venerdì 18 luglio 2014

[G. CHELLI] LA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO - CONTINUA L'ARRAMPICATA SUGLI SPECCHI?

di Giuseppe Chelli

Arrampicarsi sugli specchi per tenere ancora desta la ballata dell'eccidio tedesco del Duomo di San Miniato, avvenuto il 22 luglio 1944 (perché di questo ora si tratta!), è uno sport ancora ampiamente praticato dalla sinistra locale, sebbene da una decina di anni abbondante la storiografia, la ricerca archivistica e la magistratura militare italiana abbiano provato e sentenziato che il misfatto fu opera dell'artiglieria americana.
I fatti sono così noti che non è il caso di ripercorrerli se non per quel tanto che può servire a rinfrescare la memoria.

La mattina del 22 luglio 1944, i Tedeschi, chiedendo al Vescovo di farsi loro portavoce, ordinarono alla popolazione di San Miniato di riunirsi in due piazze e successivamente nelle chiese adiacenti: San Domenico e il Duomo. Durante il cannoneggiamento della città un proiettile delle artiglierie americane penetrò nella Cattedrale uccidendo 55 persone e ferendone oltre un centinaio.
La percezione soprattutto da parte dei rifugiati e di chi senza aver assistito al cannoneggiamento americano raccolse il racconto dei superstiti, fu che la strage non poteva che essere di matrice tedesca, come ritorsione ai vari episodi di sangue accaduti nelle campagne per mano dei partigiani a danno dei soldati tedeschi [1].

Agli americani, arrivati il giorno dopo in città, non parve vero di non essere loro gli indiziati e frettolosamente aprirono e chiusero due inchieste attribuendo la piena responsabilità ai nemici. E altrettanto frettolosa (anche se con tempi più lunghi) fu l'inchiesta amministrativa voluta dal Sindaco Baglioni, le cui conclusioni sono dal 1954 rese immortali sulla facciata del Municipio nella lapide dettata da Luigi Russo [2].

Nonostante che in questi 70 anni abbia avuto varie occasioni per avviare una riflessione sulle diverse tesi dell'eccidio, l'Amministrazione Comunale ha scelto di sostenere sempre la tesi della responsabilità tedesca. Già nel 1954 all'indomani della posa della lapide, il confronto tra Don Enrico Giannoni, testimone oculare del cannoneggiamento della città la mattina del 22 luglio, e il sindaco Prof. Concilio Salvadori, ci dice quanto la versione della responsabilità tedesca fosse recepita e condivisa a livello istituzionale. Interessante è ancora oggi rileggere il confronto apparso sul giornale Il Mattinodi Firenze l'8 agosto 1954, in cui il prete non teme di definire l'epigrafe del Prof. Russo “un fatuo trionfo di una grossa menzogna” rispondendo al Sindaco che ne difende il contenuto e la scelta. “No!”, ribatte Salvadori, “Devi dire che è una di quelle questioni che non si decide, che non si può decidere… Noi abbiamo un documento di inchiesta comunale; non si poteva prescindere da quello” [3].

Fu piuttosto singolare, negli anni della guerra fredda, quando il confronto tra PCI e DC era vivacissimo attorno alle scelte di politica estera del Governo italiano, che il Partito Comunista, benché avesse sposato in toto l'antimperialismo americano, si sia sempre mostrato refrattario a riaprire il discorso sull'eccidio del duomo che pur avrebbe portato molta acqua al mulino della scelta antiamericana così popolare a sinistra.

Un'altra occasione, per riflettere sulla complessità delle vicende storiche ed umane di quei giorni del luglio 1944, si presentò nel 1982 all'uscita del film dei fratelli Taviani La notte di San Lorenzo, opera accolta con trionfale adesione da tutta la sinistra sanminiatese. E non poteva essere diversamente perché al di là della interpretazione epica dei fatti (come si disse), la pellicola ripropone la tesi della complicità nel delitto del Vescovo Giubbi, e non solamente! Chi ha sotto gli occhi la scena tragica della donna che trasporta la figlia morente e che rifiuta l'aiuto del Vescovo, a cui poco prima ha donato il pane per l'Eucarestia, ripetendogli con rabbia e disperazione: “Da sola… fo da sola… da sola…”, avverte che non si tratta di legittima interpretazione da parte dell'artista di un episodio, del resto mai avvenuto, ma piuttosto di una ricostruzione politica dei fatti, sostenuta d'impeto da tutta la propaganda social-comunista, fin dal dopoguerra.

I due anniversari più celebrati, il quarantesimo e il cinquantesimo, furono assolti dal Comune con un palese fastidio per via di una certa pubblica opinione non più disposta ad accogliere supinamente la tesi dell'eccidio tedesco [4].

La pubblicazione del libro Luglio 1944, edito dal Comune nel 1984, si muove su questo filo conduttore, forse per arginare quella ”voglia” di verità, frettolosamente liquidata come “revisionismo”. “…Se essa (la granata) provenisse dall'artiglieria alleata… o dall'artiglieria tedesca o da ambedue… non riesco a vedere oggi l'importanza di questa verità scrive l'Assessore alla Cultura. “….I soldati nazisti costrinsero con la forza la popolazione ad ammassarsi nella Cattedrale impedendo con le minacce che ognuno scegliesse, in quei duri momenti, la via della salvezza che riteneva più sicura” [5]. Vale a dire, insomma: la granata, sia pure americana, ma i tedeschi hanno in ogni caso la responsabilità morale dell'eccidio!

L'ultima occasione, prima degli avvenimenti del 2000, il Comune l'ebbe nella ricorrenza del cinquantesimo, quando fu collocata nella cattedrale la lapide commemorativa delle vittime per iniziativa dei familiari, cui si associarono il Capitolo della Cattedrale, l'Arciconfraternita di Misericordia e la Cittadinanza. Il Comune, pur invitato esplicitamente, non accolse l'invito che per coerenza avrebbe dovuto comportare la rimozione della lapide posta nel 1954 dalla facciata del palazzo comunale. Il Comune scelse invece di ricordare il 50° in solitario, con una stele sulla piazza del Duomo e con un Consiglio comunale aperto. Anche in questa occasione non venne affrontato alcun dibattito sui “fatti del Duomo”, pur in presenza da qualche anno di una storiografia che rifiutava la tesi dell'eccidio premeditato e avvalorava l'ipotesi di un “incidente” bellico compiuto dagli americani [6].

Saranno i primi anni del 2000 a spazzar via, faticosamente, l'omertà su una vicenda che se fosse stata vissuta nella sua tragica verità avrebbe risparmiato lacerazioni e faziosità ancora non risarcite. Il libro di Paolo Paoletti: 1944 San Miniato - Tutta la verità sulla strage (Ed. Mursia 2000), seguito l'anno dopo dall'opuscolo di Claudio Biscarini e Luciano Lastraioli La Prova (Ed. FM 2001) dettero avvio a un dibattito serrato e appassionato che coinvolse i media locali e nazionali, uomini della politica e della cultura [7]. “Il gelido eccidio perpetrato dai tedeschi” che per cinquant'anni campeggiava sulla facciata del Palazzo Comunale, divenne, di fatto, un “falso storico".

A chi è interessato a conoscere le vicende e i retroscena dei “fatti del Duomo”, la lettura delle opere citate fornisce ampie e dettagliate notizie per soddisfare qualsiasi curiosità e interesse. Qui basta dire che uno dei 98 proiettile da 105 sparati dal 337° Reggimento campale americano su San Miniato tra le 10 e le 10,30 del 22 luglio 1944 penetrò accidentalmente nella cattedrale attraverso un semi-rosone del lato Sud e uccise 55 persone, ferendone un centinaio.

A completare il quadro degli avvenimenti dei primi anni del 2000 concorsero due fatti di altrettanta importanza: la sentenza di archiviazione “sul supposto crimine di guerra tedesco, emessa dal Tribunale Militare di La Spezia nell'aprile del 2002 [8], e la Commissione d'indagine istituita dalla Giunta Frosini che nel 2004 concluse i lavori affermando che la tesi acriticamente proposta per anni della responsabilità tedesca è “una tesi che appare insostenibile, tenuto conto del complesso della documentazione di cui si dispone”[9].

La vicenda dei “fatti del duomo” si può dire che storicamente finisca qui; ma quella indagine, corroborata da documenti coevi ritrovati e pubblicati [10], ha svelato al tempo stesso uno scenario inquietante di fronte al quale la sinistra sanminiatese invece di fare un atto di coraggio ammettendo che sessant'anni prima fu compiuto un errore, diciamo pure, dalle conseguenze morali, civili, culturali, disastrose e non prevedibili, si è trincerata nella difesa di quell'errore, inventandosi doppie verità, doppie lapidi, elaborazioni spontanee del lutto, memorie fondative della nostra Repubblica, o dando sponda ultimamente agli incubi senili di un ignoto Nino, raccolti in un volume e raccontati nella lingua del più “stucchevole buonismo ex-veltroniano” [10].

I documenti a cui mi riferisco sono quelli ritrovati da Claudio Biscarini [11] e in particolare l'annotazione sul “Journal” del 337° battaglione americano di artiglieria campale, responsabile del cannoneggiamento su San Miniato la mattina del 22 luglio 1944. La riporto in lingua originale per non destare sospetti di traduzione addomesticata:

Message from Lookout 2: Partisan report that yesterday sommeone shooting in the vicinity of S. Miniato hit a church and killed 30 Italians and wounded about a 100.Wounded are in hospital at 4699/5998, not be fired upon. Town of S. Miniato is heavily mined and booby-trapped [12].

Che dire, se non che i partigiani e gli americani conobbero subito la verità?

E allora è nel giusto chi sostiene che anche la lapide [13] posta nel 2008, affiancando quella del 1954, non racconta la verità [14]: non ci sono voluti sessant'anni per accertare che la responsabilità di quell'eccidio fu degli alleati; dopo sessanta anni è saltato fuori che sessanta anni prima si conosceva per filo e per segno chi aveva compiuto quell'eccidio e chi aveva costruito l'ignobile menzogna, cancellando la verità che avrebbe dovuto essere fatta conoscere da parte di chi aveva l'obbligo civile e il dovere morale di farlo.

La elaborazione spontanea del lutto” e tutte le altre espressioni ad effetto inventate per giustificare e proteggere “le due verità” (quella storica e quella politica) dagli assalti del revisionismo, come dicono gli irriducibili, continuano, e chi sa fin quando, a dividere la comunità sanminiatese, al di là della bella frase fatta “che è tempo di ritrovarsi in una memoria condivisa”.


Le due lapidi sulla facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe commemorativa all'interno della Cattedrale
Foto di Giuseppe Chelli

Il monumento commemorativo in Piazza del Duomo
Foto di Francesco Fiumalbi



Note e Riferimenti:

[1] M. Fancelli, La verità balistica e la verità politica, in «Bollettino Accademia degli Euteleti di San Miniato», n. 75, 2008, p. 38 : “Di chi ,infatti doveva essere la colpa per le famiglie dei morti? Come doveva costruirsi la memoria di quegli eventi? Quale altra percezione era allora possibile? Spinti a raccogliersi in duomo….a chi dovevano dare la colpa i sopravvissuti?...”.
L. Paggi, Storia di una memoria antifascista, in L'Eccidio del Duomo di San Miniato La Memoria e la Ricerca Storica, Ed Bongi, a Cura del Comune di San Miniato 2004, p. 20: ..L'idea che le 55 vittime del 22 luglio possano essere la diretta prosecuzione di quello stillicidio di morti causate dal cannoneggiamento degli alleati, fattosi sempre più intenso in ragione della loro avanzata, diventa così inaccettabile…”.


[2] P. Paoletti, San Miniato 1944- Tutta la verità sulla strage, parte II, Le Inchieste, pp. 43-63.

[3] E. Giannoni, La Commemorazione a S. Miniato non ha tenuto conto della verità, in Il Mattino di Firenze, 8 agosto 1954: …A conoscenza perfetta dell'Epigrafe volle il caso che io mi incontrassi, il 1° agosto stesso, con l'amico (dai banchi della scuola ) professore C. Salvadori, mentre chiedeva al Proposto di benedire, alla cerimonia serale, la lapide in parola… Il colloquio, presente monsignor Rossi, fu schietto: - Avremo, dunque, stasera, un fatuo trionfo di una grossa menzogna! -. - No! Devi dire che è una di quelle questioni che non si decide, che non si può decidere. - Ma tu, invece, l'hai decisa. E l'hai decisa in modo perentorio e la decisione l'hai scolpita nel marmo, anzi l'hai compilata nel bronzo. Io non esigevo che tu la decidessi nel senso della mia tesi (pure definitiva e patrimonio dei più). Potevi deciderla in modo che la lapide commemorasse i morti e maledicesse la guerra, ma non in modo unilaterale. - Ma noi abbiamo un documento di inchiesta comunale; non si poteva prescindere da quello…”.

[4] H. Kohler, San Miniato - Morte nella Cattedrale, Appendice Documentaria, giugno 1987, p. 154: …Con le mie ricerche….quello che ho cercato di raggiungere è stato, sine ira et studio, per un legame di simpatia per questa cittadina tanto duramente colpita, un mio contributo per il chiarimento della questione da parte tedesca. In verità mi sono messo a investigare tra le documentazioni tedesche, in particolare dell'Archivio Militare di Friburgo, con la speranza di trovare qualche indicazione concreta sul corso dei fatti… Preferisco dire subito il risultato: la speranza è stata delusa. Con il coraggio che ammette la possibilità di un errore, penso di poter affermare: gli archivi tedeschi non hanno nulla di utile per il chiarimento diretto dell'accaduto.”.

[5] M. Marianelli, San Miniato Luglio 1944, a cura dell'Amministrazione Comunale di S. Miniato 1984, Introduzione, pp. 8-9: ….e non riesco a vedere oggi l'importanza di questa verità. Penso, invece, che sia possibile esprimere un giudizio sul comportamento dei soldati nazisti, i quali trattarono la popolazione come gente nemica, che si doveva avvilire, annullare, costringendola con la forza ad ammassarsi nella cattedrale, rinchiudendovela ed impedendo con le minacce che ognuno scegliesse, in quei duri momenti, la via della salvezza…”.

[6] C. Biscarini e G. Lastraioli, Arno-Stellung, Bollettino Storico Empolese, §3. A sinistra dell'Elsa: ….La verità accertata è che, nella mattina del 22, San Miniato fu sotto il fuoco degli obici americani. Nel diario del 349° fanteria (88° divisione) non pochi messaggi confermano la circostanza: alle 10,57 l'osservatorio n.2 lamentava pessima visibilità e riferiva scarso movimento di civili. Non mancava di segnalare che la propria artiglieria aveva battuto il settore orientale della citta (Our Arty east side of S. Miniato)… Nessun accenno, nel meticoloso giornale reggimentale americano, a tiri di artiglieria tedesca su San Miniato…. Lo sperone della Rocca di Federico II avrebbe comunque impedito che eventuali tiri da nord o da nord-est andassero a cadere sull'edificio della Cattedrale. Il 22 luglio l'artiglieria germanica era piazzata sulla destra dell'Elsa, dall'ansa di Capocavallo a Ponte a Elsa. Da lì non poteva certo infilare un colpo nel rosone del braccio settentrionale del transetto, come allega la tesi sterminazionalista…”.

[7] La Nazione di Firenze, Il Tirreno di Livorno, Libero, Il Corriere della Sera e Giornalisti: Dario Fertilio - Paolo Mieli - Andrea Colombo - Franco Cardini. Politici Lamberto Dini - Senatore Turini - Riccardo Migliori – Sen. Luvisotti - sottosegretario Alessandro Paiano. Christiane Kohl “Der Himmel war strahlend blau” “……In chiesa venne ritrovato un proiettile, dove era scritto in inglese spoletta, di cui gli americani non facevano cenno nel rapporto investigativo… la commissione… terminò velocemente i suoi accertamenti…”; Procura Militare Della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia, Decreto di Archiviazione n.262/96/R.Ignoti del 20 aprile 2002 su Fatto commesso in San Miniato (PI) il 22 luglio 1944 Dispositivo “… deve ragionevolmente ritenersi che l'ipotesi maggiormente preferibile sia quella dell'incidente bellico, ovverosia del colpo di artiglieria erroneamente caduto su un bersaglio civile e non militare…”.

[8] Eccidio del Duomo di San Miniato - La Memoria e la Ricerca Storica ( 1944-2004), edito a cura del Comune di San Miniato, Autori: P. Luigi Ballini – G. Contini – C. Gentile - S. Moroni – L. Paggi, pp.139-140:“… Nessun approfondimento e nessun confronto parve allora possibile. Ma anche nel periodo successivo, dopo la morte di Stalin e la revisione dei giudizi sullo stalinismo, in un diverso clima internazionale, con i pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI, negli anni del centro–sinistra, le diverse tesi sono state ripetute senza significative varianti. Giornali, libri film hanno acriticamente continuato a riproporre per anni, la tesi della responsabilità tedesca; una tesi che appare insostenibile, tenuto conto del complesso della documentazione di cui si dispone. Le schegge non fanno curve.”.

[9] Si tratta del libro dal titolo Il Valdarno Inferiore nel 1944 in cui Nino Bini ripropone in tre capitoli (San Miniato I- II-III) la tesi della responsabilità tedesca nell'eccidio del duomo del 22 luglio 1944, asserendo di possedere perizie balistiche e documenti tali da sconfessare le indagini dei periti di Paoletti e quanto sostenuto ne La Prova di Biscarini-Lastraioli. A Bini hanno risposto per le rime Claudio Biscarini e Giuliano Lastraioli in Della Storia di Empoli in data 26 settembre 2013 con i due articoli Ci risiamo e Zibaldone o Ircocervo.

[10] I documenti sono stati trovati da Claudio Biscarini al National Archives & Record Service di Washington D.C ( U:S:A referenza.388-FA 8337)-07; serie Italian Campaign-337th FABn-88Inf.Div.-Journal 1944. Nel dossier c'è un modulo ciclostilato e riempito il 22 luglio 1944. Si tratta dell'Ammunition Record compilato a fine giornata dal comando del 337° battaglione di artiglieria da campo dell'esercito statunitense. In due righe c'è tutto sul misfatto del Duomo di San Miniato: …22 luglio 1944, ore 10,30 - Bersaglio Mitragliatrice nemica - Fonte: Osservatorio White - Batteria “A” - tiri 51 M48 Coordinate 4648/5950 Effetto: Buono.”

[11] C. Biscarini e G. Lastraioli, La prova... cit., p. 8 “… Al battaglione del 337° seppero della sciagura soltanto alle ore 22.10 del 23 luglio, quando al sottufficiale Johnson pervenne un messaggio dall'osservatorio avanzato Lookout 2 dove alcuni partigiani avevano riferito le prime notizie sulla strage. Il testo della relativa annotazione sul Journal tradotto dice. “ Partigiani riferiscono che ieri qualche tiro nei pressi di San Miniato ha colpito una chiesa e ucciso 30 italiani, ferendone circa un centinaio. I feriti sono all'ospedale nel punto carta 4699/5998 non ci si deve sparare sopra. La città di San Miniato è stata pesantemente minata e disseminata di trappole esplosive.

[12] Giuseppe Gori e Compagni di Delio Fiordispina, Inquadramento della Formazione Partigiana comandata da Mori Fioravante, p. 138; “Baglioni Prof .Emilio assunto nella Formazione il 1° Giugno 1944 come Addetto al servizio di collegamento con le truppe alleate”. Fu il primo Sindaco dopo la liberazione e istituì la Commissione d'Inchiesta sull'eccidio conclusasi con la Relazione Giannattasio in cui viene attribuita ai Tedeschi la responsabilità materiale dell'eccidio.

[13] La lapide posta nel 2008 a correzione della precedente del 1954 è stata dettata da Oscar Luigi Scalfaro e voluta dal Ministero degli Interni. Giornale La Nazione (senza data) …..È il ministero dell'Interno, nella persona del sottosegretario Alessandro Pajano, a pronunciarsi rispondendo ad una interrogazione dell'on. Riccardo Migliori. Pajano afferma che alla lapide che attribuiva l'eccidio ai tedeschi ne va affiancata un'altra che invece ne addossa la responsabilità agli americani…”: Sono passati più di 60 anni dallo spaventoso eccidio del 22 Luglio 1944 attribuito ai Tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità di quell'eccidio è delle forze alleate. La verità deve essere rispettata e dichiarata sempre…”.

giovedì 17 luglio 2014

ADDSM - COMMENTO - 1195, 24 APRILE - BOLLA DI CELESTINO III ALLA PIEVE DI SAN GENESIO

di Francesco Fiumalbi


ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
1195, 24 aprile – Bolla di Papa Celestino III a Gregorio proposto della Pieve di San Genesio

Oratorio di San Genesio con a lato gli scavi archeologici
Foto di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto il commento alla Bolla inviata dal Papa Celestino III alla Pieve di San Genesio l'anno 1195. Si tratta di un atto molto interessante per le molteplici informazioni che possiamo dedurre sulla pieve di San Genesio e le sue chiese suffraganee. Rappresenta una sorta di quadro della situazione istituzionale ecclesiastica su buona parte del territorio dell'odierno Comune di San Miniato, e in parte anche di quello di Empoli.

CONTENUTO IN SINTESI La Bolla, datata 24 aprile 1195, fu inviata dal Palazzo Apostolico del Laterano da Papa Celestino III (1191 – 1198) a Gregorio, Proposto della pieve di San Genesio. Con questo documento il Pontefice, richiamando analoghi provvedimenti inviati da alcuni suoi predecessori, confermò la protezione della Santa Sede sulla Pieve di San Genesio, alla quale convalidò nuovamente l'ordinamento canonicale, concesse numerosi privilegi e riconobbe la giurisdizione territoriale attraverso l'elenco delle suffraganee.

I DOCUMENTI PRECEDENTI Nel testo vengono menzionati numerosi provvedimenti indirizzati alla pieve di San Genesio da parte dei predecessori di Celestino III, ovvero i Pontefici Alessandro II, già Vescovo di Lucca (1061-1073), Pasquale II (1099-1118), Eugenio III (1145-1153) documentato effettivamente a San Genesio il 7 febbraio 1147,  Anastasio IV (1153-1154), Alessandro III (1159-1181), Lucio III (1181-1185), Clemente III (1187-1191). Dunque quella di Celestino III sembrerebbe essere l'ottava bolla ricevuta dalla Pieve. Purtroppo gli altri documenti sono andati irrimediabilmente perduti, anche se si può ragionevolmente ipotizzare che non dovessero essere, almeno nel tono, troppo dissimili da questo atto del 1195. Infatti era un uso molto diffuso, una volta che veniva eletto un nuovo Papa o incoronato un nuovo Imperatore, quello di rinnovare i privilegi accordati dai predecessori. Si trattava nella maggior parte dei casi di conferme, anche se talvolta i diritti o i benefici già goduti potevano essere anche ampliati. E così accadrà anche nelle bolle successive, fino al 1622, quando la Collegiata di San Miniato divenne Cattedrale. In questo senso, merita di ricordare le Bolle di Innocenzo III (1205) e di Pio II. Su questo punto, prendendo atto della consistente e singolare serie di benefici elargiti dalla Santa Sede, Graziano Concioni ha ipotizzato che la Pieve di San Genesio costituisse una realtà il cui governo era sfuggito al controllo del vescovo. Concioni spiega questa affermazione proponendo di vedere questo processo di avvicinamento della pieve alla diretta influenza dei pontefici, come una significativa conseguenza del mutato ruolo del vicino castello di San Miniato, che nel frattempo era divenuto la sede di un avamposto dell'Amministrazione Imperiale per la Toscana (1).

L'ISTITUZIONE DELLA CANONICA A partire dalla metà dell'XI secolo, per impulso di vari pontefici, la Chiesa iniziò una profonda e complessa stagione di cambiamento. Prende il nome di Riforma Gregoriana, anche se sarebbe più corretto indicarla genericamente come “Riforma dell'XI secolo”. L'avvio di questo periodo viene fatto coincidere con l'inizio della cosiddetta Lotta per le Investiture, ma non dobbiamo dimenticare che subito a ruota si verificò anche lo Scisma d'Oriente. I temi sul tavolo erano molti e non staremo qui a discuterne. Durante questo periodo un ruolo molto importante fu quello di Papa Alessandro II (1061-1073), ovvero Anselmo da Baggio già Vescovo di Lucca dal 1057, carica che mantenne anche da Pontefice. Egli si occupò, fra le varie cose, di due importanti questioni: il celibato del clero e la simonia, ovvero il mercato e la contrattazione delle cariche ecclesiastiche, pratica che all'epoca era assai diffusa.
Come rilevato da Martino Giusti, a Lucca erano ben diffuse le idee rinnovatrici dell'XI secolo, e questo grazie all'efficace opera di tre vescovi: Giovanni II (1023-1056), Anselmo I (1057-1073, dal 1061 Papa Alessandro II) e Anselmo II (1073-1086, poi santificato). In questo contesto, l'istituzione delle cosiddette “canoniche” deve essere considerato come l'espediente per favorire l'elevazione spirituale e morale del clero secolare, cioè di quegli ecclesiastici che non si riconoscevano negli ordini monastici. La vita comunitaria si configurava, così, come una vera e propria forma di controllo reciproco (2). E proprio questo tipo di regolamentazione, seppur molto diversa rispetto alla “regola” degli ordini monastici, costituiva appunto il “canone”, da cui trasse origine il termine di “canonica”.
La formazione dell'istituto canonicale nella Diocesi di Lucca viene fatto risalire all'episcopato di Giovanni II, il quale certamente costituì le importanti canoniche all'interno della Città di Lucca, presso la Cattedrale e nelle chiese di Santa Maria Forisportam e di San Michele in Foro. Inoltre, al medesimo Vescovo si deve la formazione della canonica presso Santa Maria a Monte nell'anno 1025. Anche se nell'atto non compare specificatamente il termine “canonica”, si può ben parlale di una sorta di documento fondativo. Infatti attorno alla Pieve di Santa Maria a Monte vivevano quattordici persone (sacerdoti, diaconi, chierici), a cui Giovanni II invia diverse disposizioni circa la residenza comune, e inerenti il vitto, il vestiario, e la gestione del patrimonio (3).
Santa Maria a Monte e San Genesio hanno rappresentato, almeno fino al XIII secolo, due poli molto importanti per la Diocesi di Lucca. La prima era la “porta” verso il Valdarno Inferiore, mentre la seconda, oltre ad essere un'importante sub-mansiones lungo percorsi strategici come la via Pisana e la via Francigena, si trovava prossima ai confini con i territori di Firenze e di Volterra. Proprio per la grande importanza strategica delle due pievi, e vista la precocità della formazione di una canonica presso Santa Maria a Monte, è stato ragionevolmente ipotizzato che negli stessi anni dell'episcopato di Giovanni II, anche a San Genesio venne istituito un centro per la vita comune del clero. Tale circostanza, sembrerebbe confermata dall'invio di una prima bolla da parte di Papa Alessandro II (1061-1073), che, va ricordato, era contemporaneamente Pontefice e Vescovo di Lucca, da cui San Genesio dipendeva direttamente. Quindi, molto probabilmente, almeno al 1061 accanto alla pieve era sorta la canonica.
Inoltre una frase della bolla inviata da Celestino III nel 1195, come ha sottolineato anche Martino Giusti, sembra proprio attribuire direttamente al Vescovo Giovanni la fondazione della Canonica presso San Genesio: Locum ipsum in quo plebs ipsa sita est cum omnibus pertinentiis suis, quartam partem decimarum totius vestrae plebis, et omnia quae felicis memoriae Ioannes episcopus canonicus vestrae concessit ecclesiae, domum, et leprosorum...

LA PROTEZIONE APOSTOLICA Con la bolla del 1195, Celestino III legittima al clero di San Genesio la vitae canonicae disciplina et communiter secundum sanctorum Patrum institutionem, per la quale si congratula con queste parole: nos votis vestris paterno congratulamur affectu.
Il Pontefice pone quindi la pieve di San Genesio sub beati Petri, et nostra protectione. Riconosce, cioè, la cosiddetta “Protezione Apostolica”. Questa concessione, molto diffusa specialmente per le abbazie e i priorati, da un punto di vista giuridico aveva dei risvolti molto importanti. Come ha sottolineato Mauro Ronzani, provvedimenti del genere erano del tutto straordinari e non certo alla portata di tutte le chiese. L'ottenimento di importanti concessioni dalla cancelleria pontificia era subordinato a specifiche e reali necessità come il veder riconosciuti i possedimenti, oppure i diritti liturgici e pastorali (4).
Per San Genesio tale provvedimento significava da una parte la legittimazione dell'ordinamento, e dall'altra il riconoscimento dell'indipendenza della pieve e dell'annessa istituzione canonicale. Nella pratica esprimeva anche la rottura ufficiale da qualsiasi legame di tipo feudale, riconoscendo alla pieve e ai suoi canonici pieni diritti e facoltà, anche di natura patrimoniale. Infatti, il Papa poco dopo specifica: statuentes ut quascunque possessiones, quaecunque bona eadem Ecclesia impraesentiarum iuste et canonice possidet largitione regum vel principum, oblatione fidelium, seu aliis iustis modis, praestante Domino, poterit adipisci, firma vobis vestrisque successoribus et illibata permaneant. Di fatto, il Pontefice si fece portatore del ruolo di garante, affinché nessuno potesse rivendicare diritti sulla pieve, sulla canonica e su qualsiasi possedimento o elargizione pervenuta in ogni forma possibile. E tiene a sottolineare Celestino III, questo riconoscimento dovrà mantenere lo stesso valore giuridico, immutabile ed integro, anche per i futuri successori dei canonici della Pieve di San Genesio.
Queste precise disposizioni sembrano essere confezionate quasi appositamente per eliminare qualsiasi diritto che ancora poteva essere vantato dai cosiddetti “Signori di San Miniato”. Infatti, nell'anno 991, il Vescovo di Lucca Gherardo assegnò a livello tutti i beni della Pieve di San Genesio, ai fratelli Fraolmi e Hugho, figli del fu Hugho. Senza entrare troppo nel dettaglio, si trattò di una sorta di atto di “infeudamento”, in quanto la cessione a livello, una forma di diritto reale per molti aspetti vicina all'enfiteusi, riguardava anche le generazioni successive. Fra i punti del contratto veniva evidenziato anche il diritto di riscuotere i pagamenti tributari nelle “ville” (5). Lo stesso avvenne nel 1076, quando il Vescovo di Lucca Anselmo rinnovò ai discendenti di Ugo e Fraolmo diverse concessioni livellarie, fra cui quelle del 991 (6).
Per questa ragione, nel testo della bolla, Celestino III conferma alla pieve di San Genesio ogni legittima donazione, fra cui: universa etiam quae a Langobardis de S. Miniato vobis legitime data sunt ac chirographis confirmata. Come ha rilevato Rosanna Pescaglini Monti, con la qualifica di “Longobardi di San Miniato” deve essere inteso non tanto uno specifico clan familiare, quanto piuttosto il generico ceto dirigente sanminiatese, di cui i discendenti dei “Signori di San Miniato” facevano certamente parte (7). Recentemente Paolo Tomei è stato in grado di riconoscere i discendenti dei “Signori di San Miniato” come membri della famiglia Mangiadori, protagonista assoluta della vita sanminiatese almeno fino al XIV secolo. Secondo Tomei, nel 1195 la metà delle decime della Pieve di San Genesio dovevano essere ancora appannaggio dei “Signori di San Miniato” (8).

RICONOSCIMENTI DI NATURA PATRIMONIALE Oltre alla “Protezione Apostolica”, e a tutte le sue conseguenze di natura giuridica e patrimoniale, Celestino III riconobbe importanti diritti, confermando, innanzitutto, quanto concesso alla pieve dal Vescovo Giovanni, ma non solo:
locum ipsum in quo plebs ipsa sita est cum omnibus pertinentiis suis, ovvero il luogo fisico dove sorgeva la Pieve di San Genesio, comprese tutte le sue pertinenze.
quartam partem decimarum totius vestrae plebis, la quarta parte della decima, con l'evidente volontà di garantire le risorse economiche e finanziarie per il mantenimento dell'istituzione canonicale.
domum, la casa, l'abitazione, l'edificio in cui risiedevano fisicamente i canonici.
leprosorum cum ecclesia S. Lazari iuxta eamdem plebem cum pertinentiis suis, l'ospedale di San Lazzaro, con annessi chiesa e pertinenze. Dobbiamo soffermarci su questo punto perché nel febbraio nell'ottobre del 1127 due uomini, Beltramus olim Ruberti e Scherium olim Gutheroçi, avevano donato pro remedio anime all'Abbazia di San Salvatore di Camaldoli unum hospitium, posito ad S. Genesium in capite burgi de subtus cum omnibus suis rebus mobilibus et immobilibus habitis et habendis (9) [ADDSM - 1127, ottobre - TRASCRIZIONE - COMMENTO]. Venti anni dopo, nel febbraio del 1147 il Papa Eugenio III (1145-1153), mentre si trovava proprio a San Genesio, aveva ricordato l'hospitale iuxta burgum Sancti Genesii all'interno dell'elenco dei beni posseduti dai Camaldolesi (10). Lo stesso fece anche Papa Anastasio IV (1153-1154) nel 1154 (11). Tuttavia nel periodo compreso tra il 1154 e il 1195, il “lebbrosario” di San Lazzaro passò definitivamente alla Pieve di San Genesio i cui canonici, vista la vicinanza, potevano evidentemente garantire una migliore funzionalità alla struttura ospedaliera, ma anche godere degli introiti generati dalle proprietà dell'ospedale. Quindi, se da una parte la gestione dell'ospedale comportava un'attenzione e un impegno, dall'altra poteva costituire anche una sorta di sussidio economico a sostegno della canonica e dell'attività del clero ivi dimorante.
universa etiam quae a Langobardis de S. Miniato vobis legitime data sunt ac chirographis confirmata. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente la Pieve di San Genesio e la canonica avevano beneficiato di alcune donazioni da parte di alcuni importanti possidenti sanminiatesi, fra cui certamente i discendenti dei “Signori di San Miniato”. Allo stato degli studi non sembra possibile stabilire con certezza la consistenza di questi beni.
eleemosynarum etiam quae pro defunctis alicubi infra plebis spatia sepultis offeruntur tertiam partem ovvero la terza parte delle elemosine raccolte a suffragio dei defunti sepolti nello spazio nei pressi della pieve. Ancora una volta si tratta di una elargizione di un diritto di natura economica.
quemadmodum a bona memoria Paschalis praedecessoris nostri vobis concessum est et scripto suo firmatum. Il riferimento è alle specifiche concessioni sancite dal Papa Pasquale II (1099-1118) di cui, evidentemente, rimaneva un documento scritto. Purtroppo, essendo perduto tale atto, non è possibile apprezzarne i dettagli.

LA GIURISIZIONE PASTORALE La Bolla di Celestino III è assai importante perché, oltre ad essere il primo documento pontificio di cui conosciamo il contenuto, descrive in maniera puntale la giurisdizione pastorale della Pieve di San Genesio, cioè fornisce l'elenco di quelle chiese che i canonici dovevano provvedere ad officiare. Si trattava di un territorio molto vasto per una singola pieve, che comprendeva tutta la parte orientale dell'attuale Comune di San Miniato, e buona parte di quello di Empoli, lungo la sponda destra dell'Elsa.
Un riconoscimento con valore anche per gli anni a venire dato che il Papa Celestino III concesse ai canonici la giurisdizione su quelle chiese che sarebbero potute essere costruite all'interno del territorio plebano: infatti oltre alla suffraganee elencate specifica che la giurisdizione sarebbe stata estesa anche a quelle chiese si quis imposterum infra unius plebis spatium aedificare contigerit.
Dunque, oltre alla pieve, vengono indicate:
in burgo le due chiese dedicate rispettivamente a Sant'Egidio e ai SS. Giusto e Cristoforo; mentre per il primo edificio si tratta della prima attestazione, il secondo, indicato con il titolo dei SS. Maria e Cristoforo è ricordato quale luogo dove si tenne un placito nel 1059 (12).
la chiesa di S. Michele Arcangelo, comunemente detta di Sant'Angelo, supra burgum, attiva ancora oggi e qui per la prima volta documentata;
in eodem burgo la chiesa di San Pietro, qui per la prima volta citata e scomparsa precocemente;
in castro Sancti Miniatis la chiesa di Santa Maria con le sue pertinenze, ovvero l'antesignana dell'attuale Cattedrale, qui attestata con certezza per la prima volta; infatti è incerto se sia questa, o la chiesa di Santa Maria a Calenzano, quella da identificarsi con la chiesa in honore S. Dei genitriceis virginis Marie donata dal diacono Jacobus come dotazione del monastero dei SS. Jacopo e Filippo, comunemente detto di San Ponziano, nell'anno 904 (13); secondo Graziano Concioni si tratterebbe della chiesa di Calenzano (14); in ogni caso, a questa chiesa di Santa Maria e alla precedente chiesa di San Pietro nel borgo, ai canonici viene fatto obbligo di officiatura: in quibus duabus per eos qui ibi fuerint per nostram providentiam ordinati divina semper officia celebrentur;
la chiesa di Santa Cristina, di cui non è specificata la località, qui per la prima volta documentata ed essendo precocemente scomparsa non è possibile, ad oggi, localizzarla con precisione;
la chiesa di San Bartolomeo, qui per la prima volta documentata senza che sia specificata la località; nel piviere di San Genesio sono attestate nell'Estimo del 1260 due chiese che avevano questo titolo: una a Campriano e una a Brusciana, ovvero due località rammentate nell'elenco delle ville dipendenti da San Genesio nel 991 (15); dal momento che più avanti nella bolla vengono citate due chiese, senza che sia loro specificata l'intitolazione, una a Campriano e una a Brusciana, dobbiamo concludere che si tratta o di una terza chiesa, magari scomparsa precocemente, oppure di una delle due e che, per errore, sia stata computata due volte;
la chiesa di San Biagio, qui per la prima volta attestata, di cui non è specificata la località, ma che siamo in grado di localizzare all'interno del castello sanminiatese, sul versante nord-occidentale del rilievo della Rocca (16);
la chiesa di Santo Stefano, ancora oggi esistente e documentata a partire dal 1059, situata all'interno del centro abitato sanminiatese (17);
la chiesa di San Lorenzo di Nocida, che può essere identificata con San Lorenzo a Nocicchio, qui per la prima volta documentata;
la chiesa di San Pietro supra Fontem, ovvero l'attuale San Pietro alle Fonti, qui per la prima volta attestata;
la chiesa di Sant'Andrea iuxta castrum ciculum, qui per la prima volta documentata, fu unita con la parrocchiale di Nocicchio e scomparsa nella seconda metà del '600; si trovava appena fuori dal centro urbano sanminiatese, sotto al convento di San Francesco, nei pressi della zona denominata “Il Riposo” (18);
la chiesa di San Michele Arcangelo infra muros, qui per la prima volta documentata, situata all'interno delle mura del cassero di San Miniato, unita almeno dal XV secolo con la chiesa di Santo Stefano;
la chiesa dei SS. Jacopo e Lucia, qui per la prima volta documentata, ancora esistente a San Miniato e comunemente detta di San Domenico per la presenza dei Frati Predicatori dal XIV al XX secolo; nei documenti successivi verrà localizzata nel terziere di Fuoriporta (19);
la chiesa di San Donato de Faugnana, che si trovava nella zona di Faognana, fuori dalla porta omonima, e scomparsa alla fine del XVIII secolo; nei documenti successivi viene indicata sotto il titolo di San Martino, e per il momento non è possibile comprendere l'intitolazione a San Donato: può trattarsi di un semplice errore, oppure di una originaria doppia intitolazione ai SS. Donato e Martino, da cui prevalse soltanto il nome del Vescovo di Tours; presso Faugnanus, nell'anno 904, è attestata una curia, indicata in plebem S. Genesi prope castrum S. Miniatis che venne ceduta dal diacono Jacobus come dotazione del monastero dei SS. Jacopo e Filippo, comunemente detto di San Ponziano (20);
la chiesa di San Martino de Castillione, scomparsa almeno dal XIII secolo, e localizzabile in loc. “Castiglioni”, lungo la strada di crinale che va da San Miniato a Calenzano, grosso modo nei pressi del bivio di Scacciapuce; questa chiesa venne indicata come “canonica” nel 1156 (21) e nel 1164 (22); la località Castelune faceva parte dell'elenco delle ville del 991 (23) e qui si trovava un'abitazione, in loco Castilione finibus plebem Sancti Ienesii, che nell’anno 861 fu donata da Heriprando del fu Hildiprandi, legato agli Aldobrandeschi, alla chiesa di Santa Maria a Monte, e che entrò a far parte dei beni vescovili, in quanto proprio Santa Maria a Monte era uno dei centro in cui il Vescovado di Lucca esercitò il potere temporale fino al XIV secolo (24);
la chiesa di Sant'Ippolito de Marzana, qui per la prima volta documentata, attiva fino alla seconda metà del XX secolo; l'edificio, probabilmente ampliato e modificato nei secoli, attualmente è inglobato all'interno di una abitazione privata; la loc. Martiana è attestata per la prima volta nell'elenco delle ville del 991 (25);
la chiesa di Santa Maria de Calenzano, qui certamente per la prima volta attestata, ed ancora oggi esistente, seppur sotto il titolo di Santa Lucia; è incerto se sia questa, o la chiesa di Santa Maria nel castello di San Miniato, quella da identificarsi con la chiesa in honore S. Dei genitriceis virginis Marie donata dal diacono Jacobus come dotazione del monastero dei SS. Jacopo e Filippo, comunemente detto di San Ponziano, nell'anno 904 (26); secondo Graziano Concioni si tratta proprio della chiesa di Calenzano (27);
- la chiesa di San Quintino, qui per la prima volta attestata con certezza, anche se nell'elenco delle ville dipendenti da San Genesio nel 991 si parla di una località nominata S. Winitino, che farebbe pensare alla precoce presenza di una chiesa (28);
- la chiesa de Colle, di cui non è indicato il titolo e di collocazione incerta; una chiesa dedicata ai SS. Jacopo e Filippo nei pressi di Collebrunacchi (loc. Collicino) (29), è effettivamente indicata in località Colle nel cosiddetto Estimo della Diocesi di Lucca, datato 1260, ma nella giurisdizione della Pieve di Corazzano (30), per cui al momento la questione rimane irrisolta;
- la chiesa di Capriano, di cui non è indicato il titolo, ma che deve essere riconosciuta come quella chiesa di San Bartolomeo de Capriana, inserita nell'elenco dell'Estimo del 1260 (31); mentre per la chiesa si tratta della prima attestazione, la località Caprile compare per la prima volta nell'elenco delle ville del 991 (32);
- la chiesa de Canneto, qui per la prima volta attestata, e indicata nell'Estimo del 1260 sotto il titolo di San Giorgio (33); la località Canneto è documentata per la prima volta nell'anno 780, all'interno dei beni in dotazione all'abbazia pisana di San Savino (34);
- la chiesa di S. Maria de Montarso, che in tutti gli altri documenti, a partire dall'anno 904 viene indicata sotto il titolo di Santa Margherita (35);
- la chiesa di Monterotundo, qui per la prima volta attestata e scomparsa precocemente, dal momento che non compare nell'Estimo del 1260; si tratta della prima e unica attestazione (assieme a quella della bolla del 1205) anche per la località di “Monte Rotondo”;
- la chiesa di Planatole, da identificarsi con la chiesa di San Michele Arcangelo in località Pianezzoli, oggi nel Comune di Empoli; la prima attestazione della chiesa risale all'anno 1030 (36);
- la chiesa de Brusciano, ovvero la chiesa di San Bartolomeo di Brusciana, qui per la prima volta attestata, e tuttora funzionante; la località Briscana compare per la prima volta nell'elenco delle ville del 991 (37); situata sulla sponda destra dell'Elsa, a partire dagli inizi del XIX secolo fa parte del territorio del Comune di Empoli;
- la chiesa di S. Stefano de Turre, ovvero la chiesa di Santo Stefano a Torrebenni, qui per la prima volta attestata; la località oggi conosciuta come La Bastia, si trova nel Comune di Empoli, sulla sponda destra dell'Elsa, e documentata per la prima volta nel 1165 fra le proprietà che l'Imperatore Federico I Barbarossa confermò a Guido Guerra III dei Conti Guidi (38);
- la chiesa di San Pietro de Marcignana, documentata per la prima volta nel 1068 (39); la località Marcignana è inserita nell'elenco delle ville del 991 (40);
- la chiesa di S. Donato de Insula, qui per la prima volta attestata; il toponimo di Isula sebra comparire, seppur di dubbia identificazione, nell'anno 865 (41);
- la chiesa di S. Michele Arcangelo de Rophia, qui per la prima volta documentata; la località Roffie viene rammentata nell'elenco delle ville del 991 (42);
- la chiesa di S. Filippo de Pinu, ovvero la chiesa che in seguito verrà indicata sotto il titolo dei SS. Jacopo e Filippo, in Loc. Pino, oggi Ponte a Elsa, e qui per la prima volta attestata;
- la chiesa di S. Prospero de Montalprandi, qui per la prima volta documentata e precocemente scomparsa fra il XVI e il XVII secolo; di incerta localizzazione, la località Montalprandi, indicata come castello, è attestata dal 1026 (43); secondo la letteratura si sarebbe trovata nei rilievi fra San Genesio e Calenzano, ma non è da escludere che debba essere identificata con l'attuale località Montepaldi nel Comune di Empoli.
Come ultima disposizione della bolla, venne specificato che la giurisdizione della pieve, oltre che sulle singole suffraganee, si estendeva in curte Sanctiminiatis de Empulo de Monterappoli, et in curte de Marrignana, quindi nei territori di San Miniato, di Empoli, di Monterappoli e di Marcignana. Quest'ultimo riconoscimento non deve essere interpretato in termini di “proprietà” o di giurisdizione “civile” in quanto nel 1195 a San Miniato era presente già da diversi anni l'amministrazione imperiale, parallelamente ad una istituzione di tipo comunale, anche se il territorio di San Genesio probabilmente rimase a sé stante fino alla concessione di Federico II di Svevia nel 1217. Anche ad Empoli, già feudo dei Guidi, si sviluppò un'istituzione di tipo comunale che fece parte del contado fiorentino dall'anno 1182 (44). Lo stesso Monterappoli, faceva parte delle antiche proprietà dei Guidi (ultimi riconoscimenti di Federico II nel 1220 (45) e nel 1247 (46)) e solo nel corso del XIII secolo entrò nell'orbita fiorentina, dal 1255 (47), e definitivamente dal 1273 (48). Più enigmatico il riferimento a Marcignana, centro documentato dal X secolo, anche se mai formalmente indicato come comune autonomo, e situato in un'area “complessa”, con forti interessi da parte di casate comitali come i Cadolingi e i Guidi, ma anche, evidentemente, nelle mire espansionistiche fiorentine. In ogni caso, quest'ultima disposizione, può essere letta come il riconoscimento del fatto che la giurisdizione pastorale della pieve comprendesse il territorio pertinente al Borgo di San Genesio, e si estendesse, anche solo parzialmente, anche a quelli delle comunità vicine come San Miniato, Empoli, Monterappoli e Marcignana.




NOTE E RIFERIMENTI
(1) G. Concioni, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. S. Genesio di Vico Vallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Lucca, pp. 19-20.
(2) M. Giusti, Le canoniche della Città e Diocesi di Lucca al tempo della Riforma Gregoriana, in «Studi Gregoriani», n. III, Abbazia di San Paolo, Roma, 1948, pp. 321-367.
(3) D. Bertini, Memorie e Documenti per Servire all'Istoria di Lucca, Tomo IV, parte II, Lucca, 1836, n. 88, pp. 125-127.
(4) M. Ronzani, Definizione e trasformazione di un sistema d'inquadramento ecclesiastico: la Pieve di Fucecchio e le altre pievi del Valdarno fra XI e XV secolo, in A. Malvolti e G. Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI-XV), Atti del Convegno di Studi, 30 settembre – 2 ottobre 2005), Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2008, p. 98.
(5) Archivio Arcivescovile di Lucca, *E.90; D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCCLXXII, pp. 552-553.
(6) Archivio Arcivescovile di Lucca, †C.74, ††Q.29.
(7) R. Pescaglini Monti, La famiglia dei 'Signori di San Miniato' (secoli X-XI), in Id., Toscana Medievale. Pievi, signori, castelli, monasteri (secoli X-XIV), Pacini Editore, Pisa, 2012, pp. 617-627.
(8) P. Tomei, «LOCUS EST FAMOSUS» Borgo San Genesio ed il suo territorio (secc. VIII-XII). Tesi di Laurea Università degli Studi di Pisa, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Specialistica in Storia e civiltà, Anno Accademico 2010/2011, Rel. Prof. S. Collavini.
(9) Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Camaldoli, 1127, ottobre; cfr. L. Schiapparelli e F. Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, Regesta Chartarum Italiae, Volume II, Roma, 1909, doc. 891, p. 115.
(10) Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Camaldoli, 1147, 7 febbraio; cfr. L. Schiapparelli e F. Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, Regesta Chartarum Italiae, Volume II, Roma, 1909, doc. 1037, pp. 179-180.
(11) Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Camaldoli, 1154, 28 gennaio; cfr. L. Schiapparelli e F. Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, Regesta Chartarum Italiae, Volume II, Roma, 1909, doc. 1106, pp. 207-208.
(12) N. Rauty, Documenti per la storia dei conti Guidi in Toscana. Le origini e i primi secoli (887-1164), Deputazione di Storia Patria per la Toscana, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2003, n. 39, p. 82.
(13) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, S. Ponziano, 1 gennaio 904; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MLXXXV, pp. 30-31.
(14) G. Concioni, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. S. Genesio di Vico Vallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Lucca, p. 11.
(15) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(16) A. Braschi, M. Parentini e A. Vanni Desideri, Un elemento della topografia medievale di San Miniato. Note storiche e archeologiche sulla chiesa di San Biagio, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 79, 2012, pp. 353-375.
(17) Archivio Arcivescovile di Lucca, † H.100; cfr. G. Concioni, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. S. Genesio di Vico Vallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Lucca, p. 25.
(18) F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli. Una chiesa scomparsa nel suburbio di San Miniato, in Bollettino dell'Accademia degli Euteleti di San Miniato, n. 80, 2013, pp. 409-430
(19) Sulla chiesa dei SS. Jacopo e Lucia si veda T. S. Centi, P. Morelli e L. Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani a San miniato, Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, Tip. Palagini, San Miniato, 1995.
(20) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, S. Ponziano, 1 gennaio 904; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MLXXXV, pp. 30-31.
(21) Archivio Arcivescovile di Lucca, †† Q.15; cfr. G. Concioni, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. S. Genesio di Vico Vallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Lucca, p. 26.
(22) Archivio Arcivescovile di Lucca, †† Q.21; D. Bertini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte II, Lucca, 1836, doc. CXXX, pp. 181-182.
(23) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(24) Archivio Arcivescovile di Lucca, † O.27; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte II, Lucca, 1837, n. DCCLIV, pp. 431-432.
(25) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(26) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, S. Ponziano, 1 gennaio 904; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MLXXXV, pp. 30-31.
(27) G. Concioni, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. S. Genesio di Vico Vallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Lucca, p. 11.
(28) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(29) In proposito L. Tognetti, Non voglio salir sulle vette. Frammenti, cronache e poesie, a cura di Hafiza Malik e Delio Fiordispina, FM Edizioni, San Miniato, 1996, pp. 39-40;
(30) P. Guidi, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Tuscia, Vol. 1, La decima degli anni 1274-1280, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1932, Appendice, p. 271.
(31) Ibidem, p. 272.
(32) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(33) P. Guidi, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Tuscia, Vol. 1, La decima degli anni 1274-1280, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1932, Appendice, p. 271.
(34) Archivio di Stato di Firenze, Diplimatico, Camaldoli, 780, 30 aprile; Archivio di Stato di Pisa, Diplomatico Generale, n. 4 e n. 5; Archivio di Stato di Pisa, Diplomatico di Santo Stefano, [B] e [C]; cfr. L. Schiapparelli e F. Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, Regesta Chartarum Italiae, Volume I, Roma, 1907, doc. I, pp. 3-4; G. B. Mittarelli, Annales Camaldulensis Ordinis S. Benedicti, Volume I, Venezia, 1755, Appendice, n. II, pp. VI-X; F. Brunetti, Codice Diplomatico Toscano, Tomo I, parte II, n. XIII, Firenze, 1833, pp. 238-241; M. D'Alessandro Nannipieri, Carte dell'Archivio di Stato di Pisa, Vol. I, Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII, 9, Roma, n. 1, pp. 3-7. VEDI ANCHE ADDSM – 780, 30 APRILE – ABBAZIA DI S. SAVINO.
(35) Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico, S. Ponziano, 1 gennaio 904; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MLXXXV, pp. 30-31.
(36) Archivio Arcivescovile di Lucca, M.8 [A] e †† R.98 [A]; cfr. G. Ghilarducci, Carte del secolo XI dal 1018 al 1031, Archivio Arcivescovile di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1990, nn. 103-104, pp. 285-292.
(37) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(38) Archivio di Stato di Firenze, Strozziane – Uguccioni, 1164, 28 settembre; cfr. Julius Ficker, Forschungen zur reichs und rechtsgeschichte Italiens, Innsbruck, 1874, n. 140, pp. 179-182; N. Rauty, Documenti per la storia dei Conti Guidi in Toscana. Le origini e i primi secoli 887-1164, Deputazione di Storia Patria per la Toscana, Documenti di Storia Italiana, Serie II, Volume X, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2003, n. 226, pp. 298-301; T. v. Sickel, Friderici I Diplomata inde ab a. MCLVIII ad a. MCLXVII, Diplomata Regum et Imperatorum Germaniae, «Munumenta Germaniae Historica», Tomo X, parte II, (MGH, DD, F I, 2), n. 462, pp. 369-371.
(39) Archivio Arcivescovile di Lucca, †† H.15; D. Bertini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte II, Lucca, 1836, doc. CII, p. 146.
(40) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(41) Archivio Arcivescovile di Lucca, † Q.99; cfr. D. Bertini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo IV, parte II, Lucca, 1836, doc. XXXVII, p. 50.
(42) Archivio Arcivescovile di Lucca, * E.90; cfr. D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Lucca, 1841, doc. MDCLXXII, pp. 552-553.
(43) Archivio Arcivescovile di Lucca, AB.9 [B]; cfr. G. Ghilarducci, Carte del secolo XI dal 1018 al 1031, Archivio Arcivescovile di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1990, n. 72, pp. 198-200.
(44) P. Santini, Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Cellini & C, Firenze, 1895, Vol. I, n. XII p. 17-18.
(45) G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta, Tomo I, Firenze, 1758, pp. 70-72; Ildefonso di San Luigi, Delizie degli eruditi toscani, Tomo VIII, Firenze, 1777, pp. 96-102; J. L. A. Huillard-Breholles, Historia Diplomatica Friderici Secundi sive costitutiones, privilegia, mandata, instrumenta, quae supersunt istius imperatoris et filiorum ejus, Tomo II, Parte I, Parisiis, 1852, pp. 58-64.
(46) G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta, Tomo I, Firenze, 1758, pp. 490-492; Ildefonso di San Luigi, Delizie degli eruditi toscani, Tomo VIII, Firenze, 1777, pp. 104-109; J. L. A. Huillard-Breholles, Historia Diplomatica Friderici Secundi sive costitutiones, privilegia, mandata, instrumenta, quae supersunt istius imperatoris et filiorum ejus, Tomo VI, Parte I, Parisiis, 1860, pp. 518-526.
(47) Ildefonso di San Luigi, Delizie degli eruditi toscani, Tomo VIII, Firenze, 1777, pp. 141-145.
(48) Ildefonso di San Luigi, Delizie degli eruditi toscani, Tomo VIII, Firenze, 1777, pp. 129-134.

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