Visualizzazione post con etichetta Busto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Busto. Mostra tutti i post

domenica 27 novembre 2011

INAUGURANDOSI UN BUSTO DI AUGUSTO CONTI (seconda parte)

Interventi correlati:

Continua il nostro percorso alla scoperta di Augusto Conti, insigne sanminiatese che molto fece per l’Unità d’Italia, dapprima come portabandiera a Curtatone e Montanara e poi come senatore e filosofo. Dopo l’introduzione pubblicata da Rassegna Nazionale, in questa seconda parte proponiamo discorso dell’allora Sindaco Agostino Bachi pronunciato all’inaugurazione del busto di Augusto Conti. L’opera fu realizzata dallo scultore Antonio Bordone e inserita nella nicchia progettata dal Prof. Cassioli. L’epigrafe fu redatta da Guido Mazzoni, allora segretario dell’Accademia della Crusca alla quale apparteneva lo stesso Augusto Conti.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi



Estratto da RASSEGNA NAZIONALE, fascicolo del 16 aprile 1906

Un anno è scorso rapidamente. – Un anno fa un Vegliardo, il nostro grande Concittadino, giaceva estinto sul suo letto di grandi dolori; la Morte lo aveva toccato con l’ala sua gelida, lasciandolo in braccio alla Gloria.
Un inno, di subito si levò in Italia e fuori, e fu un inno che pianse e cantò: pianse la perdita del Cittadino, pianse la dipartita di Lui dall’affetto de’ suoi, degli amici, dei discepoli; cantò le laudi del filosofo, dello scrittore, dell’uomo innamorato dell’arte, e di quest’inno che mirabile slancio che unanime creò, risuona sempre l’eco sonora, che si ripercuoterà quando una voce umana vorrà evocare le supreme idealità del Vero, del Bello e del Buono.
E come sarà possibile a me, non ultimo nella venerazione per l’Uomo illustre, ma ultimo per ingegno e perdono di parola eloquente, aggiungere una nota a quell’inno glorioso? Io acuirò le forze della mia povera mente per quella sola possibile, quella, cioè, del comune affetto per il grande Concittadino. E questa nota, o abitanti del Samminiatese, l’avete già espressa Voi, quando per mezzo della vostra Rappresentanza municipale voleste che non indegna cornice accogliesse il dono prezioso che il Signor Alessandro Norsa, per affetto inesauribile verso il Padre della sua diletta consorte, volle farci della venerata effigie; e voleste ancora che il Ch.mo Prof. Guido Mazzoni, con alata parola, nel breve spazio di pietra concessogli scolpisse la vita intemerata e sapiente del caro estinto. Da Voi, amati concittadini, trarrò la forza, dico anzi l’audacia di pronunziare questa breve commemorazione. Se potessi trasfondere nella mia parola il fremito di commozione affettuosa, che in questo momento fa battere i vostri cuori, oh! Allora sì che essa fatta sopra ogni altra eloquente saprebbe evocare dinnanzi a Voi la figura di Augusto Conti, quale io la sento: figura superba e fiera, vivificata da un’anima grande, alla quale fu dato vedere sublimi armonie, fu luce perenne una fede fortemente sentita, supremo dovere l’amor della patria, sorriso ineffabile gli affetti della famiglia.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Le date della nascita, della morte, lo stato di servizio d’insegnante per più di mezzo secolo, tutto ciò noi conosciamo, né vogliamo ripetere.
La vita di Augusto Conti, o Signori, è un ammaestramento continuo nella parola e nell’opera: di essa ho visioni delle quali la mia mente si compiace nei momenti meno tristi e il cuore si solleva. E queste visioni oggi ricordo, e più chiare mi si presentano, qui, dinanzi all’effige pensosa di Lui.

Io lo vedo giovane, baldo, con il vessillo tricolore in pugno, in mezzo ad una primavera d’eroi, dalle vette dell’Appennino inneggiare alle Alpi, monti sublimi incoronati di raggi e di tempeste, alle Alpi che in quel momento gli fanno traboccare l’anima di dolore e d’allegrezza: la servitù dei fratelli, la speranza della prossima liberazione. Scende la schiera de’ prodi sul fiume di Virgilio e sul verde piano l’epica lotta s’ingaggia; furono vinti, ma la loro sconfitta ha la sua pagina gloriosa nella storia degli eserciti vicino a quella delle Termopili.
E il giovane baldo, con pochi superstiti, compie la ritirata su Brescia; e là si presenta il suo Generale, al De Lauger, e riconsegnandogli la bandiera, gli dice: << Generale, onorata la presi, onorata la rendo >>. La fierezza di queste parole è la coscienza di un dovere assolutamente compiuto. E questo generoso inizio del suo amore per l’Italia, sarà la solida base su cui si eleverà il suo patriottismo sincero, non mai smentito, e da cui trarrà ispirazioni veramente geniali, dai momenti di tristezza infinita della servitù fino agli ultimi momenti della sua vita dopo la riscossa – i fati d’Italia saranno segnati da lui in mirabili documenti: egli vedrà Vittorio Emanuele II principe profetato dell’Alighieri e dal Machiavelli ed affermerà che Giuseppe Garibaldi, deponendo nelle mani del Gran Re la dittatura di tante province, superò con senno e la virtù il proprio valore, non mai vinto dai nemici d’Italia!

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Io lo vedo nella pienezza della sua virilità. A tarda ora della notte, in piedi vicino ad un’alta scrivania; la luce della lampada illumina l’alta sua fronte – scrive l’ultima pagina della opera classica, la storia della Filosofia, compiuta con serena obiettività. Egli, con mirabile sintesi, rievoca tutta la storia del pensiero umano nelle sue manifestazioni per la ricerca della verità, e la mano docile corre sulla carta e trascrive: Là nel silenzio de’ templi orientali e tra’ i colonnati di Pesto e Crotona, le conservate tradizioni del tempo primitivo si trasfondono nelle platoniche contemplazioni; ne’ giardini e porticati di Atene Socrate conversa e n’esce la schiera degli oratori e degli storici che son meraviglia del mondo; nelle ville romane e nel Foro nasce la filosofia del buon senso e l’applicazione di lei alla giurisprudenza s’ordina geometricamente e regge ancora le più civili nazioni; nelle Catacombe, dal Colosseo, tra i padiglioni crociati di Costantino e gl’idoli infranti, sorge la filosofia del Cristianesimo, che si svolge poi ne’ chiostri solitari, ove medita San Tommaso e dipinge l’Angelico, nelle scuole operose ove si formano la prosa del Passavanti e la poesia dell’Alighieri; ed infine il filosofo scende per i maggiori delle scuole moderne fino al Vico, che applica l’osservazione interiore alla vita del genere umano e ci dà la filosofia della storia; da ogni parte, egli conclude, un lavoro continuo ardente per comparare i fatti dell’animo umano con tutte le tradizioni, con tutte le lingue, con tutti i sistemi, con tutte le arti, con tutte le leggi affinché se ne aduni la totalità delle manifestazioni dell’anima nostra, dentro di sé e nelle sue attinenze con l’umana famiglia, con l’universo e con Dio, in tutta la vastità dello spazio e del tempo.
Ed egli, che aveva già scritto i Criteri e già letto tutti gli Autori di cui si era occupato nella sua storia, forse in quell’ora di letizia per il compimento dell’opera sua, vide la grande ombra del Gioberti assenziente, del Gioberti, che sarei tentato di chiamare il vicin suo grande; perché sembra innegabile che la luce emanante dal filosofo piemontese abbia irradiato la mente del nostro Conti ed abbia plasmato la sua nobile figura di cittadino e pensatore. Certamente dovettero piacergli gl’impeti focosi dello stile del Gioberti, stile subito e passionato come il Bruno. Ed egli conferma la propria testimonianza che il Primato riformò gran parte della gioventù italiana, la invogliò di un accordo tra la religione, la scienza e la libertà del nostro paese, la svogliò di tenebrose cospirazioni e di pugnali, la commosse all’aperto congiurare della volontà risoluta ed in ogni modo palesata e della virtù. Presentimmo tutti, dice poi a mo’ di commento, che degli animi così preparati doveva nascere presto grandi novità; l’aspettavamo con certezza, e le novità nacquero ad un tratto, perché i fatti civili li crea il forte consentimento; da un libro (noi ne siamo testimoni) – egli seguita – dal Primato d’Italia folgorò il 1848, la cui memoria fa battere il cuore a tutti noi che rammentiamo la serenità di quei giorni e l’allegria di que’ canti di guerra e di speranza.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Io lo vedo vecchio e cieco, in mezzo alla sua nuova famiglia, che gli prodiga le più amorevoli cure, circondato dall’amore sviscerato della figliola, dei parenti, dall’affetto dei suoi discepoli che vedono e ricordano in Lui il venerato Maestro.
La sua mente è serena e lucida, confortata da principii incrollabili, che in Lui si sono idealizzati supremamente: infatti egli detta il Discorso per Curtatone e Montanara e poco dopo il Messia – quello fremente amore vero di patria, gloria pe’ morti di quella memoranda giornata, inneggiante al vessillo tricolore, che unico dall’Alpe alla Sicilia s’inalbera sulla torre d’Arnolfo; questo, visione d’asceta, quasi viatico (come egli si esprime) per l’altra vita.
Vedo sulla fronte del Vegliardo, che le forze fisiche venute meno confinano per lunghe ore immoto, passare, segnalate da impercettibili movimenti, le memorie de’ tempi suoi: la illetta natale delle Fonti, le apriche collinette, le valli consapevoli di tante sue lacrime, di tanti suoi gaudii, dove per tanto tempo sedé nel Consiglio municipale in quella sala di cui tanto si compiaceva, perché gli ricordava, ne’ dipinti del quattrocento e nelle araldiche imprese di tanti valentuomini, un passato non inglorioso; a cui diè tanta opera sua nelle amministrazioni locali e nel Parlamento.
Vedo su quella fronte passare il ricordo dei primi ardori giovanili, della campagna del 48, delle speranze di que’ giorni e dei timori per la libertà; del suo insegnamento che cominciò qui, nella sua Città natale, e poi continuò per più di mezzo secolo nel modo più eletto, più coscienzioso e che ha dato agli studiosi e ad ogni ordine di cittadini una enciclopedia filosofica, letteraria ed educativa, che è e resterà monumento della sua operosità – la vedo illuminarsi di un senso di tenerezza al ricordo della sua prima consorte adorata; di un sentimento di profonda soddisfazione rivedendo nel silenzio della luce la grandiosa sua concezione dell’idea che decorò la facciata di S. Maria del Fiore, idea della quale Egli andò sempre superbo, e che inveri è opera degna della mente sua poderosa.
Ma quella fronte si offusca: passano i ricordi di tante amarezze. Egli fu buono, buono in sommo grado; e questo mondo, o Signori, voi ben sapete che i buoni affligge; ed Augusto Conti ebbe nella vita molte afflizioni e amarezze, e soprattutto lo addolorò un pensiero: quello che si dubitasse, che si negasse il suo amore per l’Italia.
Egli non ha bisogno della mia difesa; l’opera sua lo difende – ma sia concesso a me, che non seguo la sua filosofia, di affermare ancora una volta con voce sonora: Si, Augusto Conti amò l’Italia liberata dallo straniero, indipendente e una; amò la libertà e quanto altri la vide come luce perenne, nata inseparabile con la coscienza dell’uomo, sublimata nei dolori, nelle lotte, nei martiri della fede e del pensiero.
Sfollate, o scribi e farisei di tutti i partiti, d’intorno alla veneranda figura. Augusto Conti oggi appartiene solamente ai buoni d’ogni partito, perché essi nella vita e nelle opere di Lui trovano e troveranno sempre un esempio, una parola che conforta nelle quotidiane miserie, che fortifica nelle lotte per le giuste aspirazioni del progresso, della scienza, della civiltà.
E questa figura eminentemente civile, per volontà di popolo, sulla facciata della Casa del popolo avrà perenne ricordo; e l’effigie venerata evocherà per noi e per le venture generazioni le sembianze di tanto Concittadino, che fu grande per inesauribile bontà, per sommo sapere, per operosità senza pari, per inestimabile virtù.


6 marzo 1906
Agostino Bachi
Sindaco di San Miniato

domenica 13 novembre 2011

INAUGURANDOSI UN BUSTO DI AUGUSTO CONTI (prima parte)


Continua il nostro percorso alla scoperta di Augusto Conti, insigne sanminiatese che molto fece per l’Unità d’Italia, dapprima come portabandiera a Curtatone e Montanara e poi come senatore e filosofo. Proponiamo, di seguito, il fascicolo estratto da Rassegna Nazionale che tratta dell’inaugurazione del busto presso il Municipio di San Miniato. In questa prima parte proponiamo l’introduzione al discorso del sindaco di allora Agostino Bachi che invece sarà trattato nella seconda parte.

Estratto da RASSEGNA NAZIONALE, fascicolo del 16 aprile 1906

Pubblichiamo il discorso pronunziato il 6 marzo 1906 dal sindaco di San Miniato, inaugurandosi sulla facciata di quel palazzo municipale un busto marmoreo dell’illustre Filosofo. Il monumento di San Miniato è riescito una bellissima cosa nella sua semplicità. – In una artistica nicchia di pietra di Fiesole (nicchia disegnata dal Prof. Cassioli) sta il bellissimo busto del Conti dovuto allo scalpello dell’esimio Professore Bortone. Il fondo della nicchia imita l’antico mosaico di cui la doratura dà maggior risalto alla figura del Professore, che pare guardi fisso la bella facciata della Chiesa del Crocifisso dirimpetto al palazzo del Comune. Sotto il busto vi è la seguente Iscrizione dettata dal Prof. Guido Mazzoni, Segretario della R. Accademia della Crusca: La effige di AUGUSTO CONTI – soldato legislatore filosofo – che le ideali armonie della vita – dalla cattedra e dai libri mostrò – volle qui posta il Comune – nell’anniversario della morte – di tanto cittadino – VI marzo MCMVI.

Epigrafe commemorativa di Augusto Conti
Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Alla inaugurazione di questo busto tutta la cittadinanza Samminiatese partecipò come alla glorificazione del suo illustre conterraneo, e si associarono lontani S. E. il Conte Guicciardini, Deputato del Collegio, i Senatori Gabba, Villari, Blaserno, Sonnino. Si nota con piacere che il ricordo posto ad Augusto Conti fa riscontro ed è simmetrico alla lapide commemorante il plebiscito che portò l’aggregazione della Toscana all’Italia. Ecco l’iscrizione dettata dal de P. Giuseppe Manni d. S. P. Accademico residente della Crusca, e apposta alla casa dove A. Conti nacque, in San Pietro alle Fonti a San Miniato: - In questa casa – il VI dicembre MDCCCXXI – nacque AUGUSTO CONTI – sulla cattedra e ne’ volumi – filosofo e letterato – di sapienza e bellezza antica – tenace ad armonizzare – nella diritta coscienza – la fede avita – e l’italica libertà – propugnata – a Curtatone col braccio – in parlamento colla parola – dovunque e sempre – con l’aperto esempio – di virtù grandi.

Epigrafe commemorativa di Augusto Conti
Villa Contessa Marianna, San Pietro alle Fonti, San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Iscrizione dettata dal Prof. Giovanni Tortoli, Arciconsolo della R. Accademia della Crusca, e apposto alla casa dove A. Conti morì, in Firenze, via Marsilio Ficino, N. 4: Qui ne’ VI Marzo del MCMV – finiva a LXXII anni di vita – AUGUSTO CONTI – samminiatese – per la patria prode e operoso – nelle lettere illustre – nelle filosofiche discipline – solenne maestro – che dall’eterna armonia – del vero e del buono – trasse un accordo di dottrine e di affetti – che lo fece all’Italia – mirabile esempio – di fede sapienza virtù.

Epigrafe commemorativa di Augusto Conti
Casa di Augusto Conti, Via Marsilio Ficino 4, Firenze
Foto di Francesco Fiumalbi

Nella seconda parte, sarà proposto il discorso commemorativo pronunciato dall’allora Sindaco di San Miniato, Agostino Bachi, in occasione dell’inaugurazione del busto di Augusto Conti.

Interventi correlati: L’ITALIA FUTURA DI AUGUSTO CONTI


mercoledì 9 giugno 2010

UN SANMINIATESE A LONDRA

di Francesco Fiumalbi

Passeggiando per l’affollata Cromwell Road, a South Kensington, lo sguardo viene attratto da un grande edificio in stile vittoriano. L’eclettismo architettonico, col quale si presenta, colpisce inevitabilmente l’attenzione del passante italiano. Paraste, che sostengono una sproporzionata trabeazione, sono interrotte da preziosi bassorilievi, disposti a comporre un portale gotico dalle sembianze romaniche, il tutto sormontato da una cuspide ottagonale dal sapore mediorientale. Verrebbe da dire: un “pastrocchio”! Si tratta del Victoria and Albert Museum. L’edificio è in realtà uno straordinario campionario di architettura narrativa. Comunica la forza dell’Impero, la sua potenza, la sua capacità di governare su gran parte del globo, al cui centro vi è Londra, la sede dei regnanti, un microcosmo permeabile dove sintetizzare, con mai sazia retorica, il primato inglese sul mondo. In un ambiente così totalizzante, entrando nella Sezione “Medieval and Renaissance”, nella stanza 64a, ci si imbatte in una scultura marmorea, un busto, quantomeno enigmatica. Senza dubbio un’opera estremamente pregevole, che denota la grande maestria dell’autore. Da una mantella, si erge la testa di un vecchio, quasi calvo, con occhi molto incavati, ma che, pare, accenni una specie di sorrisetto come chi la sa lunga. Il realismo è impressionante: la mente corre alla ricerca di parole che possano descrivere quanto appare agli occhi. “Non sorride per grata, amabile disposizione dell'animo, né per orgogliosa compassione: ma per malizia, e dirò, anzi, per spregio” recitava Curzio Malaparte in Maledetti Toscani.
Posando l’attenzione sulla targa vi si legge “Giovanni di Antonio Chellini di San Miniato”, opera di Antonio Rossellino, fratello del più celebre Bernardo. Un sanminiatese a Londra? Chi è questo signore?

Per vedere la foto, cliccare il link:
Immagine numero 1

Giovanni Chellini, figlio di Antonio, conosciuto anche come Giovanni Sanminiati, nacque a San Miniato nel 1373(1), in una famiglia abbastanza importante “Vengono da San Miniato al Tedesco, e si son chiamati anticamente Chellini. Hanno avuto due Priori, due Senatori, un Prelato; ed hanno provato il Quarto a Malta, ed a San Stefano. Ne la casa del Senatore Ascanio, ed Figliuoli dal Canto al Mandragone”(2). Di Giovanni Chellini si ha notizia a Firenze, nel 1401, quando è eletto docente di Logica e Filosofia all’Università di Firenze, incarico poi confermato l’anno successivo, dietro compenso di 50 fiorini. In seguito assunse cariche prestigiose all’interno dell’Ateneo Fiorentino, fino a ricoprire il ruolo di vice-rettore(3). Sposato con una donna di nome Nanna (morta a San Miniato a seguito della peste del 1437), Giovanni Chellini era anche mercante, elargiva prestiti, come documentato nel suo “Libro di Debitori, e Creditori”. Da tutte queste attività aveva ricavato importanti somme di denaro che aveva reinvestito in possedimenti a Firenze (abitazioni e botteghe) e a San Miniato (terreni). Di questo abbiamo notizia in numerose memorie che M. Teresa Sillano ha curato in “Le Ricordanze di Giovanni Chellini da San Miniato, medico, mercante e umanista (1425-1457)", Milano, 1984. Si tratta di testi non redatti per i posteri, ma per se stesso e narrano svariati episodi “obbedienti solo alla sensibilità di chi era protagonista di una routine intessuta di lavoro e di ménage familiare” (M. T. Sillano).
All’interno delle Rimembranze colpisce il legame che il Chellini ebbe con Donatello. Il celebre scultore, tornato a Firenze dal suo soggiorno a Padova nel 1453, ebbe bisogno di cure che gli furono prestate dal Chellini in data 27 agosto 1456. Per riconoscenza all’aiuto ricevuto, Donatello donò al medico un “un tondo grande come un tagliere, sul quale era scolpita la Vergine Maria con il Bambino al suo collo, e due angeli ai lati, tutte di bronzo, e in esterno lato è stato scavato in modo che il vetro fuso può essere riversato su di esso, e sarebbe rendere le figure stesse dall'altra parte", conosciuto come “Madonna Chellini” e conservato anch’esso al Victoria and Albert Museum di Londra (4).
Essendo molto anziano, Giovanni Chellini aveva da tempo pensato ad una collocazione per la propria sepoltura. Nel giugno del 1455 aveva provveduto a costruire in prossimità del lato destro del transetto della Chiesa dei Santi Jacopo e Lucia, meglio nota come Chiesa di San Domenico, una cappella dedicata ai Santi Cosma e Damiano, protettori dei Medici. Per far ciò aveva “dotato” la cappella di alcuni terreni situati presso Ribaldinga, Fontevivo, Reggiana e Nocicchio, affinché si provvedesse a quanto necessario (5). Tuttavia, al momento della sua morte, avvenuta nel 1461, il sepolcro non doveva essere ancora pronto perché il corpo fu tumulato provvisoriamente nella chiesa fiorentina di San Michele Visdomini e poi portato a San Miniato dal nipote Bartolomeo come lascia intendere l’epigrafe del sepolcro “IOHANNI CHELLINO FLORENTINO CIVI PRECLARO*ARTIVM/ MEDICINEQVEE XIMIO DOCTORI*SEPVLCHRVM HOC / BARTHOLOMEVS NEPOS ET GRATVS HERES*CONSTRV / ENDVM CVRAVIT*VIXIT AVTEM HONORE DIGNVS ANIS / FERE NONAGINTA*OBIIT DIE IIII° FEBRVARII MCCCCLX”.

Foto scattata da Rita Costagli e pubblicata in "Rita Costagli alias ritrilly, Vivere San Miniato sulle ali dell'anima"
http://ritrilly-vivereasanminiato.blogspot.com/2010/02/un-samminiatese-piu-noto-oxford-che-in.html

Si tralascia il discorso sulla Cappella dei Santi Cosma e Damiano di cui si parlerà approfonditamente in un altro articolo.

Il Chellini rimase molto entusiasta dell’opera ricevuta da Donatello e gli commissionò una maschera al fine di trarne un busto che avrebbe fatto da “campione” per il suo sepolcro. All’epoca era frequente produrre maschere di questo tipo, anche dopo la morte (prendono il nome di “maschere funebri”) per costituire busti-ritratto in bronzo. Donatello effettuò la commissione, poi l’incarico di realizzare il busto fu affidato ad Antonio Rossellino, fratello del più celebre Bernardo. La scultura fu realizzata in marmo e rappresenta uno dei primi raffinatissimi busti-ritratto rinascimentali nonché il primo lavoro noto eseguito da Antonio Rossellino. Quest’ultimo ricevette grande notorietà da questo lavoro, tanto da acquisire in seguito importanti commissioni come la Tomba del Cardinale del Portogallo nella chiesa fiorentina di San Miniato al Monte.
La scultura presenta una cavità sottostante in cui si legge “MAGisteR IOHANES MAGistRI . ANTONII DE SancTO MINIATE DOCTOR ARTIVM ET MEDICINE . MCCCCLVI.” Poco più in basso “OPUS ANTONII”. Questa epigrafe pare sia stata un aggiunta successiva, risalente all’anno della morte di Giovanni Chellini, anche se non è da escludere del tutto che sia coeva con la realizzazione del busto. Infatti una simile iscrizione si legge anche in un’altra opera, tra l’altro molto simile a questa, del Rossellino, il Busto-ritratto di Matteo Palmieri del 1468, conservato al Museo Nazionale del Bargello a Firenze.

Per vedere la foto, cliccare il link:
Immagine numero 3

Il busto di Giovanni Chellini rimase di proprietà della famiglia Sanminiati-Chellini (6), i cui possedimenti passarono ai Pazzi a seguito del matrimonio, nel 1751, di Cosimo Pazzi con Maria Camilla Sanminiati, figlia del Senatore Ascanio Sanminiati. Il busto entrò a far parte della collezione Pazzi e trovò posto all’interno dello storico palazzo della famiglia in Borgo Albizzi. Nel 1860, a seguito di una divisione all’interno della famiglia Pazzi, il busto venne venduto a John Charles Robinson per formare la collezione di scultura del nascente Victoria and Albert Museum di Londra, dove tuttora è collocato (7).

Il busto fu in un primo momento attribuito a Donatello, sia per il rapporto fra lo scultore e Giovanni Chellini, sia perché nel 1841 venne citato in Palazzo Pazzi come opera di Donatello (8). Questa attribuzione è erronea. Oggi è riconosciuto da tutti come un manufatto di Antonio Rossellino per diversi motivi. Il busto è molto vicino al ritratto scultoreo che Neri Capponi fece realizzare dalla bottega di Bernardo Rossellino, nel 1457, per il proprio sepolcro presso la chiesa di Santo Spirito. Neri Capponi, commissario dello stato di Firenze, è una figura di primissimo piano nel panorama fiorentino della prima metà del ‘400 e aveva intessuto legami anche con Giovanni Chellini, del quale parla nelle sue Rimembranze. Il marmo utilizzato, dal caratteristico colore brunastro, è il medesimo che Antonio Rossellino utilizzò per scolpire il San Sebastiano, oggi conservato al Museo della Collegiata di Empoli. Infine l’iscrizione nella parte incava del busto.

Il genere dei busti-ritratto assume un ruolo centrale all’interno della produzione artistica del Quattrocento fiorentino. Lo storico Schuyler vede in Mino da Fiesole il precursore di questo campo. Tuttavia questa tesi viene rigettata a favore del celebre Donatello. A differenza degli archetipi classici, che Donatello avrebbe avuto modo di ammirare durante il suo soggiorno romano, i busti rinascimentali hanno una componente psicologica diversa. Come nota Pope-Hennessy (9), Donatello mostra la capacità di trasformare un modello astratto in un personaggio complesso, attraverso l’uso creativo dell’osservazione della natura umana, piuttosto che della corretta fisionomia. Secondo Irving Lavin l’allusione intenzionale del busto-ritratto è da riferirsi al concetto di Totus Homo, vale a dire l’individuo in sé, con le proprie peculiarità fisiche, completo del carattere.
Lightbown, riferendosi al Busto di Giovanni Chellini, afferma che la conoscenza del motivo per il quale un uomo sia arrivato a commissionare un busto di se stesso ci aiuterà a definire l’ambito d’azione dell’Umanesimo Fiorentino (10).
Il busto di Giovanni Chellini si mostra come una scultura estremamente semplice nella composizione, ma altrettanto complessa nel suo significato. A livello stilistico non si confà a modelli classici, ma denota una forte componente espressionista. L’immagine tridimensionale del soggetto pare catturata, rubata. Fissa un’immagine istantanea, quasi fosse una fotografia. Non vi sono componenti idealizzate, il soggetto appare nella sua effettiva natura fisica. Manca di simmetria e presenta un’espressione fra il risoluto e il divertito. Ci comunica di un uomo colto, raffinato, ma anche estremamente riservato. Egli non partecipò alla vita politica e mantenne forti legami con la propria città d’origine dove volle essere tumulato. La più importante è forse la componente autocelebrativa, senza pretese retoriche. Un ritratto di se stesso, commissionato al termine della propria vita, quasi a volersi vedere, estraniato dal proprio corpo, per potersi giudicare. Le Rimembranze non gli bastano, non sono abbastanza. Utilizza quanto la natura mette a disposizione, la pietra, facendola diventare interprete della riflessione personale,di un modo per sintetizzare la propria esistenza.



Per vedere la foto, cliccare il link:

Per vedere la foto, cliccare il link:

Vale la pena di concludere con le parole di Bernard Berenson: “La Rinascenza portò l’emancipazione dell’individuo, col persuaderlo che l’universo era stato creato per servire alla sua felicità. (…) In ciò il nostro massimo debito alla Rinascenza: nell’aver fissato a criterio d’ogni azione il vantaggio umano. La Rinascenza non sviluppò questa idea a risultati pratici; ma il nostro debito è infinito, per gli effetti che la stessa idea doveva produrre al nostro tempo” (11).

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) "Giovanni Chellini, medico di S. Miniato" Rivista di storia delle scienze mediche e naturali, n. 9, 1927, pagg. 106-17.
(2) G. M. Mecatti “Storia genealogica della nobiltà, e cittadinanza di Firenze”, Naples, 1754, P-95
(3) A. Gherardi “Statuti della Universita e Studio Fiorentino”, Firenze, 1881, pp.375-6, No.CXIII:
30 Novembris1400 ... Elegerunt. .. magistrum Joannem magistri Antonii, cum salario forenorum 50'; pp.375-7, No.CXIII: 'Die 26 Septembris 1402 [elegerunt] ... magistrum loannem magistri Antonii de Sancti Miniate, ad legendum Loicam et Filosofiam, cum salario florenorum 5o'; p.18 1, No.LXXXIII: '1403, Aprile 2. Dominus Rector et Consiliarii Studii florentini, absentibus tamen magistro Johanne de Sancto Miniate et domino Johanne de Perusio, imposueruntom nibus et singulis doctoribus, qui ad presens legunt in hoc Studio, denarios sex pro floreno de denariis quos recipere debent a Camera Communis Florentie, et omnibus scolaribus cuiuscumque facultatis soldos undecim florenorum parvorum pro quolibet, pro colletta Sancti Zenobii'; pp. 181-2, No. LXXXV:'1403, Settembre15 . Magister Johannes... de Sancto Miniate, vicerector dicti Studii [i.e. Florentini]”.
(4) Si veda la scheda presso il Sito del Museo:
http://collections.vam.ac.uk/item/O70184/roundel-the-virgin-and-child-with/
(5) Bibl. Comunale di San Miniato, Manoscritto U. 2, Priore Fra Gerolamo Rosati, "Cronache del convento di S. Jacopo di S. Miniato," 1595, i, foglio. 39v f. Anno 1456
(6) L’opera è citata da Bocchi e Cinelli nella collezione di Ascanio Sanminiati in “Le bellezze della Città di Firenze”, 1677
(7) Si veda la scheda presso il Sito del Museo:
http://collections.vam.ac.uk/item/O16256/bust-giovanni-di-antonio-chellini-da/
Si veda il testo “Inventory of the Objects in the Art Division of the Museum at South Kensington, Arranged According to the Dates of their Acquisition. Vol I.” London: Printed by George E. Eyre and William Spottiswoode for H.M.S.O., 1868, pag. 4: Bust. Marble. Portrait of Giovanni di San Miniato, italian (florentine) by Antonio Rossellino, Signed and dated 1456. N. di catalogo 7671/’61.
(8) C. Ridolfi, “Notizie e guida di Firenze e de' suoi contorni”, Florence [1841], p.447.
(9) J. Pope-Hennessy “Renaissance Sculpture”, London, 1958, revd., 1971; “The Portrait in the Renaissance”, Washington, D.C., 1963
(10) R. W. Lightbown, “Giovanni Chellini, Donatello e Antonio Rossellino” in The Burlington Magazine, Vol. 104, No. 708 (Mar., 1962), pp. 100+102-104
(11) Bernard Berenson, “I pittori italiani del Rinascimento”, ed. Bur Laterza, pag 42.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...