Visualizzazione post con etichetta famiglie nobili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta famiglie nobili. Mostra tutti i post

lunedì 26 gennaio 2015

NOBILTA' SANMINIATESE NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO DELLE FAMIGLIE NOBILI ITALIANE DI G. B. CROLLALANZA


In questa pagina è proposto il regesto in chiave sanminiatese del Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, stampato in prima edizione a Pisa nel 1886, a cura di Giovan Battista Crollalanza, fra i maggiori storici, genealogisti e araldisti del XIX secolo.
A differenza del “Sommario Storico” di Demostene Tiribilli-Giuliani pubblicato in Firenze nel 1855, il “Dizionario” di Crollalanza cerca di abbracciare non solo quella toscana, ma tutta la nobiltà italiana, da nord a sud. Ogni voce è quindi molto più sintetica, lo stemma o “arma” non è rappresentato ma solamente descritto in breve.
Come si può osservare dall'elenco proposto di seguito, mancano alcune delle famiglie fra più note e conosciute di San Miniato: dai Ciccioni ai Mangiadori, arrivando a casate come gli Stefani, gli Alli-Maccarani, i Migliorati, i Gucci o i Roffia, alcune di queste davvero celebri e conosciutissime, ma stranamente “omesse” dal Dizionario. Le altre famiglie con personalità legate a San Miniato sono, per esempio, quelle dei Vescovi o di altre figure politico-amministrative.

Nobili famiglie sanminiatesi o originarie di San Miniato:

Altre famiglie con personalità legate a San Miniato:

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio


domenica 4 gennaio 2015

POGGI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


POGGI di Lucca. — Questa illustre famiglia dal 1359 al 1522 dette alla patria 40 gonfalonieri od alla Chiesa molti distinti prelati, fra' quali un Uberto creato Cardinale di S. R. Chiesa dal Papa Stefano X e quindi Vescovo di Palestrina nel 1057; un Bernardo creato Vescovo di Ancona da Papa Onorio IV nel 1286, e dieci anni dopo promosso da Bonifazio VIII al vescovato di Rieti; un Francesco, dell'Ordine de' Predicatori, ottenne da Clemente V nel 1312 il vescovato di Perugia; un Bartolomeo creato nel 1477 da Papa Sisto IV Vescovo di Cassano; un Sebastiano, de' Servi di Maria, eletto Vescovo di Ripatransone nel 1608; un Giovan-Francesco nominato Vescovo di Sanminiato da Clemente XI nel 1707. — Nelle armi si segnalarono Raimondo condottiero dei crociati lucchesi in Terrasanta, ed i suoi figliuoli nel 1100 ottennero la signoria dei castelli di Selvaregia e di Filettoli; Nicolò, prode guerriero, investito da Castruccio Castracane signore di Lucca della terra di Pietrasanta; Cecco nel 1341 ebbe il principato di Massa nella valle di Magra; Matteo di Chello creato tesoriere generale degli stati imperiali dall'Imperat. Lodovico il Bavaro. — Vestirono l'abito
del S. M. O. Gerosolimitano Carlo e Lelio, figli di Poggio, nel 1642, e Cosimo del capitano Vincenzo vestì quello di S. Stefano di Toscana nel 1562. (Estinta nel 1877) — Arma: Di rosso, a sei rose d'argento, bottonate d'oro 3, 2 e 1.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 353-354.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

PALMIERI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


PALMIERI di Siena. — Agnolo Palmieri nel XV secolo occupò le prime cariche del governo, e fatto capo dell' Ordine dei Riformatori, fu tra i 12 cittadini che si opposero arditamente alle nuove sanzioni e fu ambasciatore a Carlo VIII re di Francia e quindi al papa Giulio III, e divise, con altri riguardevoli cittadini, la podestà amministrativa del governo con Pandolfo Petrucci. — Uno de' suoi discendenti, Giovanni, fu ambasciatore al Pontefice Paolo III, poscia all'Imperatore Carlo V, che gli conferì il titolo di conte palatino, indi a Lucca, poi a Giulio III che Io creò cavaliere, e fu uno tra quelli che più cooperarono al riordinamento del governo. — Marcello, figlio del precedente, fu capitano di fanteria della Repubblica, indi ebbe il grado di capitano di tutte le armi della Montammiata, poi quello di capitano del popolo e di balìa, e finalmente, sotto il Granduca Cosimo, ebbe il comando delle bande di Pescia. — Fra Tommaso, cavaliere dell'Ordine Gerosolimitano, dopo aver combattuto gloriosamente in Francia e nelle Fiandre, nel 1590 ebbe il grado di governatore e capo della banda di Castrocaro, poi di quella di Fivizzano; nominato quindi castellano di Lesolo e più tardi della fortezza di S. Miniato. — Fra Giovanni, cavaliere commendatore Gerosolimitano, figlio del summenzionato capitano Marcello, militò a Chiavarino e a Scio, ma cadde prigioniero degl'infedeli che lo confinarono in una torre del Mar Nero. Riscattatosi, si offerse al servizio del Granduca che gli affidò il comando della banda di Barga, poi delle milizie di Rocca San Casciano, di cui fu pure castellano nel 1612. Nel 1620 ottenne il comando delle milizie di Pontassieve, e nel 1621 venne inviato, col titolo e le attribuzioni di generale, a combattere un'orda di banditi che infestavano la Romagna toscana. — Arma: D'argento, a due fascie abbassate di rosso, sormontate da una testa di cinghiale al naturale, col capo d' oro, all'aquila di nero, coronata del campo.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, pp. 264-265.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

NORI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


NORI di Firenze. — Ammessi alle magistrature nel 1438, ottennero da quell'epoca al 1531 per due volte il gonfalonierato, e per cinque il priorato. — Francesco di Antonio di Tommaso, che fu vittima della congiura dei Pazzi, era stato priore nel 1470. — Francesco-Antonio, suo figlio, oltre essere stato due volte priore e due volte gonfaloniere, fu senatore in patria e quindi, nel 1534 ambasciatore al Pontefice Paolo III. — La famiglia si estinse nel 1631 nella persona di Monsignor Vincenzo primo Vescovo di San Miniato. — Arma: Spaccato d'oro e di nero, al leone dell'uno nell'altro.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 216.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

NANNINI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


NANNINI di Siena. — Dei Riformatori, originari di Asciano, risieduti nel 1696. — Gian-Paolo di Francesco rettore dell'ospedale di San Miniato al Tedesco. — Arma: D'azzurro alla fonte zampillante al naturale.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 195.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

FRESCOBALDI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


FRESCOBALDI di Firenze. — Originaria della Germania e signora di Malmantile, di Montecastelli e di altri luoghi in Val di Pesa, fu potentissima in Firenze nei secoli XIII e XIV. — Nel primitivo governo ebbe consoli ed anziani, e nel governo popolare sei priori di libertà fra il 1285 e il 1515. Sotto il principato poi godettero i Froscobaldi l'ufficio di senatori per varie volte ed ebbero pure in varie epoche concessioni di titoli di nobiltà. — Dino di Lambertuccio, gentil rimatore dei primi tempi della lingua ed amico dell'Allighieri. — Por prudenza civile si distinsero M. Fresco podestà di Ancona nel 1279, e capitano di Prato nel 1284; M. Teglia podestà di Bologna e di Parma; Fra Antonio di Bernardino cavaliere di Rodi e priore di Pisa; Pietro Vescovo di San Miniato; Carlo sopraintendente generale di Francesco I duca di Mantova. — Arma : Spaccato d'oro e di rosso, a tre gigli del primo ordinati nel secondo.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, pp. 435-436.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

CORSI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


CORSI di Firenze. — Originaria di Dicomano, conosciuta e apprezzala in Firenze fino dal secolo XIII, e signora della vasta tenuta di Monte Pescali in Maremma col titolo di marchese. Fu di parte ghibellina; ma dal 1354 venne ammessa alle magistrature, e fino al 1530 dette al Comune nove gonfalonieri e 28 priori. — Si diramò in Domenico e Lapo figli di Francesco e di Lapo. Dal ramo di Domenico uscì il più rinomato di questa casa, Giovanni di Bardo; e ne fu ultimo Mauro monaco camaldolese, Vescovo di San Miniato nel 1662. Del ramo di Lapo fu Giovanni gonfaloniere nel 1512, ambasciatore a Ferdinando II di Spagna, a Venezia, a Carlo V, a Paolo III e consigliere di stato di Cosimo I. — Diversi ottennero la dignità senatoria. — Lorenzo Vice-legato ìiì Avignone dal 1653 al 1055, e commissario generale di Roma. — Domenico, Cardinale nel 1668. Vescovo di Rimini e Legato in Ferrara. — Cosimo Cardinale nel 1842 vescovo d'Iesi e poi arcivescovo di Pisa. — Devesi a Jacopo di Giovanni Corsi l'invenzione del dramma in musica, avendo incoraggiato il Peri a tentarlo; e la prima di cotali produzioni fu la Dafne del Rinuccini colle note del Peri, rappresentata in Firenze nel 1591 nel palazzo dello stesso Jacopo. — Arma: Spaccato di verde e d'argento, al leone dell'uno nell'altro, con la banda d'argento attraversante SUI tutto. — Motto: QUAND A DIEU PLAIRA.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, p. 326.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

SAMMINIATI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


SAMINIATI di Lucca. — Arma: Bandato d' argento e di verde, al palo di rosso, attraversante sul tutto.

SAMMINIATI di Firenze. — Arma: Inquartato; nel 1.° e 4.° d'azzurro, seminato di gigli d' oro; col lambello di quattro pendenti di rosso, attraversante ; nel 2.° e 3.° d' oro, all'aquila d'azzurro.

SAMMINIATI o SANMINIATO di Sicilia. — Originaria di Catalogna, fu portata in Sicilia da un Calcerano che vi seguì il re Pietro d'Aragona dal quale ottenne la castellania di Licata con piena giurisdizione. — I suoi discendenti ànno posseduto il feudo di Ragalmallima e Sabuci, la baronia di Tripi e la terra e castello di Palagonia. — Arma: D' argento, a tre bande di rosso, scorciate nel capo, con un palo dello stesso, attraversante sul tutto.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 476.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

PINITESI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


PINITESI di Lucca. (Estinta). — Originaria di Sanminiato, trapiantata in Lucca nel 1184. — Lodovico Pinitesi nel 1564 fece fare a proprie spese l'apertura della fossa navigabile fuori della porta San Pietro. — Nel 1588 coi disegni dell'architetto Gherardo Pinitesi fu fabbricata la chiesa della Madonna dei Miracoli. — Arma: Di rosso, a sei pine di verde, 1, 2, 2 e 4.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 342.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

PETRI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


PETRI di Firenze. — Originaria di Siena, fu ascritta alla cittadinanza fiorentina con decreto 17 Mar. 1654, ed alla nobiltà di Sanminiato con altro rescritto 16 Apr. 1841 del Granduca di Toscana. — Francesco, prefetto del compartimento di Firenze, venne insignito dal Granduca Leopoldo II della croce del Merito di S. Giuseppe con decreto 28 Nov. 1852. — Arma: Trinciato d'azzurro e d'argento, alla banda contro merlata d' oro, attraversante sulla partizione, accompagnata in capo da una stella di sei raggi dello stesso, ed in punta da una biscia ondeggiante di verde, posta nel senso della banda.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 322.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

MORALI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


MORALI di San Miniato (Toscana). — Antica e nobile famiglia, le cui prime memorie risalgono al XIII secolo. — Giorgio professore di medicina nell'Università di Pisa verso la metà del XVI secolo; Ranieri Arciv. di Firenze nel 1815; Bernardo Cav. di Stefano, e ministro delle finanze della Regina reggente d'Etruria nel 1807. — Arma: Trinciato d'argento e di rosso, al leone dall'uno all'altro.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, p. 171.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

MERCATI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


MERCATI di Firenze. — Originaria di San Miniato, dette un priore alla patria nel 1388 nella persona di Giovanni di Lorenzo. — Si spense colla morte del Cav. Angiolo di Federigo il 2 Feb. 1716, di cui furono eredi i Neroni. — Arma: D'argento, alla tigre rampante al naturale, tenente una palma di verde.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1888, Vol. II, pp. 129-130.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

GRIFONI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


GRIFONI di Firenze. — Originaria di San Miniato. — Michele di Michele Grifoni segretario della Repubblica fiorentina nel 1474. — Vittorio Emanuele II re d' Italia, con decreto 28 Mar. 1866, riconobbe a Michele Grifoni del fu Carlo il diritto al titolo di marchese trasmissibile ai discendenti maschi con ordine di primogenitura, titolo che da più generazioni fu portato da' suoi antenati senza che se ne possa esibire alcun atto di regolare concessione. — Arma: D'oro, al grifo di ... .

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, p. 501.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

BUONAPARTE – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


BONAPARTE di Treviso, di Firenze, di Sarzana e di Roma. —Il nome di questa famiglia trovasi registrato nel libro d'oro della città di Treviso fino dal sec. XII. Nel secolo XIV si trova stabilita in S. Miniato (Toscana). Un Giovanni fu podestà di Firenze nel 1334, e un Oderico capitano del popolo fiorentino nel 1345. Al tempo delle fazioni esularono i Bonaparte da Firenze, e un ramo si riparò a Sarzana, e più tardi in Corsica sul cader del sec. XV. — Il ramo dei Bonaparte di Roma proviene da Luciano fratello dell'imperatore Napoleone I e gode dei titoli di principi di Canino, di Musignano e della Santa Sede. — Arma antica: Di rosso, a due sbarre d' oro accompagnate da due stelle dello stesso, l' una in capo e l' altra in punta. — Arma nuova: D'azzurro, all'aquila d'oro avente ira gli artigli una folgore dello stesso.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, p. 148.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

BORROMEO – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


BORROMEO-ARESE di Milano. — Discende per alleanza dalla famosa famiglia dei Vitaliani di Padova, e fu trapiantata in Milano nel 1396 da un Giovanni Borromeo di San Miniato. Vitaliano suo figlio ottenne nel 1406 da Filippo Ma ria Visconti la cittadinanza milanese, nel 1439 il feudo di Arona, nel 1440 Camairago e San Vito nel Lodigiano, c nel 1445 il titolo di conte di Arona, e fu signora di altri moltissimi feudi. — Si contano fra i Borromeo otto decurioni della propria patria, sette governatori di città e Provincie, diversi senatori. — Dette alla chiesa molti prelati, vescovi, arcivescovi e sei cardinali, dei quali sono celeberrimi S. Carlo e Federico ambedue arcivescovi di Milano. Un altro Carlo nel 1710 fu Viceré di Napoli; un Giovanni fu creato marchese di Angera; un Giovan-Benedetto ebbe il titolo di principe di Maccagno-Imperiale, e un Giberto nel 1812 fu fatto Conte del regno italico. — Arma : Inquartato, fiancheggiato in arco di cerchio, col capo e la campagna ritondati; nel 1.° di rosso, alla corona antica d' oro, posta in sbarra; nel 2.° d'argento, a due treccie di rosso posto in sbarra annodate in croce di S. Andrea; nel 3.° d'azzurro, a tre anelli intrecciati d'oro; nel 4.° di rosso, al freno d'argento posto in banda. Il fiancheggiato di rosso seminato nel fianco destro di plinti d' oro, al liocorno d'argento, accollato da una corona antica d'oro, spaventato da un ombra di sole radioso dello stesso, orizzontale a destra, caricata dal biscione visconteo di verde all'uscente al naturale; e il fianco sinistro caricato di un camello d'argento giacente in un canestro d' oro, sostenente sulla gobba una corona antica dello stesso sormontata da sette penne di struzzo, tre d' argento e quattro d' azzurro. Il tutto sinistrato e spaccato; superiormente d'oro, all'aquila spiegata di nero, coronata del campo; inferiormente d'argento, al volo abbassato di nero. Il capo e la campagna d'argento, caricato il primo dal motto humilitas in carattere gotico di nero, sormontato da una corona fioronata d' oro, e la seconda da un cedro d' oro, gambuto e fogliato di verde, posto in fascia. Sopra il tutto scudetto partito: nel 1.° bandato di vaglio e di verde; nel 2.° di rosso, a tre fascie di verde, alla cotissa d'argento attraversante sulle fascie. — Cimiero a destra: Un serpente alato a testa umana accollato ad una colonna d'argento uscente da un canestro d'oro. — Cimiero a sinistra: Il cammello dello scudo.

BORROMEO di Firenze. — Originaria di S. Miniato. — Carlo d'Antonio nel 1512 fece parte dei XVI Gonfalonieri di compagnia e nel 1515 del Magistrato dei X di Balìa. Questo ramo si estinse nel 1679. — Arma: Fasciato di rosso e di verde; alla banda d'argento attraversante sul tutto.

BORROMEO di Padova. — È un ramo dei Borromei di Milano, e porta il titolo di Conte che nel 1403 fu conferito a Borromeo dei Borromei. Fino dal 1634 furono ascritti al nobile Consiglio, ed ebbero la conferma della nobiltà nel 1819. — Arma: Uguale alla precedente.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, p. 159-160.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

ANSALDI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


ANSALDI di San Miniato. — Discendente da Pileo Ansaldo, venne nell'Italia al tempo di Carlo Magno, e si stabilì in Firenze, e quindi si trapiantò in San Miniato ove esiste tuttora. Un Giovan Battista fu Vescovo di Cariati nel 1576. Un ramo, oggi estinto, si portò in Lombardia circa al 1228. — Arma : Di rosso, al dragone d'oro.

ANSALDI di Bologna. — È un ramo della precedente, e vi à fiorito dal 1116 fino al 1321. Enrichetto ed Ugo furono Consoli, e Ansaldino appartenne al collegio degli Anziani. — Arma: Trinciato, d'argento e d'oro; colla banda ondata di rosso sulla partizione.

ANSALDI di Messina. — È un ramo della precedente, e si trapiantò in Messina con Gregorio Ansaldi sotto l'imperatore Federico II. Con decreto 13 Febbraio del 1749 un Giovanni di Simone fu riconosciuto col titolo di Marchese di Spataro, passato poi nel 1872 a Giuseppa-Beatrice Ansaldi. — Arma come la precedente.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, p. 48-49.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

ALTOGRADI – SAN MINIATO NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO CROLLALANZA


ALTOGRADI di Lucca. — Discendente da San Miniato, questa famiglia venne ascritta nel 1417 alla nobile cittadinanza di Lucca. Ebbe nel Consiglio diversi anziani. (Estinta). — Arma: Di vaio pieno, ombreggiato d' azzurro.

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa, 1886, Vol. I, p. 35.


G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio

venerdì 21 febbraio 2014

I BORROMEI DI SAN MINIATO NEL SOMMARIO STORICO DELLE FAMIGLIE CELEBRI TOSCANE


Di seguito è proposta la trascrizione dell'articolo storico dedicato alla famiglia Borromei (o Borromeo), pubblicato in D. Tiribilli-Giuliani, Sommario storico delle famiglie celebri toscane, riv. Da L. Passerini, L. Melchiorri Editore, Firenze, 1855, Vol. 1, n. 27. Si tratta di un breve saggio che individua l'origine della casata e traccia un profilo sintetico degli esponenti di maggior rilievo.

D. Tiribilli-Giuliani, Sommario storico delle famiglie celebri toscane
riv. da L. Passerini, L. Melchiorri Editore, Firenze, 1855, Vol. 1. Frontespizio.


BORROMEO
(di San Miniato)

[01] «Da un Borromeo di Francesco, che probabilmente portava il cognome de' Franchi, stato Giudice in Firenze nel 1347 ebbero origine e cognome i Borromei. I suoi discendenti furono costretti di abbandonare la patria nel 1370, cioè quando San Miniato fu soggiogata dai Fiorentini. Gregorio XV nel 1622 dichiarò Città lo terra di San Miniato e ciò in contemplazione di esservi uscita la famiglia Borromeo da cui uscì S. Carlo; ma in realtà quel Cardinale apparteneva ai Vitaliani di Padova, i quali nel 1438 essendo stati eredi di un ramo dei Borromeo ne adottarono il cognome.

Filippo di Lazzaro esercitò il notariato, poi non so per quali mezzi divenuto ricco, fecesi capo della fazione Ghibellina; in tale qualità rese importantissimi servigj ai Visconti i quali mossi dalla cupidigia e dall'ambizione di estendere i loro dominj avevano spinte le loro armi vittoriose fino in Toscana. Giunto l'Imperatore Carlo IV in Italia, nel 1368 insieme a Bernabò Visconti mosse guerra ai Guelfi; San Miniato che fino dal 1347 si era data temporariamente alla Repubblica fiorentina si ribellò dichiarandosi per l'Imperatore. Filippo in questo cambiamento vi ebbe la parte principalissima. Giunto l'Imperatore in Toscana le cose procedevano assai bene; ma andato a Siena fu sconfitto e con grande scorno dovè ritornare in Germania. I Fiorentini che aspiravano il momento di vendicarsi degli abitanti di San Miniato colsero quest'occasione e vi spedirono Roberto Guidi Conte di Poppi per sottometterli. Bernabò Visconti prese le loro difese; pur tuttavia i Fiorentini riuscirono di penetrare nel Castello e ridurlo alla loro devozione. I Capi principali della ribellione furono tradotti a Firenze, non escluso Filippo, il quale vi fu decapitato il 14 gennajo del 1370. Il suo cadavere, dopo di essere stato trascinato ignominiosamente per le vie della Città, fu gettato in Arno.

Borromeo suo figlio dopo la morte del padre fuggì dalla patria ricovrandosi a Milano presso i Visconti. Colà si dedicò alla mercatura ed avendo favorevole la sorte accumulò copiose ricchezze. In seguito Francesco da Carrara Signore di Padova lo chiamò presso di sè nominandolo Tesoriere dei suoi stati; poi avvedutosi che faceva il proprio interesse a carico [02] del pubblico tesoro lo fece carcerare né lo lasciò in libertà che dopo di avere sborsato 23,000 scudi d'oro. Trovatosi libero tornò a Milano e colà si pose ad accendere l'animo di Gio. Galeazzo Visconti contro i Carraresi i quali nel 1387 dovettero principalmente a lui la perdita dei loro stati. Nel 1404 Francesco Novello da Carrara ricuperò Padova e sebbene la guerra continuasse tra i Carraresi ed i Visconti finalmente si venne ad un trattato di pace in cui vi fu contemplato il Borromeo al quale i Carraresi si obbligarono concedere il perdono. Pur tuttavia egli poco fidandosi di loro continuò a vivere in Milano ove tenendo banco diventò ricchissimo. Essendo in buona grazia dei Visconti ottenne dai medesimi la Contea di Castellarquato; poi caduto in disgrazia di quella famiglia gli fu tolta l'investitura e nel 1407 fu data agli Scotti. Morì in Venezia nel 1422.

Giovanni suo fratello visse in Milano ove dai Visconti nel 1394 ottenne la cittadinanza. Trovatosi possessore di copiose ricchezze chiamò da Padova presso di sé Giacomo Vitaliani nato da Margherita sua sorella e lo istituì erede delle sue fortune. Questo Giacomo Vitaliani è il progenitore dei Borromeo di Milano da cui uscì S. Carlo.

Giovanni di Borromeo dopo la morte del padre furono a lui assegnate 30 botteghe con fondaco in Firenze, 22,800 fiorini d'oro di capitale su i monti di quella città ove aveva case e palazzi, ed alcuni terreni presso S. Casciano in Val di Pesa. Dopo la sua morte avvenuta nel 1466 l'unica di lui figlia Beatrice e moglie di Giovanni de' Pazzi, doveva essere l'erede di tanta fortuna; ma il di lei cugino Carlo Borromeo ottenne dalla Repubblica fiorentina che venisse emanata una legge in forza di cui i nipoti maschi escludevano le figlie. L'autore principale di questa ingiustizia fu Lorenzo il Magnifico il quale geloso della grandezza ed opulenza dei Puzzi cercava ogni mezzo per abbatterli. Da ciò ebbe principalmente origine, sebbene molto tempo più tardi, la tanto famosa congiura dei Pazzi.

Carlo d'Antonio del ramo di Padova, venne a stabilirsi in Firenze al seguito della conseguita eredità di Giovanni Borromeo suo Zio, di cui Lorenzo il Magnifico in onta dei Pazzi aveva spogliala Beatrice di lui unica figlia. Nel 1468 guadagnò una giostra celebrata in Firenze; nel 1512 fece parte dei XVI Gonfalonieri di Compagnia e nel 1515 del Magistrato dei X di Balia.

Achille d'Alessandro dello stesso ramo, passato al servizio imperiale combatté nelle guerre contro i Veneziani, ed anzi fece ogni sforzo perché Padova cadesse nelle mani dell'Imperatore; riuscì in seguito ai Veneziani di ricuperare quella Città ed allora fu dichiarato ribelle e gli furono confiscati i beni. Morì al sacco di Roma nel 1527 combattendo per l'Imperatore Carlo V.

Giovanni di Carlo del ramo di Firenze nel 1571 fu eletto Cavaliere di S. Stefano; passato al servizio dei Veneziani combatté con essi nelle guerre contro i Turchi e nel 1574 in ricompensa dei suoi servigi ebbe il governo di Rettimo nel regno di Candia.

Carlo di Galeazzo dello stesso ramo. Vestì l'abito di frate Carmelitano e nel 1630 conseguì la laurea nell'Università dei Teologi di Firenze di cui fu Decano nel 1646. In seguito divenne Assistente generale del suo Ordine; [03] Priore del Convento di Prato, poi di quello della Traspontina di Roma e finalmente di Firenze. Mori nel 1659.

Antonio-maria di Bonifazio del ramo di Padova, dedicatosi alla Chiesa si ascrisse tra i Canonici regolari Teatini professando in Vicenza ove lesse Filosofia e Teologia; poi andato a Roma divenne Segretario del Generale e Consultore di quella Congregazione. Nel 1713 Clemente XI lo elesse Vescovo di Capo d'Istria, chiesa che renunziò nel 1733 ritirandosi in Padova ove ottenne l'Abbazia di Carmignano. Morì nel 1738.

Antonio-maria di Gio. Carlo, dello stesso ramo, fu uomo distinto per la sua templare pietà ed erudizione. Scrisse varie opere; ma ciò che gli acquistò fama fu la magnifica Collezione de' Novellieri Italiani da lui senza risparmio di spesa e fatica raccolta. Ne pubblicò il Catalogo in Bassano nel 1794 e nel 1805 con dieci Novelle inedite nella prima edizione, ed una nella seconda. In questa raccolta omise le Novelle di Giovanni Rodoni dall'autore scritte in derisione dei riti della Cattolica Religione e tutte quelle che erano note per la loro oscenità. Morì nel 1843 il 23 Gennaio.

La famiglia Borromeo esiste tuttora in Padova. Il ramo di Firenze si estinse nel 1679 il 18 Febbraio nel Senatore Giovanni, i di cui beni passarono in uno dei rami di Padova, per mezzo del matrimonio di Teresa sua figlia col Conte Borromeo Carlo. Una diramazione rimasta in San Miniato, e propagata da Borromeo Zio a quel Filippo che fu, come dicemmo, decapitato, mancò in Pietro-Paolo che morì nel 1672.

SCRITTORI DA' QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA

Litta, Famiglie celebri Italiane. — Ughelli, Italia sacra. — Ammirati, Istorie Fiorentine.

domenica 2 settembre 2012

I TABERNACOLI DEL VINO SANMINIATESI

di Francesco Fiumalbi

In Occidente, fin dall'antichità, il vino è un alimento legato alla sfera sacra, tanto nelle religioni pagane, quanto in quelle monoteiste.
Da qui a farne quasi un oggetto di culto ce ne corre, ma in pratica è quello che è accaduto a Firenze a partire dai secoli XV e XVI. Dei veri e propri "Tabernacoli del Vino" si aprivano sulle strade della Firenze rinascimentale, realizzati alla stessa maniera delle edicole sacre.
In realtà si chiamano "Buchette del Vino", ma la tradizione popolare le ha accostate ai tabernacoli proprio per loro forma, presa in prestito dalle edicole religiose.
Costituivano l'apertura degli "spacci" per la vendita del vino e dell'olio, in diretta comunicazione con la cantina, che generalmente si trovava nei piani bassi o interrati degli edifici. Essendo un commercio molto florido, proprio per ripararsi dal rischio delle rapine, queste buchette consentivano a mala pena il passaggio di un "toscanello", il tipico fiasco toscano la cui produzione era concentrata nell'empolese.

 Cantina Capponi, Firenze, via de'Bardi
Foto di Francesco Fiumalbi

A Firenze se ne contano a decine e decine, alla base dei palazzi nobiliari e non, tutte più o meno caratterizzate dalla tipica forma a edicola in pietra, con archetto superiore, con o senza la punta a goccia, e tutte rigorosamente chiuse da una porticina in miniatura. Nacquero fra il '400 e il '500, dopo che la crisi finanziaria aveva quasi messo in ginocchio Firenze (come non ricordare il fallimento dei Bardi e dei Peruzzi, per la mancata restituzione del debito da parte di Edoardo, Re d'Inghilterra). I banchieri cominciarono, così, a diversificare i propri investimenti, concentrandoli sempre di più sul "bene rifugio" per eccellenza: la terra. Divennero proprietari terrieri, e grandi produttori di vino e di olio, che vendevano direttamente dalle proprie cantine per evitare l'intermediazione da parte di osti e vinai, ricavandone un guadagno maggiore. L'avventore lasciava il fiasco vuoto e ne prendeva uno pieno, che poi avrebbe riportato la volta successiva.
Negli anni, moltissime buchette sono state alterate notevolmente: sono diventate cassette per la posta, eleganti porta-campanelli o, più semplicemente, murate. Tante altre sono andate perdute irrimediabilmente.

Cantina, Firenze, via de'Bardi
Foto di Francesco Fiumalbi

A San Miniato i "tabernacoli" sopravvissuti sono soltanto tre, ma un tempo dovevano essere molti di più. Sono elementi "d'importazione", e decisamente più semplici rispetto ai corrispettivi fiorentini.
Dopo la conquista del 1370, e per tutto il '400, i Fiorentini esportarono nel territorio sanminiatese il loro modello di organizzazione territoriale, basato sulle ville-fattoria a controllo del capillare sistema mezzadrile. Dal Catasto fiorentino del 1427 sappiamo che il territorio sanminiatese era coltivato a vigneto per quasi un quarto della superficie produttiva dichiarata (corrispondente a circa 2400 staiora), e ad oliveto per circa il 40 % (circa 4300 staiora) (1). Considerando che lo staio è la quinta parte dell'ettaro, possiamo trasformare le due superfici in 480 e 860 ettari. Approssimativamente un ettaro di vigneto produce circa 80 quintali di uva, dai quali si ricava il vino con una resa del 70 %, quindi da ogni ettaro di vigneto possiamo ottenere 56 quintali di vino, circa 5500 litri. Analogo ragionamento possiamo farlo per gli oliveti: un ettaro di olivi, disposti a sesto d'impianto, produce circa 50 quintali di olive, dai quali si ricava olio con una resa del 12 % circa, ovvero olio per 6 quintali/ettaro, corrispondente a circa 660 litri. Quindi in totale abbiamo circa 2,5 mln di litri di vino e circa 0,5 mln di litri di olio, prodotti nel territorio sanminiatese nel primo Quattrocento (2).

Scala del Vescovado, San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il "tabernacolo" più bello, ma anche molto sciupato, è quello situato ai piedi della vecchia Torre dei Pallaleoni; la torre costruita nel 1310 si ergeva al centro dell'odierno Palazzo Vescovile, di fianco al Palazzo "vecchio" del Popolo (3) e scapitozzata nel 1746 (4). Nel 1489, anno in cui il palazzo fu destinato ai canonici dell'allora Collegiata dei SS. Maria e Genesio (poi dal 1622 Cattedrale), secondo il Piombanti venne realizzato lo sdrucciolo che da Piazza del Seminario conduce a Piazza del Duomo passando sotto al palazzo, chiamato Scala del Vescovado, sopra il quale è collocato uno stemma consunto dal tempo, la cui appartenenza ci è ignota (5). La muratura ai margini non è esattamente sagomata, il che fa pensare alla "buchetta" come elemento aggiunto in un momento successivo. Probabilmente fu realizzata dai Canonici posteriormente al 1489, come punto di vendita del vino prodotto nelle cospicue proprietà ecclesiastiche, anche se non è da escludersi una datazione anteriore.
Questa buchetta è caratterizzata da una edicola in pietra serena, molto consunta, con terminazione a punta. Sul lato sinistro si notano ancora gli alloggi per le cerniere metalliche, che dovevano sostenere la porticina in legno. Negli anni è stata tamponata in muratura.

Buchetta del Vino "dei Canonici"
San Miniato, Scale del Vescovado
Foto di Francesco Fiumalbi

La seconda "buchetta" è quella del Palazzo Roffia, edificato nel '500 a partire da una più antica abitazione risalente per lo meno al '300 (6). Si tratta di un'edicola in pietra arenaria, con terminazione arcuata, e con trattamento superficiale liscio. L'antica porticina è stata tamponata con muratura e poi intonacata.
Esternamente l'apertura è collocata molto in basso, in prossimità del piano stradale. Internamente invece si trova ad una quota di circa 60 cm dal pavimento, essendo il solaio dell'edificio più basso rispetto alla strada. Tale differenza di quota è da attribuirsi al progressivo innalzamento della sede carrabile, avvenuta negli ultimi due secoli.

 Palazzo Roffia, particolare
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

La buchetta era collegata direttamente con la cantina del palazzo, situata dove oggi c'è il Circolo "La Cisterna". Lo sdrucciolo, che oggi fa da accesso al circolo, consentiva di trasportare i fiaschi del vino fino al piano terreno, dove venivano venduti al pubblico attraverso l'edicola.
I Roffia avevano consistenti possedimenti proprio a Roffia, nella pianura nei pressi dell'odierna San Miniato Basso, nella valle dell'Ensi (nei pressi di Marzana "bassa"), e in quella del Rio Pilerno (Catasto Generale della Toscana, 1834). Quindi dalla campagna, parte della produzione del vino raggiungeva San Miniato, dove veniva venduta ai cittadini direttamente dal palazzo padronale.

Buchetta del Vino "dei Roffia"
San Miniato, Palazzo Roffia, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi
 
Analogo discorso, vale per il "tabernacolo" di quello che un tempo era il Palazzo Pini, poi Pini-Maioli, Maioli e infine Viviani, situato in Piazza XX settembre, sul lato opposto rispetto all'ospedale. L'edificio presenta una facciata articolata, evidentemente frutto di ampliamenti e rifacimenti. Tuttavia sappiamo che i Pini, a cui probabilmente si deve il nucleo originario dell'abitazione, erano presenti a San Miniato già nel XIII secolo, e nel '400 vengono indicati come nobili (7). La famiglia continua a sopravvivere fino a tutto l'800, e detiene possedimenti dalle parti di Bucciano, Balconevisi, Agliati e a San Miniato sul fronte settentrionale della contrada di Pancole. Erano quindi proprietari terrieri, e vendevano il vino prodotto.

 Palazzo Pini, poi Pini-Maioli, Maioli, Viviani
San Miniato, piazza XX settembre
Foto di Francesco Fiumalbi

 La "buchetta" del vino dei Pini è quella più semplice delle tre. Costituita da una edicola in pietra arenaria, arcuata, e con la terminazione che presenta una punta accennata. Negli anni è stata murata, ed è situata alla sinistra del portone di ingresso, ad una altezza da terra di circa un metro. Al basamento dell'edificio, esattamente in prossimità della buchetta, si aprono tre finestrelle quadrangolari, una sorta di piccole "bocche di lupo", che servivano per aerare ed illuminare i locali seminterrati, verosimilmente adibiti a cantine.

Buchetta del Vino "dei Pini"
Palazzo Pini, poi Pini-Maioli, Maioli, Viviani
San Miniato, piazza XX settembre
Foto di Francesco Fiumalbi

Quelli che abbiamo visto sono i tre "tabernacoli del vino" superstiti. Probabilmente ogni famiglia nobile, aveva una edicola attraverso la quale vendere vino e olio direttamente dalle proprie cantine. Chiunque abbia notizia di altre "buchette", è invitato a segnalarcele!
 
Il nostro indirizzo di posta elettronica è sempre lo stesso:
smartarc.blogspot@gmail.com


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Salvestrini Francesco, San Miniato al Tedesco. Le risorse economiche di una città minore della Toscana fra XIV e XV secolo, in Rivista di Storia dell'Agricoltura, n. 1, 1992, pp. 111-118.
(2) E' bene precisare che i valori considerati non sono quelli odierni, ma cautelativamente più bassi, e sempre arrotondati per difetto, tenendo conto della minore produttività dell'epoca. Non vanno intesi come dati effettivi e certi, ma solo come indicazione quantitativa. E lo stesso dicasi per le superfici, sicuramente inferiori a quelle effettive: nel computo non è considerato il seminativo alborato vitato, e poi essendo il catasto basato su accertamenti che non prevedevano la misurazione scientifica del terreno, è ragionevole ipotizzare una consistente approssimazione al ribasso. Inoltre il territorio sanminiatese non era quello attuale. Buona parte della Valdegola ricadeva nei comuni di Barbialla, Cigoli, Stibbio e Montebicchieri, ma di San Miniato erano i territori di Marcignana, Ponte a Elsa, Monteprandi e Brusciana, poi riordinati con la riforma comunitativa del 1774. Si veda il Regolamento Generale per le Comunità del Distretto Fiorentini del 29 settembre 1774 e il Regolamento Locale per la Comunità di Samminiato del 14 Novembre 1774. Quindi la superficie del territorio sanminiatese dell'epoca è da considerarsi circa l'60-70 % di quella attuale.
(3) "Pulienses et Malederate de sancto Miniate fecerunt simul consortium, et se invicem ad cartam ligaverunt et obligaverunt de manutenendo guerram et pacem simul etc, sub anno predicto et indictione, die XXVIII novembris. Postea anno MCCCX, de mense agusti , fecerunt fieri turrim de lateribus prope palatium, et vocabatur <<La torre dei Pallaleoni>>", Giovanni di Lemmo da Comugnori (ed. a cura di Vieri Mazzoni), Diario (1299-1319), Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2008, c. 18r, p. 22.
(4) Piombanti Giuseppe, Guida della Città di San Miniato al Tedesco con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia di Massimo Ristori, San Miniato, 1894, rist. anast. Matteoli Anna (a cura di), Bollettino dell’Accademia degli Euteleti di San Miniaro al Tedesco, n. 44, 1975, p. 79; cfr. Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi & Bertolli, Firenze, 1967, pp. 101-102.
(5) Piombanti, Op. Cit., p. 79.
(6) Cristiani Testi, Op. Cit., p. 123.
(7) Boldrini Roberto (a cura di), Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001, p. 229.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...