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lunedì 18 giugno 2018

IL BOMBARDAMENTO DI PONTE A EGOLA - 30 GIUGNO 1944

di Francesco Fiumalbi

Il 30 giugno 1944 la guerra piombò a Ponte a Egola e lo fece con tutto il suo carico di morte e distruzione. Sei persone persero la vita: non erano militari né persone armate o combattenti, semplicemente si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato. È l'assurdità della guerra e a farne le spese, quasi sempre, sono stati i civili inermi.

I cacciabombardieri statunitensi P47 Thunderbolt
Immagine tratta da Wikipedia
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 c. 1-bis della Legge 22 aprile 1942 n. 633

IL CONTESTO DELLA GUERRA – GIUGNO 1944
Il 5 giugno 1944 le truppe statunitensi guidate dal Generale M. W. Clark entrarono a Roma. La Capitale era finalmente libera, dopo mesi drammatici in cui non erano mancati episodi criminali come l'Eccidio delle Fosse Ardeatine. Da quel momento i reparti della Wehrmacht si ritirarono sulla Linea del Trasimeno o Linea Albert – così chiamata in omaggio al feldmaresciallo Albert Kesselring – che fu superata solamente il 2 luglio 1944, quando la 34th Infantry Division statunitense riuscì a raggiungere Cecina (LI).
La Liberazione di Roma era stata propiziata dalla Operation Strangle, secondo la strategia di interrompere o ridurre il più possibile le linee di approvvigionamento tedesche attraverso l’uso massiccio dell’aviazione, con operazioni di interdizione aerea, bombardamenti e incursioni. Dunque, fin dagli inizi dell'aprile 1944, le forze aeree alleate erano impegnate a colpire gli obiettivi strategici, i depositi e le vie di comunicazione dell’Italia centro-settentrionale per “strangolare” il nemico tedesco. E' in questo contesto, ad esempio, che fu bombardata la Stazione di San Miniato il 7 aprile 1944.
Con la ritirata tedesca sulle posizioni della Linea del Trasimeno, gli Alleati proseguirono con lo “strangolamento” operato attraverso la distruzione delle vie di comunicazione. Ormai le ferrovie della Toscana centro-settentrionale erano quasi tutte interrotte e l'attenzione si concentrò sulla rete stradale. E così, la mattina del 30 giugno 1944, un venerdì d'inizio estate, toccò al ponte sull'Egola.

IL BOMBARDAMENTO
«Venerdì 30 giugno 1944. L'attività aerea è stata oggi molto intensa. Gli aerei giravano sopra di noi da mattina a sera senza tregua […]. Alle nove, altrettanti velivoli dello stesso tipo [una squadriglia di 7-8 cacciabombardieri, n.d.r.] hanno bombardato il ponte della strada di Ponte a Egola causando danni alle case senza colpire l'obiettivo. Quattro palazzi vicino al ponte sono crollati e quattro o cinque persone sono morte oltre a diverse ferite». [Estratto da E. Giani, Una ferrovia sulla linea del fronte. 1942-1944 Diario di Enzo Giani, a cura di C. Giani, F. Mandorlini, L. Niccolai, A. Zizzi, FM Edizioni, San Miniato, 2003, pp. 160-161]

In realtà nel caso di Ponte a Egola non si trattò di un vero e proprio bombardamento, bensì di un’incursione aerea, ovvero di un’operazione estemporanea: alcuni aerei, passando dalla zona, si resero conto che quello poteva essere un nodo strategico e quindi tentarono di colpirlo. A partire dall'operazione Strangle, infatti, furono utilizzati i cacciabombardieri: aerei in grado di sostenere il combattimento aereo ma anche di sganciare ordigni e quindi di colpire bersagli a terra. Erano aerei che non avevano la capacità distruttiva delle “fortezze volanti”, ma erano in grado di svolgere operazioni molto più rapidamente e soprattutto potevano scendere in picchiata e raggiungere un grado di precisione nettamente superiore. Proprio a partire dalla primavera del 1944 i cacciabombardieri statunitensi P47 “Thunderbolt” – “fulmine” di nome e di fatto –cominciarono ad attaccare quotidianamente le vie di comunicazione toscane ed avevano come base di partenza la Corsica liberata: dall'Aeroporto di Bastia, dalla base di Alto (oggi dismessa) e da quella di Solenzara. Qui erano dislocate le “ali” della Twelfth Air Force statunitense ed in particolare del 57th Fighter Group con oltre 50 sortite giornaliere.

Da un punto di vista tattico, durante le sortite aeree i piloti, oltre a cercare di colpire obiettivi prestabiliti e pianificati, avevano carta bianca sui cosiddetti targets of opportunity, i bersagli estemporanei dettati dall'opportunità del momento. E uno di questi fu proprio il ponte sull'Egola. Per chi desiderasse approfondire l'argomento delle operazioni aeree alleate sui cieli della Toscana durante la Seconda Guerra Mondiale, rimando all'articolo di Claudio Biscarini dal titolo Bombs away! pubblicato sul sito Della Storia d'Empoli.

LE VITTIME
Come detto all'inizio del post, durante l'incursione aerea alleata morirono sei persone, cinque donne e un uomo, che pagarono con la vita gli effetti di un'azione di guerra che si rivelò inutile. Furono colpite le case della gente, mentre il ponte fu appena sfiorato.
È noto che gli Alleati conducevano una guerra “quantitativa”, cercando di compensare l'imprecisione con la quantità di bombe e proietti d'artiglieria. Non c’era alcuna preoccupazione per i cosiddetti “effetti collaterali”. La volontà di sconfiggere i tedeschi e vincere la guerra superava qualsiasi prezzo da pagare. E chi ci rimise più di tutti, alla fine, furono i civili inermi.

La vittima più giovane si chiamava Maria Bagnoli, di Francesco e Annunziata Giacomelli. Aveva 20 anni e abitava San Miniato Basso ed era fidanzata con Cesare Ciampalini di Ponte a Egola. La mattina del 30 giugno 1944, verso le ore 8.30, si trovava in visita dalla madre di lui, Agostina Pallesi di 56 anni e coniugata con Sabatino Ciampalini. La sua abitazione faceva parte di un edificio più ampio, nei pressi del ponte sull'Egola, che quel giorno fu colpito dagli ordigni dell'aviazione alleata.

Morirono anche i due coniugi Antonio Ciulli e Leonide Billeri, rispettivamente di 62 e 60 anni, entrambi residenti a Ponte a Egola, nei pressi dell'attraversamento del fiume.

Ed ancora persero la vita Giovanna Lastrucci di 56 anni e coniugata con Annibale Baldini, e Maria Marianelli di 69 anni, vedova di Giuseppe Bini, entrambe abitanti a Ponte a Egola.

Cliccando sui nomi è possibile approfondire con ulteriori notizie biografiche di ciascuna delle vittime, oltre ai riferimenti documentari e bibliografici.

Il ponte sull’Egola in una cartolina d’epoca
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 c. 1-bis della Legge 22 aprile 1942 n. 633

sabato 20 ottobre 2012

IL PONTE DISTRUTTO SULLA CHIECINA

di Francesco Fiumalbi

Le forti precipitazioni dello scorso 9 ottobre 2012 hanno provocato notevoli disagi alla popolazione: scantinati allagati, disagi per la viabilità. In poco meno di un'ora sono caduti oltre 70 mm di pioggia e alcuni piccoli corsi d'acqua si sono improvvisamente ingrossati. Uno di questi, il Torrente Chiecina, che scorre al confine tra i comuni di San Miniato, Palaia e Montopoli, ha raggiunto una portata davvero notevole, arrivando addirittura a far crollare un ponte in località Casaccia, lasciando molte famiglie praticamente isolate. L'area è stata provvisoriamente transennata e si prospetta la realizzazione di un intervento che possa, almeno temporaneamente, risolvere il problema dell'attraversamento del corso d'acqua.







sabato 5 maggio 2012

LA "MADONNINA" DEL PONTE ALLA BADIA

di Francesco Fiumalbi

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APSM-ISVP-002
MADONNA CON BAMBINO A LA CATENA, PRESSO IL PONTE ALLA BADIA

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Edicola votiva
Luogo: San Miniato, Loc. La Catena, via Tosco-Romagnola Est
Tipologia: Edicola in muratura
Tipologia immagine: Formella in ceramica dipinta
Soggetto: Madonna con Bambino
Altri soggetti: No
Autore: sconosciuto
Epigrafe: No
Indulgenza: No
Periodo: Formella fine '700 - inizio '800. Edicola più recente.
Riferimenti: -
Id: APSM-ISVP-002

Lungo le strade sanminiatesi vi sono molte immagini sacre. Una di queste ha una storia davvero molto suggestiva: si tratta della Madonna con Bambino collocata in prossimità del ponte alla Badia, lungo la Strada Statale n. 67 – Tosco-Romagnola Est.
L’immagine è costituita da una formella in bassorilievo di ceramica dipinta, stilisticamente riconducibile al tardo ‘700. Negli ultimi mesi è stata oggetto di numerosi atti vandalici che ne hanno compromesso l’integrità. Originariamente l’immagine raffigurava la Madonna, vestita con un abito dorato, decorato con motivi floreali e con un mantello azzurro. Sulle ginocchia Gesù e nella mano destra la coroncina del rosario. Ignoti hanno dapprima danneggiato il Bambino e infine sfigurato il volto della Madonna. Senza contare la tinteggiatura azzurra, apprezzabile per il pensiero, ma poco consona ad una edicola votiva, la copertura letteralmente da rifare, la grata da rimettere (ci sono ancora le cerniere del cancelletto).

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
maggio 2011, Gesù Bambino è già danneggiato
Foto di Francesco Fiumalbi

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
aprile 2012, E’ stato sfigurato il volto della Madonna
Foto di Francesco Fiumalbi

Molte delle immagini votive collocate lungo le nostre strade possono vantare una storia, una tradizione, un episodio. Pensando di fare cosa gradita, visto anche l'interesse per queste edicole che fanno parte della nostra cultura religiosa e non, riproponiamo il suggestivo articolo redatto da Don Cesare Gemignani, già rettore della Parrocchia di San Giovanni Battista di Cigoli. Fu pubblicato per la prima volta molti anni fa sul settimanale “La Domenica” ed è stato ripresentato nell’opuscolo parrocchiale distribuito alle famiglie in occasione della Santa Pasqua 2012. Si tratta del racconto di alcuni episodi miracolosi, che vedono protagonista la venerata immagine de La Catena, e che merita sicuramente attenzione.

LA MADONNA DEL PONTE
Quella mattina, ci perdoni, sembrò che la Madonnina del tabernacolo presso il ponte della Badia versasse lacrime.
Nessuno seppe con precisione il perché, ma lo intuirono e ne dettero una spiegazione gli abitanti del rione, quando appresero che Michele, il vecchio Maniscalco, era stato colpito da una sincope e dopo poche ore di spasimo se ne era spirato nel bacio del Signore.
***
Michele da parecchi anni abitava con la sua numerosa famiglia presso il ponte dirimpetto al tabernacolo.
Era sempre stato un uomo molto semplice e modesto, ma soprattutto pacifico nel vero significato della settima beatitudine evangelica. Cristiano di stampo antico, non aveva mai fatto mistero della sua fede praticata e vissuta.
Una particolare e meticolosa attenzione poi aveva sempre avuto nel cuore il tabernacolo della Madonna, nell’accendere tutte le sere dinanzi alla sacra immagine il lumino, che egli confezionava da sé col cerume acquistato dal Pievano o dal custode del cimitero.
A quella Sacra immagine, posta lì come a guardia del ponte, attribuiva l’incolumità da tanti pericoli e disgrazie, che altrimenti sarebbero avvenute.

Da quando aveva visto Gaspero dell’Ulivi schizzare incolume col carro e i buoi entro il fosso, lui, uomo di fede soleva spesso esclamare. “Qui c’è la Madonna che ci protegge!”.
E da allora quanti barrocciai aveva visto scivolare sotto le ruote, mentre sulla rampa levigata facevano da bilancino al cavallo! Quanti camions, guidati da autisti imprudenti, aveva visto fermarsi in tronco dinanzi a una brenna o al carretto trainato da una fiascaia, senza che mai fosse successo niente, neppure una scalfitura!
- Bambini – ripeteva spesso ai suoi nipotini – prima di attraversare la strada, fate attenzione e poi guardate la Madonnina! –
E i frugoletti del ponte della Badia sembrava giocassero in scaltrezza coi camions e colle velocissime auto senza mai nessun incidente.
Michele poi conservava in cuor suo anche altre storie, meno belle, di quella sacra Immagine.
Un giorno, un omaccio – almeno allora era così – preso dall’ira, aveva scaraventato con tutta forza contro il tabernacolo una ciabatta. Il bambino Gesù lo riparo con le sue tenere manine, le quali però al dir della gente, gli restarono come rattrappite.

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
aprile 2012, Foto di Francesco Fiumalbi

Ma nella notte quell’uomo sentì colpirsi in viso da uno schiaffo forte, forte. Li per li non seppe che ringraziare; ma poi, dopo qualche giorno ebbe degli attimi di resipiscenza.
Quasi impressionato, si portò da Michele e a lui raccontò l’accaduto.
Michele rispose all’uomo della ciabatta: - La Madonna è buona e non percosse neppure quelli che gliLo crocifissero!
- Forse sarà stato San Giuseppe ad avvisarmi che non si tratta in quel modo la sua Sopsa e il Bambino Gesù?
- Ma no – aveva risposto Michele – San Giuseppe non salì in collera neppure contro Erode, quando dové fuggire notte tempo con la famiglia in Egitto!
- E allora chi sarà stato?
E Michele aveva risposto per la terza volta – Forse perché la Madonna ti vuol bene, avrà mandato San Giovanni Battista. Vedi sulla facciata della Pieve com’è magro e ossuto e che manona ha sospesa per aria, quando benedice!...
Dopo quell’uomo non osò più passare davanti alla Madonnina del ponte senza cavarsi il cappello.
***
Approssimandosi all’ottantina, Michele era stato toccato da parecchi acciacchi.
Le cateratte abbassate gli avevano tolto quasi completamente la vista. Passava la notte nell’insonnia. Però non aveva mai perso quella sua solita dolcezza d’animo che lo rendeva amabile da tutti.
Sapeva che si accorciavano i giorni e che bisognava prepararsi. Ed egli infatti si preparava.
Sull’imbrunire come al solito inchino davanti al tabernacolo, apriva il cancelletto di ferro e accendeva il lumino, che durava fin verso la Mezzanotte. Poi, al chiaro del lumino, dava uno sguardo alla sua bella Madonnina, la quale glielo contraccambiava di certo; come se fossero stati in due innamorati. Quindi iniziava la recita del Santo Rosario: ma dovremmo dire, forse dei Santi Rosari, perché il buon vecchio, non potendo prender sonno, tornato in casa, si poneva alla finestra, e dopo uno ne cominciava un altro. Uno in suffragio della povera Eleonora… un altro per il povero Berto… uno… fissando sempre con lo sguardo la sua Madonnina.

Edicola votiva presso il ponte de “La Badia”
Confronto maggio 2011 - aprile 2012
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 4 gennaio, quasi all’ora consueta di alsarzi, una sincope lo inchiodò nel letto. Il dottore ne constatò la gravità. Il Pievano gli somministrò l’estrema unzione e recitò tutte le preghiere di rito per gli agonizzanti.
Alle ore 11 in punto. Tra il pianto dei figli e dei numerosi nipoti e il cordoglio di tutti quelli del rione, spirò.
Il giorno appresso molti uomini e molte donne con le candele accese, si erano radunati tra il tabernacolo e la porta di casa.
Il Pievano, dopo la benedizione della salma, aveva intonato a voce alta il salmo “Miserere” mentre il corteo funebre si stava muovendo.
Lo credereste? La Madonnina posta a guardia del Ponte fu veduta allora sorridere e versare dagli occhi perle di lacrime d’argento sul lumino acceso, mentre il Bambino Gesù muoveva le manine non più rattrappite per benedire.
(Don Cesare Gemignani)

domenica 17 luglio 2011

TOPONOMASTICA… PONTAEGOLESE (prima parte)


di Francesco Fiumalbi



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Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Il centro abitato di Ponte a Egola, come indica anche il suo nome, è posizionato a cavallo del torrente Egola. Il nome Egola, conosciuto in passato anche con i nomi di Ebula ed Evola, deve la sua origine, probabilmente, ad un nome proprio di persona etrusco: Helvula (2), così come anche altri idronimi di fiumi o torrenti vicini, quali Era ed Elsa (3).

La pescaia lungo il Torrente Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

E’ stato un particolare attraversamento del Torrente Egola, unitamente allo sviluppo pedecollinare di insediamenti produttivi, a dare origine all’attuale Ponte a Egola. Anche se non conosciamo l’epoca della prima costruzione, il “ponte” ha rappresentato, per diversi secoli, uno snodo viario molto importante, nei pressi del quale si congiungevano sei percorsi stradali: tre da est e quattro da ovest.

L'attuale ponte sul Torrente Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Il tracciato più importante era la strada “pisana”, ricordata anche negli Statuti del Comune di San Miniato (4), datati 1337, che da Firenze conduceva al mare, (oggi via Tosco-Romagnola Est, via Corrado Pannocchia, via Armando Diaz, via Costa) dovrebbe essere stata tracciata attorno al XIII secolo, quando il tratto dell’antica via Quinctia romana, che correva parallela al corso dell’Arno (5), fu “deviato” su un percorso pedecollinare e di crinale, sia per motivi militari che di manutenzione (strada a “piedi asciutti”). Era una strada, larga 14 braccia dal confinibus Montis Topoli usque ad ponticellum rivi de Ubacula in burgo Sancte Iocunde (dal confine col Comune di Montopoli fino al ponte sul fiume Bacoli, oggi rio San Bartolomeo presso il borgo di Santa Gioconda, oggi Badia Santa Gonda) e la cui manutenzione, nel tratto pontaegolese, era di competenza della comunità di Cigoli dal rio Scoccholini fino al ponte e di Stibbio dal ponte fino alla comunità di Comugnori, Montalto e San Romano (presumibilmente fino a “cima di costa”) (6).
Provieniendo da Firenze, prima di giungere al ponte, si raccordavano alla strada pisana la via che conduceva a Cigoli, passando per l’insediamento di Molino d’Egola, e la via di rezzaia, che deve il suo nome alla presenza di un tabernacolo, scomparso agli inizi del XX secolo (7), dedicato a “S. Lezzaia” o “Santa Rezzaia” (di quale figura potrebbe trattarsi?!) come mostra anche la cartografia del “Catasto Leopoldino”. Quest’ultima strada andava in direzione nord e si raccordava alla via per Santa Croce (che andava dalla Badia di Santa Gonda fino all’attraversamento dell’Arno presso San Donato) più o meno all’altezza dell’attuale impianto sportivo di Casa Bonello.

Ponte a Egola, via di Rezzaia 2
Foto di Francesco Fiumalbi

Passato il ponte, in direzione Pisa, alla strada pisana si raccordava, dalla metà del ‘300 come oggi, la Strata qua itur Castrum Francum (la strada per andare a Castelfranco, oggi via Gramci e via Giuncheto) (8). Il tracciato si concludeva ai confini col Comune di Castelfranco, a cui si giungeva attraverso un ponte, costructum de lateribus, que est canne centumquinque (costruito in laterizio, per una lunghezza di 105 canne) e che per 78 canne doveva essere manutenuto dalla comunità di Leporaja (9). La strada è detta, ancora oggi, “via di Giuncheto” poiché conduce ad una vasta area, denominata appunto Giuncheto, che si trovava in prossimità dell’Arno. Giuncheto è un cosiddetto “fitonimo”, vale a dire un nome di un luogo legato alla presenza di una particolare specie vegetale. Non è da escludere, infatti, che la zona così chiamata fosse ricca di “giunchi”, vegetali che si sviluppano in zone prevalentemente umide o paludose. Nella mappa del “Catasto Leopoldino”, troviamo anche il toponimo “Colmate di Giuncheto”, che si trovava grosso modo fra l’Arno e l’attuale zona industriale di Giuncheto, e che richiama inevitabilmente ad un’operazione di bonifica avvenuta per “colmata”. Nella cartografia IGM di fine ‘800 si rintraccia anche il toponimo di “Canneto”.

Ponte a Egola, via di Giuncheto
Foto di Francesco Fiumalbi

Al ponte giungeva anche una strada proveniente dalla valdegola e che doveva essere mantenuta fino al pontem seu flumen Ebule dalle comunità di Bucciano e Grumolum (quest’ultima località non è stata identificata) (10). Si tratta della strada che, nelle mappe del Catasto Generale della Toscana (meglio noto come “Catasto Leopoldino”), seguiva un percorso pedecollinare per poi biforcarsi (più o meno all’altezza dell’attuale rotonda fra via Primo Maggio, via Curtatone e Montanara e via Antonio Labriola) e condurre da una parte verso il Marianellato e dall’altra verso il ponte. Il tracciato in direzione del ponte oggi è scomparso anche se, idealmente, proseguiva verso Santa Croce nell’attuale via Oberdan. Il suddetto bivio si trovava nei pressi del cosiddetto “Podere Monsone”, nelle vicinanze del quale scorreva un fiumiciattolo di cui rimane memoria nell’attuale via Rio Monsone. Non sappiamo da cosa derivi questo nome, tuttavia, vista la posizione al centro del “canalone” geomorfologico, costituito dalla bassa Valdegola, poteva trattarsi di una zona particolarmente esposta ai venti.
L’altra biforcazione della strada, seguendo un percorso pedecollinare che si raccordava con la strada pisana (l’attuale via Costa), conduceva al “Marianellato”. Si trattava di un nucleo abitato sviluppatosi attorno alle attività produttive della famiglia Marianelli (agricoltura, produzione di laterizi e, infine, concia della pelle) (11) situate fra “Poggio alla Lodola” e “Poggio ai Frati”, all’imbocco di quella piccola vallata solcata dal Rio Monsone e che garantiva un afflusso di acqua sufficiente per le varie lavorazioni. I nomi attribuiti ai rilievi collinari fanno riferimento a due diverse situazioni. Da una parte potrebbe essere segnalata la presenza di allodole, molto diffuse anche in Toscana, mentre il “Poggio ai Frati” potrebbe indicare la presenza di un luogo gestito da una comunità monacale. Non significa che qui ci fosse necessariamente un convento, come è stato più volte supposto, bensì è lecito ipotizzare un riferimento anche alla sola proprietà terriera, magari pervenuta attraverso un lascito. 

Ponte a Egola - Stibbio, via Poggio ai Frati
Foto di Francesco Fiumalbi

Lungo l’attuale via Poggio ai Frati (che da via Primo Maggio si raccorda a via Stibbio presso il casolare denominato “Podere La Quercia”) vi erano, infatti, numerosi possedimenti della Parrocchia di Cigoli, registrati nell’inventario del 1686 (12). Dal 1335 la “cura” di Cigoli era affidata ai frati umiliati di regola benedettina, dipendenti dal convento di Ognissanti di Firenze (13), e qui rimasero fino al 1571 quando l’ordine fu soppresso (14). Il Santuario di Cigoli, nel corso dei secoli, aveva beneficiato di numerosi lasciti sia come ex-voto che per opere di espiazione. Nei pressi di Poggio ai Frati, nelle mappe del “Catasto Leopoldino” troviamo anche il curioso toponimo “La Contessa”, forse riferito alla condizione nobiliare della proprietaria di alcuni terreni, oppure alla sua personalità.

Nella seconda troveremo tanti altri toponimi interessanti...

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sabato 28 maggio 2011

TOPONOMASTICA... PINOCCHINA

di Francesco Fiumalbi

La toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1). Le entità geografiche sono i luoghi, le zone, ma anche i percorsi. Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
In questo post ci occuperemo dei nomi che sono stati attribuiti a luoghi o percorsi dell’odierno centro abitato di San Miniato Basso.

San Miniato Basso è un nome “costruito”. Il suffisso “basso” indica, anche a chi sente pronunciare questo nome per la prima volta, che da qualche parte ci deve pur essere un “San Miniato” collocato in posizione più elevata.
Questo toponimo fu coniato nel 1924 dall’allora Amministrazione Comunale, che vedeva nel centro di pianura il naturale sviluppo del centro storico di San Miniato che per motivi squisitamente orografici era impossibilitato ad espandersi ulteriormente (2). Di questo evento rimane una epigrafe collocata sulla facciata di un edificio situato all’incrocio fra via Tosco-Romagnola Est, via Aldo Moro (già via Stazione) e viale Marconi (già via Stazione).

Epigrafe commemorativa della variazione del nome
San Miniato Basso – Pinocchio
Foto di Francesco Fiumalbi

E’ stata proposta l’identificazione dell’attuale San Miniato Basso nel Pinocclo (3) citato in un documento dell’Archivio dell’Arcidiocesi di Lucca, risalente all’anno 907 (4). Questa circostanza, tuttavia appare inverosimile, in quanto nel documento non si fa menzione ad altre località vicine come punti di riferimento (come invece avviene in tutti gli altri documenti relativi alla nostra zona); in più l’atto è stato redatto a Lucca. Inoltre negli Statuti del 1337 questa località non viene mai menzionata, a differenze di molte altre.
Negli anni il nome riportato nei documenti è stato alternato a quello di Pidocchio. Due le possibilità: se la sua forma corretta è Pinocchio, secondo il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, il termine Pinocchio altro non indicherebbe che il diminutivo di pino, e quindi utilizzato per indicare i suoi semi, ovvero i pinoli (c’è anche un’altra località nel territorio del Comune di San Miniato con un nome simile: Pinocchieto, nei pressi di Balconevisi); se invece la forma corretta è Pidocchio è probabile che si riferisca ad una caratteristica particolare di una zona o dei suoi abitanti (era presente il Podere del Pidocchio e lo stesso borgo inizialmente veniva chiamato anche Ponte al Pidocchio). L’interrogativo rimane ancora aperto.
All’interno del centro abitato di San Miniato Basso si riconoscono alcuni toponimi legati a particolari zone: Ponte di Ribecco, al Ponte, le Forche, Biagionato, le Buche, Case Nuove, Fontevivo, Scoccolino.

Si dice al Ponte (oppure sul Ponte) per indicare l’incrocio fra l’attuale via Tosco-Romagnola Est e via Aldo Moro e il viale Guglielmo Marconi. In effetti, sotto alcune decine di centimetri al di sotto del manto stradale, esiste veramente un ponte. Infatti, proprio lì sotto, scorre il cosiddetto rio Pidocchio che poi, verso Ontraino, assume il nome di Rio Casale. Probabilmente un primo ponte fu costruito alla fine del ‘200 quando fu tracciata la Strada Pisana (oggi via Tosco-Romagnola Est). Successivamente ne fu costruito un altro attorno al 1378, quando Firenze impose alle comunità di San Miniato e Cigoli di “restaurare” la strada maestra pisana (5).

Il punto dove il “rio Pidocchio” comincia a scorrere
sotto il centro abitato passando sotto “al Ponte”
Foto di Francesco Fiumalbi

Col nome di Ponte di Ribecco viene indicata una zona lungo la via Tosco-Romagnola Est, compresa fra l’incrocio con via dei Mille (svincolo per la Fi-Pi-Li) e via Catena. In realtà il Ponte di Ribecco non sarebbe una zona, bensì un punto preciso, situato nei pressi dell'intersezione fra via Tosco Romagnola Est e via Cavour. Vai al post IL PONTE DI RIBECCO - FRA LEGGENDA E VERITA' STORICA >>
Da non confondere, in ogni caso, col Ponte della Badia, laddove esisteva un ponte che scavalcava l’attuale Rio San Bartolomeo, un tempo chiamato Rio Bacoli. Tornando al Ponte di Ribecco, è tradizione consolidata che il nome di Ribecco derivi dal fatto che i carovanieri provenienti da Firenze e diretti a Pisa e a Livorno, dovessero passare uno per volta dal Ponte di Pidocchio formando un piccolo incolonnamento. Tale situazione si sarebbe ripetuta al successivo ponte per cui i carovanieri anziché salutarsi si dicevano “tanto al prossimo ponte ti ribecco”. Ovviamente non ci sono documenti che possono supportare tale ipotesi. Più ragionevole appare, invece, una spiegazione che ci offre il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani che, alla voce Ribecchino, indica un albergo di scarso pregio, così chiamato perché al suo interno potevano trovarsi anche piccoli spettacoli di intrattenimento accompagnati dal suono della ribeca, una specie di mandolino. In effetti quel punto si sarebbe ben prestato ad ospitare un edificio adibito a locanda o a ostello, trovandosi lungo una delle principali vie di comunicazione della Toscana. Inoltre la cosa non sarebbe inusuale: a Ponte a Elsa c’era l’Osteria Bianca, a La Scala c’era una Stazione di Posta, a San Miniato Basso l’Osteria della Bilancia.
Marcello de Fazio, da Como, suggerisce anche un'altra ipotesi. Il "Ribecco" sarebbe anche una parte di una tipologia di mulino a ruota verticale chiamata molendinum penzolum, descritto da Vitruvio e caratterizzato dalla particolare sistemazione agganciato sotto le arcate dei ponti (6). Attualmente la portata e il regime idrico del rio San Bartolomeo non consentirebbero un utilizzo di tale ruota, tuttavia non è da escludersi che nei secoli precedenti il regime idrico fosse più abbondante, garantendo al mulino un funzionamento efficiente.

Il “Ponte di Ribecco” al confine
fra La Catena e San Miniato Basso
Foto di Francesco Fiumalbi


Casolare del “Podere Pidocchio”
Via Alfieri, San Miniato Basso
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Biagionato è una area situata nei pressi dell’attuale via Fratelli Bandiera, all’altezza di Piazza Sandro Pertini. Il nome deriva dalle numerose proprietà che la famiglia Biagioni possedeva proprio in quella zona. Le Buche indicano una vallata pianeggiante situata fra le attuali via Casine e via Cavour all’inizio della zona denominata Ponte di Ribecco.
Le Case Nuove invece è un’area posta lungo la via Tosco-Romagnola Est, compresa fra via Pozzo e via Fontevivo. Durante l’800, in quella zona ci fu un’espansione edilizia, che provocò anche un distaccamento di territorio dalla chiesa parrocchiale di San Lorenzo a Nocicchio verso la Parrocchia dei SS Martino e Stefano, essendo la chiesa di San Miniato Basso più vicina e facilmente raggiungibile.
Con Fontevivo si indica un’area compresa fra la via Tosco-Romagnola Est e le pendici della collina sanminiatese, in corrispondenza dell’omonima fonte. In località Fontevivo, nel 1934, furono rinvenuti importanti resti archeologici di epoca etrusco-ellenistica, conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze (7).

“Fontevivo”
Foto di Francesco Fiumalbi

Vi sono poi dei nomi di strade che non sono di scrittori, poeti, scienziati, politici, musicisti, etc. Queste hanno un’origine molto antica e portano, insito nel proprio nome, alcune informazioni molto particolari, anche se per noi oggi non hanno nessun significato: via Candiano, via della Vigna, via dei Beccai, via del Piano, via dei Prati, via Pozzo e via Torta.

Via Torta deve il suo nome, probabilmente, al suo particolare tracciato curvo, che dalla via Tosco-Romagnola Est, conduce in via Pozzo. Quest’ultima strada inizia dalla Statale e sale verso San Miniato, passando per Località Pozzo, che indicherebbe la presenza di un manufatto costruito per la raccolta dell’acqua.
Via della Vigna indica inequivocabilmente la presenza di un vigneto. Un tempo aveva il nome di via dei Cento Barili(8) dovuto probabilmente alla particolare produttività del vigneto, tanto da far stimare la resa dell'uva vendemmiata in “cento barili”.
Poco distante da via della Vigna, troviamo via dei Beccai. Il “beccaio”, secondo il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, sarebbe un macellaio o venditore di animali quadrupedi. In particolare, il “becco” sarebbe il maschio della capra, la cui carne era commerciata comunemente nel medioevo. Oltre troviamo via del Piano e via dei Prati. La prima indica una zona pianeggiante, la seconda la presenza di aree destinate probabilmente al pascolo (che si tratti di allevamenti di capre che poi venivano macellate e vendute in via dei Beccai?).

L’intersezione fra via dei Beccai (a sinistra)
e via della Vigna (a destra)
Foto di Francesco Fiumalbi

Infine, troviamo via Candiano, dal nome apparentemente inspiegabile. Col nome di Candiano troviamo anche un podere situato fra la Ferrovia e la svolta verso Ontraino. Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani ricaviamo che col termine “candi” veniva indicato lo zucchero di canna, dedotto dall’arabo-persiano qand o qandat. La canna da zucchero venne introdotta in Europa dagli Arabi, prima in Spagna (700 d.C.) e poi in Sicilia (900 d.C.) (9) e successivamente si diffuse un po’ in tutto il continente. Sembrerebbe, quindi, che il termine Candiano indichi un luogo dove si coltivava canne da zucchero. Personalmente, ricordo proprio nei pressi del Podere Candiano (oggi Residence La Magnolia) la presenza, circa 10-15 anni fa, di una coltivazione di barbabietole da zucchero. Che sia un retaggio dell’antica coltivazione della canna da zucchero?


via Candiano in direzione Ontraino
Foto di Francesco Fiumalbi

Ci occuperemo, in seguito, anche degli altri toponimi del Comune di San Miniato. Anche in questa zona ci sono altri luoghi dai nomi molto particolari come Scoccolino o Castellonchio, ma ne parleremo in appositi interventi. Questa analisi, come avrete visto, risulta essere interessante, perché dallo studio dei nomi possiamo ricavare una vera e propria memoria dei luoghi, seppur con le dovute approssimazioni.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(2) Parentini Manuela, Quando San Miniato Basso si chiamava Il Pinocchio, FM Edizioni, San Miniato, 2002, pag. 15.
(3) Ibidem.
(4) AAVV, Memorie e Documenti per servire all’Istoria del Ducato di Lucca, Tomo V, parte III, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, Documento MCVII, pag. 44.
(5) Parentini M., Op. Cit. pag. 17.
(6) Cortese Maria Elena, L'acqua, il grano, il ferro. Opifici idraulici medievali nel bacino farma-merse, Edizioni All'insegna del Giglio, Firenze, 1997, pag. 28.
(7) Lotti Dilvo, San Miniato, vita di un’antica città, Sagep, Genova, 1980, pagg. 25-29.
(8) Boldrini Robero, Dizionario dei Toponimi del Comune di San Miniato, Comune di San Miniato, Tipolitografia Bongi, San Miniato, 2004, pag. 142.
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