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sabato 14 settembre 2019

CORAZZANO - LA LAPIDE DEI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

di Francesco Fiumalbi

A Corazzano, lungo via Zara, nello spazio fra il Teatro Quaranthana e la Farmacia, si trova una epigrafe dedicata ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.
L’iscrizione, originariamente, si trovava all’interno dell’edificio della vecchia Casa del fascio costruita negli anni ‘30. Il fabbricato, nel Secondo Dopoguerra cambiò destinazione molte volte: divenne Casa del Popolo, Scuola Elementare, Stazione dei Carabinieri fino all’attuale struttura teatrale e sede della casa editrice Titivillus. Fu proprio al momento della riconversione a teatro, nella seconda metà degli anni ’90, che l’epigrafe fu collocata all’esterno, nella posizione attuale.

L’epigrafe in memoria dei Caduti di Corazzano
Foto di Francesco Fiumalbi

La lastra è sormontata da una cornice aperta al centro, dove è collocato il simbolico elmetto Adrian mod. 16, con due baionette intrecciate sorrette dal soggolo dell’elmetto. Nella parte inferiore due mensole indicano i termini della Grande Guerra: 1915 e 1918. Al centro una piccola nicchia, con un portacandele (o portalampada) a mensola. Rispetto al testo, ai lati dell’epigrafe sono presenti due ampi spazi vuoti. Notiamo che sono presenti dei piccoli fori, ovvero dei piccoli punti di connessione fra gli originari elementi decorati e la lastra di supporto. Probabilmente, considerando anche l’originaria funzione dell’edificio, potevano trovarsi due fasci littori in bronzo. Infatti, negli anni ’30 era ormai completata l’identificazione del regime con lo Stato.

L’epigrafe in memoria dei Caduti di Corazzano
Foto di Francesco Fiumalbi

Sulla lapide commemorativa sono indicati i nomi di nove caduti originari di Corazzano. Occorre ricordare che nell’intero territorio comunale di San Miniato, si contarono oltre 500 caduti. Rispetto al manifesto realizzato dal Canonico Galli Angelini in occasione dell’inaugurazione del Faro votivo nel 1928, manca il nome di Francesco Scali. Al momento non conosciamo il motivo di tale esclusione.
In ogni caso, l’epigrafe di Corazzano è una delle ultime realizzazioni in memoria dei Caduti della Grande Guerra. Infatti, maggior parte delle epigrafi e dei monumenti sparsi nel territorio comunale fu realizzata negli anni ’20, mentre nel caso di Corazzano siamo alla metà degli anni ’30. Per questo motivo sono presenti elementi significativi come l'elmetto e le due baionette, ma soprattutto la nicchia porta lume. Questo dettaglio richiama alla religione laica della Patria, che trovava il suo nucleo proprio nel culto dei Caduti.

Di seguito il testo dell’iscrizione.
(cliccando sui nominativi è possibile consultare le pagine personali dedicate a ciascuno)


IL POPOLO DI CORAZZANO
COSTRUIVA QUESTO EDIFICIO
DEDICANDOLO ALLA MEMORIA DEI SUOI EROICI CADUTI
CHE NELLA GRANDE GUERRA DI REDENZIONE
COLL’OLOCAUSTO DELLA PROPRIA VITA
APRIRONO IL CAMMINO ALLA GLORIOSA RINASCITA DELLA PATRIA












L’epigrafe in memoria dei Caduti di Corazzano
Particolare dell'elmetto con le due baionette
Foto di Francesco Fiumalbi

L’epigrafe in memoria dei Caduti di Corazzano
Particolare della nicchia porta lume
Foto di Francesco Fiumalbi

lunedì 29 ottobre 2018

[VIDEO] LA CITTADINANZA ONORARIA DI VITTORIO VENETO AI 565 CADUTI SANMINIATESI

a cura di Francesco Fiumalbi

Nell’ottobre 2017, il Consiglio Comunale di Vittorio Veneto ha deliberato di conferire la cittadinanza onoraria ai quasi 6 milioni di soldati italiani che parteciparono alla Prima Guerra Mondiale. Il riconoscimento è stato rivolto sia ai caduti nel conflitto, sia agli ex militari deceduti prima del 1968, quando, in occasione del 50° anniversario della fine della Grande Guerra, fu deliberato di conferire la cittadinanza agli ex combattenti ancora viventi. Nella medesima circostanza il Governo decise di istituire l’Ordine dei Cavalieri di Vittorio Veneto.

La corona deposta dal Comune di San Miniato
 al Monumento ai Caduti situato 
in Piazza del Popolo a Vittorio Veneto
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 20 ottobre 2018 il Sindaco Vittorio Gabbanini ha ricevuto la cittadinanza onoraria conferita alla memoria dei 565 Caduti sanminiatesi. La giornata ha avuto inizio in Piazza del Popolo, dove è stata deposta una corona d’alloro al Monumento ai Caduti di Vittorio Veneto. La delegazione sanminiatese, a cui ha preso parte il Consigliere Michele Fiaschi, è stata poi accolta in Municipio dal Sindaco di Vittorio Veneto e dalla Giunta. Qui, presso la Sala Brandolino Brandolini d’Adda, si è svolta la cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria, officiata dal Sindaco Roberto Tonon affiancato da Barbara De Nardi, Assessore con delega al Centenario della Grande Guerra. Il lungo elenco dei Caduti sanminiatesi - riportato in un'unica pergamena lunga più di un metro e suddivisa in tre colonne - ha destato una grandissima impressione nei presenti, a testimonianza della dimensione della tragedia provocata dalla Grande Guerra anche in una comunità relativamente piccola, come quella di San Miniato, che all'epoca contava 21mila abitanti.

Di seguito i video e alcune immagini della cerimonia:

 
Il momento della deposizione della corona al Monumento ai Caduti
Video di Francesco Fiumalbi

Il momento del conferimento della cittadinanza onoraria ai Caduti sanminiatesi
Video di Francesco Fiumalbi


 Il momento del conferimento della cittadinanza onoraria
con il Sindaco di Vittorio Veneto e la delegazione sanminiatese
Foto di Luca Fiumalbi 

 Il Sindaco di San Miniato Vittorio Gabbanini 
assieme al Sindaco di Vittorio Veneto Roberto Tonon
A destra Francesco Fiumalbi autore della ricerca storica
Foto di Fabrizio Mandorlini

Nella medesima occasione Michele Fiaschi ha presentato il libro dedicato a Brandolino Brandolini d'Adda, dal titolo Impavidum ferient, scritto dallo stesso Michele Fiaschi e Rosaria De Biasio, pubblicato dal Notiziario Araldico per il Comune di Vittorio Veneto.

Un momento della presentazione del libro su Brandolino Brandolini d'Adda
Foto di Francesco Fiumalbi

 
La presentazione del libro su Brandolino Brandolini d'Adda
 Video di Francesco Fiumalbi


domenica 20 marzo 2016

[VIDEO] I SANMINIATESI E LA GRANDE GUERRA – 19 MARZO 2016

a cura di Francesco Fiumalbi

Sabato 19 marzo 2016, presso la Sala Consiliare del Municipio di San Miniato, si è svolta l'iniziativa da titolo “I Sanminiatesi e la Grande Guerra”.
Un incontro incentrato sulla memoria delle vicissitudini della popolazione sanminiatese durante il periodo della Prima Guerra Mondiale, coordinato da Simone Giglioli, Presidente del Consiglio Comunale di San Miniato.
Dopo i saluti del Sindaco Vittorio Gabbanini e Simone Giglioli, sono intervenuti Giancarlo Nanni, Manuela Parentini e Francesco Fiumalbi, le cui relazioni sono state intervallate da brani musicali curati dall'Accademia Musicale di San Miniato Basso.

L'intervento di Giancarlo Nanni è stato incentrato sulle vicende della Grande Guerra, intrecciate alla vita politico-amministrativa della comunità sanminiatese, oltre ad alcuni episodi che video protagonisti alcuni abitanti del territorio comunale.
Manuela Parentini, fra i vari argomenti, ha relazionato a proposito della vasta ricerca (condotta in collaborazione con numerose altre persone) ed in particolare sui sanminiatesi partiti per i combattimenti e che non fecero ritorno a casa, per ciascuno dei quali è stata predisposta una scheda.
Francesco Fiumalbi ha presentato un excursus inerente i monumenti e le celebrazioni tributate alla memoria dei Caduti sanminiatesi della Prima Guerra Mondiale.
L'Accademia Musicale di San Miniato Basso ha proposto brani di grande effetto e suggestione riguardanti il periodo della Prima Guerra Mondiale fra cui 'O surdato 'nnammurato e La canzone del Piave.

Di seguito il video e alcune immagini dell'iniziativa.


I Sanminiatesi e la Grande Guerra
Video di Francesco Fiumalbi

I Sanminiatesi e la Grande Guerra
Foto di Daniele Benvenuti

I Sanminiatesi e la Grande Guerra
Foto di Daniele Benvenuti

Il manifesto del Comune di San Miniato
per le celebrazioni durante il centenario della Guerra 1915-18
su disegno di Luca Macchi

La locandina dell'iniziativa
curata dal Comune di San Miniato

lunedì 19 agosto 2013

I CADUTI SANMINIATESI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

a cura di Francesco Fiumalbi

La Prima Guerra Mondiale fu davvero una “Grande Guerra”. Basta pensare che, nel periodo del conflitto, l'Italia contò circa 654.000 morti su una popolazione di circa 38 milioni. Perse la vita in guerra (considerando non solo il combattimento vero e proprio, ma anche le epidemie, i prigionieri che non fecero ritorno e i dispersi) l'1,7% della popolazione, circa 1 persona ogni 58. Fu una vera e propria ecatombe, un'intera generazione di giovani ragazzi, quasi interamente annientata. La Guerra del 1915-18 sancì il compimento della tanto agognata Unità Nazionale, ma il tributo, in termini di vite umane, fu altissimo.
Il territorio sanminiatese non fu da meno, anzi. Nello stesso periodo il Comune di San Miniato contava circa 21.000 abitanti contro i 28.000 attuali. Secondo l'elenco redatto dall'Amministrazione Comunale nel 1928 i morti furono 456, ma consultando l'Albo d'Oro dei Caduti della Toscana (1926) e dunque sommando tutti coloro che nacquero a San Miniato, la cifra raggiunge le 545 unità, cioè il 2,59% del totale, 1 persona ogni 38. Facendo le dovute proporzioni, rispetto alla media nazionale, oltre il 34% in più.

Particolare dell'epigrafe commemorativa collocata 
sulla facciata della chiesa di Balconevisi.

Di seguito è proposta la raccolta dei nominativi dei Caduti. E' possibile consultare tre elenchi, suddivisi per ordine alfabetico, località di provenienza, grado e ordine militare. Le informazioni sono desunte da un opuscolo realizzato nel 1928 per cura del Comune di San Miniato e che ci è stato messo a disposizione da Mario Rossi “Maglietta”, a cui va il nostro sentito ringraziamento. In caso di errori o imprecisioni, o se qualcuno avesse notizie su una o più persone, e desiderasse condividerle su Smartarc può farlo liberamente inviandoci una e-mail.


   
   
   
   
 
 
 
 




AVVERTENZE: Rispetto agli attuali confini comunali, nel periodo 1915-1918, Agliati faceva parte del territorio sanminiatese, da cui si staccò nel dicembre del 1928. La frazione di La Scala viene indicata col nome di San Pietro alle Fonti. A Nocicchio sono assegnate persone residenti in territori oggi facenti parte di San Miniato, La Scala e San Miniato Basso. A Cigoli sono elencate persone che oggi risulterebbero abitanti a La Catena e a Molino d'Egola. Con Romaiano deve intendersi il territorio pianeggiante fra la Stazione di San Romano e l'odierna San Donato, che all'epoca non esisteva come centro abitato. A Balconevisi e a Bucciano sono assegnate persone che oggi abiterebbero a La Serra. Stesso discorso per i Caduti di Montebicchieri, che annoverano anche gli abitanti del Palagio e dei territori limitrofi.


domenica 7 novembre 2010

IL FARO DELLA ROCCA

di Francesco Fiumalbi
Nei giorni 30 ottobre e 2 novembre 2010 sono comparsi su La Nazione due articoli, firmati da Carlo Baroni, inerenti l’apparentemente sopito dibattito sul “Faro” della Rocca.
Sono stato spinto a scrivere questo articolo, anche perché a smuovere le acque, almeno inizialmente, penso di essere stato anch’io. Erano i primi di agosto, quando mi presentai all’Ufficio Cultura del Comune di San Miniato per richiedere la pubblicazione in questo blog di alcune immagini inerenti la Rocca. Chiesi anche di avere informazioni sul “Faro”. Fui inviato alla Pro Loco, dove la sig.ra Nicoletta Corsi si disse disponibile ad aiutarmi nella ricerca. Mi indicò, grazie anche al Sig. Nacci, il “Faro” che giunse dal governo tedesco all’Associazione Reduci di Guerra, quale gesto distensivo dopo le distruzioni avvenute a San Miniato nell’estate 1944. Parlai della cosa a Don Luciano Marrucci che, a distanza di tempo, grazie a Facebook, ha lanciato il suo appello, raccolto dal giornalista Baroni.

Turismo a San Miniato. Penso che San Miniato potrebbe giocare due carte vincenti (fonti alle fate e il sito della cosiddetta necropoli della capra) ma il vero jolly gli è scivolato in terra ed era il faro sulla Rocca: un incredibile, un formidabile richiamo notturno a visitare di giorno questa città.
Queste le parole di Don Luciano Marrucci. La proposta è stata appoggiata anche da Mario Rossi, “uomo di sinistra”, e si è detto disponibile a parlarne anche il Sindaco Vittorio Gabbanini, intervenuto il 2 novembre sempre sulle pagine de La Nazione.

Vediamo quindi di approfondire la vicenda del faro, dalla sua collocazione fino ai giorni nostri.

Lo sportello del faro, particolare
Fotografia realizzata grazie al
generoso consenso di Mario Caponi

Come riporta il Canonico Galli-Angelini, nel Bollettino dell’Accademia degli Euteleti n. 24, del 1947: “Dopo la Guerra del 1915-18 sulla sommità della Rocca venne posto un faro girevole che ogni sera, lanciando il suo potente fascio di luce dal Monte Pisano al Monte Albano sulla vallata dell’Arno e sulle colline che corrono, bellissime, da San Gimignano a Volterra, ricordava alle tante genti che popolano la zona il sacrificio di chi tutto aveva donato alla Patria”.
Era quindi un faro “votivo”, scelto quale monumento ai caduti da un comitato cittadino composto, come ricorda anche Carlo Baroni nel suo articolo del 30 ottobre, da diverse associazioni: Orfani, Madri e Vedove di Guerra, il Comitato della Cappella Votiva e la Misericordia. Per finanziare l’installazione fu promossa una Lotteria Nazionale, che, grazie al successo ottenuto, fornì il denaro necessario per il faro e per l’acquisto di un'autoambulanza e della sede della Misericordia. Il faro fu posizionato nel 1928 e lì rimase fino al 23 luglio del 1944, quando la rocca fu demolita dai tedeschi in ritirata. Ancora il Canonico Galli-Angelini nel suo diario tenuto durante i difficili giorni del passaggio del fronte:

Giovedì 20 luglio 1944
E’ già stato fatto l’impianto elettrico per far esplodere le mine messe in Rocca. Un filo elettrico tinto di minio dalla Piazza del Seminario, per le scale della Loggetta, il prato del Duomo lungo le Sagrestie, è portato alla Torre”.

“Domenica 23 luglio 1944
Nella tarda sera i tedeschi, prima di lasciare San Miniato, compirono l’ultima distruzione di molte case e palazzi ed infine circa le ore 22,30 fecero brillare le mine poste nella rocca, che con grande fragore crollò all’istante. Prima si udì un grande scoppio seguito da un boato e da un grande bagliore, quindi una nube nera avvolse la collina. Quando essa si fu dileguata la rocca non c’era più. Così mi ha narrato uno spettatore che si trovava a Scacciapuce, verso i Cappuccini. (…)

La torre, ricorda Mario Caponi, sanminiatese classe 1923, nel suo diario, fu minata dall’interno. L’esplosivo fu collocato a piano terreno e fece crollare la rocca su se stessa, anche se molte macerie caddero a valle, andando a ostruire parzialmente viale 24 maggio e viale Don Manzoni, cioè la strada che da San Francesco conduce in piazza del Duomo.
Mario Caponi andò, la mattina di martedì 25 luglio 1944, in rocca per vedere cosa fosse rimasto dell’antica costruzione. Il “Prato della Rocca” era disseminato di macerie e, fra queste, riuscì a recuperare uno sportello del “Faro”. Nei giorni successivi, Mario Caponi, come dice lui stesso “per non impazzire”, dipinse con tempera ad olio il frammento metallico che raccolse quel giorno e che gelosamente conserva ancora oggi nella sua casa.

Lo sportello del faro
Fotografia realizzata grazie al
generoso consenso di Mario Caponi

Il filo in plastica di color arancio, è un frammento di quel “filo tinto di minio” di cui parla il Canonico Galli-Angelini, definito tale in quanto la plastica, all’epoca, era pressoché sconosciuta.
Sullo sportello, Mario Caponi volle, in estrema sintesi, scrivere la storia del monumento abbattuto, anche perché non era assolutamente scontato, in quei giorni, che venisse ricostruito come poi è accaduto.

La Rocca di San Miniato, costruita da Ottone I nel 968 e distrutta dai tedeschi in ritirata, la data del 23 luglio 1944. Questa lamiera apparteneva al faro votivo che i sanminiatesi avevano eretto sulla torre stessa in memoria dei caduti nella vittoriosa guerra del 1915-18”.
Queste le parole scritte sullo sportello da Mario Caponi.

Cercheremo adesso di capire come funzionava il faro.
Innanzitutto, essendo passati ben 66 anni dall’ultima volta che fu acceso, occorre precisare che esistono opinioni contrastanti. In particolare analizzeremo le testimonianze di Mario Caponi e Don Luciano Marrucci.
Mario Caponi afferma che il faro era posizionato su un piedistallo, che formava una specie di terrazzino al quale si accedeva attraverso una semplice scala a pioli. Dal supporto partiva un “collo” sul quale erano posizionati tre sportelli, ciascuno per ogni luce. Al di sopra il “cipollotto” con tre occhi luminosi, ciascuno per ogni colore della bandiera italiana: verde, bianco e rosso. Tuttavia, sempre Mario Caponi precisa che di regola fosse acceso solo il faro “bianco”, che in realtà tendeva al giallo, mentre gli altri due illuminavano solo in particolari occasioni.
Luciano Marrucci afferma, invece, che il faro fosse costituito da un’unica lampada, bianca o gialla e non rammenta di terrazzini o piattaforme.
Per avere un’idea possiamo vedere anche una fotografia storica, che non possiamo pubblicare perché protetta da Copyright, di proprietà F.lli Alinari. Per vederla è molto semplice:

Incollare il seguente u.r.l. nella barra degli indirizzi del vostro browser
http://www.alinariarchives.it/internal/Default.aspx
(per mettere il collegamento diretto, meglio conosciuto come “link”, occorre il permesso scritto!)
In alto a sinistra, nel campo “Ricerca libera”, digitare: Torre Federico Miniato.
Compariranno 2 immagini, di cui la seconda è quella che più ci interessa. Cliccare sopra all’immagine interessata per ingrandirla.

La fotografia però non ci aiuta più di tanto: mostra inequivocabilmente un solo occhio, ma non è dato sapere se ve ne fossero altri. Nel 1930, quando fu scattata, non vi è traccia della piattaforma ricordata da Mario Caponi e da lui disegnata anche sullo sportello. Potrebbe essere che il terrazzino sia stato costruito in un secondo momento.
Quindi, rimangono non chiarite, le questioni su quante lampade avesse e se fosse dotato di una piattaforma.

Il governo tedesco, negli anni ‘50, allorquando la torre veniva ricostruita secondo il progetto degli ingegneri Baldi e Brizzi, donò all’Associazione Reduci di Guerra un nuovo faro da collocare in cima al rocchetto più alto, una volta che la costruzione fosse ultimata. Questo manufatto è completamente diverso, nelle fattezze, rispetto all’originale, anche se è costituito da tre lampade, verde, bianca e rossa, come descritto da Mario Caponi. Intorno al 1990, il faro passò dall’Associazione Reduci di Guerra alla Pro Loco di San Miniato, che ancora lo conserva in un proprio magazzino.

Il faro inviato dal governo tedesco
Foto di Francesco Fiumalbi su gentile
concessione della Pro Loco di San Miniato

Come ricordato anche da Mario Rossi nell’articolo del 30 ottobre 2010, in tutto il dopoguerra c’è sempre stata una forte opposizione al ripristino del faro sulla Rocca, in quanto considerato uno dei tanti mezzi di propaganda dell’allora regime fascista.
Cercheremo ora di avvicinarci a capire il contesto cittadino e nazionale in cui fu deciso di installare il faro.
Mario Caponi ricorda che l’allora Comune di San Miniato si era dimostrato, fin dal termine della “Grande Guerra”, uno dei comuni più attivi a livello nazionale per le celebrazioni della dolorosa vittoria italiana. Senza dimenticare i Monumenti ai Caduti di San Miniato in piazza S. Caterina, e di Ponte a Egola in Piazza Stellato Spalletti, Mario Caponi afferma che quello sanminiatese fu il primo comune d’Italia a creare i cosiddetti “Viali della Rimembranza”, che ancora oggi esistono sempre. Uno si trova nel capoluogo, ed è la strada che da Corso Giuseppe Garibaldi, conduce in Piazza del Duomo e dovrebbe essere il primo realizzato. Gli altri si trovano a Cigoli (la lapide si interrompe a 30 marzo 19…) e a Balconevisi (più tardo, fatto nel 1926).

Targa a Balconevisi, all’inizio del centro abitato in via Castello.
Foto di Francesco Fiumalbi

In questo senso, occorre ricordare anche le lapidi collocate in ogni chiesa parrocchiale, sulla facciata, oppure all’interno. Ogni centro abitato aveva la sua epigrafe commemorativa. E tutte riportano datazioni dei primi anni ’20 (ad esempio, l’epigrafe collocata alla base del campanile di Ponte a Egola riporta il giorno 30 luglio 1922). La “marcia su Roma” avvenne il 28 ottobre 1922.
Non che in questa pagina si intenda fare del revisionismo storico, anzi, ma è oggettivamente difficile stabilire quanto di fascismo vi fosse in queste celebrazioni. O meglio, il regime sicuramente se ne servì, ma non ne fu, probabilmente, l’ideatore iniziale. Anche perché, a corredo delle targhe e delle epigrafi, non si rintracciano i “simboli” del fascismo, nemmeno grattati, parzialmente distrutti o sommariamente cancellati, come invece si rinviene altrove. Sembra proprio che queste opere commemorative siano più il frutto di un sentimento popolare allora fortissimo. Nel Comune di San Miniato i caduti nella Grande Guerra furono oltre 300 e la popolazione avvertiva veramente il senso di sacrificio per l’Unità Nazionale, che dopo la vittoria del 1918 poteva dirsi davvero compiuta.

E allora, cosa fare? Ripristinare il Faro oppure no?

Don Luciano Marrucci si è sempre detto entusiasta. Sostiene che era una cosa incredibile, suggestiva e proiettava l’immagine di San Miniato in gran parte della Toscana. Ricorda che Lea Benedetti Leoni, da poco scomparsa, si dichiarò addirittura disposta ad offrire un contributo economico perché il faro tornasse sulla Rocca.
D’accordo anche Mario Rossi, ex esponente del PCI, che parla chiaramente di “muro da abbattere”, in virtù anche di un ritorno in termini turistici.

La Rocca col Faro
Fotomontaggio di Francesco Fiumalbi

Contrario, invece, Mario Caponi: “è passato molto tempo, e l’immagine di San Miniato e della Rocca ormai è questa. Doveva essere ripristinato subito, ma adesso è tardi e poi sarebbe un pericolo per gli aerei”.
Il pensiero di Alfonso Lippi, Sindaco di San Miniato dal 1990 al 1999, in una lettera del 1996 inviata alla Pro Loco e riportata da Carlo Baroni nell’articolo del 30 ottobre, sentenziava: “Taluni dicono che è una forma di ricordo dei caduti di tutte le guerre, ripetendo la stessa argomentazione degli anni ’30, senza rendersi conto che se certe esteriorità potevano in qualche modo rispondere alla retorica dei canoni estetici di quel tempo, lo stesso non può certo dirsi per i nostri”.
Sulla stessa linea tenuta nel 1996 da Lippi anche i Comunisti Italiani che, come riportato nell’articolo del 2 novembre, invitano a “(…) lasciar perdere la ricostruzione dei simboli della retorica fascista (…)”.
L’attuale Sindaco, Vittorio Gabbanini, si è detto possibilista, almeno ad affrontare nuovamente la questione. Staremo a vedere come si evolverà il dibattito.


E voi? Cosa ne pensate?
Potete lasciare un commento qua sotto, spiegando la vostra opinione!
Oppure, se siete di fretta, ma volete dire comunque la vostra, all'inizio di questa pagina, in alto a destra, troverete un apposito sondaggio velocissimo.


Si ringrazia Don Luciano Marrucci, Mario Caponi, il sig. Nacci e Nicoletta Corsi della Pro Loco e l’Ufficio Cultura del Comune di San Miniato, in particolare la sig.ra Franca, per il contributo nella stesura di questo articolo.


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