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domenica 9 aprile 2017

SAN MINIATO NELLA "GAZZETTA DI FIRENZE" DEL 1843 - NOTIZIE E REGESTO

SAN MINIATO NELLA "GAZZETTA DI FIRENZE" DEL 1843
NOTIZIE E REGESTO

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
In questa pagina è proposto il regesto delle notizie che riguardano San Miniato e il suo territorio, contenute all'interno della Gazzetta di Firenze nell'anno 1843. Si trattava del “giornale ufficiale” del Granducato di Toscana, stampato dal 1818 al 1848 con cadenza trisettimanale (usciva il martedì, il giovedì e il sabato). Raccoglieva le notizie riguardanti i principali decreti granducali, nonché le notizie di cronaca più importanti e i fatti politici più significativi del resto d'Italia e d'Europa. Assieme alla Gazzetta veniva diffuso il Giornale degli avvisi ed atti giudiciali, contenente le sentenze e i pronunciamenti dei tribunali toscani, oltre che notizie inerenti ingiunzioni, pignoramenti, purgazioni di ipoteche, etc. A tal proposito, si specifica che alcune notizie, pur riguardando il Tribunale di Prima Istanza di San Miniato, non sono state riportate in quanto inerenti persone o cose legate ad altri territori, che comunque ricadevano nella giurisdizione.




NOTIZIE SANMINIATESI NELLA GAZZETTA DI FIRENZE – ANNO 1843
Le notizie riguardanti la vita sanminiatese del tempo sono numerose e di varia natura:

Manifestazioni pubbliche e inaugurazioni Su tutte spicca l'inaugurazione della statua del Granduca Leopoldo II nell'odierna piazza Buonaparte (6-7 agosto 1843) che trovò un'ampia eco sulle colonne della Gazzetta [nn. 10/19, 11/19, 14/19]. Sulla stessa scia l'inaugurazione del nuovo apparato campanario della Cattedrale (25 dicembre 1842), la cui notizia fu diffusa nei primi giorni dell'anno successivo [n. 1/19].

Episodi, fatti di cronaca e curiosità Non mancano episodi e fatti di cronaca, come l'incendio che devastò una bottega con annessa abitazione a La Scala e il cui proprietario poté beneficiare del totale risarcimento assicurativo [n. 2/19]. Oppure il premio ottenuto all'Accademia Fiorentina dal giovane violinista sanminiatese Carlo Conti [San Miniato 1 maggio 1827 – 17 agosto 1868] [n. 15/19].

Gli avvisi giudiziari Rispetto alle notizie del Giornale degli avvisi ed atti giudiciali, si segnala la spartizione dell'eredità di Giocondo Conti fra tre dei quattro figli (era il padre del Proposto Mons. Giuseppe Conti, che rimase escluso dai beni paterni) [n. 4/19]. Oppure il “distacco” economico dal padre da parte di Pietro Antonini da Ponte a Elsa [n. 6/19]. Ed ancora il divieto di vendita di bestiame da parte di coloni allontanati dai rispettivi poderi a Montebicchieri [n. 3/19] e alla Fattoria Scaletta nei pressi di Ontraino [n. 19/19], oppure il divieto di caccia all'interno della Tenuta di Canneto di proprietà dei Bardi [n. 13/19]. Infine la vendita dei beni appartenuti al defunto Filippo Franchini per ristorare i creditori, fra cui il Podere La Tomba in Val d'Ensi [n. 12/19] e la Villa di Pino presso Ponte a Elsa [n. 7/19].

Necrologi Sulla Gazzetta non mancavano i necrologi, come quello dedicato alla memoria di Averardo Genovesi [n. 5/19], reso immortale dalla famosa “guerra poetica” che si scatenò a seguito del sonetto “Fu da una tedesca mammalucca...”, vedi il post AVERARDO GENOVESI E LA GUERRA POETICA DI SAN MINIATO >>>.

Celebri Sanminiatesi E poi una serie di interessanti notizie riguardanti il celebre sanminiatese Mons. Pietro Bagnoli, il quale intervenne con proprie relazioni alle adunanze dell'Accademia della Crusca [n. 16/19] e dell'Ateneo Italiano [n. 17/19], oltre alla notizia dell'uscita della seconda edizione del suo poema Orlando Savio [n. 18/19].

Prodotti in vendita nelle botteghe di San Miniato Infine alcune curiosità inerenti alcuni prodotti in vendita presso la Farmacia Rondoni [n. 9/19] e dal Libraio Cesare Benvenuti [n. 8/19] di San Miniato.

REGESTO DELLE NOTIZIE SANMINIATESI – ANNO 1843
Di seguito è proposto il regesto e dunque la trascrizione delle notizie sanminiatesi contenute all'interno della Gazzetta di Firenze nell'anno 1843:

domenica 30 ottobre 2016

[VIDEO] PIETRO BAGNOLI – CONFERENZA DI MANOLA GUAZZINI – 29 OTTOBRE 2016

a cura di Francesco Fiumalbi

Pietro Bagnoli è certamente una delle figure sanminiatesi più importanti e significative di sempre, sia per l'impegno in campo politico-istituzionale, ma anche per la sua infaticabile attività in campo letterario. Una figura che è stata al centro della conferenza tenuta da Manola Guazzini sabato 29 ottobre 2016 presso l'Accademia degli Euteleti di cui, tra l'altro, fu il primo presidente.
Per l'occasione sono state esposte diverse pubblicazioni di Pietro Bagnoli e il mezzobusto dello stesso, ricavato da un calco del monumento funebre situato nella Cattedrale di San Miniato.

Un momento della conferenza
Foto di Francesco Fiumalbi

Di seguito è proposto il video della conferenza di Manola Guazzini dal titolo: Pietro Bagnoli: un sanminiatese che cercò di far rinsavire l'Orlando Furioso.

Il video della conferenza

Il mezzobusto di Pietro Bagnoli conservato presso
l'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato
e realizzato da un calco del monumento funebre
situato nella Cattedrale dei SS. Maria e Genesio
Foto di Francesco Fiumalbi

martedì 1 marzo 2016

MARZO - I MESI DI PIETRO BAGNOLI


a cura di Anna Orsi

Idillio tratto da "POESIE VARIE" di Pietro Bagnoli, Can. Samminiatese, Prof. di Lettere Greche e Latine nella R. Università di Pisa, Antonio Canesi, Tomo I, Samminiato, 1833: I PRIMI SEI MESI DELL'ANNO - Idilli, pp. 169-171.


Panorama sanminiatese da via Pozzo nel mese di marzo
Foto di Francesco Fiumalbi


IL PRIMO
GIORNO DI MARZO

I.
Mammoletta gentil, perchè ti stai
Sotto le foglie con la curva testa
Vergognosa, ed umile? Ah non potrai
Celarti nò, l'odor ti manifesta.
Mostrati su; tu sovvenir ci fai
Che di Borea passò la rabbia infesta,
E che la dolce a rallegrarci torna
Alma stagion di bei fioretti adorna.

II.
Tu primizia del bel tempo sòave:
L'alba ancor non spuntò di Primavera,
Che desta sei dal lungo sonno e grave,
In cui dorme dei fior tutta la schiera.
Ancor' sciolto la terra il sen non ave,
E la vita a goder sorgi primiera;
Forse che da te piglia, e in te s'asconde
L'alma che agli altri fior Zeffiro infonde?

III.
Mesta e ravvolta in vedovile ammanto,
Per qual tuo sposo hai di plorar cagione?
Sei trasmutata in fior, qual Clizia e Acanto,
E ti trsdì qualche crudel garzone?
Lagrima forse sei di quel bel pianto
Che Vener sparse in su l'ucciso Adone?
Ah! no, tu sei pudica e verginella
Quanto modesta più tanto più bella.

IV.
Composta in odorifere catene
Vieni a cinger quel fonte, che primiero
Sprigionato dal gel, corse l'arene,
E fa destar l'erbette io suo sentiero;
E quel virgulto a cui primier le vene
Scoppiàr, fuori mostrando il verde intero;
E quella Ninfa, a cui più brillan tocchi
Dall'appresar di Primavera gli occhi.

V.

Così di Pastorelle un stuol dicea,
Mammolette cogliendo, e insiem legate
In lunghe trecce, un fonte ne cingea,
Che mormorando già tra l'erbe grate;
E un arbuscel che intorno ai rami avea
Già quasi i fior, non che le fronde nate;
E intonro ad Amarilli poi si uniro
Per man le Ninfe, e si volgeano in giro.

VI.
Essa era centro del bel cerchio, come
Alla fromba la man, mentre che ruota;
E quindi ornàr dei colti fior le chiome
A Lei, che di rossor tingea la gota.
Or l'ire appieno d'Aquilon sian dome
(Dicean) né fronda a'nuovi rami scuota,
Chè il più bel tronco, in fonte, e la più bella
Ninfa, son sacri alla stagion novella.

VII.
E tu non ti mostràr vario e incostante,
Marzo, di cui sacrammo il dì primiero,
Or della calma, or di tempeste amante
Dolce sereno, e turbolento e fiero.
Perchè inganni talor l'erbe, e le piante
Con un volto benigno e lusinghiero,
E innanzi tempo a germogliar le affidi,
E poi t'armi di gelo, ampio! E le uccidi?

VIII.
Ah fossi in tua persona qui pur ora!
Noi ti vorremmo incatenar con questi
Lacci di fior; forse con Ninfe ancora
Come coll'erbe sei, crudel saresti?
Più di te Borea è fier, pur s'innamora,
E segue Orizia per le vie celesti,
E s'ella amante a lui si desse in mano,
D'un Zeffiretto ei diverrìa più umano.

giovedì 25 febbraio 2016

IN PILLOLE [039] I SANMINIATESI CHE SOTTOSCRISSERO LA MEDAGLIA A NERI CORSINI NEL 1846

a cura di Francesco Fiumalbi

In questo post è proposto l'elenco dei sanminiatesi che aderirono alla sottoscrizione per la realizzazione di una "medaglia" in memoria di Neri Corsini nel 1846. Si trattò di un nutrito gruppetto, costituito, per buona parte, dai maggiorenti sanminiatesi del tempo.
 
NERI CORSINI
Neri Corsini [Roma, 1771 – Firenze, 1845] fu un personaggio di primissimo piano nel panorama politico e diplomatico della Toscana granducale della prima metà del XIX secolo. Con la restaurazione, fu nominato Ministro dell'Interno del Granducato di Toscana e partecipò con pieni poteri di trattativa al Congresso di Vienna. Alla morte di Vittorio Fossombroni, fu nominato Presidente del Consiglio nonché Ministro degli Esteri.

L'INIZIATIVA DI COSIMO RIDOLFI: LA MEDAGLIA ALLA MEMORIA
Cosimo Ridolfi, dopo gli inizi nel mondo agricolo e scientifico (celebre è la sua attività nella villa di Meleto, presso Castelfiorentino al confine col territorio sanminiatese), sviluppò la sua solerzia imprenditoriale anche in campo finanziario con la costituzione della Cassa di Risparmio di Firenze nel 1829 (con Raffaello Lambruschini e Lapo de' Ricci). Cugino di Gino Capponi e genero di Francesco Guicciardini, senza entrare troppo nei dettagli, ebbe anche una straordinaria carriera politica. Dopo essere stato Gonfaloniere a Empoli dal 1840 al 1845, divenne Precettore del Principe Ereditario Ferdinando di Toscana e dell'Arciduca Carlo nel 1846. Ed è proprio in questo anno che egli aderì ai liberali toscani e si fece promotore dell'iniziativa commemorativa in favore di Neri Corsini. In pratica aprì una sottoscrizione finalizzata alla realizzazione di una medaglia d'onore che riportasse l'effige dello stesso Corsini.

La medaglia dedicata a Neri Corsini,
con l'incisione di P. Girometti, coniata nel 1846.

IL MANIFESTO DI SOTTOSCRIZIONE
Per promuovere l'iniziativa Cosimo Ridolfi elaborò un vero e proprio manifesto di sottoscrizione. Questo il testo:

Firenze, 30 gennaio 1846.
Per soddisfare al desiderio degli estimatori di D. Neri Corsini, mancato non ha molto alla vita e al bene della Toscana, è aperta una sottoscrizione per coniargli una medaglia, la quale ricordi quella virtù che in Lui fu più gradita ed all'universale più benefica. Essa mostrerà nel diritto l'effigie dell'illustre Defunto, e avrà nel rovescio la seguente iscrizione:

A NERI CORSINI
TOSCANO
PERCHE' NEI MINISTERI DI STATO
MANTENNE LA DIGNITA'
DEL PRINCIPE E DELLA PATRIA
MDCCCXLVI

I SANMINIATESI CHE SOTTOSCRISSERO ALLA MEDAGLIA
Il manifesto per la sottoscrizione della medaglia dedicata a Neri Corsini fu oggetto anche di una pubblicazione, contenente l'elenco di tutti gli aderenti, dal titolo Medaglia d'onore consacrata alla memoria del Ministro di Stato D. Neri Corsini dai suoi ammiratori, Tip. Galileiana, Firenze, 1846.
Negli oltre 500 nomitivi che compaiono nella lista, è stato possibile riconoscere molti di quelli appartenenti a sanminiatesi o comunque a personalità in qualche modo legate alle istituzioni presenti a San Miniato.

Medaglia d'onore consacrata alla memoria
del Ministro di Stato D. Neri Corsini dai suoi ammiratori,
Tip. Galileiana, Firenze, 1846, frontespizio.

I sanminiatesi che aderirono all'iniziativa di Cosimo Ridolfi furono sedici ed erano rappresentativi di tutte le istituzioni sanminiatesi: il Municipio, la Procura, il Tribunale, l'Ospedale, la Cassa di Risparmio, oltre a professionisti e possidenti.
Fra questi ritroviamo Andrea Mannini che ricopriva la carica di Gonfaloniere (corrispondente a quella dell'odierno Sindaco) e del fratello Michele, canonico, nonché Rettore degli Spedali Riuniti di San Miniato. Dello stesso ospedale aderì anche il medico Giuseppe Berni e il Camarlingo Nicola Gazzarrini. A questi si affiancarono il Presidente del Tribunale Enrico Branchi (padre di Giovanni Branchi VEDI POST ), il Regio Procuratore Francesco Trecci e il suo sostituto Luigi Lami. Fra le personalità legate alla Cassa di Risparmio troviamo il Can. Pietro Bagnoli (VAI ALLA VITA DI PIETRO BAGNOLI ), l'Avv. Carlo Orabuona (padre di Emilia, di cui si invaghì il giovane Giosué Carducci) ed Enrico Bonfanti. E poi Filippo Del Campana Guazzesi (autore delle suggestive immagini fotografiche pubblicate nel volume Il Silenzio del Negativo), ed ancora il possidente Ansaldo Ansaldi, Santi Neri professore di Lettere al Liceo di San Miniato e Francesco Piccini (avvocato e padre del celebre chimico Augusto Piccini).

Di seguito l'elenco completo dei sanminiatesi pubblicato in Medaglia d'onore consacrata alla memoria del Ministro di Stato D. Neri Corsini dai suoi ammiratori, Tip. Galileiana, Firenze, 1846:
Ansaldi Ansaldo
Bagnoli Cav. Prof. Pietro
Berni Dott. Giuseppe, Medico condotto e Clinico dello Spedale di S. Miniato
Bonfanti Avv. Averardo
Bonfanti Dott. Enrico
Branchi Avv. Enrico, Presidente del Tribunale di Prima Istanza di S. Miniato
Gazzarrini Dott. Nicola, Camarlingo dello Spedale di S. Miniato
Guazzesi Cav. Filippo
Lami Avv. Luigi, Sostituto al R. Procuratore di S. Miniato
Mannini Andrea, Gonfaloniere di S. Miniato
Mannini Cav. Canonico Michele, Rettore dello Spedale di S. Miniato
Neri Ab. Santi, Istit. di Belle Lettere nel R. Liceo di S. Miniato
Orabuona Avv. Carlo
Paroli Pietro, Ingegnere a S. Miniato
Piccini Francesco
Trecci Avv. Francesco, Regio Procuratore a S. Miniato

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venerdì 19 dicembre 2014

LE SOPPRESSIONI E I RIPRISTINI DEL CONVENTO DI SAN FRANCESCO A SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

3° Revisione - 6 novembre 2016

Forse non tutti sanno che il convento sanminiatese di San Francesco nell'Ottocento ebbe una vita piuttosto travagliata, al pari di quasi tutte le altre istituzioni monastiche e conventuali. Accadde, infatti, che Napoleone Bonaparte prima (1810), e Vittorio Emanuele II poi (1866), con altrettanti provvedimenti legislativi, avevano “soppresso” buona parte delle comunità religiose del tempo. A motivi di natura puramente ideologica, si affiancarono certamente altrettante necessità economiche. D'altra parte sia i nascenti stati napoleonici, che, successivamente, il neocostituito Regno d'Italia avevano bisogno di avviare una complessa macchina burocratica, non senza tralasciare i dispendiosi conflitti bellici. Per cui necessitavano di risorse, di tante risorse. Per non colpire direttamente l'autorità pontificia, ma comunque incamerare i cospicui beni ecclesiastici, la scelta cadde sia sulle compagnie laicali, che sulle comunità religiose. E il Convento di San Francesco fu tra queste, assieme, per rimanere nella sola San Miniato, con S. Chiara, S. Paolo, S. Trinità, S. Agostino, SS. Annunziata “Nunziatina”, S. Domenico e la SS. Annunziata detta “San Martino”. Rimasero esclusi i beni legati alla Santa Sede, alle diocesi, e alle singole unità parrocchiali.

Il Convento di San Francesco fu confiscato una prima volta, in ordine al decreto del 25 aprile 1810 promulgato da Napoleone. La proprietà della grande struttura, a seguito della Restaurazione post Congresso di Vienna, era passata al Granducato di Toscana. Il concordato del 4 dicembre 1815 fra Toscana e Santa Sede, infatti, non prevedeva il ripristino del convento francescano di San Miniato.
Della questione se ne fece carico il canonico sanminiatese Pietro Bagnoli [vai al post: PIETRO BAGNOLI ], sfruttando la grande e personale influenza che poteva vantare direttamente sul Granduca Ferdinando III. Abbiamo visto infatti che il religioso, nonché letterato, sanminiatese era il tutore (cioè si occupava dell'educazione) dei suoi figli, ed in particolare del futuro Leopoldo II.

La chiesa e il convento di San Francesco a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Queste le parole del Bagnoli:
«Ora stando in quello stato di abbandono S. Francesco, accadde un avvenimento che parve del Santo medesimo mandato, che standomi io un giorno nella Reale Biblioteca domestica, a cui il principe mi aveva gratificato l’accesso, ecco che egli entrò; e fermatosi ivi, perché aspettava il suo maggior Domo per andar fuori, cominciò a parlare come affabile e […?] e per incidenza del discorso entrato a dire di San Miniato, dov’Egli non era mai stato, mi domandò di quella gran fabbrica che lassù si vedeva, passando dalla Scala. Mi sentii come ispirato la mente a quella domanda, e la risposta andò dritta al suo scopo.
Lo informai di quanto sopra ho esposto. Aggiunsi la santità del luogo, l’essere la Chiesa contigua e non interna alla città, e dominante l’adiacenza della vasta pianura del Valdarno, grande e comoda, ed effigiata, richiamava tutta la gente del contado alle Perdonanze, ed alle altre ritornate di devozione dell’anno, nelle quali alle confessioni grande sempre era il concorso. Ora i Frati interni nella città con una piccola Chiesa quasi inutili al Sacro Ministero, col loro patrimonio, l’uso del quale sarebbe servito anco a conservare quella dignitosa fabbrica, d’onde era la loro origine che gran danno veramente era quello di vederla deperire, ed annidarvi animati, e servire chi si nascondesse, a chi volesse romperne qualche pezzo per materiali o ad altra più […?] opera. E così, dettemi Egli alcune cose, e risposto avendo io sempre diretto alla reintegrazione di quel convento, si venne al punto di dire, che una sola sua parola poteva restituirlo. Questa parola venne.
Domandai di […?] un Memoriale. L’accettò, fu fatto, e riscritto. E quando si venne ai sussidi per restaurarlo, il io Signore ne dette il primo esempio con settanta zecchini d’elemosina; qualche altra somma dette l’Arciduchessa Luisa, altra il Maggior Domo, ed altre pie persone della corte. E fu in San Miniato una deputazione magistrale all’uopo del rifacimento preposta, fatta giurare una nota, e noi paesani ci prestammo in modo che si fece una somma competente che il convento e la Chiesa restituì in grado che non tale sarà stata quando era nuova. I frati vi tornarono in gran festa, venderono la fabbrica di S. Paolo, su cui fondarono un annuo livello per il mantenimento di S. Francesco».
[Estratto da P. Bagnoli, Autobiografia, trascrizione a cura di Candela Sabina, Comune di San Miniato, 1998, originale conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, c.180r, c.181r, p. 79.]

Il ripristino ufficiale avvenne nel 1817 e i francescani poterono farvi ritorno solo nel 1827, dopo che la chiesa e il convento furono restaurati. Ma l'epilogo definitivo non era ancora stato scritto.
Alcuni anni dopo l'Italia era stata finalmente unificata e il nuovo stato aveva bisogno di spazi ed edifici per poter dare avvio alla macchina organizzativa e amministrativa. Fra i vari provvedimenti di questo periodo troviamo la Legge n. 384 del 22 dicembre 1861 con cui il Governo aveva la possibilità di "occupare" temporaneamente gli edifici conventuali per esigenze civili o militari, previa apposito decreto reale.
E fu proprio sfruttando questa legge che il 28 giugno 1863 il Re Vittorio Emanuele II emanò il decreto affinché il convento di San Francesco venisse occupato in forza ad esigenze militari. D'altra parte a San Miniato, essendo sede di Circondario, era stato assegnato il 74° Battaglione del Regio Esercito e mancava una caserma all'uopo.


Estratto dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n. 175 del 25 luglio 1863:

Il N. 1339 della Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d'Italia contiene il seguente Decreto:

VITTORIO EMANUELE II
Per grazia di Dio e per volontà della Nazione
RE D'ITALIA

Vista la Legge in data 22 dicembre 1861 sull'occupazione temporaria di Case religiose per cause di pubblico servizio sì militare che civile;
Sulla proporzione del Nostro Ministro Segretario di Stato per gli Affari della Guerra,
Abbiamo decretato e decretiamo quanto segue:

Articolo unico.

E' fatta facoltà al Ministero della Guerra di occupare temporariamente ad uso militare il Convento di S. Francesco in S. Miniato, provvedendo a termini dell'articolo 1 della legge suddetta a ciò che può riguardare il culto, la conservazione delle opere d'arte e l'alloggiamento dei Monaci ivi esistenti.
Ordiniamo che il presente Decreto, munito del Sigillo dello Stato, sia inserito nella Raccolta ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d'Italia, mandato a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Torino, addì 28 giugno 1863

VITTORIO EMANUELE


A. Della Rovere


Il convento di San Francesco fu "occupato", ma non "confiscato", per cui la proprietà era rimasta ai Francescani, almeno formalmente. Inoltre lo Stato doveva farsi carico del mantenimento della struttura, della conservazione delle opere d'arte, di provvedere ai frati del convento, nonché di rispettare le esigenze legate al culto. A fronte di queste "limitazioni" possiamo ipotizzare che non venisse occupato l'intero complesso, ma solamente una sua buona parte, quella necessaria alle esigenze "militari", lasciando ai Francescani l'uso della chiesa e una porzione del convento.
Tale situazione durò per circa 3 anni, quando nel 1866 il Regno d'Italia, con la Legge del 28 giugno 1866, n. 2987, sancì una nuova “soppressione” dei conventi e delle case religiose, alla stessa stregua delle soppressioni Leopoldine e Napoleoniche. I beni furono poi “incamerati” con il provvedimento fissato nella Legge del 15 agosto 1867, n. 3848.
Siamo negli anni della “Questione Romana”, con la futura città Capitale che ancora mancava a completare la definitiva unità nazionale, basti ricordare che la breccia di Porta Pia avvenne nel 1870. Inoltre, proprio nell'estate del 1866 (dal 20 giugno al 12 agosto) l'Italia si trovò a combattere la sua Terza Guerra di Indipendenza contro l'Impero Austro-Ungarico. In tutto questo c'erano comunque le difficoltà del neonato Stato italiano nel dover avviare la propria macchina burocratica. Dunque c'era bisogno di spazi e di risorse economiche fresche.
I beni incamerati furono per buona parte ceduti ai Comuni e alle Province che li adoperarono per le necessità del tempo. Ad esempio, per rimanere a San Miniato, il Convento di S. Trinità divenne la sede delle scuole pubbliche, il Convento di San Domenico fu ridotto ad uffici comunali e il Monastero della SS. Annunziata in “San Martino” divenne il carcere mandamentale.

Della questione del Convento di San Francesco se ne occupò anche il Proposto Giuseppe Conti, il quale inviò una supplica all'Imperatore Napoleone III, nipote di Napoleone Bonaparte, affinché una parte del convento rimanesse nella disponibilità dei frati e la chiesa fosse officiata. Il Conti giocò sul fatto che la chiesa di San Francesco ospitava le tombe di alcuni Buonaparte, ovvero gli antenati dell'Imperatore stesso. Di questo episodio è fatta memoria nell'Elogio funebre a Mons. Giuseppe Conti detto dal Prof. Ab. Massimo Taddei di Samminiato nelle solenni esequie fattegli celebrare a' 16 gennaio 1867, stampate nel medesimo anno in Firenze, dalla Tipografica Galileiana di M. Cellini. Di seguito il testo, contenuto nella nota 12 a pagina 26:

«Nell'anno 1863 un decreto reale dava facoltà al Governo di occupare per servizio militare il Convento di S. Francesco di questa Città. Il Proposto Conti s'impegnò generosamente a che parte del Convento medesimo fosse rilasciata ad abitazione dei Religiosi. Egli oltre ad avere ragionate memorie dimostrate al governo del re la convenienza di procedere con riguardi speciali in quell'affare, rivolse più in alto le sue buone pratiche. Diresse al Trono Imperiale di Francia una memoria, nella quale, ricordando al Siro francese come nella chiesa di S. Francesco in Samminiato fossero tombe de0 Suoi Antenati, invocato perciò il suo alto ed efficace intervento, perché in essa il culto venisse continuato con tutto lo splendore. La memoria era accompagnata dal dono per l'Imperatore, la Imperatrice, ed il Principe Imperiale della Bucolica di Virgilio, e della Storia della Immagine del Crocifisso. Il Conti non solo ebbe dal Gabinetto Imperiale lettere esprimenti il gradimento delle Auguste Persone, ma ottenne anche pienissimo appagamento dei suoi desideri.».

La chiesa e il convento di San Francesco a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Non conosciamo le sorti esatte del grande convento di San Francesco in questo frangente, utilizzato formalmente "per scopi militari", ed impegnativo dal punto di vista della gestione e/o definitiva trasformazione. Le risorse economiche necessarie per ridurlo ad uffici pubblici, a spazi per l'istruzione o ad altre funzioni governative avrebbero richiesto uno sforzo finanziario ingentissimo, che né il Comune di San Miniato, né la Provincia di Firenze (a cui San Miniato faceva capo all'epoca), e neppure lo stesso Regno d'Italia intendevano farsi carico. Il convento allora fu messo sul mercato per essere venduto al miglior offerente.
Sembra che nessuno si fosse fatto avanti. Una “speculazione” edilizia su un edificio del genere, in un centro di provincia come San Miniato, era assolutamente impensabile. Nessun imprenditore avrebbe mai tentato un “affare” del genere. Fu la popolazione, invece, che, raccolta in un apposito “comitato”, riuscì a mettere insieme la cifra di 10.000 lire del tempo. Per dare un'idea, l'ISTAT stabilisce per quegli anni un coefficiente di rivalutazione monetaria pari a 9000, cioè alle 10.000 lire del tempo corrispondono 90mln di lire attuali, ovvero circa 45.000 euro. Era una cifra che, certamente, era irrisoria per comprare a pieno valore l'interno complesso monumentale francescano. Ma, di fronte ad un enorme edificio praticamente inservibile, un edificio che in ogni caso avrebbe richiesto almeno di essere manutenuto, il rischio per il Regno d'Italia era quello di trasformare una risorsa in una rimessa. Quindi, seppur “simbolica”, la somma fu accettata e il convento riacquistato. Della serie, meglio che niente.
Dunque, nel 1872, a 6 anni dalla seconda soppressione, i Francescani poterono far ritorno al convento. Il “ripristino” avvenne con una solenne celebrazione che si tenne nel giorno dell'Immacolata Concezione di Maria, ovvero l'8 dicembre del 1872.

Di questa secondo episodio travagliato, ci fornisce un resoconto Giuseppe Piombanti:

«Ripristinati nel 1817 i benemeriti religiosi, che alle vicende dell’antico castello avevan preso parte quasi messaggeri di concordia e di pace, per dieci anni dimorarono nell’abbandonato monastero di S. Paolo. Nel 1827 all’amata loro dimora tornarono, dopo che e chiesa e convento coll’aiuto dei benefattori furono restaurati. Di nuovo soppressi nel 1866, provvisoriamente lasciarono aperta la chiesa con due custodi. Ma quell’antico ricordo di S. Francesco d’Assisi, che fu il santo più popolare dei suoi tempi; quel tempio dedicato al patrono della città, dove pur riposano le ceneri di tanti illustri concittadini; quel monumentale avanzo di architettura toscana non poteva essere dimenticato e abbandonato dai samminiatesi. Per toglierlo dalle mani del demanio, che lo poneva in vendita, un comitato di cittadini si formò, il quale raccolse circa diecimila lire; ed efficacemente i religiosi, nel 1872 venne riacquistato. Il dì 8 dicembre dell’anno stesso fu solennissima festa. Riaperta la chiesa, mirabile per la sua magnificenza e per la sveltezza degli archi, cantato il Te Deum dal vescovo, dal clero, dal popolo, i figli di S. Francesco tornarono al possesso di quel grandioso sacro monumento, che piccolo e umile, sette secoli prima, al loro santo patriarca era stato donato. Prendendone un’altra volta possesso, i minori conventuali ne fecero un collegio di studenti per inviarli poi, fatti sacerdoti, alle missioni estere.»
Estratto da G. Piombanti, Guida della Città di San Miniato al Tedesco con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia Ristori, San Miniato, 1894, pp. 107-108.

3° Revisione - 6 novembre 2016

domenica 11 maggio 2014

MAGGIO - I MESI DI PIETRO BAGNOLI


a cura di Anna Orsi


Idillio tratto da "POESIE VARIE" di Pietro Bagnoli, Can. Samminiatese, Prof. di Lettere Greche e Latine nella R. Università di Pisa, Antonio Canesi, Tomo I, Samminiato, 1833: I PRIMI SEI MESI DELL'ANNO - Idilli, pp. 177-179.


Panorama di San Miniato da Cusignano nel mese di Maggio
Foto di Francesco Fiumalbi


IL PRIMO
DI MAGGIO

I.
A festeggiar di Maggio il primo giorno
In un vago pratel s'era adunata
Col seno e crin di fresche rose adorno
Di liete Pastorelle una brigata.
Un'ara in mezzo al bel pratello alzorno
A Zeffiro ed a Flora dedicata,
E conducea le Ninfe innanzi ad essa
Amarilli gentil Sacerdotessa.

II.
Non già bagnò di bianca agnella il sangue
Il sacro altar, né le verdi erbe tinse;
Non avria cor di rimirarla esangue,
E la man pia ferro crudel non strinse.
Dell'amoroso stuol, che geme e langue,
Due tortorelle d'un bel laccio avvinse,
E in un Cestel di rose aì Dei le offerse,
né già le vene al gentil collo aperse.

III.
Ma colla bianca man sciogliendo il laccio,
Disse: agli Dei dei fior vi sacro e dono;
Libere andate e sciolte d'ogn'impaccio
A gemer coi ruscelli in flebil suono,
Sicure ai vostri Dei posando in braccio
Ove l'erbette più odorate sono,
Né mai paura, lor mercè, vi pigli
Di reo sparvier ch'apra i crudeli artigli.

IV.
Ite felici tortorelle (il coro
Dell'altre Ninfe replicò giulivo)
A voi rapace man crudo martoro
Non rechi mai, né mai laccio furtivo;
Non vi scompagni Austro fremente o Coro,
Siate al fonte a baciarvi, o presso al rivo,
Voi tra l'immenso stuol dei volatori
Sacre agli Dei ciascun distingua e onori.

V.
Ciò finito, volar le tortorelle
Quasi superbe dell'avuto onore,
E intorno si volgean, per farsi belle,
Ingemmandosi incontro allo splendore.
Si misero a danzar le pastorelle,
Accompagnando al piè voci canore;
Altre spargendo di bei fiori un nembo
Faceano a gara a ripararlo in grmbo.

VI.
Altre correano a un destinato loco,
Premio ponendo alla vittrice un serto;
Altre giunte per man faceano un gioco
D'aimprigionarsi in mezzo al campo aperto.
Tinte le guance di soave foco;
Indi giacean col seno mezzo scoperto
Anelanti e non stanche, al fresco cielo
Ricomponuendo il crin diffuso e il velo.

VII.
Poi cominciar con voci elette un canto
Al Dio, per cui l'aura novella spira:
O sei tu, Amor, nume fecondo e santo,
Il cui poter dentro alle cose spira,
Che vesti i prati di fiorito ammanto,
E fai che ogni animal sente e desidera;
O sei tu stessa, ch'hai potenza, e cura
Di rinnuovar le cose, alma Natura.

VIII.
Chiunque sei, ricevi il nostr'omaggio,
Supremo Nume, e fai che ognor ritorni
Così rifente il giovinetto Maggio,
A cui di nuovo il sacro altar s'adorni;
E del suo primo dì dal chiaro raggio
Tutti dell'anno prendan norma i giorni.
Ciò detto a schiere se n'andar divise,
E il ciel sereno ai loro voti arrise.

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