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lunedì 13 marzo 2017

QUATTRO NOVELLE DEI CONTADINI SANMINIATESI RACCOLTE IN UN ARTICOLO DI GIUSEPPE RONDONI NEL 1885

a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposta la trascrizione di un articolo assai interessante, pubblicato nel 1885 da Giuseppe Rondoni (San Miniato, 17 novembre 1853 – 16 novembre 1919), già Direttore della Miscellanea Storica della Valdelsa e Presidente dell'Accademia degli Euteleti, figura molto importante per gli studi sulla storia sanminiatese.
L'articolo uscì sulla rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, stampata in Palermo da Luigi Pedone Lauriel, e riporta quattro brevi narrazioni raccolte oralmente dall'autore. Si tratta di racconti di impronta morale e religiosa, più o meno legati a particolari circostanze e a località del territorio sanminiatese.

Panorama sanminiatese
Foto di Francesco Fiumalbi

Il primo non è altro che una variante locale, assai semplificata, della storia della venerata immagine di Maria Madre dei Bimbi, meglio conosciuta come la “Madonna di Cigoli”. Gli altri tre vedono protagonisti Gesù e San Pietro nelle vesti di due viandanti, coinvolti in altrettanti curiosi episodi legati alla vita contadina: gli agricoltori alle prese con la siccità e l'arrivo o meno della pioggia, l'avido oste di Cusignano trasformato in asino per punizione e, infine, all'esistenza di un terreno nei pressi di San Quintino particolarmente colpito da fenomeni atmosferici avversi, come la grandine, tali da non consentire il normale raccolto.

Tutte le narrazioni offrono spunti di natura morale, oltre a fornire spiegazioni a fenomeni naturali, seppur in maniera estremamente sintetica e semplificata. Si tratta di “novelle” che oggi possono strappare un sorriso, ma non dobbiamo dimenticare che il racconto era forse uno dei pochi strumenti per veicolare valori morali e religiosi in una società prevalentemente analfabeta e priva di particolari interscambi, come quella delle campagne sanminiatesi nella seconda metà dell'800.

«Archivio per lo studio delle tradizioni popolari»,
Vol. IV, Fasc. III, Luigi Pedone Lauriel Editore,
Palermo, 1885, frontespizio

Di seguito il testo di G. Rondoni, Alcune fiabe dei contadini di S. Miniato al Tedesco in Toscana, in «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», Vol. IV, Fasc. III, Luigi Pedone Lauriel Editore, Palermo, 1885, pp. 367-372:


[367] ALCUNE FIABE DEI CONTADINI
DI S. MINIATO AL TEDESCO IN TOSCANA



Sono quattro novelle assai brevi, ma molto antiche, raccolte nell'ameno e pittoresco circondario di S. Miniato al Tedesco, nel cuore del Valdarno di Sotto, dalla bocca di due contadini e di una contadina, perché mi parvero non sfornite di qualche importanza per gli studiosi delle tradizioni popolari. Le ho trascritte tali quali potei udirle dalla viva voce dei raccontatori, correggendo solo qualche idiotismo e in un punto o due ravversando un poco il periodo, senza toglier nulla allo schietto candore dello stile popolare.
La prima novella si riferisce alla origine del culto di una immagine della Vergine che si vuole da tempo remoto protettrice del villaggio di Cigoli, già propugnacolo de' Pisani e dei Samminiatesi nelle guerre del medioevo, e che oggi ancora, torreggiando sull'erta cima di un poggio tra la Val d'Evola e il Val d'Arno, ricorda col fantastico aspetto i castelli descritti dall'Ariosto e dal Walther Scott. Questa novella è curiosa sopratutto, perché in nuova, sebbene in rozza e misera veste, riproduce la memorabile [368] leggenda della donna e della moglie perseguitata a torto, e
salva poi per opera della Madonna. Le altre tre fiabe sono notevoli perché appariscono quasi anello intermedio fra la leggenda religiosa e la vera e propria novella, e perché ne pongono sottocchio come i frammenti di uno stesso ciclo leggendario intorno ai viaggi di Gesù e di alcuni Apostoli pel mondo, quasi eco ultima e stanca delle favole grandiose e multiformi onde sorsero gli Evangeli Apocrifi, tanto ripetuti e commentati sì variamente nel medioevo.
E per discendere a qualche particolare, non è senza interesse che in esse s'incontrano Gesù e S. Pietro viaggianti in sembianza di vecchi e di mendichi, appunto come Giove e Mercurio, o come
Cerere secondo le favole immortalate dal secondo Inno Omerico, e l'episodio di Filemone e Bauel nella Metamorfosi di Ovidio. Del resto il culto antichissimo ai Crocifisso di S. Miniato al Tedesco celebre sopratutto durante i fervori de' Bianchi e de' Battuti spiega la frequente presenza di Gesù e di S. Pietro nelle novelle del contado Samminiatese, perloché la fuga mirabile della Madonna di Cigoli non è in fondo che un'imitazione o riproduzione della fuga non meno portentosa dell'immagine di quel Crocifisso, del quale la leggenda risale forse alla prima metà del secolo decimo-terzo
(1).
Ecco senz'altro le novelle:
I.

C'era una volta in Cigoli una donna maritata di poco, e le morivano tutti i bambini, mano a mano che partoriva. Il marito disperato giurò di ammazzarla, se anche l'ultimo bambino che aveva fatto venisse a morire. Ecco che la bambina, (perché l'era una bambina) mentre il marito della donna era lontano si ammala, e a un tratto muore. La donna, tutta in lacrime, conoscendo vicino il ritorno dello sposo, spaventata e fuori di sé lascia in culla la [369] morticina, e si mette a fuggire urlando (2). Fuggi, fuggi per monti e per valli, ecco che t'incontra una vecchina che le comanda di tornare subito indietro; ma la poverina non dà retta, e via. Allora la vecchina ripete: «Torna indietro» con gran voce, e dice: «Io son Maria e la bambina è viva». La donna sbalordita torna a casa, corre alla culla e ti vede la bambina grassa e fiera ridere e trastullarsi. Il miracolo si sparse per Cigoli e per tutti i paesi dintorno, e la gente pose un'immagine della Madonna nel luogo ove alla donna apparì la visione, eppoi vi fabbricarono una cappella, consacrata a Lei ed a S. Rocco. Ma la immagine una notte, abbandonato quel posto, andò a stare da per sé nella Pieve, dove oggi si trova, e fa grazie a mille. In sul partire la Madonna lasciò detto:
«Cigoli luogo, S. Rocco e Michele,
«Che io son Maria avete a sapere».

D'allora in poi ogni anno per la festa della Madonna di Cigoli le mamme fanno una gran processione co' loro bambini in collo, e le burrasche, suonando le campane della Pieve, si allontanano subito dal paese (3).

II.

Quando Gesù e S. Pietro andavano accattando pel mondo, passarono da un campo, dove i contadini vangavano con gran fatica. Da un pezzo non era piovuto, e la terra era arida e dura, né in cielo apparivano le nuvole , ed il sole abbruciava la campagna.
[370] Gesù, mosso a pietà di quella povera gente, disse: «Poveretti, la terra è soda», e quelli risposero: «Si, galantuomo; ma noi speriamo in Gesù che presto ci manderà l'acqua. Gesù tutto allegro li benedisse in cuor suo, e andò innanzi. Cammina, cammina attraversa prati e monti, e vede un altro campo ed altri contadini tutti sudati, che lavoravano con gran fatica. Allora gridò: «Poveretti, la terra è soda e l'acqua lontana», ma quelli arditi accennano col dito le nuvole che salivano nel cielo e rispondono: «Si, ma comincia a rannuvolare, e il Lunario, che non sbaglia mai, mette presto l'acqua. Coraggio e speriamo bene, e voi, galantuomo, non ci venite a rompere il capo con brutti discorsi». E lo canzonarono ben bene. Gesù guardò S. Pietro e gli disse: Questa gente ha più fede nel Lunario che in me; vuo' castigarli; e seguitò il suo cammino. Ed ecco che mentre là dove vangavano i primi cadde ad un tratto un grande acquazzone, senza che prima apparissero le nuvole, e rinfrescò la terra e le piante, là dove vangavano i secondi, spariti i nuvoloni, il sole splendè più di prima, e la terra doventò sempre più secca e più sterile. Tant'è vero che l'uomo deve aver fede in Dio solo.

III.

Ne' tempi antichi, quando Gesù e San Pietro andavano pel mondo in forma di poveri vecchi, capitarono ad un'osteria (e si dice nelle parti di Cusignano) (4), e chiesero da mangiare; L'oste era gobbo e brutto e il Signore guardandolo disse piano a San Pietro: «Bada, ecco uno segnato da me». Dopo mangiato, Gesù e S. Pietro chiesero il conto, e il gobbo maligno subito lo fece salire a 50 franchi, ma il Signore, senza scuotersi a quel rubamento, tirò di sotto il mantello una sacchetta piena di monete d'oro, e pagò senza fiatare. L'oste frattanto, sbirciata la sacchetta, e persuaso che i due vecchiarelli sotto i poveri vestiti nascondessero [371] un gran tesoro, preso dall'avarizia, tirata da parte la moglie, le disse: «Hai veduto i vecchietti, quante monete hanno in quel sacchetto? Quando saranno andati via, vuo' andar loro dietro, e aspettarli nel bosco e portarglielo via». Ma Gesù colla sua divina sapienza aveva letto nel cuore del ladro, e uscendo, con una scusa, si fece seguire da lui per un bel pezzo di strada. Perduta di vista l'osteria, egli ad un tratto si ferma, si volta e con un segno della mano fa diventare l'oste un somaro, e se lo tira dietro per la cavezza fino alla casa di un tale che teneva gli asini.
Appena arrivato dà una voce e chiama l'asinaio, e lo prega per amor di Dio a custodire quell'asino fin tanto che non fosse ripassato a riprenderlo. «Mettetegli, così disse il Signore al guardiano degli asini, sempre soma doppia, e dategli doppie bastonate e metà di mangiare». L'asinaio non intese a sordo; caricava doppia soma al poverino, e gli dava sempre una tempesta di legnate. Ma, meraviglia delle meraviglie! mentre gli altri tre ciuchi del nostro galantuomo ben trattati e ben pasciuti andavano deperendo a vista, il miracoloso somaro, malgrado i digiuni e le bastonate, andava un giorno più dell'altro doventando sempre più grasso e più lustro di pelo. Allora il guardiano pensò di fare un tiro al vecchio che glielo aveva affidato, e cioè dare a lui uno dei tre asini secchi, e tenersi il grasso. Un bel giorno eccoti il vecchino di ritorno, cioè nostro Signore a richiedere la bestia, e il guardiano, dopo averla rimpiattata, facendo lo gnorri gli presentava subito i tre asini magri, dicendo: «Dev'essere fra questi, prendetela»; ma Gesù chiamò l'oste trasformato in ciuco per lo antico suo nome, ed egli pian piano eccotelo uscir fuori dal luogo ov'era rimpiattato, rispondendo con voce umana: «Eccomi qua, son pronto ». Ora il Signore, lasciato il perfido asinaio rintontito e confuso, si partì coll'asinello, e tornato all'osteria, trovò la donna dell'oste tutta in pianto. Le domanda che abbia, e lei, disperata, risponde che ha perduto il marito, né sa più dove sia. Gesù mosso a compassione con un segno della mano fa ritornare il somaro nella forma d'uomo, e così rende lo sposo alla poverina, dicendo: «Lui ha già scontato il castigo che meritò per aver voluto derubare [372] e mettere in mezzo il Signore. Restate in pace», e, manifestatosi per il vero Dio, tutto ad un tratto sparì (5).

IV.

Su poggi di S. Quintino
(6) v'è un podere, e in questo podere una piaggia. Ogni anno, nella stagione della raccolta ci si forma una bufera e ci si rovescia una grandinata spaventosa che distrugge tutta la raccolta, grano, viti, olivi. È un castigo ed una maledizione divina per un gran peccato che nei tempi antichi ci fu commesso. Gesù e S. Pietro, poveri e vecchiarelli, se ne andavano pel mondo: cammina e cammina, arrivarono su quella collina stracchi e trafelati; li videro i contadini di lì, e ammiccandosi, gridarono: «Dagli, dagli a quei vecchi accattoni, gabbamondo scarpatori (7), che vanno in giro rubacchiando per le campagne». E li tirarono terra e sassi e bastonate. S. Pietro si volta allora al Signore e gli dice: «Signore, su, date un bel castigo a questi birbanti». Ma Gesù, con pazienza, continuò piano piano il suo cammino, e rispose: « Lasciali fare, in questa piaggia non ci sarà mai bene». E andò via. D' allora in poi ogni anno a raccolta la grandine viene a far vendetta del Signore, e la mortalità distrugge anche i bestiami di quel podere (8).

Giuseppe Rondoni.

NOTE
(1) V. G. Conti, Storia del SS. Crocifisso di S. Miniato, e G. Rondoni, Memorie storiche di S. Miniato al Tedesco.
(2) Altri narra che la donna fuggiva per andarsi ad affogare. La storia della Madonna di Cigoli corre anche oggi stampata per le mani dai contadini; ma il nostro racconto offre presumibilmente la versione più antica.
(3) Qualche mitologo, notando che la Vergine che salvò la donna dalla persecuzione, salva dalle burrasche anche il paese da Lei favorito e rappresentato qui in certa guisa dalla povera Cigolese, potrebbe in questo particolare trovar forse una nuova conferma del significato primitivo della celebre leggenda della sposa o della donna infelice, che avrebbe appunto, com'è noto , per suo fondamento un mito celeste.
(4) É una parrocchia del Comune di S. Miniato sulle colline della Val di Evola.
(5) Questa metamorfosi fa subito pensare all' Asino celebre di Apuleio, e forse non essenza qualche legame con un episodio del Vangelo Arabo, secondo il quale la sacra famiglia fuggendo in Egitto trova in un villaggio tre fanciulle in pianto, perché il loro fratello era stato trasformato in mulo da una maliarda. Gesù lo fa tornare nel pristino stato.
(6) È una fattoria nel Comune di S. Miniato, sulla cima di un'erta collina.
(7) Si chiamano così i ladruncoli campestri.
(8) Questa novellina si può ricollegare al ciclo delle leggende sull'Ebreo Errante, ed ai mitologi può anche apparirne una trasformazione lontana.

sabato 1 marzo 2014

L’IDILLIO DELLA MADONNA DI CIGOLI

a cura di Francesco Fiumalbi

Su segnalazione dell’amico Alexander Di Bartolo, a cui va un sentito e sincero ringraziamento, di seguito è proposta un’interessante pubblicazione sotto forma di idillio. E’ dedicata alla “Madonna di Cigoli”, la venerata immagine medievale che si conserva nel Santuario di Maria Madre dei Bimbi.
Il testo, almeno nella sua prima stesura del 1837, risulta anonimo, non firmato. Una seconda edizione (non datata!), è stata erroneamente attribuita alla baronessa Elena Morozzo della Rocca (1852-1923), moglie di Giorgio Sonnino (il fratello di Sidney), che aveva fissato la propria dimora nella Villa di Castelvecchio attorno al 1880. La baronessa non fu, dunque, l’autrice della composizione, ma il suo nome compare nella riedizione come una "dedica" per un non meglio specificato "merito singolare".
Il marito della baronessa, Giorgio Sonnino, era di famiglia ebraica e la stessa figlia della coppia, Margherita, nata a Firenze nel 1873, abbracciò inizialmente la religione ebraica, per poi diventare valdese ed infine cattolica. Non è quindi da escludere che Elena Morozzo della Rocca, si fosse particolarmente distinta nell'ambito della parrocchia cigolese, rivendicando in qualche modo la sua appartenenza alla fede Cattolica e, molto probabilmente, era anche sinceramente devota alla “Madonna di Cigoli”. Purtroppo, allo stato attuale degli studi non possiamo affermarlo con certezza, ma proprio nella seconda metà dell'800 la chiesa di Cigoli venne allungata di una campata e fu realizzata la nuova facciata che ancora oggi si vede. E' assai probabile che la facoltosa baronessa avesse destinato una somma consistente per l'operazione edilizia, tanto da muovere la gratitudine del popolo cigolese, che le dedicò la ristampa dell'opuscolo. Questa è soltanto un'ipotesi, ma sappiamo che in quegli stessi anni si verificò la "scissione" della chiesa di Ponte a Egola e il grosso dei parrocchiani venne a mancare. Quindi l'allungamento della chiesa e la nuova facciata dovettero godere di introiti "straordinari", che solo una persona davvero benestante poteva sostenere.
Questa seconda edizione è visibile anche sul sito del Santuario di Cigoli.




[01] NARRAZIONE POETICA
D’UN INSIGNE MIRACOLO
OPERATO DALLA SANTISSIMA
VERGINE DEL ROSARIO
CHE SI VENERA
NELLA
CHIESA PIEVANIA DI S. GIOVANNI
A CIGOLI

SAMMINIATO
PRESSO ANTONIO CANESI
1837

[03] I.
Donde al turbato spirito
Improvvisa brillò fulgida luce?
Chi guida il piè sul florido
Sentier beato che a sperar conduce?
Sei tu, Maria, la bella
Di pace apportatrice amica stella.

II.
Di tua pietade un raggio
Sperde la nebbia dell’incerta mente,
E sotto la gran’egida
Mi guida, cui sostien tua man possente,
E all’ombra sua gradita
I tuoi portenti a celebrar m’invita.

III.
Si sciolga all’ara un cantico
Che della tua pietà le laudi suoni,
Onde la speme, i miseri
Figli del pianto mai non abbandoni,
E vivo in ogni petto
Per la Vergine pia sorga l’affetto.

[04] IV.
Nel suol che nome all’inclito
Artista diè, che con ardito ingegno
Destò le menti languide
A più sublime, e glorioso segno (1),
Si venerava un sacro
Della Dica del Ciel pio simulacro.

V.
Pietosa era l’Immagine
E quale un dì comparve al pro’ Gusmano:
Avea le cinque Decadi
Di rose inteste nella destra mano,
E sui labbri il sorriso
Che rallegra i celesti in Paradiso.

VI.
Devoto antico Tempio (2)
All’Imago fornìa fido ricetto:
Ivi la mesta vedova
Si consolava del cambiato affetto,
E al Cielo ognuor propizio
Generoso del cor fea sacrifizio.

VII.
Offriva i primi palpiti
La donzelletta, e il verginal candore;
E dall’immondo spirito
Maria ne serba immacolato il fiore,
Che cresce intatto in seno
Siccome rosa nel natìo terreno.

[05] VIII.
Di tenerezza lacrime
Versa dal ciglio il vecchiarel canuto,
Mentre con voce tremula
Scioglie dai labbri il verginal saluto,
E con man pure inserti
Di dieci rose offre odorati serti.

IX.
Se nelle cupe viscere
Della terrestre mole anima, e incita
L’ira del Ciel terribile
Dei zolfi ardenti la virtù sopita;
Se lue maligna apporte
Sulla tomba del padre al figlio morte;

X.
Se tempestosa grandine
Urta le messi, e i grappoli flagella;
Se i nembi aduna, e suscita
Lo spirito animator della procella,
Corre a Maria, smarrita
La fedel turba a domandarle aìta.

XI.
E in Lei fidando, sorgere
Sente nell’alma la novella speme,
Vede sparire il turbine,
E il rio presagio di miserie estreme,
E con serena fronte
Ricomparire il Sol sull’orizzonte.

[06] XII.
Della pietosa Vergine
Si diffondean così gli alti favori,
Tal per la Madre amabile
Crescea l’amor negli infiammati cori,
Che dei portenti al grido
Accorrea d’ogni banda il popol fido (3)

XIII.
E chi porgeva suppliche
Pei dì felici dell’antico padre;
E qual colmo di giubilo
Grazie rendea per la salvata madre;
E chi con cuor devoto
Sciogliea fedele a piè dell’ara il voto.

XIV.
Ma chi maggior di grazie
Di quel che a te donò, cumulo ottenne,
Donna, dalle cui lacrime
Della gioja verace il dì provenne?
E chi più grato sia
Alla bella d’amor Madre Maria?

XV.
Presso le rive floride
Cui bagna il Roglio colle placide onde,
Ove tranquilla, e limpida
L’Era le accoglie, e colle sue confonde,
Soggiorno avea di morte
Moglie infelice di crudel consorte.

[07] XVI.
Due volte al sen la misera
Delle viscere sue si strinse il frutto;
Due volte, ahimè! Funerea
N’ebbe cagion d’interminabil lutto;
Che freddi i figli accanto
Sull’alba si trovò sordi al suo pianto.

XVII.
E invan d’amari gemiti
Empie ogni loco, e al Ciel si lagna invano:
E già s’insinua tacito
Crudel sospetto nel marito insano,
Che a lei sperar non giova
Conforto in terra, se su in ciel nol trova.

XVIII.
Ma intanto oh Dio! La misera
Ha grave il grembo di novello pondo;
E le minaccia il barbaro
Consorte in suon di sdegno furibondo,
Se il figlio avvien che mora
Avrà tomba con lui la madre ancora.

XIX. Geme al seral annunzio
Né trova la meschina al duol conforto:
Talor nel sonno sembrale
Nel silenzio di morte il figlio assorto,
E un rio presentimento
Pianger la fa qual se già fosse spento.

[08] XX.
Alfin l’amaro termine
Della nona si compie infausta luna,
E l’innocente pargolo
Gelosamente custodito in cuno
Respira l’aure prime
E in languidi vagiti il pianto esprime.

XXI.
Ma pochi appena scorsero
Incerti giorni, che la madre amante,
Mentre s’affretta a porgere
L’alimento del petto al caro infante,
Lo trova inutil peso
Sulla gelida culla esangue steso.

XXII.
E invan d’amare lacrime
Lo bagna, e tenta richiamarlo in vita,
Che sordo ai lunghi gemiti
Non sente il figlio la materna aita;
E dalla fredda salma
Ben chiaro appar ce dipartita è l’alma.

XXIII.
Lo lascia, e il crin si lacera
Forsennata la madre, e al ciel sospira,
E fugge inconsolabile
Disperata nel duol che la martira;
E correa furibonda
Il suo cordoglio a seppellir nell’onda.

[09] XXIV.
Quando s’avvenne in giovane
Donna di venerando e vago aspetto,
Che la cagion del flebile
Plorar le chiese con pietoso affetto,
Ma sorda ai dolci accenti
Raddoppia la meschina i suoi lamenti.

XXV.
Pur la dolente istoria
Di sue sventure a raccontar s’induce;
E come detestabile
Le comparìa così del Sol la luce,
Che alla crudel sua sorte
Non rimanea conforto altro che morte.

XXVI.
Allor con amorevoli
Voci la distogliea dal rio consiglio,
E le dicea che barbaro
Il Ciel non è quando percuote un figlio;
E come il ben sovente
In sen della sventura ha la sorgente.

XXVII.
Così dicendo, riedere
La fea men trista a riveder la spoglia
Del caro estinto pargolo;
Ma giunta appena sull’infausta soglia,
L’idea del dolce pegno
L’arresta, e del marito il crudo sdegno.

[10] XXVIII.
Pur singhiozzando ascendere
Con violento piè le soglie puote,
E riveder l’esanime
Figlio giù steso colle labbra immote
In braccio alla vezzosa
Consolatrice del suo duol pietosa

XIX.
Che al sen lo stringe, e l’alito
Gli infonde in petto che mantien la vita,
E nella salma immemore
L’alma richiama ch’era dipartita,
E il figlio in lieta faccia
Rende risorto alle materne braccia.

XXX.
Or di quell’alma il giubilo
Ridir mi sappia chi di madre ha il senso;
Miracol fu che all’impeto
Regger poté di quel piacere immenso;
Che alla rara dolcezza
Di vera gioja il cor non mai s’avvezza.

XXXI.
Voci non ha che esprimano
Suoi grati sensi, e quel non più sentito
Del sen tenero palpito
Che al duol succede ond’era il cor sopito:
Deh dimmi, alfine esclama
Chi da morte col figlio or mi richiama?

[11] XXXII.
Il suol che Ceuli appellano
Ho il mio soggiorno, e me noman Maria:
Disse; e qual nube candida
Che si dilegua per l’eterea via
Le scomparì dal ciglio
Colei che la salvò dal rio periglio.

XXXIII.
Muta rimase, immobile
La donna allor col fanciullin risorto,
Che d’infantili grazie
Alla madre porgea novel conforto:
Riscossa alfin, giuliva
Esaltò la pietà della sua Diva.

XXXIV.
E l’alba appena sorgere
Vide dell’altro dì, che in traccia volse
Di Lei che dalle squallide
Fauci di morte il figlio suo ritolse:
Nell’ansiosa mente
Lieta di rivederla, e impaziente.

XXXV.
Giunge al Castello; interroga
Ove sia donna che Maria si appella (4)
Né mai sì venerabile
Trovo sembiante, né pieta sì bella
Che traluca dai cigli
Né volto sì gentil che a Lei somigli.

[12] XXXVI.
Intanto in folla il popolo
D’intorno accoglie di saper desìo:
E al pio Pastor l’annunzio
Ne giunge, che i lpensier rapito in Dio,
La vide… e a te chi sia
Io io gridava additerò Maria.

XXXVII
Così dicendo al Tempio
Seco la trasse, e genuflessa all’ara,
porgi devota supplica
A Lei che consolò tua vita amara;
Sì dicce, e il sacro velo
Tolse alla Bella che innamora il Cielo.

XXXVIII.
Al folgorar del vivido
Propizio sguardo, alla pietà del viso
La donna, ah! non più misera
Sei tu, gridò, sei tu, ben ti ravviso
Madre del bello amore,
Che porgesti conforto al mio dolore.

XXXIX.
Deh! tu la lingua accendimi
Di tua pietade a celebrar la gloria,
Onde le genti imparino
De’ tuoi portenti la pietosa istoria;
Ma pria m’infiamma il petto
Augusta Diva di celeste affetto.

[13] XL.
Proteggi, o bella Vergine,
La madre, e il figlio che al mio sen rendesti;
Tu che su questo popolo
Copia diffondi di favor celesti,
Tu ch’ogni freddo core
Scaldi alla fiamma del divino amore.

XLI.
Molle di calde lacrime
Tornò l’avventurata al patrio lido,
Che la verace istoria
Ne tramandò dei figli alla memoria.

XLII.
Deh! se propizia o Vergine
Tu fosti ai prieghi dei devoti figli,
Ci salva or dai terribili
Dello spirto d’abisso orridi artigli,
E sciolto il mortal velo,
Ci guida, o Madre, a benedirti in Cielo.

[14] NOTE:

(1) Da Cigoli ove sortì i natali, prese il cognome l’insigne Pittore Lodovico Cardi di famiglia Samminiatese. Egli fu il primo che nell’infievolimento in cui l’entusiasmo pei grandi modelli aveva ridotto la Scuola Pittorica di Firenze, nel XVI secolo troppo ligia di servili imitazioni, destò la Nazione a uno stile più nobile, e originale. (Almanac. Degli Erud. Tosc.)

(2) La Chiesa di S. Giovanni a Fabbrica prossima a quella attualmente distrutta di S. Andrea a Bacoli, rammentata nella Bolla del Pontefice Celestino III spedita li 1194 al Preposto di S. Genesio, mentre la Parrocchia di Castelvecchio (S. Michele del Castello de Ceulis) faceva parte fino da quella età del Piviere di Fabbrica. (Repetti Dizion. di Toscana)

(3) Nel Secolo XIV l’immagine della Venerata Annunziata divenne pei Fiorentini l’oggetto più caro della loro devozione. Innanzi ad Essa riscosso aveano un culto speciale l’Immagine di S. Maria da Cigoli ec. (Sacchetti Lett. A Jac. del Conte)
E il medesimo scrivendo di certo Tommaso di [15] Luigi de Mozzi andato per voto a Cigoli, così si esprime «E fu un tempo che a S. Maria da Cigoli ognuno accorrea». (Osservatore Fiorentino)

(4) Richiesta la S. Vergine qual fosse il suo nome, e qual Paese abitasse; io mi chiamo, rispose, Maria, ed abito a Cigoli accanto a Rocco, e Michele: i due titoli delle due Chiese in mezzo a cui è posta la Chiesa di S. Giovanni a Fabbrica, ove a riconoscere la sua Benefattrice condusse il Parroco quella Madre fortunata, e a render grazie a Maria per quelle molto maggiori che da Essa avea ricevute. (Tradizione Popolare)
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