sabato 13 febbraio 2016

LA METALLOTECA DI MICHELE MERCATI NEL “POLIORAMA PITTORESCO”

a cura di Francesco Fiumalbi

Più o meno alla metà del XIX secolo si assiste ad una rinnovata attenzione per la Metalloteca Vaticana del sanminiatese Michele Mercati. L'opera, frutto dell'esperienza di raccolta e catalogazione di metalli e minerali presso la sede pontificia, fu oggetto anche di un volume a stampa, pubblicato postumo nel 1717.

Abbiamo già incontrato il saggio di Misael Pieragnoli dal titolo Della vita e delle opere di Michele Mercati Junore. Cenni biografici letti all'Accademia degli Euteleti di S. Miniato nell'adunanza del dì 14 luglio 1853 dal socio onorario Dottor. Misael Pieragnoli, stampato presso la Stamperia Ristori di San Miniato nel 1853. Questa riscoperta “sanminiatese” operata dal Pieragnoli va senza dubbio inquadrata nell'ambito del dibattito storiografico cittadino, avido di informazioni a riguardo degli illustri concittadini dei secoli che furono.

Completamente diverso, invece, il contesto e il respiro con cui si parla della Metalloteca nell'articolo proposto in questa pagina. La pubblicazione fa parte di un periodico, il Poliorama Pittoresco, che venne stampato fra il 1836 e il 1860 con cadenza settimanale, a Napoli, nell'allora Regno delle Due Sicilie.

Poliorama Pittoresco, Anno Nono, Napoli, 1845
Frontespizio

Come si legge nel sottotitolo presente nel frontespizio, si trattava di un'opera periodica diretta a spandere in tutte le classi della società utili conoscenze di ogni genere e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia. Di fatto fu un'interessante raccolta di notizie, più o meno approfondite, su tematiche scientifiche, sui progressi della tecnica e della tecnologia, sull'arte, e senza tralasciare note e approfondimenti biografici dedicati ad personalità illustri. Per certi aspetti, il Poliorama Pittoresco anticiperà di oltre un secolo molti spunti editoriali che ritroveremo in Italia solo nel Secondo Dopoguerra.

Il concetto di “pittoresco” contenuto nel titolo, infine, è un qualcosa che rimanda all'immaginario onirico, al tema del viaggio, della scoperta, della meraviglia per la novità, per l'insolito, l'antico o l'esotico. E forse fu proprio questa una delle chiavi del successo del periodico che ebbe una straordinaria diffusione e una considerevole attenzione da parte del pubblico. Non dobbiamo poi dimenticare che la città partenopea, governata al tempo dai Borboni, da un punto di vista socio-culturale non aveva niente da invidiare rispetto agli altri centri italiani. Anzi.

Poliorama Pittoresco, Anno Nono, n. 20, Napoli, 21 dicembre 1844
Particolare di pagina 160 con il ritratto di Michele Mercati

Le notizie riportate dall'articolo del Poliorama Pittoresco sono tratta unicamente dalla “prefazione” di Giovanni Lancisi (archiatra pontificio e in qualche modo successore del Mercati), contenuta nella Metalloteca Vaticana.
Di seguito l'estratto da Poliorama Pittoresco, Anno Nono, Semestre Primo, Dal 10 agosto 1844 al 4 febbraio 1845, Tipografia e litografia del Poliorama Pittoresco, Napoli, 1845, n. 20 del 21 dicembre 1844, pp. 160-161.

METALLOTECA VATICANA.
La Metalloteca del Vaticano offre un interessante particolare per essere stata la prima collezione di mineralogia in Europa. Essa fu fondata nel 1588 dal pontefice Sisto V, che ne confidò la direzione al celebre Mercati di Samminiato, famoso scienziato di quel tempo, e già da 20 anni direttore dell'orto boranico del Vaticano.
Michele Mercati nacque nel 1541. Studiò a Pavia, e fece sì rapidi progressi, che meritò a 20 anni che il pontefice Pio V gli affidasse la cura dell'orto botanico suddetto. Il cardinal Baronio ne' suoi Annali parla di lui con grandi elogi. Egli morì sotto il pontificato di Clemente VIII nel 1593, in età di 52 anni.
Era già molto tempo che Mercati andava raccogliendo gli elementi d'una collezione mineralogica, allorché il decreto di Sisto V fondò la Metalloteca Vaticana, e determinò il sito che quella collezione doveva occupare.
Codesta metalloteca, come risulta dalla descrizione che ha lasciata Mercati, era composta di due parti: una di minerali, l'altra di sostanze metallifere. La prima serie occupava 13 armadi, corrispondenti alle seguenti 13 divisioni: – terre – sale e nitro – allumine – sali aeri – sughi grassi – sostanze marine – pietre simili alla terra – pietre provenienti da animali – animali fossili – petrificazioni – marmi – silice e fluore – gomme.
La secondo serie era di sei soli armadi: – oro ed argento – rame – piombo e stagno – ferro e acciaio – sostanze metallifere – sostanze metallifere trovate nelle fornaci.
Sisto V aveva risoluto di far costruire una splendida galleria per servire di metalloteca, ed il qui unito disegno desunto dal volume in foglio che sotto il titolo di Metalloteca Vaticana si pubblicò in Roma nel 1717 arricchito di superbe incisioni, quelle stesse che ne fece incidere Mercati, darà un'idea di ciò che doveva essere. Essa avrebbe potuto meglio disporsi pel comodo degli studi; ma non poteva essere né più sontuosa, né più degna di quel gran pontefice che si proponeva altresì di farne pubblicare una descrizione con incisioni in rame; ma disgraziatamente codesto progetto, non si sa perché, fu abbandonato, e non si può dubitare che la drezioen già presa in quel tempo dalla geologia, non abbia in breve cessato di esser veduta con piacere.
Tuttavia, dopo la morte di Sisto V, il pontefice Clemente VIII mantenne la metalloteca sotto la direzione di Mercati, e fu ripreso per ordine suo il progetto della pubblicazione. La morte di lui fe' nuovamente svanir tutto, e la metalloteca andò a poco a poco in dimenticanze.
I dotti soli conservato ne avevano la memoria, quando verso il 1710 il manoscritto di Mercati cogli annessi rami fu trovato a Firenze nella biblioteca della famiglia Dati. Clemente XI, allora papa, ordinò di comprare a qualunque prezzo quel prezioso monumento, e confidò al suo medico Lancisi la cura di ripigliare quella pubblicazione, interrotta da più di 120 anni.
La prima cura di Lancisi fu di tentar di trovare nel Vaticano gli avanzi della Metalloteca. Si può prendere un'idea dell'immensità del palazzo Vaticano da quello solo, che la galleria, soltanto per essere andata in dimenticanza, era talmente perduta, che nessuno sapeva più dove fosse.
Lancisi era imbarazzatissimo, allorché alcuni versi del pote Carga, contemporaneo di Mercati, lo misero sulla traccia di quello che cercava: «e Forestiere, dicevano i versi, va nella galleria dove geme Laoconte e mira ciò che Mercati vi ha collocato, e ponilo fra le meraviglie di Roma.» Codesti versi, e un passo del manoscritto di Mercati, mi fecero pensare, scrive Lancisi, che dirigendo le mie ricerche negli appartamenti dai quali si scopre il giardino Medici, troverei finalmente la metalloteca.
Le congetture di Lancisi furono giustificate dal loro risultato; gli armadi esistevano ancora, ma voti; la galleria era sfigurata da vari tramezzi, per formarne camere da letto per gente di palazzo; è probabile che, dopo la morte di Mercati, tutto andò disperso e perduto.
La Metalloteca comparve in Roma nel 1717 in un magnifico volume in foglio con tavole bellissime in rame.
S.C.

Poliorama Pittoresco, Anno Nono, n. 20, Napoli, 21 dicembre 1844
Particolare di pagina 161 con l'immagine della Metalloteca

martedì 9 febbraio 2016

GIOVANNI BRANCHI - DA SAN MINIATO AI CANNIBALI E POI CONSOLE GENERALE DI NEW YORK

a cura di Francesco Fiumalbi

1° revisione 25 febbraio 2016

Indice del post:
INTRODUZIONE
LA FORMAZIONE E IL CONCORSO PER DIPLOMATICO
L'AUSTRALIA E I CANNIBALI ALLE ISOLE FIGI
LA CINA E IL GIAPPONE. LE COLLEZIONI DEL MUSEO DI STORIA NATURALE
GIOVANNI BRANCHI E IL COLONIALISMO ITALIANO NEL CORNO D'AFRICA
AD ASSAB – LE DIFFICOLTA' INIZIALI DELLA COLONIA
IN MISSIONE DALL'IMPERATORE DI ETIOPIA
IN AUSTRALIA E  A ZANZIBAR IN TANZANIA
NEGLI STATI UNITI. SAN FRANCISCO E NEW YORK

INTRODUZIONE
A volte capita di trovare notizie e informazioni di personalità sanminiatesi di cui, almeno qui a San Miniato, non si ha nemmeno una vaga memoria. Eppure si tratta di illustri concittadini, pressoché sconosciuti all'ombra della Rocca. E' il caso, ad esempio, di Giovanni Branchi [San Miniato, 14 novembre 1846 – Firenze, 25 ottobre 1936], una figura straordinaria, davvero molto interessante.

Il tutto è partito da questa sintetica, ma al tempo stesso curiosa, nota biografica contenuta nel Piccolo Dizionario dei Contemporanei Italiani compilato da Angelo De Gubernatis e stampato a Roma nel 1895, alle pagine 143-144:

«BRANCHI GIOVANNI, geografo, viaggiatore e diplomatico toscano, console generale a San Francisco, ufficiale della corona d'Italia, cav. mauririziano, decorato dell'ordine etiopico di Salomone, è nato a San Miniato il 14 novembre 1846; si laureò in legge a Pisa nel 1866; entrò in servizio, per concorso, nel 1867, destinato da prima a Costantinopoli, quindi a Melbourne, Budapest, Yokohama, Shangai, Trieste, Moka, con patente di console e giurisdizione sulle coste ottomane ed egiziane del mar Rosso, regio commissario civile in Assab, dove si fece molto onore, in missione presso il Negus di Etiopia, dove rimase dal febbraio al novembre 1883, console a Melbourne nel 1885, console generale a Zanzibar nel 1889, infine a San Francisco.»

Da qui è partita la ricerca.

LA FORMAZIONE E IL CONCORSO PER DIPLOMATICO
Il padre si chiamava Enrico Branchi ed era il Presidente del Tribunale di Prima Istanza di San Miniato (01) istituito dal Granduca Leopoldo II con la riforma del 2 agosto 1838. La madre, invece si chiamava Caterina Marchetti (02). Probabilmente erano originari di Pistoia, non sembrano esistere notizie più dettagliate, così come nessuna informazione sembra essere rimasta circa la permanenza a San Miniato.
Appena laureatosi in Giurisprudenza nel 1866 a Firenze (secondo l’autore della voce del Dizionario Treccani), Branchi partecipò al concorso per poter avviare la carriera da diplomatico. Il Regno d'Italia si era costituito solo da pochi anni e vi era la forte necessità di costituire un corpo diplomatico. Inoltre in quegli anni Firenze era la Capitale d’Italia, e quindi tutte le funzioni amministrative, diplomatiche e ministeriali si svolgevano nella città toscana. Entrare nel corpo diplomatico poteva essere certamente un’ottima occasione di carriera e Branchi la colse. Vinto il concorso, prese servizio dapprima a Costantinopoli in quello che allora era l'Impero Ottomano, o almeno quello che ne rimaneva.

L'AUSTRALIA E I CANNIBALI ALLE ISOLE FIGI
Nel 1870 fu inviato a Melbourne, in Australia, e nel 1874 alle Isole Figi (03). Proprio in quegli anni le Isole Figi erano diventate una meta ambita per i coloni europei, in virtù della possibilità di importare il pregiato legno di sandalo da cui veniva estratto un olio utilizzato sia per scopi medicamentosi che in profumeria. Proprio nel 1874 le Isole Figi divennero una colonia britannica. Quest'ultimo periodo dovette essere particolarmente interessante e ricco di spunti, tanto che lo portò, qualche anno più tardi, a pubblicare un libro dal titolo Tre mesi alle isole dei cannibali nell'Arcipelago delle Figi, per Le Monnier, Firenze, 1878. Nel testo fece memoria de i villaggi che erano agitati da guerre continue che si concludevano con banchetti cannibaleschi.

G. Branchi, Tre mesi alle isole dei cannibali nell'Arcipelago delle Figi,
Le Monnier, Firenze, 1878, frontespizio.

LA CINA E IL GIAPPONE. LE COLLEZIONI DEL MUSEO DI STORIA NATURALE
Fra il 1874 e il 1880 fu agente consolare a Budapest, nell'allora Impero Austro-Ungarico, e poi ancora in Oriente, in Cina nella città di Shangai e in Giappone a Yokohama (04). Da questi luoghi riportò in Italia diversi oggetti che tenne a collezione nella sua casa a Pistoia. Nel 1905, ritiratosi dall'attività diplomatica, e trasferitosi a Firenze da alcuni parenti, si disfece dei vari souvenirs e donò la sua raccolta al Museo di Storia Naturale dell'Università degli Studi di Firenze. In particolare, la collezione giapponese conservata nell'ambito di quel museo, conta circa un centinaio di elementi, per lo più netsuke, sculture in legno o avorio di piccole dimensioni, ma molto pregiate, utilizzate come finitura della cintura del kimono. Della collezione cinese fanno parte circa duecento oggetti, fra cui tabacchiere, vasi in vetro e ceramica, oltre a servizi da tè. Più piccola, invece, la collezione indiana, costituita da sculture e miniature (05).

GIOVANNI BRANCHI E IL COLONIALISMO ITALIANO NEL CORNO D'AFRICA
Nel 1869, al termine di un decennio di lavori, era stato aperto il Canale di Suez. Tale circostanza aveva aperto nuove rotte commerciali e nuove possibilità di sviluppo anche per le compagnie mercantili italiane. Il 15 novembre 1869 (appena due giorni prima dell'inaugurazione ufficiale del canale) la società Rubattino di Genova aveva acquistato la Baia di Assab in Eritrea. La colonia andò sviluppandosi, tanto da richiedere la presenza di un funzionario governativo stabilmente residente in quel luogo. Il 24 dicembre 1880, il Governo, nella persona del Presidente del Consiglio dei Ministri Benedetto Cairoli, nominò Giovanni Branchi “Commissario Civile” di Assab, con competenza estesa a tutte le coste del Mar Rosso che non fossero già attribuite al viceconsole di Suez. Giovanni Branchi, di fatto, fu il primo funzionario con compiti governativi e l'Ordinanza ministeriale con cui venne nominato rappresenta il primo documento ufficiale del colonialismo italiano. Formalmente Branchi aveva la carica “commissario”, per non destare i sospetti delle potenze coloniali europee, su tutte la Gran Bretagna, ma di fatto aveva i compiti propri di un “governatore” (06).

AD ASSAB – LE DIFFICOLTA' INIZIALI DELLA COLONIA
Branchi giunse ad Assab l'8 gennaio 1881 e vi rimase fino all'estate del 1884. Il primo periodo fu abbastanza duro. Così scriveva il 16 ottobre 1881: «Non un individuo è comparso o ha fatto cenno di comparire, che rappresentasse almeno 10.000 lire di capitale. E poi Voi tutti in Roma pretendete che si faccia commercio in Assab! Guardate invece alla Francia. Parigi, appena sentito dire che vi era un Obock, ha montato subito una compagnia con 200.000 lire di capitale; un’altra dicono ne sia in formazione con non so quanti milioni. Eppure sfido chiunque a dire che Obock valga un decimo di Assab! Ma in Francia il governo non ha bisogno di far tutto, perché i privati fanno molto; in Italia il Governo fa quel che può ed il paese dorme» (07). Questa sue prime impressioni furono raccolte anche nell'articolo La stazione italiana ad Assab, pubblicato nel Bollettino della Società geografica italiana, n. XV, 1881, pp. 773-775.

IN MISSIONE DALL'IMPERATORE DI ETIOPIA
Sollecitato certamente da Branchi, seppur con qualche indugio, il Governo si mosse. Durante il suo mandato diplomatico, infatti, il Regno d'Italia subentrò alla Rubattino nella proprietà della Baia di Assab (10 marzo 1882). Sempre nel 1882, il Ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini incaricò Giovanni Branchi di recarsi dall'Imperatore d'Etiopia Giovanni IV per stipulare direttamente col sovrano un trattato di amicizia e commercio, affiancata da una missione geografico-commerciale promossa dalla Società di Esplorazione Commerciale di Milano. La spedizione partì nel gennaio del 1883, ma risultò infruttuosa per la riluttanza di Giovanni IV ad aprire nuove rotte commerciali e la sua ostilità alla presenza di europei in Etiopia (08). Questa infausta esperienza fu poi oggetto di una sua pubblicazione del titolo Missione in Abissinia del Regio Console Cav. Giovanni Branchi (1883), pubblicata in Roma dalla Tipografia di Gabinetto del Ministro degli affari esteri nel 1889. Di questo periodo, inoltre, sono rimasti alcuni fascicoli presso l'Archivio Storico del Ministero Africa Italiana (oggi presso il Ministero degli Affari Esteri al Palazzo della Farnesina) (09):
ERITREA, ASSAB: – fasc. 07 – Progressiva sistemazione governativa di Assab. Accordi con il Sultano di Haheita, Berehan Mohammed. Nomina del R. Commissario civile Giovanni Branchi (II semestre 1880); – fasc. 31 – Assab e paesi vicini. Situazione politico-amministrativa. Relazioni con lo Scioa. Missione Antonelli e Branchi (1883); ERITREA, AUSSA: – fasc. 01 – Relazioni ed accordi col Sultano Mohamed Hanfari (Branchi - Pestalozza - Antonelli). (1880-1885); ERITREA, AMMINISTRAZIONE CIVILE – fasc. 89 – Progetto Branchi di Ordinamento di possessi italiani sul Mar Rosso (1889).

IN AUSTRALIA E  A ZANZIBAR IN TANZANIA
Lasciata l'Africa, nel 1885 tornò a Melbourne, questa volta come Console, dove era già stato nel periodo 1870-1874. Terminato anche questo mandato, Giovanni Branchi fu inviato nel 1889 in Tanzania, a Zanzibar, con la patente di Console Generale. Nell'omonimo arcipelago dell'Africa centro-orientale, già a partire dal 1885, gli italiani avevano avviato relazioni di natura commerciale con il sultano del luogo e, nello stesso anno, era stato istituito un apposito consolato sull'isola (10).
Di questo periodo, inoltre, sono rimasti alcuni fascicoli presso l'Archivio Storico del Ministero Africa Italiana (oggi presso il Ministero degli Affari Esteri al Palazzo della Farnesina) (11):
SOMALIA (sic!), ZANZIBAR: – fasc. 32 – Azione consolare. Sfera d'influenza italo-inglese sul Giuba.Preparativi per la spedizione Robecchi Bricchetti. Protocollo 25 marzo. Lettere di Branchi (I semestre 1891); SOMALIA, VARIE, ZANZIBAR – fasc. 11 – Viaggio del Console Branchi per opportunità poli tica (1890).

NEGLI STATI UNITI. SAN FRANCISCO E NEW YORK
Dal 21 settembre 1891 al 25 ottobre 1894 fu Console Generale a San Francisco, negli Stati Uniti (12). Nel 1900, ancora con la qualifica di Console Generale, venne inviato a New York dove rimase per alcuni anni, almeno fino al 1905. Qui, fra le varie attività, si occupò di controllare gli anarchici italiani che erano passati oltreoceano (13), oltre a monitorare mafiosi e, più in generale, i flussi migratori che dall'Italia muovevano verso l'America.
Della sua attività sul controllo e l'organizzazione dei flussi migratori presso New York, rimane questa testimonianza pubblicato sul quotidiano La Provincia di Pisa, Anno XXXVI, n. 14, del 5 aprile 1900 a pagina 2:
«L'Herald di New-Yorck ci giunge con un articolo su la colonia la Nuova Italia, sorta in New Jersey, presso Vireland. Questa colonia italiana — scrive l'Herald — ha preso uno sviluppo maraviglioso ed ha attirato l'attenzione di molti consoli esteri. Il cav. G. Branchi, console generale a New York, afferma che non v'è in America una colonia italiana più prospera della Nuova Italia. I poveri immigrati hanno trovato una terra, che dà loro latte e miele. Alcuni dei coloni sono arrivati a vera opulenza, quantunque vivano in un' arcadica semplicità. I coltivatori italiani estendono la loro proprietà di territorii e aumentano i loro depositi nelle banche, mentre gli americani, della stessa regione, salvo poche eccezioni, se la cavano male. Il coltivatore italiano — prosegue l'Herald — merita la sua fortuna, poiché la lavora con tenacia e pazienza mirabili. Dopo aver descritto l'operosità di questi coltivatori italiani l'Herald aggiunge: «Sono felici, tranquilli, una razza più ospitale, non ha mai arato il suolo della New Jersey. Sono famosi per la loro onestà e la loro puntualità negli affari: e i mercanti di Vireland gareggiano nel voler commerciare con essi.» Mesi or sono, vi fu la proposta di estendere una ramificazione dalla ferrovia centrale a Landisville sino alla Nuova Italia, affinché que' coloni avessero un diretto sbocco ai loro prodotti. Gli amministratori della ferrovia centrale furono stupiti, allorché parecchi italiani, dalle mani callose, sii presentarono ad essi, offrendo di prendere ciascuno diecimila dollari d'azioni nella nuova ferrovia. Tutti questi immigranti giunsero poverissimi da loro paesi.»

Giovanni Branchi, rientrato definitivamente in Italia, morì a Firenze il 25 ottobre 1936, non prima di aver donato la sua collezione di oggetti orientali, come abbiamo visto, al Museo di Storia Naturale dell'Università degli Studi di Firenze.

PUBBLICAZIONI DI GIOVANNI BRANCHI
– G. Branchi, Tre mesi alle isole dei cannibali nell'Arcipelago delle Figi, per Le Monnier, Firenze, 1878.
– G. Branchi, Viaggio alle Figi, in Cosmos. Communicazioni sui progressi più recenti e notevoli della geografia e delle scienze affini, vol. V, 1878-79, pp. 319-329.
– G. Branchi, Viaggi di Giovanni Branchi alle Figi,  in Cosmos. Comunicazioni sui progressi più recenti e notevoli della geografia e delle scienze affini, vol. VI, 1880-81, pp. 12-16, 342-347.
– G. Branchi, Missione in Abissinia del Regio Console Cav. Giovanni Branchi (1883), Tipografia di Gabinetto del Ministro degli affari esteri, Roma, 1889.

NOTE E RIFERIMENTI
(01) Medaglia d'onore consacrata alla memoria del Ministro di Stato D. Neri Corsini dai suoi ammiratori, Tip. Galileiana, Firenze, 1846, p. 11.
(02) De Leone, Branchi Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 14, Treccani, Roma, 1972, ad vocem.
(03) Ibidem.
(04) Ibidem.
(05) Il Museo di Storia Naturale dell'Università degli Studi di Firenze, Vol. V, a cura di J. Moggi Cecchi e R. Stanyon, Università degli Studi di Firenze, Firenze, Univerity Press, Firenze, 2014, pp. 79-81.
(06) D. Natili, Un programma coloniale. La Società Geografica Italiana e le origini dell'espansione in Etiopia (1867-1884), Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Gangemi Editore, Roma, 2008, pp. 179-180, 195.
(07) R. Rainero, Anticolonialismo italiano da Assab ad Adua, Comunità, Milano, 1971, p. 40.
(08) D. Natili, Un programma coloniale. La Società Geografica Italiana e le origini dell'espansione in Etiopia (1867-1884), Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Gangemi Editore, Roma, 2008, pp. 179-180, 195.
(09) Inventario dell'Archivio Storico del Ministero dell'Africa Italiana, vol. I, 1857-1939, Ministero degli Affari Esteri, Servizio Storico e Documentazione, Archivio Storico Diplomatico, Roma, 1975, pp. 1, 3, 34, 48.
(10) S. Baldi, Gli italiani in Tanzania, ieri e oggi, in «Studi emigrazione», Anno XXXI, n. 113, CSER, Roma, 1994, p. 7n.
(11) Inventario dell'Archivio Storico del Ministero dell'Africa Italiana, vol. I, 1857-1939, Ministero degli Affari Esteri, Servizio Storico e Documentazione, Archivio Storico Diplomatico, Roma, 1975, pp. 196, 203.
(12) F. Caria, The Italian Colony of San Francisco during the Italian Risorgimento, San Francisco, 2011, p. 15.
(13) R. Bach Jensen, The Battle against Anarchist Terrorism: An International History, 1878–1934, Cambridge University Press, New York, 2014, pp. 214-215.

1° revisione 25 febbraio 2016

DBDSM - BRANCHI GIOVANNI

DBDSM - DIZIONARIO BIOGRAFICO DIGITALE DI SAN MINIATO


BRANCHI GIOVANNI
Giovanni Branchi (San Miniato, 14 novembre 1846 – Firenze, 25 ottobre 1936) figlio di Enrico Branchi (Presidente del Tribunale di San Miniato) e Caterina Marchetti, è stato un diplomatico italiano vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo.
E' considerato il primo funzionario con compiti governativi del colonialismo italiano.
Operò a Budapest (1866), a Melbourne (1870), alle Isole Figi (1874) e poi a Shangai  e Yokohama (1874-1880). Nel 1881 fu nominato "commissario" ad Assab in Eritrea e partecipò alla missione diplomatica presso l'Imperatore di Etiopia Giovanni IV (1883). Fu poi Console Generale a Zanzibar (1889), a San Francisco (1891-1894), concludendo la carriera a New York (1900-1905 circa). Rientrato definitivamente in Italia, donò la sua collezione di oggetti orientali al Museo di Storia Naturale dell'Università degli Studi di Firenze.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
– Inventario dell'Archivio Storico del Ministero dell'Africa Italiana, vol. I, 1857-1939, Ministero degli Affari Esteri, Servizio Storico e Documentazione, Archivio Storico Diplomatico, Roma, 1975, pp. 1, 3, 34, 48, 196, 203.
– A. De Gubernatis, Piccolo Dizionario dei Contemporanei Italiani, Roma, 1895, pp. 143-144.
– R. Rainero, Anticolonialismo italiano da Assab ad Adua, Comunità, Milano, 1971, p. 40.
 De Leone, Branchi Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 14, Treccani, Roma, 1972, ad vocem.
– D. Natili, Un programma coloniale. La Società Geografica Italiana e le origini dell'espansione in Etiopia (1867-1884), Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Gangemi Editore, Roma, 2008, pp. 179-180, 195.
– S. Baldi, Gli italiani in Tanzania, ieri e oggi, in «Studi emigrazione», Anno XXXI, n. 113, CSER, Roma, 1994, p. 7n.
– F. Caria, The Italian Colony of San Francisco during the Italian Risorgimento, San Francisco, 2011, p. 15.
– R. Bach Jensen, The Battle against Anarchist Terrorism: An International History, 1878–1934, Cambridge University Press, New York, 2014, pp. 214-215.
RIF. SMARTARC

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domenica 7 febbraio 2016

DBDSM - DE MATTEIS ULISSE

DBDSM - DIZIONARIO BIOGRAFICO DIGITALE DI SAN MINIATO


DE MATTEIS ULISSE
Ulisse De Matteis (Firenze, 1828 – 4 febbraio 1910) è considerato uno dei maggiori artisti fiorentini della seconda metà del XIX secolo, allievo e amico di Stefano Ussi, legato a personalità del calibro di Nicolò BarabinoTelemaco Signorini e Giovanni Fattori. Da questi si distinse per la sua particolare “specializzazione”: la pittura a smalto su vetro.
Nel 1859 fondò un'impresa per l'impianto dello smalto sul vetro con Natale Bruschi, direttamente collegata a quella dei maestri vetrai Carlo e Giuseppe Francini. Vista la qualità del suo lavoro, Ulisse De Matteis ricevette commissioni di prestigio ed ebbe una carriera fatta di tanti piccoli grandi capolavori. Uno di questi è la finestra circolare della Cattedrale dei SS. Maria Assunta e Genesio Martire di San Miniato, realizzata collaborando col Bruschi e con i Francini, incentrata sull'immagine dell'Assunzione di Maria in onore del titolo della chiesa. L'opera fu realizzata nel 1861 ed è, dunque, una delle sue prime realizzazioni.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
 A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi: pittori, scultori e architetti, Le Monnier, Firenze, 1889, pp. 174-175.
– “La Nazione”, Anno 52, n. 36, sabato 5 febbraio 1910, p. 4.
– R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179-180, 192; poi anche in R. Roani,Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005, pp. 95-96. 
– S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, pp. 222-223.
RIF. SMARTARC

ULISSE DE MATTEIS E L'ASSUNZIONE DI MARIA VERGINE. UN PICCOLO CAPOLAVORO SU VETRO PER LA CATTEDRALE DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

Indice del post:
INTRODUZIONE A ULISSE DE MATTEIS
L'ASSUNZIONE DI MARIA – DESCRIZIONE E ICONOGRAFIA
I RESTAURI DELL'800 E LE VECCHIE APERTURE DELLA FACCIATA
LA COMMISSIONE DELL'OPERA
LE OPERE DI ULISSE DE MATTEIS
NOTE E RIFERIMENTI

INTRODUZIONE A ULISSE DE MATTEIS

Ulisse De Matteis (Firenze, 1828 – 4 febbraio 1910) è considerato uno dei maggiori artisti fiorentini della seconda metà del XIX secolo, allievo e amico di Stefano Ussi, legato a personalità del calibro di Nicolò Barabino, Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Da questi si distinse per la sua particolare “specializzazione”: la pittura a smalto su vetro.
Nel 1859, su consiglio del pittore e restauratore Gaetano Bianchi, fondò un'impresa per l'impianto dello smalto sul vetro con Natale Bruschi. L'attività, situata a Firenze in via Guelfa, era direttamente collegata a quella dei maestri vetrai Carlo e Giuseppe Francini che avevano sede in Piazza del Duomo. Grazie a Gaetano Bianchi, con ogni probabilità, Ulisse De Matteis poté ricevere le prime commissioni di prestigio e proseguire attraverso una carriera fatta di tanti piccoli grandi capolavori, tuttavia sconosciuti ai più. Uno di questi è la finestra circolare della Cattedrale dei SS. Maria Assunta e Genesio Martire di San Miniato, realizzata collaborando con i Francini, incentrata sull'immagine dell'Assunzione di Maria in onore del titolo della chiesa. L'opera fu realizzata nel 1861 ed è, dunque, una delle sue prime realizzazioni.

La facciata della Cattedrale dei SS. Maria e Genesio di San Miniato
durante l'apertura della Porta Santa del Giubileo della Misericordia
Si noti la vetrata con l'Assunzione di Maria al Cielo di Ulisse De Matteis
Foto di Francesco Fiumalbi

L'ASSUNZIONE DI MARIA – DESCRIZIONE E ICONOGRAFIA

La vetrata con l'immagine dipinta da Ulisse De Matteis è una discreta presenza, anche se collocata al centro della facciata della Cattedrale dei SS. Maria Assunta e Genesio Martire di San Miniato. Per apprezzarne i tratti occorre entrare all'interno e volgere le spalle all'altar maggiore, oppure, dalla piazza, attendere quei momenti in cui le luci interne della chiesa sono accese durante le celebrazioni in orario serale. Inoltre, la sua altezza rispetto alla quota del pavimento o della piazza, fa sì che i dettagli rimangano comunque poco definiti. Fortunatamente una buona immagine della vetrata è pubblicata nel volume La Cattedrale di San Miniato, curato da G. C. Romby, per la Cassa di Risparmio di San Miniato nell'anno 2004, a pagina 220.

La figura Vergine è iscritta all'interno di una aurea vesica pescis – meglio nota forse come “mandorla” – coronata dallo Spirito Santo nelle sembianze di una colomba bianca. La particolare costruzione geometrica del simbolo, ottenuto mediante l'intersezione di due cerchi, è frequentemente utilizzato nell'iconografia cristiana per rappresentare l'incontro fra i due “mondi”, quello terreno e quello celeste. Per utilizzare un termine coniato dalla cinematografia fantascientifica, si tratta di una sorta di stargate. E' quindi appropriato per rappresentare il tema dell'Assunzione di Maria al Cielo, ovvero il passaggio della Madonna dalla vita sulla Terra a quella del Cielo.

Più in dettaglio, all'interno della mandorla, Maria appare come seduta su soffici nubi bianche – quasi una “maestà”, ma senza il trono – circondata da tre serafini, riconoscibili dalla classica rappresentazione a sei ali: due per volare, due per coprirsi il volto, due per celare i piedi. Le ali scarlatte degli angeli sono dello stesso rosso intenso che caratterizza l'abito della Madonna, coperto da un manto di colore blu che fa il paio con il cielo che avvolge la mandorla. Le finiture verdi del mantello, riprendono invece la bella ghirlanda circolare riccamente decorata con fasci, frutti e fiori colorati, che contorna la composizione.

La vetrata con l'Assunzione di Maria al Cielo di Ulisse De Matteis
Foto di Francesco Fiumalbi

I RESTAURI DELL'800 E LE VECCHIE APERTURE DELLA FACCIATA

L'argomento del restauro ottocentesco della Cattedrale è stato già affrontato nel saggio di Roberta Roani Villani dal titolo Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, contenuto nel Bollettino dell'Accademia degli Euteleti n. 63 del 1996 (poi anche in Id, Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005) e in quello di Stefano Renzoni dedicato a La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, all'interno del volume La Cattedrale di San Miniato, curato Carla Giuseppina Romby per la CRSM nel 2004.
Senza entrare troppo nei dettagli, grosso modo a partire dal gennaio 1858 e fino al dicembre 1861 la Cattedrale dei SS. Maria e Genesio di San Miniato fu interessata da un considerevole intervento di ristrutturazione e rinnovamento stilistico, sotto la guida dell'Arch. Pietro Bernardini. Per dirla con termini mutuati dall'Industrial Design: non un semplice restyling, quanto un vero e proprio revamping. L'apparato delle aperture della facciata fu tra le parti che furono risistemate.

Un'idea circa la configurazione delle finestre della facciata del Duomo precedentemente ai lavori di metà '800, si può avere osservando l'immagine proposta nel Viaggio Pittorico della Toscana di Francesco Fontani, stampato negli anni 1801-1803 (ristampato varie volte nel 1817, 1822 e 1827-34). Si tratta dell'incisione Veduta della Cattedrale di San Miniato, realizzata da Antonio e Jacopo Terreni a corredo della dissertazione. Rappresenta l'unica testimonianza iconografica conosciuta dello stato della facciata conseguentemente ai lavori promossi dal Vescovo Domenico Poltri fra il 1766 e il 1769 e di cui abbiamo parlato nel post 1759 – LA RIAPERTURA DEL DUOMO DI SAN MINIATO.

In particolare, grazie all'immagine dei Terreni, si nota l'ampio finestrone rettangolare al centro della facciata, accordato ad altre due aperture più piccole e della medesima forma, situate al di sopra dei portali laterali. Il progetto ottocentesco del Bernardini, infatti, prevedeva anche la realizzazione di una nuova facciata. Per questo motivo, la tamponatura delle vecchie aperture avvenne in maniera piuttosto grossolana, cosicché i segni e le forme rimangono avvertibili ancora oggi.

Antonio e Jacopo Terreni, Veduta della Città di San Miniato,
in Francesco Fontani, Viaggio Pittorico della Toscana,
Tomo IV, Firenze, 1817, p. 229.

La facciata della Cattedrale di San Miniato
con l'individuazione delle vecchie aperture
Foto di Francesco Fiumalbi

LA COMMISSIONE DELL'OPERA

Già nelle prime indicazioni progettuali del 20 gennaio 1858 formulate dall'architetto Pietro Bernardini e della commissione del clero sanminiatese che sovrintendeva ai lavori di restauro della Cattedrale, veniva individuata la necessità di ripristinare l'originaria forma circolare delle finestre laterali e la sistemazione di quella centrale, caratterizzata da un'Assunzione in forma ellittica, ormai rovinatissima (01).

La commissione era presieduta dal Proposto della Cattedrale Giuseppe Conti, che prese contatto con l'artista e restauratore Guglielmo Botti, il quale poteva vantare importanti commissioni nell'ambito pisano, in cui era molto attivo. I primi due bozzetti inviati a San Miniato dal Botti e presentati l'8 aprile 1859 – uno per l'oculo principale, l'altro per quelli laterali – sconsigliavano di riutilizzare gli elementi della vecchia vetrata e prevedevano l'immagine della Madonna circondata da teste di cherubino a chiaroscuro su fondo oro (02).
Nel frattempo, visto l'insorgere di esitazioni e complicazioni di varia natura, il Proposto Giuseppe Conti cominciò a guardasi intorno alla ricerca di valide alternative, interpellando i maestri vetrai fiorentini Carlo e Giuseppe Francini. Questi, il 22 ottobre 1859, preso atto delle condizioni della vetrata, proposero subito di progettarne una nuova, cercando di salvare il salvabile della vecchia (03).

In questo frangente la commissione dovette avere non poche difficoltà nel decidere sul da farsi. Gugliemo Botti, in un paio di missive datate 27 ottobre e 16 novembre 1859, manifestò ulteriori indugi tecnici e stilistici, oltre a difficoltà economiche per l'accettazione dell'incarico. L'artista pisano, infatti, aveva avanzato l'ipotesi di sistemare in forma circolare l'originaria vetrata ellittica, sostituendo i cherubini con frutti; aveva proposto, inoltre, di rivedere la proposta economica a meno di posticipare la consegna all'anno 1861, viste anche le importanti commesse da evadere (04). Più o meno negli stessi giorni, il 16 e il 25 novembre 1859, i Francini proposero un loro primo bozzetto che, tuttavia, per loro stessa ammissione, risultò assai modesto. Si trattava della vecchia figura della Vergine, da reimpiegare su un nuovo campo celeste, contornato da un nastro a frutte (05).

La questione rimase in sospeso per più di un anno, risolvendosi nell'estate del 1861, quando i lavori alla Cattedrale si avviavano verso la conclusione. Infatti, solamente il 31 agosto 1861 venne stipulata l'“impegnativa” con i Francini, che coinvolsero Ulisse De Matteis per la figura della Vergine Assunta e Natale Bruschi per i dettagli (06).
Il risultato finale fu un compromesso fra le varie proposte. Rimase la forma ellittica, o meglio a “mandorla”, in cui venne iscritta la nuova figura della Madonna del De Matteis, furono accolti i cherubini del Botti – anche se poi furono disegnati dei serafini – il tutto inserito in una ghirlanda di fiori e frutti come suggerito dai Francini. La vetrata, così composta, venne installata nell'oculo centrale della facciata della Cattedrale il 15 dicembre 1861 (07). La chiesa, così rinnovata, venne solennemente riaperta al pubblico il successivo 26 dicembre 1861 (08).

La facciata della Cattedrale dei SS. Maria e Genesio di San Miniato
durante l'apertura della Porta Santa del Giubileo della Misericordia
Si noti la vetrata con l'Assunzione di Maria al Cielo di Ulisse De Matteis
Foto di Francesco Fiumalbi

LE OPERE DI ULISSE DE MATTEIS

Nel primo paragrafo di questo post è stata proposta una breve e sintetica nota su Ulisse De Matteis. Abbiamo visto come la scelta della Commissione per i restauri della Cattedrale cadde su i Francini e di conseguenza sul De Matteis. E' noto, tuttavia, che De Matteis fosse legato a Stefano Ussi, amico a sua volta di Augusto Conti. Il celebre filosofo sanminiatese aveva già felicemente suggerito i nomi degli scultori Giovanni e Amalia Dupré al Proposto Giuseppe Conti. Appare lecito, quindi, ipotizzare un nuovo interessamento dello stesso Augusto Conti.

Per dare un'idea della levatura di questo artista e restauratore fiorentino, vale la pena di proporre le parole utilizzate da Angelo De Gubernatis nel suo Dizionario degli artisti italiani viventi: pittori, scultori e architetti, pubblicato nel 1889:

«De Matteis (Ulisse) pittore sul vetro, toscano, nato a Firenze nel 1828. Fece dapprima, per bisogno, l'intagliatore, trovando modo, mentre esercitava l'arte, che gli dava i mezzi per vivere, di coltivare anche la pittura, studiando all'Accademia, alle lezioni del nudo. L'amicizia di Stefano Ussi, col quale aveva passato insieme i pericoli delle armi a Curtatone e Montanara, e la prigionia a Theresienstadt in Austria, gli fu d'aiuto o d'incoraggiamento per dedicarsi completamente all'arte, e lavorò dapprima copiando e vendendo i quadri copiati ai forestieri o ai negozianti. Consigliato dal prof. Gaetano Bianchi, il De Matteis insieme con Natale Bruschi si dedicava all'impresa della pittura a smalto, e dopo lunghe e faticose lotte, aiutati dal Frangini, negoziante vetraio a Firenze, i due amici fondarono una società per l'impianto dello smalto sul vetro, che, approvata dall'Accademia di Belle Arti, ebbe ampio svolgimento e fruttò onori al De Matteis e al Bruschi, che furono anche eletti Accademici residenti. Avviata in tal guisa sì artistica industria, non mancarono al De Matteis lavori e tra questi importantissimi, le due grandi vetrato del tempio di Santa Croce a Firenze, una finestra nella chiesa di Or San Michele , i finestroni della Cappella Mortuaria, alcuni finestroni al Castello di Vincigliata, pure a Firenze; un gran lavoro nella Cattedrale di Genova, le vetrate della cappella Rabattino a Genova; un gran finestrone circolare per la cattedrale di San Miniato al Tedesco, ed uno per una chiesa di Sesto in Toscana; vari lavori nelle cattedrali di Siena, Lucca e Prato ed in altre chiese di queste e di altre città. Il De Matteis, per tali lavori, per le sue stupende opere esposte a Londra, a Parigi, a Vienna ed in Italia, ha ricevuto moltissimi premi ed è stato nominato membro dell'Accademia Ligustica e di altri sodalizi artistici, e Cavaliere della Corona d' Italia. Anche oggi, sebbene in età avanzata, il De Matteis è appassionato per la sua nobile arte, cui si può dire è stato il rinnovatore o meglio il creatore in Firenze; e mentre scriviamo si propone di fondare una scuola, alla quale auguriamo, quando che sia, prospera sorte.» Testo tratto da A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi: pittori, scultori e architetti, Le Monnier, Firenze, 1889, pp. 174-175.

Ulteriori informazioni e dettagli si trovano anche nell'articolo pubblicato in occasione della sua morte sul quotidiano “La Nazione”, Anno 52, n. 36, sabato 5 febbraio 1910, p. 4.

LA MORTE DEL PITTORE ULISSE DE MATTEIS
«Ieri si è spento, ottantenne, in Firenze, il cav. professor De Matteis, artista valente, modesto gregario della gloriosa pleiade che ebbe Niccolò Barabino, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, amicissimi suoi.
Con i due suoi fratelli, di lui maggiori di età, fu a Curtatone col battaglione dei volontari toscani e passò con loro la prigionia dell'Austria a Theresenstadt, dove Stefano Ussi con affetto più che fraterno, mai venuto meno, lo addestrò nel magistero dell'arte.
Intagliatore col Cheloni, coltivò con assidua cura e tenace volere la pittura finché si dette esclusivamente a questa, fondando con Giuseppe Francini uno stabilimento di pittura a smalto su vetro, che poi condusse da sé, seguendo per poco il gusto del tempo e quindi, con opere magistrali innumerevoli in ogni parte d'Italia, in Inghilterra, in Russia, in America, di mano in mano tornando alle forme ed alla tecnica del più fulgido periodo di quell'arte in Italia: stabilimento ed opere che lascia onorato e rinomato retaggio di una vita integra per onestà e virilità di carattere e laboriosissima.
Padre esemplare, educò rigidamente la numerosa famiglia ai sentimenti della dignità e del dovere, ne sviluppò la inclinazione naturale all'arte e ne fece abilissimi continuatori dell'opera sua. Di fortissima tempra, resse alla sventura che di recente gli strappò un figliuolo ed una figliuola che erano il suo orgoglio; ha lottato ora più giorni contro una fierissima bronco-polmonite, che finalmente lo ha vinto.»

L'ampia produzione del De Matteis è contenuta nel “catalogo” pubblicato nel 1915: Officina De Matteis, vetraria: per la costruzione e per il restauro di vetrate dipinte a smalto a gran fuoco, secondo il sistema degli antichi maestri. Per citare alcune realizzazioni:
Decorazione e pitture delle vetrate (Madonna con Bambino e gli stemmi di John Temple Leader e della consorte) per la cappella adiacente la Villa di Maiano nel comune di Fiesole, oltre a varie finestre al vicino castello di Vincigliata (1863-64).
Vetrata con le raffigurazioni Vergine Immacolata, Sacro Cuore di Gesù, San Girolamo, San Germano, San Tarario e San Sofronio presso al Cappella Spinelli nella Basilica di Santa Croce a Firenze (1869).
Pitture sulla cupoletta vetrata della Cappella Rubattino presso il cimitero di Staglieno a Genova, dove lavorò a fianco di Nicolò Barabino (1871).
Profeti dell'Antico Testamento sovrastati dalle Virtù Cardinali e Santi: Abramo e S. Giuseppe, S. Gioacchino, Davide e Sant’Anna, Daniele e presso la Cappella di San Giovanni nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova (1875).

Recenti pubblicazioni di interesse per Ulisse De Matteis:

Marilena Caciorgna, Le «idee artistiche… sono variabili secondo le teste e secondo i tempi». Le vetrate attribuite alla bottega di Domenico Ghirlandaio nel Duomo di Siena, l’intervento di Giuseppe Partini, il restauro di Ulisse De Matteis, in «Quaderni dell’Opera», 13-14, 2009-2010, pp. 215-280.

Nancy Thompson, The State of Stained Glass in 19th-Century Italy: Ulisse De Matteis and the vitrail archéologique, in «Journal of Glass Studies», The Corning Museum of Glass, Corning, New York, n. 52, 2010, 217-231.

NOTE E RIFERIMENTI
(01) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1547, c. 183, documento del 20 gennaio 1858; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222.
(02) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1547, c. 474, documento del 8 aprile 1859; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222; cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179, 192; poi anche in R. Roani, Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005, pp. 95-96. Secondo Roani, la data sarebbe da leggere come 28 aprile 1859.
(03) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1547, documento del 22 ottobre 1859; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222.
(04) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, lettera del 27 ottobre 1859 e lettera del 16 novembre 1859; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222. cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179, 192; poi anche in R. Roani, Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005, pp. 95-96. Secondo Roani, la data del 16 novembre sarebbe da leggere come 5 novembre 1859.
(05) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, lettera del 16 novembre 1859 e lettera del 25 novembre 1859; cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179-180; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 223.
(06) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, c. 92, documento del 31 agosto 1861; cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 180, 192; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 223.
(07) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, c. 194, documento del 15 dicembre 1861; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 223.
(08) G. Piombanti, Guida della Città di San Miniato al Tedesco. Con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 49.
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