sabato 6 dicembre 2014

D'INVERNO A SAN MINIATO - Racconto di Giancarlo Pertici

di Giancarlo Pertici



D'INVERNO A SAN MINIATO... 
L'anno correva che era il 55, e quando finì prese il 56.
Fu proprio in quel passaggio che capii perché, quando avevo imparato che anno era, me lo cambiavano!

Quando in pieno inverno battono le 11, minuto più minuto meno, pochi lampioni restano accesi. I più vengono spenti, non tutti assieme, ma a gruppi, partendo da Piazza de' Polli fino all'Ospedale.

Per chi ancora non è rientrato da veglia è un viaggio alla cieca, quasi a tasto, orientandosi dal bagliore del lampione più vicino, verso la direzione giusta. Musolino, va proprio a tasto. Se esce da Pietro, conta le porte. Prima quella di casa di Rita, poi quella di Maria, quindi quella di Primetta... infine quella giusta: Livia già a letto da un pezzo. Tarcisio invece mira lontano, al lampione d'angolo di Piazzetta Pancole. Luce tremolante ma ben distinguibile di notte, che illumina proprio l'uscio di casa sua. Per coloro che si attardano al Circolino dello Scioa, sia che vadano verso Piazza dei Polli o verso l'Ospedale oramai è un viaggio a memoria. In aiuto di chi va verso l'Ospedale e anche oltre, come Vittorio Capecchi, è anche l'olfatto a segnare il percorso. Appena passato casa Taviani, da poco ricostruita, stesso lato, una casa semidiroccata ma di cui la guerra ha risparmiato una porzione, dove abita Quirina al primo piano, e Adriana nel seminterrato. E davanti una sorte di cortile che, di notte al buio, le macerie ammucchiate ai lati, attira come mosche il popolo dei ritardatari i quali, anche per via del freddo, a vescica piena, non trovano di meglio dove scaricarla.

È l'odore che guida e fa la spia quando sei al cancello di casa Bucalossi, quando transiti per Piazzetta di Pancole ...tutta un effluvio, innanzi al cancellino del Ricovero e a quello dell'orto Presenti. Se contro i cani, che liberamente scorrazzano ogni dove, una mistura a base di zolfo, ad imbrattare gli stipiti dei portoni, risulta efficace. Contro il popolo dei ritardatari notturni e contro i loro bisogni incontenibili non c'è difesa apparente.

Ma c'è anche chi rientra presto da veglia. Eliseo, sacrestano alla Chiesa di San Paolo, che deve aprire la Chiesa e annunciare la prima messa, al suono delle campane, ogni mattina. Per il Moncalvini e il suo cognato, Natale, spesso è solo il tempo di un caffè, giusto per dire di essere usciti a veglia. Loro, la cui mattina, comincia quando è ancora buio.

Il Nuti, che rincasa appena dopo due o tre scozzi a carte, cavalluccio in tasca per il "Puttero". E' così che mi chiama il mi' nonno. Quando arriva in camera, la luce accesa sul comodino a tenermi compagnia, io sono già addormentato da un pezzo. Con i miei sette anni scarsi, a volte non vedo rientrare neanche mio padre dal lavoro, che già dormo. Mentre recita le sue devozioni e si spoglia, lui quel cavalluccio me lo appoggia sul comodino, come premio se mi sveglio. Poi si infila in quel letto da una piazza e mezzo, con dentro ancora il "trabiccolo": scaldaletto in legno alimentato da un cardano pieno di brace. E' Eda, mia mamma, che tutte le sere, appena dopo cena, riempie il cardano di brace e l'appende dentro il "trabiccolo" messo lì nel mezzo del letto, mentre lo copre con un telo di fortuna ad evitare abbanfature al lenzuolo di sopra. E quel cardano è uguale a quello che mia nonna Livia, quando è in casa, si tiene sotto i piedi, mentre nel canto del fuoco fa la maglia. Sempre, ogni giorno, ogni momento libero, lei fa la maglia. O è un maglione per qualcuno di casa - a turno tocca a tutti - oppure sono solette per farne calzettoni. Mi ricordo sempre quando mi fece solette e calzettoni l'anno che entrai in seminario e per cinque anni non mi ha mai lasciato senza, seguendo tutte le fasi della mia crescita.

Negli anni in cui per me inizia la scuola, la tramontana trova sbocchi inconsueti, nel vuoto lasciato dalle case vittime della guerra, ad alimentare freddo e geloni. Accanto all'appalto del Giorgi, prima della Ragnaia del Migliorati, appena un brandello di muro rimasto ritto, privo di qualsiasi traccia di intonaco, quasi a voler nascondere quelle macerie oramai invase da roghi ed erbacce. Di giorno noi bambini, di passaggio verso Piazza dell'Ospedale, lì ci soffermiamo, ci si mette ad origliare, tra le fessure di quella porta rimasta in piedi tra gli stipiti e la soglia consunta di pietra, con la complicità delle macerie. Oltre a questa, c'è un altro vuoto, cicatrice non rimarginata della guerra, tra la bottega del Dainelli e la casa del Cecconi a lasciare intravedere le montagne in lontananza cariche di neve. Rimosse le macerie e scavate le fondamenta. Muratori all'opera a tirare piani, a preparare calcina, di quella bianca, zolle spente nell'acqua a murare la casa del Latini. E noi bambini curiosi a girottolare sempre lì intorno, specie quando la sera i muratori se ne vanno a casa lasciando libero il cantiere. E in quella buca dove spengono la calcina, un bel giorno ci finisco dentro insieme a Berto, per un bagno fuori stagione e fuori programma, e per finire a sculaccioni a letto e senza cena.

È probabilmente in novembre, il ricordo vivo di un giorno freddo alimentato da un forte vento di tramontana e di quel pomeriggio passato con nonno Nuti, laggiù nell'orto, a "pomatta" al riparo dal vento, a seminare baccelli e piselli. E di quelle fette di pane, olio e sale, sottili sottili che Corinna, seduti attorno al braciere fumante posto lì, sotto il tavolo, mi prepara per merenda, una fetta tira l'altra, fino all'improvvisa chiamata di mia madre. "Ti vuole Nonna Livia". Commissione semplice "Copriti bene che fa freddo, berretto, sciarpa e guanti. Vai dal Giorgi e gli dici: la mi' nonna vuole un chilo di sale fino e un chilo di sale grosso...e il resto!" E nel dire così, mi allunga una banconota da 5000 lire, tutta dispiegata in lunghezza e larghezza. Me la pone sul palmo della mano destra, difesa dal guanto di lana a un solo dito, e me lo fa rinserrare stretto con il pollice. Le guardo quelle 5000 lire che sembrano più un asciughino verde oliva che una banconota. Prendo la porta, scendo gli scalini che intravedo a malapena, gli occhi socchiusi a difesa dalla tramontana sferzante, il sole appena tramontato. Brividi improvvisi di freddo che si impossessano dei polpacci, del naso, delle gote, mentre, appena tocco le lastre, spicco la corsa e attraverso la strada verso il riparo offerto dalla bottega di' Dainelli. Quattro salti e sono dal Giorgi. Appoggiato al bancone, un respiro profondo, gli occhi fissi sul Giorgi di là dal bancone, faccio: "Ha detto la mi' nonna che vuole un chilo di sale fino e un chilo di sale grosso... e il resto!".

Tutto d'un fiato... mentre allungo la mano destra, stretta a pugno, e la batto sul ripiano del tavolo, nel confermare quanto detto, e aprendola per rilasciare... quella banconota da 5000 lire... che non c'è più! Le 5000 lire sono sparite! Terrore allo stato puro. Lacrime agli occhi, ritorno da nonna Livia. Una settimana di lavoro perduta nel vento. Arrivano tutti in soccorso a cercare l'impossibile, zia Berta, zia Pia e la mia mamma, per ultimo anche Nonno Nuti. Tutti alla ricerca disperata, nella penombra di quel tardo pomeriggio, nei cantoni, nei portoni e negli anditi aperti, sotto il Ponte, tra le cassette della frutta di Pietro in mostra, verso la Ragnaia del Migliorati seguendo quella linea ideale che il vento di tramontana sembra disegnare. Ma il mutare dei venti e i mulinelli, tra e dentro le mura, hanno quasi danzato con quella banconota, facendola probabilmente volteggiare in aria prima in una direzione, poi in un altra, senza, forse, farle mai toccare terra, come per gioco.

Gioco piacevole condotto alla sorte là, dove nessuno può pensare sia andata a finire, in quell'innaturale apertura da dove il vento di tramontana penetra con maggiore forza, e dove nessuno può immaginare sia andata, quasi "controvento": la casa in costruzione del maestro Latini. Nessuno che la possa vedere alla luce residua della sera; prigioniera, quasi un vessillo, di un'asta innaturale infissa nel cemento. Così può apparire quel regolo di legno, ancorato al piano di cemento, con sulla cima, proprio quelle 5000 lire tenute in bilico dal vento di tramontana. È solo un suono indefinito, come fremito di una bandiera sbattuta dal vento o leggero battito d'ali, ad attirare l'attenzione in quel cantiere aperto. Non ricordo chi ci arriva per prima: Pia o Berta. Dalle grida felici e dalle risate capisco che qualcosa deve essere successo, ma mai mi sarei aspettato il ritrovamento delle 5000 lire. Un bel risparmio per quella serata, anche di sculaccioni.

Sculaccioni che mia madre sembrava tenere in serbo per altra data fatidica. Doveva essere fine gennaio o primi febbraio. L'anno, quello appena successivo il '56. Sculaccioni, ripensandoci ora da grande, che forse meritavo tutti, pur tra molte attenuanti. Tutto ebbe origine da quel mese di gennaio del '56 particolarmente freddo, di cui conservo solo alcuni brandelli di memoria, ravvivati nel tempo dai racconti di mio nonno Nuti e di mia mamma. Siamo alla fine di gennaio e la scuola è ripresa regolarmente dopo la Befana. Io in seconda elementare col maestro Catarcioni, non dico contento, quanto piuttosto "rassegnato" a quella sorte, dalla quale nel pomeriggio cerco di evadere a modo mio. Dalle monache di San Paolo o nell'orto con Nonno Nuti. Vive mi sono rimaste impresse le immagini di quella mattina, che, richiamato a gran voce da Nonno Nuti, mi sveglio ben prima del solito, mi vesto e scendo con lui per prendere il latte con il pane abbrustolito, come sempre. Ma la sorpresa vera è la neve che ricopre tutto l'orto, tutto bianco verso Scacciapuce che si riconosce a malapena per via dei cipressi, come pure Pian delle Fornaci. Quando mi affaccio in strada è meraviglia e stupore di fronte a il mi' babbo, a nonno Musolino, a zio Alberto, tutti a spalare neve. Appena aperta una breccia per andare da Olimpia. Piccoli passagi da porta a porta, verso la Bottega di Pietro fin verso il forno di Nello. Anche i vecchi del ricovero, quelli più giovani con pale e badili ad accostare la neve ai muri delle case. Ma tanta neve dappertutto, e in piazza è pieno di bambini a giocare e a fare pupazzi di neve. Per me è la prima volta. E a buio, bagnato come un pucino, la mi' mamma mi cambia tutto e mi mette a letto appena cenato. Giorni probabilmente bellissimi di cui mi è rimasta l'ombra di un ricordo, quasi la certezza che la scuola sia rimasta chiusa per diverse settimane: impossibile muoversi su e giù per San Miniato. Ma la voglia di divertirsi e la confidenza acquisita con la neve mettono le ali, anche quelle della fantasia, a noi bambini di San Miniato.

Quando riprende la scuola, il percorso è a zig zag. Da Piazza dei Polli, su per Sant'Andrea fino al Bagagli e a scuola, ma in pochi. Mancano quelli che stanno in Gargozzi e dalle parti dei Cappuccini, tutti quelli della Borghigiana, ma anche chi abita in San Lorenzo al Nocicchio. Orario ridotto. Forse addirittura a classi unificate insieme alle femmine. Ma è solo un vago ricordo, mentre è vivido il ricordo della campana a segnare la fine delle lezioni, e l'ordine perentorio della mamma "Subito a casa!". Forse il primo giorno, seguo a puntino le indicazioni. Per tornare faccio il giro da Sant'Andrea per piazza dei Polli e da lì a casa, a volte in compagnia a volte da solo. Ma il giorno dopo in cima alla salita del Bagagli mi sento all'improvviso come Pinocchio nel paese del Balocchi.

Nel ruolo di Lucignolo, anche senza aprire bocca, c'è un tale, "ripetente incallito" che fa l'avviamento, che, con una vecchia cartella, la sistema all'ultima fila di lastre prima della discesa. Vi si siede sopra, le gambe larghe, le mani a spingere e a fare da timone e giù sopra quello strato uniforme di neve giacciata che nessuno ha calpestato, fino in fondo, fino a quando sparisce alla vista scomparendo sulla destra nel tentativo riuscito di scansare "Canapone", la statua piazzata là nel mezzo. Tentazione irresistibile alla quale qualcuno abbocca, cartella in terra e giù veloce a imparare il giusto equilibrio dopo cadute, scivoloni di lato, ribaltamenti di schiena e gli immancabili capitomboli quando i piedi toccano terra, o meglio la neve. Cappotto con sotto il grembiule, berretto di lana e guanti, è la mia prima discesa, quasi tutto sul groppone, cartella per conto suo, fino in fondo per un atterraggio morbido sulle lastre libere davanti a Canapone, indenne anche se tutto inzuppato. La prossima verrà meglio! E su per Sant'Andrea per arrivare di nuovo in cima al Bagagli per una nuova discesa. Un po' alla volta si impara! Sempre meglio, l'ultima arrivo indenne a scansare anche Canapone per planare fin quasi dal Micheletti, che oramai sono fradicio dentro e fuori. Non so neppure che ore siano e non solo perché non ho e non conosco l'orologio. Quando arriva mia mamma, dopo l'ennesima planata nei pressi del Micheletti, con quelle mani secche e con tanti sculaccioni quanti ne ha tenuti in serbo, mi accompagna fino a casa, qualcuno in avanzo anche a culo ignudo mentre mi cambia, nonostante i tentativi a difesa, andati a vuoto, da parte di Nonno Nuti. A letto e senza cena.

Nei giorni successivi imparo a togliermi Cappotto e grembiule e lasciarlo sul muretto di Santo Stefano, per una o due sole discese prima di ritornare a casa, fino all'ultimo giorno quando, perso il conto dei giri, mia madre mi viene a riprendere, stessi mezzi senza possibilità di repliche, quella notte piove a lavare neve e sogni.


La Valle di Gargozzi innevata
Foto di Giorgio Giolli, per gentile disponibilità


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