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lunedì 16 gennaio 2017

ADDSM - COMMENTO - 783, 16 GENNAIO - SAN MINIATO, IL PRIMO (ERRONEO) DOCUMENTO


ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
783, 16 gennaio, San Miniato – Il primo (erroneo) documento

Il documento originale è conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Lucca, Diplomatico antico, *B.60. VAI ALLA TRASCRIZIONE

San Miniato, immagine panoramica
Foto di Francesco Fiumalbi

a cura di Francesco Fiumalbi

PREMESSA
La Storia (intesa come disciplina scientifica) non può e non deve accontentarsi dei risultati di volta in volta raggiunti. Capita, così, che un episodio, o un documento, letto e riletto a distanza di anni, o addirittura di secoli, possa fornire esiti in parte o completamente diversi rispetto alle conclusioni fino a quel momento consolidate. In tale circostanza, la storia deve essere riscritta alla luce delle nuove deduzioni. E' il caso del documento proposto in questa pagina.

COMMENTO:
In sintesi, l'atto datato 16 gennaio 783 vede protagonista il Vescovo di Lucca Giovanni, impegnato a confermare il sacerdote Aucthis nel governo di una chiesa dedicata a San Miniato, indicata geograficamente in un luogo di nome “Quarto”. Il documento contiene anche altre informazioni relative alla storia dell'edificio, dei suoi fondatori e dei suoi rettori: era una chiesa semplice, ovvero un oratorio, ed era stata fondata da 17 uomini al tempo del Vescovo Balsari (menzionato nell'anno 700 e sicuramente morto nel 713) e poi officiata da altri presbiteri, di cui è specificato il nome e il rapporto di parentela fra loro. Dal momento che il territorio sanminiatese è stato fino al 1622 all'interno della giurisdizione della Diocesi di Lucca, questo documento è stato considerato l'atto con cui venne fondata la chiesa di San Miniato e che dette avvio alla nascita del centro abitato o che comunque ne segnò una delle fasi iniziali.

LA MANCATA MENZIONE DI SAN GENESIO
Un elemento che doveva far riflettere gli studiosi nel tempo e in qualche modo far suonare un campanellino d'allarme, è senza dubbio la mancata menzione della Pieve di San Genesio, ovvero la "chiesa madre" del territorio sanminiatese. La Pieve è attestata fin dall'anno 715 (in proposito si veda il COMMENTO e la TRASCRIZIONE del documento conservato nell'Archivio Capitolare d’Arezzo, n. 3 e datato 5 luglio 715) e gli scavi archeologici ne hanno attestata la funzionalità fin dall'epoca tardoantica. Non sarebbe questo l'unico caso, ma è assolutamente inconsueto che l'indicazione di un oratorio semplice, come quello indicato nella pergamena in oggetto, non sia accompagnata anche dalla menzione della pieve alla cui giurisdizione apparteneva.

QUARTO, RISPETTO A COSA?
A partire dal collegamento della chiesa con il centro urbano di San Miniato, negli anni gli studiosi si sono chiesti cosa significasse questa loc. “Quarto”, ovvero a cosa fosse riferita. Toponimi come “Terzo”, “Quarto”, “Quinto”, “Sesto”, “Settimo”, “Ottavo”, “Nono” e “Decimo” si ritrovano anche in Toscana, nelle aree circostanti i grandi insediamenti urbani d'epoca romana sedi di altrettanti municipi (Pisae, Florencia, Faesule, Arretioum, Volaterrae, Sena Julia, Lucae), rivelando l'indicazione della distanza in miglia. Tuttavia, nel Medio Valdarno Inferiore non sono attestati grandi insediamenti romani (se non Empoli, anticamente In portu) tali da dar vita a toponimi di questo tipo. Un miglio romano misurava all'incirca 1480 m, dunque “Quarto” avrebbe indicato una distanza di poco meno di 6 km: troppi rispetto a Vico Wallari – Borgo San Genesio, troppo pochi rispetto ad Empoli e alle altre città della Toscana.
La mancanza di corrispondenze oggettive (documentali o archeologiche) rispetto ad un punto di riferimento “forte”, tale da aver determinato un toponimo come quello di “Quarto”, doveva far sorgere il dubbio circa l'attendibilità della deduzione. Così non è stato fino agli anni recenti, quando due studiosi sono arrivati, autonomamente, alle medesime conclusioni. Ovvero che il documento c'è, esiste ed è autentico, ma che è stato male interpretato da tutti coloro che si sono occupati di storia sanminiatese negli ultimi due secoli e mezzo.

QUARTO DI LUCCA, A CAPANNORI
Alcune indicazioni circa l'esistenza in epoca medievale di un insediamento denominato “Quarto” nella piana lucchese, entro le sei miglia dalla città, erano state formulate da Chris Wickham nel suo testo Comunità e clientele nella Toscana del XII secolo: le origini del comune rurale nella Piana di Lucca, I Libri di Viella, Roma, 1995, pp. 69-71.
Il primo, in assoluto, a mettere in relazione il documento con una chiesa dedicata al medesimo martire Miniato, sorta in Loc. Quarto nella piana lucchese (oggi Capannori) è stato Marco Stoffella nella sua Tesi di dottorato presso l'Università Ca’ Foscari di Venezia (A.A. 2004-2005), dal titolo Fuori e dentro le città. La Toscana occidentale e le sue élites (secoli VIII-XI) (pp. 81-92).
In maniera del tutto autonoma, Paolo Tomei ebbe modo di chiarire meglio tutte le circostanze relative al documento, consultato in originale, e anche rispetto al contesto storico, geografico, sociale e patrimoniale del tempo, arrivando a smentire tutta la storiografia sanminiatese dalla metà del '700 fino al XXI secolo. I risultati sono stati ampiamente esposti in P. Tomei, Il villaggio di Wallari, la chiesa di Autchis: San Genesio e San Miniato nei secoli VIII-IX, Tesi di Laurea, Università di Pisa, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2008-2009, pp. 31-45 e, del medesimo, «Locus est famosus» Borgo San Genesio e il suo territorio (secc. VIII-XII), Tesi di Laurea Università degli Studi di Pisa, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Specialistica in Storia e civiltà, A.A. 2010-2011, pp. 32-33.

LA TESI DI PAOLO TOMEI
Di questo particolare argomento, Paolo Tomei ebbe modo di relazionare a San Miniato il 10 novembre 2012 nell'ambito del primo incontro del ciclo di conferenze sotto il titolo “San Miniato. Nuovi contributi per la storia urbana”, promosso dalle associazioni Moti Carbonari “Ritrovare la strada”, Architettura e Territorio “Lanfranco Benvenuti” e Pro Loco di San Miniato. Di seguito è proposta la porzione dell'intervento di Paolo Tomei relativa allo specifico del documento, trascritta fedelmente dalla registrazione della serata:

«Il punto di avvio di questo intervento rappresenterà, per gli appassionati di storia locale, una sorta di “colpo di scena”. La fondazione della chiesa privata dedicata a San Miniato, rispetto alla cronologia elaborata da eruditi e storici del passato (una ricostruzione che gode ancora oggi di una grande eco) deve infatti essere posticipata di almeno un secolo e mezzo. Il primo nucleo dell'abitato, una chiesa intitolata al martire fiorentino Miniato, non risale come si credeva al primo quarto dell'ottavo secolo, bensì alla seconda metà del nono, ovvero alla matura età carolingia.
[…] La tradizione riferiva a San Miniato una pergamena del 16 gennaio del 783, conservata nel Diplomatico dell'Archivio Storico Diocesano di Lucca. […] Mediante tale atto, una “cartula confermationis”, il Vescovo di Lucca Giovanni I confermava l'ordinazione del nuovo rettore di questa chiesa intitolata a San Miniato. Il “consilium” e il “consensum” vescovili erano richiesti in maniera consuetudinaria sin da quando l'edificio di culto era stato costruito e quindi nel documento si fa una piccola storia dell'edificio, partendo dalla sua fondazione avvenuta al tempo del vescovo Balsari (attestato a Lucca attorno all'anno 700), per mano di diciassette persone non legate da vincoli di sangue, ma piuttosto da una solidarietà di tipo orizzontale e, fra questi, un uomo di nome Autchis.
La carta prosegue, passando a citare gli ultimi tre rettori di questa chiesa dedicata a San Miniato, i quali appartenevano tutti alla stessa famiglia, ovvero erano i figli di un tale Autchis, cioè discendenti dallo stesso Autchis I, ricordato tra i fondatori. Infatti il prete Bonichis aveva adottato il figlio di Autchis, che si chiamava Austripert, il quale poi aveva nominato come suo successore Autchis II, colui che nel 783 chiedeva, come da consuetudine, la conferma vescovile della sua ordinazione.
Veniamo al punto fondamentale ovvero al modo con cui questa chiesa nel 783 veniva localizzata, cioè detta “in loco Quarto”. Questa localizzazione ha sempre creato problemi, perché San Miniato, come è noto, è soprannominata la “Città delle Venti Miglia” in quanto si trova a circa 20 miglia dalle città romane più importanti (Lucca, Pisa e Firenze). Per superare questa difficoltà sono state avanzate nel tempo diverse spiegazioni, le quali però non trovano alcun appiglio certo nelle fonti scritte.
[…] La spiegazione diventa immediatamente semplice se si pone attenzione [...] su chi fossero i figli di questo Autchis, ovvero su chi fossero i rettori della chiesa di San Miniato “in loco Quarto”. Analizzando gli esponenti di questa famiglia, studiando anche le altre pergamene lucchesi nel loro complesso, […] si scopre che queste persone detenevano una posizione di preminenza nelle zone di Capannori e Tassignano, quindi nella piana di Lucca, dove allora si trovavano per l'appunto una località denominata “Quarto” e un'altra detta “Rocta”. Proprio a “Rocta” questa famiglia deteneva un piccolo oratorio familiare intitolato a San Quirico. Come ha dimostrato Chris Wickham, “Quarto” e “Rocta” erano due insediamenti, tanto vicini, da risultare praticamente indistinti. Molte volte, infatti, ritroviamo nei secoli successivi la chiesa di San Quirico una volta ubicata a Quarto e una volta indicata a “Rocta”. Quindi la famiglia possedeva beni in una zona che non c'entrava niente con San Miniato.
[…] Quindi l'ipotesi che l'eccessiva prossimità delle due chiese (San Miniato di Quarto e San Quirico di Rocta) possa avere provocato la scomparsa di San Miniato di Quarto, a vantaggio della chiesa di San Quirico (che poi è l'attuale chiesa parrocchiale di Capannori) pare tutt'altro che remota. Anche perché, nel territorio di San Miniato il Vescovo non possedeva assolutamente niente. Leggendo tutte le pergamene, mentre l'area delle “sei miglia”, del Capannorese e più in generale nella piana di Lucca, sono attestati vastissimi possedimenti del Vescovo, nel territorio di San Miniato non aveva alcun rilevante complesso patrimoniale in questo periodo. Le uniche due testimonianze d'epoca longobarda sul territorio riguardano la Pieve di San Genesio, che aveva uno status particolare e una grandissima rilevanza dal punto di vista politico ed economico poiché era un centro di pertinenza fiscale. […] Dunque la localizzazione di tale chiesa nell'area sanminiatese, a mio avviso, non è accettabile.»

UN RIFERIMENTO IMPORTANTE
IL MONASTERO DI SAN QUIRICO A QUARTO A ROTTA
Seguendo le indicazioni fornite da Paolo Tomei, effettivamente i contenuti di vari documenti sembrano confermare la posizione di Quarto nell'area lucchese.
In particolare, in una pergamena coeva, datata all'anno 786, i medesimi protagonisti si ritrovano legati ad un monastero dedicato a San Quirico. Questo risultava essere stato fondato in loco Quarto ad Rotta da Autchis I e, al momento della stesura dell'atto, l'abate era proprio il figlio Austripertus. Quest'ultimo, per l'appunto, elegge quale suo successore Autchis II.
In pratica abbiamo lo stesso luogo (Quarto), gli stessi protagonisti (Autchis I, Austripertus, Autchis II) e il medesimo sviluppo della vicenda (fondazione del "nonno", subentro del "figlio" ed elezione del "nipote"). Più chiaro di così...
[Il documento è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Diplomatico Antico, +N.89; ed. D. Bertini, Memorie e documenti per servire all’istoria del Ducato di Lucca, Francesco Bertini Tipografo Granducale, Lucca, 1818, Appendice, doc. XCVI, pp. 152-153]

LA STORIOGRAFIA SANMINIATESE SETTE-OTTOCENTESCA
Dopo aver riportato la tesi di Paolo Tomei, di seguito sono proposte le tappe iniziali della storiografia sanminiatese a proposito della nascita dell'abitato e della sua chiesa e della località Quarto. Di fatto la notizia è rimasta pressoché la stessa fin dal 1758, senza che nessuno abbia avanzato, negli anni, particolari perplessità o considerazioni diverse.

LUDOVICO ANTONIO MURATORI – 1742
La prima edizione di questa pergamena è quella di Ludovico Antonio Muratori nel tomo VI delle Antiquitates Italicae Medii Aevi [Milano, 1742, coll. 405-406] con la seguente indicazione: Literae Johannis Lucensis, per quas Rectorem Ecclesiae Sancti Miniati in loco Quarto constituit, sive confirmat Autchis Clericum, Anno 783. Il Muratori, tuttavia, non collegò (almeno nel testo) la chiesa di San Miniato al castello, poi Città, di San Miniato. Si limitò solamente a constatare che si trattava di un oratorio semplice, senza aggiungere nulla di più.

GIOVANNI LAMI – 1758
Giovanni Lami, attentissimo all'opera del Muratori, fu il primo a notare il testo della pergamena pubblicata nel 1742 e ad associarlo con la città di San Miniato. Nel primo tomo della sua opera G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta (pubblicata in Firenze nel 1758), parlando del monastero fiorentino di San Miniato al Monte, ebbe modo di confutare (pp. 333-334) che «in Dioecesi quoque Lucensi, ubi nunc Sancti Miniatis urb est in Valle Arni Inferiori, Ecclesiam hujus Martyris honori constructam ab antiquis temporibus exstitisse, & oppidum illud nomed ab ea mutuatum esse, non est dubitandum. […] Nisi autem fallor, Ecclesia, qua de agimus, illa est, quae antiquitus S. Miniatis in Quarto, in Dioecesi Lucensi, vocabatur».
A queste considerazioni, fece seguire in nota una nuova edizione della pergamena derivante direttamente dal testo muratoriano (pp. 334-335). E quindi, di seguito, aggiunse:
«Ex hac charta etiam coniugium, seu concessinatus, Clericorum illius temporis, existat. Episcopi Lucenses, qui in ea membrantur, sunt Balsarius, qui anno DCC. vivebat: Walprandus, qui etiam Tusciae Dux erat, quique anno DCCXLII fioruit: Peredeus, qui in Aule Regis Franciae versatus est, & post Walprandum, secundum hoc Instrumentum, Lucensem Ecclesiam rexit, praecessitque άμεσωϛ Episcopum Ioannem, qui hanc chartam scribi iussit. Quum autem aliam Ecclesiam D. Mineati sacram in Lucana Diocesi olim exstitisse, nisi eam, unde nomen accepit oppidum S. Miniatis, minime constet, si excipias Ecclesiam D. Mineatis in Faugnana, suburbio oppidi Miniatensi; adfirmare probabiliter possumus, Ecclesiam D. Miniatis in Quarto, in illa Diocesi, esse han eamdem Ecclesiam; adeoque ex adlato instrumento patet, eam aedificatam fuisse anno circiter DCC. Hinc habemus prima initis huius oppide, quod ab huius Ecclesiae celebratione, & frequenti populorum….»

ANTONIO MARIA VANNUCCHI - 1758
L'erudito Antonio Maria Vannucchi, essendo in corrispondenza con Giovanni Lami e da esso debitamente edotto, non mancò di inserire una tal informazione nella pubblicazione dal titolo Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, edita presso la stamperia fiorentina di Gaetano Albizzini, nel 1758. Vedi il post IL RAGIONAMENTO STORICO SANMINIATESE DI A. M. VANNUCCHI AL GIOVANE G. B. GUCCI
In particolare alle pp. 21-22 ebbe a scrivere:
«Qual si fosse cotesto Colle, sovra cui stendesi la Città vostra, o nel fiorire, o sul cadere del Romano Imperio, malagevole cosa è il dimostrarvi. Certo prima dell'ottavo secolo ei si chiamava Quarto, come abbiamo dallo Strumento della fondazione della Chiesa di Samminiato; ma donde, e come in tal guisa si denominasse, non saprei ridirvelo sicuramente. I nomi, che quasi sempre sono più durevoli delle cose da loro significate, niente qui ci manifestano per la proposta materia. […] Ma discendendo alle più sicure memorie, circa il 700 di nostra salute, sotto Belsario Vescovo di Lucca, fu edificata in Quarto la Chiesa di Samminiato, sommessa alla Prepositura di S. Genesio, siccome a più antica; e questa fabbrica richiedeva bene, che già vi fosse all'intorno qualche Borgata, ai comodi della quale essa servisse, e questa diede senza dubbio nome, e popolazione a cotesta Patria.»

GIOVANNI LAMI - 1766
Le medesime considerazioni furono nuovamente esposte da Giovanni Lami nel suo Lezioni di Antichità Toscane e spezialmente della Città di Firenze recitate nell’Accademia della Crusca da Giovanni Lami pubblico professore, pubblicato appresso Andrea Bonducci in Firenze l'anno 1766 [Parte Seconda, pp. 323-342]. Vedi il post: SAN MINIATO, DESIDERIO RE DEI LONGOBARDI E I FOCENSI SECONDO GIOVANNI LAMI
In particolare egli scrisse [p. 332]: «In altra parte, ma sempre non lungi dalla Valdelsa, era stata fabbricata altra Chiesa sotto il titolo di S. Miniato Martire, nella Diogesi di Lucca: e siccome quel Santo era un Martire Fiorentino sì famoso, che dedicate a lui si ritrovano da trenta Chiese; quella divenne un celebre Santuario, e i popoli la cominciarono a frequentare; onde ivi ancora furono costruite abitazioni diverse, che cominciavano già a prender forma di Terra […] Quella poi di San Miniato è sicuro, che è stata edificata intorno all'anno settecento di Cristo, riconoscendosi da antica Carta riportata dal famoso Lodovico Antonio Muratori nelle Antichità Italiche del Medio Evo, qualmente fu fondata, essendo Vescovo di Lucca Balsario.»

DOMENICO BERTINI – 1818
Anche in ambito lucchese venne accolta la deduzione di Giovanni Lami. E' il caso di Domenico Bertini che nella sua dissertazione a proposito della storia ecclesiastica lucchese contenuta nel quarto volume de Memorie e documenti per servire all’istoria del Ducato di Lucca, (presso Francesco Bertini Tipografo Granducale, Lucca, 1818, p. 12) ebbe a scrivere:
«Fu scritta una tal pergamena l'anno IX di Carlo Magno, e II di Pipino ai 16 gennajo, Indizione VI vale a dire al principio del 782. Ci narra la stessa, che poco tempo innanzi, “qualiter ante hos annos”, alcune persone, il nome delle quali ce le dimostra per la maggior parte Longobarde fondarono la nuova Chiesa di S. Miniato “in loco Quarto”, ed alla custonia della medesima posero un tal “Naudolfo, cum licentia consilii bone memorie Balsari, hujus Lucensis Ecclesie Episcopi”. Dipoi il Prete Bonichis, col permesso del nostro Vescovo Valprando, pose per Rettore di detta Chiesa Austriperto suo figlio adottivo ed erede. Questi pure vi pose Autchis cherico, senza permesso del nostro Vescovo Peredeo, perché in tal tempo trovavasi in Francia al servizio del Re. Autchis dunque prega il Vescovo Giovanni a volerlo confermrar nella rettorìa, lo che ottiene con certe condizioni. Ecco l'origine di Samminiato, ora detto del Tedesco Città posta nel Valdarno inferiore, distante da Pisa, e da Lucca 22 miglia, e 23 da Firenze. Inanto il Vescovato di Balsari, col permesso del quale si fondò una tal Chiesa, è compreso fra gli anni 700, e 713: e siccome i successivi Vescovi Lucchesi esercitarono fino al Secolo XVII sul luogo stesso la loro di autorità, è chiaro, che colà si estese la Diocesi nostra per tutto il corso del tempo accennato.»

DAMIANO MORALI – 1834
Dopo la pubblicazione del Vannucchi, nel 1758, ormai la notizia fu accettata universalmente a San Miniato. Fu così che anche l'Accademico degli Euteleti Damiano Morali, riportò le considerazioni dei precedenti, nel libro Un cenno sulle Memorie di Sanminiato, pubblicato in San Miniato presso la tipografia di Antonio Canesi nel 1834, vedi il post [LIBRO] UN CENNO SULLE MEMORIE DI SAN MINIATO
In particolare, il Morali a p. 5 ebbe a scrivere: «Cresciuto sotto il nome di Quarto, per la sua centrale posizione venne anco aumentato per opera dei Re Longobardi: nel 573 secondo la cronaca del Bardi fu edificata la fortezza, e nel 782 fuvvi fabbricata una chiesa col titolo di S. Miniato martire, da cui prese la nuova nomenclatura».

DOMENICO BARSOCCHINI – 1837
Domenico Barsocchini curò l'edizione di centinaia e centinaia di pergamene conservate presso l'Archivio Arcivescovile della Diocesi di Lucca. In particolare nella parte II del Tomo V delle Memorie e Documenti per servire all'Istoria del Ducato di Lucca [doc. CLXXXIX, p. 111], ritroviamo anche quella in oggetto, precedentemente pubblicata da Ludovico Antonio Muratori nel 1742 (e riproposto poi da Giovanni Lami nel 1758). Al pari dello stesso Muratori, a corredo del testo propose una breve nota, una sorta di “spoglio”, utile ad indicare il contenuto sintetico dell'atto, senza tuttavia avanzare alcuna considerazione circa il collegamento con la primigenia chiesa che dette origine all'abitato di San Miniato.
Queste le sue parole: «Giovanni Vescovo conferma nella Chiesa di S. Miniato del luogo Quarto Autchis, il quale n'era stato eletto rettore precedentemente, nel tempo che il vescovo Peredeo trovavasi in Francia in servizio di Carlomagno, nell'anno 783. Arch. Arc. *B.60»

EMANUELE REPETTI – 1843
Anche Emanuele Repetti, attento ricercatore di memorie storiche nel suo Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana, vol. V, pubblicato in Firenze nel 1843 prese per buone le indicazioni dei precedenti. Addirittura attribuì tutto al Muratori, l'edizione e il collegamento con la città di San Miniato (cosa che invece deve essere attribuita al Lami e poi al Vannucchi). Di seguito il testo che possiamo leggere a p. 79:
«Il fatto meno soggetto a controversia è che forse la vera origine di questa città trovasi registrata in una membrana dell'Arch. Arciv. di Lucca, scritta lì 16 gennajo dell'anno 788,la quale ne avvisa della fondazione di una chiesa fatta verso l' anno 700 sotto il titolo di S. Miniato in loco Quarto dentro i confini del piviere di S. Genesio. Il Muratori, che nelle sue Ant. M. Aevi (Vol. VI) rese di pubblico diritto quell'istrumento, rilevò, che la chiesa di S. Miniato in quel tempo era un oratorio semplice, sottoposto fino dalla sua erezione alla chiesa plebana di S. Genesio situata presso la confluenza dell' Elsa in Arno e forse quattro miglia romane distante dal luogo Quarto».

GIUSEPPE CONTI - 1863
Le stesse notizie, riprese dal testo del Bertini del 1818, vennero proposte anche dal Proposto della Cattedrale Mons. Giuseppe Conti, nel suo testo dedicato alla Storia della venerata immagine del SS. Crocifisso detto di Castelvecchio nella Città di Sanminiato (Tip. Cellini, Firenze, 1863) in cui propose anche notizie e considerazioni sulla storia sanminiatese in generale:
«700. Fu fondato l'Oratorio di S. Miniato martire dai Longobardi padroni del castello, sotto Barsari vescovo di Lucca, come apparisce da un diploma del 783 pubblicato tra le memorie e i documenti per servire alla 'Storia di Lucca', T. IV, pag. 12».

GIUSEPPE RONDONI - 1876
Anche Giuseppe Rondoni, autore di un volume dedicato alle Memorie della Città di San Miniato (stampato presso al Tip. Ristori a San Miniato nel 1876) ripropone la medesima notizia:
«Anche S. Miniato, da parte le ipotesi intorno al villaggio romano di 'Quarto' ed al suo tempo di 'Pane'', deve la propria e vera sua origine ad una chiesa. Nell'anno 783, regnante Carlo Magno, fu edificato un tempietto in collina a due miglia da S. Genesio, in onore di S. Miniato martire, da sedici devote persone, cioè Bonomo, Aidualdo, Ropualdo, Teodilapo, Manolfo, Kaleuso, Muroaldo, Teodosi o Teudizio, Auchis, Geminiano, Ferminoso, Fermiciano, Tecudaldo o Taginaldo, Candolo, Wilinando, e Gundualdo. A giudicare dal nome la maggior parte di costoro sembrerebbero longobardi; ma tal criterio dei nomi, sebbene adottato quasi generalmente, non presenta sempre molta sicurezza [...] cosicché i nostri sedici supposti longobardi potevano essere lucchesi con nome longobardo, o meglio e lucchesi e longobardi insieme. [...] Costoro posero a capo della nuova chiesa un certo Naudolfo con licenza di Balsari, vescovo di Lucca, e Naudolfo adottò il successore non Austriperto, come erroneamente crede il Lami, ma Bonichi prete, secondo è notato nelle 'Memorie lucchesi' il quale, col permesso del vescovo della diocesi, Walprando, assunse rettore della chiesa Austriperto, suo figlio adottivo ed erede. A lui seguì Autchis chierico, senza il permesso del vescovo lucchese Peredeo, che allora trovavasi in Francia a servizio del re, di modo che in progresso troviamo che Autchis prega il Vescovo Giovanni a volerlo confermare nella rettoria, il che ottenne facilmente, anzi egli solo poté conseguire l'usufrutto e la potestà piena».

GIUSEPPE PIOMBANTI - 1892
Più onesto, si fa per dire, Giuseppe Piombanti, il quale nella sua Guida della Città di San Miniato al Tedesco (Tip. Ristori, San Miniato, 1894, p.14) ammise che circa l'origine della città non vi fosse nulla di certo. Queste le sue parole:
«Intorno alla sua origine nulla si può asserir con certezza. Havvi una tradizione che dice esserci stato, nell'età romana, un villaggio, chiamato Quarto, con tempio dedicato al dio Pane, dipoi convertito in chiesa cristiana, in luogo detto Pancole, cioè dove Pane ebbe adorazione. [...] Il fatto meno controverso, al dire del Repetti, si è che, nel secolo VIII, dove ora sorge il tempio di S. Francesco, i vinti e dispersi longobardi, uniti per avventura ai lucchesi, erigessero una chiesa in onore del martire S. Miniato, assai venerato in quei tempi, cui il vescovo di Lucca Balsari prepose un tal prete Naudolfo. Presto aumentò intorno ad essa il numero delle abitazioni; e pare che il villaggio fosse di giurisdizione ecclesiastica, poiché doveva pagare un annuo tributo alla mensa vescovile di Lucca».

FEDOR SCHNEIDER – 1914
Lo studioso tedesco F. Schneider, nel suo Reichsverwaltung in Toscana von der Gründung des Langobardenreichs bis zum Ausgang der Staufer, 568-1268, (Verlag Von Loescher, Roma, 1914) sostenne che il toponimo di “Quarto” andasse riferito alla distanza rispetto ad un ponte sul fiume Elsa, presente lungo una strada romana (che da una cartografia storica aveva dedotto essere la via Clodia nova). Queste le sue parole a p. 230n: «Der Ort, wo S. Miniato gegrundet ist, hiess Quarto, er liegt 4 romische Meilen von der Elsa-brucke entfernt, offenbar an einer Romerstrasse, die von dieser ab die Entfernung Mass.»

sabato 17 dicembre 2016

FERDINANDO PAOLETTI E L'ACCADEMIA DEL SEMINARIO A SAN MINIATO NEL '700

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
In questo post sono proposte alcune notizie in merito al sacerdote Ferdinando Paoletti [Bagno a Ripoli, 23 dicembre 1717 – 1 dicembre 1801] che per alcuni anni fu a San Miniato. Nell'introduzione al volume San Miniato nel Settecento (Pacini Editore, Pisa, 2003, pp. 11-12), Paolo Morelli rileva come al Vescovo di San Miniato Giuseppe Suarez de la Concha si debba anche la nomina a rettore del seminario di quel Ferdinando Paoletti che divenuto poi pievano di Villamagna, in diocesi di Firenze, si dedicherà come Landeschi a studi di agronomia. E' una figura interessantissima per lo studio del pensiero scientifico e socio-economico del tempo. Per certi aspetti anticipò proprio Giovan Battista Landeschi, ma non è questa la sede per parlare della sua attenzione al mondo agricolo o sociale del tempo.

A SAN MINIATO
Ferdinando Paoletti venne chiamato dal Vescovo Suarez della Concha nei primi anni '40 del '700 con il ruolo di “rettore” del Seminario Vescovile e vi rimase fino al 1746. Gli successe Rinaldo Lanini che veniva da Ronta, vicino Borgo San Lorenzo [«Novelle Letterarie», Tomo XII, Stamperia della SS. Annunziata, Firenze, 1751, n. 28, 9 luglio 1751, coll. 434-435]. Il Seminario di San Miniato, lo ricordiamo, era stato fondato da Mons. Angelo Pichi (Vescovo dal 1648 al 1653), ingrandito da Mons. Michel Carlo Visdomini Cortigiani (Vescovo dal 1683 al 1703) e infine ampliato e rinnovato in forme monumentali da Mons. Francesco Poggi (Vescovo dal 1703 al 1719).

Per avere qualche dettaglio in più sulla vita di Ferdinando Paoletti di seguito è proprosto il testo R. Nobili, Elogio del sacerdote Fernando Paoletti pievano di Villa-magna, in «Il Nuovo Giornale dei Letterati», n. V, Pisa, 1803, pp. 9-10:

Da Gio. Battista Paoletti di civil famiglia di industriosi possessori oriundi di Sesto, luogo centrale della Comunità, e Podesteria di tal nome presso Firenze, nacque nel luogo detto alla Croce distante circa quattro miglia dalla Capitale per la strada Aretina il dì 23 Dicembre 1717 Ferdinando Paoletti, che dati prematuri saggi di un genio elevato, e non comune fu dal Padre affidato alla cura del celebre Dott. Giuseppe Maria Brocchi Rettore del Seminario Arcivescovile Fiorentino, che educollo con tal predilezione, e riguardi, che giunto sollecitamente al termine degli studj, e presentasegli la congiuntura di spedire un Maestro di Belle Lettere col carico di dirigere un Collegio a Palermo, non esitò un momento a destinarvi il nostro Abate Ferdinando, che ambizioso di gloria, e di onore si diresse immediatamente a quella volta per la via di Livorno.
Era già ivi pronto alla partenza un legno sul quale caricò i pochi suoi affetti con la sua prediletta strettissima collezione di libri, quando assalito da una fierissima malattia biliosa gli convenne rimanervi a curarsi, vedendo col massimo dei dolori trafugarsi e perdersi la libreria già imbarcata, che non gli fu più possibile di rinvenire.
Sdegnato perciò con il mare, cui attribuiva tanta sciagura, determinò di preferire uno stabilimento, che venivagli offerto nella Città di S. Miniato, ove si occupò con indefesso zelo nella direzione di quel Seminario Vescovile, in cui insegnava ancora le Belle Lettere. Nell’anno 1746 fu chiamato alla Cura della Pievanìa di s. Donnino a Villamagna distante sei miglia da Firenze verso Levante, e ne accettò volentieri l'incarico, perché vide che avrebbe potuto più comodamente spaziarsi il suo genio negli studj ameni, che preferiva ad ogni altra occupazione.

Il Seminario Vescovile di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L'ACCADEMIA IN SEMINARIO
Nel suo compito alla guida del Seminario, profuse il suo impegno alla preparazione, non solo morale e spirituale, ma anche culturale dei giovani seminaristi. Il suo programma educativo e scolastico – non senza l'appoggio del Vescovo – nel 1744 si concretizzò con l'istituzione di una “accademia”, individuata come strumento di formazione e crescita dei ragazzi. Di questa accademia troviamo una interessantissima lettera inviata dallo stesso Ferdinando Paoletti a Giovanni Lami, curatore delle «Novelle Letterarie», dove non esitò a pubblicarla. Il testo completo è proposto più avanti.

L'accademia, una volta al mese, offriva momenti di confronto, di condivisione, di discussione ed era il luogo dove alcune tematiche potevano essere trattate con maggiore facilità e libertà, al di fuori dei rigidi schemi imposti dall'istituto seminariale. Giovanni Lami a commento della lettera pubblicata sulle «Novelle Letterarie», si complimentò con il rettore del Seminario per una tal iniziativa, dal momento che ai futuri sacerdoti era necessario molto altro, che qualche lambruccio di Teologia Morale, perché sieno a portata d'istruire i popoli, come conviene.
Come afferma lo stesso Ferdinando Paoletti, l'idea di fondare una simile accademia era nata per dar qualche lustro a questo Seminario, che in simil sorta di letterari esercizi può considerarsi al momento molto oscuro. E poi per infondere negli studenti spirito di osservazione e capacità critica, per distinguere il millantamento e la ciarlaneria dalla vera e soda scienza, che invece stimano i valent'uomini. Infine come momento di educazione “al bello”, ovvero per promuovere nella studiosa gioventù il buon gusto, e l'avanzamento delle lettere.

Gli argomenti affrontati erano molto vari: Filosofia, Storia, Letteratura ma anche questioni storico-teologiche (come i Magi e la Stella Cometa, a cui seguì anche una vivace polemica contro lo stesso Paoletti). Non mancavano tematiche legate all'Astronomia (il moto perpetuo dei corpi), alla Geologia (terremoti) e alla Medicina (come il funzionamento del corpo umano attraverso il cuore e la circolazione sanguigna, la cui dissertazione fu curata dal dott. Ranieri Gamucci, medico di origine sanminiatese che ritroviamo in varie località della Toscana, fra cui ad Anghiari). E che dire poi della dissertazione del dott. Buonaparte (probabilmente Ranieri Simone, medico e titolare di una cattedra presso l'Università di Pisa, morto nel 1761), che trattò il tema sopra le voglie delle donne.
Di tutto questo siamo a conoscenza grazie al testo pubblicato nelle «Novelle Letterarie», Tomo VI, Stamperia della SS. Annunziata, Firenze, 1745, n. 30, 23 luglio 1745, coll. 468-471, proposto di seguito:

[468] SANMINIATO
Il Signor Ferdinando Paoletti che molta lode esercita l'uffizio di Rettore del Seminario di Sanminiato, mi ha scritto una Lettera, la quale sembrami degna d'essere inserita in queste novelle, ed è la seguente:

Ho osservato in alcune date delle Novelle letterarie, che V.S. da notizia di varie Accademie nuovamente erette da alcuni Prelati nel Regno di Napoli. Io per questo mi son mosso a darle avviso d'una simile Accademia da me istituita fin dall'anno decorso in questo Seminario; acciocché, sebbene io non la stimi punto paragonabile con le notate nelle Novelle Letterarie, pure V.S. se le parrà bene, dia notizia ancora di questa. Io mi muovo a pregarla di ciò, prima per dar qualche lustro a questo Seminario, che in simil sorta di letterari esercizi può considerarsi almeno al presente [469] molto oscuro; poi perché si sappia dagli ignoranti impostori, specialmente, che tali cose non sono se non degne di lode, che tali veramente la stimano i valent'uomini, e quei, che son dotati di una vera e soda scienza, opposta totalmente a quella, che può dirsi comodamente, millantamento, e ciarlaneria; e perché si vede, che io con ciò promuovo nella studiosa gioventù il buon gusto, e l'avanzamento delle lettere. Questo congresso adunque si aduna una volta il mese colla recita di una dissertazione, e qualche volta ancora di qualche componimento Poetico, quale non ho giudicato bene promettere molto frequentemente, per non far perdere la gioventù dietro a simili studi, che sono per lo più di poco, o di niuno vantaggio. La materia per le dissertazioni è totalmente libera; sicché ci se ne leggono delle Teologiche, delle Filosofiche, delle Storiche, sì in genere di Storia Ecclesiastica, come profana. In genere di Storia Ecclesiastica si è trattato criticamente de i Magi adoratori di Cristo, e della Stella, che servì loro di scorta. Questa dissertazione mosse alcuni Frati a lacerarmi fieramente, perché non avevo seguitato le opinioni volgari, e vi fu chi mi trattò di poco pio. Si è trattato ancora de' i supposti prodigi, [470] che da alcuni impostori discorsi seguiti nella nascita del Redentore; e questo non mi cagionò contro alcuna diceria, non so come, forse perché dopo le taccie datemi, come sopra, sferzai da diritto, e da rovescio, quei buon'uomini in un altro congresso, in cui trattai del vero, e buon metodo di studiare, e del fine principale, che si dee proporre ognuno, che studia. In altre materie, si è trattato della Teologia degli Egiziani: dell'origine de i Templi de i Gentili; dell'origine, e fondazione di Roma. Sopra le voglie delle donne lesse una bellissima dissertazione il Sig. Dottore Buonaparte Lettore di Pisa; e il Signor Dottore Ranieri Gamucci una anch'egli ne lesse molto bella, in cui mostrò, che la vita del corpo umano consiste nella circolazione del sangue; e gli piacque nello stesso tempo di farci vedere l'anatomia del cuore. Si è trattato ancora dell'Attrazione, del Voto, del perpetuo moto de i corpi, del Tremoto. E qui piacemi farle note ancora, che questo Monsig. Vescovo ha introdotto in questo suo Seminario la lezione di Filosofia Neutoniana, dove prima non ce ne era di alcuna sorte.

Sin qui il Signor Paoletti, col quale, siccome col suo degno Prelato, mi rallegro di cuore, vedendo il zelo, che nutrono per [471] l'avanzamento de' buoni studi negli Ecclesiastici, a' quali è necessario molto altro, che qualche lambruccio di Teologia Morale, perché sieno a portata d'istruire i popoli, come conviene.

«Novelle Letterarie», Tomo VI,
Stamperia della SS. Annunziata, Firenze, 1745
Frontespizio

domenica 10 gennaio 2016

ADDSM – 1274, 9 NOVEMBRE – I BENI DEL TESORIERE REALE A SAN MINIATO

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ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO

ADDSM – 1274, 9 novembre – I beni del tesoriere reale a San Miniato

Il documento originale è conservato presso l'Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Comune di San Miniato, 1274 novembre 9.

REGESTO [tomo III, c.215r]
Iacopo de Bufona Vicario generale in Toscana fa la seguente testimonianza di tenere appresso di Sè diversi mobili e argenti che furono di messero Rainaldo de Canpij già Tesoriere in Toscana, e questi dopo la di lui morte erano rimasti nelle mani di detto Comune; quindi sono descritte le dette robe minutamente. Fatto appresso Montepulciano Rogato Orlandinello notaio imperiale.

CONTENUTO IN SINTESI [F. Fiumalbi]
Iacobus de Bufona, Vicario Regio per la Toscana, alla presenza di Domino Gerardo Rodulfi esperto in diritto, in veste di rappresentante del Comune di San Miniato, dichiara di aver ricevuto in consegna i beni appartenuti a Magistri Rainaldi de Campis, Tesoriere Regio per la Toscana, morto durante il suo mandato nell'anno 1274. La dichiarazione è corredata con tanto di “Inventario” degli oggetti che fino a quel momento erano rimasti in custodia presso il Comune di San Miniato. L'atto venne registrato presso Montepulciano. Si può ipotizzare che l'inventario fosse finalizzato alla contabilizzazione dei tributi nelle mani del Vicario e della restituzione dei beni personali alla famiglia del tesoriere.

Di seguito è proposta la trascrizione pubblicata in G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta, Tomo I, Firenze, 1758, pp. 494-495.

In Dei nomine, amen. Nos Iacobus de Bufona Regius in Tuscia Vicarius generalis. Per hoc publicum presens Instrumentum fatemur nos habere, & in veritate habemus apud nos, a Domino Gerardo Rodulfi Iurisperito, Sindico Comunis & Universitatis Sancti Miniatis, dante & solvente, vice & nomine dicti Comunis Sancti Miniatis, & pro ispo Comuni, infrascriptas res, de rebus, que fuerunt Magistri Rainaldi de Campis, olim in Tuscia Regii Thesaurarii, & que post mortem eiusdem remanserunt penes Comune Sancti Miniatis prefati, videlicet duos Nappos argenti sine pedibus, unam Coppam argenti deauratam cum pede, tre Anulos argenti, unum Anulum auri, unum Dentellerium argenti, unam Musculam argenti, una Cinturam parvam argenti ornatam de sirico nigro, unum Speculum de ebore sicum, & laqueos sirici, & globos siricos, duas infulas de sirico, unum Manubrium eburneum cum argento, unam Infulam de panno, unum Marsupium de sirico, in quo sunt speties, unum Cultellum fractum cum manubrio coralli, duo paria Bilanciarum cum ponderibus. Item unum Baculum cum cultello, unum par Forsicicularum, unum Marsupium de sirico vetus, duas Cirotecas cum vigintiuno flor. auri. Intem unam malam Traversagnam, duos Saccules, unam Tanicam, unam Guarnachiam de brunecta moream foderatam de variis, unum Capucium foderatum de variis, una Guarnachiam sine manicis de tritana, unum Confectum de perso foderatum de scoralis, unum Capacium foderatum de gulis varinis, unam Tunicam de tritana, una Guarnaciam, & Superunicale cum duobus Capaciit de tritana stamellina, fodevatis de zendalo nigro, unum Cappuccium, & una Cappellinam de perso foderatam de variis, unam Guarnaciam de perso, unum Doppiellum de pingolato, unam Foderam de mufellis variis, unum Copertorium de panno rubeo foderato de cruribus leporum, unam Cultram de zendado rubeo, decem Linteamina, unum Guanciale, novem Capitergia, unam Causape, & due Manutergia. Tres strabules, unum par Molearum, unam Federam de zendado giallo vetus, unum per Manicarum panni Carbonecte. Item due petia Zendadi rubei, unam petriam Zendadi viridis, unum Galerum de feltro, duo paria Fiaschorum de tramaricio. Item Ferreriam, duodecim Aglinos argenteos. Intem Solidos quinquagintaquator, & denarios septem Pisane monete in quibusdam sacculis, qui sigillati non erant. Item triginta Solidos, & quatuor Aglinos de aquilinis grossis argenteis, & Solidos quatuor & denarios septem Pisane monete parve, in quodam sacculo qui sigillatus erat cum sigillo cere rubee, cum scribere non poterant bene ad imaginem adoptari. Item sexuagintaduas libras Pisanorum parvorum vel circa, ut apparebas per pondus in quodam alio sacculo, qui sigillus erat de ipso sigillo. Item libras quiquaginta Pisanorum parvorum cum tribus Aglinis vel circa, ut apperebat per pondas in quodam alio sacculo, qui sigillatus ert de cera viridi quasi de ipso sigillo. Item due Cosinos, & unum Celone coloris viridis. Item duos Equos, unus pili rubei, & alium pili nigri, qui est ronzinui. Que omnia apid nos havere consessi simas, renuntiando exceptioni pecunie non habite, & non numerate, & rerum non habitarum, & non receptarum, quare exceprionem promittimus non opponere in causa, vel extra. Insuper Vicariatus nomine, & etiam nostro proprio, & privato nomine promittimus tibi Sindico... pro dicto Comuni Sancti Miniatos stipulanti, & recipienti, & pro dicto Comune, & ipsum Comune conservare indepnem, & indepnes a Regia Curia, & ab omni alia persona, & personis, loco, vel locis sub pena dupli suprascripte rei, quam tamen predicto Comuni, & ipsi Comuni dare promittimus Vicariatus nomine, & etiam nostro proprio, & privato nomine, se hec omnia, ut dictam est non observaremus, & ad penam dictam, & regiminis, sub quo fuerunt pro tempore consueto, & ea soluta, vel non, hic contractus in sua permaneat firmitate. Renunciando omnibus exceptionibus, constitutionibus a quo, vel quibus, a singulis, vel aliquo predictorum nos iurare, vel defendere possemus. Et hec omnia facta sunt per predictum Sindicus & Comune de mandato, & coactione suprascripti Domini Vicarii. Et ad foturam memoriam, & cautelam tui Sindici factam, & tui Comunis Sancti Miniato hoc presens publicum Instrumentum factam per Orlandinellum Not. infrascriptam bulla nostri Sigilli predicti iussimus reboravi.
Actum apud Montepulcianum presentibus Dominis Gerardo Iudice Vicecomitis, & Domino Rosso Vicecomite de Pisis, Domino Guilelmo Malfiliasti, Nactio Marescalco, & Pulianese Not. testibus ad hec rogatis & vocatis. Dominice Incarnarionis anno MCCLXXIV, die Iovis nono Novembris secunde Indict.
Ego Orlandinellum Sacri Imperii Notarius his omnibus interfui, & rogat. in publicam formam redegi, ideoque meo signo, & nomine confirmavi, & de mandato soprascripti Vicarii.
G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta,
Firenze, 1758, frontespizio.

lunedì 28 aprile 2014

SAN MINIATO, DESIDERIO RE DEI LONGOBARDI E I FOCENSI SECONDO GIOVANNI LAMI

a cura di Francesco Fiumalbi

In questo post è proposta la Lezione n. 10, tratta da G. Lami, Lezioni di Antichità Toscane e spezialmente della Città di Firenze recitate nell’Accademia della Crusca da Giovanni Lami pubblico professore, appresso Andrea Bonducci, Firenze, 1766, Parte Seconda, pp. 323-342.

Giovanni Lami (Santa Croce sull’Arno, 1697 – Firenze, 1770), è senza dubbio una delle principali personalità dell’erudizione toscana del ‘700. La sua attività di ricerca storica, specialmente per quanto riguarda l’area fiorentina e il Medio Valdarno Inferiore, sua terra d’origine, lo portò alla pubblicazione di opere molto importanti, come le Deliciae Eruditorum (comprendenti anche il cosiddetto Hodeporicon), Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta e le Lezioni di Antichità Toscane. Per dare un’idea dell’importanza della sua attività, basta ricordare che tutti gli studi successivi, fino ai giorni nostri, non possono prescindere dalle pubblicazioni sopra elencate.

La decima lezione, che di seguito è proposta, è assai interessante perché, nonostante la sua vastissima cultura, Giovanni Lami cadde nel trabocchetto del cosiddetto Decretum Desideri Re. Si tratta del controverso “Decreto di Desiderio Re dei Longobardi”, falsamente riportato alla luce da Giovanni Nanni (1437-1502), frate domenicano, meglio noto col nome umanistico di Annio da Viterbo, autore delle Antiquitate Variarum volumina XVII.
In tale falso “decreto”, tuttora conservato presso il Museo Civico di Viterbo, si affermava che i centri di San Gimignano e di San Miniato fossero stati fondati, o ri-fondati, per volontà di Desiderio. Lo scopo del monarca sarebbe stato quello di assegnarli ai Focesi, cioè gli antichi abitanti di Focea, una delle città greche della Ionia, che dopo varie peripezie si sarebbero trasferiti fra la Liguria e la Toscana. Non staremo a discutere della parte che riguarda Fucecchio (famosa è la questione, ampiamente smentita a più riprese, sul fatto che i Focesi fossero gli antenati dei Fucecchiesi… per comodità si rimanda a questo post di Mario Catastini).
Insomma, nonostante che il falso fosse stato ampiamente confutato già nel corso del ‘500 e del ‘600 da vari eruditi del tempo, Giovanni Lami ci offre tutto un panegirico per dimostrare che sia San Gimignano che San Miniato erano già popolate al tempo di Desiderio, e che nel nome di Fosci (antico castello fra San Gimignano e Colle Valdelsa) va riconosciuta quella gente, i Focensi, a cui il Re Longobardo aveva assegnato i due centri. Di fatto, il Lami prese assolutamente per buono il Decreto di Desiderio, cosa che creerà non pochi problemi storiografici almeno per tutto il secolo successivo. Infatti Emanuele Repetti, nel suo Dizionario, fece largo uso delle opere del Lami e quindi contribuì alla diffusione di questa falsità storica, e definitivamente confutata in tempi solo molto di recente.

G. Lami, Lezioni di Antichità Toscane,
Firenze, 1766. Frontespizio.

DI ANTICHITA' TOSCANE
LEZIONE X.

«[p. 323] Io impresi già nella antecedente Lezione a ragionare sopra quella parte del controverso Dicreto di Desiderio Re de' Longobardi, che la nostra Toscana Reale spezialmente riguarda; non perché io fossi persuaso, che quell'Editto sincero e legittimo fosse; ma perché io vedeva, che le cose in esso contenute mi davano una bella e comoda occasione di investigare tra il ritto buio della rimota antichità varie notizie, e memorie, onde in qualche barlume della Storia di que' lontani caliginosi tempi pervenire io potessi.
Conciossiacosaché nell'andare io pesatamente e maturamente esaminando, se quello, che il Decreto ne porta, sia conforme, e conveniente; o sivvero discorde, e ripugnante; all'Istoria di quell'età: mi fa di mestiero il diligentemente ricercare antichi e veridici monumenti, i quali possa con le parole del Dicreto paragonare, onde la somiglianza, o la diversità, l'incongruenza, o la probabilità, ne ravvisi: e conseguentemente ne vengo o a discuoprire nuovamente, o a mettere in più chiara e luminosa veduta, molte memorie , che la Storia Toscana della mezzana età potranno forse in qualche parte illustrare. Io finii nella mia passata Diceria coll'investigamento [p. 324] della fondazione e antichità di Pietrasanta, dopo la ricordanza della quale, cosi in quel Dicreto si parla: A' Focensi poi San Geminiano, e San Miniate: quasi dica qui il Re Desiderio, che per comodo di alcuni popoli Toscani, i quali chiama Focensi, ha costruite, o aumentare, le Terre di San Geminiano, e di San Miniato, nelle quali que' popoli passassero ad abitate; essendo o per l'innanzi dispersi, o sivvero tanto moltiplicati, che fosse loro giovevole l'esser come dedotti in colonie. Ma io credo vera la prima cagione, a conto dei crudeli scempi, e delle sanguinose atroci guerre, de' Goti inumani, e de' barbari Longobardi, predecessori di Desiderio. Per conoscere, se in questa parte dell'Editto sia verosimiglianza, e probabilità, e concordia, coll'antica e veritiera Istoria, bisogna dapprima indagate, se in Toscana siano mai stati popoli chiamati Focensi; e se le Terre di San Geminiano, e di San Miniato, siano dei tempi di Desiderio, oppure anteriori, o sivvero fondate e edificate dipoi. E per quello , che appartiene ai Focensi, io mi contenterò di ricercargli solamente nella Valdelsa, o in que' contorni, lasciando dapparte l'insufficiente vanità di chi si lusinga, essere stati così chiamati gli abitatori di quel luogo, che anticamente Ficiculum, e Ficiclum, e Ficeclum, dicevasi; ed ora Fucecchio comunemente addimandasi. Quegli, che ciò hanno irragionevolmente preteso, non sono tanto moderni , che Raffael Maffei detto il Volterrano, non ne abbia fatto menzione; e Io stesso Vincenzio Borghini sufficientemente non gl'indichi. Ma prima di tutti il nostro immortale Accademico Anton Maria Salvini, in una sua Cicalata in lode de' Fichi, fé sentire, che il vero, ed antico nome di questa Terra è Ficiclo; ed il P. Priore D. Fedele Soldani nella sua Istoria del Monastero di Passignano, ed [p. 325] io poi nella terza Parte del mio Odeporico, tali e tanti antichi Strumenti, e Carte , cominciando da otto secoli indietro, abbiamo riportate, dove sempre Ficiclum, o Ficeclum, si nomina; che non può dubitarsi avere avuto Io stesso nome ne' tempi addietro ancora, e conseguentemente non comportare l'analogia, che da Ficiclum Focenses formare, e derivare, si possa . Adunque i Focensi in Toscana non saranno altri, che quegli, i quali abitano lucum prope Geminianum ex flumine regionem eam pelabente dictum, per servirmi della parole stesse del Volterrano, cui seguitando l'eruditissimo Vincenzio Borghini così lasciò scritto; Ma forse intese de' Fosci, che era in que' tempi, ed è ancora oggi, un picciol torrente tra Sangimignano, e Colle, sul quale era, per quel, che si vede per iscritture, intorno all'anno millasimo della salute, un picciol Borgo col medesimo nome de' Fosci. Sin qui il Borghini: a cui aggiungerò, che il fiume detto Fosci ha un'acqua perenne, che sorge da un monte nel territorio di Colle in tanta copia, che fa del continovo andar mulini, e le verdeggianti rive con freschi e limpidi umori perpetuamente ne bagna. Indicata così la situazione del fiume, e del luogo, detto Fosci, mi giova il tare qualche richesca, e osservazione, sopra l'etimologia e origine di questo nome. Dubitai dapprincipio, che il nome Fosci fusse una corruzione, e storpiatura, di Fossae; essendo stati molti i luoghi così denominati, come Fossae Papirianae, Fossae Philistinae, Fossae Marianae, Fossa Clodia, appresso gli antichi Geografi; ed io in varie Carte e Strumenti antichi della nostra Toscana ho incontrato altri tratti di terra detti, o puramente Fossae, o Fossae Cononis, e Fossa Lupariae, e Fossa Cuccii, e Fossati, e Fossatoni. Che sarebbe maraviglia dunque, se anche il nostro torrente [p. 326], e la campagna circonvicina, si fussero chiamati Fossae; e perché lo stato in luogo si enunziava nel numero del più festo caso, di Fossis si fosse fatto Fossi, come di Faesulis, Fiesoli; di Ripulis, Ripoli; di Quaraclis, Quaracchi; di Furculis Forcoli ec. e si fosse poi addolcita la doppia S con cangiarne una in C, come di lasso si è fatto lascio; di basio, bascio; di cossa, coscia; ed altri simiglianti: onde finalmente nascesse il nome Fosci? Arroge, che in uno Strumento di convenzione e concordia fatto nel MCCIV tra il Comune di San Gemignano, di cui erano allora Consoli Lotario d'Ardinghello, e Palmieri d'Angioliero, e Morando di Galganetto, da una parte; e tra Sigerio di Lupino, e Antiochia sua madre, Signori del Castello de' Fosci, dall'altra; sempre si dice Castrum de Fossis, e Castellum de Fossi, e Podium de Fossi: e in oltre mi assicura il Sig. Abate Giuseppe Contri Maestro della Comunità di San Gemignano, e che di fresco ha lette e spogliate tutte le antiche Membrane di quel copioso Archivio, che nelle vecchie Carte si trova chiamato ancora Fossium, e Flumen Fossii; onde tanto più sembra, che dalla voce Fossa questo nome derivi. Ma pure non credo indubitato questo sentimento. Può avere questo nome altra origine Romana, e può esser preso dal nome del possessore, o del fondatore, del luogo, vale a dire, da Fuscus, o Fuscius; poiché questi nomi gli ritrovo nelle antiche Iscrizioni Romane, e gli vedo usati fino all'undecimo secolo in Toscana, come la Carta del MLXVIII apparisce. Che i possessori e fondatori abbiano dato il proprio nome a vari luoghi, è cosa tanto chiara e manifesta, che soverchio sarebbe l'addurne ora gli esempli. Io sospetto dunque, che questo fiume, o questo Castello, e Poggio, avesse il nome da alcuno, che Fuscus [p. 327] addimandavasi; onde poi Castrum Fusci, o Flumen Fusci, o con vocabolo de' tempi più bassi Curtis Fusci, si appellasse. Il mio sospetto nasce dal vedere, che in un Diploma di Ottone III e in altro di Errico II e in una Carta del IIM del nostro Duca e Marchese Ugo appresso il Puccinelli nella cronica della Badia di Firenze non Fosci si chiama, ma Fusci. Ora perché appresso noi altri è stato uso di convertire agevolmente l’U in O, onde di Tuscana si è fatto Toscana; di mustum, mosto; di musca, mosca ec e tutte le terminazioni dei Latini in u us um abbiamo voluto finire in semplice O; non è gran cosa, se coll’andar del tempo il nome Fusci, si conversisse in Fosci, come appunto è questo luogo chiamato in Diplomi d’Errico IV Imperatore, e di Alessandro II Papa; in un Lodo del MCCIX tra il Comune di San Gemignano, e quello di Poggibonzi, e in due Diplomi di Carlo IV per tacere di molte altre Membrane, e Scritture; benché in una Bolla d’Innocenzio IV ora Fusci, ora Fosci, venga variamente addimandato. Noi medesimi diciamo Fosco, quando quella qualità significare vogliamo, che da’ Latini col nome Fuscus indicavasi. Io di più trovo ancora in altri paesi altri luoghi denominarsi da Fuscus, onde in Carta dell’anno DCCCCXLVIII appresso il celebratissimo Muratori nel Tomo II delle Antichità Italiche pag. 174 si nomina la Valle Fisca situata vicino Ferrara. Da Fosci dunque Foscenses rettamente derivasi, dalla qual voce poté togliersi poi l’S agevolmente per maggior facilità della pronunzia, e dirsi Focenses; come altri nomi di somigliante maniera. Potrebbe ancora aggiugnere qualcun’altro, essere scorsi nelle antiche Iscrizioni, anche Greche, e Romane, frequenti errori per la ignoranza dell’autore, [p. 328] che le compose; o dello scarpellino, e quadratario, che le incise; onde non sarebbe gran fatto, che ne’ tempi Longobardi, o si fosse corrotta la vera pronunzia de’ nomi, o si fosse trovato un goffo e poco esperto incisore, che in vece di Fuscenses, o Foscenses; Focenses, senza premettere l’S al C ne scrivesse. Ma siasi, dirà alcuno, chiamato pure questo luogo dal nome Fuscus; come si proverà, che tanti popoli fossero per questa Campagna dispersi, sicché uopo fosse in due circonvicine Terre raccorgli? Circa a questo, io dirò, che siccome è indubitato, che ne secolo X e ne’ due seguenti fosse in Toscana un Castello munito, e un Borgo, che chiamavasi Fosci, il quale fu finalmente intorno al MCCII da’ San-Gemignanesi distrutto, risultando ciò dall’accennato Strumento del MCCIV e che nel suo territorio avea altre Ville e Borgora, vale a dire, Bibiano, Monte, Santa Lucia, Pietrafitta, e Viano, come nella predetta Carta si dice; così vi è tutta l’apparenza, che ancora a’ tempi Romani, e inanzi alle invasioni de’ Gori, e de’ Longobardi, questo luogo fosse popolatissimo; poiché vi sono molti riscontri, che nella nostra Toscana, dove ora sono diserti ermi, e lande sterili, e cupe foreste, e desolate campagne, fossero prima fiorite e copiose Popolazioni; testimoni tanti avanzi di Romana e Etrusca antichità, che alla giornata per essi si scavano, e disotterrano. Si sono ritrovati pochi anni sono in Maremma sulla Cecina e Sarcofagi, e Inscrizioni Romane: qualche anno fa nelle boscaglie di Cappiano sul lago di Fucecchio si scopersero e olle cinerarie, e un dente di elefante impietrito, il quale venne in mio potere, e ne fece presente al Marchese Cav. Cosimo Riccardi, che di raccogliere produzioni naturali molto laudabilmente dilettavasi, dalla morte [p. 329] sul fiorerie dell’età rapitoci; vi furono trovate medaglie antiche di argento in un olla, in cui si conservano le ceneri e le ossa abbrustolite d'un cadavero, col suo pugnale: olla che appresso di me ne conservo. Vicino a Poggibonzi in Valdelsa alcuni anni sono non dispregevoli anticaglie si rinvennero; per tacere di quante se ne trovano tutto giorno nella campagna Volterrana, nella Cortonese, nel Valdarno di Sopra: tutti testimoni certissimi dell'antica Romana popolazione. Dirò di più, che per arguire la frequenza degli abitatori nel paese di Fosci, e luoghi circonvicini, non solo ci dà fondamento la fresca scoperta di antichità fatta tra Poggibonzi e Colle, da me ora commemorata; e una testa muliebre velata di marmo pochi anni sono trovata dal Sig. Dott. Frittelli in luogo appunto tra Colle e San Gimignano; ma ricavo in oltre dalle Croniche manoscritte di F. Iacopo da S. Gemignano dell'Ordine de' Predicatori, che si conservano nell'Archivio de' Padri Domenicani di quella Terra, qualmente questi Religiosi essendo stati necessitati nel MCCCLVI a trasferire il loro Convento da Monte Scassili, ove fu nel MCCCXXIX. edificato, al luogo, in cui fi trova presentemente, lo fondarono in un colle eminente presso le mura delia Terra dalla parte Orientale, ove era una piccola Chiesa sotto il titolo di S. Stefano in Canova, intorno alla quale erano e case, e torri, e palazzi. Fabbricato qui il nuovo Convento, il monte su cui era una volta la Chiesa di S. Stefano, veniva talmente a sovrastare al medesimo, che era al pari del tetto del dormentorio; onde que' Religiosi nel MDXXIV determinarono di spianarlo, e così acquistare ancora il comodo del giardino. Ma nello spianare il monte furono trovate nelle sue viscere le rovine dell' antica Chiesa di S. Stefano, e una fabbrica e stanza in volta , lunga [p. 330] da quindici braccia, e larga dieci, a guisa di Tempio, che avesse cinque Cappelle, delle quali la prima e la maggiore era volta verso Oriente, due verso Ostro, e due verso Settentrione. Il pavimento di questo Ipogeo era tutto pieno d'urne sepolcrali, e sarcofagi, dei più grandi de' quali se ne servirono i Religiosi per fare le mense degli Altari, e gli altri rimasero ivi sepolti. In mezzo di quelle urne, e sarcofagi, erano alcuni frammenti d'Idoli, o Statue, ed un gran vaso o pila di marmo scolpita a bassorilievo, che adesso è presso la porta della Chiesa, per uso dell'Acqua santa; ed è sicuro riscontro della verità del racconto, cui ho riportato ancora volentieri, perché vedo esser noto a pochissimi; e neppure esattamente raccontato da Vincenzio Coppi negli Annali di S. Gemignano. Né la picciolezza del moderno paese detto Fosci, né la poca memoria che se conserva, né l'odierna situazione erma e solitaria, ci facciano credere, come ha pensato il Borghini, che ne' tempi Romani il paese di Fosci non potesse avere molto più grande estensione, e forse dar nome a tutti gli altri contorni, ed aver per capo qualche popolata e ragguardevole Terra; essendo pur troppo chiaro e manifesto a tutti, quante grandi, antiche, e insigni, Città nella nostra Toscana sono talmente desolate e distrutte, che appena il nome o qualche vestigio si conserva; e non si riconosce appena più la loro vera situazione, come è seguito di Vada, Populonia, Gravisce, Roselle, Vetulonia, e di tante altre: onde è un fallace argomentare dallo stato presente, o di sei o sette secoli in qua, formar giudizio dell'esser loro nella vecchia Etrusca e Romana età, del loro potere, de' lor territori, della loro popolazione: [p. 331] Giace l'alta Cartago, e appena i segni / Dell'antica grandezza il lido serba; / Muoiono le Città, muoiono i Regni, / Cuopre il fasto, e le pompe, arena ed erba.

Non abbiamo dunque difficoltà nel credere ben popolato anticamente il paese di Fosci, siccome non possiamo punto dubitare in questo caso della dispersione di quelle genti nell'orrende e crudeli guerre de' Goti, e de' Longobardi, i quali con istragi inaudite né a Città, né a Castella, né ad uomini, perdonarono, come io ho più volte indicato: sopra di che piacemi qui riportare le parole di S. Gregorio il Grande: Effera Longobardorum gens de vagina suae habitationis educta in nostruam cervicem graffata est, atque humanum gens, quod in hac terra quae nimia multitudine, quasi. Spssae segetis more surrexerat succisum arnit. Nam depopulate Urbes, eversa Castra, concrematae Ecclesiae, destructa sunt Monasteria virorum ac feminarum, desolata ab hominibus praedia, atque ab omni cultura destituita in solitudine vacat terra, nullus ac possessor inhabitat: occupeverunt bestiae loca, quae prius multitudo hominum tenebat. Cosa più naturale adunque può ritrovarsi, che un Re, qual fu Desiderio, d'ingegno mite, e propenso a ristorare i danni da' suoi antecessori alla Toscana apportati, pensasse a riunire quelle popolazioni, che, in qua e là fuggitive, non avevano più né casa, né tetto, dove ricoverarsi? Ed appunto gli si appresentò una comodissima occasione di far questo. Era stata fondata non molto tempo avanti in vicinanza una Chiesa dedicata a S. Geminiano Vescovo di Modena, il quale fiorì nel quarto secolo, e la cui devozione attraeva gran concorso di popolo; onde appoco appoco si era cominciato a fabbricarvi intorno case, e abitazioni; sicché [p. 332] il Re vi scorgeva già il cominciamento d'una Terra, o Castello, considerabile: poiché in tal guisa si sono per lo più formate tutte le Città, e Terre, che da alcun Santo hanno il nome: e circa il gran culto di S. Gemignano, i suoi gran miracoli, e la sua celebrità, si può consultare il Muratori nel Tom. V dell'Antichità Italiche dell'Era Mezzana pag. 4 e seguenti; per non dir nulla dell'Ughelli e del Bollando. In altra parte, ma sempre non lungi dalla Valdelsa, era stata fabbricata altra Chiesa sotto il titolo di S. Miniato Martire, nella Diogesi di Lucca: e siccome quel Santo era un Martire Fiorentino sì famoso, che dedicate a lui si ritrovano da trenta Chiese; quella divenne un celebre Santuario, e i popoli la cominciarono a frequentare; onde ivi ancora furono costruite abitazioni diverse, che cominciavano già a prender forma di Terra. Benché non si sappia l'anno preciso, in cui fatta la Chiesa di San Gemignano, pure non è da dubitare, che sia antichissima, e almeno del sesto secolo, per essere stata essa sempre Pieve, e Chiesa matrice; onde poscia anche del titolo di Prepositura sino ab antico fu decorata. Quella poi di San Miniato è sicuro, che è stata edificata intorno all'anno settecento di Cristo, riconoscendosi da antica Carta riportata dal famoso Lodovico Antonio Muratori nelle Antichità Italiche del Medio Evo, qualmente fu fondata, essendo Vescovo di Lucca Balsario. Posto tutto questo, qual migliore occasione poteva avere Desiderio di riunire insieme i disperdi popoli di Fosci, che col fabbricare diverse case, e magioni, in que' nascenti e non rimoti Borghi; e così accrescergli, e farvi passare poi ad abitare i Foscesi? E per vero dire, è una tradizione popolare in San Gemignano, che il Re Desiderio ingrandisse, [p. 333] e ampliasse, quella Terra, e di più vi facesse un Palazzo per sua residenza; nel quale ancora in oggi si vede una moderna Iscrizione, che questo stesso testifica. Ma benché io dia pochissima o nessuna fede a simiglianti Iscrizioni e tradizioni, che sull'antichità fondamento alcuno non hanno; e che possono esser nate dalla credulità prestata a questo Decreto di Desiderio: pure cosa certa e indubitata si è, che la Terra di San Gemignano è stata da gran tempo divisa in due parti, una delle quali si addimanda Castel Vecchio, e l'altra dicesi Castel Nuovo; per essere stato questo aggiunto posteriormente, nell'ingrandirsi ed ampliarsi il circuito delle mura. Ora non sapendosi il principio di questo accrescimento, potrebbe essere forse, che questo dal Re Deisiderio fatto già fosse. Parrebbe confermare il mio asserto una Carta del MCCXIV la quale conservasi originale nell'Archivio di San Gimignano, e in cui il Consolo, il Doge, il Camarlingo, e il Consiglio, in numero di 587 persone ivi descritte, giurano ad Sancta Dei Evangelia, che si dia l'ammissione a detti offizi ogni cinque anno una volta; e giurano franchigia a favore di tutti quegli, che andassero ad abitare in toto Castro Novo & Veteri Sancti Geminiani; la qual divisione si trova espressa ancora in molti altri Strumenti di quella nobile Terra. Io però non mi attengo molto a questa divisione, perché mi pare aver sufficienti riscontri, che il Castel Nuovo di San Gimignano cominciasse a fabbricarsi sulla fine del secolo duodecimo, o sul cominciare del decimoterzo; imperocché io vedo in una Membrana del MCCXXXII che il Comune di San Gemignano fa varie compre di terreno per farvi fossi e i muri nuovi; e intorno al medesimo tempo si trova memoria di quando furono lastricate le strade del Castel Nuovo; e [p. 334] si trovano Editti di assicurazione e fidanza a chiunque fosse andato a San Gemignano per abiarvi, e fabbricar nuove case in Castro Novo; non altrimenti di quello, che si faccia nel riferito Strumento del MCCXIV. Di più nella Porta del Castel Nuovo, che Porta a San Giovanni si appella, è un'antica Iscrizione, nella quale si fa sapere, che quell'opera fu fatta nell'an. MCCLXXIII. A me sembra tutto ciò manifesto contrassegno, che quella parte di San Gemignano, che è detta Castel Nuovo, fosse fabbricata alcuni secoli dopo l'età del Re Desiderio; sicché se questo Re costrusse o ampliò San Gemignano, non si può credere, che lo facesse, se non nel Castel Vecchio, nel che non trovo ripugnanza nessuna. E' poi da osservare, che tanto più facilmente può credersi, che Desiderio s'inducesse a fabbricare e popolare intorno alla Chiesa di San Gemignano, in quanto esso, e i re Longobardi suoi predecessori, aveano portata assai divozione a questo Santo, per quanto si può comprendere da un'antica Carta contenente un Precetto di Lodovico Pio Imperatore dell'anno DCCCXXII in cui si confermano tutti i Beni a Deusdedit Vescovo di Modena, e tutte le cose della sua Chiesa, qua Reges Langobardorum propter amorem & timorem Dei Domini Nostri Iesu Christi, & Sancti Geminiani Confessoris eius, eidem Ecclesiae vel donaverunt, vel ab aliis datas confirmaverunt &c. Quindi si nominano chi fossero questi Re benefattori della Chiesa di San Geminiano, e sono Cuniperto, Liutprando, Ratgise, Ildeprando, e Desiderio; e la Carta è riportata dal lodato Muratori nel Tom. I delle Antichità del Medio Evo. E' da notarsi ancora, che parimente il dotto P. Giovanni Bollando è stato di sentimento, che il Re Desiderio ampliasse o costruisse la Terra di S. Gemignano per la divozione, che avea per [p. 335] quel santissimo Vescovo; e pensa, che egli stesso fosse quegli, che vi trasferisse la Reliquia del Dito del medesimo Santo, checcé altri favorevolmente ne ferivano. In quanto poi a San Miniato, io non so donde Lorenzo Pesciolini, che viveva nel MD nella sua Istoria MS di San Gemignano abbia ricavato, che il Re Desiderio non solamente risedesse alle volte in San Gemignano, ma ancora in San Miniato, che poi si disse Al Tedesco, e in oggi vuol lo Statuto della nostra Città, che dicasi Fiorentino. Io dubito, che sia questa una sua frangia a questo istesso Editto, sul quale io di presente ragiono; poiché in alcun luogo, benché non con tutta esattezza, lo cita. Io, che ho fatte gran ricerche delle memorie di San Miniato, non ho potuto di ciò ritrovare riscontro alcuno, il quale meritasse qualche credenza: ma pure ciò non ostante è certo e sicuro, che la Chiesa di S. Miniato vi era fino dal settecento dell'Era Cristiana, vale a dire da cinquanta, e più anni, innanzi al Regno di Desiderio, come già ho osservato di sopra: e non sembra di potersi dubitare, che anche alcuni Longobardi abitassero a quella vicino, e nel circuito delle abitazioni fattevi appresso. E per vero dire Celestino III in una sua Bolla del MCXCIV spedita a Gregorio Proposto di S. Genesio, e da me pubblicata nella prima Parte del mio Odeporico, commemora i Longobardi di San Miniato con quelle parole: Universa etiam, quae a Longobardis de Sancto Miniate vobis legitime data sunt, ac Chirographis confirmata &c. Io so bene, che in progresso di tempo la voce Longobardi fu trasportata a significare i nobili, e possenti, e dovizioni; ma questo significato non ebbe origine d'altronde, che dall'abitazione de' Longobardi in que' tali luoghi, dove eglino, come conquistatori, e più protetti, e favoriti, [p. 336] da' Re di loro nazione, avevano ancora facoltà immense, e potere non ordinario, e dignità illustri, e cospicue. Questi Longobardi di San Miniato, credo, che fossero tra gli ultimi certi Signori di Corvara, a uno de' quali chiamato Odalberto figlio di Benedetto, il Vescovo di Lucca Corrado concedé in enfiteusi nell'anno DCCCCXXXVII la Chiesa di S. Miniato posta nel Castello, detto Castello di S. Martino; il qual Castello era vicino alla Pieve di S. Genesio: e del medesimo Castello era Signore il detto Odalberto, come costa da Instrumento scritto da Giovanni Notaio, esistente nell'Archivio Episcopale di Lucca. E quindi si conosce, che l'antico nome di S. Martino era ritenuto ancora da quel Castello, benché vi fosse la Chiesa di S. Miniato, intorno alla quale il Re Desiderio edificò quell'accrescimento, detto poi San Miniato dalla Chiesa, che vi era dedicata a tal Santo. Questo è quel Castello di S. Miniato, che poscia dagli abitanti fu nel MCXCVII disfatto per abitare nel luogo piano di S. Genesio, e di S. Gonda; e che nel MCC lo tornarono a rifare; come scrive il Villani nel Lib. V. Cap. XXI e XXVII. So altresì, che in San Miniato esiste ancora una certa Iscrizione, nella quale si fa menzione della nostra Regina Teodelinda, come di benefattrice di quel luogo; ma siccome io ho stimato sempre essere quella Iscrizione moderna, ed apocrifa, non ne fo caso alcuno; tanto più, che Teodelinda fiorì circa l'anno DXC e la Chiesa di San Miniato non ebbe origine, se non intorno al settecento di Cristo. io credo adunque, che ancora senza questa Inscrizione si possa rimaner persuasi, che in San Miniato facessero soggiorno varie famiglie Longobarde; onde tanto più agevolmente poté indursi Desiderio ad ampliare ed accrescere la Terra, ed a moltiplicarvi gli abitatori [p. 337] con invitarvi i Foscensi. Fo di più una riflessione, che Desiderio, quando era semplice Duca d'Istria, e Generale d'Astolfo Re de' Longobardi, faceva la sua dimora in Toscana; ed in Firenze forse ancora sarà stato, dove avrà venerato la Basilica del Monte del Re, dedicata a S. Miniato; e l'antica Chiesa inclusa poi dentro la ristorata Città, che San Miniato tra le Torri si appella; e gli avrà fatto impressione, che la stessa Chiesa Cattedrale di San Giovanni Batista ha per contitolare S. Miniato, come si conosce da un Diploma del Re Berengario dell'anno DCCCXCIX appresso l'Ughelli; ed avrà posto mente alla gran divozione di questi popoli a qual Santo Martire, a cui più di trenta Chiese furono nella sola Toscana erette, e consacrate, come ho già detto, la maggior parte delle quali ancora sussiste; per la qual cosa egli pure avrà avuto de' pii riguardi pel culto di un Santo sì celebre: e vedendo forse, che ne' contorni della Chiesa di S. Miniato a Quarto, che così si diceva in que' tempi, vi era gran concorso di gente, e cominciavano ad esser frequenti le abitazioni; oltre al prossimo Castello di San Martino, che credo essere stato quello posto in Faognana, poté indursi tanto più facilmente a beneficar quel luogo, con farvi varie fabbriche, e comodi, per novelli abitatori. Avrà forse emulato così ancora la pietà de' suoi Regi antecessori, poiché in quanto a me credo, che molte delle tante Chiese edificate in onore di S. Miniato fino de' tempi de' Re Longobardi, e forse la mentovata Basilica di S. Miniato presso la nostra Città, sia opera della Cristiana liberalità d'alcuno di que' Re: tanto più che essa è edificata in un monte, che nel nome stesso porta seco la possessione, o ragione, che di esso aveva alcuno de' nostri Regi, vale a dire, Monte del Re; siccome altro Monte [p. 338] del Re è vicino a Fiesole detto volgarmente Montereggi; ed a Firenze è il Campo del Rege intorno alla Chiesa di San Lorenzo, e di San Giovanni Batista, vicino a cui era ancora un luogo chiamato il Prato del Re, come osserva anche il Borghini P. II pag. 405 e antichi Strumenti ci nominano pure in Firenze il Mercato del Re, Forum Regis; e una parte ancora di campagna si chiamo Campo del Rege, o Careggi: i quali nomi credo certamente, che importino qualche diritto privato, che aveva il nostro Rege Alibrando prescritta, o per dir meglio Liutprando: della quale ha trattato in una operetta a parte il Sig. Domenico Maria Manni. Impertanto io non credo, che il Monte del Re così a caso nominato ne fosse; né mi so persuadere, che in quel luogo fosse anticamente costruita la Chiesa, e il Monastero, se non dal Re. Imperciocché io non posso darmi ad intendere con alcuni, che fino de' tempi Romani, e sotto gl'Imperadori gentili, o almeno a' tempi di Costantito il Grande, foste ivi edificato alcuno Oratorio, o Monastero; non prestando io nulla di fede alle Leggende apocrife del Martirio di S. Miniato; e molto meno credendo a qualche Fraticello, e altro negligente Scrittore, il quale poco curando la scorta della Cronologia ha scritto, essere ivi abitati i Monaci Basiliani fino da' tempi, in cui San Basilio non avea ancora dato Regola, né stabilito Ordine alcuno. Ma quello che mirabilmente conferma quanto sono andato qui divisando, si è una Carta di Carlo Magno, riportata dall'illustre Muratori nel [p. 339] Tom. V delle Antichità Italiche pag. 647 nella quale quel Re fa donazione d'immensi beni nella Toscana al Monastero di Nonantola, e tra questi vi è il Monastero di S. Miniato di Firenze, cui chiama col nome di Città Fiesolana, per essere allora per la sua desolazione considerata, come una parte di Fiesole. Sembra la Carta al Muratori del DCCLXXIV cioè, dell'anno medesimo, in cui Carlo vinse il Re Desiderio, le ragioni del quale portarono a lui il padronato di quel Monastero, non potendolo avere acquistato altramente. E' dunque cosa manifesta, che il Monastero, e la Chiesa, di S. Miniato di Firenze era de' Re Longobardi; e quindi bisognerà dire, che fu da essi verosimilmente fondata. Io riportai già le parole di questa Carta sopra pag. 294. Osservate tutte queste cose, non si scorge inverisimilitudine alcune, che Desiderio nostro Re potesse ampliare ed accrescere il Borgo allora nascente di San Miniato, e farvi passare a maggiormente popolarlo i Foscesi. Né mi si opponga, che Lorenzo Bonincontri San-Miniatese nei suo Annali all'anno MCXII ha lasciato scritto, che San Miniato ebbe la sua prima origine a' tempi di Ottone I Imperadore, vale a dire, intorno al DCCCCLXII poiché quello, che il Bonincontri afferma, non si dee in altra maniera intendere, se non che Ottone quel luogo circondasse di mura, e vi facesse rocche e torri, ed altre fortificazioni; essendo questo ciò, che dagli Storici ben si chiama edificare, costruire, fare di nuovo, come nella mia passata Lezione feci opportunamente osservare. E per vero dire, il Bonincontri si esprime col chiamarlo Opidum ab Othone I conditum; ed Opidum appunto vale luogo forte e munito. Né faccia maraviglia ad alcuno, che il Re Desiderio per popolare maggiormente i Borghi di San Gimignano, e di San Miniato, [p. 340] v'inviasse i popoli, e le famiglie, disperse che erano in alcuni contorni della Valdelsa; e non piuttosto deducesse alcune colonie dalla moltitudine di ben popolate Città: perché primieramente per le guerre de' Goti, e de' Longobardi, erano le Città della Toscana, siccome molte dell'altra Italia, guaste, e desolate, sicché appena vi erano rimasi abitatori; lo che accennò Pelagio Papa nelle Lettera, che scrisse al Vescovo Fioretnino, e che è riportata da Graziano nel suo Decreto, e da Gregorio Prete nel suo Policarpo, e da Anselmo: le parole della quale secondo quello, che riferisce Graziano nella Distinzione XXXIV Cap. VII sono: Defectus nostrorum temporum, quibus non solum merita, sed corpora ipsa, hominum desecerunt. San Gregorio il Grande ancora scrivendo al Vescovo di Luni pur troppo fa sentire la miseria, in cui si trovava la nostra Fiesole: e basta dare un'occhiata a Procopio, e ad Agazio, per rimaner del tutto persuasi d'una verità sì lacrimevole: ed io l'ho rappresentata qui sopra con altre espressioni del lodato S. Gregorio, a pag. 331 e più diffusamente la descrissi nelle Lezioni anteriori pag. 113 e seg. ed altrove. Non potea dunque Desiderio trar gente dalle Città Toscane, quando quelle aveano appunto bisogno d'esser di bel nuovo popolate, e rifatte. Ma era ben molto opportuno, e conveniente, il raccorne di nuovo insieme le genti raminghe, e desolate, e che per la campagna miseramente abitavano; essendo così quasi sempre usato per le popolazioni delle nuove Terre, e Città; e grande esempio ne sia la gran Roma, se agli Storici Latini crediamo. Ma per portare qualche esempio più fresco, e della nostra Etruria Reale, Tolomeo da Lucca ne' suoi Annali all'anno 1255 racconta, che per popolare maggiormente i due Borghi di fresco ampliati, ed accresciuti, [p. 341] di Pietrasanta, e Camaiore, furono là trasferiti i contadini e agricoltori delle circonvicine campagne, e paesi, come già mostrai nella mia precedente Lezione. Ecco le sue stessissime parole: Hunc (cioè, Campomaggiore) rusticis, seu hominibus, Cattaneorum; alium vero de Petrasancta replevit hominibus, Cattaneorum; alium vero de Petrasancta replevit hominibus de Corvaria, & de Vallecchia. Empoli ancora illustre Terra di Toscana, e assai celebre nelle nostre Istorie, che vanamente da alcuni Emporium si addimanda contro l'autorità delle antiche Carte, e Memorie; quando di più il nome Empolum fino nelle Istorie di Tito Livio s'incontra, benché d'altro Empoli egli favelli: non altrimenti fu fondato, e ridotto a quella popolazione, che si vede, se non perchP la Contessa Emilia moglie del Conte Guidoguerra, ritrovandosi nel MCXIX del mese di Dicembre nella Città di Pistoia, investì col consenso del marito di tal maniera Rolando Prete, Custode, e Preposito, della Pieve di S. Andrea d'Empoli, che promessero d'allora innanzi fino a Calendi Maggio prossimo venturo omnes homines Castellani, qui habitant modo in aliis Castellis de Impori, & in Cittadella, & in Burgis, & in Villis, facient per habitandum venire, & inibi semper habitare, ad praesatam Plebem Sancti Andreae, dando unituique casalinum, ubi eorum casa aedificent, & Castrum aedificare sua praesentia, vel alterius hominis praesentia, vice eorum facient; & post factum, donec ipsi vixerint, non destruent, vel destruere consentient, vel permittent: che sono le stesse parole dello Strumento, da me già pubblicato nella prima Parte del mio Odeporico. Che dirò io delle due ragguardevoli Terre del Valdarno di Sotto, Santa Croce, e Castel Franco, delle quali si sa per indubitato, che nel secolo duodecimo ancora non esistevano, se non nella dispersione di alcune Parrocchie, intorno alle quali erano [p. 342] certe adunanze d'abitatori, le quali all'uso Pisano, e Bolognese, Cappelle si addimandavano; e finalmente nel secolo terzodecimo, per ripararsi forse dall'impero minaccioso, e furibondo, delle spietate fazioni de' Guelfi, e de' Ghibellini, si accolsero ed unirono insieme que' popoli, e formarono ciascuno una sola adunanza di case, e abituti, cui cinsero di mura, e di fossi, e fortificarono con torri, siccome l'uso di que' tempi portava? Tutte queste verità risultano da antichi ed autentici Strumenti, che io in altro luogo, o brevemente allegai, o distesamente riferii, vale a dire, nel mio Odeporico. Se dunque coll'adunare insieme i popoli dispersi si formavano sovente le Terre, e i Castelli, e le Città medesime; se intorno alle Chiese insigni concorrevano volentieri le genti ad abitare, e edificare case, e magioni; se le Chiese di San Geminiano nella Diocesi Volterrana, e di San Miniato in quella di Lucca, sono anteriori a' tempi di Desiderio Re de' Longobardi; se alcuni popoli circonvicini chiamati Foscensi, o di Fosci, erano probabilmente dispersi e raminghi per la crudeltà delle guerre; se il Re Desiderio d'indole più mansueta e benigna degli altri, poté esser tocco ancora dalla religione e dal culto verso S. Geminiano Confessore e S. Miniato Martire, come io diffusamente mi sono studiato di dimostrare in questo mio Ragionamento; e non so vedere improbabilità, e inverisimiglianza, che Desiderio trasferisse ad abitare in San Gemignano, e in San Miniato, gli abitatori dispersi del paese di Fosci, siccome nel controverso Decreto si dice».
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