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lunedì 30 aprile 2012

DELLA VITA DI PIETRO BAGNOLI (seconda parte)

di Francesco Fiumalbi


In questa seconda parte, continueremo a parlare della vita di Pietro Bagnoli, una delle figure di maggior rilievo della prima metà dell’800 a San Miniato. La fonte principale è ancora la sua Autobiografia, una raccolta di carte da lui scritte e conservate presso al Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Nella prima parte abbiamo parlato della sua giovinezza a San Miniato, dei suoi studi presso l’ateneo pisano, e del suo servizio alla corte di Ferdinando III, dapprima a Firenze, poi a Vienna, Salisburgo e Wurtzburg.

Pietro Bagnoli
Disegno di Francesco Fiumalbi
(sulla base del monumento funebre collocato nel Duomo di San Miniato)

LA RESTAURAZIONE E IL RITORNO A SAN MINIATO
Napoleone era stato sconfitto definitivamente e il Congresso di Vienna riportò la situazione allo stato precedente alla rivoluzione francese. “In patria, dimorando sotto una carta di sicurezza, senza essere stato mai suddito d’altri che del mio Principe, accadde quel gran rovescio di cose, per la quali il Padrone e Sovrano di Toscana ritornò felicemente al suo governo colla Real Sua famiglia, e con quel caro Figlio (Leopoldo, n.d.r.) che ora fa la felicità e la gloria della Toscana. E me accolsero per loro clemenza con quella medesima bontà, in cui mi avevano tenuto in Germania; ciò è a tutti noto, che basta per testimonianza e premio di mia fedeltà, perché trovai in loro quell’amore nelle parole e nei fatti, che aveva lasciato a Wurtzburgo” (1).
Pietro Bagnoli nei primi anni Dieci dell’800 aveva fatto ritorno in Toscana, proprio nella sua città natale: San Miniato.
“Samminiato di Toscana, torno qui a ripeterlo, in Italia è la mia patria. Piccola città in mezzo posta tra Firenze e Pisa in quella catena di colline che dalla Val d’Evola alla Val d’Elsa si estendono (…). Dolce è ritornare indietro sulle vestigia della prima età, che si ritrovano nel cuore, e ricordar dosi più delle persone, dei luoghi trastulli sicuri da ogni dolore e cura, di noiosi pensieri e di bisogni, che portano seco gli anni seguenti e li addossano alla crescente vita” (2).
Il Granduca Ferdinando III, per gratitudine e riconoscenza nei confronti di Pietro Bagnoli, gli concesse la medaglia d’oro intitolata “MERENTIBUS” e qualche anno dopo lo nominò Cavaliere di Santo Stefano (3).

San Miniato, veduta panoramica
Foto di Francesco Fiumalbi

LE SCUOLE REGIE E LA RESTITUZIONE DI SAN FRANCESCO
Pietro Bagnoli si occupò anche dell’organizzazione scolastica in San Miniato presso il Granduca Ferdinando III. Propose San Miniato quale sede per un collegio da affidare ai Padri Scolopi (la scelta cadde su Empoli), ma nella “Città della Rocca” arrivarono soltanto Maestri non regolari e con essi furono le Scuole formate, che esistono, con vantaggio del paese e della pubblica istruzione (4). Per la sede della scuole pubbliche propose il convento di San Francesco, che era stato confiscato in ordine al decreto del 25 aprile 1810 promulgato da Napoleone e la cui proprietà era passata al Granducato di Toscana. Il concordato del 4 dicembre 1815 fra Toscana e Santa Sede, infatti, non prevedeva il ripristino del convento francescano di San Miniato. La cosa non andò in porto poiché la spesa per trasformare il convento in collegio si presentava ingentissima. Così, furono acquistati i locali del convento di SS. Trinità nel 1818 (5) (ancora oggi sede delle scuole elementari e medie), mentre il complesso francescano rimase abbandonato, e i frati ancora sistemati nel monastero di San Paolo (6).

San Miniato, Chiesa di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

“Ora stando in quello stato di abbandono S. Francesco, accadde un avvenimento che parve del Santo medesimo mandato, che standomi io un giorno nella Reale Biblioteca domestica, a cui il principe mi aveva gratificato l’accesso, ecco che egli entrò; e fermatosi ivi, perché aspettava il suo maggior Domo per andar fuori, cominciò a parlare come affabile e […?] e per incidenza del discorso entrato a dire di San Miniato, dov’Egli non era mai stato, mi domandò di quella gran fabbrica che lassù si vedeva, passando dalla Scala. Mi sentii come ispirato la mente a quella domanda, e la risposta andò dritta al suo scopo.
Lo informai di quanto sopra ho esposto. Aggiunsi la santità del luogo, l’essere la Chiesa contigua e non interna alla città, e dominante l’adiacenza della vasta pianura del Valdarno, grande e comoda, ed effigiata, richiamava tutta la gente del contado alle Perdonanze, ed alle altre ritornate di devozione dell’anno, nelle quali alle confessioni grande sempre era il concorso. Ora i Frati interni nella città con una piccola Chiesa quasi inutili al Sacro Ministero, col loro patrimonio, l’uso del quale sarebbe servito anco a conservare quella dignitosa fabbrica, d’onde era la loro origine che gran danno veramente era quello di vederla deperire, ed annidarvi animati, e servire chi si nascondesse, a chi volesse romperne qualche pezzo per materiali o ad altra più […?] opera. E così, dettemi Egli alcune cose, e risposto avendo io sempre diretto alla reintegrazione di quel convento, si venne al punto di dire, che una sola sua parola poteva restituirlo. Questa parola venne.
Domandai di […?] un Memoriale. L’accettò, fu fatto, e riscritto. E quando si venne ai sussidi per restaurarlo, il io Signore ne dette il primo esempio con settanta zecchini d’elemosina; qualche altra somma dette l’Arciduchessa Luisa, altra il Maggior Domo, ed altre pie persone della corte. E fu in San Miniato una deputazione magistrale all’uopo del rifacimento preposta, fatta giurare una nota, e noi paesani ci prestammo in modo che si fece una somma competente che il convento e la Chiesa restituì in grado che non tale sarà stata quando era nuova. I frati vi tornarono in gran festa, venderono la fabbrica di S. Paolo, su cui fondarono un annuo livello per il mantenimento di S. Francesco” (7). Il ripristino ufficiale avvenne nel 1817 e i francescani poterono farvi ritorno solo nel 1827, dopo che la chiesa e il convento furono restaurati (8).
Il convento di San Paolo fu acquistato dallo stesso Pietro Bagnoli, per la somma di 900 scudi, dove prese residenza assieme ai suoi familiari; la situazione del convento rimase inalterata fino al 1889, anno in cui fu riacquistato e vi tornarono le monache clarisse (9).

Ingresso del Monastero di San Paolo
Da notare le iniziali “PB” nella rostra
Foto di Francesco Fiumalbi

IL NUOVO PONTE SULL’ARNO
Nel frattempo era morto il Granduca Ferdinando III, e il suo posto fu occupato dal figlio Leopoldo II, il quale, abbiamo visto nella prima parte, aveva avuto per maestro proprio Pietro Bagnoli.
In quegli anni il Bagnoli si occupò, fra le varie cose, anche del ponte in progetto nei pressi di Bocca d’Elsa a Marcignana. Bagnoli si oppose a costruire l’importante infrastruttura in quella località, puntando sull’asse viario San Miniato-Fucecchio. Nonostante l’opposizione di Bagnoli, il ponte fu costruito a Marcignana e inaugurato il 16 dicembre 1835 (10).

L’ACCADEMIA DEGLI EUTELETI
Non mancò il Bagnoli, neppure di partecipare alla vita culturale sanminiatese, con la sua adesione all’Accademia degli Euteleti (rifondata nel 1822 sulle ceneri della vecchia Accademia degli Affidati (11). “Incominciarono l’Accademia degli Euteleti alcuni scolari miei di Greco nel tempo delle vacanze; e volendosi denominare volontari sbagliarono il termine dicendosi Eutelici; e sotto questo nome avanzarono la domanda al governo per la sanzione che ottennero. Essendo venuti ad invitarmi perché volessi assisterli, gli avvertì del nome errato, che non significava quello che volevano, anzi presso che il contrario. E i vari nomi dal Greco dissi loro, come Protimi, o altro simile, ma essi vergognandosi di esser usciti col nome di Eutelici in faccia al pubblico, e al governo stesso, mi pregarono di un nome più somigliante all’esposto, e non trovai che Eutelete altro che più si accostasse, benché si trovi parola nel greco di cui siano i Greci giovati, mettendo l’al […?]. Pure la feci così accoppiando semplici usatissime a elementi legittimi, e per legittimo fu adottato. Quindi l’insegna inventai allusiva, Il cavallo non spronato nell’arena che significa i volontari senza impulso estraneo e la società fu formata, e cumulata di un numero abondantissimo ed insigne di corrispondenti toscani, Italiani, ed Europeo, oltre i dodici ordinari che leggono la Prosa ad ogni tenuta. E le tenute sono mensuali ogni secondo giovedì del mese, dal settembre ed ottobre in fuori. L’apertura si fece nella casa paterna del Sig. Canonico Torello Pierazzi istitutore primiero, insieme al di lui fratello Gabriello (…), ed ivi si tennero le adunanze, e crebbero e fiorirono, finché per insigni meriti il canonico, già per anni Vicario Generale, e poi capitolare della Città e della Diocesi, fu innalzato alla cattedra vescovile (…). Io fui eletto Presidente perpetuo dell’Accademia. E quando il canonico istiture fu fatto vescovo traslocò dalla casa nativa nel palazzo vescovile dov’è al presente” (12).

Stemma dell’Accademia degli Euteleti, ideato da Pietro Bagnoli
Foto di Francesco Fiumalbi

LA BANCA E IL TRIBUNALE
Grazie all’influenza che Pietro Bagnoli poté esercitare sul Granduca Leopoldo II, suo allievo in tenera età, la città di San Miniato fu dotata di importanti istituzioni.
Nel 1829 alcuni membri dell’Accademia degli Euteleti presentarono istanza presso il Granduca, affinché potessero costituire una cassa di risparmio affiliata a quella fiorentina. La risposta affermativa non tardò ad arrivare, anche perché tra i firmatari figurava proprio il Can. Pietro Bagnoli (13). Il decreto granducale fu promulgato il 23 gennaio 1830 e l’accordo con il Consiglio della Cassa di Risparmio di Firenze fu sancito il 25 febbraio 1830. La Cassa di Risparmio San Miniato aprì la prima filiale il 6 luglio 1830 (14).
Con il motuproprio del 2 agosto 1838, Leopoldo II istituì i cosiddetti tribunali collegiali di prima istanza, civili e criminali, nelle città di Firenze, Livorno, Pisa, Siena, Arezzo, Grosseto, Pistoia, Montepulciano, Rocca San Casciano e, appunto, di San Miniato (15). Anche questa conquista per la “Città della Rocca” è da attribuire al vivo e stretto rapporto tra Pietro Bagnoli e Leopoldo II. Di lì a pochi anni, giunse anche la Sottoprefettura, come distaccamento di quella fiorentina.
In virtù degli importanti istituti, si formò nel 1838 una deputazione cittadina, presieduta da Pietro Bagnoli, per l’erezione di una statua in onore al Granduca Leopoldo II (16). Tale monumento fu inaugurato con una solenne cerimonia nel 1843.

Palazzo Grifoni, oggi sede della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, tra i cui fondatori  risulta Pietro Bagnoli.
Foto di Francesco Fiumalbi

GLI ULTIMI ANNI
Ormai ottantenne, Pietro Bagnoli si ritirò definitivamente a San Miniato nel 1845, non prima di aver ricevuto dal municipio una medaglia commemorativa per gli onori che aveva portato alla nativa città, con su scritto “TANTO FILIO PATRIA” (17)
Pietro Bagnoli spirò il 22 ottobre del 1847 e il suo corpo fu sepolto all’interno della chiesa di San Paolo (18). “Lo accompagnava al sepolcro tutto il clero secolare e regolare, a capo il Vescovo vestito degli abiti pontificali; del quale era il Bagnoli Vicario Generale. Il feretro, sorretto dai fratelli della Misericordia, era circondato dai reali Carabinieri. Seguivano la banda in corrotto, la Deputazione delle regie scuole e quella dell’Accademia degli Euteleti di cui era il Bagnoli Presidente perpetuo. Terminarono il sacro corteggio due lunghe file di cittadini; né il dolore dei volti era mentito. Sulle fredde spoglie nella Cattedrale il Prof. Santi Neri diceva in encomio del Defunto parole di dolore sentito e ricche di pensiero e di affetto” (19).
Sul monumento funebre vi si legge (20):
NOBILTA’ E RETTITUDINE DELL’ANIMO – ACUME DI INTELLETTO – GENTILEZZA DI COSTUME INNOCENZA DI VITA – RELIGIONE EVANGELICA – ALLA VASTA SAPIENZA PARI LA MODESTIA – APOSTOLATO DELLA CATTEDRA – LEPOLDO SECONDO – PIU’ CHE DISCEPOLO AMICO – ITALIA IN CIMA A TUTTI AFFETTI  - E DI AUREI VOLUMI ARRICCHITA – IN NATIO LOCO BENEFICATO – LA STORIA RICORDANO AD ESEMPIO – AI POSTERI DIRA’ QUAL FOSSE – PIETRO BAGNOLI – FATTO CELESTE AI 22 D’OTTOBRE 1847 – OTTANTESIMOTERZO DI SUA MORTALITA’.
P. PIETRO CONTRUCCI
Frontespizio de L’Orlando Savio

OPERE DI PIETRO BAGNOLI (21)
·         L’Agricoltura, poemetto pubblicato per la prima volta a Pisa nel 1795;
·         Ottave per la liberazione della Toscana, redatte per la breve restaurazione del Granducato di Toscana nel 1799 e pubblicate in Firenze lo stesso anno;
·         Sul problema perché i tedeschi riescono perfetti di gusto e di genio nella musica e non così nella poesia, poemetto pubblicato a Pisa nel 1804;
·         Per la Venere Italica scolpita da Antonio Canova, sonetto pubblicato a Pisa nel 1812;
·         Per il faustissimo ritorno in Toscana di S. A. I. e R. il Gran Duca Ferdinando III, nostro augusto sovrano, poemetto composto in occasione della restaurazione e pubblicato a Firenze nel 1814;
·         Stanze sul ritorno dei monumenti delle belle arti ricuperati dalla Toscana per la pace del 1815, raccolta di poesie, Firenze, 1815;
·         Stanze per l'avvenimento di Mons. Morali all'Arcivescovado di Firenze, raccolta di poesie, Firenze, 1815;
·         La felicità dell'Arno, poemetto, Firenze, 1817;
·         Per le R. Nozze del Principe di Carignano con S. A. I. e R. Maria Teresa d'Austria, poesia, Firenze, 1817;
·         Giove in Creta, dramma, Firenze, 1819;
·         Il Cadmo, ossia l'introduzione della civil cultura, poema in ottava rima, considerato la sua massima opera, pubblicata a Pisa nel 1821, ristampata a San Miniato nel 1836 e rammentata anche da Giosué Carducci in Le risorse di San Miniato al Tedesco.
·         Poesie varie, prima edizione pubblicata a Pisa nel 1822, ristampata nel 1834 a San Miniato e a Firenze nel 1857 con prefazione di Augusto Conti;
·         Canzone pel parto dell'Arciduchessa M. Anna di Sassonia Gran Principessa di Toscana, Pisa, 1822.
·         Orlando Savio, pubblicato per la prima volta nel 1835 e ristampato in Firenze nel 1843 con prefazione dell’Abate Giuseppe Bertini;
·         Collaborò con il Nuovo giornale dei letterati dal 1822 al 1827, nella cui sezione dedicata alla letteratura comparvero molti suoi scritti.


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Bagnoli Pietro, Autobiografia, trascrizione a cura di Candela Sabina, Comune di San Miniato, 1998, originale conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, c.146r, p. 64.
(2) Bagnoli, Op. Cit., c.173r, p. 75.
(3) Bagnoli, Op. Cit., c.177r, c.178r, pp. 77-78.
(4) Micheletti Nello, Nel 1° centenario della morte del poeta Pietro Bagnoli, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 13, 1947, San Miniato, p. 14.
(5) Piombandi, Guida della Città di San Miniato al Tedesco, Tipografia Ristori, San Miniato, 1894, p. 54, in Matteoli Anna (a cura di), Guida storico-artistica di San Miniato, Bollettino dell'Accademia degli Euteleti, n. 44, 1975.
(6) Bagnoli, Op. Cit., c.178r, c.179r, p. 78-79.
(7) Bagnoli, Op. Cit., c.180r, c.181r, p. 79.
(8) Piombandi, Op. Cit., p. 107.
(9) Piombanti, Op. Cit., pp. 114-115.
(10) Repetti Emanuale, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Firenze, 1841, vol. IV, p. 391, voce: PONTE NUOVO A BOCCA D’ELSA.
(11) Simoncini Vasco (a cura di), San Miniato e la sua Diocesi, CRSM, Edizioni del Cerro, 1989, p. 116.
(12) Bagnoli, Op. Cit., c.189r, pp. 83-84.
(13) Nanni Paolo, Profilo storico della Cassa di Risparmio di San Miniato, in A.A.V.V., Cassa di Risparmio di San Miniato 1830-2005, p. 62. I soci fondatori furono: Torello Pierazzi Vescovo di San Miniato, Cosimo Pini, Baldassare Ansaldi, Giovacchino Mantovani, Maurizio Alli Maccarani, Nicola Gazzarrini, Dario Mercati, can. Giuseppe Vallini, can. Cesare Lottini, Giuseppe Berni, Iacopo Toscani, can. Giuseppe Piccardi, Giuseppe Morali, Vincenzo Migliorati, Pietro Paroli, can. Vincenzo Giunti, Damiano Morali, can. Pietro Bagnoli, Giuseppe Pazzini, Michele Mannini, Andrea Mannini, Giuliano Gelati.
(14) Ibidem.
(16) Archivio Storico del Comune di San Miniato, Fondo Preunitario, F4549.
(17) Micheletti, Op. Cit., p. 14.
(18) Rondoni Giuseppe, Memorie Storiche di San Miniato al Tedesco, Tip. Ristori, San Miniato, 1876, p. 344.
(19) Conti Giuseppe, Cenni biografici, elogio funebre e canto lirico in memoria di Pietro Bagnoli, San Miniato, Stamperia Vescovile, 1849, p. 8.
(20) Micheletti, Op. Cit., p. 15.

domenica 18 marzo 2012

DELLA VITA DI PIETRO BAGNOLI (prima parte)

di Francesco Fiumalbi
Quella di Pietro Bagnoli è stata una delle figure di maggior rilievo della prima metà dell’800 a San Miniato. Di lui si hanno diverse notizie, ma in pochi conoscono la sua Autobiografia, una raccolta di carte da lui scritte e conservate presso al Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Questa collezione è stata  trascritta dalla Dott. Sabina Candela, nel 1998, per conto del Comune di San Miniato e i cui risultati si possono consultare anche in un testo della Biblioteca Comunale di San Miniato. Fu utilizzata anche per scrivere i vari necrologi da Augusto Conti, Giuseppe Conti e  Giuseppe Rondoni che ne ricevettero copia dagli eredi.

Pietro Bagnoli
Disegno di Francesco Fiumalbi
(sulla base del monumento funebre collocato nel Duomo di San Miniato)

LA GIOVINEZZA
Figlio di Antonio Bagnoli e di Maria Anna Castelli, Tommaso Vincenzo Pietro Bagnoli nacque a San Miniato il 21 dicembre del 1764, secondogenito di otto fratelli.
Il padre vendeva il vino per conto della famiglia Pazzi, e in San Miniato aveva una bottega di pizzicagnolo (1). Il giovanissimo Pietro dimostrò, fin dalla tenera età, spiccate doti umanistiche tanto che: (…) verso i tre anni, [fui] mandato ad imparare a leggere dalle donne, ove presto ne seppi da insegnare alle maestre. Allora mio padre mi scelse in maestro un barbiere suo amico, uomo dalla stampa antica, gran cantore degli uffizi, ed officiale di prima riputazione nelle Confraternite (…) e da lui dovea continuare l’esercizio del leggere, ed imparare a scrivere e a dar di conto. (…) Essendo dal mio barbiere imparava anco più di quello che egli mi insegnasse. Perocché leggendo per esercizio un Libretto Italiano che era una Vita della Santa Genevieva tradotto dal francese di originale, mi pare di un Gesuita, scritto quasi in invenzione di un Santo Romanzo, meravigliosamente quella lettura mi dilettava sì che averò avuto appena sei anni che mi venne voglia di metterlo in versi e cominciai a metterlo in Ottava (…). (2)
Ben presto il giovane Pietro si cimentò anche nella lettura dei grandi autori italiani, come il Tasso e l’Ariosto (3). Iniziò ad imparare il latino e pregò il padre di poter frequentare le scuole pubbliche. Fra le sue frequentazioni “letterarie” di quegli anni, Bagnoli ricorda il Dottor. Bottoni, Corso Sovelli e Giovan Battista Marzi che diventerà presbitero e suo maestro in Seminario. All’età di dieci anni entrò in Seminario, grazie anche a Padre Sereni, priore del convento domenicano di San Miniato (4). Ai successivi problemi economici della famiglia Bagnoli, Pietro reagì dedicandosi strenuamente allo studio, tanto da essere prescelto come segretario da Giuseppe degli Albizzi, Arcidiacono della Metropolitana di Firenze che di tanto in tanto si recava a San Miniato. Questi lo prese con sé e lo fece dimorare spesso nella sua canonica fiorentina dove possedeva una ricca biblioteca (5).

San Miniato, Via Pietro Bagnoli
Foto di Francesco Fiumalbi

La passione per gli studi classici era di gran lunga maggiore rispetto a quelli di teologia, tanto che, incaricato di trascrivere gli atti dell’Assemblea dei Vescovi tenutasi a Firenze per trattare di importanti temi, tra i quali il Giansenismo, Pietro Bagnoli si lasciò scappare che:
(…) passarono per la mia penna quelle lunghe scritture che, per quanto fossero all’obiettivo loro importanti (dei Vescovi, n.d.r.), erano per me di noia assai e di fatica. (…) Eravamo alloggiati nel convento della SS. Nonziata, essendovi uniti tre o quattro Vescovi che fossero non mi risovviene. Ivi in quella Biblioteca allora fiorilissima mi ricreava nella parte dei Classici; e feci stretta amicizia col Bibliotecario, dottissimo e di ogni genere di erudizione fornito quanto buono, e gentile Padre Costantino Battini (di cui poi fui collega Professore nell’Università di Pisa) e corsero fra noi alcune giocose poesia che denominammo strambotti.
(…) Ed ancor io obbligato ad imparare la Teologia, la casistica, che mi riusciva facilissima più per il lume della Ragion Naturale che per le regole. Il Vescovo (Mons. Brunone Fazzi, n.d.r.), che era stato Professore di Moral Teologia nell’Università di Pisa, era quello che ce la dettava e me voleva presente alle Lezioni.
Feci anch’io dei Concorsi alle Cure ad honorem non per esser Curato, al che aveva un’avversione insuperabile, e passai a pieni voti, con degli optime, come quegli Esaminatori dicono (6).
Di lì a breve, Pietro Bagnoli fu nominato segretario del Vescovo Fazzi, incarico che mantenne per alcuni anni e di cui non fu molto contento:
(…) Ed ora che mi sono trovato, non per mio merito ma per benigne disposizioni del cielo, ad ver potuto fare nella mia Patria del bene pubblico e privato, penso che un fattore (il fattore della famiglia Pazzi a San Miniato, n.d.r.) ed un Monsignore l’avrebbero potuto impedire; ma le vie della Provvidenza, che fa servigi di umili mezzi a suoi benefici fini, mi si aprirono per condurmi al poterlo fare (7). Ordinato sacerdote nel 1788 (8), rimase comunque come segretario del Vescovo, anche se cominciai, fatto prete, ad uscirne. Grazie anche al consiglio del già citato Arcidiacono Albizi (col quale si mantenne sempre in stretti rapporti) e all’influenza del Canonico Filippo Buonaparte, ottenne un posto di studio presso il Collegio Ferdinando di Pisa, fondato nel 1593 dal Granduca Ferdinando I, come residenza per gli studenti universitari “fuori sede” (9). Continuò, nel periodo universitario, a coltivare gli studi letterari insieme ad altri compagni di collegio, anche se, come lui stesso ammise, dovetti però dottorarmi, per obbligo del mio posto nel collegio Ferdinando, in Legge (10), ovvero in Diritto civile e canonico, nel 1795 (11). In particolare, insieme al nobile aretino Donato Chiaromanni, fondò un’ “accademia” di lettura, che chiamarono degli Edicresmofili il cui nome e le cui leggi furono tratte dedotte dalla locuzione utile dulci di Orazio. L’Accademia ebbe un notevole successo, tanto da divenire  un appuntamento fisso per i notabili e gli eruditi che erano a Pisa in quegli anni o che vi transitavano (12).

Pisa, Piazza dei Miracoli
Foto di Francesco Fiumalbi

Con l’orgoglio che lo ha sempre contraddistinto, Pietro Bagnoli ci lascia intendere che la cattedra di Filosofia Morale, e di Storia e Archeologia  al Collegio Legale dell’Università di Pisa (ovvero al corso di studi in Diritto) fu introdotta proprio grazie all’esperienza dell’Accademia degli Edicresmofili. All’interno dell’Accademia, Bagnoli lesse, più volte, alcuni brani tratti dal Cadmo che lui stesso stava componendo proprio in quegli anni (13).

CON FERDINANDO III A VIENNA
Durante i suoi anni all’Università aveva terminato di comporre l’Orlando Savio, come continuazione del Furioso, celebre opera dell’Ariosto. Questa sua opera, rimasta poi inedita fino al 1843, fu presentata, a sua insaputa, al prof. Lorenzo Pignotti, che ne rimase piacevolmente colpito (14). Il Pignotti coltivò grande stima per il giovane Bagnoli, tanto da proporlo nel 1795, una volta laureato, come segretario al marchese Federico Manfredini, già Primo Ministro del Granducato di Toscana, col titolo di Maggiordomo Maggiore del Granduca Ferdinando III (15).
Con l’avvento in Italia dell’esercito rivoluzionato francese, guidato dal giovanissimo Napoleone Bonaparte, la situazione sembrava inizialmente non destare preoccupazione. Ma nel 1799, quando il Granduca fu esiliato a Vienna, Pietro Bagnoli seguì il regnante destituito. Essendo il Granduca in pericolo di cattura durante il viaggio, la figura di Pietro Bagnoli, presbitero, fu considerata fondamentale per la “cura” della famiglia regnante e per questo ottenne apposita patente da parte della Curia fiorentina (16), mentre il Manfredini rimase inizialmente a Firenze (17).
Bagnoli nella sua Autobiografia si sofferma a narrare con cura e le concitate vicende alle quali seguì l’esilio e, in particolare, durante un breve soggiorno presso Ferrara prima della traversata del Po verso l’Impero Austriaco, fa cenno ai figli di Ferdinando III, fra cui il giovane Leopoldo, di appena due anni, il futuro Granduca Leopoldo II:
E’ delle città, come degli uomini differente il carattere. Entrammo in Ferrara senza tumulto, senza folla di curiosi, non che d’insolenti nelle disgrazie altrui. Anzi gran commozione destava nel Popolo le vista degl’innocenti bambini, ed a chi una cosa, a chi un’altra faceva dire sull’aspetto loro gentile, e angelico e sulla mala fortuna che li colpiva – feriva – senza loro colpa se non quella di esser nati Principi (18). Ed è durante questo viaggio che a Pietro Bagnoli viene affidato il compito di occuparsi dell’istruzione dei figli del Granduca.
Non mancano nemmeno considerazioni personali sui grandi stravolgimenti che in quegli anni si andavano compiendo:
“(…) ho osservato che dopo una rivoluzione che voleva atterrare, ed atterrò, Troni, Principi e Principati, dopo che fu, con lunga lotta e sangue sparso e Natura e fortuna adiutrici, abbattuta e tornata essendo come da tempesta la calma, i maggiori impiegati pubblici, i Professori di Università, i distinti con ordini e decorazioni, ed arricchiti con pensioni, scelti furono fra coloro che l’avevano operata la rivoluzione, e che avevano voluto arrostire e far pezzi dei sovrani; ed i fedeli, che si erano adoprati al riparo ed alla difesa loro con sacrifizi e rovine di loro facoltà, lasciati furono delusi, e dolenti forse di aver così operato veggendo le famiglie loro depauperate, e sé trascurati e negletti. Chi interpreterà simili fatti! Non viene il dubbio che avessero ragione coloro che fecero  la rivolta? O è timore, o debolezza dei Principi, o scaltrezza di facinorosi che li circondano! O è sovrana superbia, e dispetto di essere Stati liberati da sudditi, dopo che essi si videro in salvo!” (19)
(…) “Vidi andare in terra il tutto, non era che cittadinanza, popolo e repubblica, andò a finire che caddero fino le repubbliche che vi erano innanzi in un sol capo, che dominò tutti, e in un piede che li calpestò.
Sempre i Governi Popolari finiscono in Principati, e Principati di virga ferrea. Dunque conviene costituire.
Vogliamo comandare anco Noi. E’ la massa Popolare che ciò dice? No, questa non ci pensa, né può pensarvi, applicata a guadagnarsi il vivere giornaliero, sono i briganti.” (20)

A Vienna, presso la casa reale, Pietro Bagnoli si distinse come valido poeta. Quasi ad ogni occasione gli vennero commissionate piccole opere, alcune delle quali furono anche musicate da celebri compositori dell’epoca, come Ferdinando Paer (21), e dal “Maestro di Cappella di Corte Imperiale” Antonio Salieri (22), quest’ultimo reso famoso per le presunte accuse di omicidio nei confronti del rivale Mozart.
Tuttavia partecipò anche ai gravi lutti che colpirono la famiglia del Granduca Ferdinando III, come la morte del primogenito Francesco Leopoldo, di cui Bagnoli era istitutore, nel 1800 (23) e la morte, durante il parto, della Granduchessa Maria Luisa nel 1801 (24). Di questi due episodi, Bagnoli propone narrazioni appassionate e non prive di particolari dolorosi.

CON FERDINANDO III A SALISBURGO E A WURTZBURG
Il legame di Pietro Bagnoli con la famiglia regnante in esilio era davvero molto forte, tanto da rallegrarsi per essere rimasto al fianco di Ferdinando III, durante il periodo di transizione sancito dal Trattato di Luneville, che portò alla guida della Toscana, Ludovico I di Borbone prima e Carlo Ludovico di Borbone-Parma poi, fra il 1801 e il 1807.
Così narra di quel periodo: “A me fu detto ‘Voi rimanete con noi’. E ciò mi fu caro, perché il mio sentimento più forte era quello della nuova affezione. Ed era io già precettore dei RR. Arciduchi, e faceva da assistente di camera, non ancora essendo montata, e da cantore delle Accedemie Musicali, e da Poeta, e da emanuense talvolta di alcuno di quei S.Sri di Corte, quando lo scritto richiedeva sintassi e ortografia.” (25)
Seguì Ferdinando III, nominato Principe di Salisburgo. La corte si trasferì in quella città, dove risedette presso il Palazzo Imperiale (26). In merito al soggiorno nella città austriaca, Bagnoli si dilunga molto nella sua Autobiografia, nel descrivere il paesaggio, le attività economiche e culturali (in particolar modo l’università) di quel territorio così lontano dalla sua Toscana (27).
Una non immediata conseguenza del Trattato di Luneville, fu lo scambio del Tirolo con il Granducato di Wurzburg, avvenuto nel 1806 e sancito da Napoleone e dalla Baviera. Ferdinando III, per volere di Napoleone fu costretto a spostarsi nuovamente con la sua corte, da Salisburgo a Wurzburg, e con lui anche Pietro Bagnoli (28).
Nella città tedesca la corte si trovò particolarmente bene. Nonostante che Bagnoli potesse, in qualche modo, far ritorno in Toscana, egli rimase inizialmente fedele a Ferdinando III:
“Io non ebbi mai intenzione di dipartirmi da quel […?] benché molto dell’Italia mi ricordassi, e dubitassi di non più ritornarvi; ma l’amore del Principe, e soprattutto l’affetto che aveva al mio allora piccolo alunno mi tenevano colà volentieri” (29). Il riferimento è al giovane Leopoldo, futuro Granduca di Toscana, del quale Pietro Bagnoli era istitutore. E poi ancora: “Il mio padrone mi voleva troppo bene, lo mostrava, lo conoscevano tutti; e gli dava nel genio per avermi egli invitato a seguirlo, per essere di età quasi contemporanea, per servirlo di Poesia negli Oratori che faceva comporre, e nella Musica quando cantava, come tutte a lui grate cose oltre le lezioni che dava all’Arciduca e all’Arciduchessa come Maestro fatto per suo decreto, e il condurli alla passeggiata, quando andavano a piedi nel giardino, o fuori alla campagna” (30). Il riferimento in questo caso è ancora a Leopoldo, all’epoca bambino di circa 10 anni, e a Maria Luisa, di circa 7-8 anni; è poi interessante notare anche la sua considerazione di poeta all’interno della corte regnante.
La situazione, tuttavia, cambiò di lì a poco. “Tanto affetto al mio bene che avevano quei Signori, in specie il principale delle camera verso il quale io aveva il torto di aver conosciuto quello che valeva, portò che a Wurtzburgo, dove si credeva che la Famiglia regnante si sarebbe fermata stabile e senza speranza mai più di ritorno, e che il Principe sarebbe stato tedesco, e di tedesche istituzioni e istruzioni, di maestri bisognoso, e non di Italiani, e che un giovine Italiano, levato dal suo paese sempre, sarebbe stato come sacrificato, indusse il padrone, quasi per esigenza di una illibata giustizia, o anco per prova, a lasciarmi fare la domanda se io volessi permanente rimanere, o avessi nell’animo mai di ritornare in Italia. Fu come un mucchio di gelo gittato in un vaso d’acqua bollente. Mi adontai fieramente che mi fosse fatta la domanda. Dissi che averei risposto domani. Pensai tutto il giorno e nella vigilia della notte senza consigliarmi con alcuno, e senza potermi tranquillare irato e della domanda, e di chi me la fece. Conobbi donde veniva, e sentii allora tutto me stesso, chi io era e come era colà, e come vi erano coloro che ad altro erano valorosi, che alle mende del Principe. La mattina dissi ‘Si, vorrei tornare in Italia’. Dispiacque al Principe la mia risposta. Io credeva che Egli non mi avrebbe mai lasciato fare la domanda. Egli credeva che io mai non avrei risposto di sì. C’ingannammo ambedue. Ma i dadi erano gittati” (31). Era il 1807, e Bagnoli fece ritorno in Toscana, dove Maria Luisa di Borbone era reggente del Regno d’Etruria, a seguito del già citato Trattato di Luneville.

Firenze, Palazzo Pitti, residenza granducale
Foto di Francesco Fiumalbi

RIETRO IN ITALIA E RITORNO A VIENNA
Rientrato a Firenze, ritrovò subito il Prof. Pignotti, nel frattempo divenuto Direttore degli Studi del Regno, una sorta di Ministro per l’Istruzione, il quale fornì a Bagnoli il brevetto necessario per poter entrare nel corpo docenti dell’Università di Pisa. L’incarico fu rifiutato, perché mi volli mantenere fedele al mio Padrone di Wurtzburgo (32). Probabilmente per Bagnoli, l’entrare in un incarico pubblico del genere sarebbe stato come legittimare, se non sostenere, l’allora situazione politica.
Ben presto Bagnoli chiese ed ottenne di partire alla volta di Vienna, dove la moglie dell’Imperatore, Maria Teresa di Borbone, lo chiamò affinché componesse alcune opere da musicare. Con questa scusa mi trattenni in Vienna fino dopo il matrimonio di Napoleone coll’Arciduchessa Maria Luisa (33).
A Vienna assistette all’assedio ad opera di Napoleone nel 1809. L’imperatore francese, trionfante, si insediò nel Palazzo Imperiale di Schonbrunn e alla sua partenza dette ordine di distruggere le fortificazioni della città (34). La situazione viennese si normalizzò in breve tempo, grazie al già citato matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa.
Pietro Bagnoli fece così ritorno in Toscana. “In patria, dimorando sotto una carta di sicurezza, senza essere stato mai suddito d’altri che del mio Principe, accadde quel gran rovescio di cose, per la quali il Padrone e Sovrano di Toscana ritornò felicemente al suo governo colla Real Sua famiglia, e con quel caro Figlio (Leopoldo, n.d.r.) che ora fa la felicità e la gloria della Toscana. E me accolsero per loro clemenza con quella medesima bontà, in cui mi avevano tenuto in Germania; ciò è a tutti noto, che basta per testimonianza e premio di mia fedeltà, perché trovai in loro quell’amore nelle parole e nei fatti, che aveva lasciato a Wurtzburgo” (35)

FINE PRIMA PARTE
Nel prossimo post parleremo del suo rientro a San Miniato, e degli ultimi anni della vita di Pietro Bagnoli.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Bagnoli Pietro, Autobiografia, trascrizione a cura di Candela Sabina, Comune di San Miniato, 1998, originale conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, c.1r, p. 1.
(2) Ibidem.
(3) Bagnoli, Op. Cit., c.2r e c.3r, pp. 1-2.
(4) Bagnoli, Op. Cit., c.3r, p. 2.
(5) Bagnoli, Op. Cit., c.4r, c.5r, c.6r, c.7r, c.8r, pp. 2-4.
(6) Bagnoli, Op. Cit., c.9r, c.10r, p. 5.
(7) Bagnoli, Op. Cit., c.11r, c.12r, p. 6.
(8) Boldrini Roberto, (a cura di), Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, v. Bagnoli Pietro, p. 27.
(9) Bagnoli, Op. Cit., c.13r, p. 7.
(10) Bagnoli, Op. Cit., c.15r, c.16r, p. 8.
(11) Boldrini, Op. Cit., pag. 27.
(12) Bagnoli, Op. Cit., c.17r, c.18r, c.19r, pp. 8-9.
(13) Bagnoli, Op. Cit., c.19r, c.20r, pp. 9-10.
(14) Bagnoli, Op. Cit., c.15r, pp. 7-8.
(15) Ibidem.
(16) Bagnoli, Op. Cit., c.33r, p. 16.
(17) Bagnoli, Op. Cit., c.39r, p. 18.
(18) Bagnoli, Op. Cit., c.32r, p. 15.
(19) Bagnoli, Op. Cit., c.50r, c.51r, p. 23.
(20) Bagnoli, Op. Cit., c.52r, p. 24.
(21) Bagnoli, Op. Cit., c.77r, p. 35.
(22) Bagnoli, Op. Cit., c.44r, p. 21.
(23) Bagnoli, Op. Cit., c.83r, c.84r, c.85r, c.86r, c.87r, c.88r, pp. 37-39
(24) Bagnoli, Op. Cit., c.43r, c.44r, c.45r, c.46r, c.47r, pp. 20-22.
(25) Bagnoli, Op. Cit., c.91r, p. 40.
(26) Bagnoli, Op. Cit., c.93r, p. 41.
(27) Bagnoli, Op. Cit., cc.97-125, pp. 41-57.
(28) Bagnoli, Op. Cit., c.129r, p. 57.
(29) Bagnoli, Op. Cit., c.141r, p. 61.
(30) Bagnoli, Op. Cit., c.141r, c.142r, p. 62.
(31) Bagnoli, Op. Cit., c.143r, p. 62-63.
(32) Bagnoli, Op. Cit., c.145r, p. 63.
(33) Bagnoli, Op. Cit., c.146r, p. 64.
(34) Bagnoli, Op. Cit., cc.150-160, pp. 64-69.
(35) Bagnoli, Op. Cit., c.146r, p. 64.
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