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sabato 6 maggio 2017

ISVP-031 L'IMMAGINE MARIANA ALLA PORTA DEL CASTELLO DI CIGOLI

di Francesco Fiumalbi


APSM-ISVP-031
L'IMMAGINE MARIANA ALLA PORTA DEL CASTELLO DI CIGOLI

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Immagine sacra "Madre dei Bimbi di Cigoli"
Luogo: San Miniato, fraz. Cigoli, via Fiume
Tipologia: Nicchia con immagine sacra
Tipologia immagine: Riproduzione fotografica
Soggetto: Madonna con Bambino, Maria Madre dei Bimbi di Cigoli
Altri soggetti: NO
Autore: Sconosciuto
Epigrafe: NO
Indulgenza: NO
Periodo: anni '70 XX secolo? (ultima sistemazione)
Riferimenti: Santuario Mariano Madre dei Bimbi di Cigoli
Id: APSM-ISVP-031

L'immagine mariana, riproduzione fotografica della Madre dei Bimbi
collocata presso l'antica porta del castello di Cigoli in via Fiume
Foto di Francesco Fiumalbi

DESCRIZIONE
Lungo via Sforza a Cigoli, uscendo dall'abitato e dirigendosi verso la campagna, occorre superare un piccolo passaggio coperto. Si tratta di quello che rimane dell'antica porticciola meridionale del castello di Cigoli.
Ad un'occhiata distratta, potrebbe non sembrare ciò che rimane di una struttura difensiva. In realtà si tratta del risultato di una stratificazione di interventi e trasformazioni che si sono susseguiti nel corso dei secoli. E poi c'è da dire che ad un castello come quello di Cigoli non servivano opere difensive ciclopiche: bastava che la porta funzionasse da "filtro". Infatti, il passaggio non aveva solamente funzioni di tipo militare, ma serviva anche da “dogana”, cioè era il luogo dove veniva riscosso il dazio per i prodotti soggetti alla tassazione locale. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che Cigoli fu un comune autonomo dal 1370 al 1774, ovvero dalla sottomissione di San Miniato al Comune di Firenze fino alla riforma comunitativa promossa dal Granduca Pietro Leopoldo.
In ogni caso la “porta” era una struttura pubblica, di interesse collettivo e con funzioni strategiche, da cui dipendeva anche il buon funzionamento dell'organizzazione amministrativa e fiscale del Comune. Dunque era una struttura da “proteggere” e quindi da affidare anche alla protezione divina. Ecco il motivo per cui, proprio all'interno dello spazio voltato, sulla parete orientale, si trova una nicchia dove all'interno è collocata un'immagine sacra. Anche a San Miniato, in via Carducci, possiamo osservare una situazione simile.

L'antica porta del castello di Cigoli in via Fiume
con l'indicazione della nicchia dove è collocata l'immagine sacra
Foto di Francesco Fiumalbi

All'interno della nicchia è collocata una riproduzione fotografica della Madre dei Bimbi, la venerata immagine mariana custodita nel Santurario di Cigoli. Da notare che la fotografia raffigura l'immagine nel suo stato precedente al furto del 1980: il rilievo ligneo, quando venne misteriosamente restituito nel 1986, era stato completamente restaurato nelle forme in cui si presenta oggi.
La nicchia è ricavata lungo la parete orientale, a più di due metri rispetto al piano stradale. E' costituita da un semplice archivolto, di forma irregolare. Al di là del piccolo davanzale in granito – che è un elemento inserito in tempi recenti – l'incavo sembra essere più vecchio e forse vi era collocata un'immagine sacra più antica, andata perduta e sostituita con la riproduzione fotografica della Madre dei Bimbi di Cigoli. Di questa ipotetica immagine precedente non sembrano essere sopravvissute testimonianze orali o documentarie.

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L'antica porta del castello di Cigoli in via Fiume come è riprodotta
nel Catasto Generale Toscano, Comunità di S. Miniato, Sez. Castello di Cigoli,
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, San Miniato, n. 96, anno 1834 circa
Immagine tratta dal Progetto Castore – Catasti Storici Regionali, Regione Toscana
Foto di Francesco Fiumalbi


L'immagine mariana, riproduzione fotografica della Madre dei Bimbi
collocata presso l'antica porta del castello di Cigoli in via Fiume

domenica 14 giugno 2015

LA “MEDIEVALIZZAZIONE” DELLA TORRE DEL MIRAVALLE E DELLA PORTA TOPPARIORUM

di Francesco Fiumalbi

Uno degli aspetti più interessanti e curiosi del '900 a San Miniato è certamente quel processo di “medievalizzazione” che investì l'immagine della città. In estrema sintesi, si trattò di un movimento, dapprima culturale e pseudo-filologico, che andò formandosi negli ambienti eruditi dei primi anni '20, ed in particolare attorno alla figura del Canonico Francesco Maria Galli Angelini. Furono poi le istituzioni, municipale e diocesana, che divennero gli esecutori materiali raccogliendone l'impulso. Di cosa stiamo parlando? Delle stonacature che interessarono i principali monumenti cittadini, nel tentativo di riscoprire e ripristinare la presunta immagine originaria, medievale. E, dunque, di riverberare attraverso i caratteri architettonici, i fasti di un'epoca in cui San Miniato era stata uno dei maggiori centri toscani, dapprima con la presenza dell'amministrazione imperiale, poi con l'adesione alla Lega Guelfa e l'autonomia comunale che durò per circa ottant'anni. Da un punto di vista scientifico e storiografico oggi sarebbe un'operazione impensabile, dato il mutare della sensibilità verso le testimonianze del passato, ma tanto successe. Anche questo aspetto, d'altra parte, rientra in quell'intreccio di corsi e ricorsi storici propri di una città.

Siamo abituati a vedere la Cattedrale, il Palazzo Vescovile (lato Piazza Duomo), la Rocca, il complesso della SS. Annunziata (ex Carceri, oggi Hotel San Miniato, erroneamente chiamato S. Martino), oltre ad alcuni edifici privati, con la “caratteristica” facciata in laterizio a vista. Ebbene, questi fabbricati erano giunti agli inizi del XX secolo con una “pelle”, fatta di malta, più o meno consistente. In alcuni casi si trattava di un vero e proprio intonaco, con un certo spessore, in altri casi di una semplice e sottile sagramatura. Oggi non possiamo stabilire con certezza se tale “strato protettivo” (di questo si tratta!) fosse originario o meno, se fosse antico o applicato in un periodo successivo. Le immagini d'epoca ne mostrano, comunque, la presenza. Di questo è di altro le associazioni Architettura e Territorio "Lanfranco Benvenuti", Moti Carbonari "Ritrovare la Strada", insieme al gruppo Smartarc organizzarono, il 17 gennaio 2014, una serata dibattito dal titolo "San Miniato: la sveva città del Valdarno Inferiore. Anni '30 del '900: la ricerca dell'immagine medievale della Città'”. CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO INTEGRALE.

Anche la torre annessa all'edificio che ospita l'Hotel Miravalle e la vicina Porta Toppariorum (il grande arco che separa via Augusto Conti da Piazza del Seminario), furono interessate da questo processo. Entrambe le strutture erano giunte agli inizi del '900 rivestite da uno strato di malta, il cui stato manutentivo doveva lasciare piuttosto a desiderare. Qua e là riaffioravano i laterizi della muratura, specialmente nelle porzioni più esposte agli agenti atmosferici, come ad esempio la parte più alta della torre. E così venne deciso di operare una vera e propria stonacatura per riportare in vista il presunto paramento originario in laterizio. Dalle immagini d'epoca possiamo apprezzare questa operazione.

La torre annessa al palazzo dell'odierno Hotel Miravalle.
A sinistra, particolare da cartolina d'epoca, San Miniato – Palazzo della Sotto Prefettura, n. 1324 Libr. e Cart. Luigi Marconcini – Foto Fausti, 1908. A destra, come si presenta oggi, foto di Francesco Fiumalbi.

La cosiddetta “Porta Toppariorum” da Piazza del Seminario
In alto, particolare di un'immagine scattata alla fine dell'800 da Filippo Del Campana Guazzesi, tratta dal volume Il silenzio del negativo. Filippo Del Campana Guazzesi fotografo in San Miniato, a cura di Giuseppe Mercenaro, CRSM, Sagep Editrice, Genova, 1981, immagine n. 269, p. 59. Il basso come si presenta oggi, foto di Francesco Fiumalbi

A tal proposito, presso l'Archivio Storico del Comune di San Miniato, è stato rintracciato un documento molto interessante. Riguarda la “scalcinatura”, così definita tale operazione, della torre annessa all'ex-sottoprefettura, oggi Hotel Miravalle, dell'arco della Porta Toppariorum e di altre pareti annesse e connesse. Fino ad oggi l'intervento era conosciuto, ma attraverso questo atto sappiamo che fu portato avanti nel 1926, o comunque a partire da tale anno, attraverso una stonacatura generale e complessiva, con successiva ripresa e stuccatura dei giunti fra i mattoni, e più o meno anche quanto andò a costare. Si tratta infatti di una “informativa” redatta dal “Capo dell'Ufficio Tecnico”, attraverso la quale venne comunicato il “preventivo di spesa” di tale operazione. Probabilmente l'informativa era diretta al Sindaco Antonio Rigatti e alla sua Giunta, affinché arrivasse una decisione definitiva sui lavori, venissero individuate le risorse occorrenti, e dunque fossero inseriti nella contabilità generale. Colpisce la frase utilizzata per giustificare l'intervento sui caratteri formali degli edifici, al fine di rifarli allo stato di origine. Questo, in qualche modo, tradisce il carattere ideologico dell'operazione e la colloca in quel processo di “medievalizzazione” dell'immagine della città, alla ricerca della presunta estetica primigenia, e quindi autentica, prescindendo dalla stratificazione plurisecolare di interventi, di usi e di riusi, che avevano caratterizzato tali strutture fino a quel momento.

Di seguito la trascrizione del documento, conservato presso l'Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Comune di San Miniato, Lavori Pubblici, Appalti accolli e contratti diversi, n. 40, Varie, F200S132UF40, H, fascicolo I, Monumenti e piante, anno 1926.

COMUNE DI SAN MINIATO

UFFICIO TECNICO

INFORMATIVA

Oggetto – Torre annessa alla Sottoprefettura e archi delle vecchie porte. Loro scalcinatura – Preventivo.

Si remette alla S.V. Ill.ma il Preventivo delle opere occorrenti per la scalcinatura, ristuccatura e ripresa parziale di muri mancanti alla Torre annessa allo Stabile della Sottoprefettura ed ai muri degli archi delle vecchie porte annessi agli stabili del Seminario e della ex-Pretura per rifarlo allo stato di origine.

Per i lavori che sopra, comprese le necessarie
opere pontaie.................................................... £ 2000,00
Per ristuccatura generale e per ripresa
porzioni di muri mancanti a cortina.................. “ 1000,00
                                                                             ------------------
                                                                                   £ 3000,00
Per imprevisti....................................................      250,00
porzioni di muri mancanti a cortina.................. “ 1000,00
                                                                             ------------------
                                                                       Totale £ 3250,00
                                                                             ------------------

Con osservanza
                                                        Il Capo dell'Ufficio Tecnico

giovedì 11 aprile 2013

IN PILLOLE [004]: I MERLI DEL CASTELLO DI BALCONEVISI

a cura di Francesco Fiumalbi

Il castello di Balconevisi era un antico centro fortificato organizzato attorno ad un piccolo rilievo tufaceo. Questo era situato esattamente dove oggi c'è piazza I Maggio, la piazza centrale del paese, realizzata negli anni '80 spianando la collinetta (in realtà il castello primigenio si trovava sul rilievo a sud del paese).
Quello di Balconevisi fu uno dei castelli sanminiatesi interessati dalle mire espansionistiche dei Pisani, i quali, guidati da Uguccione della Faggiuola, fra il 1314 e il 1316 misero a ferro e a fuoco la parte occidentale del contado. Fra i castelli che i Pisani si impegnarono a restituire al Comune di San Miniato con la Pace di Napoli del 1317, c'era anche quello di Valconeghisi, come ricordato anche da Giovanni di Lemmo da Comugnori nel suo Diario (c. 60v). Anche se di fatto i castelli furono restituiti solamente con la Pace di Montopoli del 1329.
Evidentemente, in quel frangente, il castello si era rivelato vulnerabile agli attacchi nemici. Per questo motivo il Comune di San Miniato, riavuto il controllo su Balconevisi, deliberò importanti lavori di fortificazione, fra cui la realizzazione della merlatura e di una nuova porta castellana, in modo da costituire una difesa sufficiente in caso di attacco nemico. Ovviamente dei lavori dovevano occuparsi gli abitanti di Balconevisi, definiti “comune”, col significato di “comunità”. A supervisionare i lavori doveva essere il Capitano del Popolo, che era la massima autorità relativamente agli aspetti militari e all'ordine pubblico.
Di questo ne abbiamo notizia negli Statuti del 1337:

103 <108> Quod murus de Valconeghisi merletur et alçetur et de porta ibi fienda rubrica

Comune et universitas hominum et personarum de Valconeguisi teneantur et debeant facere et costruere quandam portam bonam et sufficientem ad burgum dicte terre de Valconeguisi, et murum ipsius porte et burgi merlare seu merlari facere ac etiam inalçare facere, si esset conveniens vel expediret dictum murum altius elevari, ita quod dicta terra sive sit casus necessitatis emergeret defendi possit ab inimicis et inimicorum incursibus, ab aliis quibuscunque ipsam occupare volentibus. Et ad predicta facienda cogantur et conpellantur persone et homines dicti comunis per capitaneum populi et eius curiam, ad petitione cuiuscunque petentis.

Salvestrini Francesco (a cura di), Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco (1337), Comune di San Miniato, Edizioni ETS, Pisa, 1994, Libro IV, rubr. 103 <108>, p. 392.



sabato 14 maggio 2011

L'ANTICA PORTA DI SER RIDOLFO

di Alessio Guardini


Nel centro storico di San Miniato è presente un tratto di strada di circa 60 metri denominata “via Ser Ridolfo” che fronteggia il loggiato di San Domenico. Nella toponomastica del centro storico è forse la denominazione più antica: non ha mai cambiato nome fin dalla sua origine.


via Ser Ridolfo - San Miniato
foto di Alessio Guardini

Incuriositi da questo particolare, è partita la nostra ricerca volta a trovare la risposta a queste due semplici domande:
- Perché questa strada si chiama Ser Ridolfo?
- Chi era il personaggio Ser Ridolfo?
Alla prima domanda la risposta è piuttosto semplice: si tratta della strada che, unita alla contigua via IV Novembre, conduce dalla piazza di San Domenico fino a quella che fu la Porta Ser Ridolfo, ubicata lungo la discesa della Nunziatina (via Giosuè Carducci) a circa 20 metri dall’angolo sud-ovest di Piazza Grifoni e completamente distrutta dai tedeschi in ritirata durante la Seconda Guerra Mondiale nel luglio del 1944.

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Città di San Miniato - Porta Ser Ridolfo
e Casa ove abitò Giosuè Carducci
Ed. e Foto Catarcioni, 1939
(Utilizzo ai sensi art. 70, comma 1-bis, Legge 22 aprile 1941 n. 633)


Veduta odierna da via Giosuè Carducci – San Miniato
foto Alessio Guardini

Non siamo a conoscenza di disegni architettonici raffigurativi di questa costruzione, pertanto abbiamo cercato di ricavare le sue dimensioni dall’analisi della documentazione fotografica e dalla mappa catastale d’impianto nella quale risulta ben geometricamente rappresentata in quanto disegnata nel 1939.
Secondo le nostre stime, l’apertura doveva avere una larghezza di circa 4,00 metri e un’altezza di circa 6,00 metri dal piano stradale al punto più alto dell’arco a tutto sesto, la profondità della volta a botte doveva essere di circa 3,00 metri. Al di sopra del varco, si ergeva una costruzione a torre a pianta rettangolare (6,50 x 3,00 metri) sviluppata su tre piani, ciascuno con piccole finestre verso la strada.
In tutto la costruzione doveva essere alta circa 15 metri dal piano stradale.

Planimetria situazione preesistente
Ricostruzione di Alessio Guardini

L’epoca di costruzione della porta di Ser Ridolfo risale probabilmente all’inizio del Trecento, in concomitanza con la costruzione del giro di mura castellane che comprendeva anche la porta di San Martino in Faognana e che “racchiuse” il terziere di Fuoriporta. La costruzione di questo organismo difensivo faceva dunque seguito ad un espansione della città nella quale fino a quel momento la contrada di Fuoriporta era realmente “fuori porta”, ovvero una sorta di periferia della città di scarso pregio posta al di fuori della Porta Toppariorum nella quale, fino al XIV secolo, trovavano accoglienza gli abitanti delle campagne adiacenti.



Ricostruzione del prospetto da via Giosuè Carducci
Ricostruzione di Alessio Guardini

Se ricostruire l’aspetto della porta Ser Ridolfo prima della sua infausta distruzione è relativamente semplice, ben più arduo è fornire una risposta alla seconda domanda che ci siamo posti all’inizio della mia ricerca: chi era Ser Ridolfo?

Una prima indicazione sulla sua paternità ce la fornisce Emanuele Repetti nel suo Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana (1831) il quale, rifacendosi a quanto riportato nel Diario di Ser Giovanni di Lemmo, individua il personaggio in Ser Ridolfo (o Rodolfo) appartenente alla famiglia dei Ciccioni-Malpigli, menzionato nel Diario per essere stato nominato Cavaliere dal magistrato civico di San Miniato il 7 maggio 1308. In questa epoca, San Miniato è un libero comune ad ordinamento guelfo e popolare, ispirato al modello di Firenze con cui s’era alleata, e nel quale il potere esecutivo è affidato al Capitano del Popolo, una sorta di Sindaco, e al Consiglio dei Signori Dodici, una sorta di Giunta.
Al potere guelfo e populista si opponeva quello ghibellino e filo-imperiale dei Magnati, ovvero di ricche famiglie nobiliari organizzati in consorterie, una sorta di aggregazioni di nuclei familiari legati da vincoli di parentela. Tra i magnati di spicco di San Miniato, c’erano appunto i Ciccioni-Malpigli, capeggiati da Ser Ridolfo, e i Mangiadori capeggiati da Barone.
I Ciccioni e i Malpigli erano due famiglie magnatizie molto ricche e potenti la cui consorteria era ubicata della contrada di Santo Stefano, i cui membri sono spesso riportati nelle fonti documentarie con l’uno o con l’altro cognome, tanto è vero che più genericamente sono indicati come Ciccioni-Malpigli.
Anche nel Dizionario Biografico dei Sanminiatesi di Roberto Boldrini è menzionato un Ser Ridolfo Ciccioni come colui al quale è intestata la via cittadina, e nel medesimo testo è menzionato anche un Ser Rodolfo Malpigli ricordato quale acerrimo avversario di Barone de’ Mangiadori. È mia opinione che le notizie fornite sui due personaggi siano in realtà da riferirsi alla stessa persona oppure può essere che nella casata Ciccioni-Malpigli siano esistiti sia un Ridolfo che un Rodolfo e che probabilmente si tratti di padre e figlio.
Posto dunque che il Ser Ridolfo della porta sia proprio il Ser Ridolfo Ciccioni nominato cavaliere nel 1308, dal Diario di Giovanni di Lemmo apprendiamo ulteriori importanti vicende occorse nella città di San Miniato nell’anno 1308 e in qualche modo legate a Ser Ridolfo Ciccioni. Il 31 maggio del 1308 Piglio Ciccioni, figlio di Ser Ridolfo, probabilmente a seguito di una decisione dell’esecutivo ostile ai privilegi magnatizi, si rende protagonista di un gesto provocatorio eclatante: ferisce al volto con un coltello uno dei Signori Dodici, Ser Fredi della contrada di Pancoli. La reazione popolare non si fa attendere: com’era previsto dallo Statuto del Comune, la casa di Piglio viene rasa al suolo ed egli viene condannato a pagare una multa di 1500 Lire. Inoltre, dopo questo episodio, viene imposto ai magnati sanminatesi il versamento di una cauzione di 1000 Lire presso il Capitano del Popolo a garanzia del risarcimento di future offese. Ma i magnati non ci stanno e, forti della loro ricchezza, mettono in atto un vero e proprio Golpe: il 4 agosto 1309, Ciccioni-Malpigli e Mangiadori alleatisi con le altre famiglie magnatizie, occuparono il palazzo comunale bruciarono gli statuti e cacciarono il Capitano del Popolo e i Signori Dodici bruciando pure il loro palazzo. Dettero alle fiamme inoltre le case di molti popolani e fecero sotterrare la campana con cui veniva adunato il popolo.
La sera del giorno dopo i Ciccioni-Malpigli e i Mangiadori nominarono quale nuovo Podestà Messer Betto dei Gaglianelli da Lucca e danno incarico di capitani riformatori a Barone de’ Mangiadori e Teodaldo de’ Ciccioni, i quali si insediarono nel nuovo palazzo del popolo corrispondente all’attuale palazzo comunale che evidentemente in quel periodo doveva essere in corso di completamento della sua costruzione.
La “dittatura” durò poco, forse addirittura pochi mesi, comunque fino a quando i Ciccioni e i Malpigli non entrarono tra loro in discordia, sicuramente prima del 1337 quando il potere era già in mano ad un governo popolare con nuovi statuti.

Città si S. Miniato - Porta Ser Ridolfo
Ed. Ubaldo Ubaldi - S. Miniato, 1943
(Utilizzo ai sensi art. 70, comma 1-bis, Legge 22 aprile 1941 n. 633)

La cronaca di queste vicende, pur non essendo strettamente inerente all’argomento di questo articolo, ci è parsa significativa per sottolineare la notevole potenza economica e politica che ha goduto la famiglia magnatizia di cui fa parte Ser Ridolfo. In ogni caso, nessuna fonte documentaria chiarisce se l’intitolazione della porta a Ser Ridolfo sia avvenuta per un fatto d’armi o perché fu costruita a sue spese, come ipotizza Dilvo Lotti nella sua vita di un’antica città.
La porta Ser Ridolfo è citata anche nella famosa prosa Le risorse di San Miniato di Giosuè Carducci. Il poeta, che dimorò nel 1857 nella casa adiacente alla porta stessa, nella sua prosa racconta d’aver abitato “subito fuori Porta Fiorentina” in evidente difetto di memoria in quanto la porta avrebbe dovuto semmai esser indicata come “Porta Pisana” poiché posta ad ovest rispetto alla città.
L’errore fu dovuto probabilmente agli oltre venti anni trascorsi dal suo soggiorno saniminiatese rispetto all’epoca in cui scrisse le Risorse, ma dà anche modo di formulare un’ipotesi meritevole di considerazione legata al periodo di costruzione della porta.
È ragionevole ipotizzare, infatti, che la porta possa essere stata costruita dai fiorentini, all’epoca alleati con San Miniato, e che successivamente sia stata da loro così chiamata in onore di quel sanminiatese Ser Ridolfo Ciccioni che aveva perso la vita nella battaglia di Montecatini del 1316 combattendo valorosamente a loro fianco. E chissà mai se l’erudito Carducci, che nelle sue Risorse ci ha dato dimostrazione di conoscere almeno in parte la storia di San Miniato citando personaggi come Federico II e Pier della Vigna, non avesse formulato la stessa ipotesi chiamando la Porta Ser Ridolfo come “fiorentina” nel senso di “costruita dai fiorentini”?


Si ringrazia l’Arch. Lucia Catarcioni per il prezioso contributo nella realizzazione di questo post.


Bibliografia
- Ciulli Alice, Il diario di Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori, Tesi di Laurea Università degli Studi di Pisa, facoltà di lettere, A.A. 2008/2009
- Repetti Emanuele, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Firenze, 1831, Libro V, v. San Miniato, pag.74
- Lotti Dilvo, Vita di un’antica città, Sagep, Genova, 1979
- Boldrini Roberto, Dizionario Biografico dei Sanminiatesi, Pacini Editore, San Miniato 2002 v. Ciccioni-Malpigli Ridolfo
- Cristiani Testi Laura, San Miniato al Tedesco, Firenze, 1968
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