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domenica 12 agosto 2012

STEFANO BARTOLI - LA FESTA DI SAN ROCCO

di Stefano Bartoli

Il racconto di Irene Campinoti, che mi è pervenuto, e il proficuo impegno di Andrea Mancini e di tutti gli altri della “Compagnia” per la prossima festività di S. Rocco mi ha tuffato in un mondo di ricorsi che coprono il periodo che intercorre fra i primi anni sessanta e i settanta, un arco temporale di circa quindici anni, nei quali ho visto, ed anche partecipato, a diverse edizioni del Palio.
Io abitavo nello Sciòa, il gruppo di Contrade che era solito ospitare il Palio, in Piazza Bonaparte, anche se ci sono state delle edizioni nelle quali il palco è stato montato in Piazza del Duomo.
La mia Contrada era S. Stefano, ricordo la vicina S. Andrea, nella quale viveva mio nonno e alcuni zii e zie, poi Castelvecchio, Pancole, Poggighisi, Colline. La memoria mi tradisce e non riesco ad andare oltre. La parte dei cittadini che viveva “fuori” dallo Scioa faceva parte del gruppo delle Contrade di Fuoriporta, cioè nei quartieri che erano sorti di là dalle mura del vecchio castello fortificato, fino alla Contrada più lontana dal centro, le Colline.

Mattatore delle edizioni e membro del Comitato Organizzatore era il Maestro Buggiani, vivace presentatore, entusiasta e chiacchierone, che, dal palco alternava grandi sorrisi a simpatiche presentazioni e faceva da giudice arbitro durante le varie gare di abilità.
Ricordo i confronti di tiro alla fune fra le due squadre, con i rappresentanti di Fuoriporta in canottiera blu, da metalmeccanici, e gli sciòani in canottiera bianca, da panettieri o muratori. Anche noi, nei primi tornei dei bar dei ragazzini, di pallacanestro, ci distinguevamo con le stesse maglie, la terza squadra giocava in canottiera rossa e i numeri erano cuciti dalle mamme sul dorso di ogni maglia.
Fra i piacevoli momenti che mi tornano alla memoria, c’è la vittoria di Silberio Chiti, lo squalo, alla gara di abilità che, per primo, risolse un indovinello proposto dal Comitato Organizzatore e si portò a casa un piccolo corno d’oro.
E divertente fu l’anno che debutto il gioco del maialino, vinto dall’abile Claudio Marchetti.
In un piccolo recinto, circondato dalla folla, era stato liberato un maialino da latte, che aveva il corpo tutto unto con la sugna e, il partecipante, nudo fino alla cintola, con il torace, le braccia e le mani coperte di sugna doveva catturarlo. Non era per nulla facile riuscire nell’impresa e molti partecipanti sbuffarono in lungo e in largo nelle vane corse dietro al maiale, sempre più impaurito dal chiassoso tifo del pubblico. Solo Claudio, determinato e convinto, riuscì abilmente ad afferrarlo per gli zoccoli e le gambe posteriori, sollevarlo da terra e stringerlo, per un momento, al petto. Ciò bastava per vincere la gara e portarsi a casa il maiale.

 Palio di San Rocco 2009, Fotografia gentilmente concessa dalla
Filarmonica G. Verdi di San Miniato

Il Palio vero, che assegnava il Trofeo, la statua di S. Rocco, era assegnato al corridore che vinceva le corse fra “insaccati”. Tre batterie di tre giovanotti, imballati fino alla cintola in sacchi di iuta, che saltellavano per tutto il percorso che partiva dal palco centrale, finiva l’andata al punto di svolta fissato e ritorno fino a toccare il palco. La finale fra i primi arrivati nelle tre batterie consacrava il vincitore.
Ricordo la vittoria di Beppe Baglioni, di S. Andrea, che aveva uno stile di corsa singolare. Tutti saltavano su due piedi, Beppe invece correva a zoppetto, su di un piede solo e teneva l’altra gamba sempre alzata da terra. Durante le Sue prove pareva di vederlo volare rispetto ai Suoi avversari che apparivano molto più goffi.
Io partecipai al Palio che si corse in Piazza del Duomo. Io corsi a perdifiato, saltando su due piedi e tenendo la balla con le mani strette all’altezza dei fianchi. Ero in testa nella corsa finale, non ci credevo, provai a voltarmi per misurare il vantaggio e questo mi vece inciampare e perdere il ritmo.In prossimità del traguardo mi superò Raffaele Mori Taddei, morsino, che vinse meritatamente il Suo Palio per fuoriporta. A me rimase solo la ghiaia e i sassi della piazza che mi si erano conficcati nei palmi delle mani. 
Altri giochi classici consistevano nel far gareggiare i bambini fa Loro nel tentativo di saltare, in corsa, su di un cocomero appoggiato sulle assi di legno del palco per spaccarlo, centrandolo rigorosamente con le mele del posteriore. Quando andavi fuori bersaglio erano lacrime, un po’ per la piccola brutta figura, un po’ per le risate della folla, ma anche per il dolo re che sentivi, proprio sulle mele arrossate.
Ricordo un bambino molto piccolo, determinato, il salto si finì con una carezza sulla buccia del cocomero, che scivolò via, rotolando un po’ più lontano e il giovanissimo, determinato, che si rialza in fretta e furia per andare a schiantare il cocomero sedendoci sopra. Applausi divertiti dalla folla e premio “particolare” concesso dal giudice arbitro proprio per il grande impegno e la forte volontà dimostrata.

S. Rocco era anche canzoni, musica dal vivo e gara culinaria fra le donne del paese. Nel giardino di Casa Nostra si apparecchiava e si serviva la cena, il pranzo lo potevi fare ordinando le portate che, una volta acquistate, potevi portare a casa e consumare in famiglia.
Il menù classico prevedeva un primo a base di zuppa di pane con verdure, in particolare cavolo e fagioli.
Il secondo erano sempre chiocciole e il dessert cocomero fresco. La gara serale consisteva nel premiare chi avesse cucinato la migliore zuppa. Ricordo le lunghe discussioni fra i molti se premiare ricette tradizionali fatte impiegando solo pane raffermo e verdure o piatti un po’ più innovativi che vedevano cuocere un pezzo di cotenna di prosciutto insieme agli altri ingredienti. Il piatto così cucinato era sicuramente più saporito ma con l’evidente aggiunta di carne, per alcuni un’eresia.
Io assaggiavo il più possibile e aiutavo anche mia nonna nella ricerca degli ingredienti. Lei preferiva i sapori leggeri, gustosi ma non troppo saporiti. A ogni Sua zuppa aggiungeva alcuni ingredienti segreti. Solo uno lo conosceva perché andavo sempre a chiedere un prestito alla vicina. Qualche rametto di pepolino, una piantina che la vicina faceva crescere nel Suo orto e della quale non regalava mai le radici, solo rametti.
Cercavo anche le chiocciole, di solito lungo i ciglioni che circondano la Rocca, tutte le volte che una pioggerella bagnava il colle e ne favoriva l’uscita dai Loro ripari fatti fra le radici degli olivi del Donati e del Suo contadino. A me piacevano le grandi chiocciole dal guscio marrone scuro, striato, i martinacci, mio padre preferiva le piccole chioccioline bianche, dal sapore più delicato. Appena depositavo il raccolto nell’ingresso di casa mia nonna le copriva con un corbello e, per una decina di giorni aspettavamo pazientemente che spurgassero. Poi mia madre iniziava a lavarle in grandi catini di acqua con l’aggiunta di un po’ di aceto, sceglieva con cura quelle da buttare distinguendole fra quelle da cuocere e, infine, entrava di nuovo in azione la nonna che le cuoceva, a lungo, in un grande tegame in mezzo ad un sugo fatto con prezzemolo, cipolla, carota, pomodoro e qualche spruzzatina di peperoncino. Il contenuto del tegame bolliva diverse ore, a fuoco molto basso. La nonna o la mamma scoperchiando spesso il tegame, e rimestavano il tutto con un mestolo di legno, fino a quando l’acqua, con la quale avevano allungato l’olio, si fosse ritirata dal bordo al fondo del tegame. 

Palio di San Rocco 2009, Fotografia gentilmente concessa dalla
Filarmonica G. Verdi di San Miniato

San Rocco era la festa di coloro che restavano a casa, senza andare in villeggiatura. All’epoca i bassi redditi consentivano a pochi di andare in vacanza per lunghi periodi. Io, al massimo, andavo da mattina a sera con qualcuno dei miei zii. Alcune famiglie si dividevano e la madre con i figli piccoli soggiornava al mare, il padre restava a casa per lavorare. Con le famiglie così temporaneamente separate S. Rocco diventava un’occasione per scherzare sulle “corna” del piatto preferito, le chiocciole, e su chi aveva qualche giorno di libertà lontano dal rispettivo coniuge. S’ironizzava anche Sui premi a forma di “corno” destinati ai potenziali “becchi”. I meno giovani ricorderanno che, da poco, era uscito nelle sale il film di Marilyn sulle mogli in vacanza. Sono stati momenti allegri e spensierati della mia gioventù vissuti in un’epoca semplice e, forse, più vera. La crescita economica della seconda metà degli anni settanta e il conseguente miglioramento dei redditi ci hanno portato anche alle prime vacanze di massa e il paese, di agosto, si è presentato sempre più vuoto.
Il Comitato che, negli anni storici, si riuniva al Circolino di via Paolo Maioli ha continuato a darsi da fare, a invitare complessi e cantanti, a organizzare feste musicali davanti alla Casa di Riposo per regalare una serata diversa a tutti gli ospiti e ai cittadini rimasti in paese però e venuto sempre più a mancare il consistente flusso di pubblico che vedevo durante la mia gioventù. L’ultima edizione che ho visto era stata presentata da Vasco Matteucci, Hitchens, divenuto poi un bravo e noto allenatore di calcio.
Vasco riuscì a condurre una serata piacevole con grande perizia, la Sua intelligenza, al Sua allegria e la Sua saggezza seppero sopperire alla mancanza di esperienza e ciò dette smalto alla manifestazione.
Ben vengano nuove e diverse iniziative che siano fonte di aggregazione e di sano divertimento, momenti d’incontro di persone, famiglie provenienti da quartieri diversi oppure da paesi e città, più o meno vicini, perché continui per tutti la possibilità di condividere l’allegra e cordiale ospitalità che, da sempre, ha contraddistinto gli abitanti della nostra piccola città.

sabato 5 maggio 2012

LA "MADONNINA" DEL PONTE ALLA BADIA

di Francesco Fiumalbi

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APSM-ISVP-002
MADONNA CON BAMBINO A LA CATENA, PRESSO IL PONTE ALLA BADIA

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Edicola votiva
Luogo: San Miniato, Loc. La Catena, via Tosco-Romagnola Est
Tipologia: Edicola in muratura
Tipologia immagine: Formella in ceramica dipinta
Soggetto: Madonna con Bambino
Altri soggetti: No
Autore: sconosciuto
Epigrafe: No
Indulgenza: No
Periodo: Formella fine '700 - inizio '800. Edicola più recente.
Riferimenti: -
Id: APSM-ISVP-002

Lungo le strade sanminiatesi vi sono molte immagini sacre. Una di queste ha una storia davvero molto suggestiva: si tratta della Madonna con Bambino collocata in prossimità del ponte alla Badia, lungo la Strada Statale n. 67 – Tosco-Romagnola Est.
L’immagine è costituita da una formella in bassorilievo di ceramica dipinta, stilisticamente riconducibile al tardo ‘700. Negli ultimi mesi è stata oggetto di numerosi atti vandalici che ne hanno compromesso l’integrità. Originariamente l’immagine raffigurava la Madonna, vestita con un abito dorato, decorato con motivi floreali e con un mantello azzurro. Sulle ginocchia Gesù e nella mano destra la coroncina del rosario. Ignoti hanno dapprima danneggiato il Bambino e infine sfigurato il volto della Madonna. Senza contare la tinteggiatura azzurra, apprezzabile per il pensiero, ma poco consona ad una edicola votiva, la copertura letteralmente da rifare, la grata da rimettere (ci sono ancora le cerniere del cancelletto).

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
maggio 2011, Gesù Bambino è già danneggiato
Foto di Francesco Fiumalbi

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
aprile 2012, E’ stato sfigurato il volto della Madonna
Foto di Francesco Fiumalbi

Molte delle immagini votive collocate lungo le nostre strade possono vantare una storia, una tradizione, un episodio. Pensando di fare cosa gradita, visto anche l'interesse per queste edicole che fanno parte della nostra cultura religiosa e non, riproponiamo il suggestivo articolo redatto da Don Cesare Gemignani, già rettore della Parrocchia di San Giovanni Battista di Cigoli. Fu pubblicato per la prima volta molti anni fa sul settimanale “La Domenica” ed è stato ripresentato nell’opuscolo parrocchiale distribuito alle famiglie in occasione della Santa Pasqua 2012. Si tratta del racconto di alcuni episodi miracolosi, che vedono protagonista la venerata immagine de La Catena, e che merita sicuramente attenzione.

LA MADONNA DEL PONTE
Quella mattina, ci perdoni, sembrò che la Madonnina del tabernacolo presso il ponte della Badia versasse lacrime.
Nessuno seppe con precisione il perché, ma lo intuirono e ne dettero una spiegazione gli abitanti del rione, quando appresero che Michele, il vecchio Maniscalco, era stato colpito da una sincope e dopo poche ore di spasimo se ne era spirato nel bacio del Signore.
***
Michele da parecchi anni abitava con la sua numerosa famiglia presso il ponte dirimpetto al tabernacolo.
Era sempre stato un uomo molto semplice e modesto, ma soprattutto pacifico nel vero significato della settima beatitudine evangelica. Cristiano di stampo antico, non aveva mai fatto mistero della sua fede praticata e vissuta.
Una particolare e meticolosa attenzione poi aveva sempre avuto nel cuore il tabernacolo della Madonna, nell’accendere tutte le sere dinanzi alla sacra immagine il lumino, che egli confezionava da sé col cerume acquistato dal Pievano o dal custode del cimitero.
A quella Sacra immagine, posta lì come a guardia del ponte, attribuiva l’incolumità da tanti pericoli e disgrazie, che altrimenti sarebbero avvenute.

Da quando aveva visto Gaspero dell’Ulivi schizzare incolume col carro e i buoi entro il fosso, lui, uomo di fede soleva spesso esclamare. “Qui c’è la Madonna che ci protegge!”.
E da allora quanti barrocciai aveva visto scivolare sotto le ruote, mentre sulla rampa levigata facevano da bilancino al cavallo! Quanti camions, guidati da autisti imprudenti, aveva visto fermarsi in tronco dinanzi a una brenna o al carretto trainato da una fiascaia, senza che mai fosse successo niente, neppure una scalfitura!
- Bambini – ripeteva spesso ai suoi nipotini – prima di attraversare la strada, fate attenzione e poi guardate la Madonnina! –
E i frugoletti del ponte della Badia sembrava giocassero in scaltrezza coi camions e colle velocissime auto senza mai nessun incidente.
Michele poi conservava in cuor suo anche altre storie, meno belle, di quella sacra Immagine.
Un giorno, un omaccio – almeno allora era così – preso dall’ira, aveva scaraventato con tutta forza contro il tabernacolo una ciabatta. Il bambino Gesù lo riparo con le sue tenere manine, le quali però al dir della gente, gli restarono come rattrappite.

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
aprile 2012, Foto di Francesco Fiumalbi

Ma nella notte quell’uomo sentì colpirsi in viso da uno schiaffo forte, forte. Li per li non seppe che ringraziare; ma poi, dopo qualche giorno ebbe degli attimi di resipiscenza.
Quasi impressionato, si portò da Michele e a lui raccontò l’accaduto.
Michele rispose all’uomo della ciabatta: - La Madonna è buona e non percosse neppure quelli che gliLo crocifissero!
- Forse sarà stato San Giuseppe ad avvisarmi che non si tratta in quel modo la sua Sopsa e il Bambino Gesù?
- Ma no – aveva risposto Michele – San Giuseppe non salì in collera neppure contro Erode, quando dové fuggire notte tempo con la famiglia in Egitto!
- E allora chi sarà stato?
E Michele aveva risposto per la terza volta – Forse perché la Madonna ti vuol bene, avrà mandato San Giovanni Battista. Vedi sulla facciata della Pieve com’è magro e ossuto e che manona ha sospesa per aria, quando benedice!...
Dopo quell’uomo non osò più passare davanti alla Madonnina del ponte senza cavarsi il cappello.
***
Approssimandosi all’ottantina, Michele era stato toccato da parecchi acciacchi.
Le cateratte abbassate gli avevano tolto quasi completamente la vista. Passava la notte nell’insonnia. Però non aveva mai perso quella sua solita dolcezza d’animo che lo rendeva amabile da tutti.
Sapeva che si accorciavano i giorni e che bisognava prepararsi. Ed egli infatti si preparava.
Sull’imbrunire come al solito inchino davanti al tabernacolo, apriva il cancelletto di ferro e accendeva il lumino, che durava fin verso la Mezzanotte. Poi, al chiaro del lumino, dava uno sguardo alla sua bella Madonnina, la quale glielo contraccambiava di certo; come se fossero stati in due innamorati. Quindi iniziava la recita del Santo Rosario: ma dovremmo dire, forse dei Santi Rosari, perché il buon vecchio, non potendo prender sonno, tornato in casa, si poneva alla finestra, e dopo uno ne cominciava un altro. Uno in suffragio della povera Eleonora… un altro per il povero Berto… uno… fissando sempre con lo sguardo la sua Madonnina.

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
Confronto maggio 2011 - aprile 2012
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 4 gennaio, quasi all’ora consueta di alsarzi, una sincope lo inchiodò nel letto. Il dottore ne constatò la gravità. Il Pievano gli somministrò l’estrema unzione e recitò tutte le preghiere di rito per gli agonizzanti.
Alle ore 11 in punto. Tra il pianto dei figli e dei numerosi nipoti e il cordoglio di tutti quelli del rione, spirò.
Il giorno appresso molti uomini e molte donne con le candele accese, si erano radunati tra il tabernacolo e la porta di casa.
Il Pievano, dopo la benedizione della salma, aveva intonato a voce alta il salmo “Miserere” mentre il corteo funebre si stava muovendo.
Lo credereste? La Madonnina posta a guardia del Ponte fu veduta allora sorridere e versare dagli occhi perle di lacrime d’argento sul lumino acceso, mentre il Bambino Gesù muoveva le manine non più rattrappite per benedire.
(Don Cesare Gemignani)
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