lunedì 20 ottobre 2014

[VIDEO E FOTO] SAN GENESIO: 1800 ANNI DI STORIA IN MOSTRA

a cura di Francesco Fiumalbi

Nella piacevole mattina di sabato 18 ottobre 2014, presso il Centro visite dell'area archeologica di San Genesio, è stata inaugurata l'esposizione:

"San Genesio: 1800 anni di storia raccontata dai reperti archeologici"
a cura di Federico Cantini.

Dopo gli interventi delle autorità e dei rappresentanti delle istituzioni presenti, è stata aperta la mostra. Quello che colpisce immediatamente è la grande varietà di reperti, provenienti tutti dall'area circostante e, come suggerisce anche il titolo dell'esposizione, distribuiti nell'arco di quasi due millenni di storia. Dall'epoca etrusca fino al basso medioevo.
Di particolare interesse il piccolo cippo a clava etrusco, realizzato in pietra ed utilizzato per scopi sepolcrali, il capitello in pietra proveniente dalla pieve, datato all'XI secolo e caratterizzato da una decorazione con motivo ad archetti ciechi nell'abaco, ma anche piccoli oggetti di uso comune, come le monete, i due piccoli dadi, e molti altri reperti. Una ricchezza di testimonianze che in qualche modo riflette lo straordinario valore dell'area archeologica di San Genesio. Tutti questi oggetti sono ora visibili al pubblico e certamente saranno apprezzati sia dagli studiosi specialisti, sia dai ragazzi delle scuole.
Di seguito il video con gli interventi istituzionali e alcune immagini.


Gli interventi istituzionali - Inaugurazione della mostra
"San Genesio 1800 anni di Storia raccontata dai reperti archeologici"
Riprese di Francesco Fiumalbi

I rappresentanti delle istituzioni
Foto di Francesco Fiumalbi


Vanni Desideri Dir. Musei Civici di San Miniato
Dott. Andrea Pessina Sopr. Beni Archeologici della Toscana
Chiara Rossi Vicesindaco e Assessore 
con delega alla Cultura del Comune di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi


Prof. Federico Cantini, Univ. di Pisa, Dir. dell'Area di Scavo 
di San Genesio e curatore della mostra
Foto di Francesco Fiumalbi


domenica 19 ottobre 2014

GALANTUOMINI – PALAZZO ROFFIA SEDE DELLA MISERICORDIA DI SAN MINIATO

di Giuseppe Chelli

C'era una volta……
Potrebbe cominciare così la storia che voglio raccontare, se non fosse che non è una novella, ma un fatto vero accaduto a San Miniato verso gli anni '20 del secolo scorso. Bisogna sapere che nella Città, da oltre due secoli, esisteva, per merito del Vescovo servita Francesco Maria Poggi, la Compagnia della Misericordia che passo dopo passo aveva occupato un posto importante nel tessuto sociale di tutto il territorio comunale. I locali che le erano stati regalati dal Granduca e dal Comune, nell'ex Palazzo del Potestà, non erano più sufficienti per compiere al meglio il lavoro per cui era stata fondata, e gli amministratori della Misericordia più di una volta si erano riuniti per vedere se fosse possibile trovare una sede più adatta, ma i conti non tornavano mai.

Quando a volte, si dice, il destino!

Capitò che nel 1923 venisse a mancare improvvisamente l'Avv. Gian Gualberto Azzaroli il quale, un po' di mesi prima, aveva sottoscritto un compromesso con la Compagnia dei Bonomini di Firenze per acquistare, a San Miniato. il patrimonio dei Roffia, patrimonio che i Bonomini s'eran visto arrivare pari pari da Filippo del Campana Guazzesi, per lascito testamentario. Come il palazzo dei Roffia fosse finito nelle mani di Filippo Del Campana, appassionato fotografo di fiere e processioni, bisognerebbe salire sull'albero genealogico e poi piano piano discenderlo fino ad arrivare ad Antonietta Guazzesi-Roffia quando andò in sposa a Filippo, il quale si cuccò, appena vedovo, tutto quel ben di dio dei Roffia e dei Guazzesi. Ma l'arrampicata sarebbe lunga: la faremo un'altra volta!

Palazzo Roffia, San Miniato via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

E torniamo a bomba, cioé alla morte dell'Avvocato Gian Gualberto e precisamente quando il figlio di costui, Ingegnere Giacomo, aperto il testamento ,trovò tra le carte il compromesso del padre con i Bonomini per acquistare Palazzo Roffia. Peggio d'una disgrazia fu per l'Ingegnere quel compromesso: non voleva saperne di spendere 70.000 lire per prendere casa a San Miniato, lui che stava a Firenze!

Sempre il destino, a volte!

Venne a sapere di questa faccenda il Conte Federigo Ubaldini della Carda, Governatore della Misericordia, il quale convocò d'urgenza il Magistrato e senza tanti preamboli, perché la cosa scottava, disse che rilevare quel compromesso era un affarone e poi che si sarebbe risolto una volta per sempre il problema della nuova sede per l'Arciconfraternita. Già, ma chi aveva 70.000 lire lì sull'unghia?

Salto tutta la fase delle diatribe su l'affare tra i “misericordiosi” coraggiosi e quelli pusillanimi è vengo alle conclusioni: vinsero i coraggiosi e la sera del 13 settembre 1923 la Misericordia sottoscrisse un “imprestito bancario” con la Banca Mutua di San Miniato per 70.000 lire con la mallevadoria del Conte Federigo Ubaldini della Carda e il Sig. Cesare Biagioni i quali il 29 dello stesso mese con atto del notaio Pucci si intestarono la proprietà del Palazzo in questi termini.”.. per aver prestato la loro mallevadoria presso Istituti di Credito che fornirono alla R- V. Arciconfraternita di San Miniato la somma necessaria all'acquisto del Palazzo; acquistarono per conto della R.V. Arciconfraternita di Misericordia il Palazzo in parola e fecero a loro…intestare la proprietà rispetto ai terzi”
Questo arruffato affare si rese necessario perché la Misericordia essendo un Ente Pubblico era sotto il controllo dell'Autorità Tutoria ( Prefettura), che certamente non avrebbe permesso di acquistare il palazzo a debito, pur in prospettiva dei proventi della lotteria nazionale, in estrazione il 15 dicembre 1930, di cui la Misericordia era una dei beneficiari.

L'ingresso alla Misericordia, San Miniato via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

Tutti i mali non vengono mai soli!

Nel novembre 1926 il Conte Ubaldini cadde gravemente ammalato e temendo che la quota del palazzo Roffia a lui intestata finisse nella disponibilità dei suoi eredi cedette la sua parte a Cesare Biagioni con atto pubblico rogato in San Miniato dall'Avv. Pellicini. Così Cesare Biagioni divenne unico proprietario legale della ex proprietà Roffia il 26 dello stesso mese.

Ma allora i galantuomini c'erano ed erano affidabili!

La lotteria rese 450.000 lire; alla Misericordia andarono 179.031,35 lire con cui pagò tutti i debiti contratti per l'acquisto di una autoambulanza, per gli interventi di ristrutturazione del palazzo, per la formazione della cripta del Sacrario di Santa Maria a Fortino e per intestare a suo nome la proprietà del Palazzo Roffia Antelminelli con atto del notaio Alessandro Caporrini il 10 sett. 1931 registrato a San Miniato il 17 sett, al n. 97 vol. 54, liberando il sig. Cesare Biagioni da ogni obbligo di mallevadoria.

Senza tirar fuori di tasca un becco d'un quattrino, la Venerabile Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato, oggi si ritrova in mano un palazzo da una paccata di milioni di euro, grazie all'onestà e alla lungimiranza di due sanminiatesi: Federigo Ubaldini della Carda e di Cesare Biagioni.


Tutte le informazioni e le notizie contenute in questa pagina sono tratte dalla documentazione conservata nell'Archivio dell'Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato.

Palazzo Roffia, San Miniato via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

giovedì 16 ottobre 2014

LA TORRE RESTAURATA - martedì 21 ottobre 2014 alle ore 17.30

LA TORRE RESTAURATA
La Diocesi di San Miniato e la Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, sono lieti di invitare la cittadinanza alla presentazione dei lavori di restauro che hanno interessato la torre campanaria della Cattedrale di San Miniato.
Appuntamento martedì 21 Ottobre 2014, alle ore 17.30, presso la Cattedrale di San Miniato (Pi).

PROGRAMMA
ore 17,30
Cattedrale di San Miniato
PRESENTAZIONE DEL RESTAURO DEL CAMPANILE DELLA CATTEDRALE DI SAN MINIATO

Saluti
S.E. Mons. Fausto Tardelli - Vescovo di San Miniato

Antonio Guicciardini Salini - Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato

Interventi
Prof. Paolo Ciardi - Professore Emerito di storia dell’arte moderna presso l’Università degli Studi di Pisa; Direttore del Museo Diocesano d’Arte Sacra di San Miniato
Prof. Gianni Royer Carfagni - Professore Straordinario di Scienza delle Costruzioni presso l’Università degli Studi di Parma
Ing. Sergio Gronchi - Progettista e Direttore dei lavori 
Arch. Silvia Lensi - Progettista e Direttore dei lavori

ore 19,00
Vescovado
Aperitivo


martedì 14 ottobre 2014

1800 ANNI DI STORIA A SAN GENESIO - INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA - SAB 18 OTTOBRE 2014 ORE 10

Il giorno sabato 18 ottobre 2014, alle ore 10.00, presso il Centro visite dell'area archeologica di San Genesio, sarà inaugurata l'esposizione:

"San Genesio: 1800 anni di storia raccontata dai reperti archeologici"
a cura di Federico Cantini.

INTERVERRANNO
Vittorio Gabbanini - Sindaco del Comune di San Miniato
Andrea Pessina - Sopr. per i Beni Archeologici della Toscana
Elena Pianea - Settore Musei e Ecomusei, Regione Toscana
Chiara Rossi - Assessore alla cultura del Comune di San Miniato
Claudia Rizzitelli - Funz. Archeo. della Sopr. per i Beni Archeologici della Toscana
Andrea Vanni Desideri - Direttore dei Musei Civici di San Miniato
Alessandro Polsi - Dir. del Dip. di Civiltà e Forme del Sapere, Univ. Pisa
Federico Cantini - Ricercatore e docente di Archeologia Medievale, Univ. di Pisa



Il Centro visite dell'area archeologica di San Genesio
Foto di Francesco Fiumalbi

sabato 11 ottobre 2014

GIOVANNI BRACCI DA SANTA CROCE SULL'ARNO

di Alessio Guardini

Oltre due secoli fa, esattamente nel 1804, nasceva a Santa Croce sull’Arno, Giovanni Bracci, figlio di Luigi e Maria Lapi, famiglia appartenente al popolo di San Lorenzo come si evince dai registri dei battesimi, matrimoni e morti della Parrocchia di San Lorenzo in Santa Croce sull’Arno.
Nella piccola comunità del Valdarno inferiore (ancora lungi dal conoscere l’enorme sviluppo dell’attività conciaria iniziato nella seconda metà dell’ottocento) Giovanni Bracci apprese ed esercitò il mestiere di calzolaio, ma evidentemente la natura l’aveva dotato di un particolare estro letterario, tant’è che Giovanni si fece conoscere per un’apprezzabile produzione drammaturgica.
Nonostante questo, il suo nome non è certo passato alla storia, neppure nella sua città natale dove risulta, ad oggi, praticamente sconosciuto.

La Collegiata di San Lorenzo, Santa Croce sull’Arno
Foto di Francesco Fiumalbi

Chi si trovasse a leggere le memorie del Cav. Comm. Ferdinando Martini (1841-1928) intitolate “Confessioni e ricordi – Firenze Granducale” (R. Bemporad & Figlio Editori, Firenze, 1922, pagg.69-71) troverebbe questo brillante ritratto dell’artigiano santacrocese:

«[…] Giovanni, calzolaio di Castelfranco [si tratta con ogni probabilità di un refuso, n.d.r.] nel Valdarno inferiore, aveva scritto e fatto rappresentare alla Quarconia in Firenze un suo “Conte Ugolino”, tragedia in cinque atti ed in versi.
La Quarconia era, su per giù nella Firenze del 1840, […] un teatro popolare dove per due crazie (quattordici centesimi) si trattenevano gli spettatori dalle sette al tocco dopo la mezzanotte. In una medesima sera tragedia, farsa, ballo, esercizi acrobatici, pantomima, concerto di violino e giochi di bussolotti. L’intelletto usciva naturalmente ben nutrito da così diverso e lungo spettacolo, ma affinché lo stomaco non ne patisse altrettanto, si mangiava e beveva nei palchi e nella platea con varietà di utili effetti; tra l’altro, il pubblico che recitava clamoroso la parte del coro antico, poteva, provveduto com’era di vettovaglie, sostenere con l’elargizione di arance bell’e sbucciate le forze dell’innocenza in pericolo e colpire con le scorze il tiranno persecutore.
In quel teatro innanzi a quel pubblico il buon “lavoratore della scarpa” fece rappresentare il suo “Conte Ugolino”.
Nella parte del protagonista era un endecasillabo: «Ho fame, ho fame, ho fame, ho fame, ho fame» che l’attore doveva pronunziare, facendo pausa fra l’una e l’altra di quelle esclamazioni, dopo ogni pausa abbassando il tono della voce; sì che da ultimo il quasi estinguersi di quella annunziasse imminente l’estinguersi della vita. Gli uditori si sarebbero certamente commossi a quella ognor più fievole doglianza delle angosce digiune, se (com’io seppi già da chi fu presente alla recita) un bell’umore non avesse scagliato un “semel” ai piedi del Conte pisano, gridando: «Piglia, mangia e chetati...»
[…] Raccontano i cronisti che al pericoloso endecasillabo sostituita una parafrasi delle terzine dantesche, la tragedia rappresentata a Livorno vi ottenne successo felicissimo: fece versare lacrime copiose durante quattro atti e le mutò al quinto in singhiozzi; comunque sia di ciò, l’autore o pago di quella rivendicazione, o rinsavito, tornò dal coturno allo stivaletto»

Oltre alla drammaturgia, Giovanni Bracci si dilettò anche nella poesia scrivendo numerose odi e sonetti. Curiosando tra le poche opere da lui pubblicate, ci siamo imbattuti in una raccolta di poesie intitolata, per l’appunto, “Poesie di Giovanni Bracci da Santa Croce” pubblicata dal tipografo Eugenio Pozzolini di Livorno nel 1837. È qui che, piacevolmente sorpresi, abbiamo trovato a pagina 29 una pregevole ode datata 1835 ed intitolata “La Rocca di S. Miniato”.
Costituita da quattordici strofe ciascuna di sette versi settenari gradevolmente cadenzati, la poesia ha uno schema metrico che parrebbe ispirato dalla famosa ode “Il cinque maggio” (1821) di Alessandro Manzoni. Il primo e il terzo verso sono sdruccioli e non rimati, il secondo e il quarto verso sono piani e rimano tra loro, così come il quinto e il sesto verso, mentre il settimo verso è tronco.
L’ode ci permette inoltre di fare delle interessanti considerazioni su come doveva apparire la torre federiciana agli occhi di un osservatore della prima metà del XIX secolo. Il poeta esordisce elogiando la sua maestosità che da lontano si impone alla vista di uno sbalordito pellegrino, ma poi, una volta giunto sul faticoso colle, denota il suo stato di forte degrado e rievoca magistralmente con un pathos teatrale di notevole effetto, la triste vicenda, nella versione “dantesca”, di Pier delle Vigne.
Una descrizione dello stato dell’antica fortezza militare che richiama immediatamente alla “sfasciata Rocca”, così definita da Averardo Genovesi nella sua poesia satirica del 1841, che fece da apripista ad una vera e propria “guerra poetica”.

Poesie di Giovanni Bracci da Santa Croce, Pozzolini, Livorno, 1837
Frontespizio

LA ROCCA DI S. MINIATO
Ode (1835)

O ancor fra le macerie
Superba, e maestosa
Mole, su cui l'attonito
Sguardo talor si posa
Dell'ansio pellegrino,
Che per lungo cammino
Tua vista lo colpì:

Oh! quante alla memoria
Svegli idee di dolore;
E di mestizia al palpito
Come richiami il core!
Quando l'uom del pensiero,
Ricerca in sen del vero
L'uopo a cui fosti un dì.

Tributo ampio di lacrime
Egli a ragion ti rende,
Quando tua vera origine
Appien tutta comprende;
E nel silenzio ei dice,
«Oh! d'etade infelice
Monumento crudel!»

Per l'erto giogo*, ed aspero
Quindi ti sale appresso. -
Attentamente esamina
Lo tuo squallor d'adesso;
E sul tuo fasto antico,
Al comun ben nemico,
Vorria tirare un vel.

Poscia d'intorno aggirasi
D'alto terror compreso. -
Là vede esser dal fulmine
Un merlo al suol prosteso;
E l'erba, che il ricuopre,
Par che in celar s'adopre
Le tue ruine ancor.

Il musco solitario,
Che ti serpeggia intorno,
Par che brami nasconderti
A' tanti rai del giorno;
Ma in van; che la tua istoria
Vive nel memoria
Del forte, e ne ha rossor.

Delle discordie al vortice,
Per Te, la rimembranza
Volge, e pensa, che ai liberi
Itali cor fu stanza
L'interno di tue mura
Converso in carcer dura
Dallo spietato Sir.

Del grande, a un tempo, e misero
Piero **, il destin rammenta.
Ed oh! qual truce immagine
Lo affanna, e lo tormenta;
Immagin di quel forte
La cui spietata morte
Tu sol potresti dir.

Tu che il vedesti agli ultimi
Istanti di sua vita
Brancolar cieco, e fremere
Con alma indispettita;
Non per il duol ch'ei senta,
Non perchè si rammenta
L'antico suo splendor,

Ma perché muta vittima
Cadrà d'altrui furore,
E un tristo avrà ne' secoli
Eco di traditore;
Senza una tomba in cui
Fissi gli sguardi sui
Pietoso il viator.

A idea così terribile
Quasi non regge. - Il seno
Gli strazian mille furie,
E come quei ch'è pieno
D'altissimo sentire,
L'ora del suo morire
Ad affrettar pensò.

Onde torsi all'infamia,
Poiché gli manca un brando ***,
Va con la fronte (ahi misero)
Nella parete urtando. -
S'infrange, e la sdegnosa
Alma in fuggir, pietosa
La spoglia sogguardò.

Cadde; e per lungo spazio
Fu il suo cader mistero;
Finché sul labbro armonico
Del Trovator sincero,
Che questo còlle ascese,
Voce suonar s'intese
Di lutto e di dolor.

Sull'imbrunir dell'aere,
Al sibilar del vento,
Quel solitario passere,
Che sfoga il suo lamento,
Il fatto memorando,
Più volte andò narrando
Sull'Arpa, il pio cantor.

* Il termine “giogo” è qui utilizzato col significato di sommità del colle.
** Questa nota è inserita nel testo dall’autore stesso è riporta in calce questa precisazione:
È fama che il famoso Piero delle Vigne, dopo d'essere stato fatto abbacinare da Federico II, fu posto nella Rocca di S. Miniato, dove morì infrangendosi la testa nella parete. Abbiamo seguitato l'esempio di Dante, figurandolo innocente, e vittima dell'invidia.
*** Il brando è un’antica spada (da cui il verbo brandire). Il termine è qui usato nel senso esteso di arma, per significare che il prigioniero non aveva altro modo per suicidarsi che fracassarsi il cranio contro il muro della torre.

Il 17 giugno 1828 Giovanni Bracci sposò Elena Tempesti, di famiglia benestante, dalla quale il 9 novembre 1830 ebbe come figlio secondogenito Braccio Teodoro.
Avviato agli studi di giurisprudenza dal padre, Braccio Bracci fece poi carriera a Livorno come avvocato e giornalista e si fece apprezzare anch’egli come poeta e drammaturgo. Ma ciò che rende interessante la vita di Braccio Bracci è come il destino volle incrociarla con quella del giovane Giosué Carducci, suo quasi coetaneo, nel tempo in cui quest’ultimo visse a San Miniato (1856-57).
Ma questa è tutta un’altra storia che vi racconteremo prossimamente…

giovedì 9 ottobre 2014

[LIBRI] LA GLORIA DELLA CROCE

scheda di Francesco Fiumalbi
ID. Smartarc: DE MARCHI-2001

Titolo completo: La gloria della Croce. Crocifissi medioevali nella Diocesi di San Miniato
Autore/Curatore: Andrea De Marchi, con schede di Marco Campigli e Guido Tigler
Casa Editrice: Edifir
Luogo: Firenze
Anno: 2013
Note/Altro: Diocesi di San Miniato
Copertina:


Citazione tradizionale: A. De Marchi (a cura di), La gloria della Croce. Crocifissi medioevali nella Diocesi di San Miniato, Edifir, Firenze, 2013.

Indice:
- Presentazione (pp. 5-6) Mons. Fausto Tardelli
- Crocifissi medievali nella diocesi di San Miniato: un percorso, alcuni spunti (pp. 7-13) Andrea De Marchi
- Crocifissi (p. 14)
- 1 Crocifisso, Cevoli, Pieve dei Santi Pietro e Paolo Apostoli (pp. 16-19) Guido Tigler
- 2 Volto Santo, Santa Croce sull'Arno, Collegiata di Santa Croce e San Lorenzo (pp. 20-23) Guido Tigler
- 3 Crocifisso di Castelvecchio, San Miniato, Santuario del Santissimo Crocifisso (pp. 24-27) Marco Campigli
- 4 Crocifisso, Cerreto Guidi, Pieve di San Leonardo (pp. 28-31) Marco Campigli
- 5 Crocifisso, San Miniato, chiesa dei Santi Jacopo e Lucia (pp. 32-35) Marco Campigli
- 6 Crocifisso, Montopoli Valdarno, Pieve dei Santi Giovanni Evangelista e Stefano (pp. 36-39) Guido Tigler
- 7 Crocifisso, Fucecchio, chiesa del monastero di San Salvatore (pp. 40-43) Guido Tigler
- Bibliografia (pp. 45-47)

Breve descrizione:
Il volume La gloria della Croce si pone come una sorta di "catalogo" di quella che non è stata solamente una mostra, bensì una vera e propria ostensione di crocifissi, curata dalla Diocesi di San Miniato all'interno del Santuario del Santissimo Crocifisso di San Miniato, nel periodo dal 5 ottobre al 24 novembre 2013. Si tratta di un interessante pubblicazione monotematica che ha il pregio di suggerire uno sguardo complessivo sull'intero territorio diocesano, proponendo collegamenti e nuove riflessioni. 
Alla presentazione di S. E. Mons. Fausto Tardelli Vescovo di San Miniato, segue un breve saggio del prof. Andrea De Marchi che ha la bontà di inquadrare le problematicità geografiche e storiografiche in cui si inseriscono i crocifissi medievali nel contesto dell'attuale Diocesi di San Miniato, ricavata da quella di Lucca, ma influenzata fortemente anche dalle aree pisana e fiorentina. Le schede, curate da Guido Tigler e Marco Campigli restituiscono in forma sintetica e senza digressioni il quadro storiografico delle singole opere: dall'antico crocifisso di Cevoli (realizzato da un anonimo maestro lucchese), al Volto Santo di Santa Croce sull'Arno (giudicato di mano di un intagliatore fiorentino), al Santissimo Crocifisso di Castelvecchio di San Miniato (da inquadrare nella produzione di un maestro germanico attivo nel Valdarno Inferiore nella prima metà del '300 a cui vengono attribuiti anche i crocifissi di Montelupo Fiorentino, Capraia, Certaldo e di Ognissanti a Firenze), ai crocifissi di Cerreto Guidi e della chiesa sanminiatese dei SS. Jacopo e Lucia (attribuiti al Maestro del Crocifisso di Camaiore), fino ai crocifissi di Montopoli e Fucecchio (riconosciuti come opera della medesima mano, sono attribuiti al cosiddetto Mastro del Valdarno Inferiore).


L'ULTIMO INCONSOLABILE - UN PIZZINO DAL BARGELLO DI EMPOLI (avv. GIULIANO LASTRAIOLI)

Di seguito è proposto un breve messaggio a firma del "Bargello" di Empoli, al secolo Giuliano Lastraioli, avvocato empolese ed erudito conoscitore della storia locale. Fra i vari suoi lavori, caratterizzati da rigore scientifico e acume analitico, ma non per questo esenti da sfumature ironiche, occorre annoverare un importante contributo alla vicenda della Strage del Duomo di San Miniato, con la pubblicazione, assieme a Claudio Biscarini, del fascicoletto intitolato "La Prova" (FM Edizioni, 2001).
Si ringrazia gli amici dell'Associazione Culturale "Della Storia d'Empoli", ed in particolare Carlo Pagliai, per aver condiviso sul blog Smartarc questo messaggio che va ad alimentare il dibattito, tutt'altro che sopito, a proposito dei tragici episodi legati al passaggio del fronte della Seconda Guerra Mondiale nell'estate del 1944. Di seguito il testo.

C’è sempre un ultimo giapponese che non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza della verità rivelata da prove ineccepibili. Il sonno della ragione, traviata dalla viscerale faziosità politica, continua a generare sfracelli. E’ questo il caso di quell’erudito di Lìsera di cui ci ha parlato “IL TIRRENO” di martedì 7 ottobre 2014 nella cronaca di San Miniato. [il riferimento è alle parole di Carlo Giglioli contenuto nell'articolo intitolato "Quelle verità contrastanti sull'eccidio del Duomo" consultabile anche on-line, n.d.r.]

Il prefato torna a insistere per la responsabilità tedesca nell’eccidio del duomo di San Miniato del 22 luglio 1944 e, a detta del cronista, le spara proprio grosse, non senza ricorrere al patrocinio dell’indefettibile professor Pezzino. Fra le piacevolezze che vi si leggono oe ne sono alcune davvero roboanti.
Intanto il prelodato sostiene che il tiro dell’artiglieria americana è confutato in sede balistica, mentre esistono fior di documenti originali che, nel contesto degli accertamenti oggettivi, ne confortano con plausibile certezza l’accadimento, come dimostrato dalle ricerche del Lastraioli, del Biscarini, del Paoletti e, di recente, dalla perizia  balistica del colonnello Cionci, che ha ridicolizzato le ipotesi di un memorialista pervicace nel sostenere il teorema del misfatto nazista. Di fronte a tali risultanze non c’è rimedio.
Sostenere ancora il dolo dei tedeschi nell’aver concentrato in cattedrale una parte della popolazione, quando poi nell’analogo afflusso in San Domenico non successe un bel niente, così come in San Francesco, è fuori dal senso comune. Inoltre, il canonico Giannoni non attese il 1954 per dare la sua testimonianza. Da sempre pontificò sul prato del duomo perché fosse ristabilita l’esatta verità. Nel 1954 costui intervenne in polemica giornalistica per insorgere contro la lapide del decennale dettata da Luigi Russo in spregio alla verificata realtà dei fatti. 

Lo sanno tutti che la cannonata della strage era di provenienza americana e che il vescovo Giubbi fu vilmente calunniato.D’altronde l’ultimo giapponese non propone, almeno per adesso, a quanto si sappia, una tesi alternativa, che i dati certi finora acquisiti non ritengono possibile.

Ce ne sarebbe da durare un mese.

7 Ottobre 2014                  IL BARGELLO


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