodo 3,5). E qui sentiamo di essere davvero in una terra sacra.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, parete sinistra
Foto di Francesco Fiumalbi

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, parete destra
Foto di Francesco Fiumalbi

Siamo in un’altra dimensione. Fuori la vita agreste, con i suoi ciclici ritmi stagionali, dentro un luogo in cui il tempo si è come fermato. Un piccolo ambiente, in cui lo spazio si dilata verso orizzonti immensi, infiniti, sapientemente creati dalla mano dell’artista la cui ispirazione è ancora viva, avvertibile anche a distanza di anni.
Il visitatore si sente immerso in questo ambiente, sensazione acuita dalla formazione di un basamento, dipinto, in cui le “bugne” sono intervallate da raffigurazioni simboliche. Per struttura ricorda quasi un fregio, in cui le metope sono intervallate non dai triglifi, bensì da bugne che idealmente sostengono la fascia.
Vedere San Matteo durante il suo lavoro da un punto di vista particolare, dal basso verso l’alto, come distesi sul pavimento della sua abitazione ci trasmette un’incredibile sensazione di intimità.
Nelle “icone” del basamento si leggono molti simboli che richiamano alla tradizione biblica. In più, alla destra della porta d’ingresso, in una formella si notano i simboli del pellegrino: un bastone, una bisaccia, una borraccia e la conchiglia di Santiago de Compostela, il tutto inserito in un ambiente desertico. Il riferimento è duplice. Non è un caso che sia vicina all’entrata, che è anche l’uscita. La possiamo scorgere solo una volta che, girate le spalle all’altare, ci accingiamo a lasciare quel luogo. Ci ricorda che siamo pellegrini su questa terra, pellegrini allo stesso modo di coloro che nella loro vita hanno lasciato la propria casa per raggiungere le più importanti mete di pellegrinaggio. C’è anche un riferimento alla via Francigena, che non ebbe un percorso preciso, netto. Il tracciato è stato più volte modificato, per varie esigenze, e non è da escludere che i pellegrini, un tempo, potessero passare anche da qui, attraverso l’antica via Volterrana.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, controfacciata
Foto di Francesco Fiumalbi
Lasciare questo luogo è quasi drammatico. Il cuore vorrebbe rimanervi a lungo. La luce che filtra attraverso l’apertura sopra la porta è un potente segno. Ci ricorda che siamo ancora nel mondo, che è la fuori, a cui siamo chiamati. Usciamo, ma un pezzo del nostro cuore è rimasto ancora là dentro.

Luca Macchi, Oratorio di San Matteo, firme dell’autore
Foto di Francesco Fiumalbi

Visto che le immagini non possono rendere giustizia a questo luogo piccolo, ma immenso, si è pensato di realizzare un piccolo video, nella speranza non di trasmettere l’emozione (è oggettivamente impossibile), ma di avvicinare a questo luogo, a far capire che è ancora vivo e che aspetta soltanto di essere vissuto. Un luogo dove è possibile rifugiarsi. Al sicuro.

L’Oratorio di San Matteo, Moriolo, Loc. Sorrezzana.
Video di Francesco Fiumalbi

Si ringraziano Don Luciano Marrucci, Rita Costagli e la Sig.ra Anna per il contributo nella stesura di questo articolo.



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