domenica 20 novembre 2011

LA DIRUTA PIEVE DI BARBINAIA (terza parte) ANALISI ARCHITETTONICA

di Francesco Fiumalbi

Nella prima parte abbiamo analizzato il contesto geografico entro cui si collocava la perduta Pieve di Barbinaia; nel secondo intervento abbiamo fatto un excursus sulle fonti documentarie che, nei secoli, hanno riguardato questa pieve. In questo post vedremo cosa rimane dell’antico edificio.

Porzioni murarie dell’antica Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Della pieve rimangono solo pochi frammenti. La storia non è stata molto clemente con questo edificio: il continuo riuso delle strutture e dei materiali ha prodotto una situazione piuttosto difficile da ricostruire: pietre arenarie squadrate accostate a robusti paramenti in laterizio, nuove aperture, chiusura di quelle vecchie, ampliamenti, demolizioni, inserimento di elementi strutturali metallici. Un vero e proprio mix di continue sovrapposizioni, tutte più o meno leggibili in questo edificio abbandonato, la cui storia è più che millenaria.

Una millenaria sovrapposizione di materiali e tecniche diverse
Foto di Francesco Fiumalbi

I robusti blocchi di pietra arenaria facevano parte, con ogni probabilità, del nucleo più antico della pieve; o meglio andavano a costituite la struttura portante dell’edificio di culto vero e proprio. La pietra, che somiglia molto alla cosiddetta “pietra forte”, è del tutto simile a quella utilizzata per le altre pievi e suffraganee di cui è giunto qualcosa fino ai giorni nostri: la Pieve di San Saturnino di Fabbrica, la chiesa di San Jacopo in Sant’Albino vicino Molino d’Egola e la chiesa di Sant’Andrea Vallis Arni, presso Santa Croce sull’Arno, solo per citarne alcune. Diverse, invece, sembrerebbero le pietre della Pieve di Santa Maria a Corazzano, anche se montate con la medesima tecnica costruttiva. I blocchi che attualmente si possono vedere sulla facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano sono identici a questi, proprio perché per la costruzione di quell’edificio furono utilizzati quelli provenienti da Barbinaia. Altre pietre di questa pieve potrebbero essere state riutilizzate per la chiesa di San Lorenzo nel Comune di Montopoli, forse anche per Agliati e perfino per il campanile della chiesa di San Germano di Moriolo.

Muratura di pietra “a filaretto”
in quel che resta della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Le pietre di cui abbiamo parlato si trovano un po’ ovunque negli edifici attualmente esistenti in località Barbinaia. Questo perché sono state riutilizzate. Mentre quelle che facevano parte del paramento originario sono riconoscibili dalla tecnica costruttiva: sono ben squadrate e disposte su file parallele, secondo la cosiddetta tecnica della muratura a “filaretto”. A differenza della tipica muratura in laterizio, questa in pietra richiede un uso decisamente inferiore di malta, di contro è necessario un aumento gli spessori dei muri e del peso della struttura.
Questa muratura in pietra è ancora presente in alcune porzioni della muratura originaria, probabilmente databile VII-VIII secolo d.C., anche se non possiamo escludere ampliamenti successivi. Questa coincide con la parete settentrionale della casa colonica e col il muro che segue l’andamento della strada.

La muratura in pietra che si trova
lungo l’attuale via di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Ricordiamo che nella seconda parte di questo intervento abbiamo parlato della costruzione della strada, agli inizi del ‘900, proprio laddove vi erano i resti della pieve. Furono tolte le pietre dell’abside e furono recuperati importanti manufatti come i basamenti delle colonne ed altri elementi di pregio. Quello che rimane visibile ancora oggi è rappresentato nel disegno qua sotto.


Cosa rimane di Barbinaia
Schema di Alessio Guardini

Invece, la porzione di muratura evidenziata nel disegno che si trova nella parte occidentale dell’edificio è in laterizio. Cronologicamente dovrebbe essere stata realizzata alcuni secoli più tardi rispetto a quella in pietra: XII-XIII secolo.
Si tratta di quella tipica muratura in laterizio con cui sono state realizzati i principali edifici religiosi della zona a cavallo del 1200: la Cattedrale di San Miniato, la Pieve di Corazzano, la Pieve di San Martino a Palaia, la Collegiata dei SS Lorenzo e Leonardo a Castelfiorentino, la Pieve dei SS Ippolito e Biagio a Castelfiorentino, parte della Pieve di Coiano, solo per citarne alcune. Questa tipologia costruttiva, unitamente all’utilizzo di un limitato campionario decorativo, prende il nome di “romanico valdelsano”.

Paramento in laterizio
in quel che resta della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Questa tecnica decorativa in cotto fu un elemento altamente qualificante e al tempo stesso unificante della maggior parte degli edifici dell’epoca (1). Nell’esempio di Barbinaia il riferimento più evidente è da segnalarsi nella ghiera dell’arco situato sul fronte occidentale della costruzione. E’ un elemento che, a differenza di quanto ipotizzato in passato, dovrebbe essere stato scolpito in situ; in particolare tali decorazioni a zig-zag dovrebbero appartenere al periodo più antico dell’applicazione di queste tecniche, cioè a cavallo fra il XII e il XIII secolo (2).
In particolare questa tipologia appare identica rispetto a quella impiegata nelle piccole finestrelle della facciata dell’Abbazia di San Salvatore a Fucecchio, datata XII secolo, e nel Duomo di San Miniato, della prima metà del XIII secolo (3). Tuttavia gli elementi decorativi in cotto, probabilmente, non appartenevano alla pieve vera e propria, bensì a strutture ad essa adiacenti.

Ghiera in laterizio della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Diverso è, invece, il discorso sugli elementi in pietra come la ghiera e le basi delle colonne conservate presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di San Miniato (4). Si tratta di elementi lapidei monolitici, di notevoli dimensioni, decorati da elementi geometrici e floreali scolpiti.
Mentre per l’arco della monofora il motivo decorativo è decisamente stilizzato, ben lontano dai motivi decorativi classici, le basi delle colonne hanno quel caratteristico motivo a funi e ad ovuli che richiama immediatamente i modelli classici di epoca romana (5).
Nella quarta e ultima parte, cercheremo di capire come doveva presentarsi la Pieve di Barbinaia nell'epoca del suo massimo splendore.

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Barbucci Federica, Campani Franco, Giani Barbara, Motivi e tecniche decorative in cotto nell’architettura romanica del medio Valdarno Inferiore, in riv. Erba d’Arno, n. 51, Fucecchio, 1993, pagg. 37-39.
(2) Barducci, Campani, Giani, Op. Cit., pagg. 48-51.
(3) Si veda l’immagine pubblicata in Dilvo Lotti, San Miniato, vita di un’antica città, SAGEP, Genova, 1980, pag. 375.
(4) Si vedano le immagini pubblicate in Dilvo Lotti, San Miniato nel tempo, SAGEP, Genoca, 1981, pag. 58.
(5) Ducci Anna Maria e Badalassi Letizia, Tesori Medievali nel territorio di San Miniato, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 1998, pagg. 36-37.

1 commento:

  1. Grazie Francesco, vorrei aggiungere solamente alcune cose, se permetti, alla tua analisi storica. Anche il campanile di Bucciano (oggi intonacato) fu costruito negli anni '70 dell' '800 con materiale lapideo proveniente dalla pieve di Barbinaia, così come alcuni manufatti, oggi non più esistenti, facevano mostra, fino a dieci anni fa, all'ingresso di Bucciano. Le ultime colonne ed i resti dell'altare furono tolte dai Lorenzelli negli anni '20 del '900, le colonne messe come aggetto sulla Chiecina. Così là dove era la pieve venne dirottata la strada che prima passava a monte della pieve stessa. Una delle ultima famiglie di contadini che hanno abitato la casa adiacente alla pieve è stata quella dei Lucchesi. Gioacchino Lucchesi ebbe tre figli: Serafino (detto Meo), Nando e Pietro (detto il chiappa). Mi raccontava proprio Pietro (che era mio suocero) dei viaggi fatti per portare a Bucciano le pietre dei muri e del lavoro di copertura del pavimento con terra e ghiaia. Sono convinto che scavando sotto la strada possa riemergere il pavimento dell' antica pieve, ma benchè mi sia dato molto da fare fin'oggi non ho incontrato interesse alcuno. Mi raccontava, sempre Pietro, che durante i forti acquazzoni non era raro veder arrivare ossa dalle sepolture dell'adiacente camposanto
    Giovanni Corrieri

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