Visualizzazione post con etichetta trecentonovelle. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta trecentonovelle. Mostra tutti i post

domenica 20 ottobre 2013

F. SACCHETTI: LE NOVELLE "SANMINIATESI" - 4/4

a cura di Anna Orsi


In questo post è proposta la quarta ed ultima novella di Franco Sacchetti ambientata a San Miniato o nel suo territorio. Franco Sacchetti, come è noto, fu Podestà di San Miniato nel 1392 e Vicario nel 1400. Quindi era ben a conoscenza dell'ambiente sanminiatese dell'epoca.
Il protagonista della novella è Soldo di Ubertino Strozzi, fiorentino dalla personalità vivace e arguta, nonché personaggio storico realmente esistito. Fu infatti Capitano di Colle Val d'Elsa nel 1342, nel periodo in cui, al termine di una serie di lotte intestine, il borgo valdelsano si dette al Duca d'Atene da poco eletto Signore di Firenze (Giornale Storico degli Archivi Toscani che si pubblica dalla Soprintendenza Generale agli Archivi Toscani, vol. VI, Viesseux, 1862, p. 204, 29 ottobre 1342). Troviamo Soldo di Ubaldino anche nell'elenco dei Priori appartenenti al cosiddetto “popolo grasso” nel periodo 1343-1348. Purtroppo, allo stato attuale delle ricerche non è possibile stabilire se effettivamente Soldo Strozzi abbia svolto una qualche carica pubblica anche per il Comune di San Miniato.
Gli altri co-protagonisti sono le due potentissime casate sanminiatesi dei Ciccioni e dei Mangiadori, che per tutto il '300 fecero il bello e il cattivo tempo all'ombra della Rocca. Due famiglie perennemente in conflitto fra loro, come registrato anche da Giovanni Villani nel 1308, ma anche nel 1345 come conseguenza del tentativo di ribellione nel castello di Fucecchio. Ed anche in questa novella appare in tutta la sua evidenza l'elemento di reciproca conflittualità, che in qualche modo dimostra della conoscenza dell'ambiente sanminiatese da parte di Franco Sacchetti.
Lo stesso Bindaccio Mangiadori che compare nella novella è un personaggio realmente esistito. Fu infatti figlio di Geri di Bindaccio di Jacopo Mangiadori. Nel 1340 lo troviamo eletto Podestà a Volterra, mentre nel 1343-44 fu a Perugia in veste di Capitano del Popolo. Rientrato in San Miniato, fu poi Vicario e Conservatore della giurisdizione a Prato nei primi mesi del 1347. Tornò nuovamente come Podestà a Volterra nel 1349 e di nuovo a Prato nel 1350 e ancora Podestà di Perugia nel 1354. Nel 1360 risulta morto (Vieri Mazzoni, Le famiglie del ceto dirigente sanminiatese (secc. XIII-XIV). Seconda Parte, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CXVII, nn. 2-3 (319-320) 2011, Ed. Polistampa, 2013, pp. 237-238).
Come detto, gli unici due personaggi della novella indicati con nome e cognome, sono persone esistite davvero e vissute nello stesso periodo. Non c'è quindi da stupirsi se anche le vicende descritte nella novella siano state ispirate da fatti realmente accaduti. Anche in questo caso, così come nelle altre novelle, la storia non è altro che è un pretesto per sostenere un insegnamento "morale". Sacchetti, infatti, non fa altro che proporre, seppur in forma di racconti, le meditazioni di carattere morale e religioso, che egli stesso aveva elaborato negli anni '80 del '300.

Franco Sacchetti
Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Tipografia Borghi e Compagni, Firenze, 1833


NOVELLA
CENTESIMACINQUANTESIMOTTAVA

Soldo di Messer Ubertino degli Strozzi, essendo capitano di santo Miniato, usa certe astuzie con la malizia de' Sanminiatesi; e in fine, sanza tenere la metà de' fanti, vinse le sette loro, ed ebbe onore.

Al tempo che 'l Comune di santo Miniato in Toscana era in sua libertà, come avea per usanza, mandava quasi continuo la elezione del capitano a uno Fiorentino, e per la diversità degli uomini di quello, e per lo male reggimento de' rettori, che là andavano, rade volte interveniva che alli più di questi rettori non fosse fatta vergogna, e talora tanta, che talora se ne veniamo in camicia, e talora erano presso che morti. Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, uomo piacevolissimo e saputo e non abbiente, ed era forte gottoso, e quasi di ciò perduto. Avendo costui la elezione, cominciò a pensare, e dall'una parte il tirava il bisogno, e dicea: Io voglio andare; dall'altra dicea; Io non voglio andare a morire; io son vecchio, e sono attratto di gotte; li Sanminiatesi hanno fatto sì e sì al tale, e così all'altrettale; egli è meglio ch'io rifiuti. Alla per fine, combattendo molte cose nella sua mente, deliberò d'andare, per sovvenire alla sua necessità, e con una sottile astuzia, per riparare alle furie e alle sette de' Sanminiatesi; e così accettoe. E venuto il tempo, andò nel detto oficio. Nel quale stando, apparì una gran mortalità, la quale fu molto prosperevole al detto Soldo, come appiede di questa novella si dimostrerà. Ora stando costui nel principio del suo capitanato, apparve un caso, che uno da Coligarli (Collegalli, n.d.r.), o di quello paese, fu preso per alcuno eccesso, del quale, essendo colpevole, meritava d'essere dicapitato. Come la setta di messer Bindaccio Mangiadori il seppe, subito furono a lui, protestando, che 'l detto non morisse; e per opposito la setta de' Ciccioni con ogni loro forza e argomento voleano che 'l preso non campasse. E questa era un'aspra contesa, come spesso interviene tra due sette. Veggendo Soldo questo, fra sé medesimo comincia a dire: Io non debbo essere venuto qui per farmi uccidere, e sono poco adatto a combattere con costoro, perocchè io sono vecchio e infetto; a me conviene aver senno per la loro follia, e portermene quello che io avanzerò, che n'ho bisogno. E così pensato, disse una mattina all'una setta e all'altra, che la sera andassono al banco a lui, e che piglierebbe lodo tale su' fatti del preso, che l'una parte e l'altra doverebbe rimanere per contenta; e così si partirono. E venuto poi l'ora del vespro, essendo Soldo al banco, l'una e l'altra setta comparirono alla difesa e all'offesa, dicendo ciascuna parte ciò che voleano. Disse Soldo: Io v'ho intesi, e serei molto contento della vostra pace, e della vostra concordia, perocchè unitamente credo, se ciò fosse, consigliereste che io facesse giustizia, la quale ho giurato di fare, facendo ragione a ciascheduno; e di questo non me ne storrei, se già per voi non si facesse una cosa. Udendo questo quelli che voleano che 'l preso campasse, dissono fare ciò che comandasse loro. Allora disse Soldo: Ogni parola che voi fate, è vana, altro che quello che io vi dirò. Audate, e deliberate tra voi quello che voi volete, che io faccia di costui, e di concordia tornate a me; se mi direte che egli muoia, serà fatto; se mi direte che io lo lasci, subito sia lasciato. Detto questo, ciascuno guarda l'un l'altro, e chi soffiava di qua e chi di là, alla fine si partirono, e dissono di tornare l'altra mattina. Elle furono tavole, che non che s'accordassono, ma elli non s'accozzarono mai insieme, che ne ragionassero. Tornati la mattina e l'una parte, e l'altra procurando chi pro, e chi contro, disse Soldo: Io voglio spacciare questo fatto; che mi rispondete voi a quello che io vi dissi ieri? Rispose l'uno dell'una parte: Messer lo capitano, noi ne seremo mai in concordia, perocchè noi vogliamo che campi, che ci pare che non meriti morte; e costoro vogliono che muoia. Gli altri rispondeano: E' dice il vero che noi vogliamo che muoia, come il peggiore uomo che mai fosse in questo paese, e merita mille morti; e sapete, messer lo capitano, che la iustizia è quella che conserva, non che questa terra, ma il mondo; e però vi preghiamo che facciate ragione; e voi volete che io faccia ragione, o no? A costoro parve essere nelle pastoie, e dissono: E anco noi vi preghiamo che voi facciate ragione. Disse Soldo. Voi diciavate poco fa che non eravate di concordia; in questa parte voi siete uniti e in concordia, cioè che io faccia ragione, e io così farò; e ancora vi dico così, ciò che prima vi dissi, che se di qui a tre dì verrete di concordia l'una parte e l'altra, o che io il salvi, o che io il danni, quello seguirò, se bene direte, quanto che no, io farò ragione, come di concordia m'avete detto. Così tutti si partirono, non sapendo che si dire, e ma' s'accordarono. Di che Soldo seguì il suo corso, e fece morire il preso, facendolo dicapitare. E così fece sanza fare alcuna …... o morto, o torto. E così il buon rettore quivi vuolle fare quello che dee …. non è mai cosa non abbia se non per l'altrui follia, e rade volte, anzi non è mai, che se vuole fare ragione, che non possa. Essendo dicapitato costui, la parte che n'era stata malcontenta, alcuna volta pensava di nimicarlo in certe cattivanzuole, come nel rassegnare la famiglia che non dovea, tenea quando sei, e quando otto gonnelle in una sala dei fanti sopra una stanza. Venendo il rassegnatore, il detto Soldo dicea; Rassegnate, come vi piace; e mostrando loro le gonnelle, dicea: Io ne faci sotterrare istanotte quelli che voi vedete; andate giuso alle letta, e troverete assai che hanno il gavocciolo, e qual sta male, e qual si muore. Come il notaio della rassegna vede e ode queste cose, parea cacciato da mille diavoli, e turandosi il naso, si fuggia fuori del palagio, e andavasi con Dio. Quelli che aspettavano che 'l detto Soldo fosse condennato, udendo il rassegnatore, si segnavano, e non che gli mandassono il rassegnatore, ma non passavano dal suo palagio per la pestilenza, la quale udivano, v'era appresa.
E così e di questo e d'altro si passò questo avveduto capitano con l'altrui divisione e follìa, trattando li sudditi suoi, come meritavano; e tornossi a Firenze sano e salvo e gottoso, come v'andò, e forse con la borsa piena, e con molto onore, lasciando loro e con le loro sette, e con le loro divisioni; le quali ciascuno, che le segue, fanno venire a ultima e finale destruzione, come per sempre per antico e per moderno s'è veduto nel mondo. 

lunedì 18 febbraio 2013

F. SACCHETTI: LE NOVELLE "SANMINIATESI" - 3/4

a cura di Anna Orsi
Questa proposta di seguito è la terza delle quattro novelle di Franco Sacchetti, ambientate a San Miniato o nei suoi dintorni. Fu redatta probabilmente intorno al 1392, quando Sacchetti era Podestà a San Miniato e presenta alcuni elementi interessanti anche da un punto di vista storico. Stavolta i protagonisti sono tre ciechi fiorentini, Lazzaro, Salvatore e Grazia, che campano di elemosine. I tre avevano stipulato una sorta di società, in modo da distribuire equamente i proventi della loro attività di questuanti. Muovendosi verso Pisa per la festa di Santa Maria, arrivarono ai piedi della collina sanminiatese, e più precisamente a Santa Gonda. Qui, stando in una camera d'albergo, decisero di effettuare la conta dei soldi e di fare una ridistribuzione. Ad un certo punto della conta, Grazia viene accusato dagli altri due di volerli imbrogliare. Ne esce una violenta colluttazione, che vide anche l'intervento dell'oste e di sua moglie. Alla fine i tre rimangono senza un soldo. Anche in questo caso, la storia non è altro che è un pretesto per sostenere un insegnamento "morale", così come nelle altre novelle del Sacchetti, il quale non fa altro che proporre, seppur in forma di racconti, le meditazioni di carattere morale e religioso, che egli stesso aveva elaborato negli anni '80 del '300.

Franco Sacchetti
Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Giovanni Silvestri, Milano, 1815


NOVELLA CENTESIMAQUARANTESIMA

Tre ciechi fanno compagnia insieme, e veggendo la loro ragione a santa Gonda, vengono a tanto, che si mazzicano molto bene insieme, e dividendo l'oste e la moglie, sono da loro anco mazzicati.

Nel popolo di santo Lorenzo, presso a santa Orsa nella città di Firenze, tornavano certi ciechi, di quelli che andavano per limosina, e la mattina si levavano molto pertempo, e chi andava alla Nunziata, e chi in Orto san Michele, e chi andava a cantar per le borgora, e spesse volte deliberavano, che quando avessono fatta la mattinata, si trovasseno al campanile di santo Lorenzo a desinare, dove era uno oste che sempre dava mangiare e bere a' loro pari. Una mattina essendovene due a tavola, e avendo desinato, dice l'uno, ragionando del loro avere, o della loro povertà: lo accecai, forse dodici anni è, ho guadagnato forse mille lire. Dice l'altro: Ohi tristo a me sventurato, ch'egli è sì poco, che io accecai, che io non ho guadagnato dugento lire! Dice il compagno: Oh quant'è che tu accecasti? Dice costui: E' forse tre anni. Giugne uno terzo cieco, che avea nome Lazzero da Corneto, e dice: Dio vi salvi, fratelli miei. E quelli dicono: Qul se'tu? E quelli risponde: Sono al buio, come voi, e segue: E che ragionate? E quelli contarono il tempo de' loro guadagni. Disse Lazzaro: Io nacqui cieco, e ho quarantasett'anni; s'io avessi i danari che io ho guadagnati, io sarei il più ricco cieco di Maremma. Bene sta, dice il cieco di tre anni, che io non trovo niuno che non abbia fatto meglio di me. E facendo così tutti e tre insieme, dice questo cieco: Di grazia lasciamo andare gli anni passati, vogliam noi fare una compagnia tutti e tre, e ciò che noi guadagnamo, sia a comune; e quando andremo fuori tutti tre, noi andremo insieme, pigliandocil'uno con l'altro, se bene bisognerà chi ci meni; il piglieremo? Tutti s'accordarono, e alla mensa s'impalmarono, e giurarono insieme. E fatta questa loro compagnia alquanto in Firenze, uno che gli avea uditi fermare questo loro traffico, trovandogli uno mercoledì alla porta di santo Lorenzo, dà all'uno di loro un quattrino, e dice: Togliete questo grosso tra tutti tre voi; e continuando, dove costoro si fermavano insieme a certe feste, costui facea sempre limosina d'uno quattrino, dicendo: Togliete questo grosso tra tutti e tre. Dice colui che lo riceve alcuna volta: Gnaffe! E' c'è dato un grosso, che a me par piccolo com'un quattrino. Dicono gli altri: dov'è? O non ci cominciare già a voler ingannare. Questi rispose: che inganno vi poss'io fare? Quello che mi fia dato, io metterò nella tasca, e così fate voi. Disse Lazzaro: Fratelli, la lealtà è bella cosa. E così sì rimase; e ciascuno ragunava, e deliberarono tra loro ogni capo di otto dì mescolare il guadagno, e partire per terzo. Avvenne, che ivi a tre dì che questo fu, era mezzo agosto; di che si disposono, come è la loro usanza, d'andare alla festa della Nostra Donna a Pisa; e movendosi ciascuno con un suo cane a mano ammaestrato, come fanno con la scodella, si misono in cammino, cantando la intemerata per ogni borgo; e giunsono a santa Gonda un sabato, che era il dì di vedere la ragione, e partire la moneta: e a uno oste, dove albergarono, chiesono una camera per tutti e tre loro, per fare i fatti loro quella notte; e così l'oste la diede loro. Entrati questi ciechi con li cani e co' guinzagli a mano, quando fu il tempo d'andare a dormire nella detta camera, disse uno di loro che avea nome Salvadore: A che ora vogliam noi fare la nostra faccenda? Accordaronsi, quando l'oste e la sua famiglia fosse a dormire; e così feciono. Venuta l'ora, dice il terzo cieco, che avea nome Grazia, ed era quello che era stato men cieco: Ciascuno di noi segga, e nel grembo noveri li denari, ch'egli ha, e poi faremo la ragione; e colui, che n'avrà più, ristorerà colui che n'avrà meno. E così furono d'accordo cominciando ciascuno a noverare. Quando ebbono annoverato, dice Lazzero: lo trovo, secondo ho annoverato, lire tre, soldi cinque, danari quattro. Dice Salvadore: Ed io ho annoverato lire tre, danari due. Dice Grazia: Buono buono, io ho appunto quaranzette soldi. Dicono gli altri: Oh che diavolo vuol dir questo? Dice Grazia: Io non so. Come non sai? Che dei avere parecchi grossi in ariento più di noi, e tu ce la cali a questo modo; è la compagnia del lupo la tua. Tu hai nome Grazia, ma a noi se'tu disgrazia. Dice costui: Io non so che disgrazia; quando colui dicea che ci dava un grosso, a me parea egli uno quattrino, e che che si fosse, come io vi dissi, io il mettea nella tasca, io non so; io sarei leale come voi in ogni luogo, che mi fate già traditore e ladro. Dice Salvadore: E tu se', poiché tu ci rubi il nostro. Tu menti per la gola, dice Grazia. Anzi menti tu; anzi tu, e cominciansi a pigliare e dare delle pugna; e' danari caggiono per lo spazzo. Lazzero, sentendo cominciata la mischia, piglia la sua mazza, e dà tra costoro per dividergli; e quando costoro sentono la mazza, pigliano le loro, e cominciansi a batacchiare, e tutti li denari erano caduti per lo spazzo. La battaglia cresce, gridando, e giucando del bastone, li loro cani abbaiavano forte, e tale pigliava per lo lembo co' denti or l'uno or l'altro, e' chiechi, menando le masse, spesso davano a' cani, e quelli urlavano; e così parea questo uno torniamento. L'oste, che dormia di sotto con la moglie, dice alla donna: Abbiam noi demoni di sopra? Levasi l'uno e l'altro, e tolgono il lume e vanno su, e dicono: Aprite qua. I ciechi, che erano innebbriati su la battaglia, udivano come vedeano. Di che l'oste chiuse l'uscio per forza, e aprendolo intrò dentro, e volendo dividere i ciechi, ebbe d'una mazza nel viso; di che piglia uno di loro, e gittalo in terra. Che vermocane è questo, che siate mort' a ghiadi? E pigliando la massa sua, dando a tutti di punta, dicea: Uscitemi di casa. La donna dell'oste accostandosi, e schiamazzando, come le femmine fanno, uno cane la piglia pel lembo della gonnella; e quanto ne prese, tanto ne tirò. Alla per fine perdendo costoro la lena, ed essendosi molto bene mazzicati, e chi era caduto qua e chi di là, dice Lazzaro: Oimè, oste, che io son morto! Dice l'oste: Dio gli ti mandi, uscitemi testè di casa. E quelli tutti si dolgono, e dicono: Oimè, oste, vedi come noi stiamo! Che aveano li visi lividi e sanguinosi; e peggio che tutti li nostri denari ci sono caduti. Allora l'oste dice: Che denari, che siate mort' a ghiandi, che m'avete presso che cavato l'occhio? Dice Lazzero: Perdonaci, che noi non vegghiamo, più che Dio si voglia. Io vi dico: Uscitemi di casa. E quelli dicono: Ricoci li danari nostri, e faremo ciò che tu vorrai. L'oste fa ricogliere i denari, i quali non assegnò mezzi, e disse: Qui ha forse cinque lire, voi m'avete a dare delli scotti lira dua, restassene lire tre: io voglio andare al vicario quassù, e voglio che mi faccia ragione, che m'avete fedito, e alla donna mia da' vostri cani è stata stracciata la gonnella.
Quando costoro odono questo, tutti ad una voce dicono: Amico, per l'amor di Dio, non ci voler disfare; togli da noi quello che possiamo, anderemci con Dio. L'oste disse: poiché così è, io non so, se mi perderò l'occhio, datemi tanto che io mi possa far medicare, emendate la cotardita della donna mia, che pur l'altro dì mi costò lire sette. Brievemente, li ciechi dierono all'albergatore li denari caduti, che erano nove lire e soldi due, ed altrettanti che n'aveano addosso; e così di notte pregarono l'oste che perdonasse loro, e andaronsene così vergheggiati, chi sciancato, e chi col vino enfiato, e chi col braccio guasto, per bella paura tanto oltre, che furono sul contado di Pisa la mattina. Quando furono a una taverna appiè di Marti, cominciarono a rimbrottare l'uno l'altro; e l'oste, veggendoli sanguinosi e accanneggiati, si maragliava, dicendo: Chi v'ha così conci? E quelli dicono: Non te ne caglia. E ciascuno addomanda uno quartuccio di vino, più per lavarsi le busse, e le percosse del viso, che per bere. E fatto questo, dice Grazia: Sapete che vi dico? Io farea in fede i fatti vostri, come i miei, e non fu' mai né ladro né traditore; voi m'avete dato di ciò un buon merito, che io ne sono quasi disfatto in avere e in persona. Egli è meglio corta follia che lunga, e farò come colui che dice: Uno, due e tre, io mi scompagno da te; e con voi non ho più a fare nulla, e l'oste ne sia testimone; e vassi con Dio. Dicono questi altri: Tu hai nome Grazia, ma tale la dia Dio a te, chente tu l'hai data a noi, e andossene solo a Pisa; e Lazzero e Salvadore se n'andarono anche alla festa con questa loro tempesta.  

venerdì 16 novembre 2012

F. SACCHETTI: LE NOVELLE "SANMINIATESI" - 2/4

a cura di Anna Orsi
Questa proposta di seguito è la seconda delle quattro novelle di Franco Sacchetti, ambientate a San Miniato o nei suoi dintorni. Fu redatta probabilmente intorno al 1392, quando Sacchetti era Podestà a San Miniato e presenta alcuni elementi interessanti anche da un punto di vista storico. Il protagonista è Bertino, abitante di Castelfalfi (castello al tempo sotto la giurisdizione sanminiatese e oggi località nel Comune di Montaione), allevatore di bestiame, che si reca al mercato di San Miniato per vendere alcune forme di formaggio fresco. Una storia che è un pretesto per sostenere un insegnamento "morale", così come nelle altre novelle del Sacchetti, il quale non fa altro che proporre, seppur in forma di racconti, le meditazioni di carattere morale e religioso, che egli stesso aveva elaborato negli anni '80 del '300.

Franco Sacchetti
Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Giovanni Silvestri, Milano, 1815


NOVELLA CENTESIMATRENTESIMAQUINTA

Bertino da Castelfalfi, facendo una cortese lemosina a uno saccardo povero e infermo, essendo da' nimici preso, dal detto saccardo in avere e in persona è liberato.

Come nella precedente novella era assegnato al Perugino per uno nell'altro mondo, così nella seguente voglio dimostrare come un buono uomo, servendo un vile saccardo con uno dono d'una piccola cosa, fu meritato da lui e dell'avere, e della persona; e non è mill'anni, che questo fu, ma è sì piccolo tempo, che io ho favellato al buon uomo, a cui questa novella, che io racconterò, avvenne; il qual fu Bertino da Castelfalfi, uomo di buonissima condizione, e asgiato contadino, e, secondo suo pari, ricco di bestiame. Avea recato costui, nel tempo che' Fiorentini aveano guerra col conte di Virtù, anno mille trecentonovantuno, suoi casci freschi fatti di pochi dì, a vendere al mercato a santo Miniato; e stando su la piazza con questi casci, e uno saccardo infermo con un pezzo di pane in mano domandò a questo Bertino un poco di quel cascio per mangiarlo con quel pane. Bertino disse: To ciò che tu vuogli; ed egli peritandosi, e Bertino ne tolse uno, e disse: Togli, mangia; e avea questo Bertino molto grosso il dito grosso della mano ritta. Lo saccardo, togliendo il cascio, si puose ivi a sedere, e pigliandone uno pezzo, lo mangiò con quello cotanto pane che avea. Quando l'ebbe mangiato disse: Gnaffe! Buon uomo, io non ho alcuno denaio da darti, e non ho più pane. Bertino, avendo pietà di costui, avea due pani con seco; toglie questi due pani, e disse: Viè qua con meco; e toglie l'avanzo del cacio, e menollo alla taverna, e ivi gli mise li due pani innanzi, e disse: Mangia gagliardamente. Essendo costui, ed elli alla taverna mangiò quanto li piacque e del pane, e del cacio di Bertino; e del vino, che Bertino fece venire, bevve quanto gli fu di piacere. Fatto che Bertino ebbe questa cortese lemosina, disse: Va, che sie benedetto; e partissi. Avvenne poi per caso, che certa gente d'arme de' nemici, cavalcando verso Castelfalfi, se ne menarono molto bestiame minuto del detto Bertino. E avendolo menato, feciono loro avviso, che colui, di cui egli era, anderebbe per riscattarlo, e misono certo aguato. E così venne lor fatto, che andando Bertino co' suoi fiorini, da costoro fu preso, e menato a Casole su quel di Volterra, e là fu nelle gambe sconciamente inferriato. E così stando un giorno co' ferri in gamba al sole, lo saccardo, a cui egli avea dato il cascio, passando dove Bertino assai tapino si stava, cominciò a figurare il detto Bertino, e avendolo mirato un pezzo, dice: Buon uomo, e' mi ti par pure conoscere. E Bertino, guardando lui, dicea: Gnaffe! Io non conosco te ch'io sappia. E questo era assai possibile; perocchè 'l saccardo era guerito, e bene in arnese, e dice a Bertino: Per certo tu se' esso, per tale segnale che ti hai il dito grosso. Allora Bertino cominciò quasi a conoscerlo. E 'l saccardo disse: Raccordati del cascio che mi desti a santo Miniato? E quelli disse: Figliuolo mio, io ti conosco ora. Dice il saccardo: Non voglia Dio, che io non te ne renda guidardone; farai com'io ti dirò: io  ti recherò domattina una lima sorda, con che tu segherai cotesti ferri; e menerò colui, che t'ha preso, altrove, ed io tornerò per te, e accompagnerotti insino a casa tua. Bertino disse: Figliuolo, io terrò sempre la vita per te. Questo saccardo la mattina portò la lima a Bertino, e menò alla taverna chi 'l tenea preso; e quando fu bene avvinazzato, lo condusse a giucare; ed essendo avviluppato nel giuoco, il saccardo lo lasciò, e tornò a Bertino, il quale s'era spastoiato, e condusselo a Castelfalfi, e mai non lo abbandonò. Dove il detto Bertino gli volle dare de' suoi fiorini, e nessuno non ne volle torre, e tornassene.
Quanta virtù ebbe questo saccardo, e quanta remunerazione usò in un piccolo benefizio ricevuto, è cosa maravigliosa a udire. Io per me credo, se fosse  stato de' maggiori Romani, sarebbe degno di memoria. E però non si può errare a servire, e sia l'uomo minimo quanto vuole; perocchè Isopo ci ammaestra nella sua favola, quando il leone ebbe bisogno del gatto, dicendo:

sabato 27 ottobre 2012

LE NOVELLE SANMINIATESI DI FRANCO SACCHETTI

di Francesco Fiumalbi
Franco Sacchetti
Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Giovanni Silvestri, Milano, 1815

A San Miniato, o nei suoi dintorni, Franco Sacchetti ambientò quattro delle sue novelle:


Interessanti, poi, le parole con le quali Franco Sacchetti ricorda il santuario mariano di Cigoli nella lettera che egli inviò a Giacomo di Conte da Perugia sopra le Dipinture de' Beati, scritta attorno al 1365 (6):
"...Quanti mutamenti sono stati nella mia città pure nella figura di Nostra Donna? E fu un tempo che a Santa Maria da Cigoli ciascuno correa; poi s'andava a Santa Maria della Selva; poi amplio la fama di Santa Maria in Pruneta; poi a Fiesole a Santa Maria Primerana; e poi a Nostra Donna d'orto San Michele; poi s'abbandonarono tutte, e alla Nunziata de'Servi ha concorso..."


← UOMINI ILLUSTRI A SAN MINIATO

mercoledì 24 ottobre 2012

F. SACCHETTI: LE NOVELLE "SANMINIATESI" - 1/4

a cura di Anna Orsi

Questa proposta di seguito è la prima delle quattro novelle di Franco Sacchetti, ambientate a San Miniato o nei suoi dintorni. Fu redatta probabilmente intorno al 1392, quando Sacchetti era Podestà a San Miniato e presenta alcuni elementi interessanti anche da un punto di vista storico. Il primo è l'appellativo di San Miniato "al Tedesco", variato dopo la conquista fiorentina del 1370 in "Fiorentino". Si parla di una chiesa, quella di San Miniato, probabilmente la pieve, dal momento che non viene specificata. Inoltre si parla dei Battuti, compagnie laiche molto diffuse in quel tempo, che vanno per San Miniato con un crocifisso, chissà, forse proprio quello di Castelvecchio!

Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Tipografia Borghi e Compagni, Firenze, 1833


NOVELLA CENTESIMADECIMATERZA

Al proposto di S. Miniato un venerdì santo da uno della brigata delli scopatori con la bocca è tolta l'offerta che avea su l'altare.


In San Miniato al Tedesco, che oggi si chiama Fiorentino, fu un proposto ricco, come ancora oggi si vede la rendita di quello propostato, ma era tanto avaro, che Mida non fu il terzo. Avvenne per caso che uno venerdì santo andandosi a visitar le chiese, e offerere su gli altari ogni maniera di gente, ed oltre a questo molte compagnie e regole di battuti, col Crocifisso innanzi, avvicinandosi su la terza, il proposto s'accostò all'altare, per vedere come fosse fornito; e vedutovi suso assai danari, gli cominciò a raccogliere per riporli, perocchè mezzo dì era passato, sperando di non dovervi venire più a dare offerta alcuna gente. E raccolti i danari su uno monticello in su l'altare, ed aprendo la tasca, per metterveli entro, ed ecco giungere una compagnia di battuti, per inginocchiarsi all'altare, e offerere. Come vede costoro, levarsi dall'altare e lasciavi i denari, e 'l cherico da parte; pensando che quando elli vedessino tanti danari, maggiore devozione gittasse al suo maggiore altare; e partissi e uscìo per alquanto fuori della chiesa. Quando gli scopatori ebbono dinanzi a quello altare orato inginocchione quanto vollono, vanno a baciar l'altare, e così giugnendo all'altare, uno di loro gittato gli occhi a quel monticello de' dinari, mandato un poco la visiera dell'elmo in là, facendo vista di baciare l'altare, pose la bocca aperta su' detti denari, e quanti con la bocca ne poteo pigliare, tanti ne piglò, e data la volta, seguendo gli altri s'uscio fuori. Stando alquanto, il proposto torna, per ricogliere, e credendo che denari fossero cresciuti, gli trova scemati per sì fatto modo, che sanza riguardare o come, o che, dice al cherico: Ove sono questi denari? Dice il cherico: E' sono ove voi gli lasciasti. Come sono, com'io gli lasciai? Dice il proposto. Piglia costui, e dagliene per uno pasto. Il cherico si scusò assai, ma niente gli valse. Il proposto stette di ciò gonfiato e tristo un buon tempo, non potendo mai sapere che viaggio avessono fatto detti denari; e colui che se n'empiè la bocca, con alcun compagno fece, che si convertirono in capponi; e per l'anima del proposto feciono tra loro una bella piatanza, ed elli con l'avanzo, che v'erano rimasi, si stette misero e tapino.

giovedì 11 ottobre 2012

DELLA VITA DI FRANCO SACCHETTI

di Francesco Fiumalbi


Per l'infinita fama, ch'ho udita,
Franco, di voi, poiché a Fiorenza venni,
Ogni di più mia mente n'è invaghita

 
Franco Sacchetti
Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Tipografia Borghi e Compagni, Firenze, 1833

Franco, figlio di Bencio "il Buono" di Uguccione Sacchetti e di Maria di Francesco, fu un mercante, politico, poeta e novelliere fiorentino vissuto nel XIV secolo. La sua opera più famosa è il Trecentonovelle, una poderosa raccolta costituita da trecento racconti, di cui settantotto sono andati perduti.
Nato intorno al 1330 a Firenze o a Ragusa, l'attuale Dubrovnic in Croazia, da una famiglia di mercanti fiorentini, si distinse anche per gli incarichi pubblici che ricoprì. Si sposò una prima volta il 15 gennaio 1354 con Felice di Nicolò Strozzi e in questo periodo compose la sua prima opera conoscoita: Battaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie. Dopo aver viaggiato a lungo, anche in Dalmazia dove curò gli interessi del padre, nel 1362 si stabilì definitivamente a Firenze e nel 1363 venne nominato podestà a Montevoltraio, nei pressi di Volterra. Nel frattempo iniziò la stesura del Libro delle rime, e nel 1366 fu chiamato a reggere il castello di Avena vicino Poppi, in Provincia di Arezzo. Nel 1367 ricevette l'incarico di podestà a Mangona in Mugello e nel 1376 fu inviato a Bologna come osservatore mentre la città, che si era ribellata al Papa, era controllata da Rodolfo di Camerino, comandante delle milizie fiorentine. L'anno successivo, tornato a Firenze, compose i versi per la corona del marzocco situato davanti Palazzo Vecchio:

Corona porto per la patria degna,
Acciocché libertà ciascun mantegna.

Sempre nel 1377, in ottobre morì la sua prima moglie, Felice Strozzi. Nel 1378 scoppiò il Tumulto dei Ciompi e poco dopo suo fratello Giovannozzo fu accusato di legami filoviscontei e condannato a morte. Lo stesso Franco fu costretto a prendere pubblicamente le distanze dal fratello, con una dichiarazione davanti al Consiglio Maggiore.
In questo periodo difficile per la sua vita, Franco Sacchetti iniziò a comporre riflessioni e meditazioni di carattere morale e religioso che poi, nel 1381, lo porteranno a stendere le Sposizioni dei Vangeli e i Capitoli storici.
Nel 1382 fu eletto podestà a Serravalle Pistoiese (Pt), poi fu nominato ambasciatore a Milano presso Bernabò Visconti; nel 1383 rientrò a Firenze dove, dopo esser stato riformatore a Montaione (Fi), entrò a far parte della magistratura degli Otto di Balìa e di lì a poco fu eletto priore del Quartiere di San Giovanni. Sempre nello stesso anno, si sposò per la seconda volta, con Ghita di Piero Gherardini.
Nel 1385, contro la sua volontà, fu nominato ambasciatore a Genova, incarico che evitò accettando quello di podestà a Bibbiena. Nel 1387 fu colpito da grave malattia dalla quale si riprese non senza qualche difficoltà. Nel 1390 è eletto Buonuomo e nel 1391 Camerario delle prestanze.
Poi, il 18 luglio del 1392, fu podestà a San Miniato fino al gennaio successivo, e il suo incarico si intrecciò con quello di Luigi Guicciardini, eletto Vicario. Nel 1395 fu podestà a Faenza per sei mesi, e riconfermato per i sei successivi. Nel 1396 muore la sua seconda moglie Ghita e, tornato a Firenze, si sposò per la terza volta, con Giovanna di Francesco di Santi Bruni. Fra il 1398 e il 1399, fu nominato Capitano del Popolo a Portico di Romagna.
Nel 1400 fu eletto Vicario a San Miniato, dove è stato ipotizzato che sia avvenuta la sua morte, nel mese di agosto. Tuttavia sembrano non esserci notizie certe in proposito.



BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- Leone Allacci, Poeti antichi, raccolti da codici manoscritti della Biblioteca Vaticana e Barberina da monsignor Leone Allacci, 1661, c. 78.
- Delle Novelle di Franco Sacchetti, Tomo Terzo, presso Riccardo Brancker, Londra, 1795.
- Novelle di Franco Sacchetti, Giovanni Silvestri, Milano, 1815. Prefazione di Mons. Giovanni Bottari, pp. 1-66.
- Sacchetti Franco, Il Trecentonovelle, a cura di Valerio Marucci, Salerno Editrice, Roma, 1996, p. XXXVIII.

martedì 2 ottobre 2012

FRANCO SACCHETTI

In questa pagina sono raccolte le informazioni relative a Franco Sacchetti, celebre novelliere fiorentino vissuto nella seconda metà del '300. A San Miniato ebbe incarichi politici di rilievo, e ambientò alcune delle sue novelle.

Franco Sacchetti
Immagine tratta dal libro Novelle di Franco Sacchetti,
Tipografia Borghi e Compagni, Firenze, 1833


Per l'infinita fama, ch'ho udita,
Franco, di voi, poiché a Fiorenza venni,
Ogni di più mia mente n'è invaghita




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...