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domenica 20 luglio 2025

STRAGE DEL DUOMO: LA RAI RIMETTE AL CENTRO AL VERITA’ STORICA

 
di Francesco Fiumalbi
 
Tutto è bene quel che finisce bene.
Quando le cose non vengono fatte nel modo corretto è giusto indignarsi, ma quando viene fatto un buon lavoro è giusto riconoscerlo. Gli autori del programma televisivo “A Sua immagine” hanno mantenuto la promessa fatta a Giuseppe Chelli che li aveva interpellati e chiamati a correggere: nella puntata del 20 luglio 2025 [è possibile rivedere la puntata su RAIPLAY, in particolare dal minuto 15 ↗] hanno precisato e completato, in modo chiaro e corretto, le informazioni sulla Strage del Duomo di San Miniato. Per carità, si può sbagliare tutti. L’importante è ammetterlo e cercare di rimediare. E quindi agli autori e ai responsabili di “A Sua immagine” deve andare il doveroso plauso.
 
Per chi si fosse perso l’antefatto, ricordiamo che nel pomeriggio di sabato 5 luglio 2025 su RAI 1, nella puntata del programma televisivo “A Sua immagine”, ed in particolare nella rubrica “Le ragioni della Speranza”, era stata presentata una narrazione della Strage del Duomo di San Miniato purtroppo parziale e in definitiva non corretta. Ne abbiamo parlato nel post PERCHE’ ANCORA NON PASSA LA VERITA’ STORICA SULLA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO?. Dell’episodio, ne hanno parlato diffusamente anche le testate giornalistiche locali.
 
Nelle due settimane che sono trascorse fra la puntata del 5 luglio e quella del 20 luglio a San Miniato si sono rincorse voci e speculazioni: «È colpa di quello!», «Vedrai che è colpa della RAI», «No è stato quell’altro che ha detto, che ha fatto…». Sinceramente non ci interessa alimentare polemiche e chiacchiere di paese. L’importante è che la verità sia stata rimessa al centro.
 
Nella puntata di domenica 20 luglio 2025 è stata quindi proposta la dovuta precisazione. Queste le parole pronunciate dal conduttore Paolo Balduzzi:
 
Veniamo adesso ad una notizia storica, ma molto attuale perché parliamo sempre di guerra e della necessità di pace, perché in questi giorni a San Miniato, in Provincia di Pisa, attraverso una cerimonia religiosa e civile, si fa memoria di una strage avvenuta all’interno del Duomo di San Miniato il 22 luglio del 1944.
Noi abbiamo parlato di questo avvenimento durante una delle puntate del sabato, de “Le ragioni della Speranza”, che è andata in onda lo scorso 5 luglio, ma durante la puntata non è emerso in modo completo, in modo chiaro, lo svolgimento dei fatti. E allora, ad ulteriore chiarimento di quanto accaduto, ci preme specificare questa cosa: contrariamente a quanto si pensò inizialmente, la Strage del Duomo, in cui persero la vita, pensate, 55 persone, fu un incidente bellico provocato da un colpo di artiglieria americana, caduto su un bersaglio civile e non, non fu, una rappresaglia dei soldati tedeschi.
Perché vi diciamo questo, perché fare memoria degli avvenimenti storici, anche in modo completo, aiuta il presente, perché ci teniamo a ribadire anche con le parole di Papa Leone, che la guerra non risolve i problemi e, anzi, li amplifica, lo stiamo vedendo in questi giorni, e produce delle ferite profonde nella storia dei popoli e che poi impiegano generazioni per poterle rimarginare. Questo, ci tenevamo, appunto, tenevamo a specificarlo.
 
Toccare la Strage del Duomo, a San Miniato, vuol dire toccare i fili dell’alta tensione. Purtroppo, per la comunità sanminiatese è una ferita ancora aperta. Sono tuttora vivi alcuni testimoni e la memoria sull’eccidio non è assolutamente condivisa e forse non lo sarà mai. La memoria, lo abbiamo imparato bene a San Miniato, è un fatto che ricade nella sfera personale o al massimo familiare. Ci piacerebbe che fosse comunitaria, uguale per tutti, ma ad oggi non è possibile. E poi c’è la Storia, quella con la S maiuscola, che non è una mera narrazione, ma un percorso scientifico di ricerca che si rinnova continuamente e va a toccare il contesto, propone osservazioni e confronti con situazioni simili o distanti, si pone interrogativi, cerca risposte attraverso documenti e verifiche, senza accontentarsi di soluzioni di comodo. Anche perché, diciamolo chiaramente: se la strage del 22 luglio 1944 fosse stata effettuata dai militari tedeschi, anziché dall’artiglieria statunitense, avrebbe fatto comodo a tutti. E invece la storia ci ha messo di fronte ad un caso tanto drammatico e tanto assurdo.
 
Che ci piaccia o no, la storia deve essere anzitutto proposta con spirito di verità, senza omissioni, semplificazioni o distorsioni. Come ben ha scritto l’amico Michele Fiaschi: «Non possiamo creare identità collettive mature e solidali se fondiamo il nostro racconto su versioni alternative, su mezze verità che dividono invece di unire. Solo la memoria fondata sulla verità permette a una comunità di riconoscersi e trasformarsi.» Ed ancora: «Ogni società, che vuole evolversi, deve avere il coraggio di guardare il proprio passato, anche quello più oscuro, per imparare, correggere, migliorare. Ricordare non è fissarsi sul dolore, ma usare il dolore come carburante per un futuro più umano.» Qui il post completo “Memoria e verità: il fondamento della coscienza collettiva” ↗




 

lunedì 22 luglio 2024

LO SCOPRIMENTO DELLA COPIA DEL BASSORILIEVO DI GIROLDO DA COMO – 22 LUGLIO 2024 NELL’80° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO

Il 22 luglio 2024, in occasione della commemorazione nell’80° anniversario della Strage del Duomo di San Miniato, è stata scoperta la copia del bassorilievo di Giroldo da Como. L’originale, conservato presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra e raffigurante il tema iconografico dell’Annunciazione, proprio la mattina del 22 luglio 1944, venne danneggiato dalla cannonata statunitense che determinò la morte di 55 civili.

Il bassorilievo di Giroldo da Como danneggiato
Foto Cesare Barzacchi (luglio-agosto 1944)

La cerimonia di scoprimento è stata officiata dal Vescovo di San Miniato mons. Giovanni Paccosi ed ha visto la partecipazione di numerose autorità.
Di seguito il video del momento dello scoprimento, qui pubblicato per gentile disponibilità dell’autore Michele Fiaschi.


Di seguito la trascrizione del discorso pronunciato dal Vescovo Paccosi:

Il 22 luglio 1944 a San Miniato, proprio qui, una bomba uccise 55 innocenti, che avevano cercato riparo tra le mura della Cattedrale che, come un luogo sacro, avrebbe dovuto proteggerli dalla violenza degli scontri e dai bombardamenti.

Per questo mi appresto a ricollocare, nel punto previso dove si trovava fino a quel giorno, il bassorilievo di Giroldo da Como, che è l’unica opera superstite della primitiva chiesa, che poi sarebbe diventata la Cattedrale. Proprio lì [indicando il luogo dove è collocata l’opera] fu oggetto dell’impatto con la bomba che, entrando da quella finestra che ora è chiusa [indicando l’apertura semicircolare, oggi tamponata], la spezzò, senza distruggerla, […] poi rimbalzò e scoppiò in mezzo alla gente.

L’opera fu raccolta nei vari pazzi e ricomposta, pochi anni dopo, senza ricostruire le parti mancanti, nel Museo Diocesano dove si trova attualmente. Si lasciò rotta l’immagine proprio a ricordare la strage, ma la sua collocazione ne fece perdere poi il ruolo di testimone muto dell’orrore e le parti mancanti resero anche impossibile comprenderne il valore altissimo da un punto di vista artistico e anche il suo valore storico. Diciamo così, cadde un po’ nell’oblio.

Rivederla qui, come faremo adesso, in una copia fedele, fatta con le tecniche della scansione 3D e con l’opera artistica di coloro che l’hanno realizzata, è una documentazione che abbiamo potuto fare grazie alla reintegrazione delle parti mancanti, grazie a delle foto a grande risoluzione che l’Archivio Alinari conservava. E quindi la possiamo anche apprezzare nel suo valore artistico e simbolico, oltre che per la sua importanza storica.

Come vedrete, si è voluto apporre una luce rossa, che provenendo dalla finestra riproduce la traiettoria della cannonata, a ricordo di quella mattina. Colpisce proprio come la bomba colpì proprio il cuore della Madonna nell’immagine, quasi a significare che quel colpo spezzò il cuore della comunità civile e religiosa di San Miniato, che da quasi otto secoli si ritrova in questa Cattedrale per celebrare le gioie e i dolori della Città.

Ci sarebbe molto da dire anche sul valore storico di quest’opera d’arte, che fu fatta realizzare nel 1274 – sono 750 anni - da quel Dego de’ Cancellieri che proprio solo in quell’anno fu Podestà del Comune San Miniato. Fu nominato dal Re Carlo d’Angiò e dal Papa Beato, Gregorio X, per sottrarre San Miniato dal controllo imperiale. Infatti di lì a poco, i Vicari poi lasciarono San Miniato e la città fu libera. […] Sono lieto che l’Accademia degli Euteleti, con una decisione presa già prima di questa iniziativa, ha deciso di dedicare un convegno di studi, il primo dedicato proprio a Giroldo da Como e a quest’opera così importante da riscoprire. Nella legenda abbiamo posto sotto l’immagine un codice QR, [che rimanda ad una pagina] in cui si può trovare una spiegazione dettagliata dell’opera e soprattutto dei fatti di quel giorno. Tutti coloro che entrano qui – entrano anche tanti turisti – possano vedere e capire.

Ringrazio tutte le autorità presenti, ma in particolare la Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato: con il contributo economico che ci ha elargito ha reso possibile questa iniziativa. Poi ringrazio la ditta Paolo Costa di Carrara, per la realizzazione della copia con le moderne tecniche di lavorazione e con tanta maestria. E poi ringrazio Opera Laboratori per l’illuminazione, la Soprintendenza di Pisa che ci ha seguito in questo lavoro e la nostra Elisa Barani che ha seguito passo passo il processo di realizzazione dell’opera che ora scopriamo.

La locandina dell’iniziativa
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domenica 30 dicembre 2018

ADDSM – 1026, 22 luglio – TETBALDO MON. S. SALVATORE

↖ TORNA ALL'INDICE ADDSM

ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
1026, 22 luglio – Tebaldo San Miniato

SPOGLIO «Tebaldo prete, figlio della fu Rodilinda detta Rozia, offre alla chiesa e monastero di San Salvatore del Ponte di Bonfiglio presso il fiume Arno, tutti i beni che possiede in San Miniato e in Batuta».

San Miniato, vista panoramica da sud
Foto di Francesco Fiumalbi

Il documento originale è conservato presso l'Archivio Arcivescovile di Lucca, Fondo Diplomatico Antico, AE.22 [A].

Trascrizione del testo contenuto in:
Carte del secolo XI dal 1018 al 1031, a cura di G. Ghilarducci, Archivio Arcivescovile di Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca, 1990, doc. 69, pp. 190-191.

In nomine domini nostri Iesu Christi Dei eterni. Anno ab incarnationis eius mille vigesimo sexto, undecimo kalendas agusti, indictione nona. Manifestu sum ego Tetbaldo presbitero, filio bone memorie Rodilinde, que Rotia vocabatur, quia per hanc cartula pro anime mee remedium ofero Deo et tubi ecclesia et monasterio Domini sancti Salvatori, sito loco ubi dicitur Ponte Bonifilii prope fluvio Arno, idest omnia et onnibus casis et cassinis seo casalinis et rebus meis illis domnicatis et massariciis, quam habeo in loco et finibus ubi dicitur Sancto Miniato, tam infra ipso castello et de foris sive in loco et finibus ubi dicitur Batuta vel per aliis locibus et vocabulis ubicumque abere et possidere visu sum et mihi per quocumque ordinem leibus est pertinentes; ideo tam casis quam et cassinis seo casalinis adque rebus domnicatis et massariciis una cum fundamentis et onnen et deficiis vel universis fabricis suis seo curtis, ortis, terris, vineis, olivis, silvis, virgareis, pratis, pasculis, cultis rebus vel incultis, ut dictum est onnia in integrum trasacto nomine una cum onnibus cartule et moniminas seo iudicatas sive exemplar ver qualibe factiones aut quacumque scripturas cartarun, licteras, quantas et quales in me et misas aut datas vel pertinentes sunt, cum inferioribus et superioribus suis seo cum accessionibus et ingressoras suas, tibi Deo et ipsius ecclesia et monasterio Domini sancti Salvatori oferere prevideor, tali ordinem, ut ab odierna die in antea in ispius ecclesia et monasterio sancti Salvatori vel de eiusque rectoribus, permaneant potestatem et proprietario nomine usque in perpetuum suprascriptis onnibus casis et cassinis adque rebus illis eas habendi, tenendi, possidendi, inperandi, laborare facendi, usumfructuamdi et causas exinde agendi, querimoniam faciendi, responsum redendi, finem ponendi, modis onnibus ad pars ipsius ecclesie et monasterio Domini et sancti Salvatori defensandi cum cartula ista qualiter iusta legen melius potueritis pro anime mee remedium stabilem permaneant semper. Et si aliquando tempore ego qui supra Tetbaldo presbitero vel meos eredes in aliquot exinde intentionaverimus aut rectolli vel suptrai quesierimus, nos vel ille omo cui nos eas dedissemus aut dederimus per quoliber ingenio et eam ad pars suprascripte ecclesie et monasterio sancti Salvatori defendere non potuerimus et non defensaverumus, spondeo ego qui supra Tetbaldo presbitero una cum meis eredibus conponere ad pars ipsius ecclesie et monasterio beati sancti Salvatori vel de siusque rectoribus, in duplum in ferquidem loco sub estimationem quales tunc fuerint et ec cartula ofersionis mee pro anime mee remedium, onni tempore in sua permaneant firmitatem et roboren, quia in tali ordinem hanc cartula ofersionis mee Gherardus notarius domini imperatoris scribere rogavit. Actum in suprascripto monasterio prope fluvio Arno.
+ Ego Tetbaldo presbitero in anc cartula oferionis mee a me facta subscripsi.
(S) Hubertus iudex domini imperatoris subscripsi.
(S) Lottiarii comes filio bone memorie Caduli qui fuit comes rogatus testis
(signum) + manus Oritii filio bone memorie Teutii rogatus testis
(signum) + manus Lanfranchi filio bone memorie Raineri rogatus testis.
(signum + manus) Acti filio bone memorie item Actii rogatus testis.
(S) Gherardus notarius domini imperatoris post traditan conplevi et dedi.


COMMENTO (a cura di Francesco Fiumalbi)

Tecnicamente si tratta di una cartula offersionis, ovvero di un atto di donazione: da una parte l’offerente Tetbaldo, sacerdote, figlio di una donna, la fu Rodilinda detta Rotia; dall’altra il beneficiario, il monastero di San Salvatore situato presso il ponte di Bonfiglio, vicino al fiume Arno, a Fucecchio. Il dettaglio relativo all’indicazione della madre, omettendo il nome del padre, lascia intendere che Tetbaldo fosse figlio di un alto prelato, probabilmente nella cerchia dei sacerdoti appartenenti al Capitolo della Cattedrale, o comunque fra i più vicini al Vescovo di Lucca, che all’epoca era Giovanni II. Purtroppo non conosciamo praticamente niente di Tetbaldo se non il fatto, acclarato dai documenti superstiti, che avesse interessi patrimoniali nel territorio sanminiatese.

L’oggetto della donazione, infatti, è rappresentata da tutti i suoi beni immobiliari (casis et cassinis seo casalinis, ma anche adque rebus domnicatis et massariciis comprendenti universis fabricis suis seo curtis, ortis, terris, vineis, olivis, silvis, virgareis, pratis, pasculis, cultis rebus vel incultis, ut dictum est onnia in integrum trasacto). Queste erano situate sia all’interno del castello di San Miniato che fuori (in loco et finibus ubi dicitur Sancto Miniato, tam infra ispo castello et de foris), come ad esempio in località Batuta, situata nella valle del rio Ensi, a sud di San Miniato. Difficile, solo attraverso questa descrizione, farsi un’idea della consistenza dei beni di Tetbaldo.

Questo atto deve essere messo in relazione con altri due documenti riguardanti il medesimo Tetbaldo:

- la cartula venditionis dell’8 settembre 999, con cui Tetbaldo acquista un quarto di un pezzo di terra in località Batuta, vedi il post: ADDSM – 999, 8 settembre – Tetbaldo, San Miniato ↗

- la cartula libelli del 23 luglio 1026, con cui Tetbaldo riottiene almeno parte dei suoi beni dal Monastero di San Salvatore situato presso il Ponte di Bonfiglio a Fucecchio, vedi il post: ADDSM – 1026, 23 luglio – Tetbaldo livello ↗

Proprio questo secondo documento fa luce sulla vera natura dell’atto proposto in questa pagina: la donazione era finalizzata al ri-ottenimento dei beni sotto forma di livello.

A partire dal X secolo, le pergamene pervenuteci registrano innumerevoli atti di questo tipo, attraverso i quali, personaggi privati, prevalentemente laici, effettuarono fondazioni o copiose donazioni di beni. Beneficiari di questi, chiese e oratori privati, ma anche istituzioni monastiche o curie episcopali. Negli ultimi anni, gli studiosi si sono molto soffermati a cercare di comprendere questo fenomeno, così ampio ed esteso. Senza entrare troppo nei dettagli della questione, l'interpretazione più diffusa riconosce tali donazioni, apparentemente dettate solo da esigenze di tipo spirituale, anche come l'espediente giuridico per gestire sotto altra forma i grandi patrimoni delle maggiori casate comitali e marchionali della Toscana. La stessa cosa, infatti, fu fatta dai Cadolingi proprio con il Monastero di San Salvatore di Fucecchio, ed in particolare da Lotario figlio di Cadolo, il quale compare come testimone proprio in questo documento.

Non ci dobbiamo scordare, infatti, che i monasteri e le strutture ricettive come gli ospedali, erano quasi sempre esenti dai pagamenti tributari. Di contro, i membri delle famiglie esercitavano una grande influenza su quelle stesse istituzioni religiose destinatarie delle donazioni, anche riguardo la gestione degli stessi patrimoni, divenendone quindi i “patroni”, cioè esercitando i diritti di “patronato”. Significativo, da un punto di vista linguistico, il fatto che fra le parole “patroni” e “padroni” ci sia una sola consonante di differenza, lasciando intuire una sfumatura che nei fatti non fu sempre così netta e precisa. Per descrivere il fenomeno, gli storici, ed in particolare Wilhelm Kurze, hanno creato la definizione di “monasteri privati”, associandola a quelle comunità religiose che avevano beneficiato di ingenti donazioni da parte di ricche famiglie; da un punto di vista storiografico forse non è propriamente corretta, come definizione, ma senz'altro indicativa [in proposito W. Kurze, Monasteri e nobilità nella Tuscia Altomedievale, in W. Kurze, Monasteri e nobiltà nel Senese e nella Toscana Medievale, Accademia Senese degli Intronati, Siena, 1989, pp. 295-316].


domenica 9 dicembre 2018

COMUNISTI vs CATTOLICI A SAN MINIATO BASSO NEL 1950

a cura di Francesco Fiumalbi

PREMESSA
Questo post nasce da un documento che ho rintracciato casualmente in un archivio privato e che ritengo sia molto interessante e possa aiutare a comprendere il clima di contrapposizione fra Cattolici e Comunisti nel Secondo Dopoguerra. Si tratta di una specie di volantino - dimensione formato A4 - fatto stampare nel 1950 da Don Nello Micheletti, parroco di San Miniato Basso dal 1924 al 1966. Nato a San Pierino nel 1894, fu reduce della Prima Guerra Mondiale; dichiaratamente antifascista, fu membro della prima Giunta Comunale di San Miniato, nominata il 5 agosto 1944 dal governo alleato. Tuttavia, essendo un sacerdote, negli anni del Secondo Dopoguerra la sua posizione non poteva che essere convintamente anticomunista.

Le giovani generazioni non hanno idea di cosa sia stata la grave contrapposizione ideologica negli anni del Secondo Dopoguerra. Nei libri scolastici l’argomento è trattato con un respiro nazionale, ma non va dimenticato che la frattura fra Comunisti e Cattolici si irradiò in ogni angolo della penisola, creando un clima di tensione e conflittualità che divise intere comunità e penetrò anche all’interno delle famiglie.  Conclusa la guerra e sconfitto il fascismo, venne meno anche il grande movimento di unità nazionale che era stata la “Resistenza”, nata per rigenerare l’Italia in forma democratica. Dopo i governi sostenuti da tutte le forze dell’antifascismo, con l’uscita dall’Esecutivo del Partito Comunista Italiano e l’emanazione della nuova Costituzione, si manifestò in tutta la sua gravità l’insanabile incompatibilità fra i Cattolici e i Comunisti.

D’altra parte, come ha osservato Ernesto Galli della Loggia, una parte dell’antifascismo – quella democratica filoccidentale – reputava necessario, essendo stato sconfitto il fascismo nell’aprile 1945, ed avendo conquistato il comando statale, di apprestare ogni difesa del suo regime contro l’altra parte, quella radicale e filosovietica (che avrebbe fatto peraltro la stessa identica cosa se le parti fossero state invertite). E’ accaduto insomma che la costituzione ideale, scritta, per poggiare su basi sufficientemente ampie e condivise non potesse che dirsi antifascista, ma al tempo stesso che la costituzione materiale per difendere il sistema politico e i valori democratici voluti dalla costituzione stessa non potesse che essere anticomunista: e il curioso è che il motivo di entrambe le necessità era alla fin fine il medesimo: tentare, nelle condizioni storiche date, di stabilire la democrazia in Italia, o qualcosa che più le si avvicinasse. [E. Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998 (1° ed. 1996), p. 70].

L’ANTEFATTO
In quegli anni, specialmente dopo la cosiddetta “scomunica dei comunisti” (1949), la contrapposizione ideologica si fece vivissima e coinvolse tutta la popolazione italiana, anche quella dei piccoli centri, in special modo nelle cosiddette “regioni rosse”. Frequentissimi erano i comizi o i pubblici dibattiti, organizzati tanto dai Cattolici quanto dai Comunisti.
A San Miniato Basso, il 22 luglio 1950 la locale sezione del PCI aveva organizzato una “conferenza” dal titolo “Comunismo e Religione”. A relazionare fu chiamato il prof. Demetro Bozzoni, insegnante comunista al Liceo di Pisa, originario della Sardegna. Molto probabilmente la conferenza si svolse nell’attuale Piazzale della Pace, al centro del paese. Ne seguì un acceso dibattito, che vide coinvolti anche alcuni cattolici. Fra questi anche Don Nello Micheletti, il quale non esitò a contestare con veemenza le argomentazioni proposte dal relatore. Come è facile immaginare, in una realtà piccola come quella di San Miniato Basso del tempo, l’intervento del proposto aveva destato una certa impressione e subito si rincorsero voci e interpretazioni dell’episodio. Allora, non certo per far cessare le polemiche, ma per rimarcare quanto detto durante il dibattito, Don Micheletti decise di mettere nero su bianco il suo punto di vista.

Sfortunatamente non disponiamo di alcun documento di parte comunista, ma solamente questo “volantino” del prete di San Miniato Basso. Di seguito è proposta la trascrizione:

Dopo un contraddittorio

Siccome non manca chi ha dato tendenziosi resoconti della conferenza del Prof. Bozzoni e del successivo contraddittorio, reputo mio diritto e dovere, per quel che riguarda la mia persona, dire come sono andate le cose.
Il manifesto annunziante per il 22 luglio, in S. Miniato Basso, una conferenza del Prof. Demetrio Bozzoni dal titolo
«Comunismo e Religione» con annesso contraddittorio non aveva nulla a vedere con una mia precedente sfida e non mi riguardava personalmente. Avrei potuto quindi non intervenire. Ma poiché nel popolo si sarebbe forse attribuita a paura la mia assenza, disdissi un impegno e intervenni.
Alle ore 10,30 con assoluta puntualità il Prof. Bozzoni iniziò la sua conferenza che durò circa un’ora e mezzo, senza mai entrare in argomento. Io (e con me moltissimi) mi meravigliai della faccia tosta con cui si annunzia una conferenza e se ne fa un’altra. Se un alunno gli facesse un componimento o una tesi fuor di tema, il Prof. Bozzoni lo boccerebbe senz’altro.
Quando fu concessa libertà di parola, salii sul palco e affermai di essere antifascista, di non aver privilegi da difendere, di essere anch’io figlio di autentici lavoratori e di non esser sordo al grido di giustizia che sale dalle classi lavoratrici. Rigettai con sdegno in faccia all’avversario l’accusa di lupo rapace, facendogli sapere che nel mio popolo ho fatto del bene a tutti, comunisti compresi. Quindi tutta la conferenza (necessaria a lui per gli applausi) era stata per me di nessun interesse e perfettamente inutile.
Allora entrai io nel tema scabroso, riaffermando con energia la assoluta incompatibilità fra dottrina cristiano-cattolica e l’ideologia marxista, leninista e stalinista, e ne portai le prove, deducendole dagli scritti dei
«tre grandi». A questa mia dimostrazione l’oratore rispose con accuse all’alto clero e alla Chiesa, sia nell’ordine dei principi che dei fatti, evitando sempre, con molta abilità, il nocciolo della questione.
Finalmente posi il dilemma: o il comunismo italiano rinnega la concezione filosofico – politico – morale, antireligiosa e antiumana, rappresentata dal trinomio Marx – Lenin – Stalin, o no. Se la rinnega come fece il laburismo inglese, che nel socialismo marxista accettò solo i postulati economici, allora abbiamo un altro comunismo, di cui desideriamo conoscere l’integro programma, per giudicare l’eventuale accordo con la nostra Fede. Se non la rinnega, l’inconciliabilità fra Comunismo e Religione è patente anche pei ciechi. Il Prof. Bozzoni affermò che il programma integro esiste e che non vi è traccia di lotta o propaganda antireligiosa. Dovetti sussumere che ciò non basta; è necessario che sia positivamente rinnegata tutta quella dottrina materialistica che meritò al comunismo ateo la severa condanna di Pio XI. Finché ciò non avvenga, noi cattolici abbiamo il diritto e il dovere di temere che il comunismo italiano, tolti alcuni accidentali mutamenti, sia sostanzialmente il medesimo comunismo russo; e noi sacerdoti quello di mettere in guardia i fedeli.
Anzi, mentre alcuni sperano ancora in un comunismo italiano a sfondo occidentale, latino e cristiano, vi son quelli che affermano esser più disposto il comunismo a transigere sul corollario economico – sociale che non sulla vecchia dottrina materialista ed atea. Infatti il Dott. Guidi ha affermato a Buti il 21 corr:
«Noi non rinunciamo ai nostri principi materialistici né alle idee di Lenin e di Stalin». Il Prof. Bozzoni, disposto a transigere un Marx e compagni, è pregato di mettersi d’accordo col suo collega. Io lo sono di già. E giacché ho rammentato il Dott. Guidi, mi si permetta una breve parentesi.
Il Comunista ed ex fascista Dott. Guidi mi ha fatto l’onore di inveire contro di me a Buti perché ho negato i suffragi richiestissimi da una cellula comunista e perché avrei rimandato con violenti parole le tre signorine venute a tale uopo da me. Quanto alla mia condotta con le suddette signorine, essa è stata educata, paterna, gentile; e quindi il Dott. Guidi è un bugiardo. Quanto al rifiuto, sappia il Dott. Guidi che io farò sempre come credo meglio e non domanderò mai a lui se devo fare o no una Funzione.
Ritornando ora al contraddittorio, molta mésse di applausi fu mietuta dal Prof. Bozzoni con le solite frasi: che la Chiesa favorisce i ricchi ed i fascisti, e che solo i comunisti hanno a cuore la sorte dei lavoratori. E caval di battaglia il podere ai contadini! Basta promettere, per essere applauditi; ma non è troppo onesto. Si ricorda il Prof. Bozzoni che parole che disse tempo fa ai contadini di Navacchio? Il loro senso è questo: “Se pensate che comunismo significhi prender voi i poderi dei vostri padroni, vi sbagliate; non vale la pena levare i vecchi padroni per mettercene dei nuovi; lo Stato diventerà il padrone di tutti e voi sarete gli operai dello Stato”. Allora l’oratore fu applaudito; ma io mi domando quando egli è stato sincero ed onesto, a Navacchio o a S. Miniato Basso?
Un altro punto toccato dal Prof. Bozzoni è stato quello della dittatura. Egli dichiarò che il comunismo è democratico e liberale, e non vuole la dittatura che in caso di necessità. Io gli opposi che così non la pensano tutti gli altri comunisti e tanto meno Lenin e Stalin. “Dittatura proletaria, dice il primo, è la guerra più intransigente e spietata della nuova classe contro le altre, condotta con tutti i mezzi. – “ I partiti possono esistere, seguita il secondo, dove sono delle classi; in regime comunista non vi devono essere classi, quindi neppure partiti e neppure libertà pei partiti”. Se questa è democrazia, giudichi il lettore. –
Infine, deplorando io le noie e le persecuzioni che sono già cominciate da parte dei comunisti contro il clero, il Prof. Bozzoni concluse che se i preti staranno dalla parte dei comunisti non saranno noiati. Bella ragione! E se tutti i partiti esigessero la medesima cosa? Non è la Chiesa che deve stare con un partito, ma è il partito che deve star con la Chiesa se vuole che la sua dottrina sia dichiarata non incompatibile con la Religione.
Conclusi dicendo che, allo stato delle cose, è mio dovere dichiarare l’incompatibilità del Comunismo con la Religione, anche a costo di esser bastonato od ucciso. Mi fu data assicurazione che a questi metodi i comunisti non vi scenderanno. E vi credo.
Parlarono anche il P. Teofilo da Pozzo e il Prof. Beccari, ma non saprei riferire con precisione quello che essi dissero né quello che loro rispose il Prof. Bozzoni perché, allontanatomi alquanto dal palco e messomi a sedere nell’ingresso d’una abitazione, non li potei seguire, venendo spesso interrotti dal pubblico che nella maggioranza era ostile e non imparziale.
Quale il giudizio sullo svolgimento del contraddittorio? Molti hanno detto che il Prof. Bozzoni (cui riconosciamo doti di cultura e di eloquenza) ha vinto; i non settari e i ben pensanti, comunisti compresi, credo che la pensino diversamente.

Don N. Micheletti





sabato 21 luglio 2018

LA CHIESA SANMINIATESE E IL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DEL DUOMO

di Francesco Fiumalbi


INTRODUZIONE
Il primo anniversario della Strage del Duomo di San Miniato fu uno dei momenti cruciali del Dopoguerra per la comunità cittadina e per la Curia diocesana. La triste ricorrenza coincise con la presentazione degli esiti della “Commissione d’Inchiesta”, costituita all’indomani del passaggio del fronte bellico (21 settembre 1944) dalla nuova Giunta Comunale nominata dal Governo Alleato su indicazione del CLN di San Miniato. La commissione – presieduta dal Sindaco Emilio Baglioni – svolse una lunga istruttoria, raccolse informazioni, testimonianze e perizie sull'esplosione che provocò la morte di 55 civili all'interno della Cattedrale la mattina del 22 luglio 1944. Nell'ultima seduta, tenutasi il 27 giugno 1945, la commissione affidò la redazione delle conclusioni ad una persona estranea all'ambiente cittadino, individuata nel Giudice del Tribunale di Firenze Dott. Carlo Giannattasio. Quest'ultimo, il giorno 13 luglio 1945, inviò la relazione alla commissione d'inchiesta, poi trasmessa al sindaco il 17 luglio successivo [cfr. M. Battini e P. Pezzino, Guerra ai Civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944, Saggi Marsilio, Venezia, 1997, pp. 107-108].

LA CIRCOLARE DI MONS. ROSATI VICARIO GENERALE
Appresi i risultati della cosiddetta Relazione Giannattasio, la Curia vescovile prese una posizione ufficiale attraverso una lettera circolare, a firma del Vicario Generale Mons. Gioacchino Rosati e inviata a tutti i parroci della Diocesi di San Miniato. Questa lettera, rimasta finora sconosciuta alla storiografia, è stata rinvenuta all’interno di un archivio privato e in questo post è riproposta e analizzata in ogni sua parte.
Il 22 luglio 1945 cadeva di domenica e la relazione fu concepita come un vero e proprio comunicato diffuso in tutte le parrocchie affinché fosse letta ai fedeli in tutte le Messe e nelle Funzioni serali della Domenica successiva al ricevimento della stessa. La lettera riporta la data del 22 luglio 1945, ma si può immaginare che la sua stesura sia avvenuta qualche giorno prima, visto che la Relazione Giannattasio era nota almeno dal 13 luglio.
Inoltre l’intervento fu affidato al Vicario Generale, dal momento che sul Vescovo Ugo Giubbi pendeva la volgata diffamatoria che lo voleva complice degli autori della strage, all’epoca individuati in ignoti militari germanici. D’altra parte l’interpretazione della drammatica concatenazione degli eventi che si susseguirono la mattina del 22 luglio 1944, culminati con l’eccidio, ha da sempre diviso la comunità sanminiatese. La storiografia più recente, tuttavia, ha ormai chiarito che la strage fu un drammatico “effetto collaterale” di un violento cannoneggiamento statunitense.


LA POSIZIONE DELLA DIOCESI RISPETTO ALLA RELAZIONE GIANNATTASIO
La Diocesi sottoscrisse in pieno le conclusioni della Relazione Giannattasio, così sintetizzabili:
  1. il    Vescovo Giubbi era assolutamente estraneo all’eccidio; 
  2. l’opera che il Clero di S. Miniato svolse, in quei tristissimi giorni, fu superiore ad ogni elogio.
Tuttavia, quello della difesa del Vescovo appare centrale e prioritario. D’altra parte lo stesso Mons. Giubbi, sulle pagine del suo diario in data 25 settembre 1944, ebbe ad annotare: «seppi ancora che è quasi generale l’accusa che mi si muove circa i fatti del 22 luglio. E persi tempo a discutere… sempre le solite cose, i soliti argomenti che non levano un ragno da un buco, perché non si arriverà mai a persuadere che non si vuol persuadere. Mi si dice: “perché non parla per difendersi”. Ma mi pare di non doverlo fare: primo perché davanti a Dio sono certamente colpevole, non della cosa, ma di non essere stato tanto buono da meritare dal Signore la grazia che essa non avvenisse: e poi mi pare brutto che dopo 16 anni che sono qui e sono conosciuto, mi debba scagionare di una cosa che sarebbe peggiore di ogni assassinio…». E poi ancora «Io voglio lasciare tutto nelle mani di Gesù. Sopportare questa menomazione del mio nomee (oh! La mia fama e il credere che tutti mi volessero bene!...) per sconto dei miei peccati e non lasciarmi distrarre da ciò che è il mio dovere: ricercare Gesù, fino a farne veramente la mia vita, sia di ufficio: curare, meglio che non abbia fatto fin qui la Diocesi». [estratto da Il segreto del Vescovo Giubbi pastore della Diocesi di San Miniato dal 1928 al 1946, a cura di F. Mandorlini, Ufficio Comunicazione Sociali e Cultura della Diocesi di San Miniato, Supplemento al n. 33 di Toscana Oggi del 24/09/2006]

La premura del Vicario Rosati, oltre a voler ribadire i fatti per come erano stati ricostruiti dalla Relazione Giannattasio – Oggi però che la luce è fatta –  sembra anche voler ricucire quelle posizioni critiche assunte da alcuni sacerdoti rispetto all’operato del Vescovo. Infatti Mons. Giubbi nel suo diario, il 1 novembre 1944, ebbe a scrivere: «Stasera ho saputo che un sacerdote va sparlando di me in pubblico (affare del Duomo, lettera del Gennaio…) tanto che è stato ripreso dai secolari… Capisco che non ha buon sangue con me, perché ho dovuto richiamarlo più volte al dovere per cose assai gravi… Ed ora… si vendica. Mi è dispiaciuto e in un primo momento di risentimento interno avrei voluto punirlo di quello che va dicendo… ma voglio pregare prima perché se anche sarà bene far questo non lo voglio fare per difendere me, ma Gesù… e per il suo bene. Voglio pensare bene come agire. Se mai gli scriverò una lettera e tenterò di parlargli di cuore. Ma se esso è così, non può dipendere che io non ho saputo prenderlo e perché io non ho pregato molto per la sua conversione? C sarà in lui della cattiveria, a c’è anche molta poca luce… e se fosse per causa mia? Gesù perdonami e perdonalo! Abbi pietà di me». [Relazione della commissione di studio sula figura del Vescovo Ugo Giubbi, a cura di P. Morelli, Tip. Palagini, San Miniato, 2002, pp. 78-79]

E proprio su questo punto si sofferma Mons. Rosati, tanto da chiudere la Circolare con questa citazione che ha il sapore di un’ammonizione rispetto alla posizione e al comportamento da tenere: «Iddio non dovrà ripetere quanto dettò al Salmista: “Non toccate le persone a me consacrate e non malignate contro di esse” (Salmo CIV, v. 15) né la Chiesa, a riguardo del Vescovo dovrà suscitare l’eco delle gravi parole che a Lui disse nel consacrarlo: “Chi lo avrà maledetto, sia egli maledetto e chi lo avrà benedetto sia ricolmo di benedizioni” (Pont. Rom.): ma userà misericordia il Signore a chi non fu cauto nel prestare orecchio alle voci calunniose; e benedirà a chi, col Vescovo, pianse e pregò e perdonò». Sono parole che sembrano davvero essere scritte per far presa sul “lettore” – verosimilmente il sacerdote – e non sul “popolo” che difficilmente avrebbe compreso le colte citazioni.

Infine, è da notare l’assoluto silenzio a proposito delle responsabilità sulla strage. Alcuni sacerdoti – come il Can. Enrico Giannoni – sostennero fin da subito la “tesi americana”, ma nella Circolare il Vicario Rosati non fece cenno né ai tedeschi né agli Alleati. Il 22 luglio 1945 la Cattedrale era ancora chiusa, la comunità cittadina era ancora impegnata ad affrontare il difficile dopoguerra e la Curia era lacerata dalla diffamazione al Vescovo. È comprensibile, dunque, che una volta rese note le conclusioni della relazione Giannattasio, la Diocesi non potesse far altro che stemperare le tensioni e sollevare il macigno che pesava su Mons. Giubbi, accogliendo in toto le affermazioni del Giudice del Tribunale di Firenze. E tutto questo senza preoccuparsi delle responsabilità militari, avendo acclarato che il Vescovo era stato dichiarato assolutamente estraneo all’eccidio. In quel momento, la Chiesa sanminiatese aveva altre priorità, rispetto a lanciarsi in una polemica fra tedeschi e americani che non avrebbe fatto altro che alimentare tensioni, divisioni e lacerazioni.

Di seguito il testo della Circolare:



CURIA VESCOVILE DI S. MINIATO
PRIM ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO NELLA CATTEDRALE
Circolare di Mons. Vicario Generale
     M. R. Signore,
in seguito all’eccidio avvenuto il 22 luglio 1944, nella nostra Cattedrale, la Giunta Municipale di S. Miniato nominava una Commissione allo scopo che “nell’Archivio cittadino rimanesse un Documento che fissasse nel tempo come era avvenuto il luttuoso fatto ed eventualmente ne stabilisse la responsabilità”.
Al termine dell’inchiesta “fu deciso, molto saggiamente, di affidarne la relazione a persona competente, ma estranea all’ambiente Samminiatese, onde assicurare alle conclusioni finali la massima serenità e obbiettività”.
Il Dott. Carlo Giannattasio, Giudice del Tribunale di Firenze, è stata la persona competente ed estranea cui fu affidato l’incarico.
Egli, il 13 luglio corr. Mese ha rimesso la relazione la quale, ormai, è in dominio del pubblico. Questa relazione, per la parte delle eventuali responsabilità del tragico avvenimento, così conclude: “Le Autorità religiose, che si sostituirono alle Autorità civili mancanti, dettero alla popolazione ogni assistenza spirituale e materiale, comunicando ai cittadini gli ordini che il comando germanico trasmetteva verbalmente. Mons. Vescovo non si trovò presente nella Cattedrale nel momento più doloroso, perché si era recato a celebrare la Messa nella Cappella del rifugio, ma era stato fino a poco tempo prima fra i fedeli a pronunciare parole di incoraggiamento, ad incitare alla preghiera e, appena possibile, ritornò nella Cattedrale, ove altri Sacerdoti impartivano l’assoluzione ai morenti e davano soccorso ai feriti. L’opera che il Clero di S. Miniato svolse, in quei tristissimi giorni, è superiore ad ogni elogio…”
Stando così le cose, a me, quale Vicario Generale della Diocesi, non resterebbe che prendere atto, con compiacenza, di tale conclusione, e limitarmi ad esortare gli amati e venerabili Parroci di curare la più ampia diffusione della relazione stessa.
Ma poiché, nei primi tempi dell’eccidio, si osò, con inqualificabile calunnia, coinvolgere nelle responsabilità del tragico fatto, il ven.mo ed amat.mo Nostro Vescovo, credo mio dovere il dichiarare oggi quanto segue:
1. Addolorò al sommo anche l’animo mio, tale calunnia; ma non intervenni a rivelarla ed a sfatarla, perché mi sembrava di fare offesa alla cittadinanza ed alla Diocesi, col solo pensare che, in S. Miniato e tra i nostri popoli, vi fosse chi potesse prestar la minima fede a tale voce calunniosa,
2. Quando però dovetti, purtroppo, constatare, che sfruttandosi semplici apparenze, tale voce calunniosa si diffondeva, io voleva allora intervenire e controbatterla, ma fui trattenuto dal farlo dalle seguenti ragioni:
I.  S. Ecc. Mons. Vescovo non volle la difesa della sua innocenza dagli uomini; ma la rilasciò a Dio, l’unico infallibile giudice delle azioni umane e difensore della innocenza. In ciò l’amato Pastore imitava il Santo Vescovo Francesco di Sales, il quale, a chi lo eccitava a difendersi da ignominiose calunnie, rispondeva: “Lo so che a Parigi mi si stracciano le vesti; ma Iddio penserà a rassettarle”.
II. Non mi sembrò, e non lo era prudente, che io intervenissi, con un atto ufficiale, quando la inchiesta, voluta lodevolmente dalla Giunta Comunale, ormai era in corso. Un mio intervento poteva giustamente essere interpretato nocivo al tranquillo e sereno svolgimento della istruttoria.
3. Oggi però che la luce è fatta, ed è fatta in modo il più oggettivo, debbo a ragione sperare che la fosca nube “che si osò stendere ad ombra sinistra” sull’operato del degno Presule, sia ormai dissipata; e si ricordino invece e si valorizzino i gesti nobili del nostro Vescovo nel triste periodo della emergenza e cioè:
I. gli sforzi fatti, purtroppo senza meritato effetto, “per far dichiarare, dalle Autorità militari tedesche, città aperta, S. Miniato”.
II. L’opera prestata, e questa con pieno effetto, “per liberare DODICI ostaggi della Catena (frazione di S. Miniato) presi dalle Autorità tedesche per vendicare la uccisione di un loro Ufficiale in quella località, compiuta da un civile”.
4. Voglio pur credere che l’opera del Clero non solo di Samminiato, ma di tutta la Diocesi spiegata per il popolo durante l’emergenza di Guerra, sarà oggettivamente riconosciuta e meritamente apprezzata.
Se così sarà, Iddio non dovrà ripetere quanto dettò al Salmista: “Non toccate le persone a me consacrate e non malignate contro di esse” (Salmo CIV, v. 15) né la Chiesa, a riguardo del Vescovo dovrà suscitare l’eco delle gravi parole che a Lui disse nel consacrarlo: “Chi lo avrà maledetto, sia egli maledetto e chi lo avrà benedetto sia ricolmo di benedizioni” (Pont. Rom.): ma userà misericordia il Signore a chi non fu cauto nel prestare orecchio alle voci calunniose; e benedirà a chi, col Vescovo, pianse e pregò e perdonò.
Questa mia circolare sia letta ai fedeli in tutte le Messe e nelle Funzioni serali della Domenica successiva al ricevimento della stessa.

Con riverente affetto
S. Miniato, dalla Curia Vescovile
Il 22 luglio 1945
IL VICARIO GENERALE
Mons. G. Rosati

sabato 23 settembre 2017

LA LETTERA DEL VESCOVO GIUBBI DEL 27 AGOSTO 1944 - LA STRAGE E LO STRAZIO PERSONALE

di Giuseppe Chelli e Francesco Fiumalbi
Articolo originariamente pubblicato su "La Domenica" del 23 luglio 2017 (supplemento a "Toscana Oggi")

A fine agosto 1944 gli eserciti americano e tedesco si fronteggiavano sull'Arno. Il territorio sanminiatese era sotto il controllo statunitense: gli Alleati erano arrivati il 24 luglio e i combattimenti si erano spostati in pianura, per stabilizzarsi lungo le rive del fiume che fu oltrepassato solamente il 1 settembre. La popolazione era stremata da due mesi di guerra: oltre 200 vittime civili nel solo Comune di San Miniato – fra cui le 55 della strage del Duomo – centinaia di feriti, migliaia di sfollati, generi alimentari e medicinali introvabili.

E' in questo contesto che si inserisce la lettera del Vescovo Ugo Giubbi al Card. Elia Dalla Costa Arcivescovo di Firenze. Si tratta di un documento rimasto finora inedito, ma di grande valore poiché rende testimonianza del clima durante il passaggio della guerra, la difficilissima situazione delle parrocchie nella Diocesi di San Miniato, ma anche il dramma personale dello stesso Mons. Giubbi, che turbò il suo spirito fino alla morte.

Il Vescovo sanminiatese fu vittima di una gravissima volgata diffamatoria: fu accusato di complicità con i tedeschi nell’eccidio del Duomo di San Miniato, avvenuto il 22 luglio 1944. Nella lettera riferisce anche di questo drammatico episodio, che invece fu causato da un colpo di artiglieria statunitense. Già nel 1945, il Giudice Giannattasio – chiamato a redigere le conclusioni dell'inchiesta promossa dall'Amministrazione Comunale – aveva chiarito che «Le autorità religiose, che si sostituirono alla autorità civili mancanti, dettero alla popolazione ogni assistenza spirituale e materiale, comunicando ai cittadini gli ordini che il comando germanico trasmetteva verbalmente. Mons. Vescovo non si trovò presente nella Cattedrale nel momento più doloroso, perché si era recato a celebrare la Messa nella cappella del rifugio, ma era stato fino a poco tempo prima fra i fedeli a pronunciare parole di incoraggiamento, ed incitare alla preghiera e appena possibile, ritornò nella Cattedrale, ove altri sacerdoti impartivano l'assoluzione ai morenti e davano soccorso ai feriti. L'opera che il Clero di S. Miniato svolse in quei tristissimi giorni è superiore ad ogni elogio».

L'animo del Vescovo invece è turbato per la consapevolezza di essere stato, seppur indirettamente, «strumento di questo eccidio per aver impartito ordini che mi furono fatti impartire per la salvezza della popolazione e che se fossero stati eseguiti subito con fede e disciplina, io penso, sarebbero riusciti allo scopo». Questo è il passaggio chiave della lettera.

Per comprendere il significato delle parole di Mons. Giubbi, occorre ricordare che alla metà di luglio 1944 la 14° Armata tedesca venne disposta sulla linea dell'Arno e scattò l'ordine di evacuazione della popolazione. Proprio in quei giorni i tedeschi avevano iniziato a minare le abitazioni sanminiatesi, dovevano tenere sotto controllo un ampio territorio e fronteggiare, oltre agli Alleati, anche bande di partigiani. Desideravano avere campo libero, non tanto per l'incolumità dei civili, quanto per la sicurezza e la gestione dei propri soldati che agivano in reparti ridotti e avevano subito alcune aggressioni. Lo stesso Vescovo, interrogato il 1 ottobre 1944 dalla Commissione d’Inchiesta, riferì che «La sera del 18 luglio all’imbrunire, venne in Episcopio un soldato tedesco... ad avvertire che bisognava sgomberare.... Lo feci riflettere... che la popolazione era molta, l’ora era tarda e che era un voler mandar via alla cieca le persone e un volerle mettere in pericolo...».

Nelle parole del Vescovo c’è il rammarico per non aver dato seguito all’ordine di evacuazione del 18 luglio, ma di aver fatto rispettare quello del 22 luglio: radunare la popolazione in piazza dell'Impero e in piazza del Duomo, per poi farla entrare in San Domenico e in Cattedrale, dove di lì a poco sarebbe avvenuta la strage. La frase deve essere letta in questo modo: se gli ordini di evacuazione del 18 fossero stati eseguiti “subito con fede e disciplina, io penso, sarebbero riusciti allo scopo”. Ma chi poteva immaginare quello che sarebbe accaduto, che un colpo d'artiglieria americana sarebbe penetrato nella Cattedrale?

Dunque nella lettera ricostruisce con lucidità l’evoluzione degli avvenimenti precedenti la strage, le difficoltà incontrate dalle indagini, ma esprime anche il suo grande dolore. Il suo animo non è turbato dalla calunnia, che pur cominciava a circolare e che sopportò con la serenità dell’innocente, ma proprio dall’essere stato un protagonista determinante di quel giorno, «che non si potrà dimenticare giammai e che, credo, mi abbia tolto per sempre il sorrido dal cuore e dal volto».

Pur cercando di operare al meglio per la sua gente, di fronte allo strazio personale per essersi ritrovato, suo malgrado, coinvolto in una vicenda drammatica di tali proporzioni, ecco la decisione di abbracciare la Croce e di offrire a Cristo le proprie sofferenze, come scrisse nel diario personale il 25 settembre 1944: «Io voglio lasciare tutto nelle mani di Gesù. Sopportare questa menomazione del mio nome [...] per sconto dei miei peccati e non lasciarmi distrarre da ciò che è il mio dovere, sia personale: ricercare Gesù, fino a farne veramente la mia vita, sia di ufficio: curare, meglio che non abbia fatto fin qui, la diocesi [...]. Gesù penserà a me! Io cercherò di amare Lui. E le sofferenze le offro a Gesù, per le anime, per la diocesi, per sconto dei miei peccati». E con la lettera si comprendono meglio anche le parole pronunciate dal Card. Dalla Costa per ricordare Mons. Giubbi ad un mese dalla morte nel 1946: «Uomo semplice e retto e ricco di timor di Dio, mentre non conobbe che il dovere, in tutto e sempre guidato da quella fede che fu il sole illuminatore della sua vita, coronata dall'amaro assenzio della tribolazione e dalla preziosa morte dei giusti. Sia in pace e benedizione la sua memoria». (da Il segreto del vescovo Giubbi: pastore della diocesi di San Miniato dal 1928 al 1946, a cura di Mons. Fausto Tardelli, Diocesi di San Miniato, Supplemento al n. 33 di Toscana Oggi del 24/09/2006)

Inoltre, dal testo della lettera, si apprende anche lo stato materiale delle parrocchie della Diocesi: la Cattedrale gravemente danneggiata, così come il Seminario e l'Episcopio. Le chiese di Roffia e San Pierino praticamente distrutte, oltre all'uccisione del parroco di Montopoli.

La Cattedrale di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Di seguito il testo integrale della Lettera, conservata presso l'Archivio Arcivescovile di Firenze, Fondo della Cancelleria Vescovile, Sezione 3 Corrispondenza degli Arcivescovi, anno 1944, busta n. 24.:

S. Miniato, 27.VIII.'44
Eminenza,
mi approfitto di P. Simi che torna a Firenze (è la prima occasione che mi si presenta) per dirvi sua pure, in succinto, alcune notizie di S. Miniato e del gravissimo fatto del 22 luglio. Per la prima parte del fatto vi rimetto una copia di una dichiarazione che mi fu chiesta. In seguito alla battaglia varie cannonate caddero in Cattedrale ed una (se fosse una cannonata o un ordigno esplosivo, come si dice, soltanto un esperto in materia, neutrale e coscienzioso, può stabilire) vi produsse la strage di una 80na di persone: circa 30-35 morte sul colpo o dopo poco e altre decedute in seguito alle ferite, tutte non lievi, e non potute curare per insufficienza di mezzi. Creda, Eminenza, che fu una giornata indescrivibile, che non si potrà dimenticare giammai e che, credo, mi abbia tolto per sempre il sorrido dal cuore e dal volto. Il Signore permise che io fossi, assolutamente ignaro di quanto sarebbe avvenuto, (altre battaglie erano avvenute sopra la città e la popolazione era stata lasciata nei propri rifugi) indirettamente strumento di questo eccidio, per avere impartito ordini che mi vennero fatti impartire “per la salvezza della popolazione” e che, se fossero stati eseguiti subito con fede e disciplina, io penso, sarebbero riusciti allo scopo. Ma basta di questo e che il Signore accolga lo strazio dei feriti, la morte di tanti poveretti, e il dolore dei rimasti, per un ritorno dei fedeli a Dio! Guai a noi se tanto dolore e questo comune gastigo, non raggiungesse l'effetto di bene che Dio ne vuol trarre.
La Cattedrale è stata nuovamente e gravemente colpita. Delle Chiese Parrocchiali di città, una sola, per ora, è salva; le altre tutte più o meno segnate. Quella di S. Stefano, la più sciupata, si può dire semidistrutta. Il Seminario e il Palazzo Vescovile hanno subito danni gravi. Nella Diocesi (per quello che ho potuto sapere) quasi tutte le Chiese e le canoniche bersagliate. Alcune del tutto distrutte (2) ed altre 4 o 5 semi-rovinate, fra le quali (per 3/4 crollata col campanile e la casa canonica) quella che V. Em. Inaugurò due anni orsono, a S. Pierino. Di molte di queste furono minati i campanili, i quali portarono con sé il crollo della chiesa. Per ora, un solo Parroco, morto per una cannonata. Ma non ho affatto notizie di una 30na di parrocchie che si trovano al di là dell'Arno.
Qui ci troviamo in una condizione sempre più difficile per lo stillicidio continuo di cannonate che pretendono di colpire militari e postazioni americane e colpiscono civili e case di abitazione.
E di là dall'Arno è la stessa cosa (non è difficile indovinarlo) per i colpi che partono di qua.
E tutto questo: cui bono? Cui bono? Se almeno portasse al miglioramento dei popoli! Mentre il Comunismo e l'irreligiosità, e l'odio hanno cominciato a serpeggiare e far breccia nelle anime e nei cuori, stanchi ed esasperati, ma molto: illusi. Che il Signore ci usi misericordia e che noi possiamo meritarcela!
Ho saputo qualche cosa di Firenze città, poco o nulla della V. Diocesi, sempre ancora sotto questo rullo distruttore, ma quello che ho saputo, mi basta per poter indovinare il Vostro Dolore e l'animo Vostro straziato. Quindi mi scuso se Vi ho tediato con i miei sfoghi.
Vi chiedo una preghiera per me, per la mia Diocesi, per i miei Preti, perché siano all'altezza della loro missione specialmente in questo momento.
E anch'io ho pregato e pregherò per Voi e le Vostre intenzioni, mentre, baciandovi la S. Porpora, mi confermo Vostro in G. C.
+ Ugo Giubbi
Scusatemi la fretta, con la quale ho dovuto scrivere questa lettera.

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