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giovedì 24 luglio 2025

ERRORE MADORNALE O PIETAS CRISTIANA? SULLA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI DELLA BATTAGLIA DI CALENZANO

 di Francesco Fiumalbi

C’è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Ne sono certo, perché non si spiega altrimenti.
 
C’è un errore madornale. Anzi no, forse ho capito, si tratta di pietas cristiana? La “pietà”, che non è pietismo, ma è Misericordia?
 
L'iscrizione a ricordo della Battaglia di Calenzano (2017)

Nella mattina del 24 luglio 2025, come ogni anno dal 2017, quando venne inaugurata l’iscrizione a ricordo, nell’area circostante la chiesa di Calenzano viene fatta una cerimonia a ricordo della battaglia che si tenne proprio in quel luogo il 23 luglio e che fece da prodromo alla ritirata dei militari tedeschi da San Miniato e all’arrivo dei Blue Devils della 88th Infrantry Division statunitense. E dunque, il 24 luglio viene indicato come data simbolica della Liberazione di San Miniato, sebbene ampie porzioni del territorio, specialmente la piana fra la ferrovia e l’Arno, rimasero sotto il controllo della Wehrmacht almeno fino alla metà del mese di agosto.
 
Tornando alla cerimonia, già da qualche anno sulla locandina, viene specificato che le iniziative per l’anniversario della Liberazione di San Miniato prendono avvio a Calenzano, presso la chiesa, con la COMMEMORAZIONE DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DI CALENZANO.
 
La locandina con le iniziative del 24 agosto 2025
 
Quest’anno c’è stata anche una novità! 

Prima ancora della commemorazione, è stata celebrata una Santa Messa!
 
Dunque, è vero, non ho capito male, si tratta proprio di pietas, di un momento in cui commemorare le vittime della battaglia, i caduti militari, senza distinzioni fra tedeschi e americani? Un modo per guardare oltre, senza distinzione fra le parti che si fronteggiavano, quindi oltre le etichette di “occupanti” e “liberatori”, ma per volgere lo sguardo a tutta l’umanità sfregiata dalla guerra?
 
Ma chi sono i caduti della battaglia di Calenzano?
 
Per parte americana, sappiamo che perse la vita il Sergente Scelto Charles W. Levesque, omaggiato nella giornata dal 23 luglio da Michele Fiaschi – Coordinatore provinciale di Pisa del Centro XXV Aprile e Consigliere Nazionale dell'Associazione Italiana Combattenti Interalleati – che si è recato presso il Florence American Cemetery and Memorial.

Secondo i rapporti statunitensi gli effettivi tedeschi delle due compagnie che si trovavano a Calenzano dovevano contare complessivamente 180 unità ed ebbero circa il 50% di perdite, in cui però sarebbero compresi anche 25 prigionieri. D’altra parte per i militari le “perdite” sono gli uomini che non sono più in grado di combattere (morti, feriti, prigionieri e dispersi). Quindi sembrerebbe che i tedeschi rimasti uccisi o comunque gravemente feriti a Calenzano siano nell’ordine di 60-65! (verosimilmente metà morti e metà feriti)
 
Testimonianze tedesche, invece, si limitano a dire che c'era stato un combattimento a Calenzano, non lontano da San Miniato e che l’irruzione Alleata era stata respinta. Ed è vero, perché gli americani, prendendo Calenzano, potevano puntare al ponte sul fiume Elsa e bloccare la ritirata tedesca dalla Valdelsa. Ma in realtà si “accontentarono” di fermarsi lì, di prendere il crinale ed entrare in San Miniato. Nessun accenno alle perdite subite dai propri reparti.
 
Mi domando: chi ha partecipato alla commemorazione dei caduti della battaglia di Calenzano, era consapevole della circostanza, ovvero di aver commemorato un caduto statunitense e alcune decine di caduti tedeschi?
 
Mi si permetta un’ultima considerazione. Giusto ricordare la battaglia di Calenzano e commemorare le 55 vittime della Strage del Duomo, ma perché non fare qualcosa anche per le altre 192 persone civili che persero la vita durante il passaggio della guerra?
 
Ricordiamo che il numero di vittime civili sanminiatesi che persero la vita fra il 1943 e il 1945 fu altissimo: 247 morti. QUI L’ELENCO COMPLETO
 
Per chi invece desidera approfondire sul tema della cosiddetta “Battaglia di Calenzano” si rimanda alle seguenti pubblicazioni:
 
G. Biscarini, La strada per l’Arno dei “Blue Devils”. L’88th US Infrantry Division da Volterra a San Miniato (7-24 luglio 1944, Effegi, Arcidosso, 2022, pp. 189-213: 204.
 
G. Biscarini, G. Lastraioli, «Arno Stellung». La quarantena degli Alleati davanti a Empoli (22 luglio – 2 settembre 1944), Bullettino Storico Empolese, Vol. IX, Anni XXXII/XXXIV, 1988/1990, Empoli, 1991, pp. 237-253
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domenica 20 luglio 2025

STRAGE DEL DUOMO: LA RAI RIMETTE AL CENTRO AL VERITA’ STORICA

 
di Francesco Fiumalbi
 
Tutto è bene quel che finisce bene.
Quando le cose non vengono fatte nel modo corretto è giusto indignarsi, ma quando viene fatto un buon lavoro è giusto riconoscerlo. Gli autori del programma televisivo “A Sua immagine” hanno mantenuto la promessa fatta a Giuseppe Chelli che li aveva interpellati e chiamati a correggere: nella puntata del 20 luglio 2025 [è possibile rivedere la puntata su RAIPLAY, in particolare dal minuto 15 ] hanno precisato e completato, in modo chiaro e corretto, le informazioni sulla Strage del Duomo di San Miniato. Per carità, si può sbagliare tutti. L’importante è ammetterlo e cercare di rimediare. E quindi agli autori e ai responsabili di “A Sua immagine” deve andare il doveroso plauso.
 
Per chi si fosse perso l’antefatto, ricordiamo che nel pomeriggio di sabato 5 luglio 2025 su RAI 1, nella puntata del programma televisivo “A Sua immagine”, ed in particolare nella rubrica “Le ragioni della Speranza”, era stata presentata una narrazione della Strage del Duomo di San Miniato purtroppo parziale e in definitiva non corretta. Ne abbiamo parlato nel post PERCHE’ ANCORA NON PASSA LA VERITA’ STORICA SULLA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO?. Dell’episodio, ne hanno parlato diffusamente anche le testate giornalistiche locali.
 
Nelle due settimane che sono trascorse fra la puntata del 5 luglio e quella del 20 luglio a San Miniato si sono rincorse voci e speculazioni: «È colpa di quello!», «Vedrai che è colpa della RAI», «No è stato quell’altro che ha detto, che ha fatto…». Sinceramente non ci interessa alimentare polemiche e chiacchiere di paese. L’importante è che la verità sia stata rimessa al centro.
 
Nella puntata di domenica 20 luglio 2025 è stata quindi proposta la dovuta precisazione. Queste le parole pronunciate dal conduttore Paolo Balduzzi:
 
Veniamo adesso ad una notizia storica, ma molto attuale perché parliamo sempre di guerra e della necessità di pace, perché in questi giorni a San Miniato, in Provincia di Pisa, attraverso una cerimonia religiosa e civile, si fa memoria di una strage avvenuta all’interno del Duomo di San Miniato il 22 luglio del 1944.
Noi abbiamo parlato di questo avvenimento durante una delle puntate del sabato, de “Le ragioni della Speranza”, che è andata in onda lo scorso 5 luglio, ma durante la puntata non è emerso in modo completo, in modo chiaro, lo svolgimento dei fatti. E allora, ad ulteriore chiarimento di quanto accaduto, ci preme specificare questa cosa: contrariamente a quanto si pensò inizialmente, la Strage del Duomo, in cui persero la vita, pensate, 55 persone, fu un incidente bellico provocato da un colpo di artiglieria americana, caduto su un bersaglio civile e non, non fu, una rappresaglia dei soldati tedeschi.
Perché vi diciamo questo, perché fare memoria degli avvenimenti storici, anche in modo completo, aiuta il presente, perché ci teniamo a ribadire anche con le parole di Papa Leone, che la guerra non risolve i problemi e, anzi, li amplifica, lo stiamo vedendo in questi giorni, e produce delle ferite profonde nella storia dei popoli e che poi impiegano generazioni per poterle rimarginare. Questo, ci tenevamo, appunto, tenevamo a specificarlo.
 
Toccare la Strage del Duomo, a San Miniato, vuol dire toccare i fili dell’alta tensione. Purtroppo, per la comunità sanminiatese è una ferita ancora aperta. Sono tuttora vivi alcuni testimoni e la memoria sull’eccidio non è assolutamente condivisa e forse non lo sarà mai. La memoria, lo abbiamo imparato bene a San Miniato, è un fatto che ricade nella sfera personale o al massimo familiare. Ci piacerebbe che fosse comunitaria, uguale per tutti, ma ad oggi non è possibile. E poi c’è la Storia, quella con la S maiuscola, che non è una mera narrazione, ma un percorso scientifico di ricerca che si rinnova continuamente e va a toccare il contesto, propone osservazioni e confronti con situazioni simili o distanti, si pone interrogativi, cerca risposte attraverso documenti e verifiche, senza accontentarsi di soluzioni di comodo. Anche perché, diciamolo chiaramente: se la strage del 22 luglio 1944 fosse stata effettuata dai militari tedeschi, anziché dall’artiglieria statunitense, avrebbe fatto comodo a tutti. E invece la storia ci ha messo di fronte ad un caso tanto drammatico e tanto assurdo.
 
Che ci piaccia o no, la storia deve essere anzitutto proposta con spirito di verità, senza omissioni, semplificazioni o distorsioni. Come ben ha scritto l’amico Michele Fiaschi: «Non possiamo creare identità collettive mature e solidali se fondiamo il nostro racconto su versioni alternative, su mezze verità che dividono invece di unire. Solo la memoria fondata sulla verità permette a una comunità di riconoscersi e trasformarsi.» Ed ancora: «Ogni società, che vuole evolversi, deve avere il coraggio di guardare il proprio passato, anche quello più oscuro, per imparare, correggere, migliorare. Ricordare non è fissarsi sul dolore, ma usare il dolore come carburante per un futuro più umano.» Qui il post completo “Memoria e verità: il fondamento della coscienza collettiva”




 

domenica 6 luglio 2025

PERCHE’ ANCORA NON PASSA LA VERITA’ STORICA SULLA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO?

di Francesco Fiumalbi

Ci risiamo. Ancora. Purtroppo.
A distanza di 81 anni da quel tragico 22 luglio 1944, ancora ci si ostina a raccontare mezze verità. Ad esporre la storia con allusioni e omissioni. È veramente spiacevole dover assistere a certe cose, specialmente se tutto questo si consuma sul canale principale della televisione pubblica italiana. E, soprattutto, la domanda è sempre la stessa da oltre otto decenni: perché? Perché non dire come sono andate veramente le cose? Perché lasciare un non detto che non rende giustizia alle vittime della Strage?

Nel pomeriggio di sabato 5 luglio 2025 è andata in onda una puntata del programma televisivo “A Sua immagine”, curato da Padre Gianni Epifani e Laura Misiti, condotto da Lorena Bianchetti, prodotto dalla RAI in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana e trasmesso su RAI 1. In particolare, nella rubrica “Le ragioni della Speranza”, è stata posta attenzione sulla tappa della via Francigena fra Altopascio e San Miniato. Protagonisti alcuni giovani guidati da don Giordano Goccini, presbitero della Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla, attento a collegare i temi della puntata, quali la pace e l’accoglienza, con il Vangelo di domenica 6 luglio 2025 [Lc 10,1-12.17-20]. E’ possibile rivedere la puntata su RAIPLAY a questo link.

Tralasciamo che sono state trasmesse bellissime immagini panoramiche di San Miniato mentre i protagonisti si trovavano ad Altopascio, come se chi ha fatto il montaggio non abbia partecipato alle riprese, mescolando il tutto, con il rischio di confondere quei telespettatore che non conoscono i luoghi. Non è questo il punto.

Una volta raggiunta San Miniato, i protagonisti hanno incontrato il Sig. Angiolino ai Loggiati di San Domenico, proprio di fronte al Museo della Memoria. Di seguito riportiamo i dialoghi:

Don Giordano Goccini: «Dopo una bella salita, siamo arrivati a San Miniato, una città incantevole, qui sulla collina. E qui purtroppo nel ‘44 è successo un terribile eccidio. Ne parliamo con uno dei testimoni di allora: Angiolino. Buongiorno».

Angelo Salvadori: «Buongiorno, Angiolino. Ero un bambino, a quei giorni, di 12 anni. Purtroppo io in San Miniato non c’ero, io abitavo a Calenzano, una frazione a distanza di 3 km da San Miniato. Quello che successe in chiesa, lo racconto per sentito dire, di gente che erano scappate dalla chiesa, dicevano che era avvenuta un’esplosione in chiesa e che era successo questo eccidio. Io ricordo la gente che era arrivata laggiù (a Calenzano) e raccontarono che era esploso roba in chiesa. Fu una carneficina lì».

Ragazzo: «Questo evento è ancora vivo nel ricordo e nella memoria di questa città. Quanto è importante, secondo te, fare memoria al giorno d’oggi?».

Angelo Salvadori: «Tanto, è tanto importante, soprattutto per i giovani, per le scuole, perché non vengano dimenticate queste tragedie che successero in Italia in quei giorni».

Ragazza: «E cosa pensa quando, ancora oggi, si sentono notizie di guerra?».

Angelo Salvadori: «Bah, penso male, alla mia età queste notizie mi fanno tanto male. Tanto, tanto. Soprattutto per voi giovani. Io, ormai, la mia età l’ho raggiunta. È per voi giovani che mi fa male questa cosa». [si commuove]

Ragazzo: «Come mai la gente si era radunata dentro la chiesa?».

Angelo Salvadori: «Furono portati apposta e a forza. I tedeschi sono andati per le case a prelevarli e a forza vennero portati in chiesa, tutti. E chi non andava era spinto con il fucile e tutti in chiesa. Ad un certo punto hanno chiuso le porte della chiesa ed è successo quello che è successo».

Don Giordano Goccini:
«Una cosa sappiamo di certo: che queste persone erano vive e poi sono morte per un atto di violenza. Ed è morto importante restituire un nome alle vittime. In questo tempo parliamo tanto di pace, perché sentiamo tantissime notizie come questa e ci chiediamo, come si fa a fare la pace? Ci sembra qualcosa di irraggiungibile. Nel Vangelo di questa domenica… […]».

Non vogliamo puntare il dito contro il sig. Angelo Salvadori, detto Angiolino, che materialmente ha pronunciato le frasi su cui poniamo l’attenzione. L'uomo, ultranovantenne, non è uno storico ed era visibilmente emozionato. Piuttosto sul “sistema” che ha gestito la comunicazione e le informazioni che sono state trasmesse, quel sistema fatto di professionisti, operatori, autori, gente che ha "studiato" per realizzare o comunicare contenuti.
C’era tutto il tempo e il modo per aggiungere quel pezzo di storia che è mancata: ovvero che i tedeschi avevano sì radunato la popolazione in chiesa, ma perché fu ritenuto l’unico modo per gestire migliaia di persone con una manciata di uomini, in attesa della “battaglia”. E perché non dire che, mentre le persone erano in chiesa, ebbe luogo un violento cannoneggiamento statunitense che interessò tutta l’area intorno alla Cattedrale e che un colpo di artiglieria americana penetrò all’interno del Duomo compiendo la strage?

Per esempio poteva dirlo Don Giordano Goccini quando, di fronte all’Episcopio e alla Cattedrale, rivolgendosi ai ragazzi che lo accompagnano, sottolinea ancora una volta il valore della memoria.

Oppure invece di rimanere sulla piazza davanti alla Cattedrale, potevano entrare e osservare la copia del bassorilievo di Giroldo da Como con il fascio di luce che indica la traiettoria della cannonata, il tutto ricomposto lo scorso anno con una lodevole iniziativa del Vescovo Mons. Giovanni Paccosi.

E perché, invece di coinvolgere un testimone indiretto, che per sua ammissione non era presente e racconta “per sentito dire”, non coinvolgere anche un testimone diretto, qualcuno che la mattina del 22 luglio 1944 si trovava davvero in Cattedrale, come il sig. Giuseppe Chelli che ha speso tutta la sua vita, anche attraverso importanti documentari video, per raccontare e ricostruire quel fatto di guerra che gli tolse l’affetto del fratello Carlo e condannò la sua famiglia ad un dolore indicibile?

Fra l'altro lasciare intendere che la strage sia stata compiuta per effetto di un rastrellamento tedesco, fu proprio quella circostanza che alimentò la vulgata diffamatoria circa il diretto coinvolgimento del Vescovo Mons. Ugo Giubbi, la cui memoria è stata ingiustamente macchiata per lunghi anni. Per ironia della sorte, tutto questo su un programma televisivo prodotto dalla RAI in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana!

Proprio la mattina del 5 luglio 2025 Papa Leone, incontrando alcune religiose ha messo in guardia da una cultura senza verità. Qui l'articolo.

Dunque, raccontare compiutamente la storia, senza omissioni e allusioni, poteva essere una lezione ancora più profonda in cui veicolare con maggior forza i valori della memoria e della pace. La cosiddetta Campagna d’Italia condotta dagli Alleati, consentì all’Italia di riscattarsi dal fascismo e dall’alleanza con il nazismo, permise al Paese di risollevarsi, di costruire finalmente uno Stato democratico e repubblicano.

Ma non fu una passeggiata. Il prezzo pagato fu altissimo.

E l'Italia in cui viviamo oggi è figlia anche di quel sangue.

Non solo per le stragi e i crimini di guerra fascisti e nazisti (per rimanere vicino possiamo ricordare il Padule di Fucecchio), ma anche per la morte di decine di migliaia di civili sotto le bombe degli Alleati.

A Pisa non hanno problemi a ricordare il bombardamento del 31 agosto 1943 con oltre 1000 vittime. Per non parlare dei ripetuti bombardamenti che subì Livorno, con centinaia di persone che persero la vita, oppure del bombardamento di Empoli del 26 dicembre 1943 (123 vittime). Ed ancora, rimanendo a San Miniato, numerosi civili rimasero vittime di incursioni aeree come nel bombardamento della Stazione di San Miniato che determinò la morte di 4 persone o nel bombardamento di Ponte a Egola con 6 vittime. E poi le stragi dovute ai cannoneggiamenti, come quella di Valicandoli con 6 vittime o quella della Crocetta con 5 persone uccise.

Non si capisce proprio che bisogno ci sia di non dire che la strage è stata una fatalità determinata dalla strategia militare degli americani, che conducevano una guerra quantitativa, compensando con il numero di uomini, di mezzi e di proiettili, la superiorità tattica e addestrativa dei tedeschi.

Si badi bene, qui non si vuole dire che allora i tedeschi non erano poi così cattivi e gli americani non erano poi così buoni. L'episodio va visto anche in prospettiva. E dunque gli Americani erano a San Miniato nell'estate del 1944 perché i tedeschi guidati da Hitler avevano cominciato la guerra nel 1939 e perché gli italiani guidati da Mussolini nel 1940 gli erano andati dietro, con tutto quello che ne successe dopo. Tuttavia, a sparare sulla Cattedrale di San Miniato nella mattina del 22 luglio 1944 fu l'artiglieria americana.

Il decreto di archiviazione del Tribunale Militare de La Spezia del 2002 ha escluso responsabilità tedesche. Numerose pubblicazioni a cura di Paolo Paoletti, Claudio Biscarini, Giuliano Lastraioli e molti altri hanno ricostruito con dovizia di dettagli cosa è successo prima, durante e dopo la strage da un punto di vista militare. Nel volume di Carlo Gentile I crimini di guerra tedeschi in Italia (Einaudi, 2022) non compare la strage di San Miniato. E neppure è presente nell’Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia, realizzato a cura dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri (ex Insmli) e Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) e finanziato tramite il fondo italo-tedesco per il futuro tramite l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma e completato nel 2016.

Insomma si è perso l'ennesima occasione per raccontare la storia per bene e per fare davvero memoria. Ma si è trattato di una leggerezza o è stata una cosa voluta? Non so dire se sia peggio che la circostanza sia il frutto di ignoranza e di leggerezza su un tema del genere o il risultato di un goffo tentativo di manipolare la storia.

Quante volte, in anni più recenti, abbiamo assistito durante i telegiornali a notizie di stragi di civili in Iraq o in Afganistan, colpiti per errore durante operazioni militari.

Gli americani e gli inglesi ci hanno fatto anche dei film sui “collateral demages”, sui danni collaterali che possono produrre le azioni di guerra. Per brevità, cito solamente “Il diritto di uccidere” (in lingua originale Eye in the sky), diretto da Gavin Hood e uscito nelle sale nel 2015. Nel film il protagonista deve uccidere con un ordigno un gruppo di terroristi che stanno pianificando un attentato in Kenya, ma si trova davanti un insormontabile dilemma morale: proprio vicino al covo è presente una bambina che nulla ha a che fare con i terroristi. Il protagonista riesce a far rivalutare le modalità dell’operazione e alla fine la bambina si salva. 

A San Miniato, a Pisa, a Livorno, ad Empoli e in altre centinaia di città italiane, non sono stati così fortunati. La realtà spesso può essere molto più drammatica della finzione. In guerra sparano tutti, sia quelli che riteniamo “buoni” che i “cattivi”, e le pallottole, le cannonate o le bombe non guardano in faccia a nessuno. Quindi un motivo in più per ribadire che la guerra è morte e distruzione e sottolineare il messaggio di pace che voleva veicolare la trasmissione televisiva.




sabato 7 gennaio 2023

I SANMINIATESI NEL NOTIZIARIO PRIGIONIERI FRA IL 1944 E IL 1946

a cura di Francesco Fiumalbi


Con le disastrose campagne militari in Russia e in Africa Nord-Orientale, migliaia e migliaia di militari italiani vennero catturati dalle potenze Alleate e trattenuti con lo status di prigionieri di guerra. La situazione peggiorò ulteriormente con l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, quando i reparti italiani, ovunque fossero dislocati, furono letteralmente lasciati allo sbando. Ulteriori prigionieri, dunque, furono catturati dalle forze armate statunitensi e inglesi, ma anche dalla Wermacht. I tedeschi, in particolare, trattennero i militari italiani e li tradussero in Germania, secondo un nuovo status, non contemplato dagli accordi internazionali, di Internati Militari Italiani con la sigla di IMI.

Per fornire qualche numero basti pensare che gli Internati Militari Italiani nei campi tedeschi furono circa 650 mila unità. Circa 370 mila italiani furono catturati dagli Inglesi e tenuti prigionieri nei Paesi del Commonwealth, di questi circa 160 mila in Gran Bretagna, gli altri in Sud Africa, Kenia, India, Marocco, Egitto etc. Circa 120 mila furono catturati dagli Americani, di cui 50 mila trasportati in USA. Circa 60 mila furono catturati dall’Armata Rossa in Unione Sovietica e circa 35 mila dai Francesi. In totale arriviamo ad oltre 1 milione e 300 mila uomini, pressoché tutti uomini e con un’età compresa fra i 20 e i 35 anni, che costituivano un terzo dell’intero Regio Esercito fra il 1940 e il 1943. Di questi circa 1 milione e 200 mila uomini tornarono a casa fra il 1945 e il 1947.

Il 6 aprile 1944 il Regno d’Italia (che all’epoca poteva contare sul territorio italiano a sud di Roma) istituì l’Alto Commissariato per i Prigionieri di Guerra. Questo organismo aveva due scopi principali: il rapporto individuale e collettivo riguardante i prigionieri e gli Stati che li trattenevano in regime di custodia, nonché gli atti per il rimpatrio in Italia, e l’assistenza materiale e morale dei prigionieri di guerra e degli internati militari fino al loro rimpatrio. Per fare questo, l’Alto Commissariato intratteneva relazioni con la Commissione Alleata di Controllo e, di concerto con il Ministero degli Esteri, organizzava missioni temporanee per risolvere le questioni riguardanti i prigionieri a livello internazionale.

A partire dal 30 settembre 1944, l’Alto Commissariato iniziò la pubblicazione del Notiziario Prigionieri, un Bollettino d’informazioni sui prigionieri, internati e profughi, pubblicato a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Fu stampato e divulgato gratuitamente fino al 1946. E qui abbiamo trovato i nominativi di diversi sanminiatesi. Si tratta sicuramente di un elenco parziale e incompleto. Manca ad esempio il Capitano Medico Ariberto Braschi, oggetto di una pubblicazione curata da Claudio Biscarini e presentata il 7 dicembre 2019 presso il Museo della Memoria di San Miniato VAI AL POST >>>

 

Notiziario Prigionieri, n. 1 del 30 settembre 1944, frontespizio


Notiziario Prigionieri n. 2 del 10 ottobre 1944

Nominativi di prigionieri in Russia che assicurano di star bene ed inviano saluti ai propri familiari:

[…] GABRIELLI Carlo, S. Miniato (Pisa)*

* Gabbrielli Carlo [San Miniato, 8 febbraio 1889 – 22 marzo 1977], di professione agricoltore, fu consigliere comunale dal 1946 al 1951 eletto nella lista unitaria socialcomunista. [R. Boldrini, Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 124]

 

Notiziario Prigionieri n. 25 del 31 maggio 1945

In seguenti militari italiani, già prigionieri dei tedeschi, liberati dalle truppe canadesi, assicurano i loro cari lontani di stare bene ed inviano affettuosi saluti:

[…] MANETTI G. C. (Sottotenente), S. Miniato (Pisa)

 

Notiziario Prigionieri n. 27 del 20 giugno 1945

In seguenti militari italiani, già prigionieri dei tedeschi, liberati dagli Alleati, assicurano i loro cari lontani di star bene ed inviano saluti affettuosi alle famiglie:

[…] BANDINI Quintilio, S. Miniato (Pisa)

 

Notiziario Prigionieri nn. 30 e 31 del 20 - 31 luglio 1945

In seguenti civili italiani, liberati da vari campi situati nella zona di Weissenfields [Weißenfels, nella Sassonia-Anhalt in Germania centro-orientale], stanno bene e salutano affettuosamente le proprie famiglie:

[…] BERTELLI Gino, S. Miniato (Pisa)

 

Notiziario Prigionieri Anno III n. 50 del 10 febbraio 1946

In seguenti militari e civili italiani, già internati in Germania e liberati dalla prigionia tedesca ad opera delle truppe anglo-americane, assicurano di godere ottima salute.

[…] ARRISI Serafino, S. Miniato

 

Notiziario Prigionieri Anno III n. 51 del 20 febbraio 1946

In seguenti militari, ex-prigionieri dei tedeschi nell’isola di Rodi e presentemente nell’isola stessa in attesa di rimpatrio, assicurano di stare bene ed inviano ai loro cari lontani saluti affettuosi:

[…] NERI Duilio, S. Miniato.

[…] CECCATELLI Francesco, S. Miniato

 

Notiziario Prigionieri Anno III n. 53 del 10 marzo 1946

In seguenti militari, liberati dalla prigionia tedesca ad opera delle truppe britanniche e tuttora nell’Isola di Rodi in attesa di rimpatrio, assicurano di stare bene ed inviano ai loro cari lontani affettuosi saluti:

[…] BIAGIONI Oscar e MALVEZZI Giuseppina, S. Miniato

[…] OLIVELLI Ennio e BASSI Aladina, S. Miniato

 

Notiziario Prigionieri Anno III n. 58 del 10 aprile 1946

In seguenti militari, liberati dalla prigionia tedesca e attualmente in mani britanniche nell’Isola di Rodi, assicurano di stare bene ed inviano ai loro cari lontani affettuosi saluti:

[…] SENESI Virgilio, S. Miniato

[…] SENESI Dario, S. Miniato

 

Notiziario Prigionieri Anno III n. 64-65 del 10-20 luglio 1946

REDUCI DALLA RUSSIA

Lo scopo di questa pubblicazione è quello di dare alle famiglie dei dispersi in Russia la possibilità di mettersi in relazione epistolare con i reduci dalla Russia e già appartenenti al medesimo reparto dei dispersi stessi.

[…] 15° Battaglione Genio Artieri

[…] 104° Compagnia Artieri

[…] 126. BAGNI Leontino di Antonio (Soldato). S. Miniato (Pisa)

sabato 17 luglio 2021

18 LUGLIO 1944 – L’ARRIVO DEGLI ALLEATI NEL TERRITORIO SANMINIATESE

a cura di Francesco Fiumalbi

 
Indice del post:
IL CONTESTO ITALIANO
IL CONTESTO SANMINIATESE: FRA INCURSIONI E RESISTENZA
L’ORGANIZZAZIONE DELLA RESISTENZA TEDESCA
GLI SFOLLAMENTI
L’AVANZATA STATUNITENSE
18 LUGLIO - L’ARRIVO NEL TERRITORIO SANMINIATESE
DA BUCCIANO A MORIOLO
DA BUCCIANO A MONTEBICCHIERI
LA DIFFICILE AVANZATA IN VALDEGOLA
COLLATERAL DAMAGES
 
Era un martedì mattina di luglio, precisamente il 18 luglio 1944. Dopo poco più di quattro anni dall’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania (10 giugno 1940), le avanguardie Alleate fecero il loro ingresso nel territorio sanminiatese. Finiva così il ventennio dominato dal fascismo, ma iniziava il periodo più drammatico della storia recente, quello della lotta per la sopravvivenza, con la popolazione civile che per 40 giorni fu costretta fra gli eserciti statunitense e tedesco. Un periodo, durato fino all’attraversamento dell’Arno del 1 settembre, in cui persero la vita circa 200 persone.
 


IL CONTESTO ITALIANO
Dopo lo sbarco in Sicilia (9 luglio 1943), la posizione del Governo Mussolini si fece sempre più precaria, fino alla drammatica seduta del Gran Consiglio che portò all’arresto del capo del fascismo (25 luglio). L’8 settembre, il Governo Badoglio firmò l’Armistizio con le potenze Alleate e immediatamente prese corpo l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale. Liberato Mussolini a Campo Imperatore, venne costituita la Repubblica Sociale Italiana, sostenuta dalla Germania nazista. Gli Alleati impiegarono circa 11 mesi per raggiungere Roma (4-5 giugno 1944) e nello stesso momento riuscirono a sbarcare in Normandia, aprendo un nuovo fronte terrestre contro l’esercito tedesco (6 giugno 1944).
 
Dopo la perdita della capitale italiana, i militari germanici furono costretti ad un rapido arretramento: il 10 giugno gli Alleati giunsero a Viterbo, il 15 giugno a Grosseto. Il 2 luglio gli Americani giunsero a Cecina e a Volterra, il 3 a Siena. La spinta propulsiva della V Armata statunitense ben presto dovette fare i conti con la riorganizzazione della Wehrmacht, impegnata ad ostacolare con ogni mezzo l’avanzata Alleata, in modo da predisporre la Linea Gotica sull’Appennino. Il 7 luglio gli Americani entrarono Colle Val d’Elsa, il 9 a Volterra, il 13 a Lajatico e a San Gimignano, Casciana Terme e a Lari, il 17 a Montaione, Ponsacco e a Palaia.
 
IL CONTESTO SANMINIATESE: FRA INCURSIONI E RESISTENZA
La primavera aveva visto l’intensificarsi delle incursioni aeree nel territorio sanminiatese. Il 7 aprile era stata colpita la stazione (4 vittime, vai al post: IL BOMBARDAMENTO DELLA STAZIONE DI SAN MINIATO BASSO ↗), il 21 giugno due bambini rimasero uccisi presso La Catena, mentre il 30 giugno dal cielo piovvero bombe presso il ponte sull’Egola (6 vittime, vai al post: IL BOMBARDAMENTO DI PONTE A EGOLA ↗). Altre incursioni isolate mieterono altre vittime isolate fra gli ultimi giorni di giugno e l’inizio del mese di luglio.
 
Nel frattempo, il 23 giugno 1944, si era costituito il C.L.N. di San Miniato, presieduto da Emilio Baglioni (PSI) e composto inizialmente da Alessio Alessi, Ugo Gimmelli (Partito d’Azione), Giulio Buggiani (PCI) e Gino Giunti (DC), operando prevalentemente in azioni di piccolo sabotaggio e raccogliendo informazioni a vantaggio dell’esercito statunitense [ in proposito San Miniato durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), Amministrazione Comunale di San Miniato, Biblioteca Comunale di San Miniato, Giardini Editore, Pisa, 1986, pp. 126-127]. Non mancarono neppure scontri a fuoco, come quello il 17 luglio avvenuto contro alcuni elementi germanici presso Stibbio e in cui persero la vita tre partigiani, fra cui Giuseppe Monti a cui verrò in seguito dedicato il Circolo di Stibbio [V. Vallini, Storia di Ponte a Egola, Ed. Ponte Blu, Santa Croce sull’Arno, 1990, p. 91].
 
L’ORGANIZZAZIONE DELLA RESISTENZA TEDESCA
Alla metà di luglio 1944, il XIV Panzerkorps della Wehrmacht, comandato dal Generale Fridolin von Senger und Etterlin, cercava di resistere il più a lungo possibile lungo la linea difensiva denominata Norastellung, che aveva come pernio il centro abitato di Palaia, occupato dai reparti della  Panzergrenadier-Division 90. del Generale Ernst-Günther Baade. Ciò era funzionale al rafforzamento dell’Arno-Stellung, l’ultima grande barriera prima della Linea Gotica sull’Appennino, visto che per varie ragioni era stata abbandonata l’operazione Stichwort Donnerschlag, “Colpo di Tuono”, formulata appena l’11 luglio [in proposito C. Biscarini, Empoli, estate 1944: Operazione “Colpo di Tuono” (Una controffensiva mancata per difetto di offensiva), in «Bullettino Storico Empolese», nn. 7-8, Anno XXX, Soc. Tip. Barbieri, Noccioli & C., Empoli, 1986, pp. 335-359].
 
In particolare, von Senger si preoccupò di allestire i due sbarramenti minori costituiti dalla Olgastellung presso Empoli e dalla Eisenbahndammlinie, ovvero la linea del rilevato ferroviario che correva fra l’Elsa e la stazione di S. Romano [F. Von Senger und Etterling, La guerra in Europa, trad. It. a cura di G. Cuzzelli, Longanesi, Milano, 2002, (orig. Der Krieg in Europa, Verlag Kiepenhueuer & Witsch, Köln, 1960), pp. 372-376]. Per questa ragione venne diramato l'ordine di evacuazione della popolazione compresa in un’area entro i 5 km a sud dell’Arno, poi ridotta alla fascia di territorio fra la ferrovia e il fiume. Testimonianze concordano circa l’installazione anche di apposita cartellonistica che informava dell’interdizione, la cui mancata osservazione avrebbe comportato la pena di morte. Questa esigenza militare fu determinante per la vita di molte persone che, una volta sfollate, furono costrette a trovare ripari provvisori in luoghi sottoposti al tiro delle artiglierie. Dunque, lasciarono le proprie case gli abitanti di Roffia, Isola, Ontraino, S. Pierino e Romaiano.
 
GLI SFOLLAMENTI
Proprio in quei giorni i tedeschi avevano iniziato a minare le abitazioni sanminiatesi, dovevano tenere sotto controllo un ampio territorio e fronteggiare, oltre agli Alleati, anche bande di partigiani. Desideravano avere campo libero, non tanto per l'incolumità dei civili, quanto per la sicurezza e la gestione dei propri soldati, che agivano in reparti ridotti e avevano subito alcune aggressioni. Per velocizzare la preparazione della linea difensiva sull’Arno, operava il Pionier Bataillon 560., che si avvalse di manodopera locale, attraverso continui rastrellamenti fra la popolazione civile [C. Biscarini, L. Niccolai, F. Mandorlini, Montopoli 1940-1944. Il passaggio della guerra nei documenti italiani, alleati e tedeschi, FM Edizioni, San Miniato, 1998, pp. 30-31].
 
La stessa soluzione, che prevedeva lo sfollamento, avrebbe dovuto essere adottata il 18 luglio nella città di S. Miniato, dove operavano i ridotti reparti dell’8° battaglione della Panzergrenadier-Division 3., controllando il territorio dal crinale alla pianura sottostante e coprendo i movimenti lungo la Tosco-Romagnola nel tratto fra Ponte a Egola e Montelupo [C. Biscarini, G. Lastraioli, «Arno-Stellung». La quarantena degli Alleati davanti a Empoli (22 luglio – 2 settembre 1944), «Bullettino Storico Empolese», n. 9, Anni. XXXII-XXXIV (1988-1990), Soc. Tip. Barbieri, Noccioli & C., Empoli, 1991, pp. 117-118]. La porzione orientale del territorio sanminiatese, fra l’Egola e Montopoli, era invece controllato dalla Panzergrenadier-Division 26., il cui comando, proprio il 15 luglio, venne affidato al Colonnello Peter Eduard Crasemann, tristemente noto per l’eccidio del Padule di Fucecchio.
 
A partire dalla tarda mattinata del 14 luglio furono sparati i primi colpi d’artiglieria verso Bucciano, che caddero presso la fonte e vicino alla strada. Gli sforzi della fanteria erano concentrati verso Palaia, ma l’artiglieria statunitense cercava di colpire le retroguardie germaniche. Infatti, fra il 14 e il 17 luglio i tiri si concentrano in zona di Santa Barbara e nella valle del Torrente Chiecina, battendo le strade principali: quelle dei fondivalle della Chiecina e della Chiecinella, oltre alla strada di crinale fra Usigliano e Marti. L’artiglieria germanica oppose uno scarso fuoco di risposta, prevalentemente in direzione di Toiano [G. Busdraghi, Estate di guerra a Bucciano. Diario del parroco Giuseppe Busdraghi giugno-settembre 1944, a cura di G. Lastraioli, C. Biscarini, L. Niccolai, F. Mandorlini, FM Edizioni, San Miniato, 1996, pp. 28-32].
 
Il 17 luglio, al momento della ritirata da Bucciano, in Valdegola erano presenti soltanto i reparti del Panzer-Aufklärungs-Abteilung 190., un battaglione di ricognizione assegnato alla Panzergrenadier-Division 3., giunto dalla Valdelsa e dislocato fra Bucciano e il Palagio [C. Biscarini, Torri e cannoni. Il passaggio del fronte a San Gimignano, ANPI San Gimignano, 2008]. L’esercito statunitense, a partire dal 18 luglio, giunse in Valdegola. Dopo la presa di Volterra, attraverso una manovra a tenaglia che vedeva il 349th giungere a est e il 350th arrivare da ovest – oltre al 351st tenuto in riserva – i tre battaglioni dell’88th Infantry Division si mossero verso il successivo obiettivo individuato nel corso dell’Arno. Il 13 luglio il 351st reggimento giunse a Lajatico, incontrando un’accanita resistenza tedesca. Poco dopo la mezzanotte del 14 luglio, il 3rd Battalion del 349th US Infantry Regiment aveva raggiunto Villamagna e nei giorni successivi, seguendo il Bloody Ridge – letteralmente, il crinale insanguinato – proseguì in direzione di Palaia. Il 16 luglio i reparti del 351st raggiunsero Montefoscoli e il giorno successivo furono a Partino, mentre il 18 luglio il 1st battaglione prese Montaione. Il 17 luglio i reparti del 349th avevano ormai raggiunto Palaia, mentre il 350th si era assestato in Loc. La Fornace, presso Collelungo. A questo punto, i tre reggimenti dell’88th divisione fanteria statunitense osservarono tre giorni di relativa calma, non trovando ulteriore resistenza in direzione dell’Arno. Oltrepassato il Torrente Chiecina, fu occupata la media Valdegola.
 
Nella zona compresa fra S. Miniato e S. Romano si trovavano, infatti, i reparti dell’88th US Infantry Division “Blue Devils” che da Volterra all’Arno, in una decina di giorni, avevano attraversato quattro linee di difesa germaniche, superando l’accanita resistenza tedesca e le difficoltà dovute alla presenza di mine e trappole esplosive che infestavano strade e campi [National Archives and Records Administration, Washington D.C., Record Group 388 – Records of U.S. Army Operational, Tactical, and Support Organizations (World War II and Thereafter), Series Unit Histories, 349st Infantry Regiment, n. 1206215, History of the 349st Infantry Regiment – 88th Infantry Division for the month of July 1944, p. 21; cfr. J. S. Brown, Draftee Division. The 88th Infantry Division in World War II, The University Press of Kentucky, Lexington, 2019 (1° ediz. 1986), pp. 140-151]
Il fianco orientale era occupato dalla Task Force Ramey, un reparto di formazione americano, frapposto tra l’88th e i reparti francesi che risalivano la Valdelsa. Il fianco occidentale, corrispondente alla Valdera, era occupato dalla 91st US Infantry Division “Powder River” [R. A. Robbins, The 91st Infantry Division in World War II, Infantry Journal Press, Washington, 1947, pp. 51-76; C. G. Starr, From Salerno to the Alps. A History of the Fifth Army 1943-1945, Infantry Journal Press, Washington, 1948, pp. 287-292; R. E. Strootman, History of The 363rd Infantry. One regiment of the 91st Division in World War II, Infantry Journal Press, Washington, 1947, pp. 36-43].
 
18 LUGLIO - L’ARRIVO NEL TERRITORIO SANMINIATESE
Dopo aver posto il controllo su Palaia, il 18 luglio gli effettivi del 349th US Infantry Regiment – i Kraut Killers, comandati dal Colonnello J. B. Crawford – proseguirono verso nord, disponendosi nella consueta formazione con due battaglioni in avanti e il terzo di riserva. Oltrepassato il crinale di Agliati, scesero in Val di Chiecina e aggredirono il versante successivo prendendo come obiettivi Bucciano e Montebicchieri. Le prime avanguardie statunitensi giunsero a Bucciano intorno alle 10 di mattina, salendo sul crinale presso la Fattoria di Sassolo [G. Busdraghi, Estate di guerra a Bucciano. Diario del parroco Giuseppe Busdraghi giugno-settembre 1944, a cura di G. Lastraioli, C. Biscarini, L. Niccolai, F. Mandorlini, FM Edizioni, San Miniato, 1996, p. 32].
 
Dopo poco arrivò il grosso del 3rd Battalion, comandato dal Lt. Col. W. B. Yeager, che prese facilmente il controllo sull’abitato, dal momento che i tedeschi si erano ritirati completamente fin dalle prime ore della mattina. Il 2nd Battalion era rimasto arretrato in posizione difensiva, comandato dal Maj N. R. Fowler. Durante l’avanzata, la fanteria statunitense fu sostenuta dal fuoco dell’artiglieria, ed in particolare del 337th Field Artillery Battalion, che cercava di sgombrare il crinale fra Bucciano e Balconevisi. Gli elementi del 3rd Battalion si mossero verso Balconevisi e alle ore 14 si impegnarono in una ricognizione volta ad individuare le forze nemiche fra Bucciano e S. Miniato ed aveva come obiettivo quello di raggiungere il crinale di Moriolo [History of the 349st Infantry Regiment… cit. p. 15].
 
DA BUCCIANO A MORIOLO
Dunque, seguendo il crinale fra Bucciano e Balconevisi, verosimilmente scesero attraverso la valle che separa il paese da Buecchio – una stretta rientranza secondaria della Valdegola – che consentiva alla fanteria statunitense di muoversi sufficientemente al riparo. Con in testa la Compagnia K, comandata dal Lt. R. Martin, la colonna uscì allo scoperto tentando di attraversare il fondovalle dell’Egola, nella zona del Genovini. La fanteria fu aggredita dal fuoco dei cannoni semoventi nemici che, dalle alture circostanti fra Sorrezzana e Canova, spararono frontalmente e su entrambi i fianchi della colonna.
 
Le avanguardie furono investite dai colpi della fucileria e di tre mitragliatrici tedesche. Utilizzando probabilmente le fosse di scolo ai lati della strada, gli statunitensi poterono disperdersi, occultarsi ed avanzare con maggiore cautela. Nonostante il fuoco di sbarramento, al tramonto la dorsale di Moriolo era occupata dalle forze americane. La Compagnia I, comandata dal Lt. Mc Abee, fu dislocata sul fianco destro della colonna e la mattina seguente, il 19 luglio, si ritirò a Bucciano in posizione difensiva.
 
DA BUCCIANO A MONTEBICCHIERI
Il 1st Battalion, comandato dal Col. H. E. Quigley, inizialmente in posizione di riserva, si mosse in direzione di Montebicchieri sostenuto dal fuoco d’artiglieria a lungo raggio. Le batterie di mitragliatrici tedesche, che avevano cercato di opporsi inizialmente all’avanzata della fanteria americana, si ritirarono in posizioni più arretrate. Gli statunitensi tentarono una sortita in direzione di Cigoli, tuttavia senza successo. In dettaglio, la compagnia A, comandata dal Cpt. R. E. Richard, prese la testa della colonna e si avvicinò al fondovalle dell’Egola, verosimilmente passando dalla valle del rio Montarcone e del rio Trentina, sbucando a sud di Calpetardo e di fronte alla collina di Leporaia (quota 108). A quel punto la fanteria statunitense cercò di muoversi attraverso i fossati di scolo, tuttavia, quando giunse a meno di 200 metri dall’Egola e a circa 400 metri dalla collina, fu bersagliata dal fuoco dei cecchini tedeschi. Questi potevano facilmente colpire i militari americani, poiché le fosse utilizzate per avanzare erano in linea con la loro direzione di tiro. Svelata la posizione, il fuoco nemico crebbe d’intensità e furono sparati anche colpi d’artiglieria e razzi da mortaio Nebelwerfer, molto pericolosi perché avevano un alto potenziale esplosivo e potevano contenere armi chimiche. A quel punto i militari in posizione più avanzata utilizzarono le piccole vanghe in dotazione per realizzare dei ripari ai lati dei fossati, nonostante il fuoco dei mortai e dei cannoni da 88 mm, verosimilmente dei Panzerabwehrkanone 43 anticarro da traino, con affusto a crociera e spesso impiegati come artiglieria campale a supporto della fanteria. A causa delle difficoltà incontrate dagli americani a causa del fuoco nemico, intorno alle 18 l’artiglieria campale a seguito del 1st Battalion, dalla zona del Palagio iniziò a cannoneggiare verso nord-est, sul versante destro della bassa Valdegola, fra Leporaia e Cigoli, arrivando a colpire lo spigolo destro della facciata della chiesa di S. Giovanni Battista e il tetto della canonica, proseguendo anche durante la notte [History of the 349st Infantry Regiment… cit. pp. 15-16].
 
LA DIFFICILE AVANZATA IN VALDEGOLA
Alle ore 4 del mattino del 19 luglio, coperti dal fuoco dell’artiglieria, i militari del 1st Battalion della 349th Infantry Division tentarono una nuova sortita in direzione della collina di Leporaia (quota 108). I militari furono intercettati dai tedeschi, i quali li tennero sotto scacco per l’intera giornata successiva, fin quasi al tramonto [G. Ugolini, Il prete che non porse l'altra guancia. Il passaggio della guerra a Cigoli, Montebicchieri, La Catena, Ponte a Egola, FM Edizioni, San Miniato, 1997, pp. 74-75].
 
Il resto del 1st Battalion – le compagnie B e C – rimase in posizione a Montebicchieri, sotto la minaccia costante del fuoco dell’artiglieria e dei carri tedeschi, che sparavano da posizioni ben protette celate dal successivo crinale in direzione nord, ovvero nella valle del rio Vaghera fra Stibbio e Montalto. Raggiunto e superato l’alveo dell’Egola, mentre i soldati statunitensi si apprestavano a risalire la collina, dal comando del battaglione arrivò l’ordine di rientro su Montebicchieri, ma l’operazione di ripiegamento parve molto pericolosa, a causa dell’approssimarsi dell’alba che avrebbe esposto i militari alla vista dei nemici. Per questo motivo decisero di proseguire sull’obiettivo, ma furono intercettati da una mitragliatrice tedesca posizionata a mezza costa, che colpì il fianco destro della colonna. A quel punto, un soldato americano col fucile a granate sparò un colpo contro la postazione nemica. Il tiro sortì l’effetto sperato e la mitragliatrice smise di sparare, ma l’operazione rivelò la posizione degli attaccanti e dalla cima della collina iniziò un intenso fuoco di difesa.
 
Gli americani si aprirono a ventaglio, cercando riparo nelle irregolarità del terreno. Mentre la fanteria tedesca sparava sulle avanguardie, colpi di mortaio e d’artiglieria cadevano dalla linea pedecollinare all’alveo dell’Egola, impedendo agli attaccanti di potersi ritirare. Il tentativo di risposta fu affidato ai colpi di mortaio, non potendo richiedere l’appoggio dell’artiglieria, dal momento che la vicinanza al nemico li avrebbe esposti al fuoco amico. Tuttavia, anche se la posizione in campo lo avesse consentito, l’artiglieria americana era comunque disposta troppo in avanti e dunque impossibilitata a colpire la cima del rilievo. Ai fanti statunitensi non rimase che trincerarsi, scavando dei ripari nel terreno sabbioso della collina. Lo scontro proseguì durante tutta la mattina successiva.
 
Nel primo pomeriggio, visto che la situazione non accennava a sbloccarsi, i tedeschi asserragliati sulla cima di Leporaia chiesero e ottennero il supporto dai reparti situati sul versante sinistro della Valdegola. Verso le ore 15 un Panzer si avvicinò alla sponda sinistra dell’Egola ed iniziò a sparare sulla fanteria americana col cannone da 88 mm, ma il primo tiro mancò il bersaglio ed andò a colpire una mitragliatrice germanica. La fortuna degli statunitensi fu quella di trovarsi troppo vicino al nemico, sia rispetto alla cima, sia rispetto al carro armato, cosicché non poterono essere bersagliati dai tedeschi. Vista l’impossibilità di colpire la fanteria nemica ed essendo in una posizione scoperta, esaurito l’effetto sorpresa, il Panzer tedesco si ritirò. A quel punto gli americani poterono retrocedere fino all’alveo dell’Egola, che costituiva una profonda trincea naturale. Arrivò l’ordine di ritirata che avvenne intorno alle ore 20 [History of the 349st Infantry Regiment… cit. pp. 15].
 
DECOMPRESSIONE
Nei tre giorni che seguirono l’ingresso in Valdegola, il 349th Infantry Regiment statunitense rimase in una fase di decompressione, dopo gli scontri dei giorni precedenti. Le fanterie, impegnate nell’avanzata da Palaia, ebbero modo di riposare, rifocillarsi, scrivere a casa e lavare le uniformi. Il 21 luglio vennero operati alcuni avvicendamenti fra gli uomini di comando.  Nel frattempo, molti civili avevano oltrepassato il fronte e riportavano informazioni circa il ripiegamento dei tedeschi a nord dell’Arno. In virtù di ciò, il comando reggimentale inviò numerose pattuglie, sia di giorno che di notte, con lo scopo di descrivere accuratamente la situazione del nemico, pervenendo ad alcune piccole scaramucce occasionali.
 
Il Sgt. G. S. Sewel, con alcuni uomini della pattuglia da combattimento del Lt. Hart, riuscirono ad introdursi all’interno del centro urbano di S. Miniato, osservando la presenza di almeno 25 militari germanici. Qui i tedeschi avevano fatto saltare numerosi edifici e i partigiani informarono gli Americani che le strade della città erano ostruite dalle macerie, mettendo in guardia circa la presenza di pericolose trappole esplosive. I germanici disponevano ancora di alcuni cannoni semoventi a sud dell’Arno e l’artiglieria campale aveva fatto solo fuoco di controbatteria, per cui solo alcuni colpi andarono ad infastidire i reparti più avanzati degli statunitensi. In questa fase le uniche azioni degli attaccanti furono operate dall’aeronautica e dall’artiglieria campale, costituita dalla Cannon Company assegnata al 349th Infantry Regiment e dal 337th Field Artillery Battalion [History of the 349st Infantry Regiment… cit., pp. 16-17].
 
COLLATERAL DAMAGES
Fu proprio l’artiglieria campale statunitense, che aveva il compito di preparare il terreno per l’avanzata dei reparti di fanteria, a provocare alcune gravi stragi di civili. Si trattò di episodi che nel gergo militare americano vengono chiamati collateral damages, danni collaterali. Fra queste ricordiamo LA STRAGE DELLA CROCETTA (19 LUGLIO 1944) e LA STRAGE DI VALICANDOLI (20 LUGLIO 1944). In episodi isolati, fra il 20 e il 21 luglio morirono un’altra decina di persone, a causa delle attività militari statunitensi (cannoneggiamenti e incursioni aeree). L’episodio più grave e conosciuto, tuttavia, si verificò il 22 luglio 1944 con la Strage del Duomo di San Miniato, in cui persero la vita 55 civili.
Dopo questi giorni in cui il fronte rimase sostanzialmente fermo, a circa metà della Valdegola, i reparti tedeschi andarono ad assestarsi sul rilevato ferroviario, mentre la fanteria statunitense poté avanzare ed entrare in San Miniato il 24 luglio 1944.
 
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