sabato 2 maggio 2015

LA LAPIDE COLLOCATA IN CATTEDRALE NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE

di Giuseppe Chelli

PREMESSA
Le epigrafi poste sulla facciata del Municipio, dedicate alla strage avvenuta il 22 luglio del 1944, hanno sempre destato motivo di scontro all’interno della comunità sanminiatese, con inevitabili riflessi tra le formazioni politiche in cui essa si riconosce. Dapprima con l’apposizione della prima lapide, quella del 1954, successivamente con l’accostamento della seconda nel 2008 e, infine, con la rimozione di entrambe il 9 aprile scorso.
C’è invece una lapide, forse sconosciuta ai più, che ricompone in una memoria serena e condivisa il ricordo delle 55 vittime dell’eccidio del Duomo. E’ quella appunto che si trova in Cattedrale, voluta dall’affetto a volte desolato dei familiari. Vale la pena di raccontare come avvenne la collocazione, cominciando il racconto un po’ da lontano.

COME PRESE AVVIO L’INIZIATIVA
Sfollata all’Ontraino, per fuggire dai bombardamenti americani, c’era la famiglia di Ugo Guerra, professore di educazione fisica a Pisa. La famiglia era composta dai coniugi e da tre figlie in tenera età. A metà luglio del ’44 i cinque sfollati dovettero venire via da Ontraino, come del resto tutti gli altri abitanti, a causa dello sfollamento forzato voluto dai tedeschi lungo la fascia di terra compresa tra l’Arno ed il rialzo ferroviario. Il 22 luglio anche la famiglia Guerra finì in Duomo, dove trovò la morte il capofamiglia Prof. Ugo.
La situazione familiare della sig.ra Guerra, rimasta sola con tre bambine da accudire, non le permise forse di seguire le vicende della sepoltura del marito, di cui se ne persero le tracce. L’impossibilità per i figli Guerra di non avere neppure un marmo su cui piangere la morte del padre aumentava l’angoscia che il tempo non sapeva lenire. Si decise Isa, la figlia più grande, a fare qualcosa di concreto nel cinquantesimo anniversario. Si presentò al Vescovo Mons. Edoardo Ricci a cui raccontò la vicenda e gli chiese di poter mettere una lapide in Cattedrale col nome del padre. Il Vescovo dette il suo consenso.
Venuto a sapere dell’iniziativa di Isa, da Piero Lotti, mi incontrai con lei e si convenne di collocare in Duomo un marmo con tutti i nomi dei caduti. Il Vescovo fu d’accordo in modo particolare quando gli dicemmo che la lapide avrebbe menzionato anche il Capitolo della Cattedrale. Isa lasciò a me e a Lotti la piena responsabilità e libertà di preparare la lapide, pur  rimanendo costantemente informata.

L’epigrafe collocata in Cattedrale di San Miniato
nel punto della deflagrazione
Foto di Giuseppe Chelli

LA MISERICORDIA, LA SOTTOSCRIZIONE E IL DEFINITIVO ELENCO DELLE VITTIME
Io, a quei giorni, ero Provveditore della Misericordia, che in quel tragico luglio ‘44 aveva accolto nel suo giardino molte vittime, lì provvisoriamente sepolte. Mi parve opportuno coinvolgere l’Istituzione a promuovere “una libera sottoscrizione” per rendere partecipi tutti coloro che volessero “che la memoria ed il ricordo delle vittime non andassero dispersi”.
Cominciava, per me, il lavoro più delicato: individuare esattamente il numero ed i nomi delle vittime. Alcuni elenchi riportavano 58 nominativi, altri 55, altri ancora 56 o 57. Cercai di ritracciare eventuali parenti aiutato in questo da tanti concittadini che mi fornirono indicazioni, a volte risolutive. Intanto il manifesto, preparato per informare la popolazione di tutto il comune, aveva toccato la sensibilità direi di tutti. Non fu raro che venissi fermato per strada da semplici cittadini e pensionati che volevano essere “presenti” con il loro contributo lasciando anche 500 lire con un certo pudore per non poter “far meglio”.
La ricerca del numero esatto durò molto tempo e quando parve definitiva Alberto Lotti, compilò graficamente il prototipo della lapide, da me scritta.
Il caso volle che Don Ezelino Arzilli, ebbe modo di vedere il prototipo della lapide e si accorse subito che il nome della mamma era indicata due volte: una volta col nome da sposata, un’altra con il nome da ragazza. Fu l’input a riesaminare ogni nome: scoprimmo che negli elenchi  figuravano tre nominativi col cognome da sposata e da ragazza. Ciò ci permise di fissare sicuramente il numero delle vittime a 55.

Il documento con cui la Misericordia
informava la cittadinanza dell'avvio dell'iniziativa
Archivio Ven. Arciconf. Misericordia di San Miniato

IL COMUNE
Quando sembrò di essere pronti il Canonico Simoncini chiamò  me e Piero Lotti per comunicarci la richiesta del Sindaco di scrivere sulla lapide anche il nome del Comune. La mia risposta fu tassativa:  si, a condizione che venisse tolta la lapide dalla facciata del Palazzo Comunale. Il Simoncini cercò di convincermi. Io fui irremovibile al punto di mandare tutto a monte e ripiegare sulla lapide col il solo nome di Ugo Guerra. Non c’era coerenza tra le ragioni della lapide del Comune e le motivazioni della lapide dei familiari. Il riferimento  invece alla partecipazione della  Cittadinanza lo ritenni coerente e doveroso per come privati, Enti pubblici, Associazioni avevano accolto l’iniziativa e avevano contribuito alle spese. Con la supervisione di Don Luciano Marrucci, per il nulla-osta del Capitolo, la lapide venne compilata nel marmo nella versione corrente. In tutta risposta il Comune eresse la Colonna in cotto, ancora sul piazzale del duomo.

La "colonna" con il relativo "braciere" opera di Silvano Bini
eretta in Piazza del Duomo dal Comune di San Miniato nel 1994
Foto di Francesco Fiumalbi

L’INAUGURAZIONE E IL “BENE PERPETUO”
La lapide fu solennemente inaugurata dal Vescovo Ricci al termine della Messa di suffragio il 22 luglio 1994 con la presenza del Sindaco, di Associazioni ed Enti e di una moltitudine di persone.
A conti fatti, pubblicai sulla stampa il resoconto economico:
Entrate :        da Associazioni                       £ 2.549,000
                        da Privati                                  “    655.000    
                        da Familiari e parenti            “ 4.020,000
Totale                                                               £ 7.224,000

Uscite  :          Lapide                                      £ 5.750,000
                        Messa in opera                        “    479,000
Totale                                                               £ 6.229,000

Avanzo                                                                £. 995,000

Con l’avanzo ( arrotondato a un milione) fu  costituito presso la Curia Vescovile di San Miniato un fondo per il “Bene Perpetuo” per la celebrazione di una Messa in suffragio dei caduti nel giorno 22 luglio di ogni anno ( ricevuta n.46 del 6 ottobre 1994 per legato Vittime del Duomo).
Nell’archivio della Misericordia al fascicolo.” Atti del 50° dell’eccidio del Duomo” è conservata la documentazione dettagliata delle entrate e delle spese e copie del manifesto, del prototipo della lapide composto da Alberto Lotti e scolpita da Franco Del Bubba.


Il documento che attesta il pagamento del "bene perpetuo"
da parte della Misericordia alla Diocesi di San Miniato
Archivio Ven. Arciconf. Misericordia di San Miniato

Il resoconto economico e i ringraziamenti nel registro delle delibere
Archivio Ven. Arciconf. Misericordia di San Miniato


venerdì 1 maggio 2015

22 LUGLIO 1944 - LA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO



In questa pagina sono raccolti in ordine cronologico tutti i post su Smartarc relativi alla Strage del Duomo, sulle lapidi e sul dibattito storico:

[12 giugno 2011]

[18 luglio 2012]

[19 luglio 2012]

[21 luglio 2013]

[22 luglio 2013]

[8 giugno 2014]

[18 luglio 2014]

[24 luglio 2014]

[9 ottobre 2014]

[28 dicembre 2014]

[9 aprile 2015]

[18 aprile 2015]


[17 luglio 2015]
PAOLO PAOLETTI: ULTERIORI CONSIDERAZIONI SUL CANNONEGGIAMENTO AMERICANO CHE PROVOCO' LA STRAGE DEL DUOMO





giovedì 30 aprile 2015

L'ORTO DI NONNO NUTI - Racconto di Giancarlo Pertici

↖ RACCONTI DALLO SCIOA

di Giancarlo Pertici

L'ORTO DI NONNO NUTI

Doveva essere uno dei primi "Racconti dell'orto". Invece è venuto solo ora, anche se è pronto da un po' di tempo. Dedicato a coloro che gradiscono il mio stile, anche se il racconto non è certo breve. Le foto che lo accompagnano sono proprio dell'orto di “oggi” e alcune di fine anni '40.

Io non li conto mai quei primi scalini. I primi... così alti! li devo scendere, per forza, mano nella mano a nonno, che con estrema prudenza si sorregge alle pareti che “strozzano” quasi quella rampa, talvolta a marcia indietro, mentre con una mano mi guida, scalino per scalino. Nonno Nuti dice che sono più di cento. CENTO!? Sono veramente tanti! Non li so neppure contare io. – Non guardare giù! Stai attento a dove metti i piedi e a questo scalino rotto – Mentre, mi solleva quasi – Stasera lo dico al tu' babbo, che domenica venga con un po' di calcina ad aggiustarlo – Ce n'è sempre qualcuno rotto ed è così che mi introduce nel suo mondo esclusivo, il suo orto, di cui è geloso. Né Corinna, né mia madre osano avventurarcisi senza il suo consenso. Solo mio padre, qualche volta, alla domenica, l'aiuta a vangare o a zappare, il Nuti oramai ben oltre gli 80, come oltre cento sono quegli scalini, che sembrano anche di più, quando si scendono tutti fino in fondo, senza prender fiato.

Così è, quando è la volta di raccogliere “carciofini”, fine primavera o inizio estate, per farne “sottaceti”, iniziando proprio dall'ultimo campetto, ultimo livello prima del muro che separa dalla valle di Gargozzi. Quasi un rito, che si ripete ogni anno, perlustrando ogni terrazza per quei carciofi che crescono sul bordo esterno, sull'orlo del ciglione. Una sottomisura, buona solo per sottaceti, riserva per l'inverno, che Corinna, mamma, Livia e Irma, preparano, un carciofo alla volta, scartando le foglie dure, scorciandone il gambo, mondandoli dei filamenti, tagliandone le punte fino a lasciare solo “anima tenera”, pronta ad un tuffo nell'aceto in ebollizione. Pochi minuti, mentre nell'aria si espande quel profumo, invitante a smuovere l'appetito, che l'aceto emana, in infusione con pepe, chiodi di garofano e altri aromi ancora: ricetta segreta di Corinna. Ce n'è sempre per tutti, in vasi di più grandezze e più misure, compressi e ricoperti in olio o in aceto. Poi tappo in sughero se c'è, o carta oliata fermata a cappio doppio con filo cerato, vanno ad arricchire ogni anno le nostre tavole nei giorni delle feste, iniziando già dai Santi per finire a Natale. E non solo sulla nostra tavola ma anche su quella di Livia, la mia nonna Livia, e su quella di Irma.

Quando si è alla fine di settembre, sono cestini di vimini, piccoli panieri, ma anche secchi e mezzine, colmi di ciocche d'uva, quelli che noi bambini portiamo, uno per volta, su per quelle scale, fino al giardino da dove ci si affaccia, appoggiati ad una ringhiera in ferro, sull'orto di Nonno Nuti. È il contributo di noi bambini di casa – mio, di Berto, di Anna, di Maurizia e di Giancarlone –  ad accompagnare le stesse rituali gesta che, ogni anno, fanno da cornice alla vendemmia. È la raccolta dell'uva da quella pergola che adombra l'intera rampa delle scale, e che costeggia e adorna l'altissimo muro di cinta che separa tra loro, gli orti, quello delle Suore di San Paolo e quello di Casa Vannini: l'orto di Nonno Nuti. Orti generosamente esposti al sole di mezzogiorno, verso la valle di Gargozzi, in quella parte di San Miniato conosciuta come "Sciòa". Catena umana su per quelle scale ripide in mattoni, di cui noi bambini, mai soli, facciamo parte, mentre il mi' babbo, nonno Lillo e nonno Musolino, raccolgono le pigne penzoloni.

Tutta uva nera o quasi, maturata anzitempo, esposta com'è a “pomatta”, al riparo dai venti di tramontana e dai rigori dell'inverno. Pergola vecchia, che abbisogna di decisa potatuta a ridurre volume e legno, e che, proprio per questo, dona uva in quantità, ma di gradazione minima, buona solo per “acquetta” o per “mezzone”, secondo i gusti delle donne, del Nuti e di noi bambini. Rito, quello della vendemmia, che, da un orto all'altro, da una vigna all'altra, attira e riunisce le braccia disponibili, in un aiuto reciproco che si rinnova di anno in anno come succede per la battitura del grano. Ma per il resto dell'anno, niente intrusioni! Nonno Nuti non lo dice apertamente, ma non ci vuole né nipote, né bisnipote tra i piedi. Nessuna donna a "pesticciare", come invece, in ogni momento e senza limiti, è consentito al suo “puttero”. È così che mi chiama, quando si riferisce a me.

Ed è così che, passata la vendemmia, l'Orto torna libero da intrusioni o invasioni anche se di aiuto. Ma mai soli ci sentiamo. Assistiti, a volte osservati, altre spiati a distanza da sguardi, da ammiccamenti; talvolta raggiunti da commenti, da consigli dispensati attraverso quelle finestre, spesso spalancate, che si affacciano sull'orto.
Tetta, già in su con gli anni, figlia e nipoti che vivono a Roma, non si vede quasi mai. Quando si affaccia alla finestra della cucina, ultimo piano, l'avverti subito quel suo borbottio indistinto. Certamente sta dicendo male di qualcuno! Ma non ti fa capire di chi, neppure quando sputa sentenze o sparge accidenti a destra e a manca. La senti anche se sei in fondo all'orto. Quando poi, alla sera in quelle aiuole del giardino, è il momento di dare l'acqua all'insalata, ai fiori e agli odori, diverso il suo accompagnamento, quel suo... Tata tata tarata, tata tata tarata, tata tata tarata... ben scandito e ripetuto all'infinito, frutto della percussione di un mestolo vecchio, manico lungo a mo' di "bacchetta", sulla vecchia tavola di cucina, chiamata a fungere da "gran cassa". Suono sottolineato e accompagnato da un residuo verso labiale – oramai sdentata – dapprima flebile, poi sempre più sonoro, come a voler sottolineare la giusta tonalità e scandire il tempo, per una melodia che, ignota, frulla solo nella testa di Tetta. "Musica" che può durare anche fino a tarda notte.

A me... lì con l'annaffiatoio in mano... detta i tempi e anche la giusta dose per ogni vaso, per ogni aiuola. A nonno Nuti suggerisce invece accidenti e convenevoli che mi fanno sempre sorridere. Solo il mi' babbo, brandendo un manico di scopa contro il soffitto di cucina, riesce a ridurre Tetta al silenzio, non al primo tentativo ma con pazienza ed insistenza. Altra musica quella di Primetta che si capisce bene contro chi si scaglia ogni giorno, dall'ultimo piano, da quella soffitta, come fosse un pulpito. Ce l'ha con i suoi nipoti maschi. Sembra che abbiano combinato sempre qualcosa di male. Peste e corna per tutti e due: Berto e Giancarlo. E siccome non basta, interviene anche Gina, la zia, a rincarare la dose. Mentre per Anna, la femmina, lodi, benedizioni, e non solo, sempre cercata e invocata... come un disco rotto che gira all'infinito... "Annaaa... Annaaa... Annaaa... ". Richiamo insistito che si interrompe solo quando Anna si fa vedere, alza la testa dal gioco del momento, e saluta o risponde. Iole, invece, dalla finestra posta al mezzanino a ridosso casa Vannini, quando si affaccia lo fa con garbo. Mai alza la voce, sempre gentile, non solo verso Corinna e il Nuti, ma anche verso noi bambini. Io l'ho sempre avuta in simpatia, non solo per la sua altezza minima, ma anche per le ricette che insegna anche a mia madre, e per il suo giardino, che lo si nota per la cura quasi maniacale dei fiori, i suoi gerani sempre in fiore. Livia, dall'altro lato, oltre a chiacchierare con Corinna del più e del meno, evita di rispondere alla cognata (Primetta) mentre si preoccupa invece di sapere e verificare se noi bambini siamo a portata di voce, se stiamo bene o se abbiamo bisogno di qualcosa e se abbiamo fame. E' solo dopo, che scende nell'orto a governare le sue nane.

La domenica, quasi sempre, è il mi' babbo, che armato di zappa e vanga prepara il terreno per la semina, rincalza le patate, zappetta cipolle, baccelli, pomodori. Compito questo, quasi esclusivamente suo, mentre mi insegna e lascia che l'aiuti; Nonno Nuti a fare altro. Se è tempo dei pomodori, dopo la messa a dimora delle piante, iniziano i lavori che contano. È il mi' babbo che prepara le canne. "Prendi quei giunchi che sono a bagno in quella conca!" Io eseguo alla lettera, mentre nonno Nuti, lentamente, mi mostra come legare le canne fino a formare una capanna "Vedi come si usano i salci! Non ci sono nodi da fare, bisogna avvolgere le punte di questo salcio, nei due versi opposti utilizzandone l'elasticità: gli estremi si stringono a vicenda" – Quando è la volta di fissare i pomodori alle canne, prende una matassa – "Questa è rafia, me l'ha portata il tuo babbo. L'ha fatta lungo l'Enzi in fondo a Gargozzi. Ci vuole la rafia per legare i pomodori e non danneggiarli". A volte un semplice nodo, altre una sorta di cappio a tenere la pianta stretta alla canna. Quando è la volta della stallatura, un po' ci pensa nonno, un po' la fa fare a me perché impari. "È in questo punto, tra il fusto e il ramo, che spuntano i polloni. Sempre e solo negli stessi punti. Appena sono maneggevoli, vanno tolti, altrimenti la pianta fa solo frasca, magari tanti fiori ma non pomodori." Imparo facile, sono anche svelto, come dice nonno. La prima volta, credo, avrò avuto forse 7 anni, veramente fiero del lavoro imparato e fatto. Il giorno dopo a dare il ramato, preparato apposta in un conchino dove la sera prima nonno Nuti spegne delle zolle di rame, la macchina in spalle e io a seguire come un'ombra, da una proda all'altra, fino anche alla pergola.

Nei pomeriggi d'estate, se non siamo in giro da qualche parte, siamo nell'orto. Se scocca l'ora della merenda, il sole alto nel cielo, troviamo rifugio e refrigerio all'ombra della pergola, a ridosso dell'ultimo campetto, i pomodori già maturi. Un rito il farne "pane & pomodoro", sale ed olio nascosti in un anfratto del muro, la nostra dispensa. Nonno Nuti preferisce i pomodori “imposti”, è così che li chiama, e se li mangia "a salino". Un cantuccio di pane in mano a fare da piatto e sopra un pomodoro, di quelli grinzosi, diviso in due con sopra una spruzzata di sale. Con il coltellino a serramanico, incide un triangolo di pomodoro e pane, per un morso alla volta. Organizzate come sempre, le formiche sembrano darsi appuntamento a quell'ora nel punto che oramai hanno imparato a memoria. In fila indiana a raccogliere anche la più minuta briciola di pane, il granello di sale. Non ricordo di aver mai sprecato nulla. Un peccato solo la tentazione di buttar via anche un solo morso! E le formiche, in quegli anni, fedeli alleate a recuperare anche l'impossibile. Ed è seduti su per le scale, in quel silenzio assordante che sembra sovrastare ogni altro suono, che diamo ascolto al lamento delle cicale. Si nascondono ogni dove! Non riesco mai a vederle. Eppure sono tante! Sentenzia nonno mentre furtive e silenziose le lucertole e i ramarri, sfrecciano tra le crepe del muro di cinta, a rimpiattino tra la vetriola che in estate sembra ornare a festa il muro di cinta. Se le cicale si zittissero per un attimo... A volte succede! potresti anche percepire il lor sfrecciare veloce, il loro scalpiccio sui mattoni a bollore. Quando è il momento di riprendere il cammino, l'impressione è quasi di pestarle.

Ed è sempre sotto la pergola, che ci rifugiamo, quando a fine estate, vogliamo starcene tranquilli lontani da sguardi curiosi e gelosi, seduti sull'ultimo scalino, appena prima di un pianerottolo, muretto basso di lato come piano d'appoggio, con la Scusa di sgranocchiare qualcosa di buono. C'è sempre qualche scalino sconnesso, un pezzo di mattone smurato che non vuole stare al suo posto. A quell'ora fa comodo per schiacciare le noci di quella pianta che sta sul confine di nonno Musolino. Accanto anche un “fico dottato”. Noci e fichi. Nonno, che tiene sempre il suo coltellino in tasca, apre i fichi. Ripieni non smetteresti mai! Ma alla fine quel mattone ritorna scalino, fino alla volta dopo.

Il giorno che piove e che nell'orto è tutto bagnato, appena spunta il sole, si va a fare chiocciole. Un bel paniere con coperchio, e su e giù per i ciglioni dell'orto. Sono tutte lì a prendere il sole abbracciate ai fili di paleo, tra le foglie dei carciofi, tra la scarola e la lattuga, a fare scorta in quella mensa a cielo aperto. Scorribanda veloce la nostra, dapprima per tutto l'orto, poi anche fuori. Passando dalla porticina di fondo che dà in Gargozzi, ci si immette, lungo il muro perimetrale degli orti, nel vicolo Carbonaio che porta allo “sdrucciolo” vicino alle scuole, accanto al comune. Anche se c'è già passato Musolino e non solo, ce ne sono sempre per tutti! Le chiocciole, appena ha smesso di piovere, sono in libera uscita, a famiglie intere. C'è chi fa solo quelle grosse i Martinoni, e chi invece quelle piccole dal guscio chiaro. Noi raccattiamo tutte quelle che troviamo fino a riempire il nostro paniere: destinazione cantina, alla “purga”, almeno tre giorni. Tocca a Nonno o a Corinna farle in umido.

"L'orto vuole l'uomo morto" – ripete spesso nonno, quando “sente” che è il momento del riposino, sotto la pergola, al fresco, magari schiccolando una ciocca d'uva, la prima che comincia a cambiare, mentre ci raccontiamo. È la volta delle storielle di Tonino o dei ricordi di un bambino di nome Adolfo, di tanti anni fa a Firenzuola. Tonino è un vero disastro! combina sempre qualcosa, a volte mi fa anche ridere. Mai mi lascia senza sorriso coi suoi malestri. Non ho mai capito quanti anni abbia. Ma le storie più belle sono quelle vere, che mi proiettano in quel mondo così lontano di fine '800, tra credenze, usanze e superstizioni. Storie talvolta suggestive ripetute a richiesta. A letto, al buio per volare con la fantasia a quei giorni; ripetute sotto la pergola, ad occhi aperti, a riesumare le immagini formatesi la prima volta, per provare identiche sensazioni, mentre Nonno parla di suoni, di rumori, di odori, di gesta che fanno da cornice e da colonna sonora al racconto e ai fatti .

Questo, me lo raccontò la prima volta a letto; non l'ho mai dimenticato. Ripetuto più volte, a richiesta. È Nonno Nuti che narra: " - Quando ero bambino si viveva in paese, in una casa vecchia, in parte disabitata. Quella parte, al piano superiore, era chiusa da anni. Il mio babbo neppure sapeva chi ne aveva le chiavi. La nostra casa era fatta di sole due stanze, oltre ad un sottoscala con una porticina che dava sulla strada. Era la bottega di "Ciabattino" del mio babbo. Io imparavo il mestiere quando tornavo da scuola. La cucina a piano terra, camino e due fornelli per il carbone, la camera di sopra. Per il gabinetto bisognava scendere in campo; proprio accanto allo stanzino del maiale: il gabinetto con la buca, e un tappo di marmo con una maniglia in ferro. La notte si andava a letto tutti assieme, io nel mezzo a babbo e mamma. Dopo le devozioni, si spegneva sempre la candela per dormire. Ma a una certa ora, una notte mi sveglio destato da strani rumori che provengono dal piano di sopra. Rumore come il rotolare di qualcosa di pesante, poi un colpo sordo, lo schianto contro la parete opposta, infine grida di giubilo. Rumori e grida a ripetizione, con ogni variabile come si conviene ad una partita a Bocce. È proprio questa l'impressione che suscitano quei rumori in me, come pure in babbo che li aveva già avvertiti qualche notte prima, anche se deboli. Quella notte invece durano a lungo, confermati anche dal tintinnare dei vetri della finestra. L'impressione è che qualcuno sia tornato di casa in quella stanza che noi crediamo vuota da anni. Solo nei giorni successivi, qualcuno viene ad aprire quella porta al piano di sopra, dopo che anche quella notte avevamo sentito a lungo le bocce rotolare. Ci sono anche io con babbo! entrambi sorpresi e allibiti davanti a quella stanza stracolma di tutto: vecchi letti, materassi, balle piene di cenci e tante fascine, il tutto ricoperto da un dedalo di ragnatele. Sono anni che non c'entra qualcuno. - " Ora che sono più grande mi racconta anche il finale.

"- Sembra che tutti lo sappiano, ma non noi. In quella casa ci "si sente" da quando, tanti anni fa, proprio lì dentro, è successo una disgrazia. Morto un bambino di pochi giorni, sembra soffocato nel sonno, la mamma si è impiccata ad una trave di quel basso soffitto. Nei giorni successivi arriva il prete; sono preghiere e benedizioni per quello spirito “irrequieto”, per quello spirito “senza pace” di mamma - "che mi riportano a quella volta che, nella chiesa dei Cappuccini, io e nonno Nuti, nascosti dietro ad una bussola, assistemmo all'esorcismo di un indemoniato per mano di padre Giorgio.
Ed ecco! si leva come una "voce", succede spesso prima dell'imbrunire quando la luce calante sembra reclamare silenzio, quasi a voler chetare sensazioni sgradite, per riportare la mente al quotidiano. E Nonno si zittisce. È tensione che si allenta perché, ecco! quella “voce”, improvvisa e gradita, invade l'aria. Suono dolce e melodioso, struggente melodia che sale di tono e di volume. La melodia la riconosco; non sempre è la stessa. È una di quelle che Caponero esegue al violino, di nascosto, in camera sua, finestra spalancata sulla valle a inondare di musica il nostro e gli altri orti, adagiati a più livelli fin verso Gargozzi. È così che quel racconto si interrompe, anche se mancano dei “se”, dei “ma” e dei “perché”.

È la Mimosa che, come musica, nell'aiuola centrale del nostro giardino, attira già a fine febbraio non solo api e vespe, ma anche chi vi si affaccia per aspirare a pieni polmoni profumi e fragranze di primavera e per catturare il tepore del sole generoso di quel versante della valle di Gargozzi. Irma se, prima del rientro in servizio ad inizio pomeriggio, non è così impegnata, a “spiare”, a persiana accallata, chi transita per la strada, mentre aspetta che il caffè passi, si affaccia spesso dall'ampia finestra di cucina sul retro. Le stesse chiacchiere con Corinna. Ma se c'è la mimosa in fiore è la scusa per scendere e coglierne un mazzetto per il centro della tavola. È in quell'aiuola che io, “piccino”, passavo tanti pomeriggi, tra giocattoli o bambole, anche se ricordo ancora con terrore quella volta che, di passaggio, troncai un tulipano o forse un gladiolo. Il primo in fiore di quelli piantati dalla mi' mamma. Mi frizza ancora la mano al ricordo! Me la fece nera! Avrò avuto forse due anni, o anche meno.

Solo in seguito imparo ad usare le mani in modo “utile” e aiuto nonno Nuti, come quando è il momento di raccogliere i capperi. Nel muro a mattoni che delimita la prima terrazza e anche in alcune fessure di quello a confine con le monache, dove crescono indisturbate vecchie piante, alcune anche tra i commenti dei muri a secco. Quasi un rito la raccolta, invocata e guidata da Corinna che partecipa all'operazione, quando c'è da arrampicarsi dove a me non è permesso e neppure a nonno Nuti, per l'età. Con un paio di forbicine, eseguo con precisione il taglio, secondo le istruzioni di Corinna, lasciando intatto il “picciolo”, quella sorta di gambo. Capperi destinati ai giorni di festa, quelli solenni attorno a Natale e a Pasqua, ingrediente insostituibile per crostini, assieme ai fegatini di pollo e di coniglio. Le acciughine sotto sale bisogna comprarle a bottega.

È nello stesso periodo che sbocciano le prime rose. Vanno in boccio presto, molto presto quelle rampicanti che fanno pergola alla terrazza. Profumo intenso. La mi' mamma ne coglie sempre e le tiene a centro tavola, dentro ad una vaso di vetro che gli ha regalato zio Magnino per Natale. E intorno alle rose imparo da subito un gioco facile che mi diverte. È la caccia ai “calanzini”; scarabei dal colore verde dorato che si fanno catturare con facilità. Un po' recalcitranti quando lego loro un filo ad una delle zampe, l'altra estremità ad un polso. Il “calanzino” tende il filo, volteggiando in cielo nel suo girotondo. Ronzio come di un elicottero in miniatura, o così me lo immagino mentre vola fin quando, lui stanchissimo, gli rendo la libertà. Il giorno dopo lo riprendo e lui si lascia di nuovo catturare, vuol dire che anche lui si diverte, se è lo stesso calanzino.

Giardino, quello di casa Vannini, palestra per i nostri primi giochi, liberi di gattonare sul mattonato o sopra una coperta. Ci siamo passati tutti, noi bambini di Casa Vannini, in quello spazio “polivalente” a seconda delle stagioni. Pilloni e conche per lavare a mano il bucato, sotto il sole. L'acqua quella piovana della cisterna, a ridosso dei pilloni. Siamo spesso noi bambini chiamati a fare acqua, con la carrucola a tirare su un secchio per volta. Estate anche tempo di un bagno, immersi nella conca, quella più piccola. L'acqua messa a riscaldare al sole. Sapone bianco di quello bono. È un ricordo il mio senza un inizio, come se i primi bagni li avessi fatti sempre in quell'orto, dentro quella conca, non solo io ma anche tutti gli altri bambini di Casa Vannini. Iniziando da piccolissimi, per finire grandicelli, sotto la pergola - senso minimo del pudore – e seduti sul muretto della veranda, ad asciugare al sole rinvolti in un asciugamano. Solo da grande, il sabato prendevo lo zaino in spalla, la salita del Bagagli per andare ai bagni pubblici “sotto i chiostri”: altra storia.

Immancabile ad inizio di pomeriggio, di ogni pomeriggio, come fosse musica, se sono nell'orto, le sento quelle risate. Si rincorrono divertite, gioiose. Erompono dal di là del muro di cinta, provenienti dall'orto delle suore di San Paolo. Sono le giovani “novizie”, se io sono in giardino le vedo anche, saio leggero, capelli al vento che sfuggono da sotto la cuffia, correre e rincorrersi lungo i vialetti, tra filari di viti e di rose in un bellissimo connubio tra utile e futile. Loro che giocano e si rincorrono, le altre a lavorare. Alcune a governare i maiali, altre a cogliere la verdura, chi a zappare, chi al forno per il pane. Quasi sempre un cenno di saluto furtivo scambiato con la moglie di “Polpino”, in giardino a prendersi cura delle rose che fanno da cornice al muricciolo che si affaccia sul loro orto. Per il resto del giorno quell'orto è avvolto dal più completo silenzio. La Notte abbandonato al suo destino invaso da una miriade di lucciole, nessun bambino ad inseguirle sotto lo sguardo vigile di Civette e cuculi. Il giardino accanto invece è sempre spoglio, “occupato” da decine di gatti appollaiati ogni dove, senza regole, un po' selvatici, come le loro padrone le Bricciche.

Di notte, in estate, l'orto di Nonno Nuti, talvolta si anima, se c'è la luna piena, se il mi' babbo ha la “luna storta” e non riesce a dormire. Allora lo senti e lo vedi, pila in mano, scendere alle ore più impensate quegli scalini armato di zappa e falcino. Lo capisci dal rumore in quale lavoro è impegnato, e dal tono delle “resie”, scherzoso o incazzato, se tutto procede come previsto oppure no! Di regola gli dà di zappa o di vanga attorno ai carciofi, alle patate e alle viti. Ma una notte, di quelle con la luna storta, in un pigiama rosso fiamma, con ai piedi un paio di ciabatte di plastica lo si vede e lo si sente scendere “incazzato”, cristi e madonne, colonna sonora, che ti fanno capire in che punto dell'orto è. Il fruscio del falcino e lo sbattere contro i mattoni, come il cono d'ombra formato dalla pila serrata in bocca, ti fanno intuire che sta falciando lungo le scale, forse erba, mentre il cuculo si zittisce e le lucciole fuggono lontane. Sembra che abbiano paura di lui, fino a quel richiamo... "Edaaa Edaaa Edaaa", alle prime luce dell'alba, che costringe mia madre ad affacciarsi e a soccorrere il mi' babbo che non riesce nemmeno a vedere dove mette i piedi. Tutto gonfio, anche gli occhi "Allergia alla vetriola" la diagnosi del dott. Tozzi, accorso dall'ospedale, lui di turno e amico di famiglia: cortisone la cura efficace.

Generoso e ricco comunque il nostro orto. Tra i primi frutti, quando si è appena affacciata la primavera, i primi che ti danno la sensazione di fresco e che richiedono un lungo periodo di incubazione i Baccelli, arrivano quasi all'improvviso, anche se attesi con ansia. Primizie che nonno Nuti nasconde gelosamente agli altri, per destinarli a me. Un fagotto nascosto sotto il panciotto, una fetta di pane e due fette di prosciutto, anche questo preso di nascosto da "Pietro", per rifugiarsi sotto la pergola, il più lontano possibile, in fondo all'orto, per una merenda esclusiva che manteniamo, come liturgia immutata negli anni. Anche se gli ultimi anni, quelli del mio diploma, non c'è più bisogno di nascondersi. Baccelli che rappresentano, quasi il pegno di un affetto, segno sacro di reciprocità, quale è l'amore sincero tra nonno e nipote. Baccelli che per primi varcano la soglia del Seminario, quasi una gara a chi li porta in anticipo. Il Nuti sempre in vantaggio di alcune settimane con gli altri, con chi ha l'orto in collina a favore di sole, distanziando di settimane quanti l'orto l'hanno in piano. Vantaggio che si riduce sensibilmente con i primi piselli che, a ridosso del muro, quasi bisticciano spazio e aria ai capperi, che crescono sovrani in quell'angolo. Baccelli e piselli, primissimi ricordi dell'orto e dell'inverno, anche se al sole, in compagnia di Nonno Nuti.

Quei primissimi ricordi, sono immagini precise, nitide che accompagnano gesti e “paramenti”, in quel "Santuario a cielo aperto": il mio orto. Il Nuti, come è conosciuto da tutti, “serba” con cura i vestiti da festa, mentre quelli da lavoro sono ben distinguibili nei colori indotti, nella foggia riflessa e negli aromi. Il suo è sempre intero, a tinta unita, scuro o di color grigio tendente in primavera ad assumere i colori della campagna. Prevalente il verde, di tonalità diverse; a richiamare i toni dell'insalata, dei carciofi, dei pomodori, dei baccelli. Quasi una tavolozza al naturale che si forma solo in alcuni punti. Attorno al bavero, a richiamare la forma dei polpastrelli, pollice e indice. Alle tasche dei pantaloni, per un verde sfumato. Il panciotto... non l'ho mai visto una volta senza il suo panciotto, tutti i bottoni ordinatamente abbottonati, la catena ancorata all'occhiello in alto, pendente fin nel taschino di sinistra con dentro la “cipolla”... è quasi lindo. Solo quella porzione attorno al taschino, sghembo verso l'esterno, a forza di mettere e levare quella cipolla, fa la spia quale sia il verde “di moda”, nell'orto, in quel periodo. Non ho mai capito, se vezzo o necessità ad ogni rintocco del Duomo, il bisogno di estrarre la cipolla, di controllarne l'ora, di verificarne il battito, di completarne la carica, per poi riporla nuovamente nel taschino. Il cappello poi, ha tutto un suo carattere espressivo nei colori, dalla tesa al dietro. Colori riprodotti anche nella bombatura, nella sagomatura anteriore, per il ripetuto maneggio ad ogni cambio di vento, ad ogni saluto da vicino o da lontano, ad ogni scappellamento e anche ad ogni gesto a detergere sudore o fronte.

Ed è così abbigliato quando ci apprestiamo alla semina dei baccelli e dei piselli, io a seguire come un ombra mosse e comande di nonno Nuti. - Il seme va fatto sempre usando i baccelli più bassi, quelli della prima “messa”; così la pianta che nascerà comincerà a mettere i primi fiori e quindi i baccelli iniziando dal basso, fino a riempire tutta la pianta – Questo l'insegnamento di cui conservo gelosamente il “segreto”. Intanto lui, lungo un solco ideale appena segnato, a 'buco ritto', armato di una mestolina a punta, accenna appena una buca minima, nella quale io, carponi, pronto, inserisco i semi. – Metticene quattro o cinque – Li riconto mentre nonno leva la punta dal terreno, che si richiude e va a ricoprire i semi. Una buca accanto all'altra, a un palmo di distanza; è così che misura gli intervalli. Pendo dalla sue labbra, non mi perdo una mossa, affascinato da quella liturgia che mi spiega nei dettagli e che io assorbo avido. Siamo ai primi di Novembre, appena passato Ognissanti, a terreno preparato dal mi' babbo, stiamo seminando i Baccelli; seme messo da parte dall'estate, in cantina, in quella vetrina vecchia, piena di barattoli di ogni tipo. Stesse modalità, appena la settimana successiva, per la semina dei Piselli. Diversi gli intervalli tra le buche, due palmi, maggiori i semi da porre nella buca – Almeno 7 o 8 bene ammucchiati - Ed io ad eseguire alla lettera ogni comando, ogni raccomandazione. Ogni tanto una sosta, un riposino sul muretto più vicino o sulle scale; occasione per ciucciarsi una caramella, intatta nel taschino di destra nonno conserva sempre una scorta robusta, di menta o di orzo.

L'anno in cui la semina dei piselli, forse per il maltempo, viene rimandata più volte, io sono oramai al penultimo anno delle superiori. Nell'orto talvolta in aiuto a nonno Nuti, ben più che novantenne, c'è Vestro, un “giovane appena 80enne” già contadino in un podere nei pressi dei Cappuccini. Io accorro in aiuto solo se c'è bisogno di forze giovani. Con Rosario, compagno fisso di scuola e di studi, scendiamo nell'orto per portare in casa ceste varie di verdure, o per pesi o lavori faticosi, secondo necessità. Forse, anche per l'aiuto di Vestro, quell'anno i piselli trovano spazio anche nelle terrazze più basse, a ridosso del ciglione. Produzione eccezionale quell'anno. – Quando avete tempo, dovreste levare le piante dei piselli assieme alla frasche e farne un mucchio. A bruciarle ci pensiamo noi. – È questo il messaggio preciso, a inizio estate, al quale non possiamo dare seguito immediato, a causa degli impegni di scuola. – Nonno, nell'orto ci andiamo sabato! – la nostra promessa mentre facciamo la solita partita a 21.

Il venerdì torniamo da scuola come al solito verso le 14, forse un po' prima. Troviamo nonno Nuti a letto. C'è già stato anche il dott. Braschi. – Non dovrebbe essere nulla di grave, anche se alla sua età è pur sempre una caduta – Impaziente, in attesa del nostro intervento, quella mattina girottolando per l'orto, inizia a sbarbare le piante di piselli. Poche, forse due o tre di quelle a ridosso del ciglione nel penultimo campetto, invisibile da casa. – Ho cercato di sbarbare una pianta ma ho perso l'equilibrio andando a rifinire a capo in giù nel campetto sottostante (forse meno di 2 metri), tra il ciglione e il filare delle viti, restando a capo in giù e a gambe ritte, senza possibilità di muovermi. Ho provato a chiamare. Forse mi sono addormentato, perché non ho sentito subito Vestro che mi ha aiutato a rizzarmi. Poi sono rimasto seduto finché non sono arrivate Eda e Corinna che mi hanno aiutato a tornare su – Lucido il suo ricordo, mentre col passare dei giorni sembra non recuperare le forze, accusando dolori e malanni nuovi ogni giorno. Con l'arrivo dell'autunno e dell'inverno, l'alzarsi da letto quasi un rituale... solo ogni tanto, il venir meno delle forze. A volte riesce a stare alzato fino a mezzogiorno, per poi ritornare a letto stanchissimo. Solo voglia di chiacchierare, sempre interessato ai miei risultati a scuola. Non chiede solo dei voti, ma di cosa ho scritto se è un tema, il perché dei risultati scadenti. Degli insegnanti chiede nomi ed età, come se li potesse conoscere, per sentirsi vicino a me comunque. Fino alla primavera e alle ultime settimane trascorse a letto, in attesa... consapevole della fine, in quelle settimane di Quaresima del '67, fino a quel giorno...

"...era all'inizio del pomeriggio, ero da poco tornato da scuola, vicino al suo letto c'era la figlia Corinna e mia madre. – “Eda! Corinna!” – ha chiamato. – “Ci siamo” – ha sussurrato. Ha allungato loro le mani, e le mani strette tra quelle di sua figlia e di mia mamma, è spirato" *
(* dai Racconti dell'Orto – 'Nonno Nuti, un nonno di 'stoppa' tutto speciale)

L'orto che fu di Nonno Nuti
Foto di Giancarlo Pertici

L'orto che fu di Nonno Nuti
Foto di Giancarlo Pertici

Le scale per scendere all'orto
Foto di Giancarlo Pertici

Giancarlo Pertici da piccolo nei pressi dell'orto
Foto Collezione di Giancarlo Pertici

Giancarlo Pertici da piccolo nei pressi dell'orto
Foto Collezione di Giancarlo Pertici

domenica 26 aprile 2015

[VIDEO] SAN MINIATO E LE SUE LAPIDI A "DRIBBLING" SU RAI 2 IL 25 APRILE 2015

Nella puntata di sabato 25 aprile 2015 del programma “Dribbling” su RAI 2 è andato in onda un breve servizio dedicato a San Miniato e all'episodio che ha caratterizzato il dibattito cittadino nelle ultime settimane. Ovvero la questione della rimozione delle due lapidi, legate alla Strage del Duomo, dalla facciata del Municipio. Un dibattito che ha avuto anche un'eco nazionale per l'intervento di Renzo Ulivieri (e della successiva querelle col Sindaco Gabbanini), come dimostra il servizio andato in onda su RAI 2.
Tuttavia nella trasmissione non è stato direttamente coinvolto, e nemmeno citato, il noto allenatore sanminiatese. A parlare sono stati Giuseppe Chelli e Gabriello Bertini, discutendo (nonostante i fatti siano stati ormai chiariti da tempo) su cosa avvenne, o non avvenne, quella tragica mattina in Cattedrale. Poi il servizio è sfumato sulla match di calcio fra il San Miniato Basso e il Perignano, valevole per il Campionato di Promozione Toscana, Girone C.

Di seguito è proposto il video del servizio di “Dribbling” trasmesso su RAI 2 il 25 aprile 2015 alle ore 13:50 circa.





Le "Lapidi della discordia" quando ancora erano al loro posto
sulla facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

martedì 21 aprile 2015

LA BELLA GIGOGIN - Racconto di Giancarlo Pertici

↖ RACCONTI DALLO SCIOA

di Giancarlo Pertici

"La Bella Gigogin" – Sanremo '54

Il dottor Bellini gliel'ha detto a mamma – Il bimbo è particolarmente nervoso! Non lo portare al mare quest'anno, mandalo in montagna – Ma io, per la verità, non mi sento nervoso, non faccio le bizze, ubbidisco... quasi sempre. Cerco anche di stare attento a scuola... finché posso. Ma tutte quelle ore non ce la faccio a stare fermo lì, dietro a quel banco, senza potermi muovere! Non è che mi addormenti! È come se sognassi ad occhi aperti. Mi fisso oltre la finestra che dà in Gargozzi, tanto che mi sembra di essere laggiù, tra i campi, a correre sull'erba, e mi passa tutta la stanchezza. È in quel momento che il maestro si arrabbia, perché, o mi chiama o mi fa una domanda, e io non rispondo.

Quante volte, durante l'anno, il maestro glielo ha detto a mamma – Non sta mai attento! Ha sempre il capo da qualche altra parte! – Ma io non lo faccio apposta a non rispondere! È solo che non lo sento subito. - Ma non dormivo mamma. Forse ero solo distratto. – E quella sera, che per me viene decisa la montagna al posto del mare, nonno Nuti mi racconta della sua montagna. Di quando, da ragazzo, assieme al suo babbo, andava a Scarperia passando per il Passo del Giogo, inerpicandosi anche per sentieri e viottoli per scorciare la strada. Almeno una volta all'anno durante la Fiera Annuale, giusto la scusa per comprare trincetti e forbici nuove, ma anche lesine. Un ricordo il suo carico di nostalgia, quando per le castagne raccolte in bosco, quando a fare 'avvio' per il fuoco, quando a fare funghi assieme al babbo. Ricordi uniti ai profumi d'inizio autunno, al gorgoglio dei ruscelli in primavera, che mi fanno compagnia fin nel sonno, fino a invadere anche i sogni. E così fino all'ultimo giorno prima della partenza per la montagna, la scuola oramai chiusa per le vacanze estive, sempre o quasi in compagnia di Nonno Nuti, o nell'orto, o in giro per San Miniato o a passeggio per la campagna fin verso l'ora di cena.

Ed è così che parto per la colonia, parto per la montagna in quell'estate del '54. Non ricordo il particolare della partenza da San Miniato. Ricordo solo la sala d'attesa e il loggiato antistante la Piazza della Borsa, in quel palazzo sede della Provincia, a Pisa. La riconosco bene, anni dopo, in età adulta, dai pavimenti e dai rivestimenti bianchissimi in travertino. Poi l'arrivo della corriera per Mammiano, il momento dei saluti, mamma che resta a terra, mentre io mi ritrovo seduto accanto all'autista e a una signorina sorridente che mette a posto la mia valigia.

Neppure una lacrima! Attratto, anzi! Quasi ipnotizzato da quanto scorre di là dal finestrino... i prati, gli alberi, i fiori, case, uccelli... e anche cullato da salite e da curve, accompagnato da canti sconosciuti, mentre il tempo vola. Fino alla fine di quel primo giorno, dopo aver ubbidito a quella signorina, che non mi ha lasciato mai un momento, lavandomi denti e piedi, riponendo la valigia sotto il letto e la biancheria minuta dentro il comodino, e mettendomi il pigiama. Nessuno quella sera a rimboccarmi le coperte, mamma e nonno lontani. Nessuno a rammentarmi le 'devozioni', solo in quel lettino da una piazza, giusto accanto a quello della 'signorina', dalla quale mi separa appena una tenda.

Pensieri interrotti da una carezza e da un bacio sulla fronte. È la signorina che mi rincalza le coperte – L'hai fatta la pipì? Qui in Montagna fa freddo! – Ad occhi chiusi, cerco di ricordarmi la preghiera a San Giuseppe. Ma non mi viene!!... mi basterebbe l'inizio... ci vorrebbe nonno! Si spengono le luci, mentre si ode una musica. Viene dall'alto. È una canzone per bambini, diffusa a bassa voce in ogni camera – gli altoparlanti, quasi invisibili – che mi accompagna nel sonno e fino alla mattina dopo.

Per me è la prima volta lontano da casa, senza mamma e senza nonno, in un posto sconosciuto. La prima volta in montagna. L'anno il '54 al termine della prima elementare. Il mese forse quello di luglio in una colonia bellissima, a mezza collina, su due piani. Con due piazzali disegnati seguendo la pendenza della montagna: uno ogni livello. Al piano basso le camere nostre dei maschi, a quello superiore le camere delle femmine. Al refettorio tutti assieme. Poi in giro a piedi, a fare camminate anche lunghe, come quando con nonno Nuti si va fino in fondo a Via del Sasso o a Calenzano. E proprio dietro alla Colonia, appena fuori il muro di cinta, un enorme prato verde intervallato da cespugli di castagni, lungo un ripido pendio rivolto verso una profonda valle dove, in lontananza, si ode il borbottio di un torrente che scorre. È La Lima. Bellissimo quel prato, per rincorrersi, per lasciarsi scivolare rotolandosi sull'erba lungo quella discesa.

Che divertimento! E quanti giochi nuovi! Belli, inimmaginabili con compagni nuovi, tutti più grandi di me, nessuno di San Miniato. A inizio pomeriggio, una leggera brezza mi riporta, con la fantasia, agli aquiloni in volo: San Miniato - Pian delle Fornaci. Con tutto questo spazio, quanta corda ci vorrebbe, per far volare lontano quegli aquiloni, presenti solo nella fantasia! Verso sera, folate gelide salgono fin sul piazzale della Colonia a dettare i tempi per il rientro, prima che sia buio. Quel prato ho continuato a sognarlo per anni e l'ho anche cercato in età adulta, senza successo, contrassegnato da un enorme traliccio in ferro, alto più di tutte le case e della collina accanto, a sostenere, lassù in lato, i fili dell'alta tensione. E dai piedi di quel traliccio ben visibile il "Ponte Sospeso" sulla Lima, nella parte ancorata sull'altra sponda della vallata. Quando tira vento lo si vede anche oscillare. Sopra il paese di Popiglio.

A distanza di così tanti anni ho ancora impresso con chiarezza nella memoria il percorso tra il paese e la colonia collocata a metà collina, in basso, verso la valle della Lima. Un vicolo sterrato, stretto tra le case, percorso interamente pedonale, che si apre a ridosso di una curva, scendendo dal paese di Mammiano verso la Colonia, di cui ho sempre ignorato il nome, se ce l'aveva. A finire, oltre la Colonia, una scalinata, intagliata nel ciglione, a scendere a ridosso di una doppia curva. E da quella scalinata, perché a ridosso della colonia e più breve, in sosta a bordo strada, i camion dei fornitori, a scaricare a spalla vivande varie, mattina e sera. Per me spettacolo del tutto nuovo che diventa meraviglia, sorpresa, appena due giorni dopo, probabilmente di domenica. Anzi!

Certamente di domenica, appena dopo messa in quella Chiesa ad inizio del vicolo e ad angolo con la strada maestra. Lo spettacolo quello di tanti bambini affacciati alla ringhiera, a guardare in basso verso quella scalinata presa d'assalto dalla prima Corriera fermatasi ai suoi piedi. E' il giorno del Passo, come ogni domenica in quella colonia. E per quelle scale, con borse e pacchetti, in cerca di occhi conosciuti, giovani coppie in visita. Il Pullman, il primo, è in arrivo da Pistoia.

– Vieni a vedere Giancarlino chi c'è! – Riesco a malapena ad infilarmi con la testa dentro un colonnino mozzo della ringhiera. È la signorina che chiama, ha riconosciuto mamma. Sorpresa inattesa, imprevista. È zio Magnino che ha prestato a babbo la moto Guzzi nuova fiammante. Bellissima mamma, pantaloni e giacchetta di pelle, mentre vola su per quegli scalini, tutti d'un fiato, verso di me. Dietro babbo. Borsa della spesa in spalla, appena messo il cavalletto alla moto. Ed io per mano alla Signorina. – Attento, fermati, potresti cadere – Ma poi, liberi!!! di vivere tutto il giorno insieme, ed io a fare da 'guida'. Quasi non ci credo! Come sta nonno Nuti? Corinna? La mia sorella? – Maurizia è rimasta da nonna Livia – è mamma che risponde, mentre mi stringe a se, forte forte.

E per pranzo, una grande coperta sul prato, proprio quello dietro la Colonia, per conigliolo e carciofi fritti. Dolce, quello di nonna Livia, le pesche, quelle dell'orto di Nonno Nuti. E il pomeriggio fino in paese, a Mammiano, per viottoli e scorciatoie, a percorrere le passeggiate pomeridiane, fino anche alla stazioncina del trenino e a quel magico tornante, dove il trenino si annuncia alla stessa ora di ogni pomeriggio, passando sul ciglione sovrastante. Una sorta di giardino segreto, quasi un labirinto magico. Due panchine di legno, una staccionata a fare da parapetto al vuoto sottostante, un'altalena e tanti tubi di cemento, allineati in più file dove rincorrersi, dove rimpiattarsi, dove sgattaiolare e da dove saltare in quel prato spesso e soffice. Pomeriggio a perdifiato fino al rientro in colonia, che è quasi l'ora di cena, mentre babbo e mamma in sella alla Guzzi ripartono per casa.

Anno delle meraviglie quello! Sorprese sempre in agguato a segnare quell'anno come unico, non solo nei ricordi, proprio in quel "magico tornante" che si fa inatteso castello incantato in un giorno inatteso, forse un martedì o forse un mercoledì, non certo di festa. È durante la consueta passeggiata del pomeriggio, verso Mammiano, che passiamo proprio da quel "tornante", nel momento in cui il trenino annuncia il suo passaggio. Impossibile non fermarsi ad ammirarlo nel suo sferragliare, tra sbuffi di fumo e vapore; e tutta quella gente affacciata ai finestrini!! Tra queste.. sorpresa! Zia Adriana assieme al suo amico Duilio (da grande imparerò che erano fidanzati). Visita inattesa e ripetuta più volte, a distanza di pochi giorni, l'una dall'altra, e che si consuma proprio in quel magico 'tornante' tra chiacchiere, in attesa del passaggio del gelataio col suo triciclo, a respirare aria e storie di casa, ad aprire pacchetti, quelli di mamma e di nonno Nuti. Solo da grande capirò che quelle erano anche occasioni per Zia Adriana e Duilio, di stare insieme, senza suscitare scalpore o sguardi maligni, loro coppia 'irregolare': zia Adriana già sposata e separata. In quel momento rappresentavano per me il massimo dell'attenzione. Sensazione di essere considerato, di essere importante, di essere unico, che mi ha condotto fin da grande.

Sorprese destinate a raggiungere il culmine con lo spettacolino di fine turno, allestito su un palco improvvisato. A turno, tutti attori o cantanti. Per me è la prima volta, se si esclude quella volta che, per Natale, mi trovai in una culla di legno piena di paglia a fare la parte di Gesù Bambino. Ricordo sfocato, alimentato più che altro dal racconto ripetutomi più volte da mamma. Questa volta, ed è la prima, sarò cantante. È al ritorno dalla passeggiata pomeridiana che vengo circondato e circuito da più signorine. Canterò in coppia con una bambina, di cui ricordo solo quel musino dispettoso, grazie all'unica foto che conservo di quell'occasione. È 'La bella Gigogin' successo del Festival di Sanremo che devo imparare in fretta e bene, inseguito per tre giorni, in ogni dove, durante un qualsiasi intermezzo, rinunciando anche alla passeggiata del pomeriggio, con un'ultima ripassata prima di andare a letto. Comunque sia andata è stato un successo, ripetuto a richiesta anche di ritorno a casa, e non solo in casa, ma dalla Monache di San Paolo, a scuola, ogni dove. Il mio primo successo!!

Nel corso degli anni, di passaggio nella valle della Lima, mi sono soffermato più volte a Mammiano alla ricerca di quella colonia, la cui immagine non mi ha mai abbandonato. Mi sono fatto la convinzione che quell'edificio non ci sia più e che il posto deve aver subito modifiche importanti.
Poi, quasi il miracolo, pochi anni fa. Forse era il 2008. Stavo percorrendo la strada che dalla valle della Lima porta a Mammiano, quando ad una curva ho notato un ciglione ben rasato dall'erba, con, intagliata, una scalinata. Proprio quella scalinata, anche se rinforzata da alzate e pedate di pietra, e a pochi metri più in alto, semi nascosta dalla vegetazione la Colonia, proprio quella Colonia. Non ha subito modifiche se non quelle inferte dal tempo e dall'incuria. Non ho osato scavalcare la recinzione, fare il giro del piazzale, affacciarmi a quelle finestrelle dove, a quei tempi, stando a cavalluccio i maschietti più grandi spiavano le femmine a fare la doccia, oltrepassare la recinzione verso quel prato per scoprire... ho preferito mantenere fedele quell'immagine che conservo dentro, Graziella e Tiziana in attesa paziente, in religioso silenzio, evidente e palpabile la mia commozione, anche ora a distanza di così tanti anni.

Giancarlo Pertici durante la recita di fine turno a Mammiano
Foto Collezione Giancarlo Pertici

sabato 18 aprile 2015

OMAGGIO A DILVO LOTTI - PRESENTAZIONE SAN MINIATO 18 APRILE 2015

di Francesco Fiumalbi

Sabato 18 aprile 2015 si è tenuta, presso la Sala Consiliare del Comune di San Miniato, la presentazione della pubblicazione Omaggio a Dilvo Lotti, che accompagnerà lo stand sanminiatese presente in autunno alla prossima Expo 2015. Presenti, oltre al Sindaco Vittorio Gabbanini, la moglie Giuseppina Lotti, il Prof. Marco Moretti e Pier Giuseppe Leo.

La pubblicazione si compone di quattro cartelle contenenti altrettante riproduzioni di opere di Dilvo Lotti:
San Miniato al Tedesco, incisione su carta
San Miniato – Polignano a mare, litografia a colori su cartone
Il campo stregato, litografia a colori su carta
Autoritratto, acquerello e tempera a colori su carta

Omaggio a Dilvo Lotti

Partecipare a queste iniziative è sempre molto interessante perché, tutte le volte, dagli interventi dei relatori emergono aspetti, particolarità, episodi, che sono sempre nuovi e diversi, e certamente sempre utili a comprendere un personaggio, un artista, formidabile e complesso come è stato Dilvo Lotti.
Il Prof. Moretti ha ricordato il suo primo incontro col pittore sanminiatese e della successiva collaborazione che ne scaturì. Ha ricordato episodi, momenti e situazioni legate alla vita di Lotti e della sua frequentazione di personalità di spicco dell'ambiente artistico italiano del '900. In tutto questo è stato supportato anche dalla moglie Giuseppina, che non ha fatto mancare il proprio contributo personale, testimone e compagna di vita di Dilvo Lotti.
Pier Giuseppe Leo ha invece sottolineato la necessità di procedere ad una vera e propria operazione di valorizzazione di Dilvo Lotti, la cui produzione pittorica è intimamente legata alla città di San Miniato. Dilvo Lotti si è davvero identificato con la propria città, e ha fatto sì che sia arrivata, essa stessa, ad identificarsi con l'artista. E questo è certamente uno dei grandi meriti del pittore che, nel primissimo dopoguerra, si prodigò affinché la città di San Miniato, la “sua” San Miniato, rimanesse quasi indenne dalla feroce speculazione edilizia che invece investì molti altri centri storici italiani in quegli anni. Interventi anche da parte di Luca Macchi e Roberto Milani.

Di seguito è proposto il video della presentazione.


Presentazione della pubblicazione Omaggio a Dilvo Lotti
Video di Francesco Fiumalbi


Presentazione della pubblicazione Omaggio a Dilvo Lotti
Foto di Francesco Fiumalbi


G. LASTRAIOLI - LA POLEMICA SULLE LAPIDI DI SAN MINIATO STA PRECIPITANDO NEL RIDICOLO

Di seguito è proposta la nota inviata dall'Avv. Giuliano Lastraioli, autore di innumerevoli ricerche storiche, molte delle quali incentrate sul passaggio del fronte bellico dal Valdarno Inferiore nell'estate del 1944.

La polemica sulle lapidi di San Miniato sta precipitando nel ridicolo.

A sui tempo non mancai di rilevare quanto fosse falsa quella del professore Luigi Russo e quanto fosse moscia quella del presidente Scalfaro.

Mi onoro di avere servito più volte la messa al canonico Enrico Giannoni e di averne più volte ascoltato le sue puntuali filippiche in merito alle cause dell’eccidio del 22 luglio 1944.
Sono stato un pioniere della ricerca storica.
Monsignor Stacchini e don Luciano Marrucci mi hanno dato una mano e confortato nell’impresa.
Nel Luglio del 1988 scrissi il primo pezzo sull’argomento. Il lavoro fu sbriciolato in varie puntate e pubblicato di malavoglia da una redazione allora impaurita dalla verità. I tempi non erano ancora maturi per far digerire la storia a chi la negava per partito preso.

Nel luglio 1991 uscì “Arno-Stellung”, scritto in collaborazione con Claudio Biscarini. Fu quello un vero siluro contro la tesi del misfatto tedesco.
Ne fece tesoro anche il professor Paoletti nel suo successivo volume, supportato da varie perizie tecniche.

Si può affermare che, a quel punto, i fatti siano rimasti stabiliti.
Non basta, perchè nel 2001, sempre con Biscarini, pubblicai l’ammunition record della batteria americana che aveva sparato il colpo micidiale con l’ora e l’indicazione delle coordinate topografiche esatte. Si dava la prova “per tabulas” della responsabilità americana.
Da quel momento non c’è stata più requie.
Gli irriducibili sono insorti con le più bislacche teorie. Ne misi a posto uno stampando nel 2007 una brossura intitolata “De bilia”, che conteneva anche i vecchi interventi del canonico Giannoni e l’ordinanza di archiviazione del Tribunale Militare della Spezia.

Altri irriducibili continuano a negare l’evidenza (Bini e Cintelli), ma sono stati zittiti e confutati su ogni aspetto delle loro riserve da una chilometrica precisazione del colonnello Cionci, che fu tra i consulenti del professor Paoletti.
Ultimo ma non minimo è stato il professor Pezzino, autorevole ordinario dell’Università di Pisa, che però mette le mani avanti pur adombrando dubbi e incertezze tanto per tenere in vita la polemica.

Pezzino insiste sulla circostanza del concentramento di persone civili in duomo, ma dimentica che l’analoga operazione adottata in San Domenico non ebbe alcuna funesta conseguenza.
Non sussiste un diretto nesso causale fra tale iniziativa e l’esplosione omicida. Infine il cattedratico pisano dà credito allo scoppio di un ordigno tedesco presso il balaustro dell’altare maggiore, ma afferma di non esserne sicuro. E allora ?
Questi sterminazionisti farebbero meglio a farla finita.

Tempo addietro sfidai a contraddittorio, ma non hanno mai accettato un sereno confronto di vedute e di indagine.

Sono tuttora a disposizione.

16 Aprile 2015

GIULIANO LASTRAIOLI

La Cattedrale di San Miniato, dove avvenne la strage il 22 luglio 1944
Foto di Francesco Fiumalbi
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