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sabato 13 luglio 2019

NON REVOCATE LA CITTADINANZA A MUSSOLINI

di Francesco Fiumalbi

Non revocate la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Si, avete capito bene e non mi sono bevuto il cervello. Sono stato io a creare questo “imbarazzo”, andando a rispolverare una vecchia delibera del 1924 con la quale il Comune di San Miniato concesse l’onorificenza al capo del fascismo. Adesso, con questo post desidero togliere i miei concittadini da un sì grave turbamento, proponendo un’argomentazione che spero possa essere facilmente e largamente condivisa. Ma andiamo con ordine.

A partire dal ritrovamento di quella delibera del 1924 si è aperto un vivace dibattito sull'opportunità di revocare il riconoscimento, un po' come avvenuto negli ultimi due anni nei comuni circonvicini: Empoli, Castelfiorentino, Vinci, Fucecchio, Montopoli e Santa Croce sull’Arno. Come era prevedibile si sono formate due “fazioni” contrapposte: da una parte i fautori della revoca, motivata dal fatto che l'Italia è una Repubblica democratica che annovera l’antifascismo fra i suoi valori fondanti (si veda la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, e la cosiddetta “Legge Scelba”, la n. 645/1952); di opinione opposta chi ritiene che un simile provvedimento sia un'inutile perdita di tempo, un'operazione nostalgia, buona a distogliere l'attenzione da problemi contingenti più gravi e imminenti, appellandosi anche alla “storicizzazione” del provvedimento.


L’aspetto che ha destato maggiore curiosità è stato proprio quello della storicizzazione dell’onorificenza. Per quale motivo la questione della cittadinanza onoraria a Mussolini è venuta fuori solamente nel 2019 – attraverso un post pubblicato su questo blog – e nessuno, in passato, si è mai sognato di toglierla? Come mai non nel 1945, non nel 1960, non nel 1985? Dobbiamo chiedercelo davvero, poiché il Comune di San Miniato è stato amministrato da sindaci che sono stati partigiani, cioè che hanno partecipato attivamente alla lotta contro il fascismo. Senza dimenticare che nel secondo dopoguerra i partiti che hanno governato il municipio – su tutti il Partito Comunista d’Italia – hanno goduto di un consenso larghissimo, con percentuali schiaccianti. Ed è proprio la risposta a tale domanda che ci fornisce la chiave per “leggere” la delibera del 1924 e proporre una convincente argomentazione sul perché oggi, nel 2019, non vada tolta la cittadinanza onoraria al duce del fascismo.

L’interrogativo è serio, ma non dobbiamo fermarci alle prime impressioni. Qualcuno ha parlato di “ignoranza”: nessuno avrebbe pensato a revocare l’onorificenza a Mussolini, semplicemente perché nessuno ne era conoscenza. L’ipotesi è suggestiva, ma non sta in piedi: figurarsi se nel 1945 non c’era possibilità di memoria per una delibera del 1924! È un po’ come se oggi, nel 2019, nessuno si ricordasse di una cosa accaduta nel 1998. Alcuni avranno dimenticato, ma non certo tutti. Va poi ricordato che il Comune di San Miniato ha una lunghissima tradizione archivistica e i documenti storici sono stati visionati, analizzati e studiati da centinaia e centinaia di studiosi dal 1945 ad oggi. Per favore, non raccontiamoci balle.

Altri hanno avanzato l’ipotesi che la mancata revoca sia il frutto di una scelta ben ponderata, al fine di condannare all'oblio la figura del capo del fascismo, considerando le polemiche che avrebbe suscitato l’annullamento della cittadinanza. Figuriamoci se chi aveva impugnato le armi contro il fascismo poteva farsi scrupolo di una eventuale polemica su una cosa del genere: chiunque avesse mosso anche una piccola obiezione ad una tale decisione, sarebbe stato subito bollato come fascista, con le inevitabili conseguenze del caso.

Insomma, affermare che sia stata una dimenticanza o una precisa strategia di gestione della memoria si fa offesa all'intelligenza dei nostri nonni e dei nostri padri, che hanno costruito l’Italia democratica in cui viviamo oggi. A nessuno è venuto il dubbio che una cosa del genere sia semplicemente inspiegabile con i soli nostri criteri contemporanei?

Viviamo in un tempo in cui in Italia, ma anche in Europa e in buona parte del mondo, in molti gridano ad un possibile ritorno del fascismo. Nel recente saggio Chi è fascista oggi [Laterza, 2019], Emilio Gentile – uno dei maggiori storici del fascismo italiano – sostiene che si stia assistendo alla formulazione di una teoria che propugna l’esistenza di un “fascismo eterno”, basata sull'uso di analogie che spesso tendono a produrre falsificazioni della conoscenza storica, in un processo che tende a sostituire la storiografia con una sorta di astoriologia, dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attuali.
Emilio Gentile mette in guardia sulle conseguenze di un tale fenomeno: penso che la tesi dell’eterno ritorno del fascismo possa favorire la fascinazione del fascismo sui giovani, che poco o nulla sanno del fascismo storico, ma si lasciano suggestionare da una visione mitica, che verrebbe ulteriormente ingigantita  dalla presunta eternità del fascismo. Lo storico va oltre e spiega che se oggi siamo di fronte al ritorno del fascismo, dobbiamo allora riconoscere che l’antifascismo non ha veramente debellato il fascismo nel 1945. Se così fosse, la celebrazione della Festa della Liberazione sarebbe la celebrazione di un falso storico, o comunque un abuso celebrativo, perché nel 1945 l’antifascismo avrebbe vinto una battaglia contro il fascismo e non la guerra.

Partendo da questo assunto, ricordiamo che il 25 aprile 1945 il fascismo è stato sconfitto storicamente e definitivamente. Dalle macerie del ventennio, è nata una nuova Italia: il 2 giugno 1946 il popolo italiano scelse l’istituzione repubblicana e dall’Assemblea Costituente nacque una nuova Costituzione, basata su valori democratici e, perciò, antifascisti.
Checché se ne dica la Repubblica Italiana è un nuovo Stato. Tuttavia, è anche vero che giuridicamente le leggi e i contratti in vigore precedentemente hanno continuato a valere, ma solo perché la nuova Italia non piombasse in un nuovo caos. Non hanno continuato a valere le determinazioni politico-ideologiche e anticostituzionali, cioè in contrasto con la nuova Costituzione, che sono decadute. E quindi sono decadute anche tutte le determinazioni, tutte le onorificenze e tutto ciò che poteva essere legato alla sfera propriamente fascista. E’ questo il motivo per cui nessuno ha mai pensato di togliere la cittadinanza a Mussolini. Perché è decaduta, in automatico, con la nascita della nuova Italia democratica.

I nostri nonni, i nostri padri, coloro che hanno costruito l'Italia democratica, non erano né ignoranti, né sprovveduti, né avevano la memoria corta. Il fascismo è stato sconfitto e il 25 aprile è un giorno di festa, indiscutibile e irrevocabile. Associandomi al ragionamento proposto da Emilio Gentile, trovo pericoloso pensare che quella delibera abbia un valore oggi. Sarebbe come voler affermare che il fascismo, in realtà, non sia stato sconfitto storicamente e definitivamente. Nessuno oggi si sognerebbe di revocare una deliberazione ideologica del Granducato di Toscana o del Regno delle due Sicilie. Sono due stati che, storicamente, sono stati aboliti, così come storicamente è stato sconfitto e abolito il fascismo, il suo apparato istituzionale e il suo corpo ideologico.

Per dimostrare la fondatezza di questa tesi, porterò un esempio sanminiatese. Durante il ventennio i nomi di alcune strade e piazze cittadine subirono una ridenominazione in senso fascista: piazza Giovacchino Taddei (già Piazza San Domenico) divenne piazza dell’Impero, la piazzetta di fianco al Municipio nel 1933 fu dedicata ad Arnaldo Mussolini, l’antica via di Sant’Andrea venne denominata viale Umberto Pontanari (un “martire” della rivoluzione fascista), la via di San Francesco fu ribattezzata viale 9 maggio, a memoria della data dell’annessione dell’Etiopia e della costituzione dell’impero. Queste denominazioni furono cambiate nel dopoguerra con due provvedimenti che presentano modalità diverse. Per capire bisogna fare attenzione alle date.

Il 2 agosto 1945 il Sindaco Concilio Salvadori comunicò all'Ufficio di Stato Civile che con la Deliberazione dell’11 ottobre 1944, n. 18, venne provveduto alla modifica delle seguenti denominazioni di alcune Vie e Piazze del Comune fra cui via 9 Maggio posta in Parrocchia di S. Stefano prenderà il nome di via Don Minzoni, [...] Viale Umberto Pontanari posto in Parrocchia di S. Stefano, prenderà il nome di Viale Giacomo Matteotti, Piazza dell'Impero posta in Parrocchia di S. Iacopo e Lucia prenderà il nome di Piazza del Popolo, […] Piazza A. Mussolini posta in Parrocchia della Cattedrale, prenderà il nome di Piazza Beccaria [il documento è pubblicato in San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Documenti e cronache, Amministrazione Comunale San Miniato, Biblioteca Comunale San Miniato, Giardini Editori, Pisa, 1986, p. 259]

Occorre notare che la prima delibera è dell’11 ottobre 1944, quando l’Italia era ancora divisa in due dalla guerra. La comunicazione del Sindaco all’Ufficio di Stato Civile è del 2 agosto 1945, a guerra conclusa, ma con il medesimo apparato istituzionale: l’Italia era ancora un regno, sul trono sedeva ancora Vittorio Emanuele III e il Governo era di unità nazionale, sotto la guida di Ferruccio Parri. Lo Stato di diritto era il medesimo, pertanto alle deliberazioni fasciste si oppone una nuova deliberazione antifascista.

Invece, nella seduta del Consiglio Comunale del 22 giugno 1946, l'Assessore Giulio Mario Conforti spiegò che la Piazza Vittorio Emanuele, la piazzetta adiacente al Municipio e la via che va dall'Arco del Seminario alla via Mangiadori, erano attualmente prive di targa e di nome, per avvenuto abbattimento delle targhe indicative. Pertanto propose al Consiglio:
(1) che la Piazza Vittorio Emanuele venga denominata Piazza della Repubblica;
(2) che la piazza adiacente al Municipio venga denominata Piazza Giuseppe Mazzini;
(3) che il tratto di via del Capoluogo, dall'arco del Seminario alla via Mangiadori venga denominata Via Martiri del Duomo, in omaggio alle Vittime innocenti che ignare della sorte che le attendeva, furono spinte in chiesa dai tedeschi e quindi massacrate nel modo che tutti sanno. Il Consiglio approvò la proposta all'unanimità, anche se la Prefettura di Pisa impose una variazione: da via Martiri del Duomo a via Vittime del Duomo, visto che la vicenda, già all'epoca, presentava contorni poco chiari e che solo dopo molti anni è stato possibile far luce sul drammatico episodio che vide la morte di 55 civili la mattina del 22 luglio 1944 all'interno della Cattedrale [ASCSM, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200 S010 UF19, Delibera n. 21 del 22 giugno 1946].

In questo caso osserviamo che la delibera del 22 giugno 1946 fu approvata a pochissimi giorni dal Referendum Istituzionale e dalla proclamazione della nascente Repubblica Italiana. Lo Stato istituzionale era cambiato e per cambiare il nome alle vie e alle piazze non venne cancellata alcuna deliberazione precedente. Semplicemente erano rimaste prive di denominazione, per avvenuto abbattimento delle targhe indicative ed erano spazi lasciati “vuoti”, dalla definitiva sconfitta della vecchia Italia fascista e monarchica, che furono riempiti dalla nuova Italia democratica e repubblicana. Non c’era più il bisogno di negare il passato, poiché il passato aveva già perso il proprio valore. L’Assessore Conforti non nomina nemmeno due delle tre vecchie denominazioni (piazza Arnaldo Mussolini e via Umberto I) poiché, essendo cambiato lo Stato, non avevano più ragione d’esistere. L’unico citato è Vittorio Emanuele, considerato un padre del Risorgimento, ma è stato un monarca e l’Italia era ormai diventata una repubblica democratica, distante dal vecchio modello di Stato monarchico e liberale.

In conclusione, la deliberazione del 1924 non ha più alcun valore dal 1946, poiché le forze antifasciste hanno vinto la guerra e il fascismo è stato sconfitto storicamente e definitivamente. Dalla guerra è nato un nuovo Stato: repubblicano, democratico e antifascista. Revocare la cittadinanza a Benito Mussolini, ovvero annullare la delibera del 1924, significa affermare che quella determinazione ha conservato la propria validità fino oggi, in aperta contraddizione con quanto affermato fin qui.

A chi sostiene che il Comune di San Miniato non possa sottrarsi, dal momento che gli altri comuni della zona hanno revocato le rispettive cittadinanze onorarie, rispondo che gli “errori” altrui non devono giustificarne altri. E per errore mi riferisco a quel fenomeno, descritto da Emilio Gentile, che vede la sostituzione della storiografia con l’astoriologia. E’ corretto usare la storia per aggiornare i nostri criteri e cercare di comprendere il presente attraverso le esperienze del passato, ma lasciamo il passato dov’è.

Sono consapevole che probabilmente queste mie parole cadranno nel vuoto. Mi piacerebbe sapere cosa penseranno gli storici se fra cent’anni troveranno una deliberazione sanminiatese del 2019 che revoca un provvedimento del 1924. Se va bene ci si faranno una grassa risata, ma se va male esprimeranno un giudizio molto severo. Fate vobis, ma non dite che non ve l’aveva detto nessuno.

lunedì 10 giugno 2019

BENITO MUSSOLINI CITTADINO DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi

Come tutti i municipi italiani, anche il Comune di San Miniato omaggiò Benito Mussolini della “cittadinanza onoraria”, con provvedimento del 12 maggio 1924. L’attribuzione fu deliberata dal Commissario Prefettizio cav. Giulio Jahn durante il suo mandato, durato nemmeno un mese. In seguito, la decisione fu ratificata dal Consiglio Comunale durante la seduta di insediamento del 1 giugno 1924.




LA SITUAZIONE SANMINIATESE
Dalla primavera del 1921, infatti, il Comune di San Miniato era amministrato da un Commissario Prefettizio. Il 21 aprile 1921 – nella data simbolica del “Natale di Roma” – i fascisti sanminiatesi furono autori di una "azione" presso il municipio, costringendo il Sindaco socialista avv. Giovanni Manetti e il Consiglio Comunale a rassegnare le dimissioni. A tale iniziativa non fu opposta resistenza – era già accaduto ad Empoli, a Fucecchio, a Santa Croce e a Montopoli – e a San Miniato si aprì la crisi politica, tamponata dall'invio del Commissario Prefettizio Attilio Masiani il 4 maggio successivo (01). Masiani rimase in carica fino al 5 novembre 1922 quando, accusato di immobilismo e inettitudine rispetto alla “marcia su Roma” e al nuovo corso fascista, rassegnò le proprie dimissioni nelle mani del Prefetto di Firenze Vincenzo Pericoli (02). A sostituirlo fu chiamato il cav. Alfonso Afferni, membro del fascio di combattimento fiorentino, che rimase in carica fino al marzo del 1924. Fino alla fine dell’aprile successivo l’amministrazione fu commissariata dall’ing. Aurelio Giglioli – in seguito Sindaco di San Miniato dal marzo al settembre 1946 – poi sostituito dal cav. Giulio Jahn che era stato nominato con preciso e tassativo incarico di formare e insediare la amministrazione comunale, espressione della legittima aspirazione di tutto il Comune. Le elezioni amministrative, infatti, furono fissate per il 18 maggio 1924 (03).

Giulio Jahn, originario del Friuli, trovò impiego come ragioniere presso la Prefettura di Como (1885-1896) e successivamente alla Prefettura di Firenze (1916-1924). Ricoprì la carica di Commissario Prefettizio del Comune di San Miniato (aprile-maggio 1924) (04) e in seguito fu podestà di Aquileia.

IL CONTESTO NAZIONALE
Per quale motivo tale deliberazione fu approntata proprio nel maggio 1924? Il fascismo, dopo la marcia su Roma e la presa di potere (fine 1922), durante gli ultimi mesi del 1923 visse un periodo di crisi. Tanto che sia gli oppositori interni che gli osservatori stranieri consideravano l’esperienza del Governo Mussolini prossima alla conclusione. Lo stesso capo del fascismo cercava di dare stabilità tanto al partito quanto al governo, preoccupato dalle fratture interne. Tuttavia, le elezioni politiche del 6 aprile 1924 decretarono un’ampia affermazione del PNF (64,9%) che, grazie al nuovo sistema maggioritario ottenne 374 seggi su 535. Una maggioranza schiacciante, superiore ad ogni previsione iniziale. A quel punto fu chiaro che il regime fascista poteva operare in modo incontrastato, tanto da eliminare ogni tipo di opposizione, come avvenne col delitto di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) (05).

LA CITTADINANZA ONORARIA
Cosa significa concedere la “cittadinanza onoraria”? Si tratta dell’attribuzione di un’onorificenza da parte di un’amministrazione comunale ad una personalità che, attraverso il suo impegno e le sue opere, sia legata alla comunità locale o si sia distinta in azioni a vantaggio degli abitanti del comune, o dal cui valore abbia tratto vantaggio, il comune, lo Stato o addirittura tutta l’umanità.
Lo stesso Commissario Prefettizio dichiarò che l’idea di insignire Mussolini della cittadinanza onoraria fu lanciata dall’assemblea capitolina, nell’ambito delle celebrazioni del “Natale di Roma” (21 aprile 1924). Da quel momento il duce del fascismo divenne “cittadino onorario” praticamente in tutti i comuni dell’allora Regno d’Italia, come anche a San Miniato con la deliberazione del 12 maggio 1924.
Il mandato Giulio Jahn si esaurì con le elezioni amministrative che si svolsero il 18 maggio 1924. Gli ultimi provvedimenti del Commissario Prefettizio sono datati 30 maggio 1924. Il nuovo Consiglio Comunale eletto, nella seduta di insediamento del 1 giugno 1924, oltre ad eleggere il Sindaco Piero Folco Gentile Farinola e gli assessori della nuova Giunta, ratificò la precedente deliberazione. Insomma, ci misero il cappello sopra.

LE DELIBERAZIONI DEL COMMISSARIO E DEL CONSIGLIO COMUNALE
Di seguito la delibera del Commissario Prefettizio Giulio Jahn [Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200S010UF16, Delibera n. 39 del 12 maggio 1924]:

Cittadinanza onoraria a S.E. Benito Mussolini
L’anno millenovecentoventiquattro, a questo dì dodici del mese di maggio in S. Miniato nel Palazzo Comunale, il Commissario Prefettizio:
Ritenuto che il nobile gesto compiuto dall’Amministrazione comunale di Roma, il giorno 21 aprile u.s. nel conferire la cittadinanza onoraria a S. E. Benito Mussolini meriti di essere imitata da quanti altri Comuni del Regno, sicuri interpreti del sentimento delle rispettive popolazioni, seguono con favore di propositi e di opere l’azione restauratrice del Governo.
Considerato che tale attestazione di benemerenza al Capo del Governo assumerà uno speciale significato se posta in atto nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’entrata in guerra da parte dell’Italia.
Assunti i poteri del Consiglio Comunale e con l’assistenza del Segretario del Comune,

DELIBERA

di conferire nel giorno 24 maggio p.v. la cittadinanza onoraria samminiatese a S. E. Benito Mussolini, Presidente del Consiglio dei Ministri e duce del fascismo.

Di seguito la delibera di ratifica del Consiglio Comunale [Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200S010UF16, Delibera n. 53 del 1 giugno 1924]:

Ratifica della deliberazione relativa al conferimento della Cittadinanza onoraria a S. E. Mussolini
Il presidente, facendo, con calde parole, ancora una volta vibrare il più schietto sentimento di devozione al Capo del Governo e Duce del fascismo, propone che il Consiglio ratifichi la deliberazione del Commissario Prefettizio con cui venne conferita a S. E. Benito Mussolini la cittadinanza samminiatese. La poposta del Presidente viene approvata per acclamazione.

Durante la seduta successiva, il Sindaco Piero Folco Gentile Farinola dette lettura del telegramma di ringraziamento inviato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo [Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, F200S010UF16, Delibera n. 56 del 9 giugno 1924]:

Risposta del Presidente del Consiglio pel conferimento della cittadinanza onoraria
Il Sindaco, fa quindi dare lettura al Segretario del seguente telegramma pervenutogli in data 3 giugno u.s.:
“Il Presidente del Consiglio mi incarica ringraziare cotesto Consiglio Comunale del conferimento della cittadinanza onoraria, che egli accetta, formulando i più fervidi voti per l’avvenire di cotesto Comune. Sottosegretario alla Presidenza. Firmato Acerbo. La lettura del seguente telegramma è accolta con unanime applauso.

NOTE E RIFERIMENTI:
(01) «La Vedetta», anno III, n. 17 del 1 maggio 1921, p. 2.
(02) «La Voce Fascista», Anno I, n. 22 del 19 novembre 1922, p. 3.
(03) «Il Circondario», Anno I, n. 3 del 27 aprile 1924, p. 3.
(04) Annuario toscano. Guida Amministrativa, Commerciale e Professionale della Regione, anno 1916, XI Edizione, Firenze, 1916, pp. 120, 149; anno 1924, XVI edizione, Firenze, 1924, pp. 115; 142.
(05) R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere (1921-1925), Edizioni Einaudi, Torino, 1966, pp. 518-658.

domenica 24 gennaio 2016

IN PILLOLE [038] I SANMINIATESI CHE "MARCIARONO" SU ROMA


a cura di Francesco Fiumalbi

"O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma”.

Queste furono le parole pronunciate da Benito Mussolini all'adunata fascista, svoltasi a Napoli il 24 ottobre 1922, che fece da preludio alla ben nota marcia su Roma.

La marcia su Roma è uno di quegli episodi che, più o meno approfonditamente, tutti noi abbiamo affrontato a scuola nelle ore di Storia. Senza entrare troppo nei dettagli, rappresentò il momento decisivo dell'ascesa al potere del fascismo. Si svolse fra il 27 e il 28 ottobre 1922 e culminò con l'ingresso nella Capitale e l'incarico di formare il governo, dato dal Re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini, il successivo 30 ottobre.

Anche dal territorio sanminiatese si mossero due piccoli gruppi, che andarono ad affiancare le altre camicie nere in marcia verso la Capitale. Di questo ci dà notizia Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della Rivoluzione Fascista (1919-1922), suddivisa in 5 volumi e stampata nel 1929 (rist. 1972). Il testo ripercorre gli anni che vanno dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino all'incarico di Benito Mussolini a Presidente del Consiglio.
Da un punto di vista storico si tratta di un'opera “celebrativa” e non può essere considerata un testo scientifico: non ha quell'“oggettività” che si richiede ad un libro di storia, come potrebbe sembrare dal titolo. Tuttavia presenta ugualmente notevoli spunti d'interesse ed ha il pregio di contenere, al suo interno, i nomi degli “squadristi” che presero parte alla marciaSi può immaginare che, in quegli anni, avere il proprio nome nell'elenco di coloro che avevano marciato su Roma, fosse uno straordinario motivo di orgoglio. Almeno finché le cose andarono bene.

Ed è qui che abbiamo rintracciato i nomi dei sanminiatesi, suddivisi in base alla “sezione” di appartenenza. Infatti, almeno nel periodo iniziale, i gruppi fascisti formalmente costituiti erano due: la Sezione di San Miniato, che raccoglieva le adesioni nella parte centro-orientale del territorio comunale, e la Sezione di Ponte a Egola, punto di riferimento della Valdegola e della porzione occidentale.

Non sembrano esistere, allo stato attuale degli studi, documenti o fonti che possano in qualche modo confermare o precisare i due elenchi di nomi riportati da Chiurco. Per il momento non si può far altro che prenderli per buoni, seppur con la dovuta cautela.

Di seguito i nomi, che troviamo elencati nel paragrafo dedicato alla “II Legione Fiorentina”:

Sezione di Ponte a Egola: Giusti Mario (capo squadra), Riccioni Enrico (vice-capo squadra), squadristi: Marianelli Luigi, Bertoncini Tommaso, Morelli Ottavio, Mannini Giuseppe, Arzilli Gino, Terreni Vincenzo, Viligiardi Dante, Rossi Renato, Rossi Giuseppe, Simeoni Alessandro, Bechini Giuseppe, Marianelli Cesare, Morelli Umberto, Giusti Carlo, Giusti Gilberto, Giuseppe Giusti (centurione).
[Estratto da G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista (1919-1922), Vol. 1, Vallecchi Editore, Firenze, 1929, p. 359]

Sezione di San Miniato: Cinci Giovanni, Nencini Emilio, Zucchelli Danilo, Gazzarrini Lionello, Mariani Amedeo, Elmi Alessandro, Quercegrossi Giovanni, Biagioni Athos, Capponi Ugo, Maltinti Antonio, Bernini Armando, Tavanti Aldo.
[Estratto da G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista (1919-1922), Vol. 1, Vallecchi Editore, Firenze, 1929, p. 361]



giovedì 17 aprile 2014

IN PILLOLE [027] – 18 NOVEMBRE 1935 QUANDO I SANMINIATESI SE NE FREGARONO DELLE SANZIONI

a cura di Francesco Fiumalbi

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A seguito dell'attacco all'Etiopia, la Società delle Nazioni, nell'assemblea dell'11 ottobre 1935, comminò le “sanzioni” economiche contro l'allora Italia fascista. Ratificate ufficialmente il 7 novembre, divennero operative a partire dal 18 novembre 1935.
Le sanzioni colpirono la finanza con il blocco dei crediti, l'industria con il blocco delle materie prime e il divieto di importare merci italiane, l'esercito con il blocco del commercio di armi.
All'apparenza le sanzioni dovevano mettere in ginocchio l'Italia e soprattutto rendere la vita difficile al regime fascista, colpevole della politica espansionistica nel cosiddetto “Corno d'Africa”. Tuttavia, se da una parte la Germania e gli Stati Uniti non aderirono alle sanzioni, dall'altra il regime ne approfittò per lanciare quella che può essere ben definita la prima grande campagna mediatica “fascista”. E riuscì a trasformare quella che era comunque una difficoltà, in consenso popolare, che in questo frangente, probabilmente, raggiunse il suo apice.
Autarchia” è la parola-simbolo di quel tempo, ma non mancarono altri slogans e si diffusero anche iniziative propagandistiche dal sapore ironico, come questa cartolina.
Ogni comune, ogni sezione del partito, fecero a gara per “manifestare” la contrarietà del popolo italiano alle “inique” sanzioni. Per esempio, ad Empoli collocarono un'epigrafe sulla facciata del municipio, e i “balilla” vi si fermavano per sputare, nel vero senso della parola, contro le nefaste disposizioni internazionali.
A San Miniato non ci andarono tanto per il sottile, anzi pensarono di fare le cose in grande. In quella che di lì a poco sarebbe diventata la “Piazza dell'Impero” (l'“Impero” fu proclamato il 9 maggio del 1936 e la nuova intitolazione fu deliberata dall'allora Podestà Giuseppe Pellicini il 25 febbraio 1937), ma che si chiamava ancora Piazza Gioacchino Taddei (e che nel dopoguerra diventerà Piazza del Popolo), venne realizzata un'enorme scritta. Per la precisione, si trovava sull'edificio che oggi ospita gli uffici di San Miniato Promozione. Questo il testo:

18 NOVEMBRE 1935. A[nno]. XIV E[ra].F[ascista].
IL POPOLO ITALIANO
RISPONDE ALLE SANZIONI ME NE FREGO

Di questa iscrizione rimane anche una splendida cartolina segnalataci da Rossano Nistri:

San Miniato, Piazza Impero
Cartolina segnalataci da Rossano Nistri
Utilizzo ai sensi art. 70 comma 1-bis della
Legge 22 aprile 1941, n. 633

San Miniato, Piazza Impero, particolare
Cartolina segnalataci da Rossano Nistri
Utilizzo ai sensi art. 70 comma 1-bis della
Legge 22 aprile 1941, n. 633

San Miniato, Piazza del Popolo
Fotomontaggio di Francesco Fiumalbi


giovedì 13 marzo 2014

IN PILLOLE [024] - “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE” SU UNA PARETE DI SAN MINIATO

a cura di Francesco Fiumalbi
A San Miniato, negli ultimi anni del regime fascista, la scritta “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE” campeggiava, sulla parete laterale del primo edificio che si incontra entrando in città da Corso Garibaldi. Per intenderci, venendo dai Giardini.
La posizione era perfetta: tutti coloro che passavano da lì non potevano fare a meno di leggere. Tra l'altro quella strada era lo “struscio”, e il muretto è sempre stato un luogo di ritrovo per generazioni di sanminiatesei. Quindi era un punto frequentatissimo, anche nei momenti di svago, da giovani e meno giovani. Quelli che erano bambini o ragazzini nei primi anni '40 del '900 se lo ricordano bene ancora oggi. Di quella scritta rimane soltanto un lievissimo alone bianco, quasi inavvertibile. Per meglio dare un'idea della posizione, di seguito è proposto anche un fotomontaggio.

L’edificio che si affaccia su Piazzetta del Fondo, visto da Corso Garibaldi
Foto di Francesco Fiumalbi

Come è stato sottolineato nel post “PIAZZA MUSSOLINI A SAN MINIATO”, la propaganda fascista fu una vera e propria organizzazione che si muoveva su canali e livelli diversi. Per dare un'idea dell'importanza che questo aspetto aveva maturato nel programma del regime, basti ricordare che nel 1935 quello che fino a quel momento era il “Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda” fu trasformato in “Ministero”, con a capo Galeazzo Ciano. Ed a partire dal 1937, allargando l'orizzonte programmatico del dicastero, lo stesso fu denominato “Ministero della Cultura Popolare”, meglio conosciuto con l'acronimo MIN-CUL-POP.

L’alone bianco nel punto dove era il motto
Foto di Francesco Fiumalbi

Oltre al mettere mano alla toponomastica cittadina, furono largamente diffusi anche i “motti” di Benito Mussolini, la cui capacità di ideare frasi ad effetto fu cosa proverbiale. E le pareti delle abitazioni e degli edifici pubblici costituivano delle vere e proprie bacheche naturali, pronte ad essere riempite con le “massime” del Duce.
Rimossa subito dopo la caduta del Fascismo, l'iscrizione sanminiatese era quella frase composta da tre parole semplici e categoriche allo stesso tempo: “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE”. Anche se molto probabilmente non deve essere attribuita direttamente a Mussolini, questo motto divenne un vero e proprio “dogma” e costituiva il vademecum sintetico del “fascista perfetto”.
Credere” ciecamente a quello che Mussolini e il partito sostenevano, anche palesi menzogne, e quindi la teorizzazione della fiducia ad ogni costo, cieca. Un atto di fede come questo, non poteva certo prescindere dall’obbedienza, e quindi “Obbedire” a tutte le direttive di qualsiasi genere. E qui non si può fare a meno di notare il carattere totalitario dell'affermazione. Infine “Combattere”, che costituiva il massimo elemento programmatico. D'altra parte c'era sempre un nemico da sconfiggere, e questo fu preludio anche dei vari interventi militari.

Come doveva apparire l’iscrizione
Fotomontaggio di Francesco Fiumalbi

Un apposito opuscoletto, il Foglio Disposizioni n. 40 del 28 dicembre 1939, fu diffuso dal Partito Nazionale Fascista «perché le frasi del Duce riprodotte sulle pareti interne o esterne delle sedi del P.N.F. o delle o delle organizzazioni dipendenti siano perfettamente intonate all'ambiente in modo da costituire un richiamo diretto ed efficace». Nell'elenco dei motti attribuiti a Benito Mussolini compare anche “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE”, che troviamo inserito nel gruppo di slogans da apporre alle pareti esterne delle Case del Fascio. Tale frase divenne anche il motto della Gioventù Italiana del Littorio (GIL), costituita nel 1937. Tuttavia, come spesso accadde, le disposizioni non furono seguite sempre pedissequamente. Infatti la sede sanminiatese del P.N.F. era quello che oggi viene chiamato “Palazzo Piccolo”, un pregevole edificio tardocinquecentesco. Grazie ad alcune cartoline dell'epoca sappiamo che sulla facciata c'era un'unica iscrizione, “PALAZZO LITTORIO”, che segnalava la sola destinazione d'uso. La GIL, invece, si trovava dove oggi ha sede la Biblioteca Comunale, quindi nei locali dell'ex-chiostro del convento di San Domenico, ma non ci risultano scritte o frasi.
Mentre in Piazza dell'Impero, già Piazza Gioacchino Taddei, ed oggi Piazza del Popolo, campeggiava il "ME NE FREGO" pronunciato l'indomani delle sanzioni internazionali comminate all'Italia nel 1935.

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