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domenica 14 giugno 2015

LA “MEDIEVALIZZAZIONE” DELLA TORRE DEL MIRAVALLE E DELLA PORTA TOPPARIORUM

di Francesco Fiumalbi

Uno degli aspetti più interessanti e curiosi del '900 a San Miniato è certamente quel processo di “medievalizzazione” che investì l'immagine della città. In estrema sintesi, si trattò di un movimento, dapprima culturale e pseudo-filologico, che andò formandosi negli ambienti eruditi dei primi anni '20, ed in particolare attorno alla figura del Canonico Francesco Maria Galli Angelini. Furono poi le istituzioni, municipale e diocesana, che divennero gli esecutori materiali raccogliendone l'impulso. Di cosa stiamo parlando? Delle stonacature che interessarono i principali monumenti cittadini, nel tentativo di riscoprire e ripristinare la presunta immagine originaria, medievale. E, dunque, di riverberare attraverso i caratteri architettonici, i fasti di un'epoca in cui San Miniato era stata uno dei maggiori centri toscani, dapprima con la presenza dell'amministrazione imperiale, poi con l'adesione alla Lega Guelfa e l'autonomia comunale che durò per circa ottant'anni. Da un punto di vista scientifico e storiografico oggi sarebbe un'operazione impensabile, dato il mutare della sensibilità verso le testimonianze del passato, ma tanto successe. Anche questo aspetto, d'altra parte, rientra in quell'intreccio di corsi e ricorsi storici propri di una città.

Siamo abituati a vedere la Cattedrale, il Palazzo Vescovile (lato Piazza Duomo), la Rocca, il complesso della SS. Annunziata (ex Carceri, oggi Hotel San Miniato, erroneamente chiamato S. Martino), oltre ad alcuni edifici privati, con la “caratteristica” facciata in laterizio a vista. Ebbene, questi fabbricati erano giunti agli inizi del XX secolo con una “pelle”, fatta di malta, più o meno consistente. In alcuni casi si trattava di un vero e proprio intonaco, con un certo spessore, in altri casi di una semplice e sottile sagramatura. Oggi non possiamo stabilire con certezza se tale “strato protettivo” (di questo si tratta!) fosse originario o meno, se fosse antico o applicato in un periodo successivo. Le immagini d'epoca ne mostrano, comunque, la presenza. Di questo è di altro le associazioni Architettura e Territorio "Lanfranco Benvenuti", Moti Carbonari "Ritrovare la Strada", insieme al gruppo Smartarc organizzarono, il 17 gennaio 2014, una serata dibattito dal titolo "San Miniato: la sveva città del Valdarno Inferiore. Anni '30 del '900: la ricerca dell'immagine medievale della Città'”. CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO INTEGRALE.

Anche la torre annessa all'edificio che ospita l'Hotel Miravalle e la vicina Porta Toppariorum (il grande arco che separa via Augusto Conti da Piazza del Seminario), furono interessate da questo processo. Entrambe le strutture erano giunte agli inizi del '900 rivestite da uno strato di malta, il cui stato manutentivo doveva lasciare piuttosto a desiderare. Qua e là riaffioravano i laterizi della muratura, specialmente nelle porzioni più esposte agli agenti atmosferici, come ad esempio la parte più alta della torre. E così venne deciso di operare una vera e propria stonacatura per riportare in vista il presunto paramento originario in laterizio. Dalle immagini d'epoca possiamo apprezzare questa operazione.

La torre annessa al palazzo dell'odierno Hotel Miravalle.
A sinistra, particolare da cartolina d'epoca, San Miniato – Palazzo della Sotto Prefettura, n. 1324 Libr. e Cart. Luigi Marconcini – Foto Fausti, 1908. A destra, come si presenta oggi, foto di Francesco Fiumalbi.

La cosiddetta “Porta Toppariorum” da Piazza del Seminario
In alto, particolare di un'immagine scattata alla fine dell'800 da Filippo Del Campana Guazzesi, tratta dal volume Il silenzio del negativo. Filippo Del Campana Guazzesi fotografo in San Miniato, a cura di Giuseppe Mercenaro, CRSM, Sagep Editrice, Genova, 1981, immagine n. 269, p. 59. Il basso come si presenta oggi, foto di Francesco Fiumalbi

A tal proposito, presso l'Archivio Storico del Comune di San Miniato, è stato rintracciato un documento molto interessante. Riguarda la “scalcinatura”, così definita tale operazione, della torre annessa all'ex-sottoprefettura, oggi Hotel Miravalle, dell'arco della Porta Toppariorum e di altre pareti annesse e connesse. Fino ad oggi l'intervento era conosciuto, ma attraverso questo atto sappiamo che fu portato avanti nel 1926, o comunque a partire da tale anno, attraverso una stonacatura generale e complessiva, con successiva ripresa e stuccatura dei giunti fra i mattoni, e più o meno anche quanto andò a costare. Si tratta infatti di una “informativa” redatta dal “Capo dell'Ufficio Tecnico”, attraverso la quale venne comunicato il “preventivo di spesa” di tale operazione. Probabilmente l'informativa era diretta al Sindaco Antonio Rigatti e alla sua Giunta, affinché arrivasse una decisione definitiva sui lavori, venissero individuate le risorse occorrenti, e dunque fossero inseriti nella contabilità generale. Colpisce la frase utilizzata per giustificare l'intervento sui caratteri formali degli edifici, al fine di rifarli allo stato di origine. Questo, in qualche modo, tradisce il carattere ideologico dell'operazione e la colloca in quel processo di “medievalizzazione” dell'immagine della città, alla ricerca della presunta estetica primigenia, e quindi autentica, prescindendo dalla stratificazione plurisecolare di interventi, di usi e di riusi, che avevano caratterizzato tali strutture fino a quel momento.

Di seguito la trascrizione del documento, conservato presso l'Archivio Storico del Comune di San Miniato, Archivio Postunitario, Comune di San Miniato, Lavori Pubblici, Appalti accolli e contratti diversi, n. 40, Varie, F200S132UF40, H, fascicolo I, Monumenti e piante, anno 1926.

COMUNE DI SAN MINIATO

UFFICIO TECNICO

INFORMATIVA

Oggetto – Torre annessa alla Sottoprefettura e archi delle vecchie porte. Loro scalcinatura – Preventivo.

Si remette alla S.V. Ill.ma il Preventivo delle opere occorrenti per la scalcinatura, ristuccatura e ripresa parziale di muri mancanti alla Torre annessa allo Stabile della Sottoprefettura ed ai muri degli archi delle vecchie porte annessi agli stabili del Seminario e della ex-Pretura per rifarlo allo stato di origine.

Per i lavori che sopra, comprese le necessarie
opere pontaie.................................................... £ 2000,00
Per ristuccatura generale e per ripresa
porzioni di muri mancanti a cortina.................. “ 1000,00
                                                                             ------------------
                                                                                   £ 3000,00
Per imprevisti....................................................      250,00
porzioni di muri mancanti a cortina.................. “ 1000,00
                                                                             ------------------
                                                                       Totale £ 3250,00
                                                                             ------------------

Con osservanza
                                                        Il Capo dell'Ufficio Tecnico

venerdì 28 settembre 2012

LA FONDAZIONE DELLA "NUNZIATINA"

di Francesco Fiumalbi

La chiesa della SS. Annunziata, comunemente chiamata "Nunziatina" è una delle chiese sanminiatesi più suggestive. La pianta a croce greca iscritta in un ottagono, gli affreschi di Domenico Bamberini, l'affresco quattrocentesco dell'Annunciazione, la bellissima statua di Sant'Antonio Abate, sono tutti elementi caratteristici di questo piccolo, ma affascinante edificio di culto.
Presso l'Archivio Storico del Comune di San Miniato, a seguito della soppressione settecentesca delle compagnie religiose, sono confluite le carte che una volta appartenevano alla Compagnia della SS. Annunziata, l'istituzione laicale a cui si deve la fondazione del primo nucleo della chiesa. Fra queste, si trovano quelle relative alla fondazione della chiesa della Nunziatina (1).
Si tratta di un manoscritto, redatto da Piero di Lorenzo Gucci, scrivano della Compagnia, il 27 aprile 1542. E' estremamente interessante, in quanto ci fornisce una serie di informazioni relative alla costruzione della chiesa, ricopiando una memoria registrata nel 1383 da Giovanni di Piero Gucci, probabilmente un avo di Piero di Lorenzo.

Chiesa della SS. Annunciata, detta "Nunziatina"
Foto di Francesco Fiumalbi

Dal documento si evince che nel 1383 (ad appena 13 anni dalla caduta di San Miniato nelle mani di Firenze) la Compagnia della SS. Annunziata decise di "staccarsi" dalla chiesa dei SS. Jacopo e Lucia (detta di San Domenico), che era stata la sede dell'associazione religiosa fin dalla sua istituzione, ipotizzabile alla fine del '200 (2). Il luogo prescelto ad accogliere il nuovo edificio fu individuato lungo la strada che conduceva verso le "Colline", appena fuori dalla Porta di Ser Ridolfo. Alla chiesa vera e propria fu deciso di affiancare uno spedale per il sovvenimento delli poveri.
Poiché tale operazione richiedeva l'ottenimento del consenso da parte del Vescovo di Lucca, che all'epoca era Antonio da Riparia (eletto il 29 ottobre 1380 e morto il 16 agosto 1383), la Compagnia elesse come procuratore Giovanni di Jacopo che, coadiuvato dal notaio Bindo del fu Pietro Manni di San Miniato, presentò la richiesta. L'episcopo dette il suo benestare e stabilì l'onere di corrispondere annualmente una libbra di cera in occasione della festività di San Martino, specificando che, in caso di guerra o di impossibilità a raggiungere Lucca, l'obolo sarebbe stato consegnato al rettore della Pieve di Santa Maria di San Miniato (oggi Cattedrale).
L'oratorio, con annesso ospedale, sorse nel luogo indicato, all'interno del territorio parrocchiale della chiesa di Santa Maria a Fibbiastri, suffraganea dell'ormai decadente Pieve di San Saturnino in Fabbrica, la cui giurisdizione si estendeva fino alla Porta di Ser Ridolfo. Infatti la cerimonia di posa della prima pietra vide la partecipazione del rettore della chiesa di San Michele Arcangelo di Cigoli, che aveva assunto le funzioni proprie del pievano, essendo la pieve di Fabbrica formalmente ancora attiva, ma di fatto decaduta.
La chiesa e l'ospedale rimasero sotto il controllo della Compagnia della SS. Annunziata fino al 1522, quando fu stabilito che il complesso passasse agli Agostiniani di Lecceto. Da quel momento in poi, alla confraternita rimase solo l'oratorio, mentre i frati edificarono l'attuale chiesa (poi ristrutturata nel '600 e nel '700) e trasformarono l'ospedale in convento. La nuova sede della Compagnia fu costruita nella seconda metà del '600: la Chiesa della Crocetta.
Come si vede dalla foto qua sotto, a ricordo della donazione fu collocata sulla facciata della chiesa un'epigrafe di cui proponiamo la trascrizione e la traduzione:

DEO OPT[IMO] MAX[IMO] ATQ[VE] ILIC[ITANAE] AVG[USTINIANORVM] CONG[REGATIONI] FR[ATR]ES VIRG[INIS] AN[N]VN[TIATAE] AERE PROPRIO CO[N]STRVCTV[M] TE[M]PLV[M] ET MONAST[ERIVM] MVNIFICE AC PIE DONA[VERVUNT] 1522
(Trascrizione a cura di Rossano Nistri)

A Dio, Ottimo Massimo. Nell'anno 1522 gli appartenenti alla Confraternita della Vergine Annunziata, di quella stessa Congregazione dei padri Agostiniani, fecero dono della della chiesa e del monastero costruiti a loro spese con impegno devoto e generoso.
(Traduzione a cura di Don Luciano Marrucci)

Epigrafe sulla facciata della chiesa
Foto di Francesco Fiumalbi

Ed ecco, infine il documento trascritto. Alcune parole sono praticamente illeggibili, in generale sono state riportate le lettere così come sono state scritte, quindi senza correzioni o aggiustamenti. Alcune abbreviazioni sono state indicate, anche se il significato del testo è comunque comprensibile. Se, leggendo, troverete nuovi particolari o errori di interpretazione, non avete che da segnalarceli, in modo da aggiornare il post.

Copia di una memoria quando la compagnia della nunziata era in sancto jacopo et  trasferissi alla porta di ms (da leggere “messer”, n.d.r.) Ridolfo – cioè –
L’anno 1383 la compagnia della nunziata essendo in sancto jacopo stata già anticamente spirata dalo onnopontente idio volse tornari fuor della porta di ms Ridolfo et qui far uno spidale et compagnia ad honore di dio et di tutta la corte celestiale et a utile et sovvenimento delli poveri ma fu necessario innanzi haverne licentia dal reverendo vescovo di Luccha et po (da leggere “poscia”, poi, n.d.r) ragunata la sopraddetta compagnia instituì Giovanni di Jacopo maniscalco sindico et procurator in questa faccenda et po levassi una supplica dal reverendo vescovo di Lucca et po fatta la supplica p il diligente huomo Giovanni sopra detto si attenne cose sotto scritto:

Antonius dei et aplce sedis gra(tia) luc(encis) epsi dilechi nostro epo  (da leggere “episcopo”, n.d.r.)… nomine et fratris societatis sancte marie nunziate de S Miniate santem in domino sempiterna (sempre, eterna, n.d.r.) ura (?) nobis nup fuit porretta petitio p joanne jacobi maliscalco (e)orum sind(ico) et procur(atore) nuius tenor segt in hac forma:
Cora nob reverendo in cristo padre e D(omi)no D(omi)no Antonio dei et ap(osto)lice sedis gra(tia) luc(ensis) ep(iscop)o reverendo et  iosut(?) foaes ohm jacobi maniscalcus de S Miniate dindicus et procurator societatis seu fraternitatis sacte ma (da leggere Maria, n.d.r.) annuntiate S Jacobi de Sancto Miniate or dita et alia splr costituto ut des sindicatu et man(iscalcus) apparet pub mato(?) manu. S(er) Bindo quo(s)dam Petri Manni de S Miniate not(a)i(o) pub(lico) vice et nore sce societatis os in zelis fidei et fervor charitatis disponente deo into cir currate. Et corde deiderant fauoi parupum yhu xpi (da leggere Gesù Cristo, n.d.r.) sub vocabulo S marie Annuntiate, fundare et costruer ppe terra sa(ncto) miniatis uz et porta domini Rodulfi in parrocchia ecclesie S. Marie de fibiastri quodda oratoriu sive cappella in qua altare et tintinnabula sive campanella in nel et techi. (H)Ac quodda hospitale ipi cappelle contigui et comunichi eriger et appsorni retiner ingbus(?) quidem ad reverentia onnipotentis dei et die(?) close(?) virginis marie totuesqu insco celestis i missa et alia omino officia celebrari possint: (H)Ac aggregari recolligi pariter et reapi paups yhu xpi (da leggere Gesù Cristo, n.d.r.) ppuis futuris temporibus: ft(?) op(?) dictus joannes sind(icus) et procuro pds(?), cognoscens utiusmodi fundatione et costrutionem fieri no posse, sine cura espressa licenti aut decreto at obsuata forma sur(?) audens  joa(nn)es sindicus et procuro predictis d(omi)no noe(?) humiliter quatemus potest eidem reverende patentasi supplicat qt(?) eide orato noe(?) splem(?) gratia facientes orgnemini et nelitis(?) erde joan(n)i dicto nore(?) elargiri et conceder dicta cappella et hospitale costruer et edificari facer forma mors(?) de quib auti e(?): que quisdem caooella sive oratoriu ad ipsu hospitale accessorie nessiat et q(?) qiudem cappella et hospitale sulari gauder possit et debeat qbusaunq(?) imunitatis privilegius et libertati§ qbus gaudem alie cappella et hospitalia orgnantes et nunc committer nestris miris: d(omi)no preposito sancti miniati et S(ancto) m(ichelis) de Ceuli ut ipsoru alteri q nelint et debeant in fundazione predicto ad lande dei poner primi lapide: In quib omnia et smgtis(?) sopradectis dictus Joannes sindicus et procuro predictis d(omi)no noe tamq fundactionis autor et costructor resuat et dedio noe(?) re§uatu ee(?) intendit et nult jus patronati sta mi d(icta) cappella q ni hospitali et qualibet ipsoru: cuius urum desiderino tanq pui ompletantes et dududerantes ta dinisi cultus q hospitalites auaori  tenore presentiu uob nista cintinentia et tenore die(?) uesre petitiois et regsiti mis indulgemus et plena in domino concedimus faundate posse in loco et parrochia pnotaris oratoriu seu cappella et hospitale ad xpi paupum usum costruer et edificandi quatitatib mais et formis in emsde(?) petitione et pressatis saluo semp iure parrochiatis ecclesie reservando no set nunc pro ut sunc et uris(?) successoribus et defensioms dicto hyospitalis et cappelle: Nos niro(?) nrusq(?) successori§ e opis capatui Lucano pro censu et noie census dabini(?) in festo S(ancti) martini libra una cere propesoris temporit decetero et p soluti ad op solutione dicta cappella et hospitale teneri decernimus: Si uo(?) pp hospitatis in cursu nel guerraru dusteninabun seu alia insta impedimenta dca(?) solutio luce fieri et posint tunc et eo casu depositio et consignatio dicte solutionis cere fieri possit et liute rev(eren)do preposito plebis de S(ancto) miniate q ptor fieri set predicto irro(?) episcopatus reapoeni(?): In quor(?) oiu testimoni:
Antonius dei et ap(osto)lice sedis gra(tia) luc(ensis) eps (da leggere “episcopo”, n.d.r.) universis xpi fidelibus i presente stras in spettaturis, salutatem, et semputerà in d(omi)no charitatem Sanctoru honoranda sunt opera et uberibus candri(?) preconijs attollenda, que grosis opibus et miramdovi insignis, maiestas omnia conditoris honoras. Ut nos illoru adiusi preci§, suffia gijs circumfulti, apud regis eterni clementia, post mire presentis ex cursu stortis stabilem no habenta, dehitorni(?) faulius attenta venia, supre beatitudini gaudio ppnis duratura tempori§ consequamun: Cù itaq dilecti filij societatis glose virginis marie annuntiate de S(ancto) miniate quodda intendant hospitate cu(m) oratorio sialbonis proprijs fundari sub vocabulo S(ancte) Marie Annunciate situ in parochia de Fibbiastri prope s(anc)tum miniate tui diocesi ad usu pauperum yhu xpi (Gesù Cristo, n.d.r.) quod pro ipsoriu parte nob oxtitu expo situ ut narrari et allud facendi eisdem concessimus mandari, capiente ut hospitale ipsu et oratorio congruis honoribus frequentatur, omnibus ve(ni)re(?) penitensibus et confessis qui hospitale ipsu et oratorui venerabiliter insitaverint in festo gloriose virginis m(arie) annuntiate de mense marti jet in vigilia ipsius quadrigenta dies eis vero qui hospitale ia(?) dicti et oratorium siglis primis dominus cuiuslibet mensis XL dies et arlijs qui§cumq(ue) diebus XL dies annis singlis de omnipotentis dei misericordia et beatoru(m) et apostoloru(m) petri et pauli antea cofisi de miuntis penitentis misericorditer relaxamus in quorum.


Chiesa della SS. Annunziata, Portale di Ingresso
Foto di Francesco Fiumalbi


Antonius dei et ap(osto)lice sedis gra(tia) luc(ensis) ep(i)s(copus) dilectis in xpo hor§ et fratri§ societatis s(ancte) m(arie) annuntiata de s(an)c(t)o miniate salut(at)e in d(omi)no sempiterni: iura nobis nuper extit p. joannis jacobi nostri sindicu et procuro po recta pontio, uius tenor seguit in hac forma in. Iora nobis reverendo in xpo patre et d(omi)no d(omi)no Antonio dei et ap(osto)lice sedis gra(tia) luc(ensis)  ep(iscop)o reveren(di)s et pomi joannes olim jacobi maniscalcus de s. miniate sind(icus) et procuro societatis s(ancte) marie annunziate et sancti jacobi de s(an)c(t)o miniato od ita et alia splr(?) constitutus ut de S sindicatu et manto apparet pub instro stato et rogato mano s(er) bindo quonda s(er) Petri manni de S(ancto) miniate notaio publ. Ex ab olim divino disponete sinorati et boni viri terre sacti miniatis nuo matro uno (?) cenuentes(?) et pui desideriu anplexontes(?) q(ue) dà in sancto miniate in ecclesia sancti jacobi de fuorisporta societate ordinaverunt et aveauerunt q(ue) usq(e) ad hoc tempora disciplius dei laudi§ orationibus et actibus multicipliter pijs instrument et insictent(?) et cuntaro(?) honori u argitore(?) promerente(?) crenit(?) veru(nt)(?) sepodia solo suadente dinfensiones intedu et iurgia q(ue) eos arlogna(?) st exorta: Illui intedu indiscrete q(ue) eos alligando g societate ipia anbernatoru ordinaria parabola sine anteno exitit gubernato sine uallata quamodre dictus joannes d(i)c(t)o sindicatu et procuro nore sanpulu(?) quodunq(ue) desiderans toller et ut in eusdem loco et societate part ppuo sine qua pacis autor bn(?) coli(?) no potest est veritas q(ue) dens est ropiatur(?) et sit et contra ipsa societate tati et dicit promulgata indebite deceteri taliantur nec obia possint fidem reverende parontatu iure supplicat gt(?) societate conde ut collegra suc tempori§ retro hachis nra(?) ordinamenta aute digremini consimare(?): Qua qdem petitione eiusq(ue) tenore paisso(?) et discusso dihgento tenor presentiu quecumq(ue) iuste et ortemus(?) nos sine stabitiendo sine ordinando gesta surt(?) et de cetero fient in d(omi)no confirmamus eag(?) grata et rato habentes. Nec no uos(?) in allum fiuti(?) si inste petitis approbamus omologamus et confirmamus in domino xsu xpo oi ina sure forma ed modu tafat gibus melius possumus et nalemus in quoro(?).

FINIS

Le soprascritte suppliche copiai io piero di m° lorenzo gucci scrivano della compagnia di un certo protocollo della curia episcopale rogato s(er) Giovanni di s(er) Piero Gucci nel 1383. Copiato io li anno 1542 a dì 27 du aprile in domenica a’hore presso sette di notte et pero lectore studioso ti p(re)go tu preghi dio p(er) me et minate(?) in concordia.
Fassi ricordo anchora come detto luogo et cappella p(er) detta compagnia fu dato a’frati di sancto agostino di leccieto l’anno 1522 come appare nell’epitaffio di marmo murato di fuori della faccia di detta chiesa et così tutti e beni che detti frati posseggano riverdossi(?) detta compagnia quelli beni che appariscono (alcune parole illeggibili) et corte.

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Archivio Storico Comune di San Miniato, Preunitario, 443, Compagnia dell'Annunziata, cc. 195-197.
(2) Don Livio Tognetti colloca la fondazione dopo il 1348, ma non ci sono documenti in proposito. Nel 1383 la fondazione della compagnia viene indicata come un fatto "antico". Cfr. Tognetti Livio, Il convento dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato nel racconto del primo libro della Cronaca, in Centi, Morelli, Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani in San Miniato, Accademia degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1995, pag. 140.

sabato 10 dicembre 2011

LA DIRUTA PIEVE DI BARBINAIA (quarta parte) COME POTEVA ESSERE

di Francesco Fiumalbi e Alessio Guardini

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Dopo aver trattato del contesto geografico entro cui si collocava la Pieve di Barbinaia, analizzato le testimonianze documentarie e aver fatto un’analisi architettonica di ciò che ne rimane, siamo ora a cercare di capire come poteva apparire all’epoca del suo massimo splendore.

Porzioni murarie dell’antica e diruta Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

“Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace”
Luca 1, 78-79

Fin dagli inizi del Cristianesimo si era diffusa la pratica di orientare i luoghi di culto verso la direzione est-ovest. Questa prassi verrà sancita in maniera ufficiale nel Concilio di Nicea: le chiese dovevano essere Versus Solem Orientem, condizione confermata più e più volte dai pontefici susseguitisi fino al medioevo (1).
Nella figura di Gesù sono molti gli aspetti legati al sole (Sol Justitiae, Sol Invictus e Sol Salutis); inoltre la direzione orientale richiamerebbe il simbolo della croce, a sua volta simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. La condizione per cui l'ingresso principale era sul lato occidentale, faceva sì che i fedeli entrati nell'edificio, avvicinandosi verso l’altare, ripercorressero idealmente il percorso di Cristo (2).
Realizzare un edificio con un orientamento perfetto, per i mezzi dell’epoca, non era facile, ma nemmeno impossibile. Tuttavia gli sforzi potevano essere vanificati dalla conformazione orografica del territorio circostante; l’orientamento poteva variare verso una precisa direzione fisica nell’orizzonte orografico dove fisicamente sorgeva il sole. E’ questo il caso anche della Pieve di Barbinaia: la valle del Torrente Chiecina forma un angolo di circa 25°, in senso orario, rispetto all’ideale asse est-ovest. Quindi se la chiesa fosse stata orientata esattamente verso oriente, la finestra absidale avrebbe guardato verso la collina. Per ovviare a questo problema l’edificio doveva presentare un orientamento inclinato di 20° in senso orario rispetto all’asse equinoziale (est-ovest): i due setti paralleli di muratura seguono infatti tale angolazione.


Cosa rimane dell’antica Pieve di Barbinaia
Schema di Alessio Guardini

Nel 1860, Ignazio Donati affermava che la pieve era “tutta in rovina non restando in piedi che poche braccia di mura laterali e molta parte della muraglia sovrastante il coro. All’intorno è tutto ingombro il terreno di pietre quadre e sassi fra spine e dumi, ma questi avanzi fanno giudicare soltanto a vederli, che questa chiesa doveva esser bella e assai spaziosa e forse distinta in tre navate, poiché, oltre le grosse pietre di cui erano costruite le mura, si vedono fra le macerie alcuni capitelli di colonne, larghi più di un metro atti a sostenere un peso molto rilevante, e che fosse destinata a contenere una popolazione assai numerosa” (3).

I due setti murari paralleli che sono giunti fino ai giorni nostri, sono distanti fra loro circa 11,50 metri e dovrebbero costituire il lato minore. Il lato maggiore, secondo i canoni dell’epoca (4), doveva essere circa il doppio (5). Considerando una struttura a tre navate e prendendo per buona l’idea che la facciata fosse in linea con la parete che presenta resti di strutture in laterizio, possiamo tentare di ricostruirne l’aspetto a grandi linee.
La pianta, schematicamente, doveva essere costituita da due grandi quadrati, di lato 20 braccia (o 4 canne agrimensorie, circa 11,60 m). La suddivisione interna doveva essere in rapporto 1:2, ovvero la navata centrale doveva misurare 10 braccia (o 2 canne agrimensorie, circa 5,80 m) e le navate laterali 5 braccia ciascuna (pari a 1 canna agrimensoria, circa 2,90 m). E tutto questo per 4 moduli o campate. Da questo se ne ricava il seguente schema compositivo:

Schema compositivo della pieve di Barbinaia
Disegno di Alessio Guardini

E’ assai probabile che la pieve avesse anche una torre laterale, costruita attorno al XII-XIII secolo, forse ad uso di torre campanaria (6), un po’ come la pieve di Corazzano, la Pieve di Cojano, la Pieve di Casole d’Elsa. Di seguito proponiamo la ricostruzione ipotetica della pianta:

Pianta della Pieve di Barbinaia, ipotesi
Disegno di Alessio Guardini

Sicuramente la facciata doveva in qualche modo corrispondere all’organizzazione interna dei volumi. Per cui doveva essere tripartita secondo lo schema interno e doveva presentarsi idealmente in questo modo:
Sezione della Pieve di Barbinaia, ipotesi
Disegno di Alessio Guardini

Facciata della Pieve di Barbinaia, ipotesi
Disegno di Alessio Guardini

Con questo post si conclude il viaggio alla scoperta della Pieve di Barbinaia, di cui ancora molto rimane da capire. Sicuramente attorno alla Pieve dovevano esserci delle sepolture, ma anche una comunità. E’ assolutamente inconcepibile una pieve di queste proporzioni isolata: doveva esserci un villaggio, magari non molto grande, ma qualcuno doveva abitarvi nelle vicinanze. In attesa che l’archeologia faccia la sua parte, per ora dalla Pieve di Barbinaia è tutto (forse).

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NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(2) Ibidem.
(3) Donati Ignazio, Memorie e documenti per la storia di Montopoli, Montopoli, 1860, pag. 445.
(4) Si veda la Collana Chiese medioevali della Toscana, Ed. dell’Acero.
(5) Dilvo Lotti, San Miniato nel tempo, SAGEP, Genoca, 1981, pag. 56.
(6) Dini Francesco, Dietro i nostri secoli, Centro Editoriale e Grafico, Santa Croce sull’Arno, 1979, pag. 43.

domenica 5 dicembre 2010

MONUMENTO AI GIARDINI

di Francesco Fiumalbi


Ai Giardini Pubblici davanti piazza Dante Alighieri c’è un piccolo, quanto curioso, monumento. Per la precisione, è situato in prossimità del cosiddetto “chalet”. Molti di voi lo avranno certamente notato e chissà, fra i più giovani, in quanti si saranno soffermati a cercare di carpirne il significato.


Il monumento ai Giardini Pubblici di Piazza Dante Alighieri

Innanzitutto, la prima cosa da chiederci è per quale motivo sia stato realizzato e da chi. Girandoci intorno, sul lato nord, cioè quello che guarda in direzione dello chalet si rintraccia una scritta. Seppur un po’ consumata dal tempo e parzialmente rivestita da una piccola colonia di muschio, risulta ancora leggibile, anche se non più così chiaramente.


Monumento ai Giardini, particolare dell’epigrafe


Questa scritta, è curioso, non si nota a prima vista. Bisogna “farci” l’occhio. Vale a dire che se qualcuno vi passa davanti di sfuggita non la noterà mai, vuoi per la modesta incisione, vuoi perché si trova praticamente a ridosso di una siepe.
“Ing. Arch. Mario Salvadori, d’antica famiglia sanminiatese, creò questi giardini decrescenti da questo storico colle verso l’operosa pianura. Nel centenario i cittadini ricordano grati”.
Ecco, adesso si spiegano molte cose. E’ quindi il monumento celebrativo per il centenario dalla costruzione dei giardini. Infatti in prossimità dell’epigrafe troviamo anche due date 1883 – 1983.

Monumento ai Giardini, particolare

Il progettista, dunque, fu Mario Salvadori, omonimo del Mario Salvadori ingegnere strutturista della Columbia University negli Stati Uniti, di qualche decennio più giovane. Si tratta di uno strano caso di omonimia. Chi desidera avere informazioni sull’omonimo Mario Salvadori:

Ma il “nostro” uomo è un altro: è l’artista di questa composizione. In realtà non vuole farsi chiamare artista, ma più semplicemente “capo mastro”. Si chiama Silvano Bini.
E’ veramente incredibile come da mani così tozze e consumate da anni di duro lavoro in cantiere, possano uscire delle piccole/grandi opere di scultura. Come questa.


Il monumento ai Giardini Pubblici di Piazza Dante Alighieri

Fu Dilvo Lotti che lo contattò per farlo. Silvano Bini accettò e realizzò per la Città di San Miniato questa sua opera, come detto, nel 1983.
Con questo monumento celebrativo ha sicuramente raggiunto l’obiettivo di incuriosire, di far avvicinare, di porre delle domande. Cosa sarà mai? Che significato ha?
Ed è geniale il mix di elementi che attraggono l’attenzione del passante. Non si può non fare a meno di soffermarsi davanti, anche solo per un momento. La risposta a tutto sta nella parte retrostante, vicino alla siepe. Il centenario dei giardini.

Il monumento ai Giardini Pubblici di Piazza Dante Alighieri

In quest’opera si ritrovano molteplici aspetti ludici. Innanzitutto il puzzle: l’arte di incastrare piccoli tasselli diversi per costituire un complesso che va oltre al significato di ogni singolo elemento. Questo accade sia con gli elementi in laterizio del basamento, ma anche fra le varie parti della composizione: laterizio, pietra, ferro. Materiali da costruzione. Grezzi, talvolta poveri. Ma sapientemente orchestrati in modo da creare nuove forme, nuovi significati. Non si può non notare l’aspetto ironico nell’essere così apparentemente casuale all’interno di un ambiente fortemente progettato, calibrato, qual è quello dei Giardini Pubblici. Una sorta di “ciuffo ribelle”, che non si piega, che vuol far vita a sé, ma che dipende dal contesto, senza il quale la sua rivoluzionaria posizione non sarebbe più tale. C’è anche un aspetto teatrale nelle figure scolpite, in pietra. Sono come maschere.

Monumento ai Giardini, particolare
 

Non è un caso che Silvano Bini, si compiaccia del fatto che i bambini sono i maggiori fruitori della sua opera. E’ molto contento di questo. Ed ha il solo rammarico per quella siepe sul retro: impedisce ai bambini di correrci attorno.
Divertente è anche un episodio avvenuto pochi giorni prima del posizionamento di questo manufatto. Silvano Bini lo racconta come se fosse avvenuto ieri. Arrivò nel suo laboratorio “l’architetto Piampiani del Comune” e chiese spiegazioni riguardo ai ferri arcuati. Evidentemente non erano di suo gradimento e avrebbe preferito che fossero tolti immediatamente. Silvano Bini, dal canto suo, si giustificò dicendo che i due ferri servivano per caricare e calare la sua opera. Il giorno dell’inaugurazione gli elementi metallici erano ancora al suo posto. E lo sono ancora oggi, con grande compiacimento da parte di Silvano Bini.

Il monumento ai giardini, particolare



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