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lunedì 13 marzo 2017

QUATTRO NOVELLE DEI CONTADINI SANMINIATESI RACCOLTE IN UN ARTICOLO DI GIUSEPPE RONDONI NEL 1885

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposta la trascrizione di un articolo assai interessante, pubblicato nel 1885 da Giuseppe Rondoni (San Miniato, 17 novembre 1853 – 16 novembre 1919), già Direttore della Miscellanea Storica della Valdelsa e Presidente dell'Accademia degli Euteleti, figura molto importante per gli studi sulla storia sanminiatese.
L'articolo uscì sulla rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, stampata in Palermo da Luigi Pedone Lauriel, e riporta quattro brevi narrazioni raccolte oralmente dall'autore. Si tratta di racconti di impronta morale e religiosa, più o meno legati a particolari circostanze e a località del territorio sanminiatese.

Panorama sanminiatese
Foto di Francesco Fiumalbi

Il primo non è altro che una variante locale, assai semplificata, della storia della venerata immagine di Maria Madre dei Bimbi, meglio conosciuta come la “Madonna di Cigoli”. Gli altri tre vedono protagonisti Gesù e San Pietro nelle vesti di due viandanti, coinvolti in altrettanti curiosi episodi legati alla vita contadina: gli agricoltori alle prese con la siccità e l'arrivo o meno della pioggia, l'avido oste di Cusignano trasformato in asino per punizione e, infine, all'esistenza di un terreno nei pressi di San Quintino particolarmente colpito da fenomeni atmosferici avversi, come la grandine, tali da non consentire il normale raccolto.

Tutte le narrazioni offrono spunti di natura morale, oltre a fornire spiegazioni a fenomeni naturali, seppur in maniera estremamente sintetica e semplificata. Si tratta di “novelle” che oggi possono strappare un sorriso, ma non dobbiamo dimenticare che il racconto era forse uno dei pochi strumenti per veicolare valori morali e religiosi in una società prevalentemente analfabeta e priva di particolari interscambi, come quella delle campagne sanminiatesi nella seconda metà dell'800.

«Archivio per lo studio delle tradizioni popolari»,
Vol. IV, Fasc. III, Luigi Pedone Lauriel Editore,
Palermo, 1885, frontespizio

Di seguito il testo di G. Rondoni, Alcune fiabe dei contadini di S. Miniato al Tedesco in Toscana, in «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», Vol. IV, Fasc. III, Luigi Pedone Lauriel Editore, Palermo, 1885, pp. 367-372:


[367] ALCUNE FIABE DEI CONTADINI
DI S. MINIATO AL TEDESCO IN TOSCANA



Sono quattro novelle assai brevi, ma molto antiche, raccolte nell'ameno e pittoresco circondario di S. Miniato al Tedesco, nel cuore del Valdarno di Sotto, dalla bocca di due contadini e di una contadina, perché mi parvero non sfornite di qualche importanza per gli studiosi delle tradizioni popolari. Le ho trascritte tali quali potei udirle dalla viva voce dei raccontatori, correggendo solo qualche idiotismo e in un punto o due ravversando un poco il periodo, senza toglier nulla allo schietto candore dello stile popolare.
La prima novella si riferisce alla origine del culto di una immagine della Vergine che si vuole da tempo remoto protettrice del villaggio di Cigoli, già propugnacolo de' Pisani e dei Samminiatesi nelle guerre del medioevo, e che oggi ancora, torreggiando sull'erta cima di un poggio tra la Val d'Evola e il Val d'Arno, ricorda col fantastico aspetto i castelli descritti dall'Ariosto e dal Walther Scott. Questa novella è curiosa sopratutto, perché in nuova, sebbene in rozza e misera veste, riproduce la memorabile [368] leggenda della donna e della moglie perseguitata a torto, e
salva poi per opera della Madonna. Le altre tre fiabe sono notevoli perché appariscono quasi anello intermedio fra la leggenda religiosa e la vera e propria novella, e perché ne pongono sottocchio come i frammenti di uno stesso ciclo leggendario intorno ai viaggi di Gesù e di alcuni Apostoli pel mondo, quasi eco ultima e stanca delle favole grandiose e multiformi onde sorsero gli Evangeli Apocrifi, tanto ripetuti e commentati sì variamente nel medioevo.
E per discendere a qualche particolare, non è senza interesse che in esse s'incontrano Gesù e S. Pietro viaggianti in sembianza di vecchi e di mendichi, appunto come Giove e Mercurio, o come
Cerere secondo le favole immortalate dal secondo Inno Omerico, e l'episodio di Filemone e Bauel nella Metamorfosi di Ovidio. Del resto il culto antichissimo ai Crocifisso di S. Miniato al Tedesco celebre sopratutto durante i fervori de' Bianchi e de' Battuti spiega la frequente presenza di Gesù e di S. Pietro nelle novelle del contado Samminiatese, perloché la fuga mirabile della Madonna di Cigoli non è in fondo che un'imitazione o riproduzione della fuga non meno portentosa dell'immagine di quel Crocifisso, del quale la leggenda risale forse alla prima metà del secolo decimo-terzo
(1).
Ecco senz'altro le novelle:
I.

C'era una volta in Cigoli una donna maritata di poco, e le morivano tutti i bambini, mano a mano che partoriva. Il marito disperato giurò di ammazzarla, se anche l'ultimo bambino che aveva fatto venisse a morire. Ecco che la bambina, (perché l'era una bambina) mentre il marito della donna era lontano si ammala, e a un tratto muore. La donna, tutta in lacrime, conoscendo vicino il ritorno dello sposo, spaventata e fuori di sé lascia in culla la [369] morticina, e si mette a fuggire urlando (2). Fuggi, fuggi per monti e per valli, ecco che t'incontra una vecchina che le comanda di tornare subito indietro; ma la poverina non dà retta, e via. Allora la vecchina ripete: «Torna indietro» con gran voce, e dice: «Io son Maria e la bambina è viva». La donna sbalordita torna a casa, corre alla culla e ti vede la bambina grassa e fiera ridere e trastullarsi. Il miracolo si sparse per Cigoli e per tutti i paesi dintorno, e la gente pose un'immagine della Madonna nel luogo ove alla donna apparì la visione, eppoi vi fabbricarono una cappella, consacrata a Lei ed a S. Rocco. Ma la immagine una notte, abbandonato quel posto, andò a stare da per sé nella Pieve, dove oggi si trova, e fa grazie a mille. In sul partire la Madonna lasciò detto:
«Cigoli luogo, S. Rocco e Michele,
«Che io son Maria avete a sapere».

D'allora in poi ogni anno per la festa della Madonna di Cigoli le mamme fanno una gran processione co' loro bambini in collo, e le burrasche, suonando le campane della Pieve, si allontanano subito dal paese (3).

II.

Quando Gesù e S. Pietro andavano accattando pel mondo, passarono da un campo, dove i contadini vangavano con gran fatica. Da un pezzo non era piovuto, e la terra era arida e dura, né in cielo apparivano le nuvole , ed il sole abbruciava la campagna.
[370] Gesù, mosso a pietà di quella povera gente, disse: «Poveretti, la terra è soda», e quelli risposero: «Si, galantuomo; ma noi speriamo in Gesù che presto ci manderà l'acqua. Gesù tutto allegro li benedisse in cuor suo, e andò innanzi. Cammina, cammina attraversa prati e monti, e vede un altro campo ed altri contadini tutti sudati, che lavoravano con gran fatica. Allora gridò: «Poveretti, la terra è soda e l'acqua lontana», ma quelli arditi accennano col dito le nuvole che salivano nel cielo e rispondono: «Si, ma comincia a rannuvolare, e il Lunario, che non sbaglia mai, mette presto l'acqua. Coraggio e speriamo bene, e voi, galantuomo, non ci venite a rompere il capo con brutti discorsi». E lo canzonarono ben bene. Gesù guardò S. Pietro e gli disse: Questa gente ha più fede nel Lunario che in me; vuo' castigarli; e seguitò il suo cammino. Ed ecco che mentre là dove vangavano i primi cadde ad un tratto un grande acquazzone, senza che prima apparissero le nuvole, e rinfrescò la terra e le piante, là dove vangavano i secondi, spariti i nuvoloni, il sole splendè più di prima, e la terra doventò sempre più secca e più sterile. Tant'è vero che l'uomo deve aver fede in Dio solo.

III.

Ne' tempi antichi, quando Gesù e San Pietro andavano pel mondo in forma di poveri vecchi, capitarono ad un'osteria (e si dice nelle parti di Cusignano) (4), e chiesero da mangiare; L'oste era gobbo e brutto e il Signore guardandolo disse piano a San Pietro: «Bada, ecco uno segnato da me». Dopo mangiato, Gesù e S. Pietro chiesero il conto, e il gobbo maligno subito lo fece salire a 50 franchi, ma il Signore, senza scuotersi a quel rubamento, tirò di sotto il mantello una sacchetta piena di monete d'oro, e pagò senza fiatare. L'oste frattanto, sbirciata la sacchetta, e persuaso che i due vecchiarelli sotto i poveri vestiti nascondessero [371] un gran tesoro, preso dall'avarizia, tirata da parte la moglie, le disse: «Hai veduto i vecchietti, quante monete hanno in quel sacchetto? Quando saranno andati via, vuo' andar loro dietro, e aspettarli nel bosco e portarglielo via». Ma Gesù colla sua divina sapienza aveva letto nel cuore del ladro, e uscendo, con una scusa, si fece seguire da lui per un bel pezzo di strada. Perduta di vista l'osteria, egli ad un tratto si ferma, si volta e con un segno della mano fa diventare l'oste un somaro, e se lo tira dietro per la cavezza fino alla casa di un tale che teneva gli asini.
Appena arrivato dà una voce e chiama l'asinaio, e lo prega per amor di Dio a custodire quell'asino fin tanto che non fosse ripassato a riprenderlo. «Mettetegli, così disse il Signore al guardiano degli asini, sempre soma doppia, e dategli doppie bastonate e metà di mangiare». L'asinaio non intese a sordo; caricava doppia soma al poverino, e gli dava sempre una tempesta di legnate. Ma, meraviglia delle meraviglie! mentre gli altri tre ciuchi del nostro galantuomo ben trattati e ben pasciuti andavano deperendo a vista, il miracoloso somaro, malgrado i digiuni e le bastonate, andava un giorno più dell'altro doventando sempre più grasso e più lustro di pelo. Allora il guardiano pensò di fare un tiro al vecchio che glielo aveva affidato, e cioè dare a lui uno dei tre asini secchi, e tenersi il grasso. Un bel giorno eccoti il vecchino di ritorno, cioè nostro Signore a richiedere la bestia, e il guardiano, dopo averla rimpiattata, facendo lo gnorri gli presentava subito i tre asini magri, dicendo: «Dev'essere fra questi, prendetela»; ma Gesù chiamò l'oste trasformato in ciuco per lo antico suo nome, ed egli pian piano eccotelo uscir fuori dal luogo ov'era rimpiattato, rispondendo con voce umana: «Eccomi qua, son pronto ». Ora il Signore, lasciato il perfido asinaio rintontito e confuso, si partì coll'asinello, e tornato all'osteria, trovò la donna dell'oste tutta in pianto. Le domanda che abbia, e lei, disperata, risponde che ha perduto il marito, né sa più dove sia. Gesù mosso a compassione con un segno della mano fa ritornare il somaro nella forma d'uomo, e così rende lo sposo alla poverina, dicendo: «Lui ha già scontato il castigo che meritò per aver voluto derubare [372] e mettere in mezzo il Signore. Restate in pace», e, manifestatosi per il vero Dio, tutto ad un tratto sparì (5).

IV.

Su poggi di S. Quintino
(6) v'è un podere, e in questo podere una piaggia. Ogni anno, nella stagione della raccolta ci si forma una bufera e ci si rovescia una grandinata spaventosa che distrugge tutta la raccolta, grano, viti, olivi. È un castigo ed una maledizione divina per un gran peccato che nei tempi antichi ci fu commesso. Gesù e S. Pietro, poveri e vecchiarelli, se ne andavano pel mondo: cammina e cammina, arrivarono su quella collina stracchi e trafelati; li videro i contadini di lì, e ammiccandosi, gridarono: «Dagli, dagli a quei vecchi accattoni, gabbamondo scarpatori (7), che vanno in giro rubacchiando per le campagne». E li tirarono terra e sassi e bastonate. S. Pietro si volta allora al Signore e gli dice: «Signore, su, date un bel castigo a questi birbanti». Ma Gesù, con pazienza, continuò piano piano il suo cammino, e rispose: « Lasciali fare, in questa piaggia non ci sarà mai bene». E andò via. D' allora in poi ogni anno a raccolta la grandine viene a far vendetta del Signore, e la mortalità distrugge anche i bestiami di quel podere (8).

Giuseppe Rondoni.

NOTE
(1) V. G. Conti, Storia del SS. Crocifisso di S. Miniato, e G. Rondoni, Memorie storiche di S. Miniato al Tedesco.
(2) Altri narra che la donna fuggiva per andarsi ad affogare. La storia della Madonna di Cigoli corre anche oggi stampata per le mani dai contadini; ma il nostro racconto offre presumibilmente la versione più antica.
(3) Qualche mitologo, notando che la Vergine che salvò la donna dalla persecuzione, salva dalle burrasche anche il paese da Lei favorito e rappresentato qui in certa guisa dalla povera Cigolese, potrebbe in questo particolare trovar forse una nuova conferma del significato primitivo della celebre leggenda della sposa o della donna infelice, che avrebbe appunto, com'è noto , per suo fondamento un mito celeste.
(4) É una parrocchia del Comune di S. Miniato sulle colline della Val di Evola.
(5) Questa metamorfosi fa subito pensare all' Asino celebre di Apuleio, e forse non essenza qualche legame con un episodio del Vangelo Arabo, secondo il quale la sacra famiglia fuggendo in Egitto trova in un villaggio tre fanciulle in pianto, perché il loro fratello era stato trasformato in mulo da una maliarda. Gesù lo fa tornare nel pristino stato.
(6) È una fattoria nel Comune di S. Miniato, sulla cima di un'erta collina.
(7) Si chiamano così i ladruncoli campestri.
(8) Questa novellina si può ricollegare al ciclo delle leggende sull'Ebreo Errante, ed ai mitologi può anche apparirne una trasformazione lontana.

giovedì 28 giugno 2012

E’ TEMPO DI MIETERE IL GRANO!

di Giuseppe Chelli

"Le messi biondeggiano, in lontananza si ode il canto dei contadini". Lo scrisse, una mattina di fine giugno, il professore di italiano sulla lavagna, per i ragazzi della terza media. Era il tema per gli esami di licenza.
L'ampia aula, al terzo piano di un vecchio palazzo, con i suoi grossi finestroni permetteva di spaziare lo sguardo su una campagna collinare ricca di uliveti, frutteti, filari di vigne  a perdita d'occhio, ma di grano neppure un filo. Giù, in basso, il grano biondeggiava davvero: ricopriva mezza vallata, stretta all'inizio, ma che poi s'apriva in campi a non finire, tutti biondeggianti, con vistose macchie  rosse dei papaveri.
Dalla grande finestra dell'aula, aperta per un refolo di vento marino, niente messi biondeggianti e neppure canti. Strilli, solo strilli! Lunghi, vicini o  smorzati dal vento come il fischio di un treno in corsa. Non uno: dieci, cento treni impazziti a rincorrersi, in un groviglio di binari. Erano le rondini, indaffarate a far scorta di cibo! A capofitto verso la valle si incrociavano in veloci volteggi, poi risalivano, a bocca piena, verso le grondaie, e giù di nuovo ripartivano per un'altra scorpacciata, strillando a perdifiato.
Gli strilli e l'orizzonte che entravano dalle finestre non erano proprio adatti a dare una mano ai trentacinque ragazzi. Tuttavia i loro sguardi erano là, anzi al di là delle vetrate, cercando tra il verde dei colli pisani il "loro" campo di grano o lo stornellare di un innamorato più forte dei gridi delle rondini. Non c'erano via di scampo:  bocciare o trasformare le verdeggianti colline e gli strilli di rondine in messi biondeggianti ed in canto di contadini!

Campi di grano a Isola
Foto di Francesco Fiumalbi

Ed un ragazzo cominciò:
Non usava più da tempo sbattere sui pancali i covoni del grano. La trebbiatura si faceva con la"macchina del grano" infilata tra le masse, sull'aia in piena estate. Anche i piccoli contadini, quelli che appena ricavavano grano per mezza annata, si servivano della trebbiatrice di qualche vicino.
Il grano portava via un sacco di tempo: si cominciava a metà luglio dell'anno prima a coltrare i campi, lasciati a riposo, perché il sole d'agosto seccasse le gramigne e arricchisse le zolle. Dopo la vendemmia si cominciava a sistemare la terra per la semina, spargendola di letame, pianeggiandola con l'erpice trainato dai buoi. Ai primi di ottobre avveniva la semina, fatta per lo più con la seminatrice, che spesso i contadini se la prestavano. Di tanto in tanto in mezzo ai campi, ben pareggiati e con gli sgrondi perché le piogge non stagnassero, si vedevano strani pagliacci: erano gli spaventapasseri che avrebbero, dovuto tenere lontano gli uccelli, che dai fili del telegrafo si tuffavano a saccheggiare il seminato.
Sotto la neve, pane; sotto l'acqua fame! ripetevano i “capoccia” la sera a veglia al circolo, legando le speranze ed i timori del raccolto agli eventi metereologici. Il chicco del grano che aveva attecchito durante l'inverno, ai primi del nuovo anno cominciava a verdeggiare riempiendo di un manto la pianura. Era il tempo di spargere il concime. Con corbelli a tracolla pieni di "vano" ( così chiamavano il guano che, su i carri merci, arrivava alla stazione dal Cile!) solcavano i campi spargendo la polvere a larghe e copiose manate. I vari tipi di seme: mentana, roma, littorio, frassineto, davano origine a steli (fili di paglia) più o meno lunghi, anch’essi importanti per avere paglia in abbondanza per il "letto delle bestie" che poi sarebbe diventato concime per le colture.

Campi di grano a Isola
Foto di Francesco Fiumalbi

"Di giugno, la falce in pugno”, si diceva! I lavori della raccolta del grano duravano circa un mese e forse erano i più faticosi per l'impegno fisico che richiedeva la mietitura e la battitura. Si cominciava a metà giugno a mietere il grano quando lo stelo era ancora abbastanza fresco. Di buon mattino si vedevano gruppi di uomini e donne, quasi sempre scalzi, ma con in capo cappelli dalle falde larghe o pezzòle variopinte dalle cocche legate sulla testa, avviarsi verso i campi da segare, a mano con la falce che via via era affilata con la pietra. Curvi sotto il sole fin quando non suonava la campana di mezzogiorno, ognuno prendeva un pezzo di campo e a colpi di falce tagliava mazzetti di grano che poi raccoglieva facendone una fascio legato con la paglia: erano i covoni. Alla fine della giornata i covoni venivano raccolti in mucchi per permettere allo stelo  ed alla spiga ancora freschi di seccarsi, inturgidendo così i chicchi del grano del sapore che conteneva lo stelo.
Dalle massette dei covoni, si passava a fare le "barche " che rimanevano sul campo a completare la seccatura del chicco e dello stelo. Raramente, ma capitava che un temporale improvviso con tuoni e lampi mandasse a fuoco qualche barca di grano, quando non anche l'invidia di qualche "vicino" aiutasse i fulmini! Pochi giorni prima che arrivasse la macchina del grano per la battitura, avveniva la "carrata". Se l'aia era ammattonata si levavano le erbacce nate tra i mattoni, si spazzolava al meglio. Se invece era sterrata si procedeva a renderla "impermeabile", cioè si induriva il fondo con lo sterco delle bestie facendone una poltiglia più o meno densa e si spargeva sul terreno. Il sole l’avrebbe resa dura! Con i buoi aggiogati al carro si andava a prendere i covoni ammassati a barche e sull'aia si faceva la "massa". Spesso erano due grosse masse di grano fatte  a nave distanti tra loro tanto quanto era necessario per infilare nel mezzo la macchina del grano.

La mietitura del grano vicino Isola
Foto di Giuseppe Chelli

Ormai la battitura era vicina e lo sapeva bene la massaia! Quando i paperi, allevati da mesi per l’occasione, si “ritiravano” per la notte, lei con un grosso randello, e con l’uomo di famiglia più vigoroso, prendeva ad uno ad uno i paperi, gli metteva il collo sotto il randello (che lei tratteneva con i piedi) e ”tira” diceva, finché sul terreno non restava una bianca massa immobile.
La sera prima del giorno fissato per la trebbiatura arrivava la” macchina del grano” trainata dal Landini (uno dei primi modelli di trattore!). Per lo più il piazzamento avveniva la sera, sul tardi, al termine di una giornata di lavoro in un altro podere, così di buon mattino il lavoro poteva cominciare. Agli uomini  ed alle donne di casa si aggiungevano i vicini in un muto tradizionale costume di aiutarsi nei lavori in cui la manodopera non era mai troppa. Flotte di ragazzi di casa e dei poderi vicini si facevano in quattro per le incombenze loro richieste, o correvano da un punto all'altro dell'aia a tuffarsi nei monti di loppa bollente di sole e di macina. Al primo singhiozzo del Landini l'aia si animava di un viavai di gente e polli richiamati dall'odore del grano, e tutti gli ingranaggi della trebbiatrice, azionati dalla lunga cinghia di cuoio, si mettevano in movimento. Il martellare cadenzato del Landini, prima lento, come colpi di tosse, poi più spedito e infine ritmato, dava il via al grande affaccendarsi dell'aia. L'imboccatore in vetta alla macchina infilava i grossi covoni nella bocca della trebbiatrice che arrancava, sbuffava e allo stesso tempo, inghiottiva in un soffio i covoni che qualcuno,  dalla massa del grano in punta di forcone, faceva arrivare all'imboccatore. Dalla grossa bocca dentata usciva da dietro la paglia  a cascate più o meno abbondanti. Tre o quattro donne, in mezzo a nuvoli di polvere urticante l'affastellavano, legandola con il “nottolo di “salcio” e fissandola al palo dell'antenna che la depositava ai piedi o attorno allo stollo del pagliaio. L'antenna altro non era che un palo fisso in terra a cui era ancorato un braccio rotante che alzandosi depositava il fastello dove indicava l'addetto al fare il pagliaio.
Quello del "pagliaiolo" era un lavoro che non tutti sapevano fare. Bisognava equilibrare bene la paglia e stenderla intorno allo stollo a formare una specie di cono, in modo che la massa di paglia finisse a punta compatta per non far penetrare l'acqua piovana. Se questo lavoro non veniva eseguito a regola d'arte il pagliaio sarebbe caduto o si sarebbe inzuppato d’acqua rendendo la paglia inservibile. Sempre da sotto la grande bocca della paglia usciva la loppa (o pula), trainata via in grandi ceste di “salcio”.
I ragazzi erano fissi a dispensare bicchieri di acqua fresca che direttamente tiravano su dal pozzo a sterro intorno casa. A mezza mattinata si faceva la sosta per la colazione, sempre la stessa da un anno all'altro, da un podere all'altro: salame a fette e pomodori a salino, che gli operai consumavano seduti all'ombra dei gelsi che non mancavano in ogni podere per via dei bachi da seta. A colazione quasi fatta, passava il “capoccia” con il fiasco del Vinsanto: era il segno che la pausa era finita e che il lavoro ricominciava ininterrottamente fino all'ultimo covone della massa.

Le “barche” di grano vicino Isola
Foto di Giuseppe Chelli

Mentre nel dietro della macchina si accumulavano monti di loppa e paglia, nella parte anteriore  ammassati su due cataste incrociate si formavano le pile dei sacchi. Il fattore ed il “capoccia”  meticolosamente riempivano lo staio con cui riempivano le sacche: una per il contadino, una per il padrone. Un podere, infatti, si definiva per la sua produttività da quante staia o sacca di grano produceva, da quanti barili di vino e di olio ricavava dalle sue culture. "La terra vale quanto l'uomo che la lavora", soleva pontificare ogni anno il fattore a fine battitura. Ma il capoccia, che proprio sprovvisto non era, ribatteva puntualmente: "Si vede che lei sor' fattore passa più tempo allo scrittoio che nella terra".
La stretta di mano, e quando il raccolto era andato bene, anche una pacca sulla spalla, metteva fine alla ripartizione in parti uguali delle sacca di grano. Ma la giornata non finiva lì, anzi ora cominciava il bello.
Sotto i gelsi una lunga tavola bianca di lino apparecchiata con le scodelle del Ginori, con abbondanti vassoi di prosciutto e salame, con molti fiaschi di rosso e scòle di pane fresco invitava a sedersi attorno. L'odore di paglia non si sentiva più. Dalla cucina della massaia profumi di buone pietanze riempivano l'aria. Donne e uomini attorno al pillone del pozzo cercavano di levarsi di dosso il sudore e la polvere, gettandosi abbondati secchiate di acqua fresca. A volte la stanchezza era tanta che qualcuno per lavarsi i piedi li metteva dentro la tinozza e con un piede si lavava l'altro.
Tutta la stanchezza spariva appena la massaia si presentava con il grosso pentolone di smalto rossastro pieno di minestra fatta con lo spicchio di petto, colli dei paperi e la grandinina bucata. Nessuno si peritava a "cavarsene" due o tre piatti, pronto ad affrontare le battute degli amici che non mancavano di sottolineare pettegolezzi o chiacchiere di paese tra le risate di grandi o piccini. Spesso erano le ragazze da marito che venivano prese di mira se magari erano un po' in là con gli anni, o le giovani spose alla terza gravidanza. Dio ci scampi o liberi se c'era qualche coppia che non aveva figli: tutti si proferivano a risolvere il problema, tutti sapevano come e cosa fare tra le grasse risate e qualche stornellata bonaria. L'allegria, aiutata dal rosso d'annata, era coinvolgente; complice il papero in umido, lo spicchio di petto inzuppato nel sale, gli affettati serbati sotto la cenere fino a battitura. Non di rado i pranzi di battitura erano l'occasione per concludere o iniziare affettuose amicizie. Bastava aspettare la messa della domenica.

Campi di grano fra Ontraino e Roffia
Foto di Francesco Fiumalbi
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