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mercoledì 30 maggio 2012

I TERREMOTI DI SAN MINIATO E DEI SANMINIATESI

di Francesco Fiumalbi
[post aggiornato il 30 ottobre 2016]

Le scosse di terremoto, che hanno colpito Amatrice e una vasta area fra Lazio, Umbria e Marche (24 agosto 2016), si sono manifestate ai nostri occhi attraverso le terribili immagini diffuse dalle televisioni, dai giornali e dai vari canali internet. Ed ancora a Norcia (30 ottobre 2016) dove sono crollate la Cattedrale e la Basilica di San Benedetto. Sono immagini che impressionano, immagini di morte, di distruzione.
Il patrimonio architettonico di una vasta area italiana è stato cancellato in pochi attimi e molte opere storico-artistiche perdute per sempre. E come non dimenticare anche i terremoti dell'Emilia (2012), de L’Aquila (2009) e in Umbria-Marche (1997), le cui immagini sono ancora vive, impresse nella nostra memoria. Anche in questi casi, a farne le spese maggiori sono state le vite umane e lo straordinario patrimonio artistico. Ogni volta dolore, morte. Una ferita dopo l'altra, che difficilmente potranno risarcire.
Non vanno neppure dimenticati terremoti più recenti, seppur di modesta entità (e senza danni a persone o cose), che comunque hanno fatto tremare la Toscana e sono state chiaramente avvertiti anche a San Miniato: il piccolo sciame sismico a Certaldo (agosto 2014), in Garfagnana (gennaio-febbraio 2013), Greve in Chianti (dicembre 2014) e Castelfiorentino (25 ottobre 2016).

Salvo pochissime zone, tutta l’Italia è a rischio sismico, come si può vedere dalla Carta della Pericolosità Sismica, recepita dall'Ordinanza PCM 3519/2006 (G.U. n.105 dell'11 maggio 2006) e consultabile sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Per l’esattezza il territorio del Comune di San Miniato, con l’Ordinanza del PCM 3274/2003, aggiornata con la Deliberazione della Giunta Regionale Toscana n. 431 del 19.06.2006, è classificato in zona “3S”, ovvero zona con pericolosità sismica bassa, che può essere soggetta a scuotimenti modesti. La speciale zona 3S indica obbligo di azione sismica prevista per la zona 2.
Quindi nessun allarmismo, ma dobbiamo stare molto attenti poiché i terremoti possono avvenire ovunque, anche senza preavviso. L'unico modo per non incorrere in pericoli è quello di farsi trovare ben preparati. Lo scuotimento della terra, infatti, non miete vittime: sono gli edifici, costruiti senza criteri antisismici che, cadendo, provocano morti e feriti. L’unica soluzione possibile è costruire in maniera responsabile e, non meno importante, praticare continuamente opere di manutenzione alle nostre case e ai nostri monumenti.
Proprio perché nessuno può sentirsi completamente al sicuro, è bene ricordare alcuni episodi sismici che hanno coinvolto la Toscana centrale e in particolare la nostra zona e che ci dovrebbero servire da monito.

La Rocca prima dei restauri del 1888
Utilizzo ai sensi art. 70, comma 1-bis,
Legge 22 aprile 1941 n. 633 e succ. modif.

Il primo episodio che proponiamo è il terremoto che colpì Firenze il 28 settembre 1453, narratoci da un testimone d’eccezione: il sanminiatese Giovanni Chellini, di cui abbiamo avuto modo di parlare nel post UN SANMINIATESE A LONDRA. Un sisma stimato del V-VI grado della Scala Mercalli “modificata”.
“Richordo che nello anno millequactrocentocinquantatre a dì XXVIII di settembre a hore cinque di notte venne nella città di Firenze il maggiore e più terribile terremoto che per li viventi ne nostri dì mai fosse udito o sentito e durò presso che uno ottavo d’ora, per paura del quale grande quantità di persone uscirono dalle case andando per le piazze e luoghi scoperti, a ciò non cadessero loro addosso case e altri edificii gridando per la città a Dio misericordia, cum molte laude e orationi ad alte voci. Li signori uscirono dal palagio in sulla piazza per paura e fra gli altri Piero di Cosimo de Medici, sendo in casa sua malato di gotti, si fece portare a molti giovani a san Marco e facesi mettere nell’orto di quelli frati e cum cuperture e cum fuochi che in detto orto fece accendere cum altri suoi di casa vi si stete quella notte e abondavavi tanta gente che bisognò serrare la porta che non vi intrasseno. Cosimo suo padre era in villa sua a Careggi, malato di gotti. Caddero molti edifici e in santa Reparata nella chiesa caddeno loro addosso delle loro case e molte altre cose nella città ruinarono, la maggior parte de cittadini notevoli e cavalieri tutti per la città fuor di loro case in luoghi di piazze e maxime sul prato della Nuntiata e di san Marco stava grande quantità di gente per paura. Dopo quello grande terremoto quella medesima notte ne vennero circa otto, ma non grandi, ne terribili come quello primo, posto assi spaventasseno la gente.
Di poi la seguente notte che fu a dì 29 di detto mese alle 4 hore venne uno terremuoto non grande a buon pezzo come il primo della passa notte e dopo esso due altri piccoli, pur quella notte gran gente albergò supra piazze e prati e in orti di frati e di spedali per paura e domattina a dì primo d’ottobre s’è ordinato divote processioni per insino a 4 dì.” (1)

Firenze, Palazzo Vecchio
Foto di Francesco Fiumalbi

Il secondo episodio, ancora una volta non è sanminiatese, ma riguarda la vicina Empoli. Luigi Lazzeri, Canonico della Collegiata di Sant'Andrea di Empoli, all'interno della sua Storia di Empoli, nell'anno 1804 riporta: "Nel decorso del mese di Ottobre di quest'anno si sentirono sopra a quindici scosse di terremoto più o meno gagliarde, ma senza altro danno pel nostro Paese, che d'un generale spavento degli abitanti" (2). In merito a questo piccolo "sciame" sismico disponiamo soltanto di queste notizie.

Il terzo episodio è il terremoto del 14 agosto 1846, con epicentro nel Comune di Lorenzana (PI), fra Collesalvetti e Orciano Pisano e i cui effetti si propagarono anche nel Valdarno Inferiore, compreso a San Miniato che si trova a circa 30 km in linea d’aria. Fu un terremoto molto forte, stimato in VI-VII gradi della Scala Mercalli “modificata” (3) e molte chiese della parte occidentale della Diocesi di San Miniato (nei Comuni di Crespina, Fauglia, Ponsacco, Lari, Capannoli, Casciana Terme) risultarono gravemente danneggiate, se non distrutte. Nell’Archivio Vescovile della Diocesi di San Miniato è conservato un fascicolo contenente il quadro della situazione e le disposizioni intraprese dall’allora Vescovo Torello Pierazzi (4). Fortunatamente non si registrarono vittime, ma soltanto alcuni feriti. Questo fu considerato un vero e proprio miracolo e nelle parrocchie colpite, per molti anni, il 14 agosto venne solennemente cantato il Te Deum (5). I danni materiali furono ingenti ed anche nella nostra zona non mancarono situazioni critiche. A Fucecchio molte case risultarono gravemente danneggiate, così come il campanile della Collegiata di San Giovanni Battista (6). A San Miniato, almeno ufficialmente, non abbiamo notizie di danneggiamenti a persone o cose. Tuttavia, non è certo da considerarsi casuale l’abbattimento della Torre delle Cornacchie situata all’ingresso di Piazza del Duomo, proprio nel 1847 (7), che evidentemente minacciava di crollare dopo la scossa dell’anno precedente. Anche la Rocca non se la passò bene: ormai abbandonata da quasi tre secoli, dopo aver subito due assedi ed esser stata colpita ripetutamente dai fulmini, si confrontò anche con il terremoto. Così nel 1888 fu restaurata a spese del Governo Italiano e dichiarata “Monumento Nazionale” (8).

La Rocca prima dei restauri del 1888
Utilizzo ai sensi art. 70, comma 1-bis,
Legge 22 aprile 1941 n. 633 e succ. modif.

Il 18 maggio 1895 si verificò quello che viene chiamato "il grande terremoto di Firenze" (anche se in realtà l'epicentro è da individuarsi nella zona del Chianti). La scossa, che fu avvertita distintamente in tutta la Toscana provocò quattro vittime e il danneggiamento di molti edifici storici fiorentini (la più gravemente colpita fu la Certosa di Firenze). Di questo episodio rimangono immagini suggestive pubblicate sul blog dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. VAI AL SITO >>>


La prima pagina de La Nazione, 21 maggio 1895

Tutta l’Italia partecipò al dramma del terremoto di Messina e Reggio Calabria avvenuto la mattina del 28 dicembre del 1908. Anche in Toscana furono organizzati i soccorsi. I rappresentanti della Federazione delle Confraternite di Misericordia della nostra regione si adunarono il 31 dicembre presso la sede fiorentina e deliberarono di offrire il proprio aiuto. Tra i firmatari della lettera inviata al Prefetto figurava anche il Prof. Rossi per la Misericordia di San Miniato. Il prefetto Cioja rispose il 2 gennaio, ringraziando quanti si erano offerti per portare soccorso alle popolazioni siciliana e calabrese. Riportiamo un brano estremamente significativo tratto dal sito http://www.volontari.org/Terremoto_Messina.htm

“DA SAN MINIATO. Una squadra di volenterosi costituitasi per cura dell'on. conte Francesco Guicciardini, nostro deputato, partì Domenica 3 corr. per le province danneggiate dal terremoto. I componenti della squadra che viaggia a spese del ministero, furono scelti fra le tre associazioni benemerite cittadine, e la nostra Misericordia è rappresentata dai fratelli Rinaldi Carlo (infermiere) Micheli Corrado, Baldassini ed Olivieri (porta feriti). Questa squadra è comandata dal Sig. Amedeo Mancini pure fratello della Misericordia. I volenterosi sono già arrivati, e destinati dal Genio Militare, a Palmi, una delle città più devastate. Abbiamo ricevuto due telegrammi dell'onorevole Guicciardini, telegrammi che ci fanno sapere quanto siano valorosi i nostri bravi giovani. A questi il Magistrato consegnò, per meglio poter soccorrere i feriti, un cataletto pieghevole, pregevole opera della ditta Trinci, e un porta feriti da campo opera pure della sullodata ditta di Pistoia.  Ricevo poi dalla Nazione:  Aderendo ad un sollecito invito del conte Pallavicino, vice-presidente della Croce Rossa Italiana,  la R. Misericordia di S. Miniato si fece iniziativa di una colletta per l'acquisto di coperte di lana da inviarsi, per il tramite della Croce Rossa nei luoghi delle rovine. In brevissimo tempo furono raccolte discrete somme ed inviate un buon numero di coperte.  II Magistrato di questa Misericordia ha fatto giovedì 14 a suffragio delle vittime, un solenne funerale, cui prese parte Mons. Vescovo Falcini e tutte le autorità cittadine”.

Nel gennaio 1915 si verificò il cosiddetto "Terremoto della Marsica". Fin dai primi giorni l'Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato si adoperò per prestare soccorso alle popolazioni colpite. Di seguito il testo del manifesto pubblicato in quei giorni (Archivio Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato, Atti vari sec. XIX-XX):


R. V. Arciconf. di Misericordia
S. MINIATO
CONCITTADINI
Dalla conca del Fucino, dalla valle del Liri - con furia orrenda dal terremoto devastate - sale implorante il lamento angoscioso dei miseri colpiti.
L'Italia chiede ai suoi figli tutti una novella prova di solidarietà nazionale, solidarietà che più compatta e solenne si deve affermare nell'ora triste della sventura e del dolore.
S. Miniato non manchi.
La Regia Ven. Arciconfraternita di Misericordia - iniziatrice - chiede a voi, concittadini, un pensiero dolente ed una prece per i poveri morti, un aiuto fraterno per gli infelici superstiti.
S. Miniato, dalla Sede Magistrale
Lì 20 Gennaio 1915.
IL MAGISTRATO
La Regia Arciconfraternita provvederà per mezzo di suoi incaricati al ritiro delle offerte - che possono essere anche direttamente inviate al Rag. Giuseppe Marconcini, Tesoriere dell'Opera Pia.
S. Miniato. Tip. Bongi.


Stemma dell’Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 22 gennaio del 1918 si verificò un sisma del IV-V grado della Scala Mercalli “modificata”, con epicentro localizzato proprio nel territorio del Comune di San Miniato. La scossa non dovette fare molti danni, in quanto non registrarono notizie di danneggiamenti. Tuttavia ci riserviamo di approfondire la ricerca presso l’Archivio Storico del Comune di San Miniato (9).

Il 29 giugno 1919 un violento sisma (stimato di magnitudo 6.2, dunque del tutto simile a quello de L'Acquila e di Amatrice) colpì il Mugello, con epicentro a Vicchio. Anche la popolazione sanminiatese si adoperò per portare aiuti e sostegno alla popolazione colpita. Di seguito l'articolo del quindicinale sanminiatese "La Rocca" del 13 luglio 1919, p. 4:

Pro danneggiati del terremoto
Il Comune ha aperto una sottoscrizione pro danneggiati dal terremoto il quale così spietatamente ha in questi giorni portato la morte, il terrore e la miseria nel verde Mugello, la Svizzera della Toscana.
Noi siamo certi che la cittadinanza Saminiatese, la quale in tante occasioni ha dato sicura prova del suo squisito senso di umana solidarietà, risponderà con slancio di passione amorosa all'appello dell'amministrazione, recando con signorile larghezza aiuto ai poveri fratelli mugellani.
"La Rocca", per conto suo ha versato L. 30.00.

Sul numero de "La Rocca" del 10 agosto 1919, a pagina n. 3, fu pubblicato un resoconto sintetico della raccolta fondi:

Sottoscrizione Comunale a favore dei danneggiati dal terremoto:
Somma già raccolta L. 1027.00
Circolo Femminile L. 25.00
Bonaveglia Sofia L. 5.00
Conti Assunta L. 5.00
Pero Maria L. 5.00
Pontanari Pia L. 5.00
Capoquadri Silvia L. 5.00
Cav. Lauricella Sotto-Prefetto L. 25.00
Lorenzelli dott. Alfonso L. 50.00
Totale L. 1152.00

Dal medesimo giornale si ha notizia anche di uno spettacolo di beneficenza tenutosi in data 3 giugno 1919 presso il Teatro Verdi di San Miniato, gentilmente concesso dall'amministrazione, per raccogliere fondi da destinare a beneficio dei danneggiati del terremoto del Mugello.

I sanminiatesi si sono sempre dimostrati sensibili nell’aiutare le popolazioni colpite da eventi sismici. Squadre di soccorso furono inviate in Friuli nel 1976, in Irpinia nel 1980, in Umbria e nelle Marche nel 1997, a L’Aquila nel 2009 e in Emilia nel 2012.

Desideriamo concludere questo post con la significativa riflessione dell’amico Carlo Pagliai:
Ancora una volta Madre Natura ci fa capire che non siamo proprietari del pianeta, ma solamente usufruttuari a tempo determinato: nessuno è completamente al sicuro dalla sua forza.


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Sillano Maria Tesera (a cura di), Le ricordanze di Giovanni Chellini da San Miniato: medico, mercante e umanista (1425-1457), Franco Angeli Editore, Milano, 1984, pp. 195-196.
(4) Simoncini Vasco, Cinelli Cristina, Desideri Silvia e Prosperi Maria (a cura di), San Miniato e la sua Diocesi, CRSM, Edizioni del Cerro, Pisa, 1989, pp. 114-115.
(5) Ibidem.
(7) Vensi Antonio, Memorie per servire ad una storia di San Miniato al Tedesco, Archivio dell’Accademia degli Euteleti, 1874, p. 483, in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi e Bertolli, Firenze, 1967, p. 144.
(8) Galli Angelini Francesco Maria, La Rocca di San Miniato, Monumento nazionale, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti di San Miniaro al Tedesco, n. 24, 1947, p. 4

sabato 17 luglio 2010

CHI CERCA… …TROVA UNO SPEDALE!

di Francesco Fiumalbi


Percorrendo l’attuale via Cesare Battisti da Piazza del Popolo in direzione San Martino, ci si imbatte, giusto a metà del percorso, in un edificio particolare.
Un grande arco a tutto sesto appare sul margine destro della strada. Ampliando lo sguardo ci si accorge che esso faceva parte di un fabbricato più ampio, di cui rimangono segni di altre arcate nell’apparecchiatura muraria in laterizio, fortemente modificata. Forse un antico portico.



Foto di Francesco Fiumalbi



Foto di Francesco Fiumalbi

Avvicinandoci ancora un po’, cercando di guardare attraverso l’arco, si scorge un timpano, forse in pietra serena, dove al centro campeggia il simbolo IHS, Jesus Hominum Salvator.
Posizionando la macchina fotografica al di sopra della “barricata” che chiude l’arco alla vista, emerge un portale con timpano, fra due finestre con inferriate. Tutti questi elementi portano a riconoscervi un edificio religioso. Che vi fosse una chiesa? Quale edificio poteva avere una facciata con portico e una chiesa? Quando fu costruito?



Foto by Francesco Fiumalbi



Foto by Francesco Fiumalbi

La storia di questo edificio si intreccia con quella di un illustre sanminiatese, di cui abbiamo già trattato nell’articolo del 9 giugno 2010, “Un sanminiatese a Londra”: Giovanni Chellini.

“Il medesimo benmerito cittadino Giovanni Chellini, difaccia alla Costa di S. Cosimo, in via Faognana di sopra, fonda nel secolo XV uno spedale od ospizio pei poveri sacerdoti pellegrini, in cui doveva pur dimorare un sacerdote del luogo per riceverli ed averne cura. II suo ingresso era difeso da logge, ed aveva nel mezzo una cappella, che sempre esiste, perché i pellegrini potessero dirci la messa, dedicata alla SS. Annunziata e ai santi Cosimo e Damiano. L'Annunziata è dipinta nel muro sull'altare, e ai lati si vedono i profeti Isaia ed Ezechiele”
G. Piombanti “Guida della città di San Miniato al Tedesco”, San Miniato, 1894, pag. 118.

L’edificio è quindi un ospedale, o un ospizio, forse entrambe le cose. I due termini, a seconda delle accezioni, possono coincidere. Si trattava quindi di un ricovero dove i sacerdoti in pellegrinaggio potevano trovare alloggio ed essere curati per le fatiche del loro cammino, probabilmente verso Roma, lungo la via Francigena, che come sappiamo fu “dirottata” verso San Miniato a partire dal 1236, percorso che poi fu stabilizzato nel 1248 a seguito della distruzione del Borgo di San Genesio (1). In effetti, la corposa dedicazione alla SS Annunziata e ai Santi Cosimo (Cosma) e Damiano fa supporre che lo Spedale fosse entrambe le cose, anche perché i santi Cosma e Damiano sono conosciuti come “santi medici”. Inoltre Giovanni Chellini era medico e la sua tomba in San Domenico è sistemata, appunto, nella cappella dedicata ai due santi.

L’edificio, secondo la ricostruzione di Cristiani Testi, doveva avere 9 campate, con al centro la Cappella della SS Annunziata, ancora esistente, ma inaccessibile. Da una "Veduta di San Miniato" conservata presso l'Accademia degli Euteleti di San Miniato, le arcate sarebbero invece 7. Purtroppo, a causa dei danneggiamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale non ci è dato da sapere quale fosse l'esatta dimensione dell'edificio. E’ probabile che la porzione alla sinistra dell’arco (verso San Martino) sia ancora esistente, magari celata sotto uno strato di intonaco, anche perché la Cristiani Testi parla di 5 campate ancora visibili mentre oggi ne vediamo soltanto 3. La porzione alla destra (verso San Domenico) pare, invece, irrimediabilmente distrutta.
Durante alcuni lavori di ristrutturazione fu rinvenuta una colonna in marmo bianco. Ce ne fornisce notizia Dilvo Lotti nella sua pubblicazione "San Miniato, Vita di un'antica città". Lo stesso Lotti afferma che il manufatto marmoreo doveva costituire il basamento per un monumento da collocare in Piazza del Duomo, per commemorare le persone che persero la vita in Cattedrale, ma che, a causa dell'incuria e delle intemperie, il pezzo di marmo si è distrutto. 
Gli affreschi citati dal Piombanti furono invece "staccati" negli ani '50 e collocati nella Cappella del Seminario Vescovile di San Miniato.

Per la ricostruzione grafica del fabbricato dello Spedale consultare:
M. L. Cristiani Testi, “San Miniato al Tedesco”, Firenze, 1967
pagg. 117, 120, 121


San Miniato aveva altri Spedali. Negli anni molte di queste strutture furono chiuse, tuttavia alla fine del '700 ne rimanevano funzionanti, oltre a questo, altri 2: uno presso Santa Maria al Fortino (zona Colline), andato distrutto e di cui si hanno pochissime notizie, e l’altro quello di San Martino, poi Spedale di San Nicola da Bari, oggi Residenza per Anziani “Del Campana-Guazzesi”.
Tutte queste strutture, assieme al “lebbrosario” di San Lazzaro a Ponte a Elsa, furono soppresse e riunite nel 1784 dal Granduca Pietro Leopoldo, nell’attuale struttura costruita sull’Oratorio di Santa Maria della Scala, da cui il nuovo ospedale prese il nome, nei pressi della Chiesa di Santa Caterina, inglobata nella struttura.



Foto by Francesco Fiumalbi


(1) M. L. Cristiani Testi, “San Miniato al Tedesco”, Firenze, 1967, pagg. 23-24.

mercoledì 9 giugno 2010

UN SANMINIATESE A LONDRA

di Francesco Fiumalbi

Passeggiando per l’affollata Cromwell Road, a South Kensington, lo sguardo viene attratto da un grande edificio in stile vittoriano. L’eclettismo architettonico, col quale si presenta, colpisce inevitabilmente l’attenzione del passante italiano. Paraste, che sostengono una sproporzionata trabeazione, sono interrotte da preziosi bassorilievi, disposti a comporre un portale gotico dalle sembianze romaniche, il tutto sormontato da una cuspide ottagonale dal sapore mediorientale. Verrebbe da dire: un “pastrocchio”! Si tratta del Victoria and Albert Museum. L’edificio è in realtà uno straordinario campionario di architettura narrativa. Comunica la forza dell’Impero, la sua potenza, la sua capacità di governare su gran parte del globo, al cui centro vi è Londra, la sede dei regnanti, un microcosmo permeabile dove sintetizzare, con mai sazia retorica, il primato inglese sul mondo. In un ambiente così totalizzante, entrando nella Sezione “Medieval and Renaissance”, nella stanza 64a, ci si imbatte in una scultura marmorea, un busto, quantomeno enigmatica. Senza dubbio un’opera estremamente pregevole, che denota la grande maestria dell’autore. Da una mantella, si erge la testa di un vecchio, quasi calvo, con occhi molto incavati, ma che, pare, accenni una specie di sorrisetto come chi la sa lunga. Il realismo è impressionante: la mente corre alla ricerca di parole che possano descrivere quanto appare agli occhi. “Non sorride per grata, amabile disposizione dell'animo, né per orgogliosa compassione: ma per malizia, e dirò, anzi, per spregio” recitava Curzio Malaparte in Maledetti Toscani.
Posando l’attenzione sulla targa vi si legge “Giovanni di Antonio Chellini di San Miniato”, opera di Antonio Rossellino, fratello del più celebre Bernardo. Un sanminiatese a Londra? Chi è questo signore?

Per vedere la foto, cliccare il link:
Immagine numero 1

Giovanni Chellini, figlio di Antonio, conosciuto anche come Giovanni Sanminiati, nacque a San Miniato nel 1373(1), in una famiglia abbastanza importante “Vengono da San Miniato al Tedesco, e si son chiamati anticamente Chellini. Hanno avuto due Priori, due Senatori, un Prelato; ed hanno provato il Quarto a Malta, ed a San Stefano. Ne la casa del Senatore Ascanio, ed Figliuoli dal Canto al Mandragone”(2). Di Giovanni Chellini si ha notizia a Firenze, nel 1401, quando è eletto docente di Logica e Filosofia all’Università di Firenze, incarico poi confermato l’anno successivo, dietro compenso di 50 fiorini. In seguito assunse cariche prestigiose all’interno dell’Ateneo Fiorentino, fino a ricoprire il ruolo di vice-rettore(3). Sposato con una donna di nome Nanna (morta a San Miniato a seguito della peste del 1437), Giovanni Chellini era anche mercante, elargiva prestiti, come documentato nel suo “Libro di Debitori, e Creditori”. Da tutte queste attività aveva ricavato importanti somme di denaro che aveva reinvestito in possedimenti a Firenze (abitazioni e botteghe) e a San Miniato (terreni). Di questo abbiamo notizia in numerose memorie che M. Teresa Sillano ha curato in “Le Ricordanze di Giovanni Chellini da San Miniato, medico, mercante e umanista (1425-1457)", Milano, 1984. Si tratta di testi non redatti per i posteri, ma per se stesso e narrano svariati episodi “obbedienti solo alla sensibilità di chi era protagonista di una routine intessuta di lavoro e di ménage familiare” (M. T. Sillano).
All’interno delle Rimembranze colpisce il legame che il Chellini ebbe con Donatello. Il celebre scultore, tornato a Firenze dal suo soggiorno a Padova nel 1453, ebbe bisogno di cure che gli furono prestate dal Chellini in data 27 agosto 1456. Per riconoscenza all’aiuto ricevuto, Donatello donò al medico un “un tondo grande come un tagliere, sul quale era scolpita la Vergine Maria con il Bambino al suo collo, e due angeli ai lati, tutte di bronzo, e in esterno lato è stato scavato in modo che il vetro fuso può essere riversato su di esso, e sarebbe rendere le figure stesse dall'altra parte", conosciuto come “Madonna Chellini” e conservato anch’esso al Victoria and Albert Museum di Londra (4).
Essendo molto anziano, Giovanni Chellini aveva da tempo pensato ad una collocazione per la propria sepoltura. Nel giugno del 1455 aveva provveduto a costruire in prossimità del lato destro del transetto della Chiesa dei Santi Jacopo e Lucia, meglio nota come Chiesa di San Domenico, una cappella dedicata ai Santi Cosma e Damiano, protettori dei Medici. Per far ciò aveva “dotato” la cappella di alcuni terreni situati presso Ribaldinga, Fontevivo, Reggiana e Nocicchio, affinché si provvedesse a quanto necessario (5). Tuttavia, al momento della sua morte, avvenuta nel 1461, il sepolcro non doveva essere ancora pronto perché il corpo fu tumulato provvisoriamente nella chiesa fiorentina di San Michele Visdomini e poi portato a San Miniato dal nipote Bartolomeo come lascia intendere l’epigrafe del sepolcro “IOHANNI CHELLINO FLORENTINO CIVI PRECLARO*ARTIVM/ MEDICINEQVEE XIMIO DOCTORI*SEPVLCHRVM HOC / BARTHOLOMEVS NEPOS ET GRATVS HERES*CONSTRV / ENDVM CVRAVIT*VIXIT AVTEM HONORE DIGNVS ANIS / FERE NONAGINTA*OBIIT DIE IIII° FEBRVARII MCCCCLX”.

Foto scattata da Rita Costagli e pubblicata in "Rita Costagli alias ritrilly, Vivere San Miniato sulle ali dell'anima"
http://ritrilly-vivereasanminiato.blogspot.com/2010/02/un-samminiatese-piu-noto-oxford-che-in.html

Si tralascia il discorso sulla Cappella dei Santi Cosma e Damiano di cui si parlerà approfonditamente in un altro articolo.

Il Chellini rimase molto entusiasta dell’opera ricevuta da Donatello e gli commissionò una maschera al fine di trarne un busto che avrebbe fatto da “campione” per il suo sepolcro. All’epoca era frequente produrre maschere di questo tipo, anche dopo la morte (prendono il nome di “maschere funebri”) per costituire busti-ritratto in bronzo. Donatello effettuò la commissione, poi l’incarico di realizzare il busto fu affidato ad Antonio Rossellino, fratello del più celebre Bernardo. La scultura fu realizzata in marmo e rappresenta uno dei primi raffinatissimi busti-ritratto rinascimentali nonché il primo lavoro noto eseguito da Antonio Rossellino. Quest’ultimo ricevette grande notorietà da questo lavoro, tanto da acquisire in seguito importanti commissioni come la Tomba del Cardinale del Portogallo nella chiesa fiorentina di San Miniato al Monte.
La scultura presenta una cavità sottostante in cui si legge “MAGisteR IOHANES MAGistRI . ANTONII DE SancTO MINIATE DOCTOR ARTIVM ET MEDICINE . MCCCCLVI.” Poco più in basso “OPUS ANTONII”. Questa epigrafe pare sia stata un aggiunta successiva, risalente all’anno della morte di Giovanni Chellini, anche se non è da escludere del tutto che sia coeva con la realizzazione del busto. Infatti una simile iscrizione si legge anche in un’altra opera, tra l’altro molto simile a questa, del Rossellino, il Busto-ritratto di Matteo Palmieri del 1468, conservato al Museo Nazionale del Bargello a Firenze.

Per vedere la foto, cliccare il link:
Immagine numero 3

Il busto di Giovanni Chellini rimase di proprietà della famiglia Sanminiati-Chellini (6), i cui possedimenti passarono ai Pazzi a seguito del matrimonio, nel 1751, di Cosimo Pazzi con Maria Camilla Sanminiati, figlia del Senatore Ascanio Sanminiati. Il busto entrò a far parte della collezione Pazzi e trovò posto all’interno dello storico palazzo della famiglia in Borgo Albizzi. Nel 1860, a seguito di una divisione all’interno della famiglia Pazzi, il busto venne venduto a John Charles Robinson per formare la collezione di scultura del nascente Victoria and Albert Museum di Londra, dove tuttora è collocato (7).

Il busto fu in un primo momento attribuito a Donatello, sia per il rapporto fra lo scultore e Giovanni Chellini, sia perché nel 1841 venne citato in Palazzo Pazzi come opera di Donatello (8). Questa attribuzione è erronea. Oggi è riconosciuto da tutti come un manufatto di Antonio Rossellino per diversi motivi. Il busto è molto vicino al ritratto scultoreo che Neri Capponi fece realizzare dalla bottega di Bernardo Rossellino, nel 1457, per il proprio sepolcro presso la chiesa di Santo Spirito. Neri Capponi, commissario dello stato di Firenze, è una figura di primissimo piano nel panorama fiorentino della prima metà del ‘400 e aveva intessuto legami anche con Giovanni Chellini, del quale parla nelle sue Rimembranze. Il marmo utilizzato, dal caratteristico colore brunastro, è il medesimo che Antonio Rossellino utilizzò per scolpire il San Sebastiano, oggi conservato al Museo della Collegiata di Empoli. Infine l’iscrizione nella parte incava del busto.

Il genere dei busti-ritratto assume un ruolo centrale all’interno della produzione artistica del Quattrocento fiorentino. Lo storico Schuyler vede in Mino da Fiesole il precursore di questo campo. Tuttavia questa tesi viene rigettata a favore del celebre Donatello. A differenza degli archetipi classici, che Donatello avrebbe avuto modo di ammirare durante il suo soggiorno romano, i busti rinascimentali hanno una componente psicologica diversa. Come nota Pope-Hennessy (9), Donatello mostra la capacità di trasformare un modello astratto in un personaggio complesso, attraverso l’uso creativo dell’osservazione della natura umana, piuttosto che della corretta fisionomia. Secondo Irving Lavin l’allusione intenzionale del busto-ritratto è da riferirsi al concetto di Totus Homo, vale a dire l’individuo in sé, con le proprie peculiarità fisiche, completo del carattere.
Lightbown, riferendosi al Busto di Giovanni Chellini, afferma che la conoscenza del motivo per il quale un uomo sia arrivato a commissionare un busto di se stesso ci aiuterà a definire l’ambito d’azione dell’Umanesimo Fiorentino (10).
Il busto di Giovanni Chellini si mostra come una scultura estremamente semplice nella composizione, ma altrettanto complessa nel suo significato. A livello stilistico non si confà a modelli classici, ma denota una forte componente espressionista. L’immagine tridimensionale del soggetto pare catturata, rubata. Fissa un’immagine istantanea, quasi fosse una fotografia. Non vi sono componenti idealizzate, il soggetto appare nella sua effettiva natura fisica. Manca di simmetria e presenta un’espressione fra il risoluto e il divertito. Ci comunica di un uomo colto, raffinato, ma anche estremamente riservato. Egli non partecipò alla vita politica e mantenne forti legami con la propria città d’origine dove volle essere tumulato. La più importante è forse la componente autocelebrativa, senza pretese retoriche. Un ritratto di se stesso, commissionato al termine della propria vita, quasi a volersi vedere, estraniato dal proprio corpo, per potersi giudicare. Le Rimembranze non gli bastano, non sono abbastanza. Utilizza quanto la natura mette a disposizione, la pietra, facendola diventare interprete della riflessione personale,di un modo per sintetizzare la propria esistenza.



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Vale la pena di concludere con le parole di Bernard Berenson: “La Rinascenza portò l’emancipazione dell’individuo, col persuaderlo che l’universo era stato creato per servire alla sua felicità. (…) In ciò il nostro massimo debito alla Rinascenza: nell’aver fissato a criterio d’ogni azione il vantaggio umano. La Rinascenza non sviluppò questa idea a risultati pratici; ma il nostro debito è infinito, per gli effetti che la stessa idea doveva produrre al nostro tempo” (11).

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) "Giovanni Chellini, medico di S. Miniato" Rivista di storia delle scienze mediche e naturali, n. 9, 1927, pagg. 106-17.
(2) G. M. Mecatti “Storia genealogica della nobiltà, e cittadinanza di Firenze”, Naples, 1754, P-95
(3) A. Gherardi “Statuti della Universita e Studio Fiorentino”, Firenze, 1881, pp.375-6, No.CXIII:
“30 Novembris1400 ... Elegerunt. .. magistrum Joannem magistri Antonii, cum salario forenorum 50'; pp.375-7, No.CXIII: 'Die 26 Septembris 1402 [elegerunt] ... magistrum loannem magistri Antonii de Sancti Miniate, ad legendum Loicam et Filosofiam, cum salario florenorum 5o'; p.18 1, No.LXXXIII: '1403, Aprile 2. Dominus Rector et Consiliarii Studii florentini, absentibus tamen magistro Johanne de Sancto Miniate et domino Johanne de Perusio, imposueruntom nibus et singulis doctoribus, qui ad presens legunt in hoc Studio, denarios sex pro floreno de denariis quos recipere debent a Camera Communis Florentie, et omnibus scolaribus cuiuscumque facultatis soldos undecim florenorum parvorum pro quolibet, pro colletta Sancti Zenobii'; pp. 181-2, No. LXXXV:'1403, Settembre15 . Magister Johannes... de Sancto Miniate, vicerector dicti Studii [i.e. Florentini]”.
(4) Si veda la scheda presso il Sito del Museo:
http://collections.vam.ac.uk/item/O70184/roundel-the-virgin-and-child-with/
(5) Bibl. Comunale di San Miniato, Manoscritto U. 2, Priore Fra Gerolamo Rosati, "Cronache del convento di S. Jacopo di S. Miniato," 1595, i, foglio. 39v f. Anno 1456
(6) L’opera è citata da Bocchi e Cinelli nella collezione di Ascanio Sanminiati in “Le bellezze della Città di Firenze”, 1677
(7) Si veda la scheda presso il Sito del Museo:
http://collections.vam.ac.uk/item/O16256/bust-giovanni-di-antonio-chellini-da/
Si veda il testo “Inventory of the Objects in the Art Division of the Museum at South Kensington, Arranged According to the Dates of their Acquisition. Vol I.” London: Printed by George E. Eyre and William Spottiswoode for H.M.S.O., 1868, pag. 4: Bust. Marble. Portrait of Giovanni di San Miniato, italian (florentine) by Antonio Rossellino, Signed and dated 1456. N. di catalogo 7671/’61.
(8) C. Ridolfi, “Notizie e guida di Firenze e de' suoi contorni”, Florence [1841], p.447.
(9) J. Pope-Hennessy “Renaissance Sculpture”, London, 1958, revd., 1971; “The Portrait in the Renaissance”, Washington, D.C., 1963
(10) R. W. Lightbown, “Giovanni Chellini, Donatello e Antonio Rossellino” in The Burlington Magazine, Vol. 104, No. 708 (Mar., 1962), pp. 100+102-104
(11) Bernard Berenson, “I pittori italiani del Rinascimento”, ed. Bur Laterza, pag 42.
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