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lunedì 5 settembre 2011

IL CONTESTO STORICO DEL XII SECOLO

di Francesco Fiumalbi


La situazione italiana nella seconda metà del XII secolo era assai articolata. Da una parte le vicende legate a Federico I Barbarossa e al Pontefice Alessandro III, dall’altra un complesso gioco di equilibri fra le principali città toscane quali Firenze, Pisa, Siena, Lucca, Pistoia e Arezzo.
Federico I Barbarossa era stato eletto Re di Germania nel 1152. Tuttavia aveva la necessità di legittimare la propria posizione: voleva farsi incoronare Imperatore e per questo aveva bisogno del Papa. 
Iniziò così la sua prima discesa italiana. Sottomise molti comuni nel settentrione ed infine si fece incoronare Imperatore, il 18 giugno 1155 da Adriano IV. Con lo stesso Pontefice aveva stretto accordi contro i Normanni per la conquista del Regno di Sicilia. Durante il viaggio per Roma, prima di giungere a Siena, è assai probabile che Federico I Barbarossa abbia fatto sosta proprio a San Miniato, quale tappa prima di immettersi nella Valdelsa seguendo la direttrice Francigena.
L’incoronazione avvenne senza il consenso del Senato e, per questo, i romani si rivoltarono all’Imperatore il quale fu costretto a fuggire in fretta e furia, minacciando di tornare per sottomettere Roma. A quel punto il Papa strinse accordi con i Normanni, concedendo al Re di Sicilia Guglielmo I il Malo l’Italia Meridionale col Trattato di Benevento del 1156. 
A causa di numerosi contrasti ideologici fra cesaropapismo imperiale e teocrazia papale si giunse nel 1158 alla seconda discesa di Federico I Barbarossa in Italia. Sottomise Brescia, iniziò la ricostruzione di Lodi e assoggettò Milano che aveva precedentemente respinto una sentenza in favore di Lodi e Como. Convocò la seconda e più importante Dieta di Roncaglia con cui poneva forti limitazioni all’autonomia dei Comuni dell’Italia Settentronale come i diritti dell’Imperatore sull’elezione di duchi, conti e marchesi, nomina dei consoli comunali e dei magistrati cittadini, riscossione delle tasse, conio delle monete, imposizione di lavori di carattere pubblico. Un inasprimento delle condizioni che in seguito, nel 1167, porterà alla costituzione della Lega Lombarda presso l’abbazia di Pontida. 
Intanto nel 1160 era ripresa la controversia col Papa, che minacciò di scomunicare Federico I Barbarossa. Tuttavia il Pontefice morì e fu eletto successore al soglio di Pietro Alessandro III. Sempre nel 1160 l’Imperatore convocò un Concilio a Pavia al quale il nuovo Papa si rifiutò di partecipare. Federico I Barbarossa nominò un antipapa, Vittore IV, che scomunicò Alessandro III il quale fece altrettanto sia con l’antipapa che con l’Imperatore. Lo scisma era destinato a durare fino al 1177. Nel frattempo l’Imperatore ordina la distruzione di Milano che si era più volte ribellata e in questo viene aiutato anche da Pisa.
Tornato in Germania, l’Imperatore scese nuovamente in Italia nel 1162. Pisa, per l’aiuto concesso all’Imperatore a Milano, ottenne numerosi benefici, tra cui il controllo di tutta la costa tirrenica da Porto Venere a Orbetello. Ciò provocò la reazione di Genova e determinò un forte risentimento nelle città di Firenze, Lucca, Volterra e Siena che miravano ad ottenere un autonomo sbocco sul mare. 
E’ in questo contesto tumultuoso che Federico I Barbarossa decide di rafforzare il suo castello di San Miniato. Federico I Barbarossa, inviò nel Valdarno Guelfo VI, suo zio, Duca di Toscana e feudatario degli antichi possedimenti di Matilde di Canossa fin dal 1152: con la scusa di discutere dello scisma papale, convocò una dieta presso San Genesio con lo scopo reale di rafforzare il potere imperiale e di pacificare le città della Toscana.  Alla dieta parteciparono i consoli di Pisa, Pistoia, Lucca, Siena e Firenze, l’arcivescovo di Pisa e rappresentanti dei Guidi, dei Gherardeschi, degli Aldobrandini e degli Alberti (1). Anche se non riuscì a risolvere le controversie, Guelfo VI ottenne dai partecipanti un importante giuramento di fedeltà (2).
Ancora nel 1164 fu convocata presso San Genesio una nuova dieta, alla quale parteciparono i consoli delle principali città della Toscana; la riunione fu bruscamente interrotta dalla notizia della morte, a Lucca, dell’antipapa Vittore IV (3).
In questi anni, “La rocca sveva, quasi falco appollaiato sulla vetta del colle a spiare tutta la campagna lontana, dominava la pianura cosparsa di borgate per le quali serpeggiava l’Arno, i monti pisani e le cime dell’Appennino Lucchese, di lassù lo sguardo spaziava fino a Monte Morello che sovrastava Firenze, fino alle colline di Fiesole, ai monti boscosi di Vallombrosa, e verso mezzogiorno, fino ai monti del Chianti e del Senese” (4).

San Miniato, vista panoramica da Bucciano
Foto di Walter Scarselli

Nell’ottobre del 1162 Federico I Barbarossa scese nuovamente in Italia. La situazione era incandescente, da una parte la ricerca dell’alleanza con Pisa e Genova contro il Regno di Sicilia, dall’altra lo scisma papale per mezzo del quale Alessandro III aveva stretto alleanze con Francia e Inghilterra, e il malcontento che serpeggiava nelle città settentrionali. Non potendo contare che solo sulle proprie forze, l’Imperatore nell’autunno del 1164 fece ritorno in Germania per organizzare un forte esercito. 
Nel frattempo Cristiano di Bach Vescovo di Magonza, conosciuto come Cristiano di Magonza, diventò nel 1165 legato imperiale per la Tuscia. Il rappresentate dell'Imperi, alla fine del 1164 e poi nell’autunno del 1165, si trovava a San Genesio. In quest’ultima occasione cercò, invano, di raccogliere i consoli rappresentanti delle città della Toscana (5).
La quarta discesa dell’Imperatore in Italia avvenne nell’estate del 1166. Dapprima regolò un paio di questioni nell’Italia Settentrionale e poi, nella primavera del 1167 mosse verso l’Italia Centrale: obbiettivo Roma. Nel frattempo, alle spalle dell’Imperatore si costituì la Lega Lombarda presso l’Abbazia di Pontida. Il Papa Alessandro III fuggì presso i Normanni e Federico I Barbarossa giunse a Roma trionfante dove in una San Pietro semidistrutta fu incoronato Imperatore dall’antipapa Pasquale III che era succeduto a Vittore IV. L’esercito fu colpito dalla peste e ben presto andò in rotta e ripiegò verso l’Italia Settentrionale attraverso la costa. Dal Piemonte Federico I Barbarossa, nel 1168, fece un rocambolesco ritorno in Germania.
La situazione in Toscana era pronta ad infiammarsi. Da una parte Pisa e Firenze e dall’altra Lucca, Siena e Pistoia collegate con i Genovesi. Pisa e Firenze pervennero ad un accordo incontrandosi a San Genesio (6). Intervenne Cristiano di Magonza che, dopo aver tentato di organizzare un incontro, ancora una volta a San Genesio nel febbraio del 1172 (7). Tuttavia il 6 marzo stipulò un accordo con Lucca e Genova contro Pisa, accordo a cui partecipano anche Macario, vicario delle contee di Siena e San Miniato, nonché le comunità di San Miniato, Volterra di altri luoghi (8). Pisa viene così messa al bando e il 28 marzo Cristiano di Magonza, da Siena, chiama alle armi i Genovesi, ai quali chiede anche del denaro per pagare i cavalieri, in particolar modo quelli di stanza a San Miniato (9). I Fiorentini ne uscivano svantaggiati perché l’isolamento di Pisa precludeva a Firenze l’accesso verso il mare; lo stesso, i Sanminiatesi si trovarono isolati rispetto alle due città più importanti della Toscana con le quali avevano stretto importanti legami di natura commerciale (10). 
Nel maggio del 1172 i rappresentanti dei cittadini di San Miniato si incontrarono nel Palazzo Vescovile di Firenze con i Fiorentini e i Pisani. Qui, giurarono reciproca alleanza al fine di impadronirsi del castello imperiale aggrappato alla collina sanminiatese, in modo anche da liberare alcuni prigionieri pisani che lì aveva recluso Cristiano di Magonza e facendo sì che i cittadini sanminiatesi recuperassero il pieno controllo sulla propria comunità (11). Pisa e Firenze, con questo patto, riconoscevano a San Miniato la sua importanza strategica e, per questo, volevano assolutamente scongiurare un ricongiungimento fra Lucca e Siena alleate in questo confronto (12).
Il 1 giugno 1172 Cristiano di Magonza convocò a San Genesio i consoli di Pisa, Firenze, Lucca a Genova per arrivare ad un accordo di pace, ma, fiutando l’alleanza fra Pisani e Fiorentini, fece arrestare i consoli delle due città e li imprigionò a Lucca (13).

Panorama di San Miniato da Scacciapuce
Foto di Francesco Fiumalbi

A questo punto scoppiò la guerra e a pagare il dazio maggiore fu proprio il territorio sanminiatese. L’esercito pisano si attestò alla confluenza fra Arno ed Era in modo da bloccare la strada ai Lucchesi che attraverso il lago di Bientina avrebbero potuto facilmente raggiungere il Valdarno. L’esercito fiorentino si dispose a Castelfiorentino, in modo da chiudere la Valdelsa a Cristiano di Magonza che si trovava a Siena. I Sanminiatesi, dal canto loro, è avevano provveduto ad isolare il castello imperiale e minacciavano di porvi l’assedio.
Chiuso fra i due eserciti, Cristiano di Magonza, assieme agli eserciti di Siena, Pistoia, Lucca, Genova insieme a uomini dei Guidi, mosse verso San Miniato. Da sud Cristiano di Magonza percorse i crinali sulla sponda occidentale dell’Elsa, distruggendo probabilmente un fortilizio nei pressi dell’attuale Castelnuovo (14). I Lucchesi probabilmente seguirono il tracciato della via Francigena in territorio lucchese, giungendo poi a San Miniato attraverso la Valdegola. Il 16 agosto 1172 “lo popolo de Lucha arse Sancto Miniato et Ventrognana (nei pressi dell’odierno Montebicchieri, n.d.r.) et Montearoni et Falchonechisi (l’odierno Balconevisi, n.d.r.) et altre castella della sua corte” (15).
Andò meglio ai Pisani e ai Fiorentini. Nel mentre che i Lucchesi erano impegnati nel territorio sanminiatese, l’esercito di Pisa iniziò a saccheggiare il contado di Lucca e contemporaneamente sparsero la voce che intendevano puntare sulla città. I Lucchesi fecero un immediato dietrofront e furono colpiti da un agguato pisano nei pressi del ponte sul Serchio. Cristiano di Magonza, per vendetta, ordinò ai Guidi di conquistare Pontedera, ma i Pisani li respinsero. Cristiano fu attaccato e sconfitto dai Fiorentini nei pressi di Colle Val d’Elsa (16). Tuttavia questi spargimenti di sangue non spostarono molto l’ago della bilancia e Cristiano di Magonza poté mantenere il controllo su San Miniato. Inoltre la rovinosa riconquista della Città della Rocca provocò la devastazione dei territori circostanti con conseguente peggioramento della situazione economica della zona (17). Solo ai primi di agosto del 1174, con accordo intercorso fra Cristiano di Magonza e il legato imperiale Macario, fu concesso ai sanminiatesi di ricostruire la loro terra distrutta due anni prima e di potervi fare ritorno (18).

San Miniato, vista panoramica da Bucciano
Foto di Walter Scarselli

Federico I Barbarossa nel 1174 scese nuovamente in Italia con un esercito di 8000 uomini. Passando dalla Borgogna, rase al suolo Susa, occupò Torino, ma si trovò di fronte alla città di Alessandria, fondata dal suo avversario, il Papa Alessandro III. Qui subì una brusca battuta d’arresto. A quel punto l’Imperatore fu costretto a scendere a patti e dovette rinunciare, almeno provvisoriamente, ai suoi diritti fissati con la Dieta di Roncaglia del 1158. Il 29 maggio 1976 si giunse quindi alla battaglia di Legnano dove la compagine imperiale fu letteralmente annientata dalla Lega Lombarda. Federico I Barbarossa si giocò la carta del Papa, con il quale si incontrò ad Anagni. L’imperatore riconobbe l’autorità del Papa, rinunciò ad ogni sovranità su Roma e ripristinò al Regno Pontificio diversi territori conquistati dai canossiani. In cambio, il Papa smise di appoggiare la Lega Lombarda. L’accordo fu sancito col Congresso di Venezia.
La situazione in Italia andò migliorando e la definitiva pace fra Impero e Lega Lombarda fu sancita a Piacenza e ratificata con la Pace di Costanza solo nel 1183, nella quale Federico I Barbarossa riconosceva la Lega Lombarda e rinunciava definitivamente ai diritti sanciti a Roncaglia. Dall’altra la Lega Lombarda giurava fedeltà all’Impero. Il 18 settembre 1177, lasciata Venezia, l’Imperatore si spostò verso l’Italia Centrale dove fece visita anche al castello di San Miniato (19).
Il 30 agosto 1181 morì il Papa Alessandro III e al suo posto fu eletto il Vescovo di Lucca, Lucio III. Nel 1184 Federico I Barbarossa scese per la sesta volta il Italia, riuscendo a combinare il fidanzamento fra il suo figlio Enrico (18 anni) con Costanza d’Altavilla (30 anni) figlia di Tancredi di Lecce, figlio di Ruggero III di Puglia, quindi della linea diretta per la successione al trono del Regno di Sicilia sul quale l’Imperatore non aveva mai smesso di puntare gli occhi. Nel 1185 il Papa Lucio III morì e fu eletto Urbano III, uomo rigido che non aveva simpatia alcuna per l’Imperatore. A quel punto Federico I Barbarossa circondò lo stato pontificio facendo sposare il figlio con Costanza d’Altavilla. Durante la sua sesta discesa in Italia, Federico I Barbarossa si fermò alcuni giorni al castello imperiale di San Miniato retto dal suo vicario Macario (20).
Peggiorarono i rapporti fra Impero e Papato e si arrivò al saccheggio dei territori controllati dalla Chiesa per opera del figlio Enrico. Urbano III non fece in tempo a lanciare la scomunica che morì il 20 ottobre 1187. Fu eletto Gregorio VIII che però morì dopo appena due mesi mentre si trovava a Pisa per organizzare una crociata contro Saladino che aveva da poco riconquistato Gerusalemme. Fu la volta di Clemente III. Il 10 giugno 1191, all’età di 68 anni, morì l’Imperatore Federico I Barbarossa, impegnato nella terza Crociata. Al Barbarossa succedette il figlio Enrico VI.

(1) Bonincontrii Laurentrii, Historia Sicula, in Lami Giovanni, Deliciae eruditorium seu veterum anekdoton opusculorum collectanea, IV, Firenze, 1739, pag. 97 in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 60.
(2) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 61.
(3) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 723-24 in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 64.
(4) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 720 in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi e Bertolli, Firenze, 1968, pagg. 21-22.
(5) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 28-29.
(6) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 779-782, in in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 65.
(7) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 31.
(8) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 775, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 11.
(9) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 777, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 11.
(10) Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Acquila, in Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pag. 242.
(11) Santini Pietro, Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Documenti di Storia Italia, tomo X, G. P. Vieusseux, Firenze, 1895, pp 363-364. Si veda anche Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 779, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 11.
(12) Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Acquila, in Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pag. 242, nota 40.
(13) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 31.
(14) Mori Silvano, L’incastellamento di Castelnuovo: alle origini di un centro minore della Valdelsa volterrana, tra appunti di storia e suggestioni agiografiche, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CX, Castelfiorentino, 2004, pag. 16.
(15) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pag. 789, in Mori S., Op. Cit., pag. 17.
(16) Ibidem.
(17) Cristiani Testi Maria Laura, Op. Cit., pag. 22.
(18) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 800, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 12.
(19) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 818, in Coturri Enrico, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 13.
(20) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 849, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 13.

domenica 16 gennaio 2011

CASTRUM MORIORI

di Francesco Fiumalbi


Castrum Moriori, Castello di Moriolo. Il nome è altisonante. Parlare di “castello” evoca solitamente talune immagini cinematografiche: fortezze gigantesche, cavalieri, principesse e damigelle. Nella realtà, questo insediamento militare doveva essere molto piccolo, appena una torre chiusa all’interno di un recinto. Forse ci sarà stato un cavallo, qualche arma in metallo; nessuna principessa vi ha mai soggiornato e le damigelle non dovevano essere più che massaie.

Pronti, si parte! Direzione “Castello” di Moriolo
Il Team di Smartarc: da sinistra Luciano Marrucci, Alessio Guardini, Meri Bertini, Fabio Cappelli, Rita Costagli, Massimo Bertini, foto di Francesco Fiumalbi

Moriolo oggi è una frazione del Comune di San Miniato e si trova su un rilievo a sud/ovest del Capoluogo, lungo la strada che conduce in Valdegola, chiamata via Volterrana.
Non conosciamo l’origine di questo “castello”, anche se il termine “Moriolo” viene menzionato per la prima volta nel 786 (1), nel periodo di ascesa di Carlo Magno e di incertezza per la caduta del regno longobardo avvenuta soltanto pochi anni prima. Il nostro territorio è stato abitato fin dall’epoca arcaica (2) per cui non conosciamo esattamente il periodo in cui è nato questo insediamento. Secondo il Pieri, il toponimo di Moriolo deriverebbe dal gentilizio romano Murrius (3). Se questa tesi è corretta dovremmo forse ricercare l’origine di questo piccolo nucleo nell’ambito dei pagus romani, ovvero quei piccoli centri giurisdizionali agricoli.
Il piccolo centro di Moriolo fu concesso in feudo ai signori di San Miniato nel 983 (4). Pochi anni prima, nel 943, la consorteria lucchese dei Lambardi aveva ottenuto da Eriberto, pievano di Vico Wallari (San Genesio), le terre sul colle sanminiatese attraverso un contratto di Enfiteusi. Nel 991 Ugo e Fraolmo, figli del fu Ugo (Lambardi) furono nominati fra i signori di San Miniato (5), dove probabilmente già nel 962 doveva esservi un piccolo avamposto imperiale, voluto da Ottone I durante la sua discesa in Italia (6). E’ difficile ricostruire questi passaggi, l’intreccio dei poteri e della reale disposizione dei pesi politico-governativi di questo periodo, tuttavia possiamo affermare che durante il X secolo Moriolo entra definitivamente a far parte dell’influenza di San Miniato che aveva visto accrescere di molto la sua popolazione.

San Miniato vista da Moriolo
Foto di Francesco Fiumalbi

Moriolo, perché costruire qui un avamposto militare?
Il rilievo collinare su cui sorge è, come detto, a sud/ovest del Capoluogo. Era una postazione facilmente difendibile e posta a controllo della viabilità. Si trova infatti nella “gobba” orientale dell’immaginario cammello completato dal poggio dove invece sussiste la chiesa dedicata a San Germano. La strada Volterrana passa, oggi come allora, attraverso una “sella”, un piccolo valico, facilmente controllabile. Dal castello poi era possibile vedere gran parte della valle dell’Ensi (il fiumiciattolo che scorre a sud di San Miniato) e intravedere la Valdegola. Quest’ultima doveva essere invece controllata, almeno parzialmente, da un altro piccolo insediamento situato presso l’attuale Località Sorrezzana, proprio al di sopra del ponte sul Torrente Egola (che doveva trovarsi più o meno dove c’è quello attuale), e che costituiva un punto di osservazione privilegiato per una buona porzione della vallata. Occorre precisare che questa localizzazione non è condivisa da tutti. Il Lotti afferma infatti che il castello doveva trovarsi esattamente dove è collocata la chiesa (7), formando un “borgo fortificato”. Appare evidente l’errore, tradito da certa storiografia romantica. Non si trattava affatto di un borgo, ma di qualche casa sparsa che aveva come punto di riferimento una torre con un piccolo recinto difensivo. In effetti l’area in cui sorge la chiesa dedicata a San Germano è un luogo di pochissimi metri più alto rispetto all’altra “gobba”, ma più distante rispetto alla strada, unica e vera matrice. Che si trattasse di una torre ce ne fornisce prova il notaio e cronista sanminiatese Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori che parla inequivocabilmente di Turrim de Morioro (8).

Il “valico” fra le due “gobbe” del “cammello” di Moriolo
Foto di Francesco Fiumalbi

Il sistema insediativo medioevale, così come nelle epoche precedenti e successive, si basa fortemente sul sistema viario, che solo a tratti corrisponde con quello attuale. Non disponendo di mezzi di locomozione a motore le strade seguivano precise conformazioni, andando ad adattarsi all’orografia del terreno. Vi erano quindi soltanto vie di fondovalle e vie di crinale. Non esistevano i “tornanti”, nati praticamente con l’automobile, e la viabilità di mezza costa, salvo rarissime eccezioni. Osservando la viabilità odierna, si vede bene che la strada attuale non coincide interamente con quella originaria. Il tratto sul versante nord, verso la valle dell’Ensi è stato sicuramente modificato, mentre quello in direzione sud, verso Sorrezzana e Genovini, compreso il cosiddetto “valico” fra le due “gobbe” doveva essere pressoché coincidente con la viabilità odierna, salvo che per il tratto conclusivo.
Il sistema militare di un “libero comune” come quello di San Miniato in epoca medioevale si basava fortemente su tutta una serie di “postazioni” messe a presidio della viabilità. Le contrade cittadine, organizzate secondo apposite “Società d’Arme” potevano contare su vere e proprie masnade dislocate nei castelli del territorio (9). Si trattava per lo più di piccolissimi nuclei militari spesso controllati direttamente da quei signori che detenevano la proprietà dei terreni circostanti e che ricoprivano importanti cariche civiche. Questi piccoli insediamenti dovevano nascere oltre che per presidiare la viabilità anche per mettere al riparo da ruberie e incursioni il raccolto e il bestiame (10).

Carta di Moriolo e dintorni
Disegno su base CTR 10000 di Francesco Fiumalbi

Torniamo al “castello” di Moriolo. Questo piccolo fortilizio sarebbe passato quasi inosservato nella storia locale se non fosse che rivestì un ruolo abbastanza significativo nell’ambito delle lotte di inizio ‘300. In quegli anni il territorio del Comune di San Miniato si trovava praticamente schiacciato fra due superpotenze, Pisa e Firenze, e per questo suo essere terra di confine farà da scenario ad innumerevoli scontri bellici.
Nelle parole che seguiranno si propone una ricostruzione degli avvenimenti di inizio ‘300 al solo scopo di inquadrare in un contesto più ampio le vicende del Castello di Moriolo, senza la pretesa di essere esaustivi e puntuali.
Nel 1284 Pisa venne sconfitta da Genova nella famosa “Battaglia della Meloria”. Il definitivo declino della città avvenne con la rinuncia a qualsiasi pretesa sulla Corsica e alla cessione ai genovesi di gran parte della Sardegna nel 1299. Pisa si trova ad essere, nel giro di pochi anni, una città senza mare, e per questo comincia a nutrire mire sempre maggiori nell’entroterra, dove poter trovare sostentamento per una popolazione molto grande. Forte dell’alleanza con il Sacro Romano Impero (che viveva il plurisecolare problema della stabilizzazione della Toscana, che non risolverà mai), nel 1313 Pisa chiamò al governo un vicario dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo: il Capitano di ventura Uguccione della Faggiola (11). Questi, grazie ad un esercito formato da molti mercenari tedeschi, cominciò una vera e propria campagna di conquiste: assediò e occupò la città di Lucca e mise a ferro e a fuoco buona parte del Valdarno Inferiore. L’apice delle sue vittorie fu raggiunto nel 1315 con la clamorosa vittoria pisana, che aveva praticamente tutti contro (Firenze, Siena, Angioini, etc), presso Montecatini.

Ciò che rimane del Castello di Moriolo,
foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Nel territorio di San Miniato le vicende non sono meno complesse. Anche se dichiaratamente nemiche, Firenze e Pisa facevano ottimi affari commerciali e le gabelle imposte dal libero comune di San Miniato, considerate esose, frenavano il “business” fra le due città. Nel 1313 Uguccione della Faggiola riesce a mettere in scacco buona parte dei castelli del territorio di San Miniato. Ci fu una vera e propria insurrezione, complici anche le mal ricucite lotte intestine fra “Magnati” e “Popolani” del 1308 (12). Non è possibile stabilire quali dei piccoli castelli furono assediati e conquistati e quali si consegnarono ai pisani. Di fatto molti fortilizi caddero nelle mani di Uguccione della Faggiola, fra cui Cigoli, Agliati, Balconevisi, Bucciano, Camporena, Comugnori, Grumulo, Montalto, Stibbio, la Torre di San Romano e, appunto, Moriolo. Alcuni di questi si costituirono liberi comuni. Tutto questo senza che gli alleati fiorentini muovessero foglia. In fondo, anche a loro stava bene una lezione agli esosi gabellieri sanminiatesi. I fiorentini mandarono 300 uomini per sostenere gli alleati soltanto dopo alcuni giorni, quando i castelli erano già insorti e ben poco avrebbero potuto fare.

Le strutture a “barbacane” sul vertice sud-est
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

I ghibellini pisani a Moriolo, chiudevano la guelfa San Miniato da sud, tagliando di fatto tutti i possibili collegamenti con la Valdegola. Da qui poi partivano numerose scorrerie mantenendo altissima la tensione. I sanminiatesi nel maggio del 1313 tentarono di porre fine a questa situazione, decisi a riprendersi il castello di Moriolo. La battaglia si svolse proprio davanti al castello che però si difese e rispedì indietro gli assalitori (13).
Per vendetta ai continui smacchi ricevuti, i sanminiatesi distrussero il palazzo e la torre di un tale Cuccolo da Morioro che si trovava nel quartiere di Fuori Porta in località Poggio che il Lotti identificò con l’attuale Piazza del Popolo (Piazza San Domenico) (14), anche se mancano adeguati riferimenti in merito.

Come doveva apparire il Castello di Moriolo
Disegno di Francesco Fiumalbi

In Pisa crebbero malcontenti interni per il dispotico atteggiamento di Uguccione della Faggiuola, che fu cacciato nel 1316 (15). Caduto Uguccione, Roberto d’Angiò, nell’aprile del 1317 presso la sua corte di Napoli, riuscì a pacificare la Lega Guelfa, e i Fiorentini in prima linea, con Pisa e Lucca. Al momento le parti si accordarono nel mantenere a ciascuna città le conquiste ottenute durante la guerra (16). Giovanni di Lemmo Armaleoni, nel suo Diario, afferma che nel 1318 i Pisani si impegnarono a restituire i castelli conquistati ai sanminiatesi. E’ probabile che i patti stabiliti con i sanminiatesi fossero diversi rispetto a quelli con Firenze che prenderanno corpo con la Pace di Montopoli del 1329. Infatti, al termine di una lunga trattativa i Sanminiatesi riuscirono a riprendersi l’avamposto di Moriolo e ad ergere sul pennone della torre l’arme Comunis Sancti Miniatis (17), il vessillo comunale.
La situazione toscana si stava evolvendo lentamente, segnata da continui scontri bellici. Castruccio Castracani e Ludovico il Bavaro sono i protagonisti di queste vicende che culminarono con la definitiva caduta di Pisa che trattò, di fatto, la resa con Firenze nella Pace di Montopoli, avvenuta l’8 agosto 1329 (18). Pisa si impegnò a restituire i territori conquistati, entro il tempo di 50 giorni (19) fra cui alcuni castelli sanminiatesi ancora non riconsegnati. La Repubblica Fiorentina prese sotto la sua giurisdizione praticamente tutto il medio Valdarno Inferiore. Anche se formalmente libero comune, San Miniato entrò definitivamente a gravitare attorno all’orbita di Firenze. I castelli sanminiatesi ancora non restituiti furono presi in consegna dai fiorentini. La Torre di San Romano venne ceduta al Comune di Montopoli. Stibbio, Montebicchieri, Comugnori, Leporaja e Cigoli non furono restituiti a San Miniato e andarono a costituire il Comune di Cigoli, che si reggerà fino alle riforme leopoldine del 1774 (20).

Ciò che rimane del castello di Moriolo, Interno
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Il piccolo castello di Moriolo tornò, dopo ben 5 anni, nelle mani dei sanminiatesi che subito lo “diroccarono” (21).
Non sono chiare le modalità con cui avvenne la distruzione. E’ probabile che sia stato abbattuto il recinto e capitozzata la torre. Di questa rimane la parte basamentaria, forse il livello terreno, costituito da copertura a botte con unghie. Questa struttura mal si confà alle comuni cantine. E’ una struttura molto rigida, possente, costruita per sostenere grandi carichi. Anche i muri sono molto spessi e potevano facilmente sostenere una struttura multipiano.
Nel fronte sud si notano alcune porzioni di barbacane. Tali strutture servivano, allora come oggi, essenzialmente per distribuire meglio i carichi sul terreno e contenere eventuali cedimenti. Di queste non se ne spiega la presenza se non pensando ad un grande carico, concentrato per lo più sullo spigolo sud/est, quindi opposto alla valle, e che poteva ben identificarsi con il forte peso di una torre.
L’analisi architettonica delle porzioni murarie originali che ci sono pervenute fino ai giorni nostri rafforza la testimonianza documentaria di Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori precedentemente citata.

L’avamposto militare era dotato anche di una fonte di approvvigionamento idrico interna, che ne garantiva l’autonomia in caso d’assedio. Questo dato è estremamente significativo dell’accuratezza nella scelta del luogo che, oltre ad essere in posizione difendibile, strategicamente vicino alla viabilità e dotato di acqua.

La “fonte” interna
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Come abbiamo visto, il castello fu distrutto dai sanminiatesi. Al suo posto vi fu costruita una abitazione, forse una fattoria. La proprietà passò negli anni alla famiglia Grifoni, come attestato dalle Carte dei Capitani di Parte Guelfa (1580-1595) (22).
L’edificio pervenne nel ‘700 alla famiglia Pazzi. Non è chiaro come sia avvenuto il passaggio di proprietà, ovvero se fu comprata dai Chellini-Sanminiati e poi ereditata dai Pazzi nel 1751 o acquistata direttamente dal nobile casato fiorentino.
I Pazzi eseguirono importanti lavori di ristrutturazione, trasformando l’edificio in una piccola villa-fattoria. Di ciò rimane testimonianza in alcuni capitelli “firmati”.

Base di capitello realizzato per la famiglia dei Pazzi
Foto scattata per gentile concessione della proprietà, sig. Lami.

Questo edificio rappresenta un piccolo esempio di come la storia abbia lasciato le proprie tracce incastonate nella pietra e nei mattoni. Esperienze antiche e conflitti lontani, ma con eco vicine e segni visibili ancora oggi.
Si ringrazia il Sig. Lami, proprietario dell’edificio per aver permesso la visita dell’antico “castello” di Moriolo al Team di Smartarc.

Il Team di Smartarc: osservazioni e considerazioni finali
Da sinistra: Francesco Fiumalbi, Meri Bertini, Alessio Guardini, Rita Costagli, Luciano Marrucci, Fabio Cappelli e il fotografo, che c’è ma non si vede, Massimo Bertini


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Cianelli, Memorie e documenti per servire all’istoria della Città e Stato di Lucca, in Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(2) AAVV Le colline di San Miniato (Pisa): la natura e la storia, supplemento n. 1 al vol. 14 (1995) dei Quaderni del Museo di Storia Naturale di Livorno, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Provincia di Pisa.
(3) Pieri Silvio, Toponomastica della Valle dell’Arno, Forni Editore, Ristampa Anastatica 1919.
(4) Boldrini Roberto (a cura di), Dizionario dei Toponimi del Comune di San Miniato, Bongi, 2004, pag. 75.
(5) Cianelli, Memorie e documenti per servire all’istoria della Città e Stato di Lucca, in Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume V, pag. 60, voce San Miniato.
(6) Lami Giovanni, Deliciae erudito rum, Firenze, 1736-1769.
(7) Lotti Dilvo, San Miniato, vita di un’antica città, Sagep Editrice, Genova, 1980, pag. 324.
(8) Mazzoni Vieri (a cura di), Diario di Ser Giovanni Lemmo Armaleoni da Comugnori”, Olschky, Firenze, 2008, c. 59v, pag. 71.
(9) Lotti Dilvo, Op. Cit., pag. 65.
(10) Si veda l’articolo La civiltà della torre in AAVV, Progetto San Gimignano, Alinea, Firenze, 1997.
(11) http://it.wikipedia.org/wiki/Uguccione_della_Faggiola
(12) Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori, Diario (1299-1319), Olschki, 2008.
(13) Repetti, Op. Cit., volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(14) Lotti Dilvo, Op. Cit., pag. 324.
(16) Ibidem.
(17) Mazzoni Vieri (a cura di), Op. Cit., c. 59v, pag. 71.
(18) http://montopolinvaldarno.splinder.com/archive/2009-09
(19) Repetti, Op. Cit., volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(20) Repetti, Op. Cit., volume V, pag. 60, voce San Miniato.
(21) Repetti, Op. Cit., volume III, pagg. 428-429, voce Moriolo.
(22) Carte dei Capitani di Parte, Archivio di Stato di Firenze, Olschki, c 661.
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