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venerdì 18 luglio 2014

[G. CHELLI] LA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO - CONTINUA L'ARRAMPICATA SUGLI SPECCHI?

di Giuseppe Chelli

Arrampicarsi sugli specchi per tenere ancora desta la ballata dell'eccidio tedesco del Duomo di San Miniato, avvenuto il 22 luglio 1944 (perché di questo ora si tratta!), è uno sport ancora ampiamente praticato dalla sinistra locale, sebbene da una decina di anni abbondante la storiografia, la ricerca archivistica e la magistratura militare italiana abbiano provato e sentenziato che il misfatto fu opera dell'artiglieria americana.
I fatti sono così noti che non è il caso di ripercorrerli se non per quel tanto che può servire a rinfrescare la memoria.

La mattina del 22 luglio 1944, i Tedeschi, chiedendo al Vescovo di farsi loro portavoce, ordinarono alla popolazione di San Miniato di riunirsi in due piazze e successivamente nelle chiese adiacenti: San Domenico e il Duomo. Durante il cannoneggiamento della città un proiettile delle artiglierie americane penetrò nella Cattedrale uccidendo 55 persone e ferendone oltre un centinaio.
La percezione soprattutto da parte dei rifugiati e di chi senza aver assistito al cannoneggiamento americano raccolse il racconto dei superstiti, fu che la strage non poteva che essere di matrice tedesca, come ritorsione ai vari episodi di sangue accaduti nelle campagne per mano dei partigiani a danno dei soldati tedeschi [1].

Agli americani, arrivati il giorno dopo in città, non parve vero di non essere loro gli indiziati e frettolosamente aprirono e chiusero due inchieste attribuendo la piena responsabilità ai nemici. E altrettanto frettolosa (anche se con tempi più lunghi) fu l'inchiesta amministrativa voluta dal Sindaco Baglioni, le cui conclusioni sono dal 1954 rese immortali sulla facciata del Municipio nella lapide dettata da Luigi Russo [2].

Nonostante che in questi 70 anni abbia avuto varie occasioni per avviare una riflessione sulle diverse tesi dell'eccidio, l'Amministrazione Comunale ha scelto di sostenere sempre la tesi della responsabilità tedesca. Già nel 1954 all'indomani della posa della lapide, il confronto tra Don Enrico Giannoni, testimone oculare del cannoneggiamento della città la mattina del 22 luglio, e il sindaco Prof. Concilio Salvadori, ci dice quanto la versione della responsabilità tedesca fosse recepita e condivisa a livello istituzionale. Interessante è ancora oggi rileggere il confronto apparso sul giornale Il Mattinodi Firenze l'8 agosto 1954, in cui il prete non teme di definire l'epigrafe del Prof. Russo “un fatuo trionfo di una grossa menzogna” rispondendo al Sindaco che ne difende il contenuto e la scelta. “No!”, ribatte Salvadori, “Devi dire che è una di quelle questioni che non si decide, che non si può decidere… Noi abbiamo un documento di inchiesta comunale; non si poteva prescindere da quello” [3].

Fu piuttosto singolare, negli anni della guerra fredda, quando il confronto tra PCI e DC era vivacissimo attorno alle scelte di politica estera del Governo italiano, che il Partito Comunista, benché avesse sposato in toto l'antimperialismo americano, si sia sempre mostrato refrattario a riaprire il discorso sull'eccidio del duomo che pur avrebbe portato molta acqua al mulino della scelta antiamericana così popolare a sinistra.

Un'altra occasione, per riflettere sulla complessità delle vicende storiche ed umane di quei giorni del luglio 1944, si presentò nel 1982 all'uscita del film dei fratelli Taviani La notte di San Lorenzo, opera accolta con trionfale adesione da tutta la sinistra sanminiatese. E non poteva essere diversamente perché al di là della interpretazione epica dei fatti (come si disse), la pellicola ripropone la tesi della complicità nel delitto del Vescovo Giubbi, e non solamente! Chi ha sotto gli occhi la scena tragica della donna che trasporta la figlia morente e che rifiuta l'aiuto del Vescovo, a cui poco prima ha donato il pane per l'Eucarestia, ripetendogli con rabbia e disperazione: “Da sola… fo da sola… da sola…”, avverte che non si tratta di legittima interpretazione da parte dell'artista di un episodio, del resto mai avvenuto, ma piuttosto di una ricostruzione politica dei fatti, sostenuta d'impeto da tutta la propaganda social-comunista, fin dal dopoguerra.

I due anniversari più celebrati, il quarantesimo e il cinquantesimo, furono assolti dal Comune con un palese fastidio per via di una certa pubblica opinione non più disposta ad accogliere supinamente la tesi dell'eccidio tedesco [4].

La pubblicazione del libro Luglio 1944, edito dal Comune nel 1984, si muove su questo filo conduttore, forse per arginare quella ”voglia” di verità, frettolosamente liquidata come “revisionismo”. “…Se essa (la granata) provenisse dall'artiglieria alleata… o dall'artiglieria tedesca o da ambedue… non riesco a vedere oggi l'importanza di questa verità” scrive l'Assessore alla Cultura. “….I soldati nazisti costrinsero con la forza la popolazione ad ammassarsi nella Cattedrale impedendo con le minacce che ognuno scegliesse, in quei duri momenti, la via della salvezza che riteneva più sicura” [5]. Vale a dire, insomma: la granata, sia pure americana, ma i tedeschi hanno in ogni caso la responsabilità morale dell'eccidio!

L'ultima occasione, prima degli avvenimenti del 2000, il Comune l'ebbe nella ricorrenza del cinquantesimo, quando fu collocata nella cattedrale la lapide commemorativa delle vittime per iniziativa dei familiari, cui si associarono il Capitolo della Cattedrale, l'Arciconfraternita di Misericordia e la Cittadinanza. Il Comune, pur invitato esplicitamente, non accolse l'invito che per coerenza avrebbe dovuto comportare la rimozione della lapide posta nel 1954 dalla facciata del palazzo comunale. Il Comune scelse invece di ricordare il 50° in solitario, con una stele sulla piazza del Duomo e con un Consiglio comunale aperto. Anche in questa occasione non venne affrontato alcun dibattito sui “fatti del Duomo”, pur in presenza da qualche anno di una storiografia che rifiutava la tesi dell'eccidio premeditato e avvalorava l'ipotesi di un “incidente” bellico compiuto dagli americani [6].

Saranno i primi anni del 2000 a spazzar via, faticosamente, l'omertà su una vicenda che se fosse stata vissuta nella sua tragica verità avrebbe risparmiato lacerazioni e faziosità ancora non risarcite. Il libro di Paolo Paoletti: 1944 San Miniato - Tutta la verità sulla strage (Ed. Mursia 2000), seguito l'anno dopo dall'opuscolo di Claudio Biscarini e Luciano Lastraioli La Prova (Ed. FM 2001) dettero avvio a un dibattito serrato e appassionato che coinvolse i media locali e nazionali, uomini della politica e della cultura [7]. “Il gelido eccidio perpetrato dai tedeschi” che per cinquant'anni campeggiava sulla facciata del Palazzo Comunale, divenne, di fatto, un “falso storico".

A chi è interessato a conoscere le vicende e i retroscena dei “fatti del Duomo”, la lettura delle opere citate fornisce ampie e dettagliate notizie per soddisfare qualsiasi curiosità e interesse. Qui basta dire che uno dei 98 proiettile da 105 sparati dal 337° Reggimento campale americano su San Miniato tra le 10 e le 10,30 del 22 luglio 1944 penetrò accidentalmente nella cattedrale attraverso un semi-rosone del lato Sud e uccise 55 persone, ferendone un centinaio.

A completare il quadro degli avvenimenti dei primi anni del 2000 concorsero due fatti di altrettanta importanza: la sentenza di archiviazione “sul supposto crimine di guerra tedesco”, emessa dal Tribunale Militare di La Spezia nell'aprile del 2002 [8], e la Commissione d'indagine istituita dalla Giunta Frosini che nel 2004 concluse i lavori affermando che la tesi acriticamente proposta per anni della responsabilità tedesca è “una tesi che appare insostenibile, tenuto conto del complesso della documentazione di cui si dispone”[9].

La vicenda dei “fatti del duomo” si può dire che storicamente finisca qui; ma quella indagine, corroborata da documenti coevi ritrovati e pubblicati [10], ha svelato al tempo stesso uno scenario inquietante di fronte al quale la sinistra sanminiatese invece di fare un atto di coraggio ammettendo che sessant'anni prima fu compiuto un errore, diciamo pure, dalle conseguenze morali, civili, culturali, disastrose e non prevedibili, si è trincerata nella difesa di quell'errore, inventandosi doppie verità, doppie lapidi, elaborazioni spontanee del lutto, memorie fondative della nostra Repubblica, o dando sponda ultimamente agli incubi senili di un ignoto Nino, raccolti in un volume e raccontati nella lingua del più “stucchevole buonismo ex-veltroniano” [10].

I documenti a cui mi riferisco sono quelli ritrovati da Claudio Biscarini [11] e in particolare l'annotazione sul “Journal” del 337° battaglione americano di artiglieria campale, responsabile del cannoneggiamento su San Miniato la mattina del 22 luglio 1944. La riporto in lingua originale per non destare sospetti di traduzione addomesticata:

Message from Lookout 2: Partisan report that yesterday sommeone shooting in the vicinity of S. Miniato hit a church and killed 30 Italians and wounded about a 100.Wounded are in hospital at 4699/5998, not be fired upon. Town of S. Miniato is heavily mined and booby-trapped [12].

Che dire, se non che i partigiani e gli americani conobbero subito la verità?

E allora è nel giusto chi sostiene che anche la lapide [13] posta nel 2008, affiancando quella del 1954, non racconta la verità [14]: non ci sono voluti sessant'anni per accertare che la responsabilità di quell'eccidio fu degli alleati; dopo sessanta anni è saltato fuori che sessanta anni prima si conosceva per filo e per segno chi aveva compiuto quell'eccidio e chi aveva costruito l'ignobile menzogna, cancellando la verità che avrebbe dovuto essere fatta conoscere da parte di chi aveva l'obbligo civile e il dovere morale di farlo.

“La elaborazione spontanea del lutto” e tutte le altre espressioni ad effetto inventate per giustificare e proteggere “le due verità” (quella storica e quella politica) dagli assalti del revisionismo, come dicono gli irriducibili, continuano, e chi sa fin quando, a dividere la comunità sanminiatese, al di là della bella frase fatta “che è tempo di ritrovarsi in una memoria condivisa”.


Le due lapidi sulla facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe commemorativa all'interno della Cattedrale
Foto di Giuseppe Chelli

Il monumento commemorativo in Piazza del Duomo
Foto di Francesco Fiumalbi



Note e Riferimenti:

[1] M. Fancelli, La verità balistica e la verità politica, in «Bollettino Accademia degli Euteleti di San Miniato», n. 75, 2008, p. 38 : “Di chi ,infatti doveva essere la colpa per le famiglie dei morti? Come doveva costruirsi la memoria di quegli eventi? Quale altra percezione era allora possibile? Spinti a raccogliersi in duomo….a chi dovevano dare la colpa i sopravvissuti?...”.
L. Paggi, Storia di una memoria antifascista, in L'Eccidio del Duomo di San Miniato La Memoria e la Ricerca Storica, Ed Bongi, a Cura del Comune di San Miniato 2004, p. 20: “..L'idea che le 55 vittime del 22 luglio possano essere la diretta prosecuzione di quello stillicidio di morti causate dal cannoneggiamento degli alleati, fattosi sempre più intenso in ragione della loro avanzata, diventa così inaccettabile…”.


[2] P. Paoletti, San Miniato 1944- Tutta la verità sulla strage, parte II, Le Inchieste, pp. 43-63.

[3] E. Giannoni, La Commemorazione a S. Miniato non ha tenuto conto della verità, in Il Mattino di Firenze, 8 agosto 1954: “…A conoscenza perfetta dell'Epigrafe volle il caso che io mi incontrassi, il 1° agosto stesso, con l'amico (dai banchi della scuola ) professore C. Salvadori, mentre chiedeva al Proposto di benedire, alla cerimonia serale, la lapide in parola… Il colloquio, presente monsignor Rossi, fu schietto: - Avremo, dunque, stasera, un fatuo trionfo di una grossa menzogna! -. - No! Devi dire che è una di quelle questioni che non si decide, che non si può decidere. - Ma tu, invece, l'hai decisa. E l'hai decisa in modo perentorio e la decisione l'hai scolpita nel marmo, anzi l'hai compilata nel bronzo. Io non esigevo che tu la decidessi nel senso della mia tesi (pure definitiva e patrimonio dei più). Potevi deciderla in modo che la lapide commemorasse i morti e maledicesse la guerra, ma non in modo unilaterale. - Ma noi abbiamo un documento di inchiesta comunale; non si poteva prescindere da quello…”.

[4] H. Kohler, San Miniato - Morte nella Cattedrale, Appendice Documentaria, giugno 1987, p. 154: “…Con le mie ricerche….quello che ho cercato di raggiungere è stato, sine ira et studio, per un legame di simpatia per questa cittadina tanto duramente colpita, un mio contributo per il chiarimento della questione da parte tedesca. In verità mi sono messo a investigare tra le documentazioni tedesche, in particolare dell'Archivio Militare di Friburgo, con la speranza di trovare qualche indicazione concreta sul corso dei fatti… Preferisco dire subito il risultato: la speranza è stata delusa. Con il coraggio che ammette la possibilità di un errore, penso di poter affermare: gli archivi tedeschi non hanno nulla di utile per il chiarimento diretto dell'accaduto.”.

[5] M. Marianelli, San Miniato Luglio 1944, a cura dell'Amministrazione Comunale di S. Miniato 1984, Introduzione, pp. 8-9: “….e non riesco a vedere oggi l'importanza di questa verità. Penso, invece, che sia possibile esprimere un giudizio sul comportamento dei soldati nazisti, i quali trattarono la popolazione come gente nemica, che si doveva avvilire, annullare, costringendola con la forza ad ammassarsi nella cattedrale, rinchiudendovela ed impedendo con le minacce che ognuno scegliesse, in quei duri momenti, la via della salvezza…”.

[6] C. Biscarini e G. Lastraioli, Arno-Stellung, Bollettino Storico Empolese, §3. A sinistra dell'Elsa: “….La verità accertata è che, nella mattina del 22, San Miniato fu sotto il fuoco degli obici americani. Nel diario del 349° fanteria (88° divisione) non pochi messaggi confermano la circostanza: alle 10,57 l'osservatorio n.2 lamentava pessima visibilità e riferiva scarso movimento di civili. Non mancava di segnalare che la propria artiglieria aveva battuto il settore orientale della citta (Our Arty east side of S. Miniato)… Nessun accenno, nel meticoloso giornale reggimentale americano, a tiri di artiglieria tedesca su San Miniato…. Lo sperone della Rocca di Federico II avrebbe comunque impedito che eventuali tiri da nord o da nord-est andassero a cadere sull'edificio della Cattedrale. Il 22 luglio l'artiglieria germanica era piazzata sulla destra dell'Elsa, dall'ansa di Capocavallo a Ponte a Elsa. Da lì non poteva certo infilare un colpo nel rosone del braccio settentrionale del transetto, come allega la tesi sterminazionalista…”.

[7] La Nazione di Firenze, Il Tirreno di Livorno, Libero, Il Corriere della Sera e Giornalisti: Dario Fertilio - Paolo Mieli - Andrea Colombo - Franco Cardini. Politici Lamberto Dini - Senatore Turini - Riccardo Migliori – Sen. Luvisotti - sottosegretario Alessandro Paiano. Christiane Kohl “Der Himmel war strahlend blau” “……In chiesa venne ritrovato un proiettile, dove era scritto in inglese spoletta, di cui gli americani non facevano cenno nel rapporto investigativo… la commissione… terminò velocemente i suoi accertamenti…”; Procura Militare Della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia, Decreto di Archiviazione n.262/96/R.Ignoti del 20 aprile 2002 su Fatto commesso in San Miniato (PI) il 22 luglio 1944 Dispositivo “… deve ragionevolmente ritenersi che l'ipotesi maggiormente preferibile sia quella dell'incidente bellico, ovverosia del colpo di artiglieria erroneamente caduto su un bersaglio civile e non militare…”.

[8] Eccidio del Duomo di San Miniato - La Memoria e la Ricerca Storica ( 1944-2004), edito a cura del Comune di San Miniato, Autori: P. Luigi Ballini – G. Contini – C. Gentile - S. Moroni – L. Paggi, pp.139-140:“… Nessun approfondimento e nessun confronto parve allora possibile. Ma anche nel periodo successivo, dopo la morte di Stalin e la revisione dei giudizi sullo stalinismo, in un diverso clima internazionale, con i pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI, negli anni del centro–sinistra, le diverse tesi sono state ripetute senza significative varianti. Giornali, libri film hanno acriticamente continuato a riproporre per anni, la tesi della responsabilità tedesca; una tesi che appare insostenibile, tenuto conto del complesso della documentazione di cui si dispone. Le schegge non fanno curve.”.

[9] Si tratta del libro dal titolo Il Valdarno Inferiore nel 1944 in cui Nino Bini ripropone in tre capitoli (San Miniato I- II-III) la tesi della responsabilità tedesca nell'eccidio del duomo del 22 luglio 1944, asserendo di possedere perizie balistiche e documenti tali da sconfessare le indagini dei periti di Paoletti e quanto sostenuto ne La Prova di Biscarini-Lastraioli. A Bini hanno risposto per le rime Claudio Biscarini e Giuliano Lastraioli in Della Storia di Empoli in data 26 settembre 2013 con i due articoli Ci risiamo e Zibaldone o Ircocervo.

[10] I documenti sono stati trovati da Claudio Biscarini al National Archives & Record Service di Washington D.C ( U:S:A referenza.388-FA 8337)-07; serie Italian Campaign-337th FABn-88Inf.Div.-Journal 1944. Nel dossier c'è un modulo ciclostilato e riempito il 22 luglio 1944. Si tratta dell'Ammunition Record compilato a fine giornata dal comando del 337° battaglione di artiglieria da campo dell'esercito statunitense. In due righe c'è tutto sul misfatto del Duomo di San Miniato: “…22 luglio 1944, ore 10,30 - Bersaglio Mitragliatrice nemica - Fonte: Osservatorio White - Batteria “A” - tiri 51 M48 Coordinate 4648/5950 Effetto: Buono.”

[11] C. Biscarini e G. Lastraioli, La prova... cit., p. 8 “… Al battaglione del 337° seppero della sciagura soltanto alle ore 22.10 del 23 luglio, quando al sottufficiale Johnson pervenne un messaggio dall'osservatorio avanzato Lookout 2 dove alcuni partigiani avevano riferito le prime notizie sulla strage. Il testo della relativa annotazione sul Journal tradotto dice. “ Partigiani riferiscono che ieri qualche tiro nei pressi di San Miniato ha colpito una chiesa e ucciso 30 italiani, ferendone circa un centinaio. I feriti sono all'ospedale nel punto carta 4699/5998 non ci si deve sparare sopra. La città di San Miniato è stata pesantemente minata e disseminata di trappole esplosive.”

[12] Giuseppe Gori e Compagni di Delio Fiordispina, Inquadramento della Formazione Partigiana comandata da Mori Fioravante, p. 138; “Baglioni Prof .Emilio assunto nella Formazione il 1° Giugno 1944 come Addetto al servizio di collegamento con le truppe alleate”. Fu il primo Sindaco dopo la liberazione e istituì la Commissione d'Inchiesta sull'eccidio conclusasi con la Relazione Giannattasio in cui viene attribuita ai Tedeschi la responsabilità materiale dell'eccidio.

[13] La lapide posta nel 2008 a correzione della precedente del 1954 è stata dettata da Oscar Luigi Scalfaro e voluta dal Ministero degli Interni. Giornale La Nazione (senza data) “…..È il ministero dell'Interno, nella persona del sottosegretario Alessandro Pajano, a pronunciarsi rispondendo ad una interrogazione dell'on. Riccardo Migliori. Pajano afferma che alla lapide che attribuiva l'eccidio ai tedeschi ne va affiancata un'altra che invece ne addossa la responsabilità agli americani…”: “Sono passati più di 60 anni dallo spaventoso eccidio del 22 Luglio 1944 attribuito ai Tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità di quell'eccidio è delle forze alleate. La verità deve essere rispettata e dichiarata sempre…”.

domenica 8 giugno 2014

Col. Massimo Cionci - CONSIDERAZIONI TECNICHE RELATIVE ALLE CAUSE DELLA STRAGE AVVENUTA NEL 1944 NEL DUOMO DI SAN MINIATO

Di seguito è pubblicato il testo inviatoci dal Colonnello Massimo Cionci, Ufficiale di Artiglieria, ora Colonnello della Riserva, già nominato "delegato nazionale" presso due Gruppi di Lavoro della NATO, a cui va il nostro più sincero e sentito ringraziamento.
Il Colonnello Massimo Cionci, già autore di una perizia (pubblicata all'interno del libro di Paolo Paoletti, 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla, ed. Murzia, 2000, testo che ha riaperto il dibattito storico sulla cosiddetta "Strage del Duomo di San Miniato"), intende rendere note queste sue considerazioni, in relazione anche all'avvenuta pubblicazione di Valdarno Inferiore 1944 scritto da Nino Bini, in cui l'autore mette in discussione alcuni risultati della perizia, avanzando poi nuove ipotesi.
Un doveroso ringraziamento agli amici Carlo Pagliai e Claudio Biscarini dell'Associazione Culturale Della Storia d'Empoli, per averci messo in contatto con il Colonnello Massimo Cionci.
Buona lettura.

Il Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi


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CONSIDERAZIONI TECNICHE RELATIVE ALLE CAUSE DELLA STRAGE AVVENUTA NEL 1944 NEL DUOMO DI SAN MINIATO


di Massimo Cionci

Nel libro "Valdarno Inferiore 1944", di Nino Bini, alcune pagine, relative al luttuoso episodio della strage che si verificò, durante la II Guerra Mondiale, nel Duomo di San Miniato, contengono  alcune considerazioni relative alla natura, al comportamento e agli effetti del manufatto esplosivo che provocò la strage stessa.
Tali considerazioni sono in netto contrasto con quanto affermato dal prof. Paolo Paoletti, sulla base di studi approfonditi e di fondamentali testimonianze, nel suo libro "1944 San Miniato - Tutta la verità sulla strage" - Ed. Mursia 2000. Nel volume erano inclusi gli studi, compiuti, dopo i necessari esami e dopo le necessarie visite dei luoghi e la attenta consultazione della documentazione pertinente, da tre ufficiali dell'Esercito Italiano, due dei quali erano generali, specializzati, rispettivamente, nei settori della balistica esterna e degli esplosivi e uno era  un colonnello, specializzato nel settore delle munizioni, che è l'autore delle presenti considerazioni.

Per lo studio del drammatico caso in questione si deve, innanzitutto, identificare il tipo della munizione  e del suo dispositivo di innescamento.
I testimoni dell'epoca riferiscono che, dopo la strage, fu rinvenuta nella Cattedrale una parte di una spoletta (precisamente, quella che i tecnici chiamano "corpo" della spoletta), su cui si leggeva la scritta, punzonata, "FUSE- PD M 43". Il rinvenimento di questo reperto, semidistrutto a causa degli urti subiti e dello scoppio del proiettile cui la spoletta era avvitata, ha indubbiamente il valore di prova che un proiettile, sparato da un pezzo d'artiglieria, era entrato nella cattedrale ed era poi esploso al suo interno. E' essenziale stabilire da quale delle due parti contrapposte (forze armate americane e tedesche)  fosse stato sparato il proiettile. (Gli artiglieri, in Italia, anziché usare il termine "proiettili", usano dire "proietti", o "granate", da non confondere con le "bombe a mano", che, in lingua inglese, sono chiamate "hand grenades";  nel testo che segue, useremo l'espressione "proiettili", perché di uso più comune).
La parola "FUSE" è un termine della lingua inglese, che significa "miccia" e, nel corso del tempo, ha assunto il significato più ampio di "innesco". Nel linguaggio ufficiale dell' esercito degli Stati Uniti, le spolette, cioè i dispositivi di innescamento di proiettili  nonché di bombe da mortaio, bombe d' aereo e mine, sono, di norma, marcate con la parola "FUZE", derivata dalla parola più antica, quindi si può supporre che, esaminando il reperto semidistrutto, i testimoni dell' epoca abbiano avuto qualche difficoltà nel leggere le scritte. Nella lingua tedesca, una spoletta è denominata "Zünder", pertanto il solo fatto che la parte di una spoletta parzialmente distrutta rinvenuta nel Duomo di S. Miniato fosse marcata con scritte tipiche delle spolette U.S.A. è già sufficiente a dimostrare che nel Duomo stesso sia, malauguratamente, entrato un proiettile di fabbricazione americana.
Inoltre, il fatto che, nel Duomo, non sia stato rinvenuto il corpo di un proiettile, ma solo delle schegge, alcune delle quali furono estratte dal corpo delle vittime, dimostra chiaramente che si trattava di un proiettile scoppiante, "ad alto esplosivo" (HE = High Explosive).
Le marcature indicanti il tipo e il modello delle spolette sono, di norma, impresse, mediante punzonatura, sul cosiddetto "corpo" della spoletta, che è, nel caso delle spolette del tipo "PD", un blocco di acciaio massiccio. Esso, pertanto non si è distrutto negli urti e nella successiva esplosione del proiettile, ma certamente ha subìto abrasioni e danni vari; questo spiega perché, nella lettura delle scritte, i testimoni dell'epoca hanno commesso, senza colpa, un secondo errore, leggendo come un "3" il secondo numero del modello, che, invece, poteva essere soltanto un "8", di cui una parte era stata abrasa. La marcatura esatta della spoletta poteva essere soltanto la seguente: "FUZE - PD - M 48".

La seconda parte della marcatura, cioè la sigla "PD", indica a quale "tipo", o "categoria" appartenga la spoletta. Le spolette di fabbricazione USA sono, infatti, suddivise in numerose categorie, distinte per la costituzione e l'impiego a cui sono destinate. Se ne citano soltanto alcune:
- PD = "Point Detonating" ("Scoppianti di Punta") indica le spolette che si avvitano sulla parte anteriore del proiettile, e che hanno la funzione di innescare una carica in esso contenuta; tali spolette, in molti casi, sono dotate di un dispositivo che consente, a scelta, di predisporre il funzionamento "istanta-neo", indicato con la sigla "SQ" ("Super Quick" = "Super Rapido"), oppure il funzionamento "a ritardo" indicato con la parola "Delay". Si sceglie, di norma, il funzionamento a ritardo quando il bersaglio è protetto da un riparo, come, ad esempio, un muro o una corazzatura leggera;
- TSQ = "Time and Superquick" ("A tempo e Istantanee") indica le spolette "piriche", con funzionamento "a tempo" ottenuto mediante due anelli di miscela pirica, a base di polvere nera, funzionanti come una miccia di lunghezza regolabile. Hanno anche la possibilità di funzionamento istantaneo, a percussione. 
- MT = "Mechanical, Time" ("A tempo, Meccaniche") indica le spolette "meccaniche" con funzionamento "a tempo", che sono dotate di un congegno meccanico a orologeria che può essere regolato prima dell'impiego, per provocare il funzionamento della spoletta in aria, alla quota o alla distanza voluta, dopo un elevato numero di secondi; tali spolette, da non confondere con quelle regolabili "a ritardo" (in cui il ritardo è dell'ordine di pochi centesimi di secondo), possono essere usate per impiego contro aerei, oppure per provocare lo scoppio in aria di un proiettile, per impiego contro truppe allo scoperto, o anche per segnalazioni;
- MTSQ = "Mechanical, Time and Superquick" indica spolette simili alle precedenti, ma dotate anche della possibilità di funzionamento "istantaneo", all'impatto, nel caso di mancato funzionamento del congegno a tempo.

I "colpi completi" per l'obice da 105 mm, così come sono normalmente forniti alle truppe, sono normalmente costituiti dal bossolo (in ottone o in acciaio), contenente il "cannello d'accensione", circondato, generalmente, da 7 cariche di lancio in sacchetti, e dal proiettile, che può essere sfilato a mano per regolare il numero delle cariche. All'interno del "bocchino" del proiettile è normalmente avvitato un "booster" ("detonatore secondario"), che è un dispositivo che contiene dei congegni di funzionamento e di sicurezza destinati a far funzionare il proiettile. Le spolette sono avvitate al booster. E' importante sottolineare che esistono molti altri tipi di spolette impiegati dall' esercito degli Stati Uniti, tutti ampiamente descritti nelle pubblicazioni militari U.S.A., ma si segue sempre una regola fondamentale, relativamente alla denominazione dei manufatti, che sono contraddistinti da una sigla indicante il tipo (PD, MT, ecc.), seguita da una M e da un numero, indicante, per ogni tipo, il particolare modello. Eventuali sigle supplementari, come A1, A2, ecc. indicano varianti o aggiornamenti del modello.
Regola fondamentale, nella designazione americana dei modelli delle spolette (e di altri manufatti), era quella che non potesse essere mai assegnato uno stesso numero di modello a spolette di tipo diverso. La designazione delle categorie, o tipi, dei modelli e dei relativi aggiornamenti doveva essere rispondente all'AIC (Ammunition Identification Code). Il rispetto di queste regole era essenziale, fra l'altro, per il funzionamento della logistica.

Tenuto conto di quanto sopra, si osserva che è vero che esiste una spoletta con il numero di modello "43", come rilevato dallo scrittore sig. Bini, ma si tratta della ben nota spoletta "MT"- M 43, che è, come sopra detto, una spoletta meccanica a tempo; non può, invece, esistere una "PD" - M 43.
Della spoletta MT - M 43 furono realizzate 5 versioni (A1"early", A1"late", A2, A3 e A4), che potevano essere tutte graduate fino a un massimo di 30 secondi, mentre il tempo minimo variava, a seconda delle versioni, fra 0,6 e 1,67 secondi. Tali spolette erano, generalmente, impiegate per il tiro controaerei, con vari tipi di artiglierie.

La spoletta di cui è stata rinvenuta una parte nel Duomo di S. Miniato è indubbiamente del tipo PD - M 48 (e non PD - M 43, che, come detto, non esiste), come è stato fin da principio sostenuto dall'autore di questo scritto e come è stato anche, in seguito, pienamente confermato - sulla base dei verbali redatti dai reparti militari U.S.A. a suo tempo impegnati di fronte a S. Miniato - da cittadini di S. Miniato che si sono appositamente recati negli Stati Uniti e hanno consultato la documentazione dell'epoca conservata presso il Pentagono (Vds. il libro "La Prova", di Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini - FM Edizioni 2001). In detto libro è, fra l'altro, riportato, in fotocopia, un "Ammunition Record", che è un modulo, compilato, a mano, dal personale dell'artiglieria U.S.A., in cui, anche se la lettura è difficoltosa, si può leggere, alla colonna 3, intestata "Target", la sigla del bersaglio ("En. M.G." = "Mitragliatrici nemiche") e, alla colonna 6, intestata "M 48", il modello della spoletta impiegata per i numerosi colpi sparati nel periodo. La colonna 7, intestata "M 54", si riferisce alla "TSQ - M 54", che era la spoletta a tempo pirica , dotata anche di funzionamento istantaneo, a suo tempo largamente impiegata dall'artiglieria U.S.A.. Tale colonna è completamente in bianco, a significare che non sono stati sparati colpi con questa spoletta. La colonna 8 è intestata "Sm." ("Smoke" è in generale, l'indicazione dei proiettili fumogeni, che possono montare vari tipi di spolette). Dal modulo risulta che, nel periodo, è stato impiegato un limitato numero di colpi fumogeni. 

Chi scrive aveva già a suo tempo affermato, sulla base del reperto di spoletta e dell'esame delle tracce lasciate dal proiettile all'interno del Duomo, che non poteva trattarsi di una spoletta a tempo, né di un proiettile fumogeno.
Nella perizia inserita, a suo tempo, nel libro "San Miniato 1944", del prof. Paolo Paoletti, lo scrivente aveva già affermato che, nel Duomo, era penetrato un proiettile"HE", ad alto esplosivo, calibro 105 mm, modello M 1, sparato da un obice modello M2 - A1, o M2 - A2, il tutto di fabbricazione americana (le sigle A1 e A 2 indicano due aggiornamenti del modello M 2)
Queste affermazioni erano basate non solo sull'esperienza personale, ma anche sull' attento esame di numerose pubblicazioni militari U.S.A., che erano disponibili presso gli enti tecnici della Difesa ed erano ben conosciute dagli ufficiali tecnici specializzati nel settore armi e munizioni, anche perché i suddetti materiali d'artiglieria erano stati adottati in servizio, dopo la fine della 2^ guerra mondiale, dalle FF. AA. italiane.

Quanto alle affermazioni secondo cui gli obici, avendo la possibilità di sparare con angoli di tiro elevati, come i mortai, dovrebbero sparare sempre "a tiro curvo" e non " a tiro teso", si è ben lontani dalla situazione esistente nella zona di S. Miniato all' epoca dei fatti che hanno portato alla strage.
Le batterie U.S.A. erano ad una distanza di quasi 10 Km dalla città. La gittata massima degli obici da 105 mm M 2 - A1 e M 2 - A2 (designati, in Italia, "obici da 105/22", essendo la lunghezza della canna pari a 22 volte il calibro) è pari a circa 11 Km.
Per poter colpire obbiettivi a una distanza prossima a quella di gittata massima, le batterie U.S.A. dovevano necessariamente sparare a tiro teso, con angoli di tiro prossimi a quello con cui si ottiene la gittata massima, cioè circa 45 gradi, impiegando una carica di lancio elevata, anche per ridurre l'ampiezza della "rosa di dispersione", cioè della distribuzione dei punti di arrivo dei colpi. E' noto, infatti, che qualunque arma da fuoco, se spara un certo numero di colpi tutti dello stesso tipo, con gli stessi dati di tiro, produce, sul bersaglio, una distribuzione di punti d'arrivo dei colpi stessi, causata da vari fattori, fra cui il vento, la temperatura della bocca da fuoco e delle munizioni, le inevitabili differenze costruttive fra le munizioni, eccetera. In ogni caso, qualora sia possibile sparare su un dato bersaglio sia a tiro teso che a tiro curvo, è da evitare la scelta del tiro curvo, perché questo comporta una maggiore durata della traiettoria e aumenta la dispersione dovuta al vento. Nel caso in esame, non è pensabile che le batterie abbiano sparato a tiro curvo, pertanto, anche se la resistenza dell'aria provoca sempre un certo accorciamento della traiettoria teorica che si avrebbe nel vuoto (che, secondo la Fisica, sarebbe una parabola ad asse verticale, in cui l'angolo d'arrivo sarebbe simmetricamente uguale all'angolo di partenza), nel caso in esame l'angolo d'arrivo doveva necessariamente essere prossimo ai 45 gradi.        

Quanto sopra è pienamente confermato dall'esame del "Fascio verticale delle traiettorie dell'obice da 105", contenuto nelle pubblicazioni militari U.S.A., e spiega perché il proiettile entrato dal finestrone ha attraversato obliquamente lo spazio interno del Duomo, andando a colpire il bassorilievo in pietra, su cui ha lasciato ben visibili i segni dell'urto. Premesso che, come sopra detto, le batterie, data la distanza, hanno dovuto necessariamente sparare a tiro teso e con la carica massima, che è la 7^ o almeno con la 6^, non è pensabile che il proiettile potesse essere spiovuto quasi verticalmente sul pavimento; inoltre, dato lo spessore delle mura del Duomo, il proiettile non sarebbe potuto entrare, ma sarebbe esploso sulla base del finestrone; quindi, le considerazioni del sig. Bini non si possono proprio dire "logiche".

A questo punto, è naturale domandarsi come mai il proiettile non è scoppiato nel colpire il duro marmo del bassorilievo. Questo si spiega col fatto che, come già accennato, gli artiglieri, quando devono battere obbiettivi protetti da mura, o altri ripari, predispongono le spolette, quando esse hanno questa possibilità, per il funzionamento "a ritardo", in modo che il proiettile possa, se la protezione non è troppo resistente, attraversare il riparo e poi scoppiare al di là di esso, per il massimo effetto. Nel tiro contro il Duomo, risulta che alcuni colpi abbiano colpito la muratura esterna, senza riuscire a sfondarla, mentre un colpo è entrato dal finestrone, ha colpito il bassorilievo ed è rimbalzato, scoppiando all'interno della chiesa.

Nel caso delle spolette PD - M 48, la predisposizione si ottiene ruotando, prima dell'impiego, l'apposito chiavistello, esistente sulla spoletta, dalla posizione "SQ" ("Super Quick", cioè "Istanta-neo"), alla posizione "Delay" (cioè "Ritardo"). Quando la spoletta è regolata a ritardo, il percussore del dispositivo istantaneo, all'urto, percuote la capsula, ma la fiammata emessa da questa non si trasmette al resto della "catena incendiva", perché il chiavistello, ruotato, ne impedisce il passaggio. Il ritardo è ottenuto mediante un dispositivo "pirico", basato su una piccola carica di esplosivo che brucia in un tempo stabilito prima di provocare lo scoppio del proiettile. Tale dispositivo ("ritardo pirico") è alloggiato nel corpo d'acciaio della spoletta, che è abbastanza robusto da non distruggersi all'impatto, anche se la parte anteriore della spoletta stessa - contenente il dispositivo "istantaneo" disattivato - si distrugge. Il ritardo pirico è attivato da un dispositivo funzionante "a concussione", cioè ad inerzia, mediante una massa che avanza, per l'urto, vincendo la resistenza di una molla. Le spolette PD - M 48, nelle versioni più vecchie, avevano un ritardo di 0,15 secondi, mentre, nelle serie successive, il ritardo era stato abbreviato a 0,05 secondi. Questi tempi possono sembrare molto brevi, ma si deve tener presente che i proiettili delle artiglierie viaggiano a velocità che, con le cariche di lancio elevate, superano ampiamente la velocità del suono, che, nell'aria, è pari a circa 340 metri/secondo (1.224 Kilometri/ora). La velocità iniziale massima raggiungibile dai proiettili degli obici da 105 è pari a 474 m/s (circa 1.706 Km/h). Pur tenendo conto che la resistenza dell'aria riduce parzialmente la velocità dei proiettili - nonostante la loro forma appuntita - e che l'urto contro il marmo ha di certo ulteriormente ridotto la velocità del proiettile in esame, questo ha certamente rimbalzato con velocità ancora molto elevata e, pertanto, ha potuto percorrere non pochi metri prima che il dispositivo di ritardo ne provocasse lo scoppio.
A titolo puramente indicativo, si fa presente che un corpo in movimento con la velocità del suono percorrerebbe, nel tempo di 0,05 secondi, 17 metri, mentre, nel caso del ritardo di vecchio tipo, percorrerebbe, nel tempo di 0.15 secondi, ben 51 metri. Pertanto, se è indubbiamente vero che 0,05 o 0,15 secondi sono tempi molto brevi, un corpo che viaggi a velocità vicine a quella del suono, in tali tempi, compirà un percorso non trascurabile; quindi, anche in questo caso, le considerazioni del sig. Bini non sono "logiche".

Quanto alla discussa questione dell'impiego, o meno, da parte delle artiglierie americane, di uno o più proiettili fumogeni, si deve tener presente un fatto indiscutibile: dopo la fine delle ostilità, un cittadino di S. Miniato, lavorando, per le necessarie riparazioni, sul tetto della Chiesa del Ss.Crocifisso, poco distante dal Duomo, rinvenne il corpo vuoto di un proiettile. Il reperto era ancora munito della spoletta, che aveva funzionato, ed era privo del fondello. Il manufatto era stato prelevato da quel cittadino, che lo ha, poi, conservato in casa sua. Chi scrive, insieme ad altre persone, ne ha potuto, a suo tempo, prendere visione diretta. Si trattava indubbiamente di un proiettile fumogeno, del tipo "BE" ("Base Ejection") di fabbricazione americana, che, all'arrivo, aveva regolarmente funzionato. Tali proiettili hanno forma simile a quella dei proiettili ad alto esplosivo e sono muniti di spoletta, ma la loro costituzione, il funzionamento e l'impiego sono completamente diversi. All'arrivo, la spoletta funziona non per provocare lo scoppio del proiettile, con produzione di schegge, ma per attivare una piccola carica, detta "carica di espulsione", che ha la funzione di espellere dal corpo del proiettile, che rimane integro, alcuni "canisters" (contenitori) di materiale fumogeno, che si accendono al momento dell'espulsione ed emettono fumo grigio, o colorato. L'espulsione avviene dalla parte posteriore del proiettile, che ha un fondello fissato mediante una debole filettatura o con "spine di tranciamento".

I proiettili fumogeni sono impiegati dalle artiglierie, a seconda delle situazioni tattiche, per formare cortine fumogene, oppure, come è presumibilmente avvenuto nel caso in esame, per servire da segnale per la designazione dell'obbiettivo. Si usa, in questi casi, lanciare preliminarmente uno, o più, proiettili fumogeni, perché gli artiglieri possano verificare che i colpi ad alto esplosivo arrivino sul bersaglio stabilito, segnalato dalla fumata. E' da notare che, se il proiettile entrato nel Duomo fosse stato un "innocuo" fumogeno, come dichiarato all'epoca da due ufficiali americani, nella memoria rilasciata al Comune di S. Miniato, all'interno del Duomo stesso si sarebbe dovuto rintracciare il corpo vuoto e integro del proiettile, che, invece, è stato rinvenuto sul tetto della Chiesa vicina. In ogni caso, un fumogeno non avrebbe prodotto la micidiale proiezione di schegge che ha provocato la strage. Marginalmente, è opportuno precisare che i proiettili "fumogeni" ("Smoke") di cui sopra, non devono essere confusi con quelli "nebbiogeni - incendiari" al fosforo bianco" ("WP" = White Phosphorus"), che sono caricati con fosforo, anziché con esplosivo, e contengono una "carica di rottura". Tale carica ha la funzione di rompere in grossi frammenti (non schegge minute) il corpo del proiettile (altrimenti detto "bicchiere", che, per i proiettili WP, è un corpo unico, senza fondello eiettabile), per consentire la fuoruscita del fosforo, che, come noto ha la proprietà di accendersi spontaneamente all'aria, emettendo nebbia e provocando incendi.

Come sopra accennato, il fatto che, nel Duomo, sia stato rinvenuto il corpo della spoletta PD - M 48, unico resto della spoletta stessa e del proiettile su cui questa era montata, è sufficiente, da solo, a dimostrare che, quel tragico giorno, uno dei tanti proiettili "ad alto esplosivo" HE M1 da 105 mm sparati dall'artiglieria U.S.A. penetrò nel Duomo ed esplose, provocando tante vittime.
Quanto al numero delle vittime, che può sembrare elevato se attribuito ad un solo proiettile, si può anche fare riferimento ad uno studio - che fu condotto, anni fa, dall'esercito francese - in base al quale fu dimostrato che, nel caso di scoppio di una munizione a distanza di alcuni metri, anche chi non è direttamente colpito dalle schegge può subire effetti mortali per l'onda di pressione, che penetrando attraverso le orecchie, il naso e la bocca, arriva al cervello. Nel caso di scoppio in un ambiente chiuso, anche se molto ampio, gli effetti dell'onda di pressione sono amplificati.

In sintesi, con riferimento a quanto sostenuto dal sig. Nino Bini, relativamente alla strage di S. Miniato, nel suo libro "Valdarno Inferiore 1944", si possono fare alcune osservazioni:

- L'autore cita le dichiarazioni di due ufficiali americani (non esperti di artiglieria), che affermarono che un proiettile fumogeno era stato sparato dalle artiglierie U.S.A. ed era entrato nel Duomo. Come sopra detto, è inconfutabile il fatto che un fumogeno fosse stato sparato su S. Miniato, ma questo non era penetrato nel Duomo; il fumogeno, infatti, è stato rinvenuto sul tetto della vicina Chiesa del Ss. Crocifisso.


- Il fatto che la spoletta trovata nel Duomo fosse marcata con la scritta "FUZE (o FUSE) PD - M 43" non era stato affermato dai due ufficiali americani, ma dai cittadini di S. Miniato che avevano rinvenuto, nel Duomo, l'importante reperto.

- Il perito incaricato di esaminare le questioni relative alle munizioni è l'autore delle presenti note, che era stato a suo tempo segnalato, per questo incarico, non "da chissà chi" (come scrive il sig. Bini) ma dalla Direzione Generale A.M.A.T. (Armi, Munizioni e Armamenti Terrestri) del Ministero Difesa Esercito. Il sottoscritto è un ufficiale di Artiglieria (ora Colonnello della Riserva), che, tenuto  anche conto dei suoi studi di Ingegneria Meccanica, fin dall'inizio della sua carriera era stato assegnato al settore tecnico relativo alle artiglierie e, in particolare, alle relative munizioni. Si è interessato di detto settore per decine di anni in ambito nazionale, nonché presso la NATO, essendo stato nominato "delegato nazionale" presso due Gruppi di Lavoro della stessa NATO, ambedue relativi al settore "munizioni".

- Anche i due Ufficiali Generali designati come periti furono segnalati per la loro particolare esperienza, rispettivamente, nei settori della balistica esterna e degli esplosivi.

- L'affermazione secondo cui la parte di spoletta rinvenuta nel Duomo non poteva essere marcata con la scritta "FUSE PD - M 43", ma doveva essere letta "FUZE PD - M 48" è stata formulata, per la prima volta, dallo scrivente ed è stata pienamente confermata, successivamente, dai verbali dei reparti militari americani, che sono stati, qualche tempo dopo, controllati, dai cittadini di S. Miniato Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini , presso il Pentagono, come risulta dal libro "La Prova", da loro pubblicato nel luglio 2001. Tale libro conferma pienamente quanto sostenuto nel libro "1944 - San Miniato", pubblicato nel 2000 da Paolo Paoletti, con la collaborazione dei tre esperti sopracitati.

- Anche il fatto che il numero "8" della marcatura fosse stato abraso nell'urto, tanto da sembrare un "3", era stato sostenuto dallo scrivente e ha trovato piena conferma; infatti, nell' S3 AMMUNITION RECORD compilato, nell'apposito tracciato, dagli artiglieri americani, e riprodotto nel libro "La Prova", si rileva che, nella fatale giornata, tutti i colpi sono stati sparati con "Spolette M 48", come riportato nella 6^ colonna, mentre nessun colpo risulta sparato con le "Spolette M 54", previste, in alternativa, nella 7^ colonna del modulo.

- Le spolette PD - M 54 erano tra quelle previste per l'impiego da parte delle batterie da 105 mm, ma non risulta che, nelle azioni nella zona di S. Miniato, siano state impiegate. Si tratta di spolette simili alle PD - M 48, ma prive del dispositivo "a ritardo".
        
- Nel tracciato del sopracitato AMMUNITION RECORD, nella 3^ colonna, relativa al "Target" ("Bersaglio"), si legge, due volte, la sigla "En. MG" ("Enemy Machine Gun - o Guns"), che, dato che non è riportata la "s" del plurale della lingua inglese, potrebbe significare "Mitragliatrice Nemica", oppure "Mitragliatrici Nemiche"; infatti, la testimonianza del Canonico Enrico Giannoni, riportata nel libro "La Prova", cita "la permanenza, nella corte della Misericordia,... di un lungo cannone mimetizzato e, nell'orto della stessa Misericordia, infilate nel muro di cinta, e nell'orto del Seminario, fra i tronchi di vecchi ulivi, fitte mitragliatrici".

- Quanto sopra potrebbe spiegare perché le batterie americane hanno sparato, in quei giorni, in previsione della loro avanzata, un così elevato numero di colpi, contro la zona in cui pare che fossero schierate le armi nemiche.

- Come sopra detto, uno degli elementi che hanno fatto comprendere fin dall'inizio dello studio che la spoletta dovesse essere marcata "M 48", e non "M 43" è stato proprio il fatto che effettivamente esiste una spoletta denominata M 43, ma non si tratta di una spoletta "a percussione", del tipo "PD", ma di una spoletta "meccanica a tempo", del tipo "MT", che è dotata di un meccanismo a orologeria, regolabile, prima dell'impiego, per il funzionamento dopo parecchi secondi, per ottenere il funzionamento in aria, dopo che il proiettile ha percorso buona parte della sua traiettoria. Inoltre, la spoletta MT - M 43 ha una struttura poco resistente, per cui, in caso di mancato funzionamento in aria, si distrugge all'impatto, lasciando integro il corpo del proiettile,  anche perché non è dotata di funzionamento istantaneo. - Nel Duomo, peraltro, è stato rinvenuto il resto di una spoletta, ma non il corpo del proiettile, che, se avesse avuto una spoletta MT - M 43 non funzionante, sarebbe stato rinvenuto integro. 

- Fra le spolette della serie "PD", l'unico modello che ha il numero che inizia col numero "4" è, come confermato dalle numerose pubblicazioni tecniche U.S.A., il modello PD - M 48. Il fatto che il proiettile abbia colpito, danneggiandolo, il bassorilievo, da cui è rimbalzato per alcuni metri verso l'interno del Duomo, prima di scoppiare, è chiaramente conseguenza del fatto che la spoletta fosse dotata del dispositivo per il funzionamento a ritardo. In caso contrario, infatti, il proiettile sarebbe esploso istantaneamente, all'urto contro il bassorilievo, o, addirittura, nell'attraversamento del finestrone.

- L'individuazione corretta del tipo e modello della spoletta, nonché del proiettile e del pezzo d'artiglieria impiegato è stata a suo tempo possibile allo scrivente grazie alla lunga esperienza nel settore delle munizioni e alla disponibilità delle numerose pubblicazioni militari U.S.A. (Technical Manuals, Supply Manuals, ecc.) relative a tale settore. Come già detto, il successivo esame, presso gli archivi del Pentagono, delle relazioni a suo tempo compilate dai reparti di artiglieria operanti di fronte a S. Miniato ha confermato in pieno le affermazioni degli esperti nazionali incaricati.

- Quanto all'affermazione che il proiettile, essendo stato sparato da un obice - che è un'arma che può sparare sia a tiro teso, sia a tiro curvo - fosse stato sparato come da un mortaio, con traiettoria fortemente spiovente, tanto da cadere sul pavimento del Duomo, si deve osservare che il discorso non è affatto "logico". Infatti, per ottenere la minore dispersione del tiro, gli artiglieri sparano, quando possibile, a tiro teso. Gli obici vengono impiegati a tiro curvo soltanto quando, tra la batteria e il bersaglio, esistono ostacoli di notevole altezza, come colline, o simili, e non era questo il caso di S. Miniato, che è in posizione elevata e raggiungibile, da una distanza di quasi 10 Km, soltanto sparando con le cariche più elevate e a tiro teso. Di conseguenza, il proiettile entrato nel Duomo, dal finestrone, poteva avere soltanto una traiettoria decisamente obliqua. E' anche da tener presente che la scelta del tiro curvo, detto anche "tiro sul secondo arco", cioè con angoli sensibilmente superiori a 45 gradi, accorcia notevolmente le gittate e quindi impedisce di raggiungere obbiettivi posti a distanza prossima alla gittata masssima.

- Gli elenchi del "Munizionamento autorizzato" ("Authorized ammunition"), che il sig. Bini dichiara di aver tradotto, ricavandoli dalla pubblicazione TM 9 - 325, edita dal Ministero della Guerra degli Stati Uniti, anche se non hanno particolare rilevanza relativamente alla strage di S. Miniato, necessitano di alcune correzioni e precisazioni:

Il punto 1 - "Proiettili anticarro..." (cioè del tipo "HE, AT - T",  "High Explosive, Anti-Tank -with Tracer" = "Ad alto esplosivo, controcarri - con tracciatore"), muniti di spoletta BD - M 62 ("Base Detonating" = "Scoppiante di fondello") è corretto.

Il punto 2 - "Proiettili caricati con gas venefici..." (l'espressione più comunemente usata, nei manuali U.S.A., è "Chemical", o, in forma abbreviata, "CHEM", con cui si comprendono sia gli aggressivi chimici - "Chemical Agents" - sia il WP, o "White Phosphorus", che è il fosforo bianco, utilizzato per l'effetto "nebbiogeno-incendiario)... "con spoletta PD - M 57", è, sostanzialmente, corretto. La spoletta PD - M57 è, praticamente, uguale alla sopracitata PD - M 48, che è dotata del selettore per il funzionamento "istantaneo" o "a ritardo", ma, a differenza di questa, non ha la possibilità di funzionamento "a ritardo".

Il punto 3 - "Proiettili dirompenti..." può essere più chiaramente tradotto come segue: "Proiettili ad alto esplosivo, muniti di spoletta PD - M 48, con funzionamento istantaneo o con ritardo di 5 centesimi di secondo"; è opportuno precisare che, all'epoca, erano in distribuzione sia spolette PD - M 48 con ritardo di  0,15 secondi, sia spolette dello stesso tipo, più recenti, con ritardo di 0,05 secondi.

Il punto 4 - che inizia, pure, con le parole "Proiettili dirompenti...", deve necessariamente essere riscritto con due importanti varianti: "Proiettili ad alto esplosivo, con spoletta TSQ - M 54 (e non PD - M 54, perché una spoletta della serie PD, col numero di modello M 54, non è mai esistita)". La spoletta TSQ (Time and Superquick,cioè "A tempo e Istantanea") modello 54 è stata per lungo tempo in servizio con il munizionamento per gli obici da 105 e per altre artiglierie. Si tratta di una spoletta "pirica", a tempo, dotata anche di possibilità di funzionamento istantaneo. Il funzionamento si basava su due anelli di miscela pirica a base di polvere nera, contenuti uno nel corpo della spoletta e uno nella parte rotante della stessa. Prima del tiro, la spoletta poteva essere "graduata" (a mano, o con un apposito "graduatore"), facendo ruotare la parte anteriore della spoletta rispetto al corpo, in modo da utilizzare una parte più o meno lunga dei due anelli di polvere nera. In tal modo, si poteva predisporre il funzionamento del proiettile dopo una certa durata della traiettoria, poiché la graduazione massima era di molti secondi. In alternativa, si poteva avere il funzionamento "istantaneo". Non era previsto il funzionamento "a ritardo" di 0,05 o 0,15 secondi. Non si comprende, quindi, la scritta "con ritardo di quindici decimi di secondo".

Il punto 5 - "Fumogeni di vario tipo con spolette BE - M 54..." è da rivedere completamente, per i seguenti motivi:

- La sigla "BE" non si riferisce ad alcuna spoletta, ma alla categoria dei proiettili, del tipo "a espulsione del fondello" ("Base Ejection"), che comprende numerosi tipi, fra cui i fumogeni ("SMOKE") all'esacloroetano  ("HC"), o a fumo colorato. nonché dei modelli illuminanti e dei modelli denominati "Propaganda", o "Leaflet" che contenevano, appunto, artifizi illuminanti o foglietti di propaganda.

- La sigla "FS" indica, pure, una miscela fumogena dalla complessa formula, avente anche effetti irritanti, e la sigla "WP" ("White Phosphorus") indica il munizionamento "nebbiogeno - incendiario" al fosforo bianco. Il munizionamento delle categorie FS e WP, che, a differenza da quello HC (che è compreso nella categoria "Base EJECTION"), è, normalmente, raggruppato nella categoria "CHEM", e funziona, in genere, mediante dispersione del contenuto mediante una "carica di rottura", anziché mediante espulsione del fondello. Con queste munizioni sono impiegabili, oltre ad altri modelli, le spolette TSQ - M 54 e PD - M 57 sopracitate (Le spolette "BE" - M 54 e "BD" - M 57, citate dal sig. Bini,  non esistono, così come la sopracitata "PD" - M 43).

Per tutto quanto sopra, si ritiene che le considerazioni del sig. Nino Bini, relative alla terribile strage avvenuta, nell'anno 1944, nel Duomo di San Miniato, non possano essere  in alcun modo ritenute valide per una nuova, diversa ricostruzione del luttuoso fatto avvenuto nel Duomo di S. Miniato, nell'anno 1944.

Massimo Cionci
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