lunedì 5 settembre 2011

LA LEGA DI SAN GENESIO

di Francesco Fiumalbi



Morto Federico I Barbarossa, Enrico VI assunse il potere che era stato del padre. Tornato in Germania dalla Terza Crociata, sempre nel 1191 scese in Italia per ricevere la corona d'Italia a Pavia e poi quella di Imperatore a Roma da Papa Celestino III. In virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla, rivendicò il trono del Regno di Sicilia che, alla morte di Guglielmo II nel 1189, era passato al Conte Tancredi di Lecce. La conquista dell’Italia Meridionale fu caratterizzata da episodi di estrema ferocia e continui colpi di mano, grazie anche agli accordi con Pisa e Genova che però non si videro mantenute le promesse fatte dall’Imperatore. 
Nel frattempo in Germania aumentarono contrasti interni e per questo Enrico VI fu costretto a rientrare. Per non provocare una guerra interna, fu costretto a sistemare le questioni sulla sovrana dignità e quindi sulla discendenza. Attraverso una dieta convocata a Worms, il figlio Federico di appena un anno (il futuro Federico II di Svevia) veniva proclamato Re dei Romani. 
Tornato in Italia nel 1195, conferì i beni che erano stati di Matilde di Canossa al fratello minore Filippo di Svevia che elesse alcuni maniscalchi a lui fedeli. In questo modo, il potere temporale della Chiesa si ridusse alla sola città di Roma. A Messina, l 28 settembre 1197, morì l’Imperatore Enrico VI, lasciando come erede il figlio Federico (il futuro Federico II di Svevia) di appena 3 anni.
  
Panorama di San Miniato da Marzana
Foto di Walter Scarselli

Scoppiò una vera e propria guerra di successione. Da una parte Filippo di Svevia, fratello del defunto Imperatore e appoggiato dal partito Ghibellino; dall’altra il partito Guelfo che aveva eletto Ottone di Brunswick Re di Germania e dei Romani (era figlio del cugino di Federico I Barbarossa) grazie all’appoggio del Papa Innocenzo III che rivendicava a sé gli antichi possedimenti matildici.
Si aprirono le ostilità e mentre il Re di Francia Filippo II si schierò a favore di Filippo di Svevia, la monarchia inglese appoggiò Ottone di Brunswick, con il quale aveva legami di parentela. La bilancia pendeva dalla parte di Filippo di Svevia e si prospettava una situazione in continuità con quella tumultuosa lasciata da fratello Enrico VI.
A questo punto, alla fine del 1197, si ricostituì la Lega Lombarda volta a creare un clima di opposizione al nuovo sovrano e in modo da mantenere la forte autonomia conquistata con la vittoria di Legnano su Federico I Barbarossa e sancita definitivamente dalla pace di Costanza nel 1183.
In Toscana, per la prima volta, accadde qualcosa di simile. Così scrive il Davidsohn (1):

“1197, primi di novembre. Nel borgo di San Genesio, alla presenza del Card. Pandolfo e di Bernardo, Cardinale Prete di San Pietro in Vincoli, si scambiano i loro giuramenti i Consoli di Lucca, Firenze, Siena, San Miniato e il rappresentante del Vescovo di Volterra, dando vita a quella Lega antimperiale toscana, che si dirà appunto di San Genesio”.

Per l’incontro fu scelta San Genesio proprio per la sua posizione equidistante e anche per dare un segnale forte ai legati imperiali che qui avevano tenuto le principali diete negli anni precedenti. La riunione avvenne nella chiesa di San Cristoforo, all’interno del borgo (2).
La costituzione della Lega di San Genesio, o Prima Lega Guelfa Toscana, o Lega di Tuscia, fu un avvenimento di un importanza davvero molto forte. Le città, in pratica, si suddivisero il territorio delle Toscana in modo del tutto indipendente dalle antiche divisioni amministrative di stampo imperiale, equiparando le istituzioni comunali a quelle feudali. L'obbiettivo principale era la resistenza contro una restaurazione della signoria tedesca che sembrava inevitabile, visto il prevalere del partito ghibellino in favore di Filippo di Svevia. I partecipanti si giurano reciproca alleanza di difesa, impegnandosi a non riconoscere Imperatore o Re senza specifico ordine da parte della Chiesa, alla quale sarebbero dovuti ritornare gli antichi possedimenti di Matilde di Canossa (3). Per questo la Lega ottenne l’appoggio del Papa Innocenzo III (eletto l’8 gennaio 1198), anche se in un primo tempo si era dimostrato riluttante. A seguito di una seconda riunione, tenutasi a Castelfiorentino il 4 dicembre 1197, fu eletto a capo della coalizione il vescovo di Volterra (4).
Tra i partecipanti alla Lega  vi erano anche le maggiori famiglie feudali toscane come i Guidi, gli Aldobrandeschi e gli Alberti, che sentendosi ormai alle strette, accettarono le decisioni dei convenuti. Vennero riconosciuti i diritti esercitati da queste famiglie a condizione però che fossero di concessione regia ma, di fatto, da quel momento in poi persero, o dovettero profondamente ridimensionare, il controllo che avevano sul territorio.
In un secondo momento aderirono anche Prato, Arezzo e Perugia ed anche i vescovi di Firenze e Fiesole. Pistoia non aderì e lo stesso fece Pisa, che rimase in favore della continuità con Filippo di Svevia, in quanto i suoi possedimenti erano stati legittimati da Federico I Barbarossa e attendeva ancora i risarcimenti promessi da Enrico VI per la conquista del Regno di Sicilia.

La “Rocca” di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Le conseguenze della costituzione della Lega di San Genesio furono immediate. Firenze, fra il 1198 e il 1202 conquistò i castelli degli Alberti (Montegrossoli, Certaldo, Barberino d’Elsa, Vico d’Elsa e, infine, il castello di Semifonte, che fu raso al suolo). Siena assaltò Montalcino nel 1200 che si arrese dopo ben 16 mesi d’assedio. Nel 1204 i fiorentini costruirono il castello presso Montelupo quale piazzaforte per controllare la vicina Capraia, possedimento degli Alberti, che cedette poco dopo.
Anche San Miniato si dette molto da fare. Nei primi mesi del 1198 distrusse il borgo di San Genesio (5) anche se fu prontamente ricostruito dai Lucchesi. I Sanminiatesi strinsero poi accordi con i Gherardeschi e si assicurarono il controllo del castello di Montebicchieri (6).

Firenze assunse il ruolo primario all’interno della Lega, arrivando, nel 1207 a imporre il proprio candidato alla testa della coalizione. Tuttavia i difficili rapporti con Siena fecero si che quest’ultima tornasse fedele a Filippo di Svevia e per questo scoppiò una violenta battaglia fra le due città, con i Fiorentini che penetrarono in territorio senese. Solo la morte di Filippo di Svevia e l’ascesa al potere di Ottone IV riuscirono a porre fine a questo periodo turbolento. Grazie ad una intensa attività diplomatica fu ripristinata l’autorità imperiale nel 1209 e San Miniato tornò ad essere la sede dell’amministrazione imperiale per la Toscana (7).


(1) Davidsohn R., Storia di Firenze. Tomo I, pagg. 913-915, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 13.
(2) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 67.
(3) Davidsohn R., Storia di Firenze. Tomo I, pagg. 912 e segg, 930 e segg.
(4) Salvestrini, Op. Cit., pag. 68.
(5) Davidsohn R., Storia di Firenze. Tomo I, pgg. 928, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 13.
(6) Davidsohn R., Storia di Firenze. Tomo I, pag. 929, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 14.
(7) Davidsohn R., Storia di Firenze. Tomo II, pag. 15, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 14.

mercoledì 31 agosto 2011

mercoledì 3 agosto 2011

SANMINIATESI IN VACANZA

Amici di SMARTARC, siamo arrivati al mese di agosto. La pubblicazione dei posts subirà una pausa fino al mese di settembre. L'attività di ricerca e di sviluppo del blog non si fermerà e prossimamente ci saranno importanti novità: interessanti notizie ci attendono, e anche qualche bella scoperta di cui non possiamo anticipare niente!
Seguiranno anche alcuni piccoli interventi di organizzazione del blog come la suddivisione in aree tematiche che abbiamo appena iniziato e di cui potete cominciare a vedere qualcosa nella colonna alla vostra sinistra.



Panorama Sanminiatese da Scacciapuce
Foto di Francesco Fiumalbi


Vi auguriamo di trascorrere delle buone vacanze! Per chi rimane in zona, sulla nostra pagina di Facebook continua il celebre gioco dei Quiz Sanminiatesi, inaugurato esattamente un anno fa, il 30 luglio 2010.


E poi c'è il concorso fotografico "SANMINIATESI IN VACANZA"!!!
Di seguito riportiamo il regolamento:



In palio un golosissimo premio! L'iscrizione è completamente gratuita!
Il tema del concorso fotografico sono le vacanze dei sanminiatesi (intesi in senso ampio gli abitanti del Comune di San Miniato). Potete inviare fino a tre immagini, non importa in quale formato. Per partecipare occorre scaricare l'apposito modulo-banner. Si tratta di un foglio, il banner, contrassegnato dal logo SMARTARC San Miniato Arte e Architettura in cui indicare il nome del luogo di partenza (San Miniato, ma anche le frazioni... San Miniato Basso, Ponte a Egola, La Scala, San Romano, Ponte a Elsa, Isola, Roffia, Ontraino, La Serra, Corazzano, Balconevisi, Stibbio, San Donato, Bucciano, Montebbicchieri, Calenzano, Corniano, Cusignano, San Quintino, Marzana, Moriolo, etc etc) e il luogo di destinazione. Il banner deve essere ben in vista nelle immagini che intendono prendere parte alla selezione.Non sono ammessi fotomontaggi, sono ammessi solo piccoli ritocchi (luce, contrasto, bilanciamento colore, etc)


  Banner - modello da stampare
(Cliccare sull'immagine, si aprirà nella dimensione di stampa)


E' possibile realizzare un modulo "sostitutivo", ovvero può essere utilizzato anche un comune foglio, redatto anche a mano, purchè riporti il nome SMARTARC e i nomi dei luoghi di partenza e di villeggiatura. Anche la dimensione del foglio (sia che utilizziate quello precompilato da stampare, sia quello fatto autonomamente) può essere a vostro piacimento, purchè risulti ben leggibile. Non occorre necessariamente la presenza di persone nella foto; è indispensabile solo la presenza del banner, che può essere tenuto in mano, appeso, affisso, insomma... largo spazio alla CREATIVITA'! (potete usare tutti gli strumenti di scrittura possibili e immaginabili!!)


Sia nel caso che siate stati già stati in villeggiatura, sia che non siate ancora partiti al momento della scadenza dei termini del concorso, oppure se per varie ragioni non partite proprio, potete anche inviare una foto scattata in qualsiasi luogo a vostra scelta... (per esempio Fucecchio, ma anche dallo stesso comune di San Miniato), purchè sia visibile il banner.


Nel caso in cui vi fossero dei problemi a scaricare o a stampare il banner potete richiederlo nei formati:
- immagine JPG
- documento di testo word DOC
- documento PDF


Dal 1 agoato al 4 settembre 2011 potete inviare le vostre fotografie con le seguenti modalità:
- posta elettronica all'indirizzo: smartarc.blogspot@gmail.com
- messaggio privato di Facebook
- taggando Smartarc su Facebook


Le immagini partecipanti saranno raccolte nell'apposito album "SANMINIATESI IN VACANZA" a partire dal 16 agosto. Per votare basterà cliccare sul tasto "MI PIACE", entro e non oltre il 15 settembre 2011. Il 16 settembre 2011 verrà proclamato il vincitore e verranno rese note le modalità di premiazione... vi ricordiamo che in paio c'è un golosissimo premio!




BUONE VACANZE

lunedì 25 luglio 2011

15 MINUTI CON... OTMAR OLIVA

di Francesco Fiumalbi





Questa puntata della rubrica “15 MINUTI CON…” è dedicata a Otmar Oliva, scultore ceco, che ha realizzato l’altare, l’ambone e il tabernacolo per la custodia eucaristica nella chiesa dedicata alla Trasfigurazione del Signore di San Miniato Basso. Si tratta di un artista che lavora prevalentemente con il bronzo; le sue opere hanno una forte connotazione espressionista, attraverso una sapiente orchestrazione di elementi fitomorfi. L’occasione del nostro incontro è maturata durante il suo recente viaggio in Italia assieme all’inseparabile moglie Olga, che lo ha visto a San Miniato Basso. Il motivo del suo soggiorno è l’installazione del nuovo tabernacolo per la chiesa della Trasfigurazione, concepito come un tronco d’albero trasformato in prezioso scrigno. Otmar Oliva è quindi una persona che, pur essendo nata e cresciuta (umanamente e artisticamente parlando) in un contesto socio-culturale molto lontano dal nostro, ha lasciato, qui, il segno della sua espressività artistica, generata dall’universale sensibilità cristiana. Voce ferma e sguardo profondo, Otmar Oliva ha accettato di conversare con noi.


Otmar Oliva
Foto di Francesco Fiumalbi


Sig. Oliva, lei è nato nel 1952, nell’allora Cecoslovacchia, da una famiglia di umili origini. Come ha scoperto la sua vocazione artistica? Quali difficoltà ha incontrato durante la sua formazione?
Mio padre era emigrato in Inghilterra nel 1939 a seguito dell’occupazione nazista della Boemia e della Moravia. Da Londra, dopo l’esperienza del cosiddetto “Governo Cecoslovacco in esilio”, riuscì nel 1944 a fare ritorno a casa dove conobbe mia madre. Si sposarono ed entrambi lavoravano come operai. Io riuscii ad iscrivermi, agli inizi degli anni ’70, all’Accademia Nazionale di Belle Arti di Praga, l’unica accademia di tutta la Cecoslovacchia. Erano anni molto duri, ricordo che non potevamo viaggiare e non avevamo libri di testo. Gli unici a possederne erano i docenti che spiegavano l’arte e l’architettura occidentali facendo passare i libri fra gli studenti. Ricordo che le due cose che mi colpirono maggiormente furono il David di Michelangelo e il Tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante. Li vidi attraverso due piccolissime immagini in bianco e nero. Quando poi nel 1993 venni per la prima volta in Italia li vidi dal vero e fu un’emozione indescrivibile.

Quale fu la prima opera che le fu commissionata?
Fu la decorazione di una grande campana per la Basilika di Velehrad (Rep. Ceca, n.d.r.), ma non ho potuto apporvi la mia firma.

Per quale motivo?
Dopo gli anni dell’Accademia divenni un contestatore dell’allora governo comunista. Fui arrestato e rimasi in carcere, come prigioniero politico, per due anni. Quando fui rilasciato, nessuno voleva farmi lavorare, perché ero considerato pericoloso. Fu grazie ad un mio carissimo amico architetto, Tomášem Černouškem che, nel 1984, riuscii ad ottenere l’incarico. Successivamente, sempre coperto da anonimato, eseguii l’altare in bronzo e marmo, il fonte battesimale e l’ambone.

Quali opere le sono state commissionate in Italia?
Oltre a queste opere di San Miniato Basso, ho eseguito una statua raffigurante San Leopoldo Mantic al Centro Aletti a Roma, l’altare, l’ambone, la sede della presidenza e l’acquasantiera nella Cappella Redemptoris Mater nel Palazzo Apostolico in Vaticano.


Chiesa della Trasfigurazione del Signore
San Miniato Basso
Foto si Francesco Fiumalbi


Come riuscì ad arrivare in Italia?
Il Card. Tomáš Špidlík era stato prefetto nel Liceo di Velehrad fra il 1945 e il 1946. Durante una sua visita a Velehrad, nel 1993, assieme allo scultore sloveno Marko Ivan Rupnik, notò i miei lavori. Mi propose di venire in Italia, presso il Pontificio Istituto Orientale, Centro Studi e Ricerche Ezio Aletti dove lavorava dal 1991. Accettai e fu la prima volta che venni in Italia. Successivamente, nel 1996 ricevetti l’incarico per le opere presso la Cappella Redemptoris Mater.
Nel 2008 Don Luciano Niccolai, insieme ad una delegazione della Parrocchia di San Miniato Basso, venne a Roma ed ebbe l’occasione di visitare la Cappella nel Palazzo Apostolico. Fui contattato dall’arch. Silvia Lensi ed eccomi qua.
La chiesa di San Miniato Basso, anche se esternamente è decisamente diversa dalle chiese “tradizionali” che avete in Italia, ha un interno molto suggestivo. Ha una luce unica, un’atmosfera davvero molto particolare.

E le sue opere in bronzo contribuiscono a creare questa atmosfera.
Sono concepiti come fulcri liturgici e per questo devono essere “luminosi”. Ma non hanno luce propria, semplicemente riflettono quella che già c’è. Vorrebbero essere un po’ come la comunità cristiana: il mondo è invaso dalla luce di Dio, bisogna saperla cogliere e condividere. Mi hanno molto colpito le parole di Gesù nel cap. 5 del Vangelo di Matteo: “Voi siete luce del mondo”. E poi c’è il tema della Trasfigurazione, quindi la luce riveste un ruolo fondamentale.


Otmar Oliva, tabernacolo della chiesa della Trasfigurazione


Quale tecnica impiega per realizzare le sue opere in bronzo?
Inizialmente faccio un modello in cera che poi rivesto in gesso ottenendo il calco. Quindi lo immergo in una vasca di acqua bollente. La cera si scioglie e vi colo il bronzo fuso. La cera viene raccolta e una volta solidificata è di nuovo pronta per un nuovo lavoro.

Ha una famiglia numerosa, ben sei figli. Qualcuno sta seguendo le orme del padre?
Solo Andrej, il secondogenito. E’ scultore e lavora assieme a me.

Sig. Oliva, i 15 minuti sono terminati. Grazie per la conversazione.
Grazie a voi.

domenica 17 luglio 2011

TOPONOMASTICA… PONTAEGOLESE (prima parte)


di Francesco Fiumalbi



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Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Il centro abitato di Ponte a Egola, come indica anche il suo nome, è posizionato a cavallo del torrente Egola. Il nome Egola, conosciuto in passato anche con i nomi di Ebula ed Evola, deve la sua origine, probabilmente, ad un nome proprio di persona etrusco: Helvula (2), così come anche altri idronimi di fiumi o torrenti vicini, quali Era ed Elsa (3).

La pescaia lungo il Torrente Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

E’ stato un particolare attraversamento del Torrente Egola, unitamente allo sviluppo pedecollinare di insediamenti produttivi, a dare origine all’attuale Ponte a Egola. Anche se non conosciamo l’epoca della prima costruzione, il “ponte” ha rappresentato, per diversi secoli, uno snodo viario molto importante, nei pressi del quale si congiungevano sei percorsi stradali: tre da est e quattro da ovest.

L'attuale ponte sul Torrente Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Il tracciato più importante era la strada “pisana”, ricordata anche negli Statuti del Comune di San Miniato (4), datati 1337, che da Firenze conduceva al mare, (oggi via Tosco-Romagnola Est, via Corrado Pannocchia, via Armando Diaz, via Costa) dovrebbe essere stata tracciata attorno al XIII secolo, quando il tratto dell’antica via Quinctia romana, che correva parallela al corso dell’Arno (5), fu “deviato” su un percorso pedecollinare e di crinale, sia per motivi militari che di manutenzione (strada a “piedi asciutti”). Era una strada, larga 14 braccia dal confinibus Montis Topoli usque ad ponticellum rivi de Ubacula in burgo Sancte Iocunde (dal confine col Comune di Montopoli fino al ponte sul fiume Bacoli, oggi rio San Bartolomeo presso il borgo di Santa Gioconda, oggi Badia Santa Gonda) e la cui manutenzione, nel tratto pontaegolese, era di competenza della comunità di Cigoli dal rio Scoccholini fino al ponte e di Stibbio dal ponte fino alla comunità di Comugnori, Montalto e San Romano (presumibilmente fino a “cima di costa”) (6).
Provieniendo da Firenze, prima di giungere al ponte, si raccordavano alla strada pisana la via che conduceva a Cigoli, passando per l’insediamento di Molino d’Egola, e la via di rezzaia, che deve il suo nome alla presenza di un tabernacolo, scomparso agli inizi del XX secolo (7), dedicato a “S. Lezzaia” o “Santa Rezzaia” (di quale figura potrebbe trattarsi?!) come mostra anche la cartografia del “Catasto Leopoldino”. Quest’ultima strada andava in direzione nord e si raccordava alla via per Santa Croce (che andava dalla Badia di Santa Gonda fino all’attraversamento dell’Arno presso San Donato) più o meno all’altezza dell’attuale impianto sportivo di Casa Bonello.

Ponte a Egola, via di Rezzaia 2
Foto di Francesco Fiumalbi

Passato il ponte, in direzione Pisa, alla strada pisana si raccordava, dalla metà del ‘300 come oggi, la Strata qua itur Castrum Francum (la strada per andare a Castelfranco, oggi via Gramci e via Giuncheto) (8). Il tracciato si concludeva ai confini col Comune di Castelfranco, a cui si giungeva attraverso un ponte, costructum de lateribus, que est canne centumquinque (costruito in laterizio, per una lunghezza di 105 canne) e che per 78 canne doveva essere manutenuto dalla comunità di Leporaja (9). La strada è detta, ancora oggi, “via di Giuncheto” poiché conduce ad una vasta area, denominata appunto Giuncheto, che si trovava in prossimità dell’Arno. Giuncheto è un cosiddetto “fitonimo”, vale a dire un nome di un luogo legato alla presenza di una particolare specie vegetale. Non è da escludere, infatti, che la zona così chiamata fosse ricca di “giunchi”, vegetali che si sviluppano in zone prevalentemente umide o paludose. Nella mappa del “Catasto Leopoldino”, troviamo anche il toponimo “Colmate di Giuncheto”, che si trovava grosso modo fra l’Arno e l’attuale zona industriale di Giuncheto, e che richiama inevitabilmente ad un’operazione di bonifica avvenuta per “colmata”. Nella cartografia IGM di fine ‘800 si rintraccia anche il toponimo di “Canneto”.

Ponte a Egola, via di Giuncheto
Foto di Francesco Fiumalbi

Al ponte giungeva anche una strada proveniente dalla valdegola e che doveva essere mantenuta fino al pontem seu flumen Ebule dalle comunità di Bucciano e Grumolum (quest’ultima località non è stata identificata) (10). Si tratta della strada che, nelle mappe del Catasto Generale della Toscana (meglio noto come “Catasto Leopoldino”), seguiva un percorso pedecollinare per poi biforcarsi (più o meno all’altezza dell’attuale rotonda fra via Primo Maggio, via Curtatone e Montanara e via Antonio Labriola) e condurre da una parte verso il Marianellato e dall’altra verso il ponte. Il tracciato in direzione del ponte oggi è scomparso anche se, idealmente, proseguiva verso Santa Croce nell’attuale via Oberdan. Il suddetto bivio si trovava nei pressi del cosiddetto “Podere Monsone”, nelle vicinanze del quale scorreva un fiumiciattolo di cui rimane memoria nell’attuale via Rio Monsone. Non sappiamo da cosa derivi questo nome, tuttavia, vista la posizione al centro del “canalone” geomorfologico, costituito dalla bassa Valdegola, poteva trattarsi di una zona particolarmente esposta ai venti.
L’altra biforcazione della strada, seguendo un percorso pedecollinare che si raccordava con la strada pisana (l’attuale via Costa), conduceva al “Marianellato”. Si trattava di un nucleo abitato sviluppatosi attorno alle attività produttive della famiglia Marianelli (agricoltura, produzione di laterizi e, infine, concia della pelle) (11) situate fra “Poggio alla Lodola” e “Poggio ai Frati”, all’imbocco di quella piccola vallata solcata dal Rio Monsone e che garantiva un afflusso di acqua sufficiente per le varie lavorazioni. I nomi attribuiti ai rilievi collinari fanno riferimento a due diverse situazioni. Da una parte potrebbe essere segnalata la presenza di allodole, molto diffuse anche in Toscana, mentre il “Poggio ai Frati” potrebbe indicare la presenza di un luogo gestito da una comunità monacale. Non significa che qui ci fosse necessariamente un convento, come è stato più volte supposto, bensì è lecito ipotizzare un riferimento anche alla sola proprietà terriera, magari pervenuta attraverso un lascito. 

Ponte a Egola - Stibbio, via Poggio ai Frati
Foto di Francesco Fiumalbi

Lungo l’attuale via Poggio ai Frati (che da via Primo Maggio si raccorda a via Stibbio presso il casolare denominato “Podere La Quercia”) vi erano, infatti, numerosi possedimenti della Parrocchia di Cigoli, registrati nell’inventario del 1686 (12). Dal 1335 la “cura” di Cigoli era affidata ai frati umiliati di regola benedettina, dipendenti dal convento di Ognissanti di Firenze (13), e qui rimasero fino al 1571 quando l’ordine fu soppresso (14). Il Santuario di Cigoli, nel corso dei secoli, aveva beneficiato di numerosi lasciti sia come ex-voto che per opere di espiazione. Nei pressi di Poggio ai Frati, nelle mappe del “Catasto Leopoldino” troviamo anche il curioso toponimo “La Contessa”, forse riferito alla condizione nobiliare della proprietaria di alcuni terreni, oppure alla sua personalità.

Nella seconda troveremo tanti altri toponimi interessanti...

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lunedì 11 luglio 2011

CONVERSAZIONE: MADONNA IN TRONO CON BAMBINO CIRCONDATA DALLE VIRTU' CARDINALI E TEOLOGALI


In occasione del primo anno di attività, il gruppo SMARTARC - San Miniato Arte e Architettura in collaborazione con il Comune di San Miniato è lieto di invitare tutta la cittadinanza a partecipare alla conversazione che ha per tema l'affresco: 

MADONNA IN TRONO CON BAMBINO CIRCONDATA DALLE VIRTU' CARDINALI E TEOLOGALI.



Si tratta di un'opera speciale, ricca di storia e di fascino, che da oltre 600 anni contraddistingue la sala civica del Comune di San Miniato.

Interverrano:
Luca Macchi - La tecnica dell'affresco e i restauri sull'opera
Lucia Fiumalbi - Profilo degli artisti e caratteri stilistici
Alessio Guardini - Committenza e contesto storico
Francesco Fiumalbi - Iconografia e iconologia dell'opera

Ingresso gratuito
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