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domenica 14 febbraio 2016

IL GONFALONE D'ARGENTO ALL'ISTITUTO DEL DRAMMA POPOLARE DI SAN MINIATO - 13 FEBBRAIO 2016

Il 13 febbraio 2016 il Consiglio Regionale della Toscana, presieduto da Eugenio Giani, ha conferito alla Fondazione Istituto del Dramma Popolare di San Miniato il “Gonfalone d'Argento”, la massima onorificenza del Consiglio Regionale. Un importante riconoscimento per l'Istituto sanminiatese, attivo dal 1947.
Di seguito il Comunicato n. 190 del 13 febbraio 2016, emesso dall'Ufficio Stampa del Consiglio Regionale della Toscana.

Dramma popolare di San Miniato: conferito il Gonfalone d'argento


Il riconoscimento è stato consegnato stamani in palazzo Panciatichi. Il presidente Eugenio Giani: "Un istituto che porta vanto a tutta la Toscana". Il segretario Antonio Mazzeo: "Per noi è fondamentale investire in cultura"

Firenze – “E’ il più antico festival di produzione d'Italia. Il numero dei grandi interpreti e registi che sono passati da qui danno il senso della sua importanza a livello nazionale e internazionale. E’ un’istituzione che porta vanto a tutta la Toscana e per questo abbiamo deciso di premiarla”. Con queste parole il presidente del Consiglio regionale della Toscana Eugenio Giani ha consegnato il Gonfalone d’argento, massima onorificenza dell’assemblea toscana, all’Istituto del Dramma Popolare di San Miniato (Pi). La cerimonia di conferimento si è svolta questa mattina nella sala del Gonfalone di palazzo Panciatichi; presenti, oltre al presidente Giani, il segretario dell’Ufficio di presidenza Antonio Mazzeo, il consigliere regionale Andrea Pieroni, il sindaco di San Miniato (Pi) Vittorio Gabbanini, il presidente della Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato Marzio Gabbanini e una folta rappresentanza di autorità.
Giani, spiegando le motivazioni che hanno portato l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale a conferire il riconoscimento, ha ricordato la storia dell’Istituto Dramma Popolare. Nato nel 1947, tre anni dopo che le mine tedesche avevano distrutto il Teatro Verdi di San Miniato, costruito sul modello della Scala di Milano, l’Istituto ha avuto fin da subito l’obiettivo di “dare vita a un teatro che andasse incontro al popolo, ispirandosi allo spirito cristiano e proponendosi di interpretare le tensioni e le aspirazioni dell'uomo”. “Attraverso il dramma popolare San Miniato ha espresso al meglio la sua vocazione a essere cuore pulsante della cultura in Toscana” ha detto ancora il presidente. Anche Antonio Mazzeo ha voluto sottolineare che “per noi è molto importante aver consegnato il Gonfalone d’argento all’Istituto del Dramma Popolare di San Miniato, perché riteniamo fondamentale, se vogliamo crescere, investire in cultura e trasmettere alle generazioni future la storia e ciò che rappresenta questo istituto: un teatro del popolo e per il popolo, che si tiene nei luoghi dove la gente si incontra, nelle piazze e nelle chiese”.
Nei settanta anni di attività del dramma popolare, a firmare la regia dei vari spettacoli che hanno segnato la storia del teatro, sono stati chiamati maestri quali, tra gli altri, Giorgio Strehler, Orazio Costa, Luigi Squarzina, Franco Enriquez, Sandro Bolchi, Aldo Trionfo, Sandro Sequi e Krzysztof Zanussi.
Quanto agli interpreti, il meglio del professionismo teatrale è passato da San Miniato: Giulio Bosetti, Ernesto Calindri, Rossella Falk, Arnoldo Foà, Carla Fracci, Nando Gazzolo, Giancarlo Giannini, Remo Girone, Giuliana Lojodice, Evi Maltagliati, Anna Miserocchi, Valeria Moriconi, Gastone Moschin, Ave Ninchi, Ilaria Occhini, Gianni Santuccio, Giancarlo Sbragia, Mario Scaccia, Arolodo Tieri, Luigi Vannucchi, Massimo Foschi, Eros Pagni sono solo alcuni degli artisti che si sono avvicendati nel corso degli anni sul palcoscenico della Festa del Teatro. I testi che in tutti questi anni sono stati rappresentati appartengono a una drammaturgia, definita "Teatro dello Spirito", con cui si intendono tutti quei lavori che si pongono il problema della ricerca del senso e del significato della vita. 
(cem)


Gonfalone d'Argento all'Istituto del Dramma Popolare di San Miniato
Video di Fabrizio Borghini

L'invito del Consiglio Regionale

lunedì 16 dicembre 2013

DON GIANCARLO RUGGINI A 40 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA - VIDEO DI FABRIZIO MANDORLINI

Per gentile disponibilità dell'autore, Fabrizio Mandolini, di seguito è proposto il video realizzato per la Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato, in occasione della serata in ricordo di Don Giancarlo Ruggini, tenutasi a Palazzo Grifoni lo scorso 6 dicembre 2013.
La vita e l'impegno profusi da Don Ruggini sono qui sintetizzati nel video, con lo scopo di valorizzare e sottolineare l'attività di una delle figure più significative nel panorama culturale sanminiatese del Dopoguerra.



Di seguito il testo completo, redatto da Fabrizio Mandorlini:

Chiese di entrare in seminario verso la fine dell’estate del 1943. Da poco tempo rientrato dalla campagna di Russia il sottotenente Giancarlo Ruggini scelse, in un particolare momento della storia d’Italia, di rispondere alla chiamata che da anni, dai tempi del liceo, era ormai maturata in lui.
A quei giorni i Ruggini abitavano a Empoli dove il padre era stato promosso segretario capo del Comune dopo l’esperienza precendente di segretario comunale a San Miniato. Il cardinale Elia Dalla Costa prese tempo, temeva che Ruggini volesse sottrarsi a doveri di carattere civile e militare, e non accolse la sua domanda. Domanda che fu accolta con soddisfazione dal vescovo Ugo Giubbi di San Miniato. Iniziò per lui un nuovo capitolo della sua vita.
Ruggini aveva fatto fino ad allora il proprio dovere di italiano. Pur ripudiando la guerra, aveva portato a termine la campagna di Russia dove era rimasto ferito alla gola. La sua voce per giorni non si fece sentire. Rientrato in Italia, trascorse la convalescenza in ospedale. Il 19 luglio incontro alla Basilica di San Lorenzo a Roma, appena bombardata, Papa Pio XII. “Mi apparve… con le braccia spalancate ad abbracciare tutti i dolori, tutta la disperazione di un’umanità affogata nell’odio” scrisse il giorno della sua ordinazione.
I giorni del passaggio del fronte a San Miniato nell’estate del ’44 vedono, tra gli altri, protagonista indiretto nei fatti principali il seminarista Ruggini. Il 22 luglio sarà per Giancarlo un giorno triste. Durante un cannoneggiamento sulla città, avvenuto poco dopo le 10, un tiro di artiglieria americano penetra attraverso il rosone del duomo. Cinquantacinque i morti, una ferita ancora aperta a San Minato. Tra i morti ci fu anche Carlo Ruggini, padre di Giancarlo. La sua opera fu encomiabile quel giorno, come quella del clero sanminiatese. Mentre il padre morente veniva portato in episcopio, il chierico, insieme ai sacerdoti Stacchino, Fiorentini, Mannucci, al vescovo Giubbi e ad alcuni volontari, prestò la sua opera di pietà accompagnando i feriti all’ospedale, sotto le bombe, con mezzi improvvisati e barelle ricavate dagli scuri delle finestre. Non mancò mai di difendere il suo vescovo, accusato a voce di popolo di quella calunnia enorme e infondata, ma che resiste tuttora in certi ambienti.
Monsignor Giubbi morì il 23 settembre del 1946. Fu Felice Beccaro ad ordinare sacerdote don Giancarlo Ruggini, il 29 giugno 1947. Si compì così il suo desiderio e quello di suo padre.

L'incontro con il teatro
Ricostruire le coscienze degli uomini lacerate e divise dalla guerra. E’ ciò che è importante per Ruggini in questi momenti. Serve però un modo “non convenzionale”. Il giovane sacerdote si accosta così all’Istituto del Dramma Popolare perché scopre nello spettacolo teatrale, fin dalla prima rappresentazione nel 1947 de La Maschera e la grazia di Ghéon, che aveva seguito da spettatore, una sollecitazione intellettuale ed un lievito di crescita morale e religiosa per le classi meno privilegiate.
Nel 1948, l’anno in cui va in scena Assassinio nella Cattedrale, don Ruggini è a tutti gli effetti coinvolto. E’ l’anno in cui il teatro sanminiatese si apre all’Italia, l’incontro con il Piccolo di Milano di Giorgio Strelher, con attori, registi e critici d’avanguardia, teatro cristiano, teatro per evangelizzare. Quell’incontro fu la fortuna del Dramma Popolare di San Miniato e Ruggini, di fatto direttore artistico, ne segue e ne guida le vicende per venticinque anni. La visione dell’arte drammatica non è che un aspetto del suo pensiero filosofico e religioso, anzi ne costituisce l’apertura sul piano sociale. Da una prima intuizione del teatro pensato come fatto emozionale, come “sentire insieme”, che soddisfa in tutti il bisogno di aggregazione e di commozione estetica, si passa nel corso degli anni Cinquanta al concetto di “teatro dibattito”, momento di discussione e di riesame dei più pungenti interrogativi che agitano la coscienza moderna. 
Sono gli anni in cui vanno in scena, tra gli altri, Il poverello di Jacques Copeau, Giovanna e i giudici di Thierry Maulnier, L'ultima al patibolo di Georges Bernanos per la regia di Orazio Costa, L'aiuola bruciata di Ugo Betti, regia di Orazio Costa, E' mezzanotte dott. Schweitzer! di Gilbert Cesbron, regia di Luigi Squarzina, Il potere e la gloria di Graham Greene, regia di Luigi Squarzina, Veglia d'Armi di Diego Fabbri, regia di Orazio Costa, L'ostaggio di Paul Claudel, J.B. di Archibald MacLeish, regia di Luigi Squarzina, Il grande statista di T.S. Eliot, regia di Luigi Squarzina.
Educare con il Dramma Popolare significava allora agire sul modo di pensare dell’uomo, costringerlo a mettere a fuoco situazioni morali del suo vissuto ed a porsi in un nuovo rapporto con il mondo e con Dio. Ecco perché Ruggini considerò il J.B. di MacLeish il suo fiore all’occhillo: i sanminiatesi, schierati in due opposte fazioni, disputarono nei bar per un mese in pro di Dio e di Satana. Non si fa più appello alla suggestione, inconsistente ed effimera, ma alla comprensione dell’arte che impegna nello stesso tempo l’intelligenza e il mondo affettivo di chi assiste allo spettacolo.

La stagione della denuncia
Negli anni Sessanta Ruggini risponderà alla società del benessere con la teorizzazione della filosofia della persona e con la nuova denuncia. E’ il nuovo corso del Dramma, che vive la novella stagione del cristianesimo ecumenico allargando il quadro dei valori e cercando un punto di incontro con “gli uomini di tutte le provenienze”, ma che credono seriamente “in ciò che li fa uomini”. Si tratta di difendere la fede in qualche cosa di più autentico che non sia l’opulenza del consumismo. Ora non basta più svegliare le coscienze, è necessario contagiarle col “fastidio” di Cristo.
Al teatro che affratella e consola tutti nell'abbraccio finale si oppone un teatro che scuote col turbamento della sfida e della denuncia "senza attenuanti": denuncia della società affluente che disumanizza la persona e costruisce tra uomo e uomo un muro di indifferenza; denuncia dell'egoismo del singolo e dei popoli, fonte di predominio e di prevaricazione; denuncia dell'incoerenza tra la fede professata e la fede vissuta; denuncia della "chiesa giuridica" che soffoca e spenge quella profetica e quella della povera gente.
A San Miniato vanno in scena La guerra dei figli della luce, per la regia di Franco Enriquez; Miguel Manara di Czeslaw Milosz, regia di Orazio Costa; Il primogenito di Christopher Fry, regia di Orazio Costa; La riunione di famiglia, di T.S. Eliot, Sotto il sole di satana di Diego Fabbri, Il segretario particolare di T.S. Eliot, Il concerto di Sant'Ovidio di Antonio Buero Vallejo, Querela contro ignoto di George Neveuz, L'avventura d'un povero cristiano di Ignazio Silone, Il sonno della ragione di Antonio Buero Vallejo.
Molti si domandarono se questo era ancora un teatro cristiano. Ruggini rispose di sì perché ciò che interessava non era tanto il confessionalismo religioso, quanto piuttosto la proposta di una problematica che spinga l’uomo moderno a guardare nel suo intimo per riscoprirvi le sue ansie più segrete, i suoi tormenti più reconditi.
Non tutti però la pensavano così. Ruggini e l’Istituto del Dramma Popolare ebbero rapporti più o meno burrascosi con la gerarchia ecclesiastica.
Un'incomprensione scaturita spesso dal non riuscire a capire e saper leggere la situazione del momento. Se negli anni Cinquanta l'Osservatore Romano non esita a stroncare E' mezzanotte dott. Schweizer! accusandolo "di immanentismo, di protestantesimo, di agnosticismo e non so di quale altra diavoleria", non va meglio a Dialoghi delle Carmelitane dichiarati "eretici" o quanto scritto il 22 ottobre 1954 in un articolo titolato "Una strada sbagliata".
"Ma come? - scriveva Ruggini al critico Silvio D'Amico - in Italia c'è un'unica istituzione che si affatica a introdurre nel teatro un'aria un po' più respirabile, un'aria cristiana: tutto il resto è pressoché monopolio dei comunisti... e questa unica istituzione cattolica; tirata avanti da cattolici con tanti stenti, con all'attivo veri successi, non solo teatrali, ma religiosi e morali, deve avere le ire ringhiose di vescovi e dell'organo ufficioso della Santa Sede! Ma in che mondo siamo? Questo è il più pazzo trionfo dell'autolesionismo, questa è un'evirazione volontaria, questo è un suicidio vero e proprio!"
E alla fine il vescovo di San Miniato Felice Beccaro gli chiese di lasciare la guida del Teatro di San Miniato dopo aver vietato, in alcuni casi, ai religiosi di assistere agli spettacoli. In un contesto non facile, la rappresentazione de Il potere e la gloria di Graham Greene, un testo considerato scabroso per l’epoca, fece emergere il diverbio tra chi era anticipatore dei tempi, Ruggini, e chi rappresentava la tradizione e doveva farla rispettare, il vescovo. E ciò malgrado la profonda stima che correva tra i due religiosi. Solo il tempo e lunghe mediazioni portarono a una soluzione del caso. Don Ruggini pagò dunque di persona l'equivalente teatrale dell'avventura di un don Milani o di un don Mazzolari, vincendo e al tempo stesso perdendo una battaglia culturale poco nota ma estremamente sintomatica.
Ruggini risultava pienamente inserito nei cambiamenti culturali cattolici dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Pur essendo un netto antifascista e anticomunista, fu un prete che non conosceva steccati di nessun genere. Copeau aveva detto che il teatro sarebbe stato marxista o cristiano e che tra i due non ci sarebbe stato scampo. Fiero avversario di steccati, di barriere e staccionate, Ruggini rigettò l’alternativa: il dramma cristiano è quello della condizione dell’uomo di oggi, e profondamente cristiana è la voce dell’arte che parla il linguaggio della solidarietà al di là di ogni opinione e di ogni credo politico e religioso.
Fu facile fraintendere il suo pensiero e gridare al prete “rosso” e comunista: non si pensò nemmeno lontanamente all’amarezza del sacerdote che vedeva nella società contemporanea smarrita la dimensione del divino, ostentati e non realizzati i valori della dottrina cristiana, traditi i fondamenti pedagogici della persona, ispirata al mistero di Cristo.

Una “verità che si incarna”
Don Ruggini era dunque un uomo privo di mezzi toni. Tutto bianchi e neri. Ed era forse qui il suo maggior difetto, ma anche la sua grandezza, la capacità di totale immedesimazione, di aggredire le cose con incredibile forza morale. E’ significativo il suo iniziale proposito di “entrare a far parte del clero non come semplice prete, ma come gesuita: questi sacerdoti – spiegava confidandosi a un amico – che portano alla cintola il crocifisso a mo’ di spada, vanno bene per il mio carattere: amo le istituzioni e le persone decise e credo, che, nella chiesa, non vi sia ordine più battagliero di questo”.
Nel 1971, per l’ultima volta animatore della Festa del teatro, Ruggini si congedò offrendo al pubblico l’illustrazione di una scelta coraggiosa, L’erba della stella dell’alba e la ricostruzione intellettuale di una scelta di vita: l’Istituto del Dramma Popolare.
"Ci si potrebbe meravigliare - scrisse - che San Miniato, che ha da sempre dichiarato di volersi battere per un teatro moderno di ispirazione cristiana, sia ricorso proprio quest'anno ad una spiritualità così remota ed esotica come quella che forma la visione religiosa dei Sioux; quasi che il Vangelo non basti e abbisogni di integrazioni da parte di religioni pagane. Ma sarebbe questo un vero modo di fraintenderci. Noi precisammo fin dal nostro nascere che non ci interessava un teatro puramente devozionale ed edificante, che volevamo un teatro impegnato sui problemi e sulle inquietudini spirituali del nostro tempo; non ci attirava una verità pura quanto si vuole, ma astratta; ci affascinava invece la parabola di una verità che si incarna e per questo è cristiana, una verità che non teme di compromettersi nella storia, misurando nel concreto le sue responsabilità; ci interessava insomma verificare quanto nella realtà c'è ancora di cristiano, quali siano i segni dei tempi, da qualunque parte e popolo e cultura e civiltà essi vengano, che possono profetizzare una nuova stagione del cristianesimo".

Non solo teatro
Sarebbe riduttivo circoscrivere la figura di don Ruggini al solo teatro, anche se i primi venticinque anni di storia dell’Istituto del Dramma Popolare possono essere a ragione identificati con lui.
Egli fu anche un grande conferenziere, un animatore di dibattiti, un mediatore di cultura. Fece sua come organizzatore o come assiduo collaboratore ogni iniziativa che durante gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta in San Miniato, Empoli e nel contesto territoriale, studiasse tematiche di natura teologica, economica, storica e artistica. Perfino l’azione politica e l’opera appassionata svolta in seno alle Acli sono orientate alla formazione morale e sociale dei lavoratori e diventarono aspetti centrali del suo programma di educazione del popolo. Per questi motivi il Dramma Popolare, un teatro cioè cristiano e attuale, “per gli uomini di oggi con i loro problemi di oggi”, fu l’asse portante del suo progetto educativo.
La sua attività all’interno delle Acli, la sua collaborazione preziosa con il settimanale diocesano “La Domenica”, il suo insegnamento al Liceo, facevano parte della sua vita quotidiana.
Morì improvvisamente nel Liceo scientifico di San Miniato il 15 dicembre 1973, mentre si accingeva a tenere lezioni di religione ai suoi amatissimi alunni. Le esequie si svolsero in Cattedrale il 17 seguente con una messa presieduta dal vescovo e concelebrata da numerosi sacerdoti, con straordinario afflusso di popolo. Il suo “cuore ballerino” come lo definiva lui, aveva ceduto.
Era nato l’11 ottobre 1920 a San Miniato. Dopo l’ordinazione sacerdotale aveva prestato servizio per alcuni anni nella parrocchia di Roffia dove si radunava spesso, nell’immediato dopoguerra, un cenacolo di dotte e illuminate persone fra cui don Mario Lupori, don Enrico Bartoletti, don Giuliano Agresti. Fu anche insegnante in Seminario per oltre vent’anni e per due volte membro del consiglio presbiterale. Dal 1° ottobre 1959 fu parroco di San Lorenzo a Nocicchio.
Visse e anticipò il vento del Concilio Vaticano II con venti anni di anticipo dalla sua promulgazione e ancora oggi è in molti ambiti avanti ai tempi.
Don Ruggini ha dunque aperto strade che in tanti hanno percorso e che a distanza di quarant’anni, in tanti continuano a percorrere. Oggi più che mai.

© fabrizio mandorlini Fm edizioni

mercoledì 20 novembre 2013

IL CIGOLI TRA PITTURA E TEATRO - 22 NOVEMBRE 2013 - ORE 17.30

Venerdì 22 novembre 2013 alle ore 17.30, presso Palazzo Grifoni, si terrà la conferenza dal titolo:


"OMAGGIO AL CIGOLI"
LODOVICO CARDI TRA PITTURA E TEATRO

nell'ambito della rassegna "I Venerdì del Dramma", organizzata dalla Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato.

Dopo i saluti di Antonio Guicciardini Salini (Pres. Fond. CRSM) e Marzio Gabbanini (Pres. Fond. Ist. Dramma Popolare), interverranno:

Prof. Alessandro Cecchi (Direttore Galleria Palatina e Appartamenti Reali, Direttore del Giardino di Boboli)
Fortuna del Cigoli nelle collezioni medicee

Dott.ssa Rosita Querci (storica dell'arte)
Cigoli e gli apparati

Al termine si svolgerà il dibattito moderato da Don Piero Ciardella (Dir. Artistico Ist. Dramma Popolare)

Di seguito l'invito:


venerdì 27 luglio 2012

PIAZZA DEL SEMINARIO, DI GIORNO E DI NOTTE

di Francesco Fiumalbi

Piazza della Repubblica, comunemente detta del Seminario, è l’interno urbano sanminiatese più scenografico e per questo è uno dei luoghi più apprezzati dai turisti e anche dagli stessi sanminiatesi.
E’ un luogo totalizzante, avvolgente, che non si fa mai cogliere nella sua interezza, ma sempre di scorcio, che cattura magneticamente lo sguardo attraverso il ritmo vibrante che caratterizza la trama compositiva della facciata del Seminario. Un microcosmo conchiuso, dalla straordinaria capacità di accogliere, quasi come un ideale abbraccio materno. E’ il centro, l’ombelico, che separa, ed al tempo stesso unisce, la parte di qua con la parte di là di San Miniato, da qualsiasi punto la si guardi.

Piazza del Seminario
Foto di Francesco Fiumalbi

Il ritmo vibrante delle fasce, bianche e rosate, asseconda un’orchestrazione scandita da pieni e vuoti che, partendo da un basamento orizzontale compatto, raggiungono verticalmente il coronamento, alleggerendone la struttura, ed evitando spiacevoli effetti claustrofobici. Durante il giorno è, quindi, un luogo chiuso che non ammette divagazioni e dove soltanto il cielo riesce a penetrarvi. Ma è forse questa chiusura spaziale, in forte contrasto con l’infinità celeste, che suggerisce quel sentimento di pittoresco, dal carattere onirico, scenografico, quasi teatrale: guardando la struttura compositiva del palazzo del Seminario, come non pensare ai palchi di un teatro? Tuttavia è un teatro senza proscenio, dove la scenografia è rappresentata dalla stessa architettura, dalla sua trama, dalle Massime e dai medaglioni che le descrivono. Un luogo dove ciascuno di noi può essere attore e spettatore al tempo stesso.
A questa immagine si affianca quella notturna caratterizzata da una maggiore fluidità spaziale, con il profilo degli edifici che, dolcemente, sfumano verso l’oscurità del cielo. I contorni divengono indeterminati, diminuisce il contrasto fra le tonalità cromatiche, così accese durante il giorno; le ombre non sono più così nette, grazie anche all’illuminazione giallo ocra che smorza i colori e le forme, una sorta di effetto meguilp, quella vernice ambrata composta da mastice e olio, molto usata nei restauri pittorici otto-novecenteschi. Tale colorazione era utilizzata per creare sull’immagine quella patina, quel segno dell’inesorabile scorrere del tempo e della storia, così ricercato da certi aspetti del gusto, a tratti nostalgico, tipico del Romanticismo ottocentesco e, perché no, anche del Neoromanticismo in chiave contemporanea.

Piazza del Seminario
Foto di Francesco Fiumalbi

Nei giorni scorsi, grazie al ciclo di eventi organizzati dalla Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato, Piazza del Seminario ha goduto di una rinnovata illuminazione. Si tratta di una operazione che ha suscitato apprezzamento, gratificando i sanminiatesi e non solo.
Particolare attenzione è stata rivolta alla valorizzazione della facciata del Seminario, accentuandone la geometria compositiva, sottolineando il contrasto cromatico e la verticalità delle fasce bianche e rosate. All’edificio è stato conferito un deciso risalto, in contrapposizione al grigio del ciottolato della pavimentazione e all’azzurro del cielo.

Piazza del Seminario
Foto di Francesco Fiumalbi

E che dire poi, quando la sera si è fatta notte, e la luce del crepuscolo è diventata piena oscurità, quando la facciata del Seminario è apparsa come un elegante abito da sera. Si tratta di un momento in cui alcune caratteristiche propriamente diurne, si fondono con quelle notturne, creando una combinazione nuova, inaspettata. Siamo avidi di queste immagini, e molti vorrebbero vedere la piazza sempre così, vestita a festa; ma se rendiamo quotidiano ciò che è straordinario, non si corre forse il rischio di banalizzarlo, di renderlo ovvio, di farne evaporare la magia? Forse è più incisivo riverberarne il ricordo, attendere il prossimo evento, per tornare a godere e ad apprezzare questo spettacolare paesaggio urbano sanminiatese. E voi che ne pensate? Dite la vostra!

Piazza del Seminario
Foto di Francesco Fiumalbi
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