sabato 10 ottobre 2020

LA MIA GIOVENTU’ AL TEMPO DEL FASCIO – INTERVISTA A GIUSEPPE CHELLI

a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Molti di noi hanno avuto la fortuna di ascoltare le storie dell’infanzia dei propri nonni. Come vivevano, come giocavano, come andavano a scuola, la pagella, ma anche del sabato fascista e della camicia nera. E poi la guerra, quel grande spartiacque che ha segnato il passaggio fra la “vita di prima” e la “vita di dopo” e che per molti ha segnato il passaggio dalla spensieratezza dell’infanzia alla consapevolezza dell’età adulta. Nella maggior parte dei casi si tratta di un patrimonio di memoria orale che rischia di andare perduto ogni giorno di più. Per questo motivo abbiamo scelto di intervistare Giuseppe Chelli, classe 1933, che ha vissuto l’infanzia durante gli ultimi anni del fascismo e ricorda molto bene la vita del tempo.

Beppe, durante gli ultimi anni del fascismo, tu eri un bambino. Come sei entrato in contatto con il regime?
Sono venuto a contatto col regime fascista nel 1939, cioè quando ho cominciato ad andare a scuola. Di prima non potrei e non posso dire nulla se non una sbiadita immagine di un fantoccio tutto nero portato per le vie di San Miniato e bruciato  notte tempo. Forse era il Negus sconfitto nella guerra di Abissinia nel 1936: avevo appena tre anni!
 
Il regime, per la sua natura totalitaria, cercò di regolare anche il mondo scolastico, tant’è che una delle prime riforme dopo la marcia su Roma fu proprio la cosiddetta Riforma Gentile del 1923. Quanto penetrava il regime nelle aule del tempo, specialmente in un contesto di provincia come era il territorio sanminiatese?
Allora, intanto devo dire che la scuola l’ho iniziata a Roffia, dove sono rimasto per il primo triennio. La quarta e la quinta, invece, le ho fatte a San Miniato.
A Roffia c’era una sola pluriclasse del corso  elementare inferiore e si trovava esattamente sopra il Circolo, al primo piano di quello stabile che c’è ancora oggi. La maestra unica era la signorina Luigia Simoncini che ogni giorno da San Miniato veniva a piedi a Roffia e si tratteneva fino al pomeriggio, forse perché la terza classe aveva il secondo turno. Non ricordo che la maestra ci facesse apologie del regime, ma nel libro di testo in molte parti venivano proposti brani e immagini inneggianti a modi di vita circa l’amor di patria, la bellezza del lavoro. Ricordo l’immagine dell’aratro con il vomere lucido, che era una delle immagini più eclatanti per illustrare il concetto che il lavoro rende belli a differenza del vomere inattivo che arrugginisce. E poi veniva mostrata la fierezza del bambino che faceva azioni coraggiose o le bambine che avevano cura della casa e soprattutto del giardinetto attorno che curavano con fiori e alberelli.
 
Ma il sabato…
Solo il sabato, che chiamavamo il sabato fascista  la maestra  pretendeva che si venisse in classe vestiti a seconda dell’età da Figli della lupa (prima e seconda classe) o da Balilla (terza).
 
In cosa consisteva questo abbigliamento?
Per i figli della Lupa la montura era questa: scarpe nere, calzettoni grigio verde con risvolti neri fini al ginocchio, pantaloni grigioverde corti, camicina nera con  il cinturone bianco che raccoglieva le due bretelle bianche incrociate. Nel mezzo alle bretelle una M di metallo lucido, mentre in testa era d’obbligo portare il fez, un cappello nero con una nappa appesa ad un lego. Anche il cappello aveva  in fronte un’insegna, un piccolo simbolo: non ricordo bene se fosse stata l’immagine del Duce con l’elmetto o la scritta Dux. Oppure due teste di lupa.
Anche le bambine, le Figlie della Lupa (prima e seconda classe), avevano la loro montura. Scarpe con il laccio sulla fiocca, calzettoni bianchi, sottanina scura (blue/nero), camicetta bianca con dei fregi e un fiocco bianco in testa.
La montura da Balilla o da Giovane italiana non cambiava molto e si cominciava a portare dalla terza classe. Per i primi l’unica differenza era che al posto del cinturone e bretelle c’era un fazzoletto celeste avvolto al collo, con le cocche racchiuse nel davanti da un anello con la testa del Duce con l’elmetto. Le seconde avevano di diverso la sottana che era pieghettata e di colore blue e mi pare che invece del fiocco portassero un cicì bleu sulle 23.
 

Quindi il sabato, così vestiti…
Appena arrivati davanti la scuola, la maestra ci radunava ed in fila per due si saliva in classe cantando Giovinezza. Dopo la consueta preghiera si faceva  la lezione ascoltando le trasmissioni La Radio per le scuole, oppure leggendo racconti patriottici e cantando canzoni inneggianti il Duce o altri avvenimenti storici. Poi cominciava la ginnastica. Se pioveva o era troppo freddo si faceva in fondo all’aula, se la stagione lo permetteva si andava fuori, in campagna. In fila per due si attraversava le vie piene di polvere in estate e motose quando pioveva cantando la canzone del Balilla (Fischia il sasso/il nome squilla/del ragazzo di Portoria/ sta l’intrepido balilla/ sta gigante nella storia…) oppure quello dei Figli della lupa: Siamo i figli della lupa / dell’Italia il primo fior / e donato abbiamo il cuor / al suo grande Condottier...). Poi si scioglievano le righe e di corsa sull’argine a fare la corsa campestre. Il ritorno a scuola si faceva in libertà attraverso le prode o i campi di erba medica.
 
Cosa ti ricordi della scuola? Ve lo davano il famoso olio di fegato di merluzzo?
Certo! Tutte le mattine prima di iniziare la lezione veniva distribuito a tutti con un cucchiaio e subito dopo una tazza di latte bello caldo che Pia di Mero, la moglie del carraio che stava sotto la scuola e che faceva la custode, riscaldava in un pentolone in casa sua. Ci dicevano che ce lo mandava il Direttore da San Miniato!
 
Spesso venivano indette gare o concorsi a tema nelle scuole…
Sì, è vero. A volte si partecipava a concorsi di pittura o di altre esibizioni oppure a gare di recitazione. In terza venne indetto un concorso di recitazione di poesie fra tutte le classi delle scuole elementari, medie e avviamento del Comune, che si tenne a San Miniato.
La maestra scelse me per partecipare alla gara e mi fece imparare una poesia che diceva così: Padre e figlio si alzan presto / Chi dei due sarà più lesto? / L’un la falce dal letto stacca / l’altro il suo moschetto / L’uno miete / l’altro spara / così a vivere s’impara…  Il continuo non lo ricordo.
Il giorno fissato per la gara, un sabato, tutti i ragazzi delle scuole del comune si presentarono alla sede della GIL a San Miniato, dove ora è il Museo della Memoria. Di fronte ad una commissione, rigorosamente in camicia nera, uno ad uno, i ragazzi recitarono la poesia imparata. Io fui tanto bravo che mi classificai primo tra le scuole elementari! Per questo fui inviato a Pisa assieme agli altri vincitori di categoria per la gara provinciale. La maestra mi fece imparare tre poesie e tutti i giorni dovevo recitarle davanti a tutti gli alunni. Finalmente venne il giorno di andare a Pisa e la maestra mi disse che se mi facevano scegliere la poesia dovevo dire quella… di cui ora non ricordo il nome. Non ero mai montato sul treno e a Pisa mi ci accompagnò mia madre. Stetti tutto il tempo al finestrino a vedere correre i campi, le case, i paesi: non mi raccapezzavo! Successe però che sbagliammo orario e quando si arrivò a Pisa al Giardino Scotto la audizione dei ragazzi della provincia era terminata e la commissione stava per andarsene. In fretta e furia mi fecero dire una poesia a piacere, ma dall’emozione non dissi quella che mi aveva consigliato la maestra. E così finì la mia corsa, altrimenti, forse, sarei potuto andare a Roma a recitare davanti al Duce in persona!
 
Tutte le attività ordinarie o straordinarie, comunque, cercavano di coinvolgere i bambini nella vita del regime, dando loro l’idea di far parte di un qualcosa di importante. A proposito di cose importanti, ti ricordi quando l’Italia entrò in guerra?
Certo! Avevo appena finito la prima elementare. Non ricordo chi o come, ma ci venne detto che quel pomeriggio dovevamo andare tutti a San Miniato in piazza dell’Impero, l’attuale piazza del Popolo, perché parlava Mussolini a tutta la nazione. Di certo non ce lo disse la maestra, perché la scuola era finita il 30 maggio, mentre Mussolini parlò il 10 giugno 1940. Ricordo esattamente che in quel pomeriggio, poco dopo le ore 18, mi trovavo in piazza dell’Impero gremita di persone in camicia nera, ma anche vestite in abiti normali o da lavoro perché tanti smisero di lavorare appositamente. C’erano pure i preti. La gente occupava anche via Ser Ridolfo e via Augusto Conti, tanto c’erano gli altoparlanti che permettevano di sentire a distanza. Ce n’erano almeno due a forma di imbuto, che uscivano dalle finestre del palazzo Cheli-Giannarelli ed io con i miei amici – forse uno era Mario Ciarini – stavamo seduti sulla soglia del portone del palazzo, proprio dove ora c’è l’ingresso di Essenza, accanto alla farmacia. Ricordo benissimo che la gente applaudiva, gridava Duce! Duce! Duce! Tutto come fosse una festa, una vincita, uno spettacolo divertente. La mia età non mi permetteva di capire il pericolo che si andava delineando. Quel giorno fu per me e per i miei amici una serata di allegria: ce ne fossero state di così divertenti! La “festa” durò anche dopo la fine del discorso, con la gente che si trattenne  a parlare, a cantare e a schiamazzare per San Miniato fino a buio. Solo a sera tardi andando in piazzetta del Comune con i vicini di casa a prendere un po’ di fresco, ricordo bene che mia madre disse: nella confusione si sono dimenticati di accendere il faro in rocca. La ragione poi sapemmo che non fu una dimenticanza.
 
 Il momento in cui Mussolini fece la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940

Eh sì, fra le disposizioni dello stato di guerra c’era anche l’oscuramento notturno. Torniamo alla scuola…
Finita la terza elementare a Roffia, passai alle scuole elementari di San Miniato e la maestra di quarta tutta maschile era la signora Ada Capponi, sorella di Ugo, un pezzo grosso del fascio sanminiatese. Il clima qui era diverso! A scuola si parlava della patria in guerra, di stare attenti con chi si parlava e non parlare mai male del Duce e del fascio. Invece dell’olio di fegato di merluzzo e della tazza di latte ci davano la refezione.  Nello stanzone all’ultimo piano c’era il refettorio e a fine delle lezioni si andava a desinare. Il pranzo consisteva in una ciotola di minestra di fagioli, di verdura o brodo vegetale o di carne con pasta e spesso il riso. Per secondo una bella fetta di pane con marmellata e sempre una frutta di stagione. Ricordo benissimo che un giorno c’era la minestra in brodo con riso e pezzi di cavolfiore. Casualmente mi era toccato un pezzo grosso di cavolfiore che era un cibo raro in casa mia e allora mangiai tutto il riso e il brodo lasciando per ultimo il cavolo pensando che fosse un pezzo prelibato. Che delusione quando lo misi in bocca: era stracotto: una poltiglia!
Quasi ogni giorno la maestra ci faceva sentire le trasmissioni La Radio per la scuola e a volte ci faceva fare il tema su quello che avevano trasmesso. Oltre al ricordo nitido di uno di questi eventi conservo ancora il tema ed il disegno che la maestra Ada ci fece fare dopo aver ascoltato la trasmissione sulle rondini. Ecco cosa scrissi ed il disegno che feci.
 
Il disegno realizzato dopo la trasmissione sulle rondini
Disegno di Giuseppe Chelli
 
Devo però confessare che il disegno non mi veniva bene e allora mi dette una grossa mano mio fratello Carlo. La Patria ovunque! La maestra volle la cornice  avesse i colori della nostra bandiera, in omaggio dei soldati al fronte. Molte erano le canzoni che ci insegnava e tutte inneggianti la guerra, il valore dei soldati, la grandezza dell’impero. Alcune già le sapevo come La Canzone del Balilla o Giovinezza. Altre erano Faccetta Nera, l’Inno dei sommergibili, la Canzone di Giarabub (Colonnello non voglio  pane / dammi piombo per il mio moschetto / C’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà…).
 
Com’era il sabato fascista a San Miniato? Che differenza c’era rispetto a Roffia?
Il sabato mattina non ricordo se andavamo a scuola in montura, però il pomeriggio si doveva andare “vestiti” alla sede della Gioventù Italiana Littorio (GIL), sotto i chiostri di San Domenico. Da lì, se non c’erano manifestazioni particolari, si andava sul piazzale a fare la ginnastica divisi per categoria e sesso. Gli istruttori erano gli avanguardisti oppure quelli del GUF (Gruppo Universitari Fascisti) che avevano la camicia nera di seta, i pantaloni alla zuava e mi pare le fasce. Anche gli avanguardisti avevano i pantaloni grigioverde e la camicia nera con in capo il fez. Devo dire che molti istruttori appena passato il fronte, cambiarono camicia e alcuni spergiuravano che non erano mai stati fascisti. Almeno una volta all’anno le “prove ginniche” si concludevano con il Saggio Ginnico (maschile e femminile e per categoria) al campo sportivo di Santa Maria a Fortino di fronte  a tutti i capoccioni fascisti, alle persone ed agli invitati da parte del PNF.
 
Si poteva non andare a queste manifestazioni?
Erano obbligatorie, come la scuola. Se non andavi, la prima volta ci passavano sopra. Però, se un ragazzo si assentava una seconda volta, veniva inviata una lettera dal comandante della Coorte alla direzione della scuola, in modo che avvertisse il genitore del ragazzo dell’assenza!
 
D’estate, finita la scuola, cosa facevano i bambini e i ragazzi? C’era anche a San Miniato una colonia elioterapica?
In estate c’erano i campi solari che, qui a San Miniato, si facevano alla Villa Antonini (attuale Caserma della Compagnia dei Carabinieri). Non ricordo in quale anno incominciarono e se durarono per più anni, di sicuro ricordo quello a cui presi parte. Forse fu l’anno 1941 o 1942. Al mattino si doveva arrivare alla Villa Anronini, ci davano una maglietta bianca, pantaloncini corti neri e scarpe da ginnastica. Dopo l’alzabandiera, c’era la colazione e gli esercizi ginnici: flessioni, torsioni, saltelli a gambe divaricate e altri ancora. Poi c’era il tempo della terapia solare. Su delle stuoie, dato che il terreno era ghiaioso, ci si stendeva a prendere il sole con  solo pantaloncini ed un cappellino per il capo. Al termine si andava a fare la doccia, tutti nudi, con le assistenti che ci insaponavano e poi ci asciugavano. Di tutte le assistenti (credo fossero maestre) io ricordo Paolina Neri. Dopo il pranzo ci facevano fare un riposino sulle brandine e poi finivamo la sera con giochi liberi: rimpiattino, rubabandiera e canti, ovviamente fascisti. Con l’ammaina bandiera finiva la nostra giornata al campo solare e si ritornava ognuno a casa nostra, a piedi, come eravamo venuti. E così tutti i giorni, escluso la domenica, per due settimane, quanto durava un turno. Non ricordo se anche alle bambine erano riservati  dei turni o se fossero solo per i figli della lupa.
 
Quando la guerra cominciò ad andare male e specialmente dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, cambiarono le cose?
L’ultimo anno delle elementari cominciò già con un clima nuovo rispetto a come si era concluso l’anno precedente: l’infatuazione fascista era quasi scomparsa dalla scuola! Il maestro Mario Zucchelli si occupava e preoccupava soprattutto di insegnarci le materie, senza troppo “fascismo”. Da poco era successo il 25 luglio e ancora più ravvicinato ai primi giorni di scuola l’8 settembre. Mi pare che per un po’ non si andasse più il sabato alla GIL. Forse ci tornammo qualche volta verso la fine dell’anno 1943 o comunque quando si restaurò la RSI.
Una volta radunarono tutte le classi quinte del plesso e ci insegnarono una nuova canzone, stavolta di origine tedesca: Lili Marleen. Mi ricordo che cominciava così: “Tutte le sere/sotto quel fanal/presso la caserma/ti stavo ad aspettar..”. Ce la facevano cantare per omaggiare i tedeschi che erano venuti ad aiutarci contro i nemici americani e inglesi.
 
Come arrivò la guerra? Cosa ti ricordi dell’inverno e della primavera fra il 1943 e il 1944?
Alla fine dell’anno 1943 cominciarono i bombardamenti delle città vicine e dei ponti: quello della Motta a Marcignana, quello di Fucecchio e quello della ferrovia . San Miniato pareva sicura e quindi da tutti i paesi e città bombardate (Pisa, Pontedera, Empoli e Livorno specialmente) arrivarono tanti sfollati. I figli dei cittadini furono integrati con noi, tanto da diventare una classe di oltre 40 alunni, fra cui si contavano tanti ripetenti da anni. Accanto a casa mia venne ad abitare una famiglia di livornesi: la madre si chiamava Cecilia ed aveva tre figli giovani. Questa donna non sapeva come sfamarli, dal momento che la tessera annonaria non gli bastava. Allora lei ogni mattina partiva con una valigia vuota e andava con il treno a Livorno o verso Firenze. Quasi ogni giorno i treni venivano mitragliati e quindi si fermavano e i passeggeri scendevano. Allora lei rimaneva sul treno da sola, scorreva tutti i compartimenti e quando occhiava una valigia in cui era certa che fosse piena di qualcosa lasciava la sua e prendeva quella. Ci trovava sempre qualcosa: spesso roba da mangiare, a volte vestiario. Tornata a San Miniato apparecchiava una cena abbondante e chiamava anche noi a parteciparvi, perché mia madre spesso gli allungava qualche filino di pane.
 
Devono essere stati momenti davvero difficili, una vera lotta per la sopravvivenza…
E’ stata davvero una lotta per la sopravvivenza. Però noi eravamo fortunati, il pane non ci mancava! Lo zio prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, via via ci faceva arrivare sacchetti di farina con cui mia madre faceva 4/5 scole di pane che andavamo a cuocere nottetempo al forno della Pippotta, vicino al ricovero. Avveniva questo: io andavo avanti rasente i muri e, quando non vedevo nessuno, facevo cenno a mio padre di venire con la tavola del pane sulle spalle. Tappa dopo tappa si arrivava al forno.
 
Ti è mai capitato di assistere ad un bombardamento o comunque ad un’incursione aerea?
Con la primavera, le incursioni aeree si intensificarono e quindi appena suonava la sirena si doveva lasciare la scuola ed andare fuori. La nostra classe infilava il vicolo di Gargozzi e si fermava in fondo, sul muricciolo, aspettando il fine allarme fumando le vitalbe. Succedeva anche che  in classe ,qualche ripetente di 13 o 14 anni, se non aveva più voglia di stare a scuola, si mettesse a fare il verso della sirena con le mani alla bocca… e allora tutti via di gran carriera in Gargozzi! Il maestro ci urlava dietro che non era vero nulla, che non c’era nessun allarme, ma  noi via di corsa che non ci pareva vero di uscire dalla scuola! Il maestro, affacciato alla finestra che dava su Gargozzi, ci chiamava a rientrare e spesso i ragazzi della borghesia sanminiatese gli obbedivano, anch’io per la verità, ma quelli grandi prendevano i vicoli e andavano a casa.
 
Ad un certo punto il fronte fu vicinissimo…
La pagella aveva nel frontespizio immagini di propaganda con l’acronimo del fascio, “PNF”, sui cui si scherzava dicendo nel giorno della consegna che ci davano Pane, Noce e Fisisecchi! L’anno scolastico finì mi pare a maggio e fummo tutti promossi senza dare gli esami. La guerra si avvicinava, anche se per il momento non avvertivamo i pericoli che ci sarebbero capitati. Eravamo ragazzi, ma meno vogliosi di ruzzare o di allontanarsi da casa. Spesso si andava alla Madonnina al Riposo a vedere bombardare Empoli. Oppure la notte andavamo sul prato del duomo a vedere cadere i bengala su Pontedera, Pisa e sentire gli schianti dei bombardamenti. Era rischioso perché era entrato in vigore il coprifuoco e alle sette, in pieno giorno, si doveva stare chiusi in casa. Se passava la ronda dei polizei, ti portavano alla casa del fascio che era nel palazzo oggi del Dott. Piccolo! Si era già vicini all’estate e allora stare chiusi in casa era un gran sacrificio.
 
Ricordi qualche episodio di questi tedeschi impegnati a fare servizio d’ordine? Come si comportavano con la popolazione?
Noi avevamo cambiato casa e si era tornati in via Umberto I (oggi via Rondoni) dove attualmente c’è un terrazzino. La casa però aveva anche una finestra  che dava in via Del Bravo (oggi) e quindi si poteva vedere tutta la piazza Buonaparte. I polizei non volevano neppure che si stesse affacciati alle finestre a frescheggiare e parlare da finestra  a finestra, ma la gente se ne fregava e stava alle finestre.
Una sera i polizei cominciarono a sbraitare di andare dentro, ma improvvisamente partì una pernacchia talmente grande che la sentimmo tutti scoppiando a ridere!
Forse fu uno che abitava nel palazzo dov’è la lapide che ricorda Napoleone a San Miniato. Incattivitisi, i polizei cominciarono a sbattere con il calcio dei fucili la porta, a sparare verso le finestre, ma tutto inutile. Allora i polizei si radunarono davanti alla chiesa di San Rocco, per ripararsi, ed uno tirò fuori una bomba a mano con l’idea di lanciarla contro il portone della casa presa d’assalto. Forse sbagliò a contare per lanciarla, forse un difetto della bomba… sta di fatto che la bomba gli scoppiò in mano amputandogliela! I polizei, tutti impauriti, soccorsero immediatamente il collega ferito e lo portarono a braccia all’ospedale, che era lì vicino. Tutto questo tra le grida di gioia, le risate e batter di mani di tutti quelli che avevano visto dalle finestre.
Capitava anche che durante il coprifuoco girassero pattuglie tedesche alla ricerca del cibo e trovando tutto chiuso si accanivano contro saracinesche, porte, urlando e minacciando. Una sera, in casa eravamo solo io e mia madre. I tedeschi, risalendo via Del Bravo, urlavano e danneggiavano  tutte le porte. Mia madre, impaurita che arrivassero anche da noi, voleva farmi star sveglio, ma io appena aperti gli occhi mi riaddormentavo con grande angoscia per mia madre. Aveva paura che se fossero entrati in casa potessero abusare di lei. Era giovane e anche molto bella, nonostante avesse quasi 50 anni. Meno male che arrivati in Sant’Andrea presero viale Umberto Pontanari (oggi viale Matteotti) e calarono verso La Scala.
 
Quale fu il momento in cui capiste che ormai la guerra era arrivata a San Miniato?
Sarà stato verso la fine della primavera che una notte si sentì una grossa deflagrazione nella valle di Gargozzi, nella zona sotto gli orti delle monache di San Paolo. Mai successo nulla che facesse temere  un bombardamento aereo su San Miniato, per cui quello scoppio fu interpretato come un avviso che da lì a poco San Miniato sarebbe stata bombardata. Fu tutto un passa parola e la gente uscì di casa. Si formarono gruppi un po’ ovunque nello Scioa decisi a lasciare San Miniato. Una fiumana di persone, donne, uomini e bambini si incamminarono verso il Convento dei Cappuccini sicuri di essere ospitati. Anche noi, i miei genitori e mio fratello Carlo – che non intendeva lasciare il letto dove era ospitato in clandestinità – fu costretto da mia madre a venire. I frati ci accolsero in chiesa e nelle stanze adiacenti in attesa del bombardamento. Mio fratello per un po’ stette lì, poi prese e tornò a dormire a casa, sicuro che non sarebbe successo nulla. Infatti, sul far del giorno ,riprendemmo la via di casa mezzi assonnati. Si seppe, poi, che un apparecchio solitario in avaria per alleggerirsi aveva sganciato uno spezzone in piena campagna, proprio in Gargozzi, dove non c’erano abitazioni.
 
Siamo a luglio e la guerra è ormai vicina. Le incursioni erano cosa di tutti i giorni ed io appena sentivo la sirena scappavo di casa e correvo nella valle di Calvano con mia madre che mi seguiva in affanno. Spesso vedevo i caccia sganciare le bombe sulla ferrovia: da sotto la pancia dell’aereo partivano due bombe appaiate, come se fossero due bottiglie, che poi andavano a scoppiare verso Isola al ponte di ferro della ferrovia… che non colpivano mai in pieno.
L’arrivo del fronte produsse prima la distruzione di mezza San Miniato da parte dei tedeschi che minarono case e palazzi. Poi l’eccidio del Duomo, l’abbattimento della torre di Federico II, infine arrivarono gli americani!
 
Per 40 giorni circa  continuò il fronte e le cannonate tedesche arrivavano dalla riva dell’Arno. Io con i miei amici sfollati nel convento di San Francesco avevamo imparato le ore in cui i tedeschi facevano fuoco su San Miniato. Poche cannonate sparate qua e là. Negli intervalli correvamo già nella valle di Calvano, o di Cencione a far razzia di frutta che quell’anno ce ne fu in abbondanza. Se per caso i tedeschi cambiavano orario e le cannonate ci prendevano in campagna, ci si riparava nelle fosse e da una fossa all’altra si cercava di arrivare sani e salvi al Convento. Furono mesi e mesi di paura , ma la nostra incoscienza ce le fece vivere anche come un tempo di grande divertimento.  Poi col 1 settembre la guerra qui da noi finì.
 
Cosa successe ai fascisti sanminiatesi dopo la guerra?
Subito prima dell’arrivo del fronte sparirono tutti i polizei. Ed anche molti fascisti si allontanarono. Uno andò a Toiano di Palaia e tornò dopo alcuni anni. Finì a fare il sacrestano in Duomo. Ricordo che una volta andai a casa sua e in cima di scale aveva una gigantografia di Mussolini. Altri rimasero, a badare i moschetti della GIL e dopo poco a vendere l’Unità casa per casa. I Turini, i Pellicini e il prof. Novi lasciarono la Città e alcuni non ci fecero più ritorno. Solo i figli continuarono a frequentare San Miniato.
Qualche giorno dopo la Liberazione di San Miniato, i partigiani si misero subito a dare la caccia alle ragazze e alle donne che aveva avuto rapporti con i tedeschi o che erano fasciste, tagliando loro i capelli in pubblico. Anche  nel rifugio di San Francesco “raparono” varie donne, tra gli schiamazzi della gente, tra cui mia zia Beppa. Lei non aveva fatto nulla, ma era la sorella del prete di Roffia, Don Lionello Benvenuti, il quale fu fatto allontanare dalla parrocchia dai partigiani Baglioni, sindaco e dal maggiore Salvadori perché aveva avuto simpatie fasciste. Fu trasferito a Cevoli, presso Lari (oggi Casciana Terme – Lari) dove morì nel 1948.
  

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