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domenica 3 aprile 2011

PER UNA NUOVA LETTURA ICONOGRAFICA DEL SANTUARIO DEL SANTISSIMO CROCIFISSO DI SAN MINIATO (terza parte)


Nella prima parte di questo intervento abbiamo visto le fasi della costruzione del Santuario del Santissimo Crocifisso, analizzando le interpretazioni stilistico-formali avanzate fino ad oggi. Nella seconda parte abbiamo invece trattato di un argomento fino ad oggi poco considerato, ovvero il rapporto fra istituzione comunale e istituzione ecclesiastica. Particolare attenzione è stata posta al legame, architettonico e sociale, venutosi a creare nell’arco di cinque secoli e “risolto” con la costruzione del nuovo Santuario del SS Crocifisso. A tal proposito ci siamo lasciati anticipando la possibile esistenza di un messaggio simbolico tradotto in linguaggio architettonico, che invece illustreremo in questo intervento. Messaggio, suggerito da Don Luciano Marrucci e che proponiamo come ipotetica chiave di lettura.

Gli elementi presenti nell’interno urbano di quel tratto di via Vittime del Duomo sono: il municipio e l’edificio del santuario, legati con una composizione scenografica attraverso la scalinata monumentale. Il complesso del santuario è costituito da vari livelli: la strada, un falsopiano rialzato dove sono collocate le statue di San Pietro e San Paolo, una prima rampa che termina in un piccolo ripiano sul quale si affaccia la statua del Cristo Risorto. E poi ancora due rampe, sormontate da una coppia di angeli, uno per parte, ed infine la chiesa, elemento dominante e culmine della composizione.

Il Santuario del SS Crocifisso
Foto di Federico Mandorlini

Per capire in pieno la profondità del significato che questo interno urbano propone, è utile richiamare ad un’opera di Sant’Agostino: De civitate Dei, La città di Dio. Questa chiave simbolica, già proposta seppur in maniera approssimativa da Maria Adriana Giusti (1), potrebbe rivestire un suo significato molto forte. Per spiegare bene di cosa si tratti, ci vengono in soccorso le parole del Papa Benedetto XVI pronunciate durante la catechesi del 20 febbraio 2008, in occasione dell’udienza settimanale: Durante l'era degli Dei pagani, Roma era 'caput mundi' e non era pensabile che venisse espugnata dai nemici; adesso con il Dio cristiano non e' più sicura questa grande città, per cui il Dio dei cristiani non può essere il Dio a cui affidarsi”. A questa “obiezione”, Sant'Agostino ha risposto con “una grandiosa opera, chiarendo cosa spettasse a Dio e cosa no, quale relazione dovesse esserci tra la sfera politica e la sfera della Chiesa” (2). Chiarito questo punto, appare evidente il richiamo che abbiamo fatto nella seconda parte, relativamente al rapporto fra il SS Crocifisso di Castelvecchio e l’istituzione comunale, che in qualche modo su di esso si fondava inizialmente, arrivando a rivendicarne il controllo, e senza dimenticare il contesto storico-politico sei-settecentesco in cui matura la decisione di costruire il Santuario.
Quindi la costruzione del Santuario del SS Crocifisso si farebbe metafora architettonica della “Città di Dio”, che sta di fronte, in posizione rialzata, rispetto alla “Città degli uomini”.
Quest’immagine, la “città”, in Sant’Agostino come nella Chiesa tutta, non ha certo valore di luogo fisico, bensì è un’allegoria per definire una condizione morale in questo tempo terreno, e solo successivamente, con la resurrezione dei corpi degli uomini alla fine del mondo, anche una condizione fisica: il Regno di Dio, la Gerusalemme Celeste, il momento di Dio con gli uomini.

Ricostruzione della situazione del Palazzo del Comune di San Miniato durante la costruzione del Santuario del SS Crocifisso agli inizi del ‘700.
Disegno di Francesco Fiumalbi

Partendo da questo, mettiamo a fuoco l’immagine della “Gerusalemme Celeste”, di cui abbiamo una descrizione all’interno del Libro dell’Apocalisse, attribuito a San Giovanni Apostolo:

“Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendendo dal cielo, da Dio, pronta come sposa adorna per il suo sposo” Ap. 21,2

La città è cinta da un alto e grande muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte a mezzogiorno tre porte, ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali i dodici nomi dei dodici apostolo dell’Agnello
Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla sua larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi (…)” Ap. 21,12-14

Il Santuario del SS Crocifisso, potrebbe essere la trasposizione simbolica della Gerusalemme Celeste? Vediamo.
La caratteristica pianta a “croce greca”, in effetti, gode di una doppia simmetria, per cui tutte le facciate della chiesa sono considerate uguali. Il fronte principale del Santuario del Santissimo Crocifisso ha tre porte, ma essendo un edificio a “croce greca”, idealmente, è uguale in ogni suo lato e quindi le porte, ancora idealmente, diventano 12. Ed è collocato, rispetto al piano stradale, proprio su una altura, quindi in prossimità del cielo da cui scenderebbe.
Sempre il Vensi afferma che ciascun lato ha una misura di 7 metri e 10 cm (13), che corrispondono praticamente a 12 braccia fiorentine. Questo probabilmente è il modulo originario; le altre misure risultano essere multipli o frazioni di 12 (la larghezza esterna sarebbe di 8,17 metri, pari a 14 braccia, 7/6 del modulo, il quadrato centrale 9,34, pari a 16 braccia, 4/3 del modulo, l’altezza dei pilastri interni 11,67 m, pari a 20 braccia, 5/3 del modulo). I setti murari che compongono la pianta e i pilastri dipinti all’interno che sostengono idealmente la copertura sono anch’essi 12, il numero delle migliaia di stadi che descrivono la dimensione della Gerusalemme Celeste.
Non abbiamo potuto effettuare riscontri metrici, ma dalle immagini, risulterebbe che l’altezza sulla cima della lanterna sia pressappoco quella del quadrato di base.
Insomma troppe coincidenze per non associare il Santuario del Santissimo Crocifisso di Castelvecchio di San Miniato all’immagine della Gerusalemme Celeste descritta da San Giovanni Apostolo nell’Apocalisse. E’ davvero frutto del caso?

 Planimetria della sistemazione urbanistica
Disegno di Francesco Fiumalbi

Passiamo ora alla scalinata e al suo apparato scultoreo. Riproponiamo le parole del Canonico Vasco Simoncini, già citate nella prima parte (4):
“La grandiosa scalinata che, unica in principio, si biforca in due rampe su di un primo piano per accedere ad una più alta spianata sulla quale si aprono la porta principale del Santuario e le due laterali, fu ideata e costruita dal Ferri. Questa magnifica scalinata che richiama quella romana di Trinità dei Monti, si alza sul livello stradale di ben 10 metri, è tutta in pietra serena, con i bozzati che sostengono le rampe laterali e la terrazza centrale in travertino. Un’artistica ringhiera in ferro accompagna le rampe e chiude il balcone. Bozzato e ringhiera furono inaugurati nel 1867 e in quella occasione furono collocati, nella nicchia, il “Cristo Risorto”, opera berniniana di un frate francescano che l’aveva scolpita nel 1723 e, all’altezza del ripiano centrale, i due angeli del celebre scultore fiorentino Luigi Pampaloni. Furono invece inaugurate nel 1888 le statue degli apostoli Pietro e Paolo che, pur non avendo alcun pregio artistico, contribuiscono ad accrescere il decoro e l’armonia della scalinata e del Tempio”.

Condizione necessaria per elevarsi verso Dio è la Chiesa, ed ecco che sono collocate, appena rialzate dalla sede stradale le due sculture raffiguranti San Pietro e San Paolo, le due “colonne della Chiesa” con lo sguardo rivolto ai passanti:
“(…) Tu sei Pietro,e su questa pietra io fonderò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli (…)”
 (Matteo 16,18-19)

San Pietro
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Immediatamente dopo, dalla strada, lo sguardo del passante rimane colpito dalla statua di Cristo Risorto, opera dello scultore carrarino Francesco Baratta, che la realizzò nel 1723 per l’altare maggiore della chiesa di San Francesco, dove rimase fino al 1796. In quell’anno fu rifatto l’altare e la scultura fu collocata provvisoriamente in un corridoio. Nel 1867 fu collocata nella nicchia attuale, oggi si direbbe “in comodato d’uso”; infatti la scultura è ancora di proprietà dei frati francescani anche se nell’iscrizione posta alla base non si fa cenno a questo accordo: Christus / Resurgens ex mortuis / Jam Non Moritur, Cristo è risorto dalla morte, non muore più (5).

Francesco Baratta, Cristo Risorto
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Anche se slegata dal suo contesto iniziale, la statua doveva essere funzionale al disegno iconografico che doveva ancora essere completato. La figura si presta a diverse immagini figurative della tradizione cristiana, ma significativa è quella che abbiamo nel libro dell’Apocalisse, quando a Giovanni, subito dopo essere rapito in estasi, appare Cristo che aveva “(…) un abito lungo fino ai piedi (…). I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve (…) e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e gli inferi” Ap. 1,14-18.
Nel testo, seguono una serie di disposizioni da scrivere alle sette chiese. Successivamente il libro dell’Apocalisse narra dei Preliminari del “Grande Giorno” di Dio, il giorno in cui Cristo tornerà sulla Terra e giudicherà gli uomini. Significativo, di questa visione, è il momento in cui l’Agnello aprì il settimo sigillo, e si fece silenzio in cielo per mezzora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe (Ap. 8,1-2).

Luigi Pampaloni, Angelo di sinistra
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

In effetti sulla scalinata del Santuario del SS Crocifisso non ci sono 7 angeli, ma soltanto due. Furono realizzati dal fiorentino Luigi Pampaloni (1791-1847) al quale, dopo aver realizzato la statua del Canapone in Piazza Bonaparte, furono commissionati anche i quattro evangelisti all’interno nel 1846 (6). Purtroppo le statue versano in un pessimo stato di manutenzione ormai da diversi anni, ma un tempo sostenevano proprio una tromba ciascuno, come è possibile vedere da alcune foto storiche (7).

Luigi Pampaloni, Angelo di destra
Scalinata del Santuario del SS Crocifisso
Foto di Francesco Fiumalbi

Ricapitoliamo. Abbiamo isolato tre episodi del libro dell’Apocalisse: l’apparizione di Cristo Risorto, gli Angeli che suonano le trombe e la discesa dal cielo della Gerusalemme Celeste. Tutto questo quadro si configurerebbe, quindi, come:

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

E’ questa, forse, l’interpretazione da dare all’apparato scenografico costituito dalla scalinata e dal Santuario del SS Crocifisso di San Miniato?
Il fatto poi che sia collocato di fronte al palazzo del Municipio, non può che essere visto come una forte presa di posizione nei confronti delle autorità civili. Gli amministratori, una volta varcata la soglia in uscita dal Municipio, si sarebbero trovati di fronte l’immagine del Giudizio Universale che costituirebbe l’intrinseco invito ad un comportamento irreprensibile, alla buona pratica di governo, in virtù del giudizio divino prossimo venturo.
Gli elementi, seppur un po’ frammentari, ci sarebbero tutti. Le fonti documentarie non fanno menzione di questa volontà rappresentativa, ma avendo dimostrato l’inconsistenza delle precedenti interpretazioni ci chiediamo se questa non meriti la dovuta considerazione.

Il Santuario del SS Crocifisso visto dal portone del Municipio
Foto di Francesco Fiumalbi



Un ringraziamento speciale va a Don Luciano Marrucci, vero promotore di questa intuizione.



NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Giusti Maria Adriana, La chiesa del SS. Crocifisso di San Miniato, in Giusti – Matteoni (a cura di), La chiesa del SS. Crocifisso a San Miniato. Restauro e storia., CRSM, Allemandi, Torino, 1991, pag. 33.
(2) Barile Gianluca, PAPA: “Leggere la ‘Città di Dio’ di Sant’Agostino per capire la differenza tra la laicità dello Stato e il ruolo della Chiesa”, http://www.lucisullest.it/dett_news.php?id=2873
(3) Vensi Antonio, Materiali raccolti per formare il tomo I e II dei documenti per la storia di San Miniato da Antonio Vensi l'anno 1874, Accademia degli Euteleti, pag. 567, in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967, pag. 134.
(4) Simoncini Vasco, Il Crocifisso di Castelvecchio nella storia e nella vita di San Miniato, Edizioni del Cerro, Pisa, 1992, pag. 71.
(5) Lotti Dilvo, San Miniato, Vita di un’antica città, Sagep, Genova, 1980, pagg. 306-307.
(6) Lotti, Op. Cit., pag. 306.
(7) Marcenaro Giuseppe, Il silenzio del negativo, Filippo Del Campana Guazzesi fotografo in San Miniato, CRSM, Sagep, Genova, 1981, pag. 159.

lunedì 3 gennaio 2011

lunedì 14 giugno 2010

Il Giudizio Universale all’ombra della Rocca

di Francesco Fiumalbi

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e3/Jugement_dernier.jpg
"Giudizio Universale", Michelangelo, Cappella Sistina, 1533-1541
Cliccare sul link per vedere l'immagine


Una grande colonna di uomini giunse, il 21 settembre del 1533 a San Miniato. Si trattava del Papa Clemente VII e del suo corposo seguito che, proveniente da Roma si muoveva verso Nizza, dove avrebbe incontrato Francesco I, re di Francia. Il Pontefice di lì a poche settimane, a Marsiglia, avrebbe dato in sposa sua nipote Caterina de’Medici al secondogenito del regnante di Francia, il futuro Enrico II. Il matrimonio avrebbe sancito l’alleanza fra il Papa e la Francia, a scapito dell’Imperatore Carlo V, che aveva messo l’Italia a ferro e a fuoco nelle guerre degli anni precedenti.
Nonostante le pesantissime tensioni politiche in cui era coinvolto, sebbene la crescente “protesta” di Lutero destasse molta preoccupazione, Clemente VII aveva ben altro a cui pensare. Dopo il sacco di Roma del 1527 e le umiliazioni che aveva subito, il Papa doveva innanzitutto riconquistare quel consenso e quella fiducia che aveva perduto. Il Pontefice aveva imparato molto bene la lezione di suo zio Lorenzo il Magnifico (fratello del padre Giuliano, morto nella Congiura dei Pazzi nel 1478) e sapeva cosa doveva fare. Avrebbe promosso l’arte e l’architettura come celebrazione del potere, del suo potere.
I lavori per il nuovo San Pietro, seguiti da Giuliano da Sangallo il Giovane stentavano. La città viveva un momento di stallo da alcuni anni. L’apparato scultoreo per il proprio sepolcro era appena iniziato. Aveva bisogno di qualcosa di immediato, di rapida realizzazione. Voleva anche lanciare un monito a tutti i suoi oppositori, l’Imperatore Carlo V e i “protestanti”. Il Pontefice non poteva farci molto, ma Dio avrebbe senz’altro punito chiunque aveva osato oltraggiare il successore di Pietro. Li avrebbe giudicati, quindi condannati. Si ricordò della Cappella voluta dal suo predecessore Sisto IV (costruita fra il 1475 e il 1481), dove erano raffigurati gli episodi contenuti nelle Sacre Scritture, una sorta di Bibbia dipinta. Mancava una cosa soltanto: il Giudizio Universale. Per tale pittura aveva bisogno del migliore fra gli artisti, il quale era fiorentino come lui: Michelangelo Buonarroti. Per questo motivo lo fece convocare a Roma. Il 17 giugno, Fra’ Sebastiano (Sebastiano del Piombo, pittore amico di Michelangelo) recapitò all’artista fiorentino una missiva da parte del Pontefice:
Nostro Signore... ha deliberato inanti che tornate a Roma, lavorar tanto per vui quanto avete facto et farete per Sua Sanctita, et farvi (a Roma) contrato de tal cossa che non ve lo sogniassi mai
Michelangelo apprese delle volontà del Papa, e si riservò di stendere un progetto. Clemente VII aveva molta fretta. L’incontro avvenne il 22 settembre dello stesso anno presso il fortilizio di San Miniato durante il suo viaggio verso la Francia, che non poteva intraprendere via mare o lungo la costa per ovviare alle scorribande dei Saraceni capitanati da Ariadeno Barbarossa. Clemente VII dette incarico a Michelangelo di dipingere, nella parete Ovest della Cappella Sistina, il Giudizio Universale.
L’episodio è ricordato dallo stesso Michelangelo:
Nel mille cinquecento trentatre. Ricordo come oggi a dì 22 di settembre che andai a Santo Miniato al Tedesco a parlare a papa Clemente che andava a Nizza; e in tal dì mi lasciò Sebastiano del Piombo un suo cavallo” (Gaetano Milanesi, a cura di, “Le Lettere di Michelangelo Buonarroti”, Firenze, 1875).
Il Pontefice morì pochi mesi dopo. Il suo successore Paolo III confermò l’incarico a Michelangelo. Aveva partecipato anch’egli al colloquio fra l’artista e Clemente VII a San Miniato, quando ancora era il Cardinale Alessandro Farnese, e riponeva nel Buonarroti notevole stima.

Schizzo preliminare per il Giudizio Universale, Michelangelo, Archivio di Casa Buonarroti, 65F
Per vedere l'immagine clicca sul link:

Questo disegno fu usato, forse, da Michelangelo per presentare il suo progetto a Clemente VII proprio durante l'incontro a San Miniato, il 22 settembre 1533?
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