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domenica 7 febbraio 2016

ULISSE DE MATTEIS E L'ASSUNZIONE DI MARIA VERGINE. UN PICCOLO CAPOLAVORO SU VETRO PER LA CATTEDRALE DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

Indice del post:
INTRODUZIONE A ULISSE DE MATTEIS
L'ASSUNZIONE DI MARIA – DESCRIZIONE E ICONOGRAFIA
I RESTAURI DELL'800 E LE VECCHIE APERTURE DELLA FACCIATA
LA COMMISSIONE DELL'OPERA
LE OPERE DI ULISSE DE MATTEIS
NOTE E RIFERIMENTI

INTRODUZIONE A ULISSE DE MATTEIS

Ulisse De Matteis (Firenze, 1828 – 4 febbraio 1910) è considerato uno dei maggiori artisti fiorentini della seconda metà del XIX secolo, allievo e amico di Stefano Ussi, legato a personalità del calibro di Nicolò Barabino, Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Da questi si distinse per la sua particolare “specializzazione”: la pittura a smalto su vetro.
Nel 1859, su consiglio del pittore e restauratore Gaetano Bianchi, fondò un'impresa per l'impianto dello smalto sul vetro con Natale Bruschi. L'attività, situata a Firenze in via Guelfa, era direttamente collegata a quella dei maestri vetrai Carlo e Giuseppe Francini che avevano sede in Piazza del Duomo. Grazie a Gaetano Bianchi, con ogni probabilità, Ulisse De Matteis poté ricevere le prime commissioni di prestigio e proseguire attraverso una carriera fatta di tanti piccoli grandi capolavori, tuttavia sconosciuti ai più. Uno di questi è la finestra circolare della Cattedrale dei SS. Maria Assunta e Genesio Martire di San Miniato, realizzata collaborando con i Francini, incentrata sull'immagine dell'Assunzione di Maria in onore del titolo della chiesa. L'opera fu realizzata nel 1861 ed è, dunque, una delle sue prime realizzazioni.

La facciata della Cattedrale dei SS. Maria e Genesio di San Miniato
durante l'apertura della Porta Santa del Giubileo della Misericordia
Si noti la vetrata con l'Assunzione di Maria al Cielo di Ulisse De Matteis
Foto di Francesco Fiumalbi

L'ASSUNZIONE DI MARIA – DESCRIZIONE E ICONOGRAFIA

La vetrata con l'immagine dipinta da Ulisse De Matteis è una discreta presenza, anche se collocata al centro della facciata della Cattedrale dei SS. Maria Assunta e Genesio Martire di San Miniato. Per apprezzarne i tratti occorre entrare all'interno e volgere le spalle all'altar maggiore, oppure, dalla piazza, attendere quei momenti in cui le luci interne della chiesa sono accese durante le celebrazioni in orario serale. Inoltre, la sua altezza rispetto alla quota del pavimento o della piazza, fa sì che i dettagli rimangano comunque poco definiti. Fortunatamente una buona immagine della vetrata è pubblicata nel volume La Cattedrale di San Miniato, curato da G. C. Romby, per la Cassa di Risparmio di San Miniato nell'anno 2004, a pagina 220.

La figura Vergine è iscritta all'interno di una aurea vesica pescis – meglio nota forse come “mandorla” – coronata dallo Spirito Santo nelle sembianze di una colomba bianca. La particolare costruzione geometrica del simbolo, ottenuto mediante l'intersezione di due cerchi, è frequentemente utilizzato nell'iconografia cristiana per rappresentare l'incontro fra i due “mondi”, quello terreno e quello celeste. Per utilizzare un termine coniato dalla cinematografia fantascientifica, si tratta di una sorta di stargate. E' quindi appropriato per rappresentare il tema dell'Assunzione di Maria al Cielo, ovvero il passaggio della Madonna dalla vita sulla Terra a quella del Cielo.

Più in dettaglio, all'interno della mandorla, Maria appare come seduta su soffici nubi bianche – quasi una “maestà”, ma senza il trono – circondata da tre serafini, riconoscibili dalla classica rappresentazione a sei ali: due per volare, due per coprirsi il volto, due per celare i piedi. Le ali scarlatte degli angeli sono dello stesso rosso intenso che caratterizza l'abito della Madonna, coperto da un manto di colore blu che fa il paio con il cielo che avvolge la mandorla. Le finiture verdi del mantello, riprendono invece la bella ghirlanda circolare riccamente decorata con fasci, frutti e fiori colorati, che contorna la composizione.

La vetrata con l'Assunzione di Maria al Cielo di Ulisse De Matteis
Foto di Francesco Fiumalbi

I RESTAURI DELL'800 E LE VECCHIE APERTURE DELLA FACCIATA

L'argomento del restauro ottocentesco della Cattedrale è stato già affrontato nel saggio di Roberta Roani Villani dal titolo Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, contenuto nel Bollettino dell'Accademia degli Euteleti n. 63 del 1996 (poi anche in Id, Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005) e in quello di Stefano Renzoni dedicato a La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, all'interno del volume La Cattedrale di San Miniato, curato Carla Giuseppina Romby per la CRSM nel 2004.
Senza entrare troppo nei dettagli, grosso modo a partire dal gennaio 1858 e fino al dicembre 1861 la Cattedrale dei SS. Maria e Genesio di San Miniato fu interessata da un considerevole intervento di ristrutturazione e rinnovamento stilistico, sotto la guida dell'Arch. Pietro Bernardini. Per dirla con termini mutuati dall'Industrial Design: non un semplice restyling, quanto un vero e proprio revamping. L'apparato delle aperture della facciata fu tra le parti che furono risistemate.

Un'idea circa la configurazione delle finestre della facciata del Duomo precedentemente ai lavori di metà '800, si può avere osservando l'immagine proposta nel Viaggio Pittorico della Toscana di Francesco Fontani, stampato negli anni 1801-1803 (ristampato varie volte nel 1817, 1822 e 1827-34). Si tratta dell'incisione Veduta della Cattedrale di San Miniato, realizzata da Antonio e Jacopo Terreni a corredo della dissertazione. Rappresenta l'unica testimonianza iconografica conosciuta dello stato della facciata conseguentemente ai lavori promossi dal Vescovo Domenico Poltri fra il 1766 e il 1769 e di cui abbiamo parlato nel post 1759 – LA RIAPERTURA DEL DUOMO DI SAN MINIATO.

In particolare, grazie all'immagine dei Terreni, si nota l'ampio finestrone rettangolare al centro della facciata, accordato ad altre due aperture più piccole e della medesima forma, situate al di sopra dei portali laterali. Il progetto ottocentesco del Bernardini, infatti, prevedeva anche la realizzazione di una nuova facciata. Per questo motivo, la tamponatura delle vecchie aperture avvenne in maniera piuttosto grossolana, cosicché i segni e le forme rimangono avvertibili ancora oggi.

Antonio e Jacopo Terreni, Veduta della Città di San Miniato,
in Francesco Fontani, Viaggio Pittorico della Toscana,
Tomo IV, Firenze, 1817, p. 229.

La facciata della Cattedrale di San Miniato
con l'individuazione delle vecchie aperture
Foto di Francesco Fiumalbi

LA COMMISSIONE DELL'OPERA

Già nelle prime indicazioni progettuali del 20 gennaio 1858 formulate dall'architetto Pietro Bernardini e della commissione del clero sanminiatese che sovrintendeva ai lavori di restauro della Cattedrale, veniva individuata la necessità di ripristinare l'originaria forma circolare delle finestre laterali e la sistemazione di quella centrale, caratterizzata da un'Assunzione in forma ellittica, ormai rovinatissima (01).

La commissione era presieduta dal Proposto della Cattedrale Giuseppe Conti, che prese contatto con l'artista e restauratore Guglielmo Botti, il quale poteva vantare importanti commissioni nell'ambito pisano, in cui era molto attivo. I primi due bozzetti inviati a San Miniato dal Botti e presentati l'8 aprile 1859 – uno per l'oculo principale, l'altro per quelli laterali – sconsigliavano di riutilizzare gli elementi della vecchia vetrata e prevedevano l'immagine della Madonna circondata da teste di cherubino a chiaroscuro su fondo oro (02).
Nel frattempo, visto l'insorgere di esitazioni e complicazioni di varia natura, il Proposto Giuseppe Conti cominciò a guardasi intorno alla ricerca di valide alternative, interpellando i maestri vetrai fiorentini Carlo e Giuseppe Francini. Questi, il 22 ottobre 1859, preso atto delle condizioni della vetrata, proposero subito di progettarne una nuova, cercando di salvare il salvabile della vecchia (03).

In questo frangente la commissione dovette avere non poche difficoltà nel decidere sul da farsi. Gugliemo Botti, in un paio di missive datate 27 ottobre e 16 novembre 1859, manifestò ulteriori indugi tecnici e stilistici, oltre a difficoltà economiche per l'accettazione dell'incarico. L'artista pisano, infatti, aveva avanzato l'ipotesi di sistemare in forma circolare l'originaria vetrata ellittica, sostituendo i cherubini con frutti; aveva proposto, inoltre, di rivedere la proposta economica a meno di posticipare la consegna all'anno 1861, viste anche le importanti commesse da evadere (04). Più o meno negli stessi giorni, il 16 e il 25 novembre 1859, i Francini proposero un loro primo bozzetto che, tuttavia, per loro stessa ammissione, risultò assai modesto. Si trattava della vecchia figura della Vergine, da reimpiegare su un nuovo campo celeste, contornato da un nastro a frutte (05).

La questione rimase in sospeso per più di un anno, risolvendosi nell'estate del 1861, quando i lavori alla Cattedrale si avviavano verso la conclusione. Infatti, solamente il 31 agosto 1861 venne stipulata l'“impegnativa” con i Francini, che coinvolsero Ulisse De Matteis per la figura della Vergine Assunta e Natale Bruschi per i dettagli (06).
Il risultato finale fu un compromesso fra le varie proposte. Rimase la forma ellittica, o meglio a “mandorla”, in cui venne iscritta la nuova figura della Madonna del De Matteis, furono accolti i cherubini del Botti – anche se poi furono disegnati dei serafini – il tutto inserito in una ghirlanda di fiori e frutti come suggerito dai Francini. La vetrata, così composta, venne installata nell'oculo centrale della facciata della Cattedrale il 15 dicembre 1861 (07). La chiesa, così rinnovata, venne solennemente riaperta al pubblico il successivo 26 dicembre 1861 (08).

La facciata della Cattedrale dei SS. Maria e Genesio di San Miniato
durante l'apertura della Porta Santa del Giubileo della Misericordia
Si noti la vetrata con l'Assunzione di Maria al Cielo di Ulisse De Matteis
Foto di Francesco Fiumalbi

LE OPERE DI ULISSE DE MATTEIS

Nel primo paragrafo di questo post è stata proposta una breve e sintetica nota su Ulisse De Matteis. Abbiamo visto come la scelta della Commissione per i restauri della Cattedrale cadde su i Francini e di conseguenza sul De Matteis. E' noto, tuttavia, che De Matteis fosse legato a Stefano Ussi, amico a sua volta di Augusto Conti. Il celebre filosofo sanminiatese aveva già felicemente suggerito i nomi degli scultori Giovanni e Amalia Dupré al Proposto Giuseppe Conti. Appare lecito, quindi, ipotizzare un nuovo interessamento dello stesso Augusto Conti.

Per dare un'idea della levatura di questo artista e restauratore fiorentino, vale la pena di proporre le parole utilizzate da Angelo De Gubernatis nel suo Dizionario degli artisti italiani viventi: pittori, scultori e architetti, pubblicato nel 1889:

«De Matteis (Ulisse) pittore sul vetro, toscano, nato a Firenze nel 1828. Fece dapprima, per bisogno, l'intagliatore, trovando modo, mentre esercitava l'arte, che gli dava i mezzi per vivere, di coltivare anche la pittura, studiando all'Accademia, alle lezioni del nudo. L'amicizia di Stefano Ussi, col quale aveva passato insieme i pericoli delle armi a Curtatone e Montanara, e la prigionia a Theresienstadt in Austria, gli fu d'aiuto o d'incoraggiamento per dedicarsi completamente all'arte, e lavorò dapprima copiando e vendendo i quadri copiati ai forestieri o ai negozianti. Consigliato dal prof. Gaetano Bianchi, il De Matteis insieme con Natale Bruschi si dedicava all'impresa della pittura a smalto, e dopo lunghe e faticose lotte, aiutati dal Frangini, negoziante vetraio a Firenze, i due amici fondarono una società per l'impianto dello smalto sul vetro, che, approvata dall'Accademia di Belle Arti, ebbe ampio svolgimento e fruttò onori al De Matteis e al Bruschi, che furono anche eletti Accademici residenti. Avviata in tal guisa sì artistica industria, non mancarono al De Matteis lavori e tra questi importantissimi, le due grandi vetrato del tempio di Santa Croce a Firenze, una finestra nella chiesa di Or San Michele , i finestroni della Cappella Mortuaria, alcuni finestroni al Castello di Vincigliata, pure a Firenze; un gran lavoro nella Cattedrale di Genova, le vetrate della cappella Rabattino a Genova; un gran finestrone circolare per la cattedrale di San Miniato al Tedesco, ed uno per una chiesa di Sesto in Toscana; vari lavori nelle cattedrali di Siena, Lucca e Prato ed in altre chiese di queste e di altre città. Il De Matteis, per tali lavori, per le sue stupende opere esposte a Londra, a Parigi, a Vienna ed in Italia, ha ricevuto moltissimi premi ed è stato nominato membro dell'Accademia Ligustica e di altri sodalizi artistici, e Cavaliere della Corona d' Italia. Anche oggi, sebbene in età avanzata, il De Matteis è appassionato per la sua nobile arte, cui si può dire è stato il rinnovatore o meglio il creatore in Firenze; e mentre scriviamo si propone di fondare una scuola, alla quale auguriamo, quando che sia, prospera sorte.» Testo tratto da A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi: pittori, scultori e architetti, Le Monnier, Firenze, 1889, pp. 174-175.

Ulteriori informazioni e dettagli si trovano anche nell'articolo pubblicato in occasione della sua morte sul quotidiano “La Nazione”, Anno 52, n. 36, sabato 5 febbraio 1910, p. 4.

LA MORTE DEL PITTORE ULISSE DE MATTEIS
«Ieri si è spento, ottantenne, in Firenze, il cav. professor De Matteis, artista valente, modesto gregario della gloriosa pleiade che ebbe Niccolò Barabino, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, amicissimi suoi.
Con i due suoi fratelli, di lui maggiori di età, fu a Curtatone col battaglione dei volontari toscani e passò con loro la prigionia dell'Austria a Theresenstadt, dove Stefano Ussi con affetto più che fraterno, mai venuto meno, lo addestrò nel magistero dell'arte.
Intagliatore col Cheloni, coltivò con assidua cura e tenace volere la pittura finché si dette esclusivamente a questa, fondando con Giuseppe Francini uno stabilimento di pittura a smalto su vetro, che poi condusse da sé, seguendo per poco il gusto del tempo e quindi, con opere magistrali innumerevoli in ogni parte d'Italia, in Inghilterra, in Russia, in America, di mano in mano tornando alle forme ed alla tecnica del più fulgido periodo di quell'arte in Italia: stabilimento ed opere che lascia onorato e rinomato retaggio di una vita integra per onestà e virilità di carattere e laboriosissima.
Padre esemplare, educò rigidamente la numerosa famiglia ai sentimenti della dignità e del dovere, ne sviluppò la inclinazione naturale all'arte e ne fece abilissimi continuatori dell'opera sua. Di fortissima tempra, resse alla sventura che di recente gli strappò un figliuolo ed una figliuola che erano il suo orgoglio; ha lottato ora più giorni contro una fierissima bronco-polmonite, che finalmente lo ha vinto.»

L'ampia produzione del De Matteis è contenuta nel “catalogo” pubblicato nel 1915: Officina De Matteis, vetraria: per la costruzione e per il restauro di vetrate dipinte a smalto a gran fuoco, secondo il sistema degli antichi maestri. Per citare alcune realizzazioni:
Decorazione e pitture delle vetrate (Madonna con Bambino e gli stemmi di John Temple Leader e della consorte) per la cappella adiacente la Villa di Maiano nel comune di Fiesole, oltre a varie finestre al vicino castello di Vincigliata (1863-64).
Vetrata con le raffigurazioni Vergine Immacolata, Sacro Cuore di Gesù, San Girolamo, San Germano, San Tarario e San Sofronio presso al Cappella Spinelli nella Basilica di Santa Croce a Firenze (1869).
Pitture sulla cupoletta vetrata della Cappella Rubattino presso il cimitero di Staglieno a Genova, dove lavorò a fianco di Nicolò Barabino (1871).
Profeti dell'Antico Testamento sovrastati dalle Virtù Cardinali e Santi: Abramo e S. Giuseppe, S. Gioacchino, Davide e Sant’Anna, Daniele e presso la Cappella di San Giovanni nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova (1875).

Recenti pubblicazioni di interesse per Ulisse De Matteis:

Marilena Caciorgna, Le «idee artistiche… sono variabili secondo le teste e secondo i tempi». Le vetrate attribuite alla bottega di Domenico Ghirlandaio nel Duomo di Siena, l’intervento di Giuseppe Partini, il restauro di Ulisse De Matteis, in «Quaderni dell’Opera», 13-14, 2009-2010, pp. 215-280.

Nancy Thompson, The State of Stained Glass in 19th-Century Italy: Ulisse De Matteis and the vitrail archéologique, in «Journal of Glass Studies», The Corning Museum of Glass, Corning, New York, n. 52, 2010, 217-231.

NOTE E RIFERIMENTI
(01) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1547, c. 183, documento del 20 gennaio 1858; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222.
(02) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1547, c. 474, documento del 8 aprile 1859; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222; cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179, 192; poi anche in R. Roani, Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005, pp. 95-96. Secondo Roani, la data sarebbe da leggere come 28 aprile 1859.
(03) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1547, documento del 22 ottobre 1859; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222.
(04) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, lettera del 27 ottobre 1859 e lettera del 16 novembre 1859; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 222. cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179, 192; poi anche in R. Roani, Restauri in Toscana tra Settecento e Ottocento, Edifir, Firenze, 2005, pp. 95-96. Secondo Roani, la data del 16 novembre sarebbe da leggere come 5 novembre 1859.
(05) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, lettera del 16 novembre 1859 e lettera del 25 novembre 1859; cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 179-180; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 223.
(06) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, c. 92, documento del 31 agosto 1861; cfr. R. Roani, Restauri a San Miniato al Tedesco: documenti per una storia, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 63, San Miniato, 1996, pp. 180, 192; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 223.
(07) Archivio Vescovile di San Miniato, n. 1546, c. 194, documento del 15 dicembre 1861; cfr. S. Renzoni, La ristrutturazione della Cattedrale tra Ottocento e Novecento, in La Cattedrale di San Miniato, a cura di C. G. Romby, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 2004, p. 223.
(08) G. Piombanti, Guida della Città di San Miniato al Tedesco. Con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 49.

domenica 15 febbraio 2015

LE VEDUTE SANMINIATESI DI CASA SPADOLINI A FIRENZE

a cura di Francesco Fiumalbi

PREMESSA
Spesso capita di fare delle piccole grandi scoperte quasi per caso o tramite l'impulso di una persona amica. Stavolta il merito va attribuito all'infaticabile Giuseppe “Beppe” Chelli, il quale mi ha informato circa il legame fra San Miniato e la famiglia Spadolini. Sì, proprio gli Spadolini a cui appartenne Giovanni Spadolini, già Presidente del Consiglio dei Ministri, più volte Ministro, nonché Presidente del Senato. Vale la pena di ricordare anche i fratelli, Pierluigi (architetto e designer molto noto) e Paolo Emilio (medico).
Al termine di una complessa ricerca on-line, e con l'aiuto della nostra efficientissima Biblioteca Comunale, mi sono ritrovato fra le mani un interessante libriccino dal titolo: Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa Spadolini, pubblicato per cura di Giovanni Spadolini e della Fondazione Nuova Antologia, dato alle stampe nel 1986. Da qui sono tratte le informazioni contenute in questo post.

LUIGI SPADOLINI ED ENRICHETTA GALLI
I fratelli Giovanni, Pierluigi e Paolo Emilio erano figli di Guido Spadolini, pittore molto appressato, a cui tra l'altro, proprio in questi giorni, il Comune di Firenze sta tributando una mostra presso l'Archivio Storico. Guido, nato nel 1889 (assieme ai due fratelli Igino, classe 1887, e a Lolì, di quattro anni più giovane), era figlio di Luigi Spadolini. E qui comincia la nostra storia.
Luigi Spadolini nacque a Treia, in provincia di Macerata, il 7 settembre 1861. Amante della musica, ed esperto suonatore di violino, nella cittadina natale ebbe modo di compiere studi di agraria, presso la locale Società d'Agricoltura e d'Industria, poi Comizio Agrario di Macerata, fondata nel 1843. Poco più che ventenne, fu chiamato a prestare la propria opera presso la proprietà dei Conti Rasponi dalle Teste, che avevano acquistato il castello di Barbialla (Comune di Montaione) e l'annessa tenuta in Valdegola.
Ed è proprio qui, nel cuore della campagna toscana, che Luigi Spadolini conobbe una giovane ragazza sanminiatese. Si chiamava Enrichetta Galli, era nata nel 1865, e nel 1887 divenne sua moglie. Dunque, riavvolgendo il filo di questa storia, Enrichetta Galli fu la nonna di Giovanni Spadolini.
Il padre di Enrichetta Galli, Igino, era farmacista in San Miniato ed aveva “bottega” proprio di faccia all'edificio dove abitò Giosué Carducci durante la sua parentesi all'ombra della Rocca. Quindi si trovava fra Piazza Grifoni e la chiesa della Nunziatina, lungo il fronte nord dell'attuale via Carducci. Il banco della farmacia è entrato a far parte della collezione della Fondazione Spadolini Nuova Antologia: la tradizione familiare narrava che proprio su quel ripiano il giovane Carducci avesse abbozzato alcune delle sue celebri “Rime” sanminiatesi.
Probabilmente Enrichetta Galli era parente del Canonico Francesco Maria Galli Angelini (San Miniato, 1882-1957). Su questo aspetto cercheremo di approfondire.

LE VEDUTE SANMINIATESI IN CASA SPADOLINI
Luigi Spadolini e la moglie Enrichetta Galli presero casa a Firenze, e precisamente acquistarono una abitazione lungo l'attuale via Cavour. Sul finire del secolo, affidarono la decorazione della sala principale al pittore fiorentino Giovanni Panti. Attualmente l'immobile appartiene alla Fondazione Spadolini Nuova Antologia, contiene parte della prestigiosa biblioteca, ed è in corso di restauro per poter essere aperto al pubblico.
La stanza in questione, di forma rettangolare, è situata al primo piano della residenza, con dimensioni di circa 8,5 per 5,5 metri. Giovanni Panti decorò la superficie del soffitto con un elegante riquadratura, costituita da motivi geometrici e floreali tipici del tardo Ottocento. Al centro, dentro un'ellisse, si trovano tre putti, a celebrare la nascita dei tre figli della coppia (Igino, Guido e Lolì). Ai margini, all'interno del riquadro più ampio, trovano spazio dieci medaglioni raffiguranti i luoghi peculiari della vita di Luigi Spadolini ed Enrichetta Galli. Non si tratta di opere particolarmente raffinare, ed è difficile capire se il pittore Panti si fosse dovuto recare direttamente nei luoghi indicati dalla coppia, oppure se avesse potuto disporre di immagini fotografiche.
Questo l'apparato iconografico dei medaglioni:
1. Treia, Porta Palestro
2. Treia, Piazza Umberto
3. Treia, Chiesa degli Zoccolanti
4. Treia, Antico Ospedale
5. Treia, Torretta di Broglio
6. Macerata, Comizio Agrario
7. Barbialla
8. San Miniato
9. San Miniato
10. Firenze, Villa Spadolini a Rimbiana

La veduta del castello di Barbialla mostra un complesso di edifici raccolti attorno alla caratteristica torre che, ancora oggi, svetta e domina la media Valdegola. Rappresenta, forse, una delle prime testimonianze iconografie del castello.

G. Panti, Barbialla, pittura nel salone di casa Spadolini a Firenze
Immagine tratta da G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa SpadoliniFondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986, p. 19
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

La prima veduta dedicata a San Miniato sembra rappresentare il fronte orientale della città, come potrebbe essere osservato grosso modo da Pian delle Fornaci. La Rocca appare quasi sproporzionata. Alla sinistra si notano le sagome del campanile del Duomo e il Santuario del SS. Crocifisso. Alla destra, invece, fa capolino un campanile cuspidato che per posizione dovrebbe appartenere alla chiesa di San Francesco, anche se molto diverso nelle forme.

G. Panti, S. Miniato, pittura nel salone di casa Spadolini a Firenze
Immagine tratta da G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa SpadoliniFondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986, p. 21
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

La seconda veduta sanminiatese, invece, rappresenta la città sul fronte occidentale, con il punto di vista fissato nella zona delle Colline. Sulla sinistra trova spazio un'ampia costruzione che sembra essere il convento domenicano annesso alla chiesa dei SS. Jacopo e Lucia. Alla destra si stagliano gli allungati profili della Rocca e del campanile della Cattedrale.

G. Panti, S. Miniato, pittura nel salone di casa Spadolini a Firenze
Immagine tratta da G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa SpadoliniFondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986, p. 23
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

BIBLIOGRAFIA
G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa Spadolini, Fondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986.

domenica 9 febbraio 2014

GIUSEPPE RONDONI – DELIBERAZIONI MUNICIPALI RELATIVE AL RISORGIMENTO NAZIONALE

a cura di Francesco Fiumalbi

Giuseppe Rondoni (San Miniato, 17 novembre 1853 – 16 novembre 1919), già Direttore della Miscellanea Storica della Valdelsa e Presidente dell'Accademia degli Euteleti, è senza dubbio una figura molto importante per i suoi contributi sulla storia sanminiatese.
In questo post proponiamo un articolo che Giuseppe Rondoni compilò per la rivista «Il Risorgimento Italiano», nell’anno 1912, dal titolo Archivio Comunale di S. Miniato al Tedesco. Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale. E’ una pubblicazione assai interessante, poiché, partendo dalle deliberazioni municipali, traccia un quadro sintetico dell’atmosfera che si respirava a San Miniato nel periodo che va dal 1848 al 1861, ovvero negli anni che porteranno all’Unità d’Italia.


Frontespizio de «Il Risorgimento Italiano», Rivista Storica, Organo della “Società Nazionale per la Storia del Risorgimento Italiano”, Anno V, Fratelli Bocca Editore, Milano, Torino, Roma, 1912.


Di seguito il testo completo: G. Rondoni, Archivio Comunale di S. Miniato al Tedesco. Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale, in «Il Risorgimento Italiano», Rivista Storica, Organo della “Società Nazionale per la Storia del Risorgimento Italiano”, Anno V, Fratelli Bocca Editore, Milano, Torino, Roma, 1912, pp. 586-595.
Pubblicazione ai sensi dell’Art. 25, Legge 22 aprile 1942, n. 633.

AVVERTENZA: i numeri in blu, all'interno delle parentesi quadre sono i numeri di pagina originali. Le note, a margine di ogni pagina, sono state rinumerate e posizionate in fondo al testo.

[586] MUSEI, ARCHIVI, BIBLIOTECHE

Archivio Comunale di S. Miniato al Tedesco.
Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale.
(1848—1861).

«In questo Archivio Comunale, che non è senza importanza per i cultori degli studi storici, ho spigolato notizie relative al periodo del nazionale risorgimento, quando S. Miniato era già divenuto capoluogo di un vasto, popoloso e fiorente circondario della provincia di Firenze. E poiché gli effetti del risorgimento nelle terre minori e nel contado, e gli aspetti che quivi assumeva sono in gran parte un'incognita, ch'è opportuno e doveroso rintracciare e chiarire, così mi si consenta rilevare i principali risultati delle mie ricerche.
Anzi tutto ferma l'attenzione un'adunanza del magistrato (la Giunta odierna) del gennaio 1848, con intervento di sei Priori, ed in assenza del gonfaloniere (il Sindaco), ch'era allora il duca Ferdinanzo Strozzi di Firenze. I Priori adunque “informati delle gravi discordie avvenute in Livorno nella sera del 6 gennaio corrente” (e sono i tumulti che determinarono il ministro Cosimo Ridolfi ad accorrervi ed a fare catturare il Guerrazzi) “e della fiducia riposta nei sudditi col sovrano motuproprio del 7 detto, deliberarono alla unanimità di votare a nome della città il seguente indirizzo ed affidare al gonfaloniere l'onorevole incarico di rassegnarlo al R. trono, unitamente a quello della ufficialità della guardia civica, col quale rinnovella il giuramento di esser pronta ad ogni sacrifizio per la difesa del trono e conservazione dell'ordine”.
L'indirizzo esprime “i sentimenti di generale reprobazione” degli abitanti di S. Miniato, e quelli altresì "di rispetto, di confidenza e di affezione nutriti mai sempre e senza limiti... da questo popolo abitualmente rispettoso, tranquillo ed amante dell'ordine(01).
[587] Nello stesso anno, sempre a proposito di Livorno ed in assenza del solito gonfaloniere, i nostri Priori, visto il proclama del granduca del 3 settembre, col quale annunzia che, trovandosi Livorno sotto il flagello dell'anarchia, confida che “la guardia civica accorrerà pronta alla comune difesa; viste le lettere del sotto-prefetto colle quali invita a provvedere i militi, che devono subito organizzarsi e riunirsi, e fa richiesta di un locale ad uso di caserma, e dell'anticipo delle spese per avere la rivalsa dalla cassa militare”, deliberano di assegnare il noviziato di S. Francesco per le guardie civiche del circondario con paglia ed il necessario per la illuminazione notturna “e danno facoltà al Camarlingo di anticipare il soldo ai militi(02). Si trattava della spedizione delle civiche presso Livorno per la dimostrazione bollata dall'arguzia toscana per Campagna delle acciughe.
Il 13 aprile 1849, il nostro magistrato "avuta comunicazione per mezzo del Monitore Toscano dello scorso giorno, che il municipio di Firenze aveva assunte in nome del principe le redini del governo per la migliore direzione degli affari, volendo procedere con maturità di consiglio, e riunire più che fosse possibile le volontà non tanto degli altri notabili del paese, quanto dei più elevati impiegati, ha deliberato invitare alla seduta magistrale Mons. Vescovo, il Sotto-Prefetto, il Presidente del Tribunale ed il R. Procuratore, il curato dei SS. Jacopo e Lucia e quello dei SS. Michele e Stefano. Previa discussione con intervento dei sopradetti sui temperamenti che sarebbe stato utile “adottare” in questi solenni momenti(03).
Considerato che primo scopo del municipio si era togliere e prevenire possibili reazioni, che potevano avvenire più agevoli se si fosse verificato un imponente concorso della classe agricola, che ha dichiarato di voler venire a S. Miniato nella giornata a proclamare il ristabilimento della monarchia costituzionale di Leopoldo II, ch'era invocato dalla parte più numerosa della città; che l'assenza del potere esecutivo poneva il municipio nell'obbligo di provvedere alla conservazione dell'ordine pubblico;

 DELIBERA

un proclama ai cittadini e di esortare i parroci di S. Miniato ad insinuare la concordia ed il rispetto alle leggi, e che qualora si verifichi il sospettato concorso, i parrochi stessi, uniti a qualche individuo del corpo magistrale, si pongano alla testa della moltitudine, e cerchino di moderarla [588] ne' modi più blandi e lusinghevoli che le circostanze potranno suggerire”.
Nello indirizzo ai cittadini, formulato seduta stante, raccomandava che nessuno si attentasse “perturbare l'ordine pubblico imperocché una sola scintilla sia talenta cagione di vasto incendio”. Aggiungeva: “La divergenza delle opinioni politiche per chi ami davvero la libertà non può né dev'esser giammai fomite di discordie. Stringiamoci tutti in un amplesso di pace, e veneriamo nelle vicende cui van soggetti gli Stati i supremi decreti della Provvidenza”. Infine dichiarava “di aderire formalmente al ristabilimento della monarchia costituzionale di Leopoldo II, nella fiducia, nutrita eziandio dal municipio di Firenze, che la monarchia medesima sia circondata d'istituzioni popolari, e che possa evitarsi il dolore di una straniera invasione”. Tutto fu votato per acclamazione. Era allora gonfaloniere Vincenzo Migliorati, di nobile e ricca famiglia samminiatese.
I contadini accorsero a S. Miniato in buon numero, ed anche con vanghe e forconi; ma non vi furono disordini, nonostante l'entusiasmo, che fu tale che un contadino, pel troppo correre ed affannarsi, giunto in paese, moriva per mal di cuore.
Ad ore 5 pom. del 15 la restaurazione fu solennizzata con un Te Deum in cattedrale.
Indi il municipio fece presentare in Pisa un indirizzo da commissione apposita al granduca, subito dopo il suo sbarco a Viareggio.
Giova riferirlo perché mentre contiene le più smaccate proteste di omaggio pure insiste sulle costituzionali franchigie, ed é specchio dell'animo illuso della maggior parte dei Toscani nei centri minori e nelle campagne (04).

Altezza Imperiale e Reale!
I giorni della vostra assenza furono giorni di lutto, di fremito e di terrore. Non sapremmo ridire la cupa indignazione con cui fu dalle Provincie accolta la dolorosa novella che una mano di scellerati vi aveva necessitato ad abbandonare il suolo toscano.
Il municipio di S. Miniato onorasi di avere nei tempi infausti con-servato alla vostra eccelsa persona ed alla vostra famiglia puro da ogni macchia l'affetto. Esso recusò qualunque indirizzo o segno di adesione ai fatti democratici, senza curare le loro folli declamazioni; custodì gelosamente scevro di oltraggio quel marmoreo monumento che ci ricordava nella vostra lontananza le paterne vostre sembianze, i vostri preziosi benefizi e i doveri della nostra riconoscenza. Non abbiamo che un desiderio da esprimervi, quello di vedere assicurate dalla vostra sapienza le istituzioni [589] costituzionali che ci donaste e con esse la felicità del vostro popolo e la gloria del vostro trono(05).

In questo ambiente, già beneficato realmente da Leopoldo II col Tribunale circondariale, ed ove sorgeva una statua del principe, opera mediocrissima del Pampaloni, veniva, dopo alcuni anni, ad inaugurare la sua carriera d'insegnante e di poeta Giosuè Carducci, e, altro strano contrasto, proprio questo municipio, così umile e devoto, venne ad urtarsi collo Imperiale e Reale Governo, a proposito della Civica, facendo rimostranze e proteste, che non debbono passare inosservate per la Storia generale della Toscana in quegli anni. Vero è che tra il fervido indirizzo e il conflitto era sopraggiunta la occupazione austriaca.
In data 20 aprile 1849 i nostri Priori rilevano che la guardia nazionale formata nel '47 con soverchia prestezza dovè accogliere individui che non avevano i necessari requisiti. Donde il bisogno di riforma sentito universalmente e reclamato in iscritto dagli ufficiali e comandanti della 1° compagnia, sul fondamento che non pochi individui meritavano di “essere radiati dal ruolo, quali per causa d'inettitudine fisica, quali per la loro condizione economica, e quali per la loro indisciplina e cattiva condotta”. Anzi una fatale esperienza ha dimostrato al municipio che questa “ultima causa ha portato a grado a grado la guardia nazionale nel più rimarchevole discredito, giunto al segno che per la immoralità di alcuni militi della 1° compagnia, gli altri animati da buono spirito e retti principi hanno dovuto rifiutarsi di prender parte al servizio per essere il contatto co' primi lesivo alla loro buona reputazione. La 2° compagnia ha trovato sempre somma difficoltà a riunirsi perchè composta nel maggior numero di persone degenti in campagna, ed il più delle volte ha ricusato di prestare il servizio, che sarebbe toccato a turno colla 1° compagnia , nonostante gl'incitamenti delle autorità governative ed ufficiali, riuscendo di un vistoso aggravio al municipio per la istruzione e per gli stipendi dei bassi ufficiali, pei locali, ecc., senza alcun utile pubblico, ed anzi col danno manifesto del malo esempio, che si è comunicato in parte ai militi delle guardie dei comuni limitrofi”.
Non mi è riuscito sapere che diavolo facessero quei militi causa di tanto scandalo; fatto è che l'autorità municipale ne deliberava il discioglimento [590] e la ricostituzione, a voti unanimi, e su conforme parere del Sotto-prefetto, richiedendo alla superiore autorità l'invio di una schiera di veliti pel servizio di polizia. Se non che una officiale della prefettura di Firenze, avvisando che non può farsi l'invio dei veliti, in cambio dello scioglimento, invita a richiamare il Consiglio di revisione a portare un più accurato esame sui ruoli per togliere dai medesimi gl'immeritevoli; ma il Magistrato col Sotto-prefetto insistono nei loro divisamenti, dacché il Consiglio di revisione conteneva gli stessi vizi de' quali era infetto il corpo della nazionale. Tale proposta (concludono) “può sola tutelare la quiete pubblica che il nuovo ordine di cose potentemente reclama(06).
Poi, il 12 maggio, sappiamo che anche il governo vuole lo scioglimento, e il magistrato delibera che “per non offendere suscettibilità e per economia” si sciolgano le due compagnie simultaneamente, e se ne ricostituisca una sola. La deliberazione non ebbe effetto perchè un decreto del Commissario straordinario di S. A. I. e R. (il Serristori), in data del 18, dichiarava sciolta senz'altro la guardia nazionale di S. Miniato.
Il comune sospese allora gli stipendi agl'impiegati della medesima, ad eccezione dell'armaiuolo, destinato alla custodia delle armi di proprietà comunale (07).
Trascorso qualche tempo, il 13 marzo 1850 i nostri padri coscritti lessero con grande stupore una intimazione del governo di raccogliere le armi della Civica nei magazzini militari di Firenze e di Livorno, e parve un fulmine a ciel sereno.
Francamente risposero: “Non crede il municipio declinare dal rispetto che si deve all'autorità superiore se ritiene non esser luogo per di lui parte allo invio”. Considerando ch'era il ritiro inspirato dall'unica veduta di provvedere alla necessaria conservazione delle armi, che il comune era stato cauto di procedere al ritiro, ponendole “in luogo e deposito sotto la sorveglianza di una deputazione eletta appositamente”, che sono in ottimo stato di conservazione, e che abiti ed armi erano acquistati col denaro del municipio o “regalati dal patriottismo dei cittadini”. Infine e sopratutto si fonda “nel difetto di ogni ragion politica al dirimpetto di questa città per essersi sempre mostrata tranquilla, sommessa ognora alle leggi, amantissima dell'ottimo principe, ed incapace affatto di avversare il governo, e per andare tuttora superba di essere stata la prima in tutta Toscana ad aderire per l'organo del suo municipio alla felice restaurazione della monarchia costituzionale”.
Invano! La prefettura con nuova ufficiale del 26 marzo richiamava senz'altro il gonfaloniere alla spedizione delle armi; ma egli coi Priori, mentre intende e dichiara di essere ossequente agli ordini dell'autorità superiore, [591] crederebbe pur tuttavia di demeritare la fiducia de' suoi amministrati e di rendersi indegno di quella politica libertà che concede lo statuto fondamentale elargito dall'ottimo principe, se non sentisse il bisogno di protei stare contro la incostituzionalità della ordinata misura, in quanto che non giustificato rapporto a questo Comune da veruna di quelle circostanze che sembrano averla motivata, e che o per il lato economico o per il lato politico potevano renderla forse anche adottabile ed opportuna. “Quanto allo scioglimento, si ritenne chiesto ed ingiunto soltanto in vista di un riordinamento generale, onde non potersi non considerare con estrema amarezza che colla inopinata richiesta delle armi, toglieva al municipio quella fondata speranza che aveva sempre nutrita del riordinamento, e tanto più perchè non sapeva conciliare l'adozione di una siffatta misura coll'impegno in cui trovasi l'I. e R. Governo di riorganizzare la guardia, ora che sta quasi per compiersi il termine dell'anno prescritto dall'art. 14
del Regolamento organico 4 ottobre 1847, sulla guardia civica del granducato
”.
Rileva pertanto “la inopportunità per lo meno della misura”, ed affine di mettersi “al coperto da qualunque rimprovero da parte de' suoi amministrati, sente il bisogno di tornare a richiedere la pronta riorganizzazione della Civica di questo Comune”. Né infine dissimula che “il decreto avrebbe efficacia pari a quella di una legge marziale, cosa cui certamente repugna la coscienza stessa del governo toscano, non che l'attuale condizione politica del granducato. Crederebbe di tradire i propri doveri quando si uniformasse a così esorbitante richiesta. Ferma stante la protesta della incostituzionalità e inopportunità, e conscio di dovere obbedire alle autorità superiori, aderisce allo invio, purché il governo s'incarichi delle spese di trasporto” (08). G. Petri, allora cancelliere comunitativo, annotava: “Con sovrana risoluzione del 6 aprile 1850, partecipata dalla prefettura, é stato ordinato che sia disapprovata ed annullata la di contro deliberazione in quella parte che contiene resistenza agli ordini ed espressioni meno che rispettose verso il R. Governo”.
In quei giorni di cupa reazione questa coraggiosa protesta di un piccolo Comune, che ricorda il patto costituzionale al governo fedifrago, dimostra e conferma come fino dai primordii di quel decennio che ben fu detto di raccoglimento, la coscienza politica e nazionale fosse progredita e progredisse modesta e sicura, e quasi presaga del vicino trionfo. Cuoceva l'onta della occupazione austriaca, tanto più che fino dal 18 giugno del '49 era stata invitata la comunale magistratura nostra “a convocarsi straordinariamente e a stanziare e spedire senza indugio quelle maggiori somme [592] che potesse avere disponibili, purché non inferiori in complesso alle L. 11.600”. Fu necessario un imprestito (09).
Gli anni 1859 e '60 offrono poco d'importante, o che abbia quel rilievo e colore locale, che può contribuire anche alla intonazione generale dei grandi quadri della storia.
Il 5 maggio del 1859, un po' tardi, a dir vero, si registra l'adesione al governo provvisorio toscano con voti tutti favorevoli e con poche e nobili parole, incaricando di partecipare tale deliberazione al comune di Firenze e di renderla pubblica il gonfaloniere, ch'era l'avv. Enrico Maioli, cittadino e patriota integerrimo, e di lì a poco viene stanziata la somma di L. 2500 per concorrere alle spese per la guerra d'indipendenza, nominando altresì una commissione per raccogliere le offerte “pel santissimo scopo”.
Di questa somma L. 2100 si versarono nella cassa della depositeria generale, e 400 furono messe a disposizione della commissione suddetta affinchè supplisca pel momento alle spese occorrenti per l'invio alle bandiere dei volontari bisognosi di questo comune (10).
Il 14 si delibera inoltre una solenne messa di requiem pei caduti di Curtatone e di Montanara, che fu celebrata il 28 successivo nella chiesa del Crocifisso con intervento delle autorità, musica e “forbita orazion funebre” del canonico Matteo Mattei.
Giunge la notizia di Magenta, e il 7 giugno subito gonfaloniere e Priori, impiegati municipali, autorità politiche e banda si recano verso il tramonto nella solita chiesa del Crocifisso, ad intuonare l'inno di rendimento di grazie al Dio degli eserciti.
Reintegrato il chimico prof. Taddei nella sua cattedra, la municipale rappresentanza fece un indirizzo al governo, presentato da apposita deputazione, attestante il gradimento dei Samminiatesi, ai quali il buon Taddei rispose con quello affetto, che nutrì sempre caldissimo per la sua cittadina natale (11).
Il 16 luglio il magistrato prese notizia di un'istanza presentata dai signori Leopoldo Conti, dott. Giuseppe Neri, dott. Alceste Sambuchi e dott. Genesio Migliorati, perchè venga avvalorato e sanzionato dal voto del municipio un indirizzo a V. Emanuele, firmato da più e diversi comunisti. Decise di astenersi dalla votazione in proposito, poiché sulle sorti future e definitive della Toscana dovrà decidere un'assemblea convocata a tale effetto.
Trascorrono pochi giorni, e il municipio si associa ai sentimenti delle popolazioni, ed esprime il desiderio dell'annessione della Toscana agli altri [593] Stati italiani, sotto la maestà costituzionale del re Vittorio con un manifesto ch'è de' più belli e vibrati, e forse dettato dal gonfaloniere Maioli.
Venne inserito nel Monitore, e ne furono tirate 300 copie, trasmesse a ciascuno dei gonfalonieri della Toscana.
Né va taciuto il ringraziamento al governo toscano “per avere saputo così degnamente reggere lo Stato”, e l'altro a V. Emanuele per l'accoglimento del voto della toscana assemblea, “sicuri di avere (così era detto) in voi e nella inclita vostra casa perenne guarentigia di progressi e miglioramenti civili(12).
Del resto questi indirizzi si possono leggere nel Monitore toscano, talché sarà piuttosto opportuno trascrivere le notizie dell'elezione dei due deputati del collegio di S. Miniato alla Costituente toscana. Le spese occorse furono di L. 289, 16, 8, delle quali L. 12,10 per candele, facendosi la elezione in chiesa. Gli elettori erano 912. Gli eletti furono, quasi senza contrasto, il venerando Gino Capponi e Ferdinando Strozzi, che già vedemmo sindaco di S. Miniato. Ne diè loro partecipazione ufficiale il principale donzello comunale mandato a tale uopo a Firenze (13).
Nella sala del Consiglio fu quindi collocato il busto del Padre della Patria, colla epigrafe: “V. Emanuele II eletto — A nostro Re — Dalla Assemblea toscana — Il 20 agosto 1859”. La piazza del Seminario fu sancito che si denominasse V. Emanuele, e che la strada detta del Bellorino, ove esistevano le antiche case Buonaparte, si appellasse Via Buonaparte. “Così (fu detto) un tal cognome rammenterà del pari che la città di San Miniato fu culla degli illustri Agnati del magno Napoleone III (14).
Nel 1860 s'incomincia con altri indirizzi, uno al re Vittorio “per esprimere nuovamente la ferma volontà di veder rispettato l'atto solenne emesso dai nostri legittimi rappresentanti il 20 agosto 1859”, e l'altro al Ricasoli. Vi furono 4 voti in contrario, e l'incarico di redigere tali indirizzi venne affidato, su proposta del gonfaloniere, che in quell'anno era il nobile Averardo Conti, agli avvocati Gaetano Pini ed Enrico Maioli, già sindaco, ed all'ingegnere Carlo Taddei. Quello al Ricasoli fu presentato in persona dal gonfaloniere e dai tre cittadini summentovati. In genere tutti questi indirizzi, ai quali deve aggiungersi un altro al Ricasoli per condolersi della esplosione delle due bombe nell'atrio del suo palazzo e di una terza in quello del ministro Salvagnoli, sono fra i più degni ed eloquenti fra i tanti e tanti allora pubblicati; vennero composti molto probabilmente
dagli avvocati Pini e Maioli (15).
Sorvolo sulla nomina di una commissione “con incarico di portarsi a [594] tutte le parrocchie del comune per eseguire lo spoglio dei libri degli stati di anime, per compilare la lista degl'individui che ai termini di legge si trovavano nelle condizioni volute per dare il voto nello imminente plebiscito”; sull'assegnazione di L. 500 “per acquisto di armi a difesa dell'indipendenza nazionale” e di L. 700 pel monumento a V. Emanuele a Torino, e segnalo piuttosto le feste sacre e profane pel beneaugurato plebiscito. Nell'ampia chiesa di S. Domenico (il Duomo era in restauro), fu celebrata una messa in musica con assistenza del Vescovo e di tutto il clero secolare e regolare, degli alunni del Seminario, del Sotto-prefetto, Tribunale, rappresentanza municipale, corpo insegnante, impiegati regi e comunali, e molti notabili cittadini, banda e guardia nazionale. Monsignore, ch'era Giuseppe Maria Alli-Maccarani, espose il Venerabile ed intuonò il Te Deum.
Il concorso fu straordinario. La giornata, 18 marzo, splendida. Così pure la illuminazione, che, nella sera lietissima, si estese spontanea dai pubblici edifici alle case dei più umili cittadini (16).
Con simil pompa venne il 13 maggio festeggiato lo Statuto, in ordine ad una circolare del ministro dell'interno, e dietro convocazione di urgenza del Magistrato “in seguito a semplice verbale avviso”.
Però invece che in S. Domenico, la cerimonia si svolse nella chiesa veneratissima del Crocifisso, con assistenza del proposto Giuseppe Conti.
Poscia dinanzi al corteggio, che si schierò presso il palazzo municipale, sfilò la guardia nazionale colla banda. Notate fra i priori le assenze di un Magnani e di un Balducci, che per altro si giustificarono per motivi di salute. Però chi scrive ricorda di avere udito nella sua fanciullezza accusare il Magnani di codinismo.
Le feste costano denari, e nello elenco delle spese chi più intascò, e non fu molto, fu il Ristori, tipografo (quel medesimo che aveva pubblicato il primo volumetto di poesie del Carducci), e cioè L. 147,00 per doppia tiratura di 1500 libretti istruttivi pel popolo, 200 programmi e 150 avvisi.
Né si fece risparmio di campane, dacché a certo Brunelli e compagno, per aver suonate quelle del duomo per sei giorni, e tre volte per ogni giorno, vennero sborsate L. 84. Né si omise in occasione dello ingresso del Re a Firenze, il 16 aprile del '60, di fare in quella sera un bel falò di fascine lungo la strada del poggio al disopra del piazzale, ed a pie della storica rocca degli Svevi (17).
Gli eventi precipitano; la fortuna non ci abbandona, e con essa le feste continuano, ma anche in queste, cominciano le note discordi. Cosi nel marzo 1861 fu dato un voto contrario alle feste da farsi per la proclamazione del re d'Italia, che consisterono in distribuzione di pane ai poveri, palio [595] di cavalli sciolti, fuochi di artifizio ed innalzamento di un globo aereostatico.
Quando poi per la festa commemorativa della unità d'Italia e dello Statuto, il gonfaloniere invitò il Vescovo alla celebrazione dei sacri riti, non solo ei si rifiutò recisamente, ma non volle autorizzare alcun ecclesiastico. Onde il Consiglio deliberava di fare la festa in qualche chiesa di patronato municipale, o meglio di “limitarla alla sola parte civile”. Deliberò collazioni di doti di L. 50 l'una a fanciulle miserabili, ed oltre ai soliti lumi “un ballo campestre nel pubblico passeggio con intervento della banda, che farà di quando in quando, oltre ai ballabili, pezzi di concerto(18).
Le feste si seguono e si rassomigliano; più concludente fu intanto la proposta del primo priore, avv. E. Maioli, nell'adunanza di magistrato del 29 settembre del 1860. Volgevano i momenti difficili, nei quali la corrente repubblicana e mazziniana contrastava ed intorbidava l'altra magnifica dominata dal Cavour, ed il Maioli saggiamente proponeva, annuenti i colleghi tutti: “Nello agitarsi di una setta, che attenta perturbare il corso maraviglioso del movimento italiano per travolgerlo nell'anarchia rivoluzionaria, e che osa affacciare pretese che offendono la dignità nazionale, il municipio esprime un voto di plauso alla politica saggia ed energica del governo del re, comò quella che, per consentimento universale, può condurre al compimento degli alti destini d'Italia; conforta quindi il governo a perseverare con fermezza di proposito nella politica stessa, ed a combattere come faziosi e nemici della patria tutti coloro che inalzano una bandiera diversa da quella che sempre tenne alta la intemerata lealtà del nostro gran re Vittorio Emanuele II(19).
Sarebbe da augurare che uno spoglio dei più notevoli documenti concernenti la storia del risorgimento nazionale negli atti e deliberazioni dei nostri Comuni si facesse con storico criterio e comprensione diligente, e che a questo attendessero o si prestassero di buona voglia le autorità
stesse municipali».

Giuseppe Rondoni.


NOTE:
(01) Deliberazioni della rappresentanza della Comunità civica di S. Miniato. Anno 1848, 8 gennaio.(02) Deliberazione cit., 4 settembre.
(03) Deliberazione anno 1849.
(04) Deliberazione del 25 luglio 1849.
(05) Il 29 luglio, ad ore 6 pom., fu cantato in cattedrale un solenne Te Deum dal vescovo con intervento di tutte le autorità. “Nella sera fu con bella gara illuminata la città dai cittadini, mentre i colli circostanti e le campagne splendevano come nelle sere precedenti di mille e mille fuochi di gioia. La banda civica percorse sino a notte avanzata le vie della città eseguendo diverse sinfonie di allegrezza e di giubilo interrotte dagli evviva con cui il popolo acclamava continuamente al suo benefico Principe e Padre “. Così in una Memoria negli Atti del Municipio.
(06) Deliberazione del 27 aprile.
(07) Deliberazione del 21 maggio.
(08) Deliberazioni del 18 marzo e 2 aprile.
(09) Deliberazione del 18 giugno 1849.
(10) Deliberazioni del 5 e 14 maggio 1859.
(11) Deliberazioni del 28 maggio, 7 e 15 giugno.
(12) Deliberazioni del 16 « 80 luglio, del 26 agosto e 24 settembre.
(13) Deliberazione del 26 agosto.
(14) Deliberazioni del 28 settembre e 26 ottobre.
(15) Deliberazioni dell' 11 e 21 gennaio 1860.
(16) Deliberazioni del 3, 9 e 18 marzo 1860.
(17) Deliberazioni del 7, 9, 13 e 26 maggio 1860.
(18) Deliberazioni del 2 e 27 marzo, e del 22 maggio 1861.
(19) Deliberazione del 29 settembre 1860. 
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